Diritto di libera estinzione

Andrea Iovinelli

A Petra, che m’ha spinto a fare ciò che desideravo.

E a Marco Mocchi e alla redazione di Intercom che mi hanno permesso di farlo.

Cinque minuti. Non uno di più, per risolvere la mia questione. Una questione di vita.

"Il servizio è temporaneamente sospeso".

È successo davvero. Tutto esattamente come previsto.

Esce del fumo denso e scuro dall’ingresso del metrò, e il frastuono che echeggia tempestoso nelle strade è stordente. L’indicatore digitale lampeggia per evidenziare l’asettico annuncio come se fosse un normale giorno di sciopero. Un comunicato frequente in questi giorni. Oggi no. Oggi, quella scritta ha un significato ben preciso, e sembra quasi parte di uno di quegli spettacolari film catastrofici, ai quali la confusa e nera colonna di fumo fa da sfondo all’imponente colonna sonora che troneggia possente sui titoli di coda.

Avrei dovuto dare le dimissioni, prendere uno shuttle diretto per la Luna o per una qualunque delle nuove isole, lasciarmi tutto alle spalle e campare tranquillo facendo il cameriere in un putrido ristorante. Anche se fosse stato su una delle colonie esterne. Ho aspettato quel maledetto trasferimento per cinque anni e adesso, forse, è troppo tardi per i rimpianti. Pensare poi, che ho speso tutti i miei risparmi per… per quel coso che probabilmente non indosserò mai.

La scena che si srotola lenta e frenetica sotto i miei occhi è drammatica, ma niente a confronto di ciò che sarà. Cerco in tutti i modi di allontanarmi dal focolaio, ma sembra che tutta la città si sia riversata in questo angolo di quartiere. Mi accorgo solo ora che i cancelli del metrò sono sbarrati e dietro di essi, confusi tra quella nebbia soffocante, ci sono decine di uomini e donne che implorano aiuto. Molti sono già a terra, moribondi, immersi in un’enorme pozza comune di sangue e vengono calpestati con gelida indifferenza da chi cerca disperatamente di fuggire da quell’inferno sotterraneo. La polizia più confusa ed isterica dei prigionieri, sferra a caso violenti colpi di sfollagente per tenerli lontani dall’inferriata, mentre le nude mani degli sventurati si allungano e si sporgono alla ricerca di un qualche aiuto da afferrare. Devo allontanarmi da qui, subito, all’istante. Vengono lanciati dei lacrimogeni, poi distinguo chiaramente dei colpi di pistola, secchi, laceranti.

Dio… li stanno finendo.

Mi metto alla ricerca di un mezzo più veloce delle mie gambe, provo ad accelerare il passo, ma vengo urtato, sbattuto e rallentato continuamente da chi a sua volta trova un freno in me. Il sibilo roboante e potente di un’aircar della polizia rimbalza sulle pareti dei grattacieli circostanti, alzo gli occhi verso l’oscura cortina per cercarla e me la ritrovo proprio sopra; ha le insegne del corpo di difesa: affari interni, niente polizia. Enormi mulinelli di polvere e fumo misto ai fumogeni, si alzano dalla folla sospinti dai potenti collettori d’aria del velivolo; e non fanno altro che sradicare dalle annebbiate menti dei presenti gli ultimi pallidi bagliori di lucidità. A tratti la volta offuscata si rischiara brevemente e mostra una possibile via di fuga verso cui si precipitano orde di ciechi persi e senza speranza.

Il grido agghiacciante di una donna mi sveglia dal torpore da cui fatico a risollevarmi. L’urlo viene improvvisamente soffocato a metà, rimane sospeso a mezz’aria fra il clamore della marmaglia impazzita. La marea umana è accecata dallo smarrimento, inarrestabile, e vedo la poveretta a terra calpestata e schiacciata con assoluta noncuranza. Vengo trascinato via da un’onda impetuosa di persone come se fossi nel mezzo di un fiume in piena, ci si accalca nella fuga, tra spinte, calci e grida squarcianti e la sfortunata senza futuro scompare dalla mia vista e dalla mia compassionevole curiosità.

Provo a divincolarmi, ad uscire dalla forza del torrente di carne che mi costringe nel suo percorso senza meta. Altre urla, un altro movimento confuso e terrorizzato di massa a pochi metri da me; poi distinguo una squadra delle forze dell’ordine che sta caricando pesantemente. Inspiegabilmente. Forse sperano di disperdere la calca di persone nel vano tentativo di ostacolare in qualche modo il contagio. Anche i funzionari devono aver perso la loro diplomatica lucidità mentale. Tutto è frutto dell’improvvisazione, dell’istinto puro e animalesco, in un quadro in cui forme e colori sono schizzati, abbozzati, appena tratteggiati, e il disegno complessivo ha l’aspetto disordinato e scialbo dell’opera di un dilettante impazzito.

Esco finalmente dal caos che mi circonda e mi ritrovo in un angolo riparato, mentre centinaia e centinaia di persone mi sfilano davanti isteriche.

Mi guardo attorno, incredulo, con quello stupido e inutile fazzoletto a quadri che ho messo sul viso, e mi sembra tutto un incubo confuso. Il fumo acre mi riempie i polmoni, provo ad inspirare più profondamente e sento l’aria pizzicarmeli.

La notizia è solo di quindici minuti fa ed è già l’inizio di quella che sarà una breve fine. All’incrocio due macchine si sono urtate frontalmente in modo violento e i passeggeri sono visibilmente esanimi; intorno a loro domina il più totale menefreghismo. Le macchine sono in fiamme e fra poco esploderanno, ma è difficile pensare di poter salvare gli altri quando si ha un coltello che ti punzecchia la nuca o il veleno di un cobra che ti circola nelle vene.

Sirene in lontananza e dubito siano dirette qui. Devo trovare una aeromobile al più presto, una della polizia o magari dell’esercito; sono un collega, anzi, in teoria sono un superiore e loro non sanno ciò che so io, non hanno il terrore che gli scorre impazzito nelle vene come ce l’ho io ora. Le autorità avranno cercato in tutti i modi di tenere la notizia segreta, il più a lungo possibile; ma notizie così sguisciano via, si sa, indifferenti alle precauzioni, perché la vita di chi dovrebbe tutelarle e nasconderle, è ben più rilevante della notizia stessa. Un’innocua, breve e tagliuzzata telefonata alla mogliettina, una vocina di questa alla mamma tanto cara, ed una parolina caritatevole al vicino dubbioso che la incontra sulla porta di casa con le valigie in mano.

Il panico si crea in una diecina di minuti di passaparola, ed è l’anarchia totale.

Cerco di orientarmi, ma l’opprimente fretta mi distrae. Se solo fosse successo mentre ero a casa, non avrei avuto il problema di trovarmi un centro di trasmissione… qual è il più vicino? Diavoli dell’inferno, avrei dovuto essere pronto a questo, a tutto questo, e invece il mio cervello è imballato come quello di uno scolaro sotto esame. Devo ricordarmi qual è il centro di trasmissione dati più vicino. Devo. E comunque è tutto come nei piani lungamente elaborati dal nostro reparto. Hanno colpito nel bel mezzo della giornata lavorativa in modo da propagare la loro benedizione nel minor tempo possibile, ed era facilmente prevedibile. Quindi sono pronto e devo solo trovare la forza di concentrarmi.

Qualche idiota ha sparso la voce che si riescano anche a vedere, e chi invece che ti divorano senza che neanche te ne accorga. Nei notiziari si parla della "Setta dei sette fiori", ma sono sempre stati innocui e poi sono degli inetti; nessuno pensa siano stati quei pazzi esaltati di "Vita-Morte-Liberazione", perché sono troppo potenti e troppo popolari. So che sono loro i fautori di tutto questo; la conferma viene dal fatto che i primi posti ad essere contaminati sono stati gli uffici degli Interni e il primo contagio di cui si ha avuto notizia pare sia esploso proprio nel reparto operativo di programmazione politica ed economica. Vogliono la libertà, quegli alienati. Fosse anche quella di far crepare tutti quanti insieme al loro rituale suicidio. E hanno avuto l’irresponsabile coraggio di farlo.

Non c’è la possibilità di produrre un antivirus, un vaccino o un antibatterico. Non c’è antidoto ad una macchina che ti divora da dentro. Non esiste una pozione magica. Non si sfugge, anche perché non se ne ha il tempo.

Una volta sguinzagliati è la fine.

Un istante indefinito, impalpabile ed insignificante, le cui conseguenze si potranno ammirare e ricordare in eterno.

Sparsi su di un tavolo, o nelle condutture dell’acqua; immessi negli aeratori della metropolitana o versati come pasto nei piatti di una mensa. Attaccano i centri vitali, cuore, polmoni, stomaco, centri nervosi. Pochi secondi di atroce agonia vissuta nella più squassante e squarciante sofferenza.

La fine.

Quelli degli Affari Interni si preoccupavano dei poveri ecologisti. Al limite si erano posti la questione degli isolani, della loro pretesa indipendenza. Noi del reparto terroristico avevamo negli occhi l’orrore di quello che sarebbe potuto accadere e nessuno purtroppo ha dato credito alle nostre avvertenze.

Li abbiamo avvisati che il trattato del Polo Sud contro la proliferazione di armi nanorobotiche era insufficiente a garantire la sicurezza nazionale e quella mondiale; ci hanno risposto dopo sei mesi, adducendo la scusa che il costo per la produzione di quel tipo d’armamento era troppo elevato e non conveniente per una qualsiasi organizzazione terroristica, e che era enormemente più conveniente concentrarsi sulla prevenzione da attacchi chimico-batteriologici. Il costo… I "liberi di vivere e di morire" contano più di cinque milioni di seguaci-adepti, tutti generosi donatori. Non sono i soldi che gli mancano.

"Non sarebbe una tattica efficiente", hanno ribattuto gli esperti della Commissione Internazionale. Spiegazioni tecniche, scientifiche o anche solo socio-psicologiche, grafici comportamentali, schede e contributi di illustri criminologi, ci sono rimbalzate indietro come se le avessimo lanciate contro un tappeto elasticizzato.

Eccola, l’Apocalisse.

L’avete davanti ai vostri occhi. Presuntuosi e pieni soltanto della loro voglia di distinguersi. Ora saranno capaci di distinguere chiaramente cosa significa vivere e cosa morire.

Uno dei sette shuttle giornalieri in partenza dal Neal Armstrong Spaceport. Lo vedo librarsi imponente, leggero, verso le stelle che da oggi appariranno più luminose. Probabilmente sarà l’ultimo in partenza dallo spazioporto e non oso immaginare il loro destino. Le isole e le colonie avranno già chiuso tutte le frontiere, e quando saranno lassù non avranno un solo posto dove poter attraccare. Potranno solo ritornare indietro; ed una volta sbarcati, alla fine della scaletta, non troveranno nessuno ad aspettarli e ad abbracciarli, se non la propria morte. Il contagio rimarrà confinato alla sola Terra e risparmierà le costruzioni orbitanti. Forse. Così davvero tutto ricomincerà; nuovo mondo, nuovi umani, nuova vita. Proprio come desideravano tanto; quei dementi avranno la "libertà" di ricostruirselo come desiderano loro, senza nessuno ad intralciarli.

E chissà che non ne venga fuori qualcosa di buono.

Ho passato di corsa senza fermarmi la venticinquesima, poi ho svoltato per la Bryant. Niente. Nemmeno una vettura della polizia. I taxi sfrecciano impazziti sopra la mia testa ed ogni tentativo di richiamare la loro attenzione è inutile. Corrono, a casa, verso un posto sicuro e senza un vero motivo, fuggono dalla caos e dalla follia, verso i loro affetti più intimi inconsapevoli come loro di ciò che realmente li attende. Sento tirarmi.

Mi prendono per la giacca, non mi mollano, uno strattone, due, li guardo e vedo che è una coppia di scippatori ancora adolescenti, dei veri sciacalli DOC; tentano di portarmi via lo zaino in pelle e il mio portafogli. Estraggo la mia 8 mm da sotto l’ascella e la carico in un unico movimento; si dileguano come rettili sguiscianti nella confusione della folla, tra spintoni ed urti. Nessuno mi nota o si spaventa, pur essendo circondato da una moltitudine di gente.

Secondo le nostre previsioni il piano dovrebbe prevedere un preciso e minuzioso progetto di disseminazione del contagio; gli epicentri di diffusione dei nano-soppressori dovrebbero essere ovviamente tutti i principali paesi più industrializzati. Obiettivo primario, le grandi capitali europee, il Giappone, la Corea e le coste del Pacifico settentrionale.

Una volante della squadra omicidi all’angolo tra la Mercury e la Stones… mi vedono gesticolare con un tesserino in mano, si voltano scrutandomi, rallentano e accostano montando sul marciapiedi. Li raggiungo di corsa. Dal lato del passeggero scende un agente, cauto e con la pistola in mano, me la punta addosso; mi grida qualcosa di confuso ma me ne accorgo solo dal movimento delle sue labbra, perché il rumore che mi circonda è assordante. Rallento i miei passi, alzo le mani con la placca dorata di riconoscimento in evidenza e gli dico che cerco aiuto. È sceso anche l’altro agente e mi punta contro la pistola come se fossi un pericoloso ricercato. Spiego le mi ragioni, che ho assoluto bisogno di un passaggio fino alla stazione di trasmissione della Costantine Station per lanciare un messaggio cifrato: priorità uno, mento. Mi negano il loro appoggio, scuotono il capo entrambi mentre si scrutano di sottecchi e fanno per andarsene, quando dico loro di conoscere il capo della loro sezione, Jonan Fink. Si immobilizzano, e tra l’incerto e l’imbarazzato, esitanti ma senza alternative, mi dicono di salire. Il viaggio sarà breve.

Miliardi e miliardi di micro-robot stampati in serie apposta per l’olocausto definitivo, per il genocidio assoluto. Killer tanto spietati quanto silenziosi; niente è paragonabile in termini di efficacia. I sapienti capi, le alte sfere decisionali, sono tuttora ignari di quanto sia risibile reperire sul mercato pochi ma ben remunerati tecnici dotati di macchinari altamente specializzati per la costruzione di nanotecnologia. Di quanto sia poco impegnativo proprio in termini di costi, una volta acquisite le basi, la creazione di massa a livello industriale. In un processo produttivo ben organizzato, efficientemente gestito e diligentemente custodito, si possono arrivare a produrre dieci milioni di nano-killer al minuto. Questo loro lo sapevano bene. Sfortunatamente per noi tutti, hanno deciso di ignorarlo.

Guardo fuori dal finestrino, sotto di me, e vedo solo smarrimento. Fuochi isolati, un po’ più là, a testimoniare l’arrivo della peste. Poi osservo i due agenti di fronte e penso che avranno il privilegio di rimanere vivi fino a quando l’antidoto che si sono iniettati in vena non avrà più alcuna forza di combattere il virus paziente e silenzioso in attesa solo di portargli in dono la morte. Il loro corpo metabolizzerà naturalmente quella specie di "camuffa sangue a tempo", e quando i nano-robot sentiranno il vero odore del plasma...

Non c’è rimedio, lo abbiamo cercato a lungo, lo abbiamo studiato, e ci siamo arresi di fronte all’evidenza dell’ineluttabilità di un arma nata per distruggere l’Umanità. Morte certa. Il genocidio, secondo i nostri calcoli, dovrebbe compiersi in tre soli giorni. Solo tre. E non ci sarà più essere umano vivo sulla faccia della Terra, perché non si sfugge alla sua morte.

C’è, o meglio, c’era solo una parziale e timida possibilità di salvezza. Un surrogato provvisorio e traballante, una morte temporanea connessa con un tenue filo ad una vita sospesa. Rischiosa e angosciante, forse, ma efficace. Bisognava però essere benestanti e dotati di notevole capacità di vaticinio. Bisognava esser veggenti, effettuare l’ordinazione di un clone con materia cerebrale inclusa, spedirlo ben impacchettato su Libertysite o magari sulla lussuosa e luminosa Meadowsite, e mantenerlo efficiente e funzionale; poi acquistare il miglior reverser, il Dcoder4U della EmpaTech a otto vie, farsi bucare il cervello per una connessione neurale ed esser pronti, il giorno del Giudizio, a riversare temporaneamente la propria coscienza nel proprio PC. E poi aspettare e sperare in una riuscita trasmissione criptata del proprio ego a 380.000 Km di distanza, che risulti pulita, senza interferenze e franca dalla pirateria, ghiotta di dati bio-informatici da riversare in qualche perversa interfaccia a pagamento. In fine, sperare che il corpo affittato sia in buone condizioni, non sia una fregatura dalle scadenti qualità biologiche e che non si spenga nel giro di qualche misero giorno.

Questo è l’unico modo, piuttosto complicato ed avventuroso: obiettivamente, una bella scommessa col fato.

L’unico per i comuni esseri mortali cittadini del pianeta Terra.

Se invece si è un alto membro del corpo dirigenziale dei servizi segreti, si è abbastanza potenti da avere accesso a questo tipo di informazioni strettamente riservate, e si è sufficientemente avveduti, disonesti e senza scrupoli, ci si appropria illecitamente di un clone destinato a semplice ed umile pezzo di ricambio, ed il gioco è fatto; presa cervicale, impianto neurale e decoder, sono già forniti spontaneamente e gratuitamente dal nostro generoso governo.

Arriviamo al centro trasmissioni satellitare atterrando goffi e pesanti in uno spiazzo ritagliato faticosamente tra la folla che continua a fuggire senza sosta. Mi chiudo lo sportello della volante alle spalle e quando giro la testa per osservarla andare via è già scomparsa tra le nubi.

La stazione è completamente deserta, abbandonata a se stessa, mentre intorno a me continua a dispiegarsi inutilmente la frenetica corsa verso la salvezza. Le porte scorrevoli mi si aprono davanti silenziose, entro ed occupo indisturbato uno dei sedili del comlink. Connetto il cavo alla base della nuca e aspetto il segnale di ritorno. Il portello d’accesso è aperto e da questo momento, con un clic sulla tastiera, attraverserò il vuoto assoluto dello spazio per poi poter riversare tutto il mio io all’interno di un piccolo computer. Un tonfo sordo e pesante. Non riesco nemmeno più a mettermi paura. Un corpo cade improvvisamente privo di sensi davanti all’entrata a vetri della Costantine Station. Sono arrivati.

Mentre osservo una scena che sembra cristallizzata in un tempo rallentato, del sangue inizia a fluire lento e copioso dalla bocca del povero predestinato. Qualcuno corre disperatamente sullo sfondo di quella foto ormai sfocata e poi lo sento cadere già morto. Ho pochi secondi prima che i nano-soppressori arrivino anche ai miei polmoni. Solo pochi e miseri secondi.

Un tuffo nel destino. L’immersione in una preghiera di speranza.

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