Opzione Borges
Federico Gattini


Memphis blues again
Pisa, 2004
Nudo, sotto la doccia, si insapona le ascelle al suono di un Memphis blues again che l’impianto stereo gli restituisce piatto e frusciante, ma cazzo con lo stesso fascino di ieri, da una copia in vinile ancora mono. 
E mentre si sta chiedendo se sia veramente la fine -inchiodato a Mobile con ancora il blues di Memphis-, altri muovono le pedine, cercano i tasselli del puzzle, infilano le cinquanta lire nel vecchio flipper Gottlieb con la faccia anfetaminica da joker disegnata sul pannello in vetro. 
Altri tirano quei fili che lo porteranno in mezzo a tutto quel casino.
Ma lui tutto questo non lo può nemmeno immaginare.
Yossarian ha un presentimento
Silla, 2004
Dicevano i nonni a Yossarian, tanti anni prima, che da vecchi si acquista qualcosa, come un sesto senso che ti dice quando sta per accadere qualcosa di grosso, qualcosa di brutto.
E se questo senso fosse dovuto ad una sorta di compensazione per le inevitabili perdite che gli altri sensi, quelli regolari, dovevano subire o se invece fosse dovuto all’esperienza, una specie di capacità inconscia di cogliere in anticipo i segnali di pericolo, questo a Yossarian non l’aveva spiegato nessuno e adesso, adesso che forse vecchio non lo è ancora, a questa cosa ci pensa. 
Ci pensa perchè dovrebbe essere tranquillo, perchè la preparazione a tutto il lavoro è stata meticolosa, il suo capolavoro assoluto, eppure, questa volta, per la prima volta, si sente dentro qualcosa di indefinito, una sorta di agitazione senza apparenti ragioni effettive, come se sapesse che qualcosa sta per saltare fuori sbagliato.
Arrancando sulla strada che porta alla villa dei Pozzato, continua a chiedersi quale particolare può essersi dimenticato, quale scherzo del caso può non avere messo in preventivo in questi ultimi tempi.
E il fatto che non gli salti in testa niente non lo rassicura.
Passa Silla e, prima di giungere a destinazione, ferma la macchina su un tornante dal quale si dominano i boschi e le cime dell’appennino reggiano. 
Scende dall’auto a respirare un po’ d’aria e, forse per la pace che quella vista sembra ancora conservare, ha l’impressione che le sue paure si allontanino.
Quando risale in macchina è molto più tranquillo e, nonostante non manchi poi molto alla villa, perde un po’ di tempo a cercare tra le cassette quel Bach, quello dei concerti brandeburghesi, che meglio si adatta allo spirito del momento.
Scimmie 
Vietnam, 1969
Una nuvolaglia bassa ed informe, stanca si direbbe, si abbassa sulle colline ed è l’unica nota di movimento in quel cielo grigio, uniforme e pesante che a lui sembra avvolgere ogni cosa, ogni pensiero, da quando è arrivato in quel luogo.
Guarda ancora per qualche secondo le nuvole, benedice le ostie e si gira verso i fedeli; dietro a loro, a nemmeno una ventina di metri, una scimmia grigia e rossastra non più alta di mezzo metro attraversa correndo sulle quattro zampe il piazzale davanti alle tende, si ferma a strappare delle foglie da un cespuglio e le mangia. 
Lentamente. 
Incurante del mormorio del suo gregge, Padre George Costanza rimane bloccato sul posto, ostie in mano, a guardare l’esemplare di Pygathrix nemaeus che esce ed entra dai cespugli quasi fosse a giocare. 
Scimmie, non ne vedeva da una decina buona di anni prima. 
Suo cugino Hank ed una tipa bruna che tutto poteva essere meno che sua cugina acquisita l’avevano portato allo zoo; facevano i cretini davanti agli scimpanzé. 
Faccette, mosse, pernacchie. Tutte quelle cose che i cretini fanno davanti alle scimmie allo zoo.
Hank era morto da due anni e a nessuno era sembrato essere importante, la tipa bruna non era al funerale.
E, se è per quello, nemmeno gli scimpanzé. 
Due phantom F-4 passano bassi sopra il campo, più bassi delle nuvole, e prima di essere arrivati sulle colline all’orizzonte, giusto un attimo prima, sganciano il loro piccolo inferno di napalm.
I soldati in fila si preparano per la comunione.
Altri due F-4 si dirigono verso la collina mentre Padre George introduce l’ostia nella bocca del primo di loro.
Altro napalm sulle colline.
La scimmia scompare nella giungla.
‘Certo che se un dio esiste davvero’ pensa il prete ‘io sono fatto totalmente’.
Opzione Borges
Silla, 2004
L’opzione Borges passa così.
Senza che nessuno tra loro esprima un dubbio o anche solo chieda qualcosa di più.
Yossarian, che di un finale così fuori luogo, così disarmante, non avrebbe mai nemmeno osato pensare l’esistenza, Yossarian alza la mano destra immediatamente per dare il proprio assenso.
E’ lì dentro da più di trenta anni e sa fino a dove può spingersi.
Discute con gli altri i particolari del piano -delle sue ultime fasi, s’intende; il piano vero e proprio è talmente vecchio che lui non l’ha nemmeno visto partire- e si accende sigarette che quasi non fuma, come se a lui del fumare interessasse poi solo quell’aspetto, sfregare il fiammifero lungo la scatola e aspirare quel primo tiro.
Il più intenso.
A questo punto la sua parte è finita.
Deve solo aspettare.
Aspettare che gli altri rovinino tutto.
Si alza, scambia due parole banali, tanto per dire qualcosa, con Roggi, che a vederlo così giovane ed entusiasta verrebbe quasi da pensare possa avere anche delle ragioni.
Si chiede se anche lui, da giovane, fosse stato così, se avesse accettato tutto senza pensare alle conseguenze.
‘O forse’ si dice "a questi delle conseguenze non gliene importa niente. Crolli pure il mondo, loro vogliono finire quello che si erano prefissati di finire, non importa il mezzo".
Si salutano, si abbracciano. Rimangono in attesa di nuove comunicazioni.
Escono, finalmente.
Lui sale in macchina con lo stomaco che gli si chiude e gli sembra quasi di essere sul punto di vomitare. Il ritmo cardiaco è più alto del normale, sicuramente, e la pressione gli tappa le orecchie.
Parte -male, il motore che ringhia mentre lui cambia le marce senza quasi toccare la frizione- e subito si rende conto che di andare a casa non ne ha proprio voglia.
Si ferma in un albergo quando ormai è arrivato in pianura, quasi a Bologna.
-è un albergo di quelli a limitato, ma non esiguo, numero di stelle. Un posto da agenti di commercio e impiegati di banca fuori sede. Vestiti buoni di quelli comperati alle svendite e che devono comunque durare qualche anno, cravatte tristi.-
In camera, finalmente, prova a ragionare.
Tutta questa storia gli mette paura e non riesce a capire se è la paura di chi non ha più vent’anni -e nemmeno cinquanta se è per quello- e teme che l’ultima mossa possa rovinare tutto il lavoro fatto in precedenza, oppure se è il timore reale che la situazione possa essere ingestibile.
Immagina morti, scene catastrofiche di esplosioni e attentati e ancora si chiede se non sia lui che esagera il tutto.
La doccia non lo rilassa e anche meno riescono a fare gli spaghetti tradizionalmente scotti che consuma assieme ad altri avventori solitari, i telefonini muti appoggiati sul tavolo.
Lasciar perdere, pensa, lasciare che tutto vada come deve andare, scappare in Messico giusto per sentirsi meno colpevoli ; un Messico da cartolina fatto di gente col sombrero e cantine senza luce elettrica.
Rientra in camera con la certezza che sarà una notte terrificante.
Dopo avere cercato per un po’ di addormentarsi, si alza, finalmente, e con un bicchiere di plastica pieno di un brandy ignobile sottratto all’infamia del frigo-bar, va alla finestra.
Guarda, lontana, la sagoma degli appennini.
Tutto, tutta la loro storia, è cominciata in quei boschi ormai più di centocinquanta anni prima. Un episodio insignificante di storia locale, un episodio ignorato da quasi tutti i libri. Un episodio che nessuno conoscerà mai.
Piangere, nascita di una setta
un bosco nei dintorni di Silla, 1844
Ci sono donne che non hanno mai visto un uomo piangere e ci sono uomini che non hanno mai pianto.
Alberto Di Julio, giovane capitano dell’esercito pontificio, giunge al giorno della propria morte senza avere ancora pianto in vita propria.
Nemmeno a Silla, quando erano andati su a prendere i rivoltosi, si era lasciato commuovere dalla carneficina, da quelle morti apparentemente inutili che avevano scosso anche i più rozzi tra i suoi subordinati.
Lui stesso aveva strappato la sciabola dalle mani di uno dei suoi soldati e l’aveva calata sul viso di una giovane bella come la madonna.
E ora, dopo che l’hanno picchiato a calci e pugni, picchiato così forte da pensare d’averlo già ucciso, Di Julio l’hanno inchiodato mani e piedi ad una quercia.
Lentamente e senza andare troppo in profondità, gli aprono la pancia dal basso in alto e lasciano che le viscere insanguinate gli escano dallo squarcio e si depositino a terra.
Nessuno tra loro dirà mai di essersi pentito, che una pallottola in fronte sarebbe bastata.
Nessuno, anche se in realtà cominciano a sentirsi colpevoli sin dal primo momento, sin da quando se lo trovano davanti, imbavagliato, e decidono che la sola morte è troppo poco per un bastardo del genere; e lui, il conte, che pure beve vino dal fiasco urlando che è pronto a squarciarli tutti fino a che non avrà infilato la lama nella trippa di Gregorio XVI, lui è quello che si sente peggio.
Tutto quel sangue, gli sembrerà di sentirne l’odore ancora per giorni interi, e gli occhi del ragazzo, non era il modo di vendicarsi, quello.
Arrivati al palazzo dei Pozzato, i tre scendono dalla carrozza, ringraziano il guidatore, uno degli uomini più fidati del conte, ed entrano nei suoi appartamenti.
"E’ nata" dice il conte, la voce profonda, triste, come avesse intuito il peso di quelle loro azioni.
"Si, è nata" gli risponde Remigio Giubertoni. L’altro, Antonio Roggi, fa per mormorare qualcosa ma si interrompe subito per vomitare.
Il conte apre la finestra che dà sul parco, inspirò fino in fondo l’aria fresca del settembre sui monti.
"Capaneo" urla agli alberi.
"A morte il Papa" urla ancora più forte Giubertoni.
Roggi, in un angolo della stanza, continua a vomitare.
Pagliari
Pisa, 2004
Il buio, l’odore del mare che pure è così distante ma che a lui, uomo di montagna, pare di sentire anche qua, a Pisa. L’inizio della primavera sembra altrettanto distante e lui cammina via dalla stazione curvo nel cappotto, il freddo che gli si è piazzato nelle ossa e non sembra volersene andare.
‘Sono peggio di Giuda’ pensa ‘sono l’equivalente umano dell’otto settembre dal punto di vista tedesco e sono persino peggio di...’ e rimane lì, con i pensieri intrappolati, incapace di ricordarsi il nome di quel calciatore che, un ventennio prima, riuscì a giocare senza troppe remore morali i derby di Milano e Torino in tutte e quattro le squadre delle due città -roba che ai suoi tempi, quelli di Yossarian da giovane, ci sarebbero voluti i caschi blu per salvare chi avesse anche solo pensato di fare una cosa del genere-.
La redazione pisana de ‘La xxxx’ è in un palazzone sulla strada che porta ai lungarni; rivolgersi ad un giornalista gli è parsa l’idea più decente, molto meglio che non agire con la forza, e poi non ha voglia di sangue, di organizzare nuovi attentati e di sentirsi ancora una volta più verme della precedente.
Passare la notizia ad un giornalista dovrebbe garantirgli una certa possibilità di successo e poi di questo tipo non ha raccolto che buone informazioni -è uno di quelli che corrono fuori dal branco, come lui, uno che non dovrebbe avere paura ad andare sino in fondo-.
Yossarian si piazza sotto le finestre illuminate cercando di immaginarsi il suo uomo al lavoro.
Rocco Pagliari ha un passato di cercaguai ed inchiestarolo non indifferente e Yossarian, forse per aiutarsi moralmente, lo pensa chino dietro ad uno schermo di computer che porta alla luce del sole squallidi intrighi di potere e scandali di provincia.
Un’ombra, la posizione china di chi sta battendo su una tastiera, appare dietro le tende.
Magari potrebbe essere davvero lui.
Leopardi ed il Secondo Principio della Termodinamica
from Paglia@zot.it to ink@goto.it 13/03/04 ore 18.33
All’epoca a noi piaceva Foscolo. O Keats e Shelley.
Leopardi sembrava troppo femminuccia per quel branco di pre-punk che ci si apprestava a diventare.
Adesso invece, con qualche anno di più, tutto sembra più chiaro. E non ti parlo di poesia, a me della poesia non interessa più niente -siamo diventati troppo concreti?-, è che mi sono reso conto che Leopardi sia stato il pensatore più lucido mai apparso su questo pianeta di quart’ordine.
Te lo ricordi l’omino felice che attraversava il giardino senza immaginare che ogni suo passo portasse morte e distruzione ad altri piccoli esseri vegetali ed animali dei quali manco conosceva l’esistenza?
La sofferenza, Leop l’aveva già scoperto che era una grandezza destinata ad aumentare quantitativamente come l’entropia. Il suo colpo di genio è stato questo, annunciare il Secondo Principio della Termodinamica applicato ai sentimenti; così come qualsiasi evento fa aumentare il calore disperso, il disordine, l’entropia dell’universo, parallelamente qualsiasi azione fa aumentare il dolore, la sofferenza totale.
Ce ne accorgiamo tardi, noi, di quanto sia grande il dolore nell’universo, i più disattenti -o solo stupidi?- se ne accorgono solo quando si avvicina la fine e la loro sofferenza diventa la sofferenza dell’universo.
Pausa.
Questo non si fa sentire per degli anni e la prima cosa che fa è blaterare a proposito della sofferenza e del dolore.
C’è mica bisogno di qualcun altro che continui a lagnarsi, vero?
Io non sono qua per esporre i tristi fatti di una vita saltata fuori così diversa da come uno l’aveva immaginata, o anche per lamentarmi di essere arrivato ad avere quaranta anni -la trovo una cosa naturale, capita a molti prima o poi, mi stupisco solo, ogni tanto, di avere comprato sia dischi di Bob Dylan che di suo figlio Jakob, addirittura di aver visto giocare con gli arancioni Johann Cruyff e, secoli dopo, il giovane Jordi (so che non sei molto ferrata nel calcio, per cui specifico che gli arancioni sono la nazionale olandese e non una setta religiosa)-, non sono qua per lamentarmi, quindi, avevo solo voglia di risentirti -ho incontrato Luca per caso e mi ha dato il tuo elettroindirizzo- e questa sparata su Leopardi non ha molto a che fare con eventuali sofferenze personali -ti giuro che sto bene-, solo che pensavo a noi, agli esami preparati assieme nel pleistocene e mi è venuta in mente questa storia su Leopardi, anche perchè, diciamoci la verità, io starò anche bene ma di sofferenza nel mio lavoro ne vedo tanta.
Sono giornalista, forse lo sapevi già, magari t’era caduto l’occhio sul mio nome alla fine di qualche articolo e avevi pensato ‘Tò, guarda’.
O magari no.
Le cose stanno andando abbastanza bene. Scrivo sulle pagine nazionali de La xxxx che, nonostante tutta la pubblicità gli si faccia in giro, rimane un quotidiano di secondo piano. Mi occupo di politica e costume; ogni tanto firmo qualche inchiesta per YYY, stesso padrone e stessi lettori rincoglioniti.
Certo, non è che mi diverta troppo. E’ che il lavoro di giornalista me lo immaginavo differente. Prendi quei film tipo ‘Tutti gli uomini del presidente’ o ‘Il muro di gomma’, ci sarà anche qualche giornalista, qualche redazione, che lavorano in quel modo; ma per noi, quelli che sono nella media, è tutto un altro genere di cose.
Qua a La xxxx, tanto per non fare esempi, ogni tanto sembra di essere al Papersera, il quotidiano di Paperone che aveva Paperino e Paperoga quali unici redattori e giornalisti. Capita spesso, più o meno verso le sei-sette di sera, che un caporedattore esca dal suo gabbiotto saltando come un canguro isterico e che ordini di scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, per riempire una o talvolta due pagine misteriosamente rimaste bianche. E’ così che nascono quelle inchieste sui gusti musicali, sessuali, televisivi e politici delle casalinghe, degli studenti e dei pensionati che riempiono alcuni quotidiani, il nostro su tutti. Io, perlomeno, provo a variare un po’ le risposte, a lavorare di fantasia; il mio cinico collega della scrivania accanto mette lo stesso grafico con le stesse percentuali per ogni inchiesta che si inventa.
21% risposta A
47% risposta B
3% risposta C
19% non sa o non risponde
E la cosa grave è che non abbiamo mai ricevuto nessuna protesta.
A ragionarci, poi, ne succedono di assurde. Per esempio c’è qua un ragazzotto che da un paio di settimane gira per la redazione senza che si sappia chi l’ha assunto e perchè. All’inizio distribuiva le Ansa ed i panini, adesso si è sistemato dietro ad una scrivania e di lì digita sul terminale recensioni cinematografiche che copia da altri giornali.
Ieri il direttore mi ha confessato di non sapere come fare a dirgli che non è quello il suo compito, per cui non glielo dice.
Come già detto, a me sembra tutto assurdo.
Adesso ti lascio perchè devo andare ad intervistare un frate che è stato eletto alla presidenza della federcaccia regionale.
Se anche tu hai voglia di conversare, il mio indirizzo è Paglia@zot.it.
Ciao.
Rocco
Onde radio - dal diario di Padre George Costanza
Vietnam, 1969
Le onde medie. A volte passo le notti con la radio. Quando penso di non farcela più, quando mi sembra che di tutto questo male, di queste sofferenze, la colpa sia anche mia.
Doveva essere così anche per Nostro Signore se davvero si è fatto crocifiggere per l’uomo.
Io sono il meno indicato per parlarne, comunque.
Devo solo soffrire in silenzio e non pregare.
E allora accendo la radio.
Rimango per qualche minuto ad ascoltare i nostri programmi, poi comincio a cercare i rumori.
Lamenti, dichiarazioni di esistenza, nuove forme di vita. Curioso che qualcosa possa esistere solo come rumore, radiazione.
Potrei stare per ore ad ascoltare, a volte mi immagino che siano le voci da un pianeta lontano, una religione di marziani, verdi, con le antenne.
Altre volte mi immagino che siano le voci dell’inferno, legioni di diavoli che ci chiamano e che, sicuramente, hanno già preparato il loro posticino per me e, allora, cambio subito la sintonia e cerco qualcosa di umano, musiche da night di quart’ordine da Singapore o da Bangkok, voci di donna che non comprendo, cameriere dal culo basso si aggirano tra i tavolini.
Bourbon, fumo, sesso a pagamento.
There must be a way to get out of here, said the joker to thief.
Once upon a time you dressed so fine
from Paglia@zot.it to Ink@goto.it 18/03/04 ore 13.55
Errori, cose da non fare, solo due o tre delle cento che mi vengono in mente:
1) andare alla festa di un vecchio amico che non si vede da anni -e presumibilmente non lo si vedrà ancora per un bel po’ visto che sta per andare in una comune religiosa nel nord dell’India- e poi, dopo qualche bicchiere di vino, mettersi a schitarrare con gli altri sopravvissuti: per un vecchio post-punk corazzato di cinismo può essere imbarazzante trovarsi col groppo in gola ascoltando ‘C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones’ e ‘Dio è morto’.
2) intuire, per la prima volta dopo anni, un mandolino nascosto sotto organi e chitarre di ‘Like a rolling stone’ del grande Bob e non capire se finalmente lo si percepisce grazie (1) alla nuova edizione rimasterizzata giapponese oppure (2) ad un incredibile tiro di fumo, anche quello il primo dopo anni.
(se per caso ti capitasse di ascoltarlo attentamente, fammi sapere quale delle due opzioni ti sembra più probabile).
3) mettersi in contatto con un vecchio amore.
Gli idioti vanno in paradiso?
Castel Vecchio, 1845
"Lui, il suo Paradiso se l’è già guadagnato".
Padre Alessandro Manzon faceva passare la mano tra i capelli di Salvatore, ne accarezzava il viso, quelle guance floride, rosse, che a tutti nell’istituto ispiravano moti d’affetto.
Suor Lucia ebbe, per un attimo, la tentazione di allungare la propria mano verso quel viso di innocente ma si bloccò, rigida come un pezzo di marmo, prima ancora di aver mosso alcun muscolo.
"Accarezzatelo pure, sorella" le disse Padre Alessandro guardandola negli occhi "é come fosse un bambino".
La suora posò una mano sulla sua testa e, subito dopo, gli fece una specie di buffetto sulla guancia.
L’infelice le sorrise.
"Non conosce il peccato, lui" disse quella e, immediatamente, Padre Alessandro si rese conto di avere anche troppo indugiato con lo sguardo sul seno da contadina della religiosa.
"Dobbiamo ancora guadagnarcelo il nostro Paradiso, noi" continuò quello, rossissimo in viso "non siamo così innocenti".
Anche Salvatore sospirò; ormai era al ricovero di Castel Vecchio da quasi sette mesi e la presenza di tutte quelle suore, tutte quelle donne, che lo accarezzavano, lo accudivano e, quando erano sicure di non essere viste, se lo sbaciucchiavano pure -non tutte, solo un quattro o cinque tra le più giovani- lo stava facendo diventare matto.
‘Se deve essere un sacrificio’ pensò ‘che lo sia fino in fondo’.
Come fosse uno dei martiri del cristianesimo dei quali tanto si parlava -in mancanza di altri argomenti- a Castel Vecchio, anche lui stava soffrendo come un cane e, a meno di sviluppi incredibilmente fortunati, anche lui sarebbe stato sacrificato alla fine.
Anzi, era messo molto peggio di quei santi, veri o falsi che fossero stati; loro erano sicuri che, alla fine del martirio, sarebbero stati ricompensati con l’eterna beatitudine del Paradiso, lui che era ateo poteva solo sperare veramente che alla fine di tutto ci fosse il vuoto assoluto perchè se solo ci fosse stata un’altra vita, un’altra vita come quella suggerita dai Padri della Chiesa, lui come minimo l’avrebbero tenuto appeso per le palle ad libitum.
"Voi credete davvero che gli idioti vadano in Paradiso?" chiese Suor Lucia.
"Ricordatevi, sorella, che dietro la mela del peccato originale è nascosta la voglia di sapere, di conoscere. Il frutto proibito che Eva prese dal serpente non è altro che l’interrogarsi, il volere andare a vedere per credere senza affidarsi alla Fede che da sola dovrebbe bastarci. Più cose conosciamo, più cose vogliamo conoscere, più siamo esposti al peccato. Beati i fanciulli e quelli che non sanno niente" e qua diede una nuova pacca sulla spalle di Salvatore "perchè loro non sono stati rovinati dalle insidie del mondo terreno".
Dopo un attimo di silenzio, il religioso ricominciò a parlare.
"Di idioti come Salvatore ne abbiamo a bizzeffe qua al convento. Alcuni ce li portano fanciulli, altri già uomini fatti; addirittura Salvatore l’abbiamo trovato fuori dal portone che non sono passati sette mesi. Pulito e ben vestito come fosse un signore".
"Anche a Recanati, da dove vengo io, c’erano molti infelici, ma non così tanti come qua" osservò Suor Lucia.
Padre Alessandro sorrise all’ignoranza della giovane religiosa.
"Non vi è stato ancora detto niente, devo supporre"
Suor Lucia scosse la testa.
"In gioventù il Santo Padre studiò a Castel Vecchio e, da quando venne chiamato al Trono che fu di Pietro, ha preso l’abitudine di venire di tanto in tanto a benedire il convento ed i suoi ospiti. Per questo molti infelici vengono lasciati qua".
Si parte
Napoli, 2004
Un’altra settimana è passata tra ripensamenti dell’ultimo momento e contatti sporadici con i capi, non si sa mai avessero cambiato idea.
Il giorno 20 Yossarian prende il pendolino diretto a Napoli.
Qua scende e si dirige alla biblioteca pubblica. Inserisce il proprio portatile in rete e spedisce il messaggio al giornalista.
La regola è questa: mai più di un messaggio dalla stessa città, mai niente che lo possa far individuare sino a che Pagliari non gli sembra convinto.
Esce dalla biblioteca e prende il primo treno verso nord.
He could have been the champion of the world
from Paglia@zot.it to Ink@goto.it 04/04/04 ore 23.55
Una volta ho fatto un sogno strano, di quelli che uno potrebbe chiamare premonitori se solo credesse alle premonizioni ed a cretinate del genere.
Insomma, mi ero sognato pari pari la storia vera che Dylan canta in Hurricane -primo pezzo del lato A di Desire (1975)- ; la triste vicenda di un pugile, Rubin Carter, accusato ingiustamente di omicidio e sbattuto in galera prima dell’incontro per il campionato del mondo dei pesi medi.
La mattina dopo mi ero alzato dicendomi ‘curioso, ho sognato Hurricane’ e, a riprova della mia onestà, avevo pure messo sul piatto il dylaniano disco.
Dopo, avevo fatto una doccia e ero uscito a comprare il giornale -non La xxxx, ovviamente, anche perchè non ci lavoravo ancora, era l’agosto del 1982 e facevo ancora lo studente-: pagine di cronaca estera, un trafiletto piccolo piccolo annunciava che Rubin Carter, il pugile accusato di omicidio il cui caso venne sollevato da Bob Dylan con il brano Hurricane, aveva perso il ricorso e la condanna all’ergastolo era stata quindi confermata.
Che non ascoltavo Hurricane prima di quella mattina saranno stati almeno almeno cinque anni -del resto nel 1982 ero nel mio periodo post-punk e a Dylan manco ci pensavo, te ne ricorderai bene-, da altrettanto tempo non sentivo nominare Rubin Carter ed ecco, il giorno dopo il sogno, che te lo condannano nuovamente (oltretutto una cosa scandalosa visto che i testimoni a favore, nel frattempo, erano tutti morti o qualcosa del genere).
Ti ho scritto queste cose per un motivo preciso, cioè che mi è capitato di nuovo; non di sognare Hurricane o Dylan, ma di capitare in mezzo ad una coincidenza del genere.
Cercherò di essere breve.
Poco tempo fa mi è capitato di sognare il Bernie -essere umano del quale non ho notizie da almeno un paio di decenni e del quale ti ricorderai, immagino, la passione per la musica e per le notizie riguardanti Alì Agca e l’attentato al Papa del maggio 1981 (una sera me la menò tanto con questa storia di assistere ad una udienza del processo al lupo grigio che, tornato a casa verso mezzanotte, svegliai mio padre per chiedergli se qualcuna delle sue conoscenze altolocate poteva procurarci un invito. Il brav’uomo mi chiese solo cosa avevo bevuto e non ne parlammo mai più)-.
Il giorno dopo che ho sognato il Bernie squilla il telefono in redazione e mi dicono che è per me.
Il Bernie, penserai te mentre leggi queste righe.
No, ti rispondo -per quello che ne so io potrebbe anche essere in Australia ad allevare koala-, un tipo però mi avverte che riceverò sul personal una sua e-mail urgentissima, vado a vedere e leggo che quello, il tipo, vuole uccidere il Papa e ha bisogno di parlare con me per motivi ancora oscuri.
Da morire per le risate.
Che sia un veggente e ancora non lo so?
E perchè tutte le mie ispirazioni, le mie illuminazioni, quando ho una schedina del totocalcio davanti si risolvono in un grande nulla?
Bah. Tornando al simpatico attentatore, con il quale sarò ancora in contatto nei prossimi giorni, sono ovviamente convinto che si tratti di un mitomane o, peggio, di uno scherzo di qualcuno degli idioti che entrambi conoscevamo ma, nel caso dovessi scomparire o altro, ti prego di far sapere questa cosa ai simpatici inquirenti.
Gli amici servono anche a questo.
Ne approfitto per spedirti anche la lettera che il tipo mi ha poi spedito per posta elettronica, fammi sapere cosa te ne pare.
Ciao. Rocco
Problemi col grande fratello
from Paglia@zot.it to Ink@goto.it 13/04/04 ore 03.05
Dando un’occhiata al mio programma di posta elettronica mi sembra di avere capito che niente di ciò che ti ho spedito la settimana scorsa -cioè la lettera del novello Alì Agca- ti sia arrivato.
A voler essere sinceri, non è che io abbia quella gran pratica con queste cose, posta elettronica e spedizione di file via Netscape. Voglio dire, non ho la benchè minima idea di cosa abbia digitato per spedirti il materiale ed il fatto che questo non sia arrivato conferma la sostanziale minore affidabilità del comportamento casuale rispetto a quello causale.
Ora, al termine di queste righe, farò un attach file di un file titolato Alì 1 dove ho concentrato la corrispondenza con il tipo -nome in codice Alì- (nel frattempo mi è arrivato un altro suo messaggio elettronico).
Farò tutto in 'plain text' perchè dubito tu abbia l'obsoleto Works 13 che io e pochi altri al mondo -Wayne Wang, San Francisco, Ca; Rasheed Al Mehmet, San'aa, Yemen; Satan's Resurrection Church, Visalia, Ca- ci ostiniamo ad usare solo perchè costa meno di Word 22.
A me Alì sembra pazzo; comunque, ciao.
Attach file Alì 1 - Prime rivelazioni
from BiblioServ@Nap.it to Paglia@zot.it 20/03/04 ore 15.33
Una cosa prima ancora di scriverle tutto quello che ho da farle sapere -e converrà poi che non sono affari da poco-: non deve assolutamente cercare di rintracciarmi, sarò io a farmi vivo se e quando sarà il momento per farlo. Qualsiasi tentativo da parte sua di cercarmi farà si che io tronchi immediatamente i nostri contatti e, così, quando questa faccenda sarà terminata, quando tutti i giornali del pianeta ci si getteranno sopra, lei potrà mangiarsi il fegato pensando che già avrebbe potuto sapere tutto, l’unico giornalista al mondo.
Altro che aumento di stipendio....
Il discorso è semplice.
C’è caso che io debba uccidere il prossimo Papa o, grazie al suo aiuto, impedirne l’elezione.
Poco chiaro, capisco; ma una volta che lei sarà venuto a conoscenza delle mie motivazioni, non potrà che essere d’accordo con me (sempre che lei sia un uomo di coscienza, mi verrebbe da dire un buon cristiano ma forse non è il caso, una persona alla quale stanno a cuore le sorti del mondo occidentale) ed il suo aiuto mi sarà indispensabile per giustificarmi, dopo, o magari far si che il mio gesto non sia necessario, e questa, mi creda, sarebbe la soluzione migliore per tutti.
Aspetterò qualche giorno in giro e poi mi farò nuovamente sentire.
A presto.
Attach file Alì 1 - Ulteriori rivelazioni
from BiblioServ@Fi.it to Paglia@zot.it 11/04/04 ore 13.33
Provi a pensare, se non l’ha mai fatto sino ad ora, quali possano essere i motivi per un progetto così clamoroso.
Politica, rivendicazioni sociali o territoriali talmente represse da necessitare di un gesto rumoroso, vendetta, improcrastinabile necessità di avere quel quarto d’ora di celebrità al quali tutti aspirano, pazzia.
Niente di tutto questo è anche lontanamente vicino a ciò che mi muove.
Io voglio solo che il mondo, se proprio non lo si può migliorare, vada avanti come sta andando ora, salvarlo dallo sgretolarsi delle sue radici morali.
Non voglio, un giorno che potrebbe essere vicino, vedere il pianeta abbandonare ogni concetto di virtù, di morale, e pensare che avrei potuto evitargli il naufragio.
Questa storia, la storia che mi porta a questo atto, comincia nel 1844 sopra i monti di Bologna. Provi ad immaginare una cittadina di pastori e contadini, di osterie sporche dove i contadini di cui sopra vanno a spendere la poca moneta che i padroni lasciano dopo essersi portati via il raccolto. In mezzo a questa desolazione c’è però qualcuno che vuole cambiare le cose; non i contadini e tantomeno i pastori, ma sono alcuni signori di città e persino un nobile che si riuniscono ad elaborare progetti di società ideali.
C’è anche la possibilità che sia una moda passeggera, sentirsi moderni e illuministi come surrogato di quell’atmosfera blandamente libertaria e fine-secolo finita, appunto, con il secolo precedente. Comunque i borghesotti assieme al nobile, il conte Pozzato della nobilissima stirpe dei Pozzato di Cesena, tramano nella notte per poter finalmente vivere in libertà.
L’idea che costoro possono avere di ‘vivere in libertà’ non è chiara.
Per alcuni di loro potrebbe solo significare liberarsi dal giogo dello stato pontificio -mi perdoni le lettere minuscole, ma uno che vuole uccidere il papa non può arrendersi di fronte all’ortografia-, forse anche solo dalle tasse imposte dallo stato pontificio.
Per altri, mi auguro i più numerosi, potrebbe davvero significare la voglia di vedere qualcosa di nuovo, la democrazia, magari persino qualcosa di simile allo stato sociale.
Comunque la voce di un’associazione segreta giunge sino alle orecchie della polizia pontificia; i moti dei Fratelli Muratori in Romagna sono appena terminati e l’ultima cosa della quale vogliono sentire parlare è un’associazione segreta che magari faccia scoppiare qualcosa d’altro.
Quando intervengono lo fanno con la mano pesante ed è qua, in reazione rabbiosa alla ferocia della repressione pontificia, che nasce Capaneo, una setta piuttosto che un’associazione segreta tradizionale; una setta che decide di agire a lungo termine non per migliorare, rivendicare o rivoluzionare, ma con un solo scopo preciso:
ABBATTERE IL PAPATO!!!!!!
Il nome stesso della setta è significativo. Capaneo, il sovrano che si ribellò a Dio e lo bestemmiò dalle mura della sua città. La città venne distrutta e Dante, pur apprezzandone il virile coraggio, lo piazzò nel suo Inferno a subire un’eterna pioggia di fuoco.
Io faccio parte di questa setta ormai da quasi quarant’anni e ne ho condiviso tutte le azioni, sia quelle intraprese durante la mia permanenza, che quelle compiute in passato.
Giusto per fare un esempio, i capitali con i quali venne finanziata la spedizione dei Mille erano nostri ; ed un nostro confratello, il quale era tra gli intimi del Garibaldi, continuò fino all’ultimo a suggerirgli di prendere Roma.
La situazione adesso è molto più complicata che in passato, però. Non siamo mai stati così vicini alla vittoria, lei non può nemmeno immaginare quanto ci si sia vicini.
Purtroppo le conseguenze di questa nostra azione, per come è stata impostata, sarebbero terribili; voglio dire, non me ne frega niente della caduta del Vaticano, anzi, ma è il progetto stesso di questa nostra azione che, secondo me, farebbe cadere troppe altre cose assieme al Vaticano ed io non me la sento di essere tra coloro che porterebbero questo cambiamento nel mondo occidentale.
L’assassinio del prossimo papa, per quanto io reputi l’assassinio di qualsiasi essere umano una delle azioni più atroci che si possano commettere, dovrebbe salvare il mondo da questo complotto e l’unica alternativa a questo assassinio è impedire che uno in particolare dei cardinali più in vista venga eletto papa.
Insomma, se lei come giornalista mi aiuta, tutti ne riceveremo qualcosa in cambio, se decide di non farlo, io sarò costretto a commettere un assassinio.
La chiamerò, questa volta per telefono, nei prossimi giorni; ora più che mai le raccomando il silenzio assoluto.
Le ripeto che qualsiasi tentativo di intercettarmi telefonicamente o sulla rete cadrebbe nel nulla ed io scomparirei per mettermi ad agire nuovamente da solo.
A Torino si dice che sei un bandito
Mar Tirreno, 1860
Il mare.
Il rumore del mare.
L’odore del mare.
Sdraiarsi sul ponte, la notte, e guardare in alto.
Creare nuove costellazioni alle quali dare nomi di donna.
Con il corpo che si muove orizzontalmente sull’acqua e la mente, in alto, tra le stelle, la terra non potrebbe essere più lontana e le stesse sue vicende, materiali, appaiono talmente irrilevanti che verrebbe voglia di cambiare rotta.
Sud-ovest.
Attraversare nuovamente le colonne d’Ercole e questa volta vagare, perdersi forse, come Ulisse verso l’ignoto.
Il rumore di passi frettolosi riporta il Comandante alla realtà.
"Ci stiamo avvicinando alla costa" gli dicono. Lui si alza con fatica e va verso la prora. L’odore, il profumo dolce, del tabacco da pipa del capitano della nave mischiato a tutto quel salmastro gli ricorda per un attimo qualcosa, qualcosa che subito fugge, un’altra notte, forse, in un altro mare.
Cerca con il cannocchiale segnali ma il capitano gli dice che è ancora presto.
Dopo un’ora, scambi di luci e di grida tra loro e la costa, poi lo sbarco.
Ernesto Navarra sale a bordo del Piemonte assieme a diverse scatole di fucili nuovi di zecca e di munizioni, tutto gentilmente donato da Capaneo.
Abbraccia il Comandante, un uomo che ha conosciuto a Roma 11 anni prima sotto il fuoco di francesi e borbonici, e tra lacrime appena accennate, virili, chiede di poterlo servire nuovamente.
Occhi di lupo
Castel Vecchio, 1845
Salvatore Esposito era stato trovato davanti al portone di Castel Vecchio una mattina di sei mesi prima; pulito, ben vestito, una cospicua somma di denaro assieme al biglietto anonimo che lo accompagnava.
Un infelice.
Un infelice bello, però, e sano, il quale dava mostra di non capire niente di niente ma che sembrava risvegliarsi dal suo mondo solo quando gli mostravano un’immagine della Madonna o di Nostro signore Gesù Cristo.
Allora i suoi occhi si accendevano di una luce che dava un risalto ancora maggiore a quel suo viso da putto barbuto. Sorrideva, Salvatore, e si buttava sulle ginocchia in adorazione estatica dell’immagine sacra.
Remigio Giubertoni era diventato Salvatore Esposito una mattina di sei mesi prima e ormai stava giungendo a grandi passi al limite della sopportazione; passi far finta di niente quando quelle suore giovanissime lo accarezzavano in un modo che a lui tutto pareva meno che casto, passi tutto quel pregare che sembrava non si facesse altro in quel convento, ma quella storia delle immagini sacre lui non la sopportava proprio. Ogni due-tre giorni, ogni niente, arrivava un prete od una suora con uno di quei dipinti che, a quanto pare, a Castel Vecchio si sprecavano e lui, lui che alla vista di un prete aveva solo voglia di tirar fuori il proprio pistolone, appoggiarglielo sulla fronte e far fuoco come gli sbirri avevano fatto con i suoi compagni -per calmarsi, la notte, si immaginava la scena, la canna appoggiata sulla fronte di Padre Manzon, i piagnucolii del religioso e poi il rumore assordante, sangue e cervella che si spargevano contro le mura-, lui si inchinava, sorrideva e pregava.
Non ce la faceva più.
Ancora qualche settimana, un paio di mesi al massimo, e poi, se il pontefice non si fosse fatto vedere, avrebbe dato fuoco a tutte le immagini sacre; anzi, prima avrebbe posseduto tutte le sorelle più giovani, tanto sembrava non aspettassero altro, e poi avrebbe bruciato le immagini.
Passata nemmeno una settimana dal proclama di Salvatore, si diffuse a Castel Vecchio la notizia che il Santo Padre sarebbe passato a pochissimi giorni -’uno o due al massimo’ si diceva- a benedire il suo vecchio convento.
Salavatore-Remigio, sulle prime, si sentì invadere da una gran voglia di fare, di saltare, di correre, come fosse rinato; l’ora della vendetta era giunta, alfine. Poi si rese conto che, molto probabilmente, non avrebbe ancora avuto molto da vivere ed il suo umore cambiò radicalmente. Era nervoso, soffocava con maggiori difficoltà gli scatti d’ira e aveva sempre mal di stomaco; nel buio della sua stanzetta, la notte, tirava fuori dal materasso il suo coltellaccio da boscaiolo e provava e riprovava la scena sino allo sfinimento, tirando dei gran fendenti all’aria.
Si chiedeva, poi, se sarebbe stato meglio essere preso come uno squilibrato e subito ucciso o avere il tempo di dichiarare chi fosse, perchè avesse assassinato il tiranno, con il rischio, però, che lo torturassero per sapere qualcosa di più. La notte precedente il gran giorno, andò in branda con questo dubbio che gli riempiva la testa; passata qualche ora senza che si fosse addormentato, sentì l’uscio aprirsi. Dei passi appena udibili ed un corpo si sedeva sulla branda.
"Sapevo che vi avrei trovato sveglio"
La voce, appena sussurrata, era quella di Suor Lucia.
Salvatore-Remigio non rispose ma si spostò per fare spazio alla religiosa; quella accese una candela, lo guardò fissa negli occhi e la spense subito.
Si trovarono abbracciati in un attimo, lei continuava a passare la mano tra i suoi capelli, come niente fosse cambiato tra loro.
Come fossero ancora una suora ed un povero deficiente.
Uscì in lacrime poco prima che la terza ora fosse battuta mentre l’altro cercava di capire la ragione di quell’incontro.
La mattina Salvatore-Remigio non sembrava nemmeno più lui, si muoveva a scatti e negli occhi aveva qualcosa della bestia, del predatore -l’inquietudine di chi si appresta alla caccia, di chi ha intuito l’odore del sangue-.
Padre Manzon, notando la sua irrequietudine, irrequietudine della quale nessuno era mai stato testimone nei sei mesi da lui trascorsi a Castel Vecchio, pensò di lasciarlo sedere in seconda fila, discosto da dove sarebbe passato Gregorio XVI.
Contrariamente a quanto pensava, quindi, Remigio venne a trovarsi in una posizione decisamente sfavorevole all’azione. Il Pontefice, infatti, sarebbe passato su di una pedana in legno piuttosto ampia e rialzata di un mezzo metro abbondante dal suolo e loro, gli infelici, sarebbero stati ammassati per terra sotto di essa. Una volta che si fosse alzato, avrebbe avuto davanti a se un’intera fila di idioti più o meno adoranti da superare prima di saltare sulla pedana; anche l’avesse fatto rapidamente, le guardie avrebbero fatto in tempo a mettersi a protezione del tiranno e tutto sarebbe stato inutile.
Non poteva lasciar perdere, però, poteva passare anche più di un anno prima che Gregorio tornasse al suo convento e di rimanere tanto tempo lì dentro non se ne parlava nemmeno.
Ormai l’eccitazione tra i religiosi era al culmine. Andavano avanti e indietro tra gli infelici, li sistemavano, appoggiavano alla parete quelli più assenti, tutto sempre più disordinatamente e di fretta; non dovevano mancare più che pochi minuti all’entrata del Pontefice nello stanzone, quello che in genere serviva da mensa per i poveri e per i disgraziati che là erano ospitati.
Remigio tirò fuori il coltello da sotto la tunica.
Chiuse gli occhi per un attimo e lo infilò con un movimento secco tra le costole del poveretto che aveva davanti. Questo, un ometto che sembrava vivere in un altro pianeta, in un altra dimensione, morì senza nemmeno un suono, senza accorgersene, almeno così sperava Remigio; tirò il cadavere verso di se e ne prese rapidamente il posto. Si guardò in giro, nessuno tra i religiosi pareva essersi accorto della cosa e l’ometto, appoggiato alla parete, poteva anche sembrare solo addormentato.
Remigio si appoggiò, quindi, alla pedana e aspettò con gli altri che si aprisse il portone dal quale sarebbe entrato il Papa.
Fu Padre Manzon a realizzare che qualcosa non andava per il verso giusto. L’ometto, adesso, stava perdendo un filo di sangue dalla bocca e Remigio, Signore, aveva uno sguardo che faceva paura -occhi di lupo, freddi-. Quando Remigio saltò sulla pedana, lui fece in tempo a mettersi davanti a Papa Gregorio ed i suoi occhi di lupo furono l’ultima cosa che vide prima che la lama gli penetrasse fino in fondo al cuore.
L’uomo in nero e l’uomo in grigio
Parigi, 2004
L’uomo in nero, nero quasi elegante e un po’ post-punk, cammina lungo i muri con la testa bassa.
Rapido.
-pochi anni prima aveva seguito la nazionale di calcio nella sua tournée statunitense con il compito di scrivere articoli di costume per La xxxx e yyy; rapito dalla totale desolazione, dalla morte civile rappresentata dai senzatetto e dai malati di AIDS indigenti privati dell’assistenza e, ancora, da coloro che cercavano il cibo tra i bidoni dell’immondizia, scrisse un’inquietante serie di articoli tipo ‘Quale società può permettersi certe cose?’, ‘Morire di fame davanti agli atelier’ e ‘Santo cielo che vergogna’ che ebbe poi il buon senso di non spedire a casa. Al loro posto l’ennesima serie di luoghi comuni sulle metropoli, infarcita però di metamessaggi che avrebbero dovuto far riflettere il lettore attento ed intelligente-.
Lasciando da parte il fatto che i lettori de La xxxx e yyy non possono essere attenti e/o intelligenti per definizione, l’uomo in nero non riesce più a stare in una città, in un qualsiasi posto, dove ci sia gente che soffre, non sopporta di dover venire a contatto con la disperazione data per scontata, un prezzo da pagare per il progresso o qualcosa del genere.
Vuole starsene nel suo mondo, nei suoi libri, nella sua musica.
Non vuole vedere, assumersi anche solo inconsciamente delle responsabilità.
Cammina lungo i muri con la testa bassa.
Rapido, appunto.
Allontana lo sguardo da una vecchia seduta per terra, un sacchetto della spazzatura attorno alle spalle, che cerca di vendere qualcosa.
Un qualcosa che lui, comunque, non compra.
Era così anche vent’anni prima Parigi?
Attraversa un viale un po’ come fanno tutti gli italiani all’estero -cioè con la fondamentale consapevolezza che ignorare passaggi pedonali e semafori sia una cosa da maleducati ma, purtroppo, facente in qualche modo parte del DNA nazionale- e si piazza all’entrata della stazione, abbastanza indeciso sul da farsi. Un’occhiata all’orologio e si rende conto di essere ancora una volta vicino al ritardo.
Una voce femminile resa meccanica dagli altoparlanti annuncia l’arrivo di un treno da Napoli e, subito dopo, fornisce generici avvertimenti che lui non riesce a capire.
Come da istruzioni ricevute si dirige verso i bagni dietro l’edicola.
Entra nell’ultimo cesso, si chiude dentro.
Qualche minuto dopo, alle 14,20 esatte, toglie la sicurezza dalla porta senza, tuttavia, aprirla.
Venti secondi dopo un uomo anziano vestito con eleganza -completo estivo grigio di quelli che non si comprano ai grandi magazzini e cravatta scura- apre la porta con circospezione, la richiude dietro se e mette la sicurezza.
"Parliamo piano, per favore" dice.
I due, l’uomo in nero e l’uomo in grigio, abbozzano dei mezzi sorrisi e dei saluti di circostanza, si guardano per un po’: l’uomo in grigio sembra tranquillo, come se quei pochi secondi di silenzio, di intimità quasi, dovessero servire a stabilire un contatto fisico prima di quello verbale. L’uomo in nero, invece, aspetta con estremo nervosismo che sia l’altro a dire qualcosa.
Dilettante.
"Grazie per non avermi creato delle complicazioni" dice l’uomo in grigio.
"Mi spieghi un po’ questa storia del Papa" gli risponde l’altro "che se non ci mettiamo troppo tempo faccio in tempo fare un passo al Beaubourg".
"Mi scusi" aggiunge subito dopo a bassa voce e comincia a grattarsi la barba, una ridicola barba di tre giorni che fa tanto Mickey Rourke metà anni ottanta.
Il cospiratore parte con la sua storia e gli dice quasi subito che vuole tradire la setta.
"Pensavo volesse uccidere il Papa" lo interrompe il giornalista.
"Dovessimo arrivare ad un certo punto, bè allora forse sarà l’unica cosa che voglio fare nella vita".
"E allora mi scusi, ma proprio io non ci ho un capito un cazzo di niente in questa storia" si lascia sfuggire, nervoso, l’uomo in nero "ma non riesco a capire come, uccidendo il Papa, si possa tradire una setta il cui scopo è uccidere il Papa".
Poi afferra la maniglia, come volesse uscire, ma sono movimenti lenti, senza decisione. Il cospiratore, calmo, è sicuro che starà ad ascoltarlo sino in fondo.
"Dammi dieci minuti" gli dice "solo dieci minuti e poi sarai libero di fare quello che ti pare, anche di chiamare la polizia se vuoi".
Lentamente il nero lascia la maniglia.
Adesso ha voglia di fumare; sarà un anno che ha smesso, ma la vista del pacchetto bianco e rosso, che lui immagina sensualmente morbido, appena fuori dal taschino della giacca dell’uomo in grigio -unica pecca in tanta elegante precisione- lo fa salivare come fosse un cane di Pavlov.
Prende il pacchetto dal taschino dell’altro, tira fuori una sigaretta in modo maldestro e ne fa cadere tutte le altre per terra; si china, per un attimo pensa che quello potrebbe colpirlo alla nuca e poi andarsene -’perchè, poi?’ si chiede-, raccoglie qualche sigaretta in mezzo allo sporco bagnato del cesso, poi lascia perdere e si alza.
L’uomo in grigio gli dà un fazzoletto di carta, lui si pulisce e lo getta per terra.
Chiede da accendere, aspira forte il primo tiro e scuote la sigaretta per liberarsi della poca cenere.
"Capaneo era nata per arrecare il maggior danno possibile allo Stato Pontificio, al papato. Tu non puoi avere idea di quanti tentativi di ogni genere, alcuni riusciti altri no, siano stati fatti nel diciannovesimo secolo. Provammo già ad uccidere Gregorio XVI nel ‘46 o nel ‘45 e andò male, qualche anno dopo uno dei nostri, travestitosi da vescovo, riuscì a giungere sino all’interno degli alloggi papali ma quello, Pio IX intendo, era uscito fuori Roma senza che noi se ne sapesse niente e il nostro fratello se ne dovette tornare indietro; poi cominciammo a lavorare anche in altro modo, in maniera più diplomatica. Puoi anche non crederci, ma dei nostri fratelli molto potenti, uomini legati alle alte sfere della diplomazia, cercarono di influenzare la politica italiana in segno decisamente antipontificio per tutto il secolo. I soldi a Garibaldi per la spedizione dei Mille li abbiamo dati noi, questo già lo sai, e siamo stati noi a lavorare nell’ombra perchè lo facessero arrivare fino a Roma".
"Non ci siete riusciti, purtroppo"
"No, ma non so se ci sarebbe stata Porta Pia senza di noi."
Il nero si è stufato della sigaretta e la getta nel cesso, spinge il pulsante dello scarico e la guarda scorrere lungo il vortice finchè non viene definitivamente risucchiata via.
"Comunque, qua ho un po’ di documenti sulla nostra attività" dice il cospiratore e lascia nelle mani del nero un pacco sigillato che ha estratto dalla valigia ; è una busta dal colore indefinito, un po’ tipo busta del ministero ma senza sigilli e intestazioni. Quello la apre e dà una scorsa ai fogli. Poi tira fuori un mucchio di fogli di protocollo graffettati assieme a delle fotografie.
Riconosce il luogo e i personaggi -Piazza S.Pietro, Giovanni Paolo II, Alì Agca- ma quelle foto, lui pure che è un giornalista, non le ha mai vist. Angolazioni nuove, perfette, come se il fotografo fosse già preparato allo scatto, sapesse dove mirare e cosa inquadrare.
"I servizi segreti pagherebbero miliardi per avere questa roba" dice il grigio sorridendo alla vista dello stupore espresso dall’altro.
"Cazzo, questa non è roba che si fa vedere al primo venuto" risponde il giornalista, teso, quasi arrabbiato "me lo vuole spiegare cosa c’entro io con queste storie, perchè ha bisogno di me per ‘sto casino?"
L’uomo in nero molla uno spintone al capaneista e lo fa andare a sbattere contro la porta; aldilà di questa, nella zona comune dei bagni pubblici, i rumori provenienti dalla toilette hanno insospettito un po’ tutti e qualcuno ha chiamato un inserviente.
Mentre l’uomo in grigio sta ancora cercando di calmare il giornalista, qualcuno bussa alla loro porta. L’uomo in grigio prende buste e foto e infila tutto nella sua valigia.
Apre la porta della toilette ed esce a passo svelto. L’uomo in nero lo segue e spintona via l’inserviente che sta cercando di fermarli.
Fuori dai bagni si mettono a correre, l’uomo in nero, veloce verso il centro della stazione, l’altro più lentamente e con maggior controllo verso l’uscita.
L’uomo in nero si gira e lo intravede uscire mischiato ad un gruppo di nibelunghi zainati.
Non lo rivedrà che una volta.
Spara Alì spara
Roma, 1981
13 maggio 1981. Caldo afoso in gran parte d’Italia. A Roma orde di turisti tedeschi in pantaloncini color cachi hanno nuovamente invaso la città e quella loro parlata secca, cruda, che tutti sono abituati ad associare ai film di guerra -quelli coi nazi-motociclisti che sgommano in frenata come ricordava Moretti..-, quella loro parlata riecheggia per i quartieri popolari risvegliando nei più anziani ricordi bruttissimi.
In Piazza San Pietro ai tedeschi si aggiungono branchi di ciellini, gruppi di integralisti cattolici, intere parrocchie brianzole e americani del midwest; una fauna rumorosa, multicolore e tremendamente sudata.
In mezzo a turisti e fedeli, l’uomo in grigio, Yossarian, cambia continuamente le focali Zeiss alla sua Leika, passando ora da un tele ad un grandangolo e, poi, ad un tele ancora più spinto.
E’ nervoso, la sua freddezza sopraffatta da un conflitto interiore di quelli pesanti; sospira forte, come un gemito, pensa a tutti quelli che sono morti per Capaneo -i preti sacrificati ai tempi degli innesti, soprattutto- e prega, prega un Dio, una divinità qualsiasi, chiede perdono per tutto ciò che ha fatto senza nemmeno sapere a chi o a cosa debba indirizzare questo perdono.
I fedeli cominciano ad agitarsi, a battere le mani e ad urlare -l’anno successivo accompagnerà la propria figlia a vedere i King Crimson a Reggio Emilia e, per un attimo, un attimo di panico globale, rivivrà la stessa sensazione, la gente che si alza in piedi, che urla e che si spinge; solo che, al posto del Papa, apparirà Adrian Belew, pantaloni rossi di due taglie più grandi, a salutare la folla e lui potrà calmarsi-.
L’uomo in grigio si gira a destra a cercare con lo sguardo uno dei numerosi fratelli presenti ad immortalare la scena, lo perde un attimo dopo averlo individuato.
Si gira verso il turco.
La macchina del Papa si avvicina ed il vociare della folla è quasi insopportabile.
Il turco fa un paio di passi avanti, estrae la pistola.
L’uomo in grigio punta il suo obiettivo, inquadra perfettamente l’uomo, gli sembra di vedere i suoi occhi spiritati brillare.
Il turco alza il braccio e qualcuno, solo un paio di persone, si sposta velocemente urlando.
Gli spari.
Il dito dell’uomo in grigio rimane bloccato sull’otturatore.
Nitidi, fissati per sempre nella sua memoria, i lampi, i rumori secchi dei colpi da fuoco e, subito dopo, un silenzio irreale, come fosse diventato sordo.
Una missione di ricognizione
dal diario di Enea Lambergo. Sicilia, 1860
....Navarra parve stupito che il Comandante avesse chiesto che anch’io partecipassi all’azione, ma non fece obiezioni.
Questo, il Navarra, era un uomo non più giovane e di corporatura piuttosto minuta; a prima vista, con quei baffi sottili e quegli occhi piccoli, che, al pari delle mani, non teneva mai fermi, lo avresti immaginato più adatto a seguire ballerine nei camerini di teatri di provincia che non alle azioni di guerra ma, al contrario, di lui non si parlava altro che in termini eroici e certi particolari delle sue azioni di guerra, che fossero o meno inventati od ingigantiti dalla soldataglia non so dire, erano spesso raccapriccianti.
Partimmo poco prima dell’alba; il nostro compito era quello di scoprire a quale distanza si trovassero le truppe borboniche.
Attraversammo senza scambiarci parola il versante settentrionale di una montagna che, in seguito, quando sorse il sole, mi parve di un aspetto lugubre e terrificante; nella boscaglia io ero sicuramente quello che faceva più rumore camminando e, in più di una occasione, ebbi l’impressione che il Navarra rallentasse volutamente il passo per non lasciarmi troppo indietro.
Provai un senso di grande inutilità e mi maledissi per aver tanto perorato la mia causa di soldato attivo presso il Comandante.
Verso metà mattinata ci fermammo a mangiare del pane con formaggio; la fatica aveva messo a tutti una gran fame e, se non fosse stato per la paura di venire impallinati da un momento all’altro, avrei potuto pensare di essere ad una di quelle passeggiate che, sino a qualche anno fa, ero solito fare assieme ad i miei cugini su in Val d’Aosta. E quanto mi sembrino lontani quei tempi, Cara Erminia, non lo puoi nemmeno immaginare.....
Navarra ci fece alzare dopo quello che a me parve un tempo assai breve e, nuovamente, ci mettemmo in cammino.
Giungemmo dopo qualche ora nei pressi di una strada, un sentiero quasi. Il sole era alto, più alto di quanto non lo avessi mai visto in tutta la mia vita. Se sino a quel momento avevo potuto sopportarne i raggi era solo perchè rami e foglie del bosco ci facevano un poco da schermo; uscire all’aperto fu terribile.
Oltretutto sembrava che tutte le mosche del Regno delle Due Sicilie si fossero date convegno attorno a noi quattro, imprecai a voce forse un po’ troppo alta e Navarra mi zittì con uno sguardo cattivo.
Mi resi conto che a me quell’uomo non piaceva poi così tanto.
Non avremmo camminato che per un chilometro quando, improvvisamente, senza che io avessi udito qualcosa, Navarra alzò il braccio destro e ci indicò di scendere tra i rovi di fianco al sentiero.
Sdraiatomi a terra, ebbi la sensazione di poter svenire da un momento all’altro; le gambe, infatti non me le sentivo più da tanto che erano diventate molli, la testa mi sembrava vuota e, nonostante il sole di fine primavera, sentivo freddo dappertutto. I Borbonici camminavano lungo il sentiero, giusto pochi metri sopra le nostre teste, imprecando in un linguaggio che a me pareva solo lontano parente di quello che noi tutti parliamo.
Un immagine di Navarra mi torna alla mente adesso che scrivo. Quando ci trovammo nascosti nella boscaglia in attesa che i soldati fossero passati, lo scorsi a qualche decina di metri di distanza da me, anche lui sdraiato tra i rovi, con una luce negli occhi cattiva come quella di un demonio. Mi parve come lottare con se stesso per non alzarsi e correre in mezzo a quelli per portarsene qualcuno, con se, giù all’inferno.
Quando potemmo alzarci non sembrava voler parlare con nessuno di noi, come se ci odiasse, pensai, come se avesse dovuto evitare lo scontro solo per salvare le vite nostre. Ci indicò con una mossa del volto la macchia sopra a noi e partì di corsa.
Lo seguimmo cercando di fare più silenzio possibile; anche i miei compagni, che a questo genere di cose dovevano essere avvezzi da tempo, mi parevano adesso meno sicuri di loro stessi.
Navarra ci fermò con un gesto dopo un tempo interminabile. Avevamo già scollinato e non doveva mancare molto al nostro campo.
Nella radura, ad un centinaio di metri sotto di noi, un pastore stava allontanandosi con il suo gregge.
"Vai" disse allora Navarra ad uno degli uomini ed erano quelle le sue prime parole dall’incontro con i soldati borbonici.
"Che intendete fare?" gli dissi con la voce che tremava un poco.
"La guerra, ragazzo" mi rispose.
Intanto l’uomo che avrebbe dovuto scendere dal pastore si era fermato a vedere cosa sortisse dalla discussione, forse perchè sperava di non dover eseguire l’ordine o forse perchè si accontentava di poterlo ritardare un poco.
"Non si uccidono così gli innocenti" dissi e la mia voce era molto più ferma di prima, molto più di quanto non lo fosse stata durante una vita intera.
Navarra si guardava gli stivali sporchi.
"Vai, che diamine" disse.
E forse lo disse con voce troppo alta, o forse fu la mia voce, in precedenza, ad essere stata troppo alta, fatto sta che il pastore sembrò guardare dalla nostra parte per un attimo e, appena il nostro soldato mise piede fuori dalla boscaglia, quello cominciò a correre come un pazzo verso l’altro lato della radura.
In breve fu ai margini del bosco. Si fermò un attimo per guardarsi indietro e poi si perse tra il folto dei rovi.
"Torna indietro, Giuseppe" urlò Navarra all’uomo che si era lanciato al suo inseguimento.
Un attimo e basta, però ti giuro che in quell’attimo pensai che quel pazzo mi avrebbe ucciso, che m’avrebbe lasciato lì in mezzo agli alberi a marcire sino al Giorno del Giudizio. Invece ci fece correre verso il campo senza fare nemmeno un accenno a ciò che era successo.
Quando fummo arrivati e già si scherzava a proposito di cosa avremmo dovuto mangiare per cena, quello mi prese per un braccio e, senza alzare nemmeno di un filo la voce, mi disse che dopo la cena ci saremmo visti per discutere un poco.
La voce era sembrata vetro, tanto me la ero sentita scavare dalle orecchie la propria via sino al cervello....
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