TEMPO MORTO
Giuseppe De Rosa

NOTA AL RACCONTO
Spulciando fra le vecchie email, ho ritrovato un messaggio, inviato ad un carissimo amico telematico di cui ormai ho perso le tracce, nel quale spiegavo la genesi di questo racconto, ideato per una delle tornate del Galaxian Prix su Mclink. Il tema era viaggio nel tempo e il messaggio che qui riporto abbastanza fedelmente rende bene l'idea di cosa intendo per procedimento creativo e di quanto lo trovassi divertente:

[...] mi sembrava una buona pensata trattare il soggetto del tempo da un punto di vista soggettivo e alla fine i miei pensieri si focalizzarono su quella faccenda di chi sta per morire e rivede tutta la sua vita.
Sì, esatto, in realtà il primo periodo della storia è anche il nucleo generatore, il soggetto dal quale sono partito.
Ovviamente, non poteva trattarsi proprio della faccenda del "sto per morire e viaggio nel tempo", ci voleva qualcosa di diverso, di sovversivo, di originale.
Niente di meglio di un viaggio nel tempo DOPO morti!
Anche perché con questo sistema avrei potuto sparare qualsiasi assurdità e nessuno avrebbe potuto dir niente, visto la peculiarità del soggetto!
Ma ecco che, risolto un problema, ne spuntavano altri, di mero carattere tecnico, questa volta.
Quanti personaggi potevo gestire, e come?
Con una storia in bilico sul ciglio dell'eresia religiosa, dovevo stare attento a non lasciarmi prendere la mano.
Tre personaggi, quindi, un numero dal vago sapore religioso... :-)
Scegliere i personaggi è stato una specie di gioco, senza nessuna macchinazione o secondo fine nascosto. O quasi.
Francine è stata la prima, una ragazza canadese (tanto per cambiare un po') che doveva essere il mio alter ego, nella storia (e forse si capisce pure).
Fabrizio invece prima si chiamava non ricordo come, poi è diventato Francesco (poi mi sono accorto che Francine era lo stesso nome al femminile) e quindi Fabrizio. (come è utile il trova/cambia del wp...)
Lui doveva essere anziano e raccontare la storia del cane, su questo non c'erano dubbi. L'episodio del cane l'avevo già in testa da molto tempo (da prima della gara), era qualcosa che volevo scrivere ma che non sapevo DOVE collocare. La storia sui viaggi del tempo ha risolto brillantemente il problema.
L'improvvisa conversione cattolica di Fabrizio è avvenuta storia facendo e forse ho calcato un po' troppo la mano, anche se a me non sembra. Sì, chiama in causa il Signore troppo spesso, però non è un fanatico, è solo uno che "vuole" credere. E poi doveva essere intelligente e colto, come contrasto con le sue umili origini.
Ah, una nota: prima moriva di infarto, poi, ad un certo punto ho cambiato causa del decesso.
Rimaneva un personaggio da inserire.
Stavo scrivendo di Francine che parla dei suoi compagni e dice che uno si chiama Fabrizio mentre l'altro...
Mentre l'altro... non avevo la più pallida idea di chi potesse essere.
Sapevo solo che non era una donna e non poteva essere un altro uomo della stessa età di Fabrizio.
In quanto al nome poi, zero totale.
E poi, come avrai intuito, le libere associazioni di pensiero trovarono la risposta.
Il terzo personaggio non aveva nome.
Perché? Perché era morto appena nato e nessuno gliene aveva dato uno!
Ovviamente il neonato doveva interagire con gli altri e quindi... ecco che diventa super intelligente. È divertente fare il Dio che controlla e manovra le sue creature...
La sua storia è stata un problema, così come il fatto di dovermi sempre riferire a lui senza poter usare un nome proprio.
Non è che ci fossero molte alternative, o il momento del parto (troppo banale) o quello della morte (idem).
E allora qualcosa di originale: un momento apparentemente banale ma che fosse toccante, tranquillo e sereno.
Il risultato non mi dispiace, sono riuscito a visualizzare abbastanza bene la scena e devo dire che mi sono sentito davvero in pace, dentro quella capanna, dentro quella pancia.
La storia di Francine è un richiamo al concetto di base della storia, quasi uno sfregio: una carrellata attraverso tutta la vita, ma non di un istante, di dieci, lunghissimi minuti.
Campionare brani della sua esistenza è stato come costruirle davvero 25 anni di vita, come se fosse davvero stata una persona vera.
È da tanto che mi domando COME pensano le donne, come "sentono", come interpretano la vita e gli eventi che le vedono protagoniste.
Non credo di aver fatto un buon lavoro di emulazione, mi sono reso conto di aver "filtrato" molte delle scene descritte. Mi piacerebbe però sapere cosa ne pensa una donna, di quanto scritto, chissà se mi sono avvicinato almeno un pochino...
E per finire, il gran finale.
L'idea di partenza non comprendeva un finale e quindi mi sono ritrovato nelle peste.
Non potevo lasciare quei tre poveretti là a galleggiare senza far niente (mi ero già preso troppe libertà con la storia).
Ho pensato, ti giuro che ci ho pensato su per giorni, e queste sono le soluzioni che avevo trovato:
a) i tre rimanevano per sempre nel viola (però non sapevo come fare a dirlo)
b) i tre morivano di nuovo, senza accorgersene
c) resuscitavano, con tanto di scena alla "IT" (nel senso che dimenticavano quasi tutto dopo pochi minuti)
d) i tre andavano da qualche altra parte.
Come puoi notare, ho scelto la soluzione MENO originale, ed è per questo che il racconto non mi soddisfa al 100%.
Nella versione che avevo pronta per il 15 (la prima scadenza), il finale era molto più sbrigativo: compariva una luce e i tre ci entravano dentro. STOP.
I miei amici però mi dissero che faceva vomitare e mi prospettarono una soluzione alternativa che però ho realizzato solo in parte: l'idea era che finisse anche il Tempo nel quale erano immersi, come una specie di "game over" finale ed ineluttabile.
Il tempo si sarebbe degradato passando attraverso tutto lo spettro dell'arcobaleno (scendendo dal viola all'indaco all'azzurro fino al rosso) e alla fine sarebbe finito e basta.
Non so perché, però non mi bastava.
E così ho mescolato i due finali (non seguendo nemmeno la scala cromatica), producendo l'obbrobbrio che tutti hanno potuto apprezzare...
Bene, è tutto, o quasi.
Un'altra nota curiosa, se ci sei ancora:
il fatto che il viola potesse essere il colore del tempo mi è venuto in mente solo mentre riscrivevo i dialoghi dell'ultima parte! Prima si trattava soltanto di un'artificio scenico, messo lì tanto per colorare la storia.
Sono rimasto così folgorato dalla rivelazione che per poco non ho cambiato il titolo in IL COLORE DEL TEMPO!
Ok, adesso che ti ho smontato sul piano da lavoro tutta la storia pensarai che avevo progettato tutto a tavolino, che la creatività e l'estro sono andati a farsi benedire, in questo caso.
Non è esattamente così. Sono stato sotto tensione per più di un mese, per questa storia. Quello che è vero è che non si è trattato di un lavoro dettato da un'unico impulso emotivo bensì di una specie di puzzle fatto con pezzi che non combaciavano, tenuti insieme con lo sputo, un po' di mestiere e una spruzzata abbondante di misticismo aleggiante.



Dicono che quando cadi da un grattacielo di quaranta piani, quando si rompe il gancio di sostegno che ti tiene incollato alla parete di una montagna alta duemila metri e precipiti giù verso le rocce sottostanti, quando ti esplode una mina antiuomo sotto la suola degli anfibi e le tue gambe, i tuoi genitali e metà dei tuoi intestini schizzano via a quindici metri di distanza e tu ancora non te ne sei accorto, quando insomma sei bello che morto, anche se non ancora ufficialmente, dicono che in quella manciata di secondi che ti rimangono fai a tempo a rivivere l'intera tua esistenza, e che riesci a ricordare tutto fin nei più piccoli, insignificanti particolari.
Questo, dicono.
Ma evidentemente quelli che lo dicono non sono mai morti sul serio, perché altrimenti saprebbero che le cose non stanno affatto così.


Francine

E ce ne stiamo qui, immersi nel viola, ad aspettare.
Rimaniamo fermi e galleggiamo, come se fossimo immersi in una immensa piscina colma di acqua colorata. Oh, potrebbe trattarsi anche di succo di mirtilli annacquato, o di sciroppo per la tosse, o persino di qualche strano concime liquido per le piante, di quelli a base di sangue bovino. Sì il paragone non è male, ce ne stiamo immersi nel concime, in attesa di germogliare e crescere, in attesa che ci spuntino le radici, e con esse le prime foglioline verdi.
Bah, stupidi pensieri da cadavere.
Siamo fermi all'interno di un colore, un colore che circonda tutto e si estende a perdita d'occhio senza variazioni di intensità.
Inutile cercare di spiegarlo. Non è liquido, non è gassoso, non è gelatinoso.
È viola, ed è dappertutto. È un bel colore.
Siamo fermi, ma presumo che se volessimo potremmo muoverci, non c'è niente che ci trattenga dal farlo.
Sì, ma dove andremmo?
Non c'è niente e nessuno in vista, da nessuna parte. Non ci sono uscite, non ci sono porte ne' finestre, non ci sono suoni né rumori.
E poi non ci sono direzioni verso cui potremmo dirigerci.
Non so nemmeno dove sono l'"alto" e il "basso", in questo momento. Non c'è gravità, in questo posto.
Non c'è gravità in questo viola.
Per cui, suppongo che anche i miei compagni abbiano fatto la mia stessa scelta e abbiano deciso che la cosa migliore da fare sia rimanersene fermi ad aspettare.
I miei compagni.
I miei compagni sono morti, esattamente come me.
Uno si chiama Fabrizio, ed è italiano; l'altro è un enigma per me, è piccolissimo e non ha nome, non ha fatto in tempo ad averne uno.
Parlo di loro al presente, come se fossero ancora vivi, e non so se sia corretto. Forse dovrei usare il passato o l'imperfetto e dire che uno "si chiamava Fabrizio" e l'altro "non aveva nome". Forse dovrei farlo, ma non voglio.
Il passato e l'imperfetto sono tempi adatti a persone che non ci sono più, che hanno finito di esistere "qui e ora" e delle quali è rimasto solo il ricordo. Ma i miei compagni sono qui in questo momento ed esistono, con la stessa solidità e convinzione con la quale io pure sono qui.
Il fatto che siano biologicamente morti non è sufficiente a togliere loro il diritto al tempo presente.
Fabrizio dunque è italiano, di un piccolo paese vicino Ancona, ha i capelli bianchi e il volto leggermente segnato dalle rughe.
Ha sessantadue anni ed è morto di embolia cerebrale emorragica.
Il bambino invece, che ancora non finisce di stupirmi, è africano e bellissimo, ed è morto subito dopo la nascita per colpa di una malformazione congenita del suo piccolo cuore. Quello che mi stupisce è che, pur essendo morto appena nato, riesce a capire quello che diciamo perfettamente e altrettanto bene riesce a comunicare con noi.
È una cosa che sovverte ogni logica razionale, che fa a pugni anche col più semplice buon senso.
Accidenti, non ha nemmeno un dente in bocca, eppure quello che dice si capisce benissimo!
È una cosa che mi stupisce ancor più del fatto che pur essendo morta sia ancora cosciente, e sia qui, immersa in un non so che di colorato, in assenza di gravità, insieme ad un sessantaduenne italiano, anch'egli morto, di cui conosco molte più cose di quanto forse nemmeno lui stesso sappia.
Mi stupisce più del fatto che addosso io non abbia neanche un graffio, anche se so bene che dopo un volo come quello che ho fatto con la mia Civic, dovrebbe esser rimasto ben poco di intatto di me e della macchina.
Mi stupisce più del fatto che, sebbene l'orologio analogico si sia fermato, il cronometro digitale del mio Swatch funzioni ancora.
A proposito, da quando l'ho fatto partire sono trascorsi diciotto minuti, i quali, sommati ai due, tre minuti trascorsi prima che mi venisse in mente di guardare l'orologio per vedere se funzionava mi dicono che è trascorsa meno di mezz'ora da quando mi sono ritrovata qui insieme ai miei compagni.
Mezz'ora. Sì, ma il tempo passa alla stessa maniera anche per noi che siamo morti? Un secondo dura un secondo anche se sei morto oppure il tempo, una volta che sei morto, cambia le sue caratteristiche, modifica il proprio "sapore"?
Quello che il mio cronometro svizzero sta contando è tempo normale o è tempo... morto?
Magari gli Swatch di questo modello sono progettati anche per il tempo morto e io non lo sapevo... la cosa non mi sorprenderebbe più di tanto, visto tutto quello che è accaduto fino ad ora.
Anche se, a pensarci bene, fino a questo momento non è successo ancora un bel niente.
Stiamo qui ad aspettare da venti minuti, ma quello che dovrebbe accadere, quello che ci è stato "promesso", tarda a verificarsi.
Forse i miei compagni hanno ancora dei dubbi, non hanno ancora fatto la loro scelta.
- Fabrizio, Sai già dove andare, vero? - gli domando. Fabrizio è davanti a me, la sua testa galleggia in linea con la mia. Anche il bambino è in linea con noi, la posizione dei nostri corpi è tale da permettere una comunicazione agevole.
Formiamo un triangolo, e siamo talmente vicini che se volessimo potremmo tenerci per mano. In altre circostanze, una tale vicinanza mi avrebbe sicuramente dato fastidio; quando ero viva avevo bisogno almeno di un metro abbondante di spazio libero attorno a me se mi trovavo in compagnia di gente sconosciuta, altrimenti cominciavo a sentirmi a disagio.
Adesso la cosa mi è indifferente, forse perché conosco chi mi sta intorno - anche se solo da qualche decina di minuti - o forse, più semplicemente, perché sono morta, e i morti non possono più provare disagio o fastidio.
- Sì, Francine, ho già deciso. - mi risponde tranquillo Fabrizio - Però lo sai, non si tratta di un "dove", ma di un "quando". - la sua voce è quella di un vecchio professore, senza inflessioni o tonalità dialettali, la sua parlata è lenta, modulata, piacevole da ascoltare. Il suo francese è perfetto, anche se so benissimo che non lo ha mai studiato.
- E tu? - chiedo rivolgendomi all'altro mio piccolo compagno senza nome - hai deciso?
- In questo momento. - è la sua risposta.
E improvvisamente non siamo più nel viola.
 
 

L'uomo senza nome

Mi ci è voluto un po' per decidere, lo ammetto, nonostante la durata della mia esistenza in vita non sia stata precisamente "lunga"; sono morto appena quattro ore dopo esser nato, così non è che abbia avuto poi molto tempo per guardarmi intorno.
Per fortuna, avevo a disposizione anche i nove mesi trascorsi all'interno del corpo di madre e così ho perso un po' di tempo per decidere quali fossero i dieci minuti che valevano davvero la pena di esser rivissuti.
Sì, ho diritto a dieci minuti.
A quanto sembra, chiunque muoia ha diritto ad un viaggio indietro nel tempo di dieci minuti, anche se deve condividere il viaggio con i suoi compagni di morte.
Come faccio a saperlo?
Francamente non ne ho idea; secondo Francine non dovrei essere nemmeno in grado di parlare o di articolare un pensiero coerente; secondo lei un esemplare di essere umano così piccolo non dovrebbe essere ancora in grado di focalizzare la propria attenzione su qualsiasi cosa per più di qualche secondo, figuriamoci possedere concetti come quello di "viaggiare nel tempo" o di "coerenza"!
Fabrizio invece non mi è sembrato altrettanto sorpreso, lui spiega la cosa da un punto di vista teleologico, tutto quello che è accaduto fino ad ora può essere adattato, con qualche stiramento, alla sua concezione cattolico-cristiana dell'Universo. Secondo lui noi non siamo più quelli che eravamo da vivi, secondo lui noi siamo le "anime" di quelli che eravamo.
Non sono molto propenso a dare credito a questa sua teoria ma, d'altro canto, non riesco a trovare una spiegazione alternativa altrettanto valida, al momento attuale.
Comunque, anche Fabrizio, nonostante le sue convinzioni, non è per niente sicuro di quello che sta accadendo. La sua dottrina prevede solo tre possibili destinazioni per l'anima, una volta lasciato il corpo umano che la racchiudeva, e nessuno di tali luoghi di arrivo contempla questo "bonus" di dieci minuti di viaggio a ritroso nel tempo.
La sua dottrina non spiega nemmeno il perché del colore viola nel quale ci siamo ritrovati a galleggiare, un colore che non ha particolari significati nemmeno per Francine, a quanto ne so.
Comunque adesso ci siamo spostati, non siamo più lì.
Siamo tornati, "sono" tornato da mia madre.
Non avevo mai visto mia madre "da fuori" fino a questo momento - le quattro ore che ho trascorso fuori dal suo corpo sono piuttosto confuse, nella mia memoria - ma ora posso vedere tutto, posso vedere com'era mia madre quando ancora io ero dentro di lei.
È primo pomeriggio, e il caldo sole equatoriale viene smorzato dal tetto di fronde della capanna nella quale mia madre sta riposando, sdraiata su di un'amaca di corda.
Attorno regna un silenzio perfetto, rotto soltanto dal monotono ronzare degli insetti, fuori e dentro la capanna.
È bellissimo.
E anche mia madre è bella, con gli occhi chiusi ed un mezzo sorriso sulle labbra semiaperte. È in pace con se stessa e col mondo, questo pomeriggio, esattamente come ricordavo.
Guardo i miei compagni bianchi e scopro che sono... sconcertati, non hanno mai visto né provato una cosa del genere. O meglio, se anche l'hanno provata forse non se ne ricordano più.
Ma non voglio sprecare il mio tempo a curarmi di loro. Ritorno ad osservare mia madre, con la pancia gonfia di me ed i seni pieni, splendidi e placidi.
La luce del sole, mi accorgo, riesce a filtrare attraverso le fessure fra le foglie del tetto e colpisce il corpo di mia madre con tante piccole gocce luminose. Alcune di esse bagnano il suo ventre prominente, formando minuscole pozzanghere bianche sulla sua pelle scura. Mi ricordo di quelle pozze di calore. Subito mi riproietto all'interno, per cercare di percepirle dal "di dentro". Niente. La luce non riesco a vederla, però in qualche modo riesco ugualmente a "sentirla".
E la sente anche "lui", anche il me stesso che sono venuto a visitare. Lo vedo muoversi, "mi" vedo muovere, impacciato in quest'angusto ma accogliente spazio scuro, per cercare di avvicinare il viso ai piccoli frammenti di calore provenienti dall'esterno.
Ascolto.
Qui dentro il ronzio degli insetti non arriva, ma è ugualmente una specie di brusio quello che sento. Un mormorio pulsante, ritmato, costante, rotto da periodici rintocchi cupi, ovattati. È il cuore di madre che batte, è il suo sangue che scorre, lento, nel sonno.
Chiudo gli occhi e mi lascio andare.
Gli ultimi minuti li voglio rivivere da solo, in comunione con mia madre, e non come spettatore. Chissà se mi è permesso.
Rimango così, dentro di lei, immobile, ad assaporare i battiti del suo cuore, inondato dalla sua pace, immerso nei suoi sogni.
Quando riapro gli occhi so benissimo che il mio tempo è scaduto.
Mi guardo attorno, ma siamo già altrove.
 
 

Fabrizio

Ringrazio Dio.
Per quello a cui mi ha permesso di assistere.
Ringrazio Dio per avere trasportato qui la mia anima, per averle mostrato quanto possa essere grande il suo potere e la sua bontà.
Dopo quello che ho visto, dopo la pace e la serenità che il viaggio di questo bambino è stato in grado di infondermi,  non sono più troppo convinto di aver fatto la scelta giusta.
Con tutti i luoghi e i tempi a mia dispozizione, ho scelto di venire qui, nel posto in cui sono nato e nel quale sono cresciuto. Ho scelto di tornare qui, in un tempo dove so che non ci sarà pace né serenità, soltanto perché volevo capire e, forse, trovare un modo per rimediare.
Ho scelto di tornare qui, che Dio mi perdoni, perché volevo salutare Argo.
Perché la prima volta non ho fatto in tempo.
Eccolo lì, che si trascina lentamente, ormai senza forze, con in bocca un'altro dei suoi tesori sepolti da chissà quanti anni e che ha ammucchiato davanti alla porta di casa.
È Argo, il mio cane, e fra meno di dieci minuti morirà.
A chiamarlo Argo, come il cane di Ulisse, è stato mio padre. Credo fosse rimasto affascinato dalla storia di Omero sin dai tempi della scuola e così quando una giovane cagna venne a partorire sul retro del granaio della nostra fattoria, mio padre attese che i cuccioli venissero svezzati e poi ne prese uno per me, che a quel tempo avevo solo tre anni. E lo chiamò Argo.
Quello che accadde non fu niente di eccezionale, credo sia successo a molti. Crescemmo insieme nella fattoria e, sebbene trascorresse quasi tutto il suo tempo in cortile - poiché mia madre non gli permetteva di entrare in casa per più di qualche minuto - Argo mi scelse come suo compagno di giochi prediletto e mi si affezionò, con la dedizione e la risolutezza che solo i cani sono capaci di dimostrare.
La sua adorazione arrivava a tal punto che mio padre era costretto ad incatenarlo all'abbeveratoio, la domenica, quando ci recavamo in paese a seguire la messa, perché altrimenti lui mi avrebbe seguito fin dentro la chiesa.
Quando poi cominciai ad andare a scuola, mio padre dovette convincersi a lasciarlo venire con noi quando mi accompagnava fino in paese, i primi giorni, perché altrimenti non avrebbe fatto altro che uggiolare e guaire per tutto il tempo. Così, insieme mi accompagnavano all'entrata della scuola e poi se ne tornavano indietro, anche se Argo con un'espressione niente affatto convinta sul suo muso peloso.
Dopo un po' però, ci fece l'abitudine, e così smise di smaniare per accompagnarmi, anche se me lo ritrovavo sempre, al ritorno da scuola, che mi aspettava seduto accanto alla pietra miliare che segnava l'ingresso del lungo sterrato che dalla strada principale portava alla nostra fattoria.
In quanto a me... gli volevo bene, ma in maniera normale, allo stesso modo in cui volevo bene a mia madre e mio padre; Argo faceva parte della famiglia e come tale lo trattavo, non rendendomi conto di quanto tenacemente invece lui avesse legato la sua esistenza alla mia.
Non c'è molto altro da dire. Vivevamo le nostre vite, crescevamo e affrontavamo i vari ostacoli che il Signore poneva sul nostro cammino, per renderci più forti.
Col passare degli anni, io divenni più grande e Argo sempre più vecchio, finché i peli del suo muso e delle zampe, da neri divennero grigi. Ma lui continuava ad adorarmi.
Il suo declino divenne visibile nell'arco di poche settimane; cominciò a mangiare sempre meno e prese a rimanere sdraiato quasi tutto il giorno.
Sapevo che Argo era vecchio - avevo quasi sedici anni al tempo, e quindi lui ne aveva tredici - e sapevo che sarebbe morto, un giorno o l'altro. Accettavo la cosa perché sapevo che tutte le creature del Signore sono destinate a morire, e sapevo che Argo sarebbe andato in cielo, perché era stato un buon cane.
Ciò nonostante, mi rammaricai moltissimo di non essermi trovato accanto a lui, quando se ne andò.
Anche perché, quando finalmente quel pomeriggio tornai a casa, trovai davanti ai gradini della porta di casa, dal lato del cortile interno, una gran quantità di ossa rinsecchite, vecchie scarpe ammuffite, stracci consunti e sporchi, ciocchi di legno masticato.
Quelle porcherie senza valore erano state i suoi giocattoli e i suoi piccoli tesori nel corso degli anni e lui le aveva tirate fuori dai nascondigli dove erano state sepolte o nascoste chissà quanti anni prima e le aveva ammonticchiate, non davanti o dentro alla piccola e malandata costruzione di legno che era la sua cuccia, bensì dinanzi la porta di casa, la nostra casa, la "mia" casa.
Non ho mai capito il perché di quel gesto, anche se mi è rimasto un sospetto.
E quel sospetto da allora ha sempre roso la mia anima, sempre, anche quando lasciai la fattoria per andare a studiare in città, all'università, persino quando mio padre vendette tutta la proprietà, perché non era più in grado di occuparsene.
Sono passati quarantasei anni da quel giorno e la mia vita è stata piena di momenti gioiosi e tristi, come quella di tutti, del resto; ho avuto una moglie, molti amici, moltissimi scolari ai quali ho insegnato volentieri quello che sapevo; ho conosciuto persone che mi hanno dato molto e che invece io non ho mai ringraziato, per un motivo o per l'altro - e di questo dovrò rendere conto al Signore -; ho vissuto molti momenti che sarebbe valsa la pena di rivivere, anche se solo per pochi minuti; eppure quando ho "saputo" che avrei avuto diritto a dieci minuti nel tempo, quello di poter tornare indietro dal mio cane è stato il mio primo e più forte pensiero.
Ed eccolo lì, il mio Argo, magro e spelacchiato.
Ha posato l'ultimo osso per terra, sulla ghiaia del cortile e si è lasciato cadere su se stesso, senza energie, con il muso rivolto verso la strada.
Sta aspettando me, lo so.
Mi inginocchio davanti a lui, il suo respiro è affannato e lento nello stesso tempo.
Mi accorgo di star piangendo, e questa è una cosa che non ho mai fatto in vita mia, nemmeno quando morirono i miei genitori. Che il Signore Dio mi perdoni.
So che non posso toccarlo, so di non essere davvero "qui", so che si tratta soltanto di un miracolo della vista che Dio mi sta concedendo nella Sua infinità bontà, eppure mi chiedo cosa succederebbe se provassi comunque ad accarezzargli il muso... ma non riesco nemmeno a provarci.
Argo guaisce per l'ultima volta,  e in quel guaito posso percepire tutto il suo dispiacere. È dispiaciuto che io non sia lì con lui, dispiaciuto di non avermi potuto consegnare di persona i suoi tesori. Ha resistito il più possibile, ma ora non ce la fa proprio più.
Con un movimento lento, come se stesse cedendo al sonno invece che alla morte, chiude gli occhi, arrendendosi.
Ma questa volta, anche se tutto nel frattempo scompare, ho tempo a sufficienza per dirgli addio.
 
 

Francine

Perché dovevo essere io l'ultima?
Perché la mia scelta è forse troppo banale?
È perché in venticinque anni non sono riuscita a mettere assieme dieci minuti di tempo a cui poter tornare serenamente così come hanno fatto i miei compagni?
O è perché non ho voluto rinunciare a niente?
È per questo che devo essere l'ultima?
Oh, ma lo spettacolo è già cominciato, e io mi sono dimenticata di riazzerare il cronometro, accidenti.
Eccomi qui, a quattro anni, mentre con mia madre salgo sulla vettura delle montagne russe del Parco Giochi di Montreal. Appena rimisi piede a terra le vomitai tutto il gelato sul vestito della domenica.
Qui sono sempre io, a sei anni. Primo giorno di scuola. Per un'ora piansi fino a finire le lacrime, poi mi accorsi che la mia compagna di banco stava anche lei piangendo per lo stesso futile ed inspiegabile motivo e così la smisi. Alla fine della mattinata ero diventata così amica della mia nuova compagna di banco che non volevo più tornare a casa.
Sette anni, nel giorno del mio compleanno. Mi regalarono un bellissimo criceto bianco, che però morì dopo qualche mese per qualche strana malattia dei criceti.
Otto anni. Gita alle cascate del Niagara. Un clown pagato dal municipio mi regalò un palloncino rosso, che mi lasciai sfuggire per la sorpresa quando mio padre mi prese in braccio - qui, ecco - per farmi vedere l'enorme salto che tutta quell'acqua faceva ad ogni secondo.
Nove anni. La mia migliore amica ed io giochiamo con le bambole nella soffitta di casa. Per invidia, o forse per gelosia, le ruppi una delle sue bambole più belle facendo finta che fosse stato un incidente. Lei ci credette, perché era mia amica, e io improvvisamente mi sentii così male per quello che le avevo fatto che il giorno dopo le regalai Ester, la mia bambola prediletta. Mi sentii molto meglio, dopo averlo fatto.
Dieci anni. Sono al pronto soccorso dopo esserni rovesciata addosso il boiler dell'acqua che stava sui fornelli. Per fortuna l'acqua all'interno non era ancora bollente. Ricordo che la cosa che mi spaventò di più fu l'espressione atterrita che si disegnò sul volto di mia madre quando vide quello che era successo.
Undici anni. Esco con mia madre a comprare un vestito nuovo per la recita a scuola. Ed ecco qui, la recita. Declamai una poesia di Elisabeth Barret Browning senza fare nemmeno un errore. Un successo.
Qui... sì, a dodici anni. Pier De la Croix mi bacia sulla guancia come pegno di un gioco che stavamo facendo a casa di una mia amica e per la prima volta la cosa mi fa piacere. È strano come la chimica dei nostri corpi sia in grado di influenzare anche il nostro comportamento.
Tredici anni. Brutto momento... scopro al mattino di avere le mutandine sporche di sangue. Sono le prime mestruazioni, e mia madre me ha parlato a dovere ma... prima di ricordarmene faccio in tempo a rimanere paralizzata dal terrore per un lungo, terribile istante.
Quattordici anni. Facciamo una gita allo Yellowstone Park, in America. Lì vicino c'era un posto dove affittavano dei cavalli per fare delle passeggiate. Ne scelsi uno marrone con una macchia nera su di un fianco, e trascorsi una delle più belle giornate della mia vita.
Quindici anni. Marie Cristine Aulisio si porta a scuola due delle sigarette di suo padre e durante l'ora di geografia andiamo a fumarle nel bagno delle ragazze. Mi ricordo che mi girava la testa, non tanto per il fumo, quanto per il fatto che stavo facendo qualcosa di proibito. Era una sensazione inebriante. Due mesi dopo cominciai a fumare regolarmente, anche se di nascosto.
Quindici anni e mezzo. Sono alle ultime pagine di "Straniero in terra Straniera" un libro di fantascienza prestatomi da Sarah Mountenot. Mi innamorai del protagonista della storia, una cosa assolutamente pazzesca. Rilessi il libro altre due volte, quell'anno.
Questa è bella. Qui avevo sedici anni e qualche mese, e Albert Delmont mi invitò fuori, una sera. Spese per me tutta la sua paghetta di due settimane, e per tutto il tempo si comportò da perfetto gentiluomo. Quando mi riaccompagnò a casa, con la macchina di suo padre, non tentò di baciarmi, mi disse soltanto che aveva passato una bella serata e che sarebbe stato felice di rivedermi, qualche altra volta.
Be', non so cosa mi prese, ma gli saltai letteralmente addosso, lo baciai, con la lingua - una cosa che non avevo ancora mai fatto, anche se avevo mimato spesso la cosa davanti allo specchio del bagno - gli abbassai la lampo dei jeans e poi... aprii la portiera della macchina e corsi via, dentro casa, ridendo come una matta.
Lui non fece nulla, rimase seduto in macchina davanti casa, col motore acceso, per almeno dieci minuti, tanto che pensai che potesse essere svenuto. Poi invece ripartì, lentamente, e si allontanò.
Due giorni dopo, ecco qui, gli permisi di deflorarmi sul sedile posteriore della stessa auto. Fu doloroso e scomodo. E dannatamente fantastico.
Qui invece ho diciassette anni, e sono al concerto di Springsteen con un'amica musicista che suonava al Fullmoon, un pub-discoteca del centro. Alla fine del concerto, un amico di questa mia amica ci offrì della cocaina, o così almeno disse lui. La provai, anche perché ero mezza ubriaca.
Stetti male tutta la notte ed il mattino successivo, non ho mai saputo spiegarmene il perché. Forse ero allergica alla cocaina o a qualcosa che avevano usato per tagliarla. Comunque quella fu l'ultima volta che provai a prendere droga.
Diciotto anni. Il funerale di mia nonna Frances, della quale porto il nome. Non le ero particolarmente affezionata e poi veniva a trovarci di rado, ma rimasi triste per una settimana e per due notti di seguito non riuscii ad addormentarmi.
Ancora a diciotto anni. Ultimo giorno di scuola della mia vita.
Chissà perché, dopo averla odiata cordialmente per tutti quegli anni, quel giorno mi sentii triste e spaesata. Forse perché quello era l'ultimo giorno della mia infanzia, da un certo punto di vista, e per la prima volta mi rendevo davvero conto che una parte importante della mia esistenza era terminata.
Diciannove anni. Questo è il momento in cui il test dell'urina diede esito negativo. Il sollievo che provai quella volta fu indescrivibile, si trattava solo di un ritardo.
Qui sono a letto con l'influenza, sempre a diciannove anni. In Tv diedero "Il Grande Freddo", con Jeff Goldblum e William Hurt. Rimasi letteralmente ammaliata da quel film; chissà, forse perché stavo male.
- Fabrizio, tu lo ha visto questo film?
- Sì, mi pare di sì, ma non lo ricordo con precisione.
- Allora probabilmente ho ragione io, mi piacque così tanto solo perché in quel momento stavo male.
- Non dire così, i nostri gusti potrebbero essere differenti, non dare per scontato che i miei siano migliori dei tuoi.
Mi colpiscono, le sue parole. Fabrizio deve esser stato davvero un bravo insegnante, da vivo.
Mentre parliamo, il film della mia vita va avanti, inesorabile. Sembra proprio di essere al cinema, a vedere una pellicola di cui conosco benissimo ogni fotogramma.
Venti anni. Comincio a lavorare in una società di brokeraggio assicurativo, come segretaria. Il primo giorno è un vero disastro, ma lì sono tutte donne e così faccio presto ad ambientarmi.
E questa sono io con in mano l'assegno del primo stipendio settimanale: centosettantacinque dollari e cinquanta. Non è molto, ma mi sento ricchissima, e invito tutta la famiglia al ristorante per festeggiare.
Ventun anni. Jaqueline, la manager del mio ufficio, va in California per un contratto di quelli a sei zeri e mi porta con lei. È come un sogno, dall'inizio alla fine. La California è davvero calda e pazzesca.
Ventidue anni. Conosco William "Wil" Flaynard durante un party di lavoro. Parliamo del più e del meno per quasi cinque ore, dopo che il party è finito. E facciamo all'amore come due indemoniati per le successive quindici ore.
E questo è il giorno del nostro matrimonio, sei mesi più tardi.
- Spero non ti stia annoiando, la mia vita sembra fatta tutta di luoghi comuni - dico a Fabrizio mentre vedo me stessa a ventitrè anni dipingere i muri della stanza da letto della nostra nuova casa con indosso solo reggiseno e mutandine.
- Al contrario, io la trovo molto interessante - mi risponde al suo posto il piccolo uomo senza nome.
- È vero Francine, è così. Non devi vergognarti della tua vita, sarebbe un peccato.
- Io non mi vergogno affatto... è solo che, non so, non ho mai fatto niente di eccezionale, niente di pazzesco, niente di avventuroso...
- Nemmeno io, mia cara. - Mi volto a guardarlo, perché il tono della sua voce è strano, ma lui con un cenno del capo mi indica la scena che si sta svolgendo nel frattempo.
Sono io, ovviamente, al volante della mia auto.
Sto percorrendo la strada costiera per andare a trovare Ailine e Carl Vanderberg nella loro casa al mare, per il fine settimana. Wil è andato a Chicago per un meeting della Alphacomp, e così per fortuna sono sola, in macchina.
Ed eccola qui, apparentemente innocua e tranquilla, la curva che mi ha ucciso, che ha troncato definitivamente e senza mezzi termini la mia tranquilla e pacifica vita di ragazza di città.
Anche rivedendo la scena, non riesco a capire bene quello che succede, vedo solo che il guard rail di metallo cede come fosse fatto di cartone, e io volo giù, verso il mare e gli scogli che mi aspettano, cinquanta metri più in basso.
Guardo me stessa cadere, e non provo niente.
Non grido, mentre precipito. Non mi copro nemmeno il volto con le mani, niente.
Sono lì, che stringo incredula il volante, guardando con la bocca aperta le rocce farsi incredibilmente vicine, in pochi istanti.
E poi tutto scompare, ancora una volta.
Ed il viaggio è finito.
- Beh, qualcosa di spettacolare l'ho fatto, dopo tutto - mormoro a voce alta e mio malgrado sento un brivido strisciarmi dietro la schiena, mentre lo dico.
Fabrizio ride, ed anche il piccolo bambino nero e le loro sono risate buone, di amici.
Mi unisco a loro, anche perché d'un tratto il pensiero di tre cadaveri che sghignazzano mi sembra irresistibilmente comico.
E così, mentre insieme ridiamo della mia morte, torniamo nel viola.
 
 

Insieme

- E ora, cosa pensate che accadrà? - domanda Francine ai suoi due compagni di viaggio.
- Penso che il Signore ci indicherà la strada, dobbiamo solo pazientare. - risponde Fabrizio.
- Sono d'accordo. Non ci resta altro da fare che  aspettare - concorda il piccolo bimbo senza nome.
- Allora faccio ripartire il cronometro, almeno potremo sapere quanto tempo passa.
- Ma ci serve davvero saperlo, Francine? Che importanza ha ormai, il tempo, per noi?
- Dici? Ma allora cos'è che dovrebbe avere importanza, a questo punto, se non il tempo?
- Cosa fate, litigate?
- Hai ragione, non ha senso. Scusa, Fabrizio.
- Scusami tu, mia cara. Ho dimenticato che non sono io quello che può decidere cosa è importante e cosa non lo è.
- Sapete che faccio? Lo faccio partire lo stesso, anche se conta solo tempo morto, il vederlo correre mi fa sentire in qualche modo più "viva".
- Tempo morto?
- Oh, è solo una stupidaggine, non farci caso.
- Stupidaggine per stupidaggine - dice ad un tratto il bimbo senza nome - ne ho pensata una anch'io.
- E sarebbe?
- Sarebbe che magari noi siamo immersi nel Tempo e non lo sappiamo, non ce ne siamo accorti.
- Cosa vorresti dire, che stiamo galleggiando nel Tempo?
- È un'idea come un'altra.
- Uhmm, e perché no? La tua idea mi piace. E a te, Fabrizio?
- Non so. Sono stato educato a pensare a posti come questo come a luoghi di transizione per le anime. Se dovessi dire la mia, direi che questo è una specie di Limbo, e che prima o poi andremo in qualche altro luogo. O almeno lo spero.
- Lo spero anch'io, ma ciò non toglie che l'idea del nostro piccolo compagno qui, sia affascinante.
- Affascinante, sì, questo te lo concedo volentieri.
- E poi significherebbe... che il Tempo è viola! Che il Tempo è colorato e che il suo colore è il viola!
Come in risposta a quest'ultima battuta di Francine, il colore nel quale i tre sono immersi comincia a cambiare tonalità, schiarendo in pochi istanti fino ad un rosa pallido.
Poi, con la subitaneità di un flash fotografico o di un lampo in una notte di tempesta il colore cambia, passando dal tenue rosa ad un verde carico, opprimente.
I tre ammutoliscono, mentre attorno a loro il colore cambia nuovamente a verde pallido. Un momento più tardi, con un guizzo, tutto diventa azzurro e quindi, dopo pochi attimi, arancione.
- Non ci hanno impiegato molto - esclama Francine con voce stridula, cercando di esorcizzare la paura che d'un tratto le si è insinuata dentro, controllando con difficoltà il suo cronometro mentre tutt'attorno i colori continuano a sostituirsi gli uni agli altri sempre più velocemente - meno di tre minuti.
- Che sta succedendo? - domanda il piccolo senza nome in tono solo leggermente esitante.
- Non lo so, piccolo mio, proprio non lo so - risponde Fabrizio, chiudendo gli occhi con forza.
- Tutti questi colori... - mormora fra sè Francine, serrando a sua volta le palpebre e rannicchiandosi in posizione fetale - è folle che un cadavere possa sentirsi male... eppure mi sta venendo la nausea, accidenti.
Soltanto il piccolo uomo senza nome rimane con gli occhi aperti, a guardare il caleidoscopio di colori cambiare a velocità sempre maggiore, ed è lui l'unico ad assistere agli ultimi, frenetici, agonizzanti singulti del Tempo che muore. È lui l'unico ad ammirare il conclusivo, spettacolare cambiamento.
Con un ennesimo brevissimo lampo silenzioso, l'ultimo, fugace colore lascia improvvisamente il campo ad una luce bianca e tremenda, intensa e compatta, candida e abbagliante, impossibilmente priva di calore. È una luce che ferisce gli occhi e che inonda i tre compagni di viaggio sino a rendere indistinte le loro sagome.
Fabrizio si lascia sfuggire un grido, più sorpreso che spaventato, parandosi il volto con le mani, incapace di resistere all'abbacinante candore che riesce a filtrare anche attraverso le palpebre chiuse.
Francine lo imita, facendosi scudo con le ginocchia, che tiene serrate al petto, con forza.
- Potete riaprirli, gli occhi. La luce fa male solo per un attimo, poi passa. - Il tono della voce del bambino nero è eccitato ma controllato, il suo sguardo è fisso verso un punto distante pochi metri dritto avanti a lui. - Qui c'è quello che stavamo aspettando.
Fabrizio riapre con cautela gli occhi, curioso suo malgrado, e altrettanto fa Francine con un gesto repentino, come se le parole del bambino l'avessero destata improvvisamente da un sonno leggero, o da uno stato di ipnosi.
La fitta di dolore lancinante che brucia le loro pupille dura in effetti meno di un istante, e poi possono vederci di nuovo.
Davanti a loro un globo di luce, più bianco e splendente di qualsiasi cosa essi abbiano mai visto, galleggia immobile, sommergendo ogni cosa con la sua immacolata luminosità.
- Ho idea che quella sia la nostra prossima destinazione - scandisce a bassa voce il bambino senza nome.
- Andiamo - risponde Fabrizio, quasi in estasi - sono sicuro che ci stiano aspettando - sul suo volto adesso è dipinta un'espressione quasi sognante.
- Sei contento, eh? Sembra proprio una scena da Vecchio Testamento - sussurra Francine prendendolo bonariamente in giro, tendendogli allo stesso tempo la mano quasi tremante, mano che il vecchio uomo stringe con presa sicura, quasi paterna.
Francine offre l'altra mano al piccolo neonato dalla pelle scura.
- D'accordo - dice il piccolo bimbo nero nel suo perfetto francese-italiano, spingendosi ad afferarre la mano della giovane donna - vediamo cosa c'è al di là del Tempo.
Così, insieme e tenendosi per mano, curiosi e intimoriti  allo stesso tempo, i tre entrano nella luce abbagliante, che scompare in silenzio dopo averli avvolti completamente, lasciando soltanto una tenebra infinita dietro di sè.
Nello stesso istante da qualche altra parte - e da qualche altra parte ancora, e ancora, e ancora, in differenti bolle di Tempo - dopo esser stati immersi nel viola anche altri viaggiatori scompaiono, alcuni perché stanno iniziando il loro viaggio di dieci minuti, altri perché lo hanno già compiuto.

Giuseppe De Rosa
©1992 (26 febbraio - 12 aprile)



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