ILLUSIONI
Roberto Sturm
Daniele lasciò la darsena aiutandosi con un bastone ricavato da un piccolo tronco. Fece leva su uno dei moli ancora integri e il piccolo fuoribordo, beccheggiando lentamente, mosse verso l’uscita del porto. Attorno, l’odore della putrefazione era così forte che, nonostante l’abitudine, era difficile anche solo sforzarsi per camminare.

L’Adriatico, o ciò che ne rimaneva, completamente ricoperto da alghe marce. Pesci morti galleggiavano, pancia in su, accanto a flottiglie di bidoni di plastica, sacchetti della spesa, pezzi di legno, rottami vari. Un barile di Esso Extralube, portato dalla debole corrente, strusciava contro la fiancata della barchetta in fibra di carbonio attraccata a un palo. In piedi rivolto verso prua, usando il bastone come remo, Daniele poteva vedere lo spesso strato di alghe rosse diviso in due dalla punta della barca. Le alghe, prodotte in massiccia quantità, erano l’ultimo tentativo del mare di neutralizzare gli scarichi letali dei fiumi.

Quando uscì dal porto, grondante di sudore, il sole stava sorgendo. Il chiarore vivido dell’alba, in netto contrasto all’enorme quantità di pesci morti che galleggiava, dava all’acqua un aspetto innaturale.

Daniele si allontanò dal porto fino a quando non notò che lo strato di alghe era diminuito a causa delle correnti che lo spingevano verso la riva. Si spostò a poppa e calò con attenzione il trentasei cavalli Johnson, valutando che la possibilità che l’elica s’incagliasse era ormai praticamente nulla. Il motore scoppiettò ma dopo cinque o sei tentativi, dopo l’ennesimo ribollire d’acqua, partì aumentando il dolce beccheggio della lancia.

"Merda!" La ragazza rimise in tasca un ritaglio di giornale ingiallito pensando che la forza evocativa di quei caratteri stampati sarebbe rimasta inalterata col passare degli anni. Era del periodo in cui sembrava ancora possibile invertire la tendenza che stava portando l’umanità all’autodistruzione.

"Cazzo!" Di nuovo, pensando a come invece erano andate le cose. Afferrò meccanicamente il binocolo per dare un’occhiata in giro. Sapeva che non c’era più nessuno, e se qualcuno fosse rimasto non lo avrebbe fatto certamente per lei. Ormai sapevano che era rimasta sola e che quindi non era più in grado di nuocere.

L’amaro sorriso che si dipinse sul suo volto fu cancellato da un piccolo punto lontano. Mentre metteva a fuoco l’immagine si morse il labbro inferiore.

Prese un coltello da una cassa di legno che si infilò nella tasca posteriore dei pantaloncini e salì sulla barca ormai ridotta a un relitto. Si diresse incontro all’altra imbarcazione dimenticandosi dei rifornimenti che aveva preparato. Subito dopo essere partita, colta da un capogiro, riuscì a malapena a mantenere l’equilibrio. Non poté fare a meno di preoccuparsi per la frequenza con cui quei malesseri ultimamente la colpivano.

Il sole era già alto quando la nauseante puzza esalata dal pesce putrefatto gli arrivò alla gola facendolo vomitare. In quel cibo vomitato, rapito dallo sciabordio delle onde, vide la scia disordinata della gente che si era riversata verso l’interno, lasciando il mare morire. Proprio le persone che da sempre avevano affermato di amare il mare (o meglio le crociere e la vita da yacht, ironizzava sempre Daniele) erano scappate per prime, al riparo dall’inquinamento radioattivo. Erano rimasti in pochi a cercare di fare qualcosa (ma cosa?) per quella distesa che si perdeva all’orizzonte. Ma lentamente, con un senso d’impotenza crescente, a uno a uno si erano ritirati tutti e lui era rimasto l’unico a vagare nel mare trasformatosi in una immensa palude salmastra.

Cercò tra le provviste qualcosa che placasse il gusto amaro che sentiva in bocca. In mezzo alle lattine di Heineken trovò delle confezioni di succo d’ananas. Ne bucò una con la cannuccia e bevve a piccoli sorsi. Il caldo aumentava e si tolse la maglietta. Controllò di nuovo le cinque taniche di miscela che aveva sistemato a poppa, al riparo dai raggi del sole. Doveva averne cura, erano quelle che gli garantivano di arrivare al Po, poi per il ritorno…

Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto da un’immagine lontana. Daniele immaginò una barca alla deriva e spostò il timone. Mentre si avvicinava riuscì a distinguere una sagoma che si stagliava nettamente all’orizzonte e per un attimo, insieme a un rapido movimento della figura, fu accecato da un improvviso bagliore. Poco dopo riconobbe una donna, poi incrociò uno sguardo fiero, due occhi scuri come i corti capelli corvini. Fermò il motore e avvicinò le due barche servendosi della gaffa. Con un balzo la ragazza passò dalla lancia al piccolo fuoribordo. Non appena Daniele notò il moncherino, intuì la causa del bagliore che lo aveva investito e ne distolse subito lo sguardo. Frugando tra le provviste la invitò a sedersi.

"Cosa ti è successo?" Le allungò una birra.

La ragazza accettò la lattina senza curarsi della domanda.

Mentre beveva avidamente, Daniele poté osservarla meglio: la sua carnagione chiara aveva lasciato posto a una pelle quasi olivastra che da tempo doveva essere esposta al sole, come dimostravano anche le carnose labbra screpolate. Sentì dentro di sé un immediato moto di solidarietà verso quella persona che, come lui, aveva scelto di restare.

La canottiera bianca ampiamente scollata e i jeans tagliati corti che indossava mettevano in risalto le curve sinuose del suo corpo. Quando riuscì ad inquadrarle il viso scavato, dai tratti regolari e proporzionati, notò un evidente velo di stanchezza.

"Come ti chiami?"

"Giovanna."

Il tono tagliente della voce di lei lo fece tornare sulla difensiva. Ritornò a rovistare tra le provviste e le allungò una scatoletta di Simmenthal.

"Uhm, proprio quello che ci voleva." Un lievissimo sorriso le piegò gli angoli della bocca.

Daniele evitò ogni commento, si limitò a un’occhiata. Aveva capito di trovarsi di fronte a una persona che non doveva essere interrogata. A meta scatoletta, infatti, fu lei a chiedergli: "Come mai sei qui?"

"Non lo so," rispose con franchezza, preso alla sprovvista. "Pensavo di voler raggiungere la foce del Po, ma ora…"

Mentre un’espressione di smarrimento segnava il volto di Daniele un sorriso portava via gli ultimi segni di ostilità da quello della ragazza.

"C’è sempre una ragione. Per tutto," gli disse.

Giovanna buttò in mare la scatoletta vuota e lui si sentì a disagio di fronte a quella donna.

"Non ti consiglio di arrivare fin là."

"Perché?"

"Il livello di radioattività del Po era sopra la soglia di tollerabilità già un mese fa. Considera il recente aumento della scorie scaricate e trai le conclusioni."

Daniele si guardò intorno interdetto.

"Stai tranquillo, il mare, data la sua massa, diluisce in un arco di tempo maggiore gli effetti nocivi del fenomeno, ma prima o poi…"

"Ma come fai a sapere tutte queste cose?"

Giovanna accennò una smorfia, come a prenderlo in giro: "Hai mai sentito parlare di contatori geiger?"

"Certo."

"Beh, io ne posseggo uno, nascosto insieme a dei rifornimenti in un luogo sicuro. Ogni tanto mi diverto a fare dei rilevamenti."

"E dov’è?"

"Se te lo dicessi che razza di nascondiglio sarebbe?"

Daniele pensò che la ragazza non si fidava di lui e il suo volto si scurì.

Dopo qualche minuto in cui il silenzio era rotto solo dallo stanco ronzio del motore, Giovanna tirò fuori una piccola confezione di grasso e un fazzoletto che teneva in tasca. Chiese a Daniele se sapesse che cosa stesse accadendo all’interno.

"No, non sono più andato da quando è cominciato l’esodo. Non m’interessa, ma comunque posso immaginarlo." Indicò il mare e distolse lo sguardo infastidito quando Giovanna cominciò a lucidare con cura il moncherino.

"Io ci sono stata tre mesi fa, in occasione dell’ultima manifestazione pacifista organizzata. Capirai," ghignò autoironica, "saremo stati poco più di un centinaio. La gente è invasata, gli incidenti di frontiera all’ordine del giorno e tutti lavorano nelle fabbriche per assicurarsi un posto nei rifugi antiatomici. Non sentono più niente, soprattutto dopo il discorso dell’arteriosclerotico…"

"Sì," la interruppe. "Il Presidente. L’ho visto anch’io quando ha detto che solo il sacrificio di tutti e l’aumento del capitale atomico del Paese può, forse, ancora evitare la guerra. Solo la paura può evitare al nemico di premere il bottone."

"E l’intera popolazione, montata dai mass-media, ha risposto all’appello."

La mente di Daniele tornò al giorno successivo al discorso e rivide le strade piene di persone dall’espressione ebete che manifestavano il loro insensato orgoglio patriottico per un pezzetto di terra oggetto di disputa tra Italia e Croazia. Un lembo di territorio passato alla Jugoslavia alla fine della seconda guerra mondiale, e che solo l’ascesa al potere di governi di destra e ultranazionalistici, il primo in Italia e il secondo in Croazia, aveva riportato d’attualità. La punta di un iceberg che nascondeva interessi economici enormi.

"Vedi," lo riportò al presente Giovanna agitando il braccio con il moncherino, "questo è ciò che ho guadagnato per dire che stanno sbagliando, che non ha senso lavorare per distruggere il mondo e salvare se stessi." Fissò il moncherino. "Ne sono fiera e lo curerò sempre come meglio posso. Fino alla fine sarà la prova del mio dissenso. E la mia fine, puoi scommetterci, sarà proprio qui. Non darò a nessuno la soddisfazione di vedermi elemosinare un posto in un rifugio. Che senso avrebbe?"

Giovanna si fermò, rivolgendo l’attenzione al mare che stava ingrossando.

"Guarda," indicò, "più avanti c’è brutto. Torniamo indietro e fermiamoci in un posto che conosco." Prese il timone e invertì la rotta. Daniele la sentì appena, teso com’era a pensare che anche lui aveva cercato, senza successo, di far capire alla gente quelle stesse cose. Solo adesso, troppo tardi, aveva incontrato una persona simile a lui. Mentre si stavano lasciando alle spalle il brutto tempo, osservò il tramonto: l’acqua era illuminata da una luce spettrale e le striature rossastre davano l’impressione di un mare insanguinato e sofferente.

Sembrava l’opera di un pittore surrealista.

E lo specchio del suo animo.

"Ecco, il posto è quello." Giovanna indicò una piccola radura. "Credo che sia l’unico corso d’acqua non ancora contaminato di tutta la zona."

"Vuoi dire che tutti gli altri…" disse Daniele visibilmente smarrito.

La ragazza rispose con un cenno del capo.

"Bastardi."

Giovanna barcollò in cerca di un appiglio e Daniele allungò un braccio.

"Non ti senti bene?"

"Non è niente, solo un capogiro. Forse la pressione o semplice debolezza. Va già meglio," disse Giovanna allentando la presa e cercando di mascherare la propria preoccupazione.

"Dove siamo?"

"Che importa. Fermiamoci qui, il mare si sta calmando. Hai una coperta, vero?"

"Sì, una soltanto."

"Basterà."

Fu quella notte che, svegliata dall’ennesimo malessere, scagliò lontano il coltello che teneva nascosto nella tasca. Fissò il viso di Daniele che dormiva profondamente, e ripensò alla dolcezza e alle attenzioni che aveva avuto nei suoi confronti.

Era la prima volta che accadeva. Si riaddormentò con il sorriso sulle labbra.

Era quasi giorno quando Daniele si svegliò. Era parecchio che non dormiva così profondamente, forse perché era tanto tempo che non dormiva in compagnia. Si sentiva disteso, liberato dalle angosce che lo avevano accompagnato negli ultimi mesi. Allungò una mano ma lei non c’era. Si alzò di scatto e guardò verso il torrente, mentre il primo raggio di sole illuminava il corpo completamente nudo di Giovanna che stava uscendo dall’acqua. Lei lo vide: "Bisogna approfittarne, non sapppiamo fino a quando sarà possibile bagnarsi nel torrente. Uscì dall’acqua, il suo corpo e il suo viso sembravano baciati da migliaia di gocce di rugiada. Quando fu di fronte a Daniele lo baciò. "Sì," sussurrò lui mentre si avviavano verso il piccolo fuoribordo, "anche la mia fine sarà qui. Qui con te."

Passarono il resto della giornata senza fare niente.

Daniele parlò molto, come per liberarsi per un peso interiore, confidandosi completamente. Lei ascoltava, rivolgendogli rare domande. Ogni tanto si perdeva nei ricordi e assumeva un’espressione impenetrabile. Daniele allora la fissava senza riuscire a intromettersi nel filo dei suoi pensieri.

Dopo cena lei cominciò di nuovo a lucidarsi il moncherino e Daniele, per non assistere a quella scena che lo turbava, andò con la torcia a controllare le provviste. "I viveri sono quasi finiti," disse a voce alta.

"Senti," gli fece eco Giovanna, "sempre costeggiando verso nord, a circa otto miglia da qui, c’è un ammasso di siepi davanti a una spiaggia di sassi. Là troverai viveri, carburante e munizioni."

"Armi?" chiese Daniele sospettoso.

"Nel caso fossimo attaccati," esitò Giovanna. Non si può mai sapere." Avvicinò le labbra screpolate prima che lui potesse ribattere.

Ma Daniele aveva già dimenticato perché era felice. Lei gli aveva appena rivelato dov’era il suo nascondiglio, e per lui questo significava più di ogni altra cosa.

Giovanna invece si rese conto di non aver avuto il coraggio di sfruttare l’occasione che si era costruita deliberatamente (che senso avrebbe avuto, altrimenti, parlare delle armi?) per dirgli la verità. Temeva di perderlo, e non sarebbe riuscita a sopportarlo.

La notte passò veloce, in un susseguirsi di amplessi quasi violenti a causa della passione profusa da entrambi. Daniele ebbe più volte la sensazione che Giovanna cercasse di farlo entrare completamente in lei, come per comunicargli qualcosa.

Era quasi l’alba quando, ormai stremati, abbracciati l’una all’altro, si addormentarono.

Daniele fu svegliato dal sole che gli batteva in pieno viso. Aprì gli occhi lentamente, come per assaporare più a lungo il dolce tepore. Si voltò verso il torrente mentre Giovanna stava per immergersi nell’acqua.

Sorrise nel vederla così bella e capì di amarla immensamente. Lei ricambiò il suo sguardo, poi prese a nuotare. All’improvviso balzò fuori dall’acqua e, dopo un vistoso barcollamento, cadde a terra.

"Giovanna!"

"No, non avvicinarmi e non toccarmi," urlò lei. "Ormai per me è finita. E’ solo questione di tempo."

"Che stai dicendo?"

Giovanna fissò il torrente con occhi carichi d’odio. "Maledetti bastardi, hanno distrutto tutto." Sputò veleno puro. "Tutto quanto. Spero che presto tocchi anche a loro."

"Sono arrivati anche qui, capisci?" riprese. "Ho sospettato qualcosa dopo i primi malesseri, ma non volevo crederci. Per questo ho smesso di fare rilevamenti. Era inevitabile che cominciassero a scaricare le scorie anche in questo fiumiciattolo, ma a cosa serviva saperlo? A rimandare una fine inevitabile, certo, ma anche a distruggere l’ultima speranza."

La mente di Daniele era un susseguirsi di pensieri, faceva fatica a seguirla.

"Tanto prima o poi doveva accadere, chissà quanto tempo è che assorbo radiazioni direttamente dall’acqua. No," disse risoluta a Daniele al suo accenno di avvicinarsi, "non ti muovere."

"Ma siamo stati a contatto…"

"No, tu non ti sei immerso e non hai ancora malesseri," disse lei lucidamente.

"Ma io ti amo."

"Zitto." Le scese una lacrima.

Daniele tentò di avvicinarsi più volte ma lei, solo con la forza dello sguardo, glielo impedì. Non riuscì a fare un solo passo in avanti e alla fine, sopraffatto dalla stanchezza, si addormentò.

"Daniele." Il flebile richiamo lo svegliò.

Lui si avvicinò leggermente, fin dove lo sguardo di Giovanna glielo permetteva. "Ricorda, a otto miglia da qui… Le siepi."

"No, resto con te."

"Non fare lo stupido, non servirebbe a niente. Vai, tra poco sarà giorno…"

E probabilmente tu non riuscirai a vederlo, finì mentalmente la frase Daniele.

La paura di vederla morire era più forte di qualsiasi altro sentimento, in quel momento. Dopo averlo visto partire, Giovanna si sfogò in un pianto dirotto rimpiangendo di non avere saputo dire la verità neanche all’unico uomo che avesse mai amato. Non era stata capace di vivere pienamente nemmeno quegli ultimi due giorni che avrebbero potuto essere i più belli di tutta la sua vita. 

Ad un tratto si tolse il moncherino con rabbia, come per rinnegare il suo passato più recente o, forse, per essere sicura che al suo ritorno Daniele avrebbe compreso ogni cosa.

"Lui capirà, ne sono certa."

Era quasi buio quando Daniele intravide la foce.

Era occorso più tempo del previsto per il viaggio di ritorno perché il fuoribordo, caricato più del lecito, non riusciva a sostenere la stessa velocità dell’andata. Daniele aveva preso quasi tutto, anche le cose inutili per ritardare il ritorno e non rischiare di trovarla ancora viva. Non avrebbe retto nel vederla morire. Si chiese ancora una volta dove Giovanna avesse preso tutta quella roba e a cosa le potessero servire le armi.

Appena sceso vide il corpo immobile di lei. Fu subito sopraffatto dal rimorso di non essere rimasto. Urtò qualcosa con un piede, un rumore metallico attirò la sua attenzione. Era il moncherino e spostando lo sguardo verso Giovanna vide la mano senza mutilazioni. Integra. La sua mente fu trapassata da mille pensieri.

Meccanicamente, si avviò verso i jeans corti abbandonati nei pressi della sponda e frugò nelle tasche. Oltre al fazzoletto e il grasso trovò un ritaglio di giornale piegato e ingiallito.

Era la prima pagina del Corriere della Sera di qualche mese prima.

NUOVO ATTENTATO TERRORISTICO 

DEI SABOTATOTI ANTINUCLEARI

Saltate in aria tre fabbriche e uccisi cinque custodi

E più in basso la foto di Giovanna.

Giovanna Bassetti, una componente della banda

"Mi ha mentito. Oltre che sulla mano, anche su questo."

Gettò la pagina lontano, raccolse il moncherino e si sedette ad osservare il mare. Per molto tempo, perfettamente immobile, pensò a quel "C’è sempre una ragione. Per tutto," che spiegava parecchie cose.

Era tutto finito, pensò, per colpa del moncherino che lei, probabilmente, si era tolta per lenire il dolore.

Una terrorista.

Ma non era questo che lo feriva, perché più terroristi di lei erano coloro che stavano preparando la guerra che avrebbe distrutto la terra, ma le bugie e i giochi psicologici (come la pantomima della lucidatura del moncherino) a cui lo aveva sottoposto per assoldarlo.

All’alba vidi il mare illuminarsi, e con esso le miriadi di pesci morti. Adesso si sentiva uno di loro, uno di quei pesci a cui aveva sempre paragonato coloro che erano fuggiti all’interno. Vide anche le alghe, a cui si era sempre sentito vicino e a cui aveva paragonato la stessa Giovanna. Si alzò, andò a prendere il contatore geiger che si era portato dietro e si avviò al torrente. Misurò la radioattività e il livello non ammetteva dubbi. Si svestì e s’immerse. Non valeva più la pena vivere, non c’era più nessuno che lo meritasse.

Era deluso da tutti. Da coloro che si erano rintanati all’interno che erano i responsabili della morte dell’Uomo, da Giovanna che aveva causato la fine della sua dolce illusione.

Lei non era come lui, perché mai Daniele le avrebbe mentito.

Ormai in agonia, attaccato da dolori atroci, si voltò a guardare il corpo senza vita di Giovanna proprio nell’attimo in cui il sibilo di un missile lacerò l’aria. Non lo sentì, immerso nei suoi pensieri.

Così non seppe mai che i pesci morti e le alghe, entro breve, sarebbero scomparsi. E che coloro che stavano per distruggere il mondo si erano macchiati di un crimine ancora peggiore. Avevano distrutto un amore.

Quello suo e di Giovanna. L’ultimo.