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Memphis
blues again
Pisa, 2004 |
Nudo,
sotto la doccia, si insapona le ascelle al suono di un Memphis blues again
che l’impianto stereo gli restituisce piatto e frusciante, ma cazzo con
lo stesso fascino di ieri, da una copia in vinile ancora mono.
E mentre si sta chiedendo se sia veramente
la fine -inchiodato a Mobile con ancora il blues di Memphis-, altri muovono
le pedine, cercano i tasselli del puzzle, infilano le cinquanta lire nel
vecchio flipper Gottlieb con la faccia anfetaminica da joker disegnata
sul pannello in vetro.
Altri tirano quei fili che lo porteranno
in mezzo a tutto quel casino.
Ma lui tutto questo non lo può
nemmeno immaginare. |
Yossarian
ha un presentimento
Silla, 2004 |
Dicevano
i nonni a Yossarian, tanti anni prima, che da vecchi si acquista qualcosa,
come un sesto senso che ti dice quando sta per accadere qualcosa di grosso,
qualcosa di brutto.
E se questo senso fosse dovuto ad
una sorta di compensazione per le inevitabili perdite che gli altri sensi,
quelli regolari, dovevano subire o se invece fosse dovuto all’esperienza,
una specie di capacità inconscia di cogliere in anticipo i segnali
di pericolo, questo a Yossarian non l’aveva spiegato nessuno e adesso,
adesso che forse vecchio non lo è ancora, a questa cosa ci pensa.
Ci pensa perchè dovrebbe essere
tranquillo, perchè la preparazione a tutto il lavoro è stata
meticolosa, il suo capolavoro assoluto, eppure, questa volta, per la prima
volta, si sente dentro qualcosa di indefinito, una sorta di agitazione
senza apparenti ragioni effettive, come se sapesse che qualcosa sta per
saltare fuori sbagliato.
Arrancando sulla strada che porta
alla villa dei Pozzato, continua a chiedersi quale particolare può
essersi dimenticato, quale scherzo del caso può non avere messo
in preventivo in questi ultimi tempi.
E il fatto che non gli salti in testa
niente non lo rassicura.
Passa Silla e, prima di giungere a
destinazione, ferma la macchina su un tornante dal quale si dominano i
boschi e le cime dell’appennino reggiano.
Scende dall’auto a respirare un po’
d’aria e, forse per la pace che quella vista sembra ancora conservare,
ha l’impressione che le sue paure si allontanino.
Quando risale in macchina è
molto più tranquillo e, nonostante non manchi poi molto alla villa,
perde un po’ di tempo a cercare tra le cassette quel Bach, quello dei concerti
brandeburghesi, che meglio si adatta allo spirito del momento. |
Scimmie
Vietnam,
1969 |
Una nuvolaglia bassa
ed informe, stanca si direbbe, si abbassa sulle colline ed è l’unica
nota di movimento in quel cielo grigio, uniforme e pesante che a lui sembra
avvolgere ogni cosa, ogni pensiero, da quando è arrivato in quel
luogo.
Guarda ancora per qualche secondo
le nuvole, benedice le ostie e si gira verso i fedeli; dietro a loro, a
nemmeno una ventina di metri, una scimmia grigia e rossastra non più
alta di mezzo metro attraversa correndo sulle quattro zampe il piazzale
davanti alle tende, si ferma a strappare delle foglie da un cespuglio e
le mangia.
Lentamente.
Incurante del mormorio del suo gregge,
Padre George Costanza rimane bloccato sul posto, ostie in mano, a guardare
l’esemplare di Pygathrix nemaeus che esce ed entra dai cespugli quasi fosse
a giocare.
Scimmie, non ne vedeva da una decina
buona di anni prima.
Suo cugino Hank ed una tipa bruna
che tutto poteva essere meno che sua cugina acquisita l’avevano portato
allo zoo; facevano i cretini davanti agli scimpanzé.
Faccette, mosse, pernacchie. Tutte
quelle cose che i cretini fanno davanti alle scimmie allo zoo.
Hank era morto da due anni e a nessuno
era sembrato essere importante, la tipa bruna non era al funerale.
E, se è per quello, nemmeno
gli scimpanzé.
Due phantom F-4 passano bassi sopra
il campo, più bassi delle nuvole, e prima di essere arrivati sulle
colline all’orizzonte, giusto un attimo prima, sganciano il loro piccolo
inferno di napalm.
I soldati in fila si preparano per
la comunione.
Altri due F-4 si dirigono verso la
collina mentre Padre George introduce l’ostia nella bocca del primo di
loro.
Altro napalm sulle colline.
La scimmia scompare nella giungla.
‘Certo che se un dio esiste davvero’
pensa il prete ‘io sono fatto totalmente’. |
Opzione
Borges
Silla, 2004 |
L’opzione Borges passa così.
Senza che nessuno tra loro esprima
un dubbio o anche solo chieda qualcosa di più.
Yossarian, che di un finale così
fuori luogo, così disarmante, non avrebbe mai nemmeno osato pensare
l’esistenza, Yossarian alza la mano destra immediatamente per dare il proprio
assenso.
E’ lì dentro da più
di trenta anni e sa fino a dove può spingersi.
Discute con gli altri i particolari
del piano -delle sue ultime fasi, s’intende; il piano vero e proprio è
talmente vecchio che lui non l’ha nemmeno visto partire- e si accende sigarette
che quasi non fuma, come se a lui del fumare interessasse poi solo quell’aspetto,
sfregare il fiammifero lungo la scatola e aspirare quel primo tiro.
Il più intenso.
A questo punto la sua parte è
finita.
Deve solo aspettare.
Aspettare che gli altri rovinino tutto.
Si alza, scambia due parole banali,
tanto per dire qualcosa, con Roggi, che a vederlo così giovane ed
entusiasta verrebbe quasi da pensare possa avere anche delle ragioni.
Si chiede se anche lui, da giovane,
fosse stato così, se avesse accettato tutto senza pensare alle conseguenze.
‘O forse’ si dice "a questi delle
conseguenze non gliene importa niente. Crolli pure il mondo, loro vogliono
finire quello che si erano prefissati di finire, non importa il mezzo".
Si salutano, si abbracciano. Rimangono
in attesa di nuove comunicazioni.
Escono, finalmente.
Lui sale in macchina con lo stomaco
che gli si chiude e gli sembra quasi di essere sul punto di vomitare. Il
ritmo cardiaco è più alto del normale, sicuramente, e la
pressione gli tappa le orecchie.
Parte -male, il motore che ringhia
mentre lui cambia le marce senza quasi toccare la frizione- e subito si
rende conto che di andare a casa non ne ha proprio voglia.
Si ferma in un albergo quando ormai
è arrivato in pianura, quasi a Bologna.
-è un albergo di quelli a limitato,
ma non esiguo, numero di stelle. Un posto da agenti di commercio e impiegati
di banca fuori sede. Vestiti buoni di quelli comperati alle svendite e
che devono comunque durare qualche anno, cravatte tristi.-
In camera, finalmente, prova a ragionare.
Tutta questa storia gli mette paura
e non riesce a capire se è la paura di chi non ha più vent’anni
-e nemmeno cinquanta se è per quello- e teme che l’ultima mossa
possa rovinare tutto il lavoro fatto in precedenza, oppure se è
il timore reale che la situazione possa essere ingestibile.
Immagina morti, scene catastrofiche
di esplosioni e attentati e ancora si chiede se non sia lui che esagera
il tutto.
La doccia non lo rilassa e anche meno
riescono a fare gli spaghetti tradizionalmente scotti che consuma assieme
ad altri avventori solitari, i telefonini muti appoggiati sul tavolo.
Lasciar perdere, pensa, lasciare che
tutto vada come deve andare, scappare in Messico giusto per sentirsi meno
colpevoli ; un Messico da cartolina fatto di gente col sombrero e cantine
senza luce elettrica.
Rientra in camera con la certezza
che sarà una notte terrificante.
Dopo avere cercato per un po’ di addormentarsi,
si alza, finalmente, e con un bicchiere di plastica pieno di un brandy
ignobile sottratto all’infamia del frigo-bar, va alla finestra.
Guarda, lontana, la sagoma degli appennini.
Tutto, tutta la loro storia, è
cominciata in quei boschi ormai più di centocinquanta anni prima.
Un episodio insignificante di storia locale, un episodio ignorato da quasi
tutti i libri. Un episodio che nessuno conoscerà mai. |
Piangere,
nascita di una setta
un bosco
nei dintorni di Silla, 1844 |
Ci sono donne che non hanno mai visto
un uomo piangere e ci sono uomini che non hanno mai pianto.
Alberto Di Julio, giovane capitano
dell’esercito pontificio, giunge al giorno della propria morte senza avere
ancora pianto in vita propria.
Nemmeno a Silla, quando erano andati
su a prendere i rivoltosi, si era lasciato commuovere dalla carneficina,
da quelle morti apparentemente inutili che avevano scosso anche i più
rozzi tra i suoi subordinati.
Lui stesso aveva strappato la sciabola
dalle mani di uno dei suoi soldati e l’aveva calata sul viso di una giovane
bella come la madonna.
E ora, dopo che l’hanno picchiato
a calci e pugni, picchiato così forte da pensare d’averlo già
ucciso, Di Julio l’hanno inchiodato mani e piedi ad una quercia.
Lentamente e senza andare troppo in
profondità, gli aprono la pancia dal basso in alto e lasciano che
le viscere insanguinate gli escano dallo squarcio e si depositino a terra.
Nessuno tra loro dirà mai di
essersi pentito, che una pallottola in fronte sarebbe bastata.
Nessuno, anche se in realtà
cominciano a sentirsi colpevoli sin dal primo momento, sin da quando se
lo trovano davanti, imbavagliato, e decidono che la sola morte è
troppo poco per un bastardo del genere; e lui, il conte, che pure beve
vino dal fiasco urlando che è pronto a squarciarli tutti fino a
che non avrà infilato la lama nella trippa di Gregorio XVI, lui
è quello che si sente peggio.
Tutto quel sangue, gli sembrerà
di sentirne l’odore ancora per giorni interi, e gli occhi del ragazzo,
non era il modo di vendicarsi, quello.
Arrivati al palazzo dei Pozzato, i
tre scendono dalla carrozza, ringraziano il guidatore, uno degli uomini
più fidati del conte, ed entrano nei suoi appartamenti.
"E’ nata" dice il conte, la voce profonda,
triste, come avesse intuito il peso di quelle loro azioni.
"Si, è nata" gli risponde Remigio
Giubertoni. L’altro, Antonio Roggi, fa per mormorare qualcosa ma si interrompe
subito per vomitare.
Il conte apre la finestra che dà
sul parco, inspirò fino in fondo l’aria fresca del settembre sui
monti.
"Capaneo" urla agli alberi.
"A morte il Papa" urla ancora più
forte Giubertoni.
Roggi, in un angolo della stanza,
continua a vomitare. |
Pagliari
Pisa, 2004 |
Il buio, l’odore del mare che pure
è così distante ma che a lui, uomo di montagna, pare di sentire
anche qua, a Pisa. L’inizio della primavera sembra altrettanto distante
e lui cammina via dalla stazione curvo nel cappotto, il freddo che gli
si è piazzato nelle ossa e non sembra volersene andare.
‘Sono peggio di Giuda’ pensa ‘sono
l’equivalente umano dell’otto settembre dal punto di vista tedesco e sono
persino peggio di...’ e rimane lì, con i pensieri intrappolati,
incapace di ricordarsi il nome di quel calciatore che, un ventennio prima,
riuscì a giocare senza troppe remore morali i derby di Milano e
Torino in tutte e quattro le squadre delle due città -roba che ai
suoi tempi, quelli di Yossarian da giovane, ci sarebbero voluti i caschi
blu per salvare chi avesse anche solo pensato di fare una cosa del genere-.
La redazione pisana de ‘La xxxx’ è
in un palazzone sulla strada che porta ai lungarni; rivolgersi ad un giornalista
gli è parsa l’idea più decente, molto meglio che non agire
con la forza, e poi non ha voglia di sangue, di organizzare nuovi attentati
e di sentirsi ancora una volta più verme della precedente.
Passare la notizia ad un giornalista
dovrebbe garantirgli una certa possibilità di successo e poi di
questo tipo non ha raccolto che buone informazioni -è uno di quelli
che corrono fuori dal branco, come lui, uno che non dovrebbe avere paura
ad andare sino in fondo-.
Yossarian si piazza sotto le finestre
illuminate cercando di immaginarsi il suo uomo al lavoro.
Rocco Pagliari ha un passato di cercaguai
ed inchiestarolo non indifferente e Yossarian, forse per aiutarsi moralmente,
lo pensa chino dietro ad uno schermo di computer che porta alla luce del
sole squallidi intrighi di potere e scandali di provincia.
Un’ombra, la posizione china di chi
sta battendo su una tastiera, appare dietro le tende.
Magari potrebbe essere davvero lui. |
Leopardi
ed il Secondo Principio della Termodinamica
from Paglia@zot.it
to ink@goto.it 13/03/04 ore 18.33 |
All’epoca a noi piaceva Foscolo. O
Keats e Shelley.
Leopardi sembrava troppo femminuccia
per quel branco di pre-punk che ci si apprestava a diventare.
Adesso invece, con qualche anno di
più, tutto sembra più chiaro. E non ti parlo di poesia, a
me della poesia non interessa più niente -siamo diventati troppo
concreti?-, è che mi sono reso conto che Leopardi sia stato il pensatore
più lucido mai apparso su questo pianeta di quart’ordine.
Te lo ricordi l’omino felice che attraversava
il giardino senza immaginare che ogni suo passo portasse morte e distruzione
ad altri piccoli esseri vegetali ed animali dei quali manco conosceva l’esistenza?
La sofferenza, Leop l’aveva già
scoperto che era una grandezza destinata ad aumentare quantitativamente
come l’entropia. Il suo colpo di genio è stato questo, annunciare
il Secondo Principio della Termodinamica applicato ai sentimenti; così
come qualsiasi evento fa aumentare il calore disperso, il disordine, l’entropia
dell’universo, parallelamente qualsiasi azione fa aumentare il dolore,
la sofferenza totale.
Ce ne accorgiamo tardi, noi, di quanto
sia grande il dolore nell’universo, i più disattenti -o solo stupidi?-
se ne accorgono solo quando si avvicina la fine e la loro sofferenza diventa
la sofferenza dell’universo.
Pausa.
Questo non si fa sentire per degli
anni e la prima cosa che fa è blaterare a proposito della sofferenza
e del dolore.
C’è mica bisogno di qualcun
altro che continui a lagnarsi, vero?
Io non sono qua per esporre i tristi
fatti di una vita saltata fuori così diversa da come uno l’aveva
immaginata, o anche per lamentarmi di essere arrivato ad avere quaranta
anni -la trovo una cosa naturale, capita a molti prima o poi, mi stupisco
solo, ogni tanto, di avere comprato sia dischi di Bob Dylan che di suo
figlio Jakob, addirittura di aver visto giocare con gli arancioni Johann
Cruyff e, secoli dopo, il giovane Jordi (so che non sei molto ferrata nel
calcio, per cui specifico che gli arancioni sono la nazionale olandese
e non una setta religiosa)-, non sono qua per lamentarmi, quindi, avevo
solo voglia di risentirti -ho incontrato Luca per caso e mi ha dato il
tuo elettroindirizzo- e questa sparata su Leopardi non ha molto a che fare
con eventuali sofferenze personali -ti giuro che sto bene-, solo che pensavo
a noi, agli esami preparati assieme nel pleistocene e mi è venuta
in mente questa storia su Leopardi, anche perchè, diciamoci la verità,
io starò anche bene ma di sofferenza nel mio lavoro ne vedo tanta.
Sono giornalista, forse lo sapevi
già, magari t’era caduto l’occhio sul mio nome alla fine di qualche
articolo e avevi pensato ‘Tò, guarda’.
O magari no.
Le cose stanno andando abbastanza
bene. Scrivo sulle pagine nazionali de La xxxx che, nonostante tutta la
pubblicità gli si faccia in giro, rimane un quotidiano di secondo
piano. Mi occupo di politica e costume; ogni tanto firmo qualche inchiesta
per YYY, stesso padrone e stessi lettori rincoglioniti.
Certo, non è che mi diverta
troppo. E’ che il lavoro di giornalista me lo immaginavo differente. Prendi
quei film tipo ‘Tutti gli uomini del presidente’ o ‘Il muro di gomma’,
ci sarà anche qualche giornalista, qualche redazione, che lavorano
in quel modo; ma per noi, quelli che sono nella media, è tutto un
altro genere di cose.
Qua a La xxxx, tanto per non fare
esempi, ogni tanto sembra di essere al Papersera, il quotidiano di Paperone
che aveva Paperino e Paperoga quali unici redattori e giornalisti. Capita
spesso, più o meno verso le sei-sette di sera, che un caporedattore
esca dal suo gabbiotto saltando come un canguro isterico e che ordini di
scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, per riempire una o talvolta due pagine
misteriosamente rimaste bianche. E’ così che nascono quelle inchieste
sui gusti musicali, sessuali, televisivi e politici delle casalinghe, degli
studenti e dei pensionati che riempiono alcuni quotidiani, il nostro su
tutti. Io, perlomeno, provo a variare un po’ le risposte, a lavorare di
fantasia; il mio cinico collega della scrivania accanto mette lo stesso
grafico con le stesse percentuali per ogni inchiesta che si inventa.
21% risposta A
47% risposta B
3% risposta C
19% non sa o non risponde
E la cosa grave è che non abbiamo
mai ricevuto nessuna protesta.
A ragionarci, poi, ne succedono di
assurde. Per esempio c’è qua un ragazzotto che da un paio di settimane
gira per la redazione senza che si sappia chi l’ha assunto e perchè.
All’inizio distribuiva le Ansa ed i panini, adesso si è sistemato
dietro ad una scrivania e di lì digita sul terminale recensioni
cinematografiche che copia da altri giornali.
Ieri il direttore mi ha confessato
di non sapere come fare a dirgli che non è quello il suo compito,
per cui non glielo dice.
Come già detto, a me sembra
tutto assurdo.
Adesso ti lascio perchè devo
andare ad intervistare un frate che è stato eletto alla presidenza
della federcaccia regionale.
Se anche tu hai voglia di conversare,
il mio indirizzo è Paglia@zot.it.
Ciao.
Rocco |
Onde
radio - dal diario di Padre George Costanza
Vietnam,
1969 |
Le onde medie. A volte passo le notti
con la radio. Quando penso di non farcela più, quando mi sembra
che di tutto questo male, di queste sofferenze, la colpa sia anche mia.
Doveva essere così anche per
Nostro Signore se davvero si è fatto crocifiggere per l’uomo.
Io sono il meno indicato per parlarne,
comunque.
Devo solo soffrire in silenzio e non
pregare.
E allora accendo la radio.
Rimango per qualche minuto ad ascoltare
i nostri programmi, poi comincio a cercare i rumori.
Lamenti, dichiarazioni di esistenza,
nuove forme di vita. Curioso che qualcosa possa esistere solo come rumore,
radiazione.
Potrei stare per ore ad ascoltare,
a volte mi immagino che siano le voci da un pianeta lontano, una religione
di marziani, verdi, con le antenne.
Altre volte mi immagino che siano
le voci dell’inferno, legioni di diavoli che ci chiamano e che, sicuramente,
hanno già preparato il loro posticino per me e, allora, cambio subito
la sintonia e cerco qualcosa di umano, musiche da night di quart’ordine
da Singapore o da Bangkok, voci di donna che non comprendo, cameriere dal
culo basso si aggirano tra i tavolini.
Bourbon, fumo, sesso a pagamento.
There must be a way to get out of
here, said the joker to thief. |
Once
upon a time you dressed so fine
from Paglia@zot.it
to Ink@goto.it 18/03/04 ore 13.55 |
Errori, cose da non fare, solo due
o tre delle cento che mi vengono in mente:
1) andare alla festa di un vecchio
amico che non si vede da anni -e presumibilmente non lo si vedrà
ancora per un bel po’ visto che sta per andare in una comune religiosa
nel nord dell’India- e poi, dopo qualche bicchiere di vino, mettersi a
schitarrare con gli altri sopravvissuti: per un vecchio post-punk corazzato
di cinismo può essere imbarazzante trovarsi col groppo in gola ascoltando
‘C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones’ e ‘Dio
è morto’.
2) intuire, per la prima volta dopo
anni, un mandolino nascosto sotto organi e chitarre di ‘Like a rolling
stone’ del grande Bob e non capire se finalmente lo si percepisce grazie
(1) alla nuova edizione rimasterizzata giapponese oppure (2) ad un incredibile
tiro di fumo, anche quello il primo dopo anni.
(se per caso ti capitasse di ascoltarlo
attentamente, fammi sapere quale delle due opzioni ti sembra più
probabile).
3) mettersi in contatto con un vecchio
amore. |
Gli
idioti vanno in paradiso?
Castel Vecchio,
1845 |
"Lui, il suo Paradiso se l’è
già guadagnato".
Padre Alessandro Manzon faceva passare
la mano tra i capelli di Salvatore, ne accarezzava il viso, quelle guance
floride, rosse, che a tutti nell’istituto ispiravano moti d’affetto.
Suor Lucia ebbe, per un attimo, la
tentazione di allungare la propria mano verso quel viso di innocente ma
si bloccò, rigida come un pezzo di marmo, prima ancora di aver mosso
alcun muscolo.
"Accarezzatelo pure, sorella" le disse
Padre Alessandro guardandola negli occhi "é come fosse un bambino".
La suora posò una mano sulla
sua testa e, subito dopo, gli fece una specie di buffetto sulla guancia.
L’infelice le sorrise.
"Non conosce il peccato, lui" disse
quella e, immediatamente, Padre Alessandro si rese conto di avere anche
troppo indugiato con lo sguardo sul seno da contadina della religiosa.
"Dobbiamo ancora guadagnarcelo il
nostro Paradiso, noi" continuò quello, rossissimo in viso "non siamo
così innocenti".
Anche Salvatore sospirò; ormai
era al ricovero di Castel Vecchio da quasi sette mesi e la presenza di
tutte quelle suore, tutte quelle donne, che lo accarezzavano, lo accudivano
e, quando erano sicure di non essere viste, se lo sbaciucchiavano pure
-non tutte, solo un quattro o cinque tra le più giovani- lo stava
facendo diventare matto.
‘Se deve essere un sacrificio’ pensò
‘che lo sia fino in fondo’.
Come fosse uno dei martiri del cristianesimo
dei quali tanto si parlava -in mancanza di altri argomenti- a Castel Vecchio,
anche lui stava soffrendo come un cane e, a meno di sviluppi incredibilmente
fortunati, anche lui sarebbe stato sacrificato alla fine.
Anzi, era messo molto peggio di quei
santi, veri o falsi che fossero stati; loro erano sicuri che, alla fine
del martirio, sarebbero stati ricompensati con l’eterna beatitudine del
Paradiso, lui che era ateo poteva solo sperare veramente che alla fine
di tutto ci fosse il vuoto assoluto perchè se solo ci fosse stata
un’altra vita, un’altra vita come quella suggerita dai Padri della Chiesa,
lui come minimo l’avrebbero tenuto appeso per le palle ad libitum.
"Voi credete davvero che gli idioti
vadano in Paradiso?" chiese Suor Lucia.
"Ricordatevi, sorella, che dietro
la mela del peccato originale è nascosta la voglia di sapere, di
conoscere. Il frutto proibito che Eva prese dal serpente non è altro
che l’interrogarsi, il volere andare a vedere per credere senza affidarsi
alla Fede che da sola dovrebbe bastarci. Più cose conosciamo, più
cose vogliamo conoscere, più siamo esposti al peccato. Beati i fanciulli
e quelli che non sanno niente" e qua diede una nuova pacca sulla spalle
di Salvatore "perchè loro non sono stati rovinati dalle insidie
del mondo terreno".
Dopo un attimo di silenzio, il religioso
ricominciò a parlare.
"Di idioti come Salvatore ne abbiamo
a bizzeffe qua al convento. Alcuni ce li portano fanciulli, altri già
uomini fatti; addirittura Salvatore l’abbiamo trovato fuori dal portone
che non sono passati sette mesi. Pulito e ben vestito come fosse un signore".
"Anche a Recanati, da dove vengo io,
c’erano molti infelici, ma non così tanti come qua" osservò
Suor Lucia.
Padre Alessandro sorrise all’ignoranza
della giovane religiosa.
"Non vi è stato ancora detto
niente, devo supporre"
Suor Lucia scosse la testa.
"In gioventù il Santo Padre
studiò a Castel Vecchio e, da quando venne chiamato al Trono che
fu di Pietro, ha preso l’abitudine di venire di tanto in tanto a benedire
il convento ed i suoi ospiti. Per questo molti infelici vengono lasciati
qua". |
Si
parte
Napoli, 2004 |
Un’altra settimana è passata
tra ripensamenti dell’ultimo momento e contatti sporadici con i capi, non
si sa mai avessero cambiato idea.
Il giorno 20 Yossarian prende il pendolino
diretto a Napoli.
Qua scende e si dirige alla biblioteca
pubblica. Inserisce il proprio portatile in rete e spedisce il messaggio
al giornalista.
La regola è questa: mai più
di un messaggio dalla stessa città, mai niente che lo possa far
individuare sino a che Pagliari non gli sembra convinto.
Esce dalla biblioteca e prende il
primo treno verso nord. |
He
could have been the champion of the world
from Paglia@zot.it
to Ink@goto.it 04/04/04 ore 23.55 |
Una volta ho fatto un sogno
strano, di quelli che uno potrebbe chiamare premonitori se solo credesse
alle premonizioni ed a cretinate del genere.
Insomma, mi ero sognato
pari pari la storia vera che Dylan canta in Hurricane -primo pezzo del
lato A di Desire (1975)- ; la triste vicenda di un pugile, Rubin Carter,
accusato ingiustamente di omicidio e sbattuto in galera prima dell’incontro
per il campionato del mondo dei pesi medi.
La mattina dopo mi ero alzato
dicendomi ‘curioso, ho sognato Hurricane’ e, a riprova della mia onestà,
avevo pure messo sul piatto il dylaniano disco.
Dopo, avevo fatto una doccia
e ero uscito a comprare il giornale -non La xxxx, ovviamente, anche perchè
non ci lavoravo ancora, era l’agosto del 1982 e facevo ancora lo studente-:
pagine di cronaca estera, un trafiletto piccolo piccolo annunciava che
Rubin Carter, il pugile accusato di omicidio il cui caso venne sollevato
da Bob Dylan con il brano Hurricane, aveva perso il ricorso e la condanna
all’ergastolo era stata quindi confermata.
Che non ascoltavo Hurricane
prima di quella mattina saranno stati almeno almeno cinque anni -del resto
nel 1982 ero nel mio periodo post-punk e a Dylan manco ci pensavo, te ne
ricorderai bene-, da altrettanto tempo non sentivo nominare Rubin Carter
ed ecco, il giorno dopo il sogno, che te lo condannano nuovamente (oltretutto
una cosa scandalosa visto che i testimoni a favore, nel frattempo, erano
tutti morti o qualcosa del genere).
Ti ho scritto queste cose
per un motivo preciso, cioè che mi è capitato di nuovo; non
di sognare Hurricane o Dylan, ma di capitare in mezzo ad una coincidenza
del genere.
Cercherò di essere
breve.
Poco tempo fa mi è
capitato di sognare il Bernie -essere umano del quale non ho notizie da
almeno un paio di decenni e del quale ti ricorderai, immagino, la passione
per la musica e per le notizie riguardanti Alì Agca e l’attentato
al Papa del maggio 1981 (una sera me la menò tanto con questa storia
di assistere ad una udienza del processo al lupo grigio che, tornato a
casa verso mezzanotte, svegliai mio padre per chiedergli se qualcuna delle
sue conoscenze altolocate poteva procurarci un invito. Il brav’uomo mi
chiese solo cosa avevo bevuto e non ne parlammo mai più)-.
Il giorno dopo che ho sognato
il Bernie squilla il telefono in redazione e mi dicono che è per
me.
Il Bernie, penserai te mentre
leggi queste righe.
No, ti rispondo -per quello
che ne so io potrebbe anche essere in Australia ad allevare koala-, un
tipo però mi avverte che riceverò sul personal una sua e-mail
urgentissima, vado a vedere e leggo che quello, il tipo, vuole uccidere
il Papa e ha bisogno di parlare con me per motivi ancora oscuri.
Da morire per le risate.
Che sia un veggente e ancora
non lo so?
E perchè tutte le
mie ispirazioni, le mie illuminazioni, quando ho una schedina del totocalcio
davanti si risolvono in un grande nulla?
Bah. Tornando al simpatico
attentatore, con il quale sarò ancora in contatto nei prossimi giorni,
sono ovviamente convinto che si tratti di un mitomane o, peggio, di uno
scherzo di qualcuno degli idioti che entrambi conoscevamo ma, nel caso
dovessi scomparire o altro, ti prego di far sapere questa cosa ai simpatici
inquirenti.
Gli amici servono anche
a questo.
Ne approfitto per spedirti
anche la lettera che il tipo mi ha poi spedito per posta elettronica, fammi
sapere cosa te ne pare.
Ciao. Rocco |
Problemi
col grande fratello
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it 13/04/04 ore 03.05 |
Dando un’occhiata al mio
programma di posta elettronica mi sembra di avere capito che niente di
ciò che ti ho spedito la settimana scorsa -cioè la lettera
del novello Alì Agca- ti sia arrivato.
A voler essere sinceri,
non è che io abbia quella gran pratica con queste cose, posta elettronica
e spedizione di file via Netscape. Voglio dire, non ho la benchè
minima idea di cosa abbia digitato per spedirti il materiale ed il fatto
che questo non sia arrivato conferma la sostanziale minore affidabilità
del comportamento casuale rispetto a quello causale.
Ora, al termine di queste
righe, farò un attach file di un file titolato Alì 1 dove
ho concentrato la corrispondenza con il tipo -nome in codice Alì-
(nel frattempo mi è arrivato un altro suo messaggio elettronico).
Farò tutto in 'plain
text' perchè dubito tu abbia l'obsoleto Works 13 che io e pochi
altri al mondo -Wayne Wang, San Francisco, Ca; Rasheed Al Mehmet, San'aa,
Yemen; Satan's Resurrection Church, Visalia, Ca- ci ostiniamo ad usare
solo perchè costa meno di Word 22.
A me Alì sembra pazzo;
comunque, ciao. |
Attach
file Alì 1 - Prime rivelazioni
from
BiblioServ@Nap.it to Paglia@zot.it 20/03/04 ore 15.33 |
Una cosa prima ancora di
scriverle tutto quello che ho da farle sapere -e converrà poi che
non sono affari da poco-: non deve assolutamente cercare di rintracciarmi,
sarò io a farmi vivo se e quando sarà il momento per farlo.
Qualsiasi tentativo da parte sua di cercarmi farà si che io tronchi
immediatamente i nostri contatti e, così, quando questa faccenda
sarà terminata, quando tutti i giornali del pianeta ci si getteranno
sopra, lei potrà mangiarsi il fegato pensando che già avrebbe
potuto sapere tutto, l’unico giornalista al mondo.
Altro che aumento di stipendio....
Il discorso è semplice.
C’è caso che io debba
uccidere il prossimo Papa o, grazie al suo aiuto, impedirne l’elezione.
Poco chiaro, capisco; ma
una volta che lei sarà venuto a conoscenza delle mie motivazioni,
non potrà che essere d’accordo con me (sempre che lei sia un uomo
di coscienza, mi verrebbe da dire un buon cristiano ma forse non è
il caso, una persona alla quale stanno a cuore le sorti del mondo occidentale)
ed il suo aiuto mi sarà indispensabile per giustificarmi, dopo,
o magari far si che il mio gesto non sia necessario, e questa, mi creda,
sarebbe la soluzione migliore per tutti.
Aspetterò qualche
giorno in giro e poi mi farò nuovamente sentire.
A presto. |
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file Alì 1 - Ulteriori rivelazioni
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BiblioServ@Fi.it to Paglia@zot.it 11/04/04 ore 13.33 |
Provi a pensare, se non
l’ha mai fatto sino ad ora, quali possano essere i motivi per un progetto
così clamoroso.
Politica, rivendicazioni
sociali o territoriali talmente represse da necessitare di un gesto rumoroso,
vendetta, improcrastinabile necessità di avere quel quarto d’ora
di celebrità al quali tutti aspirano, pazzia.
Niente di tutto questo è
anche lontanamente vicino a ciò che mi muove.
Io voglio solo che il mondo,
se proprio non lo si può migliorare, vada avanti come sta andando
ora, salvarlo dallo sgretolarsi delle sue radici morali.
Non voglio, un giorno che
potrebbe essere vicino, vedere il pianeta abbandonare ogni concetto di
virtù, di morale, e pensare che avrei potuto evitargli il naufragio.
Questa storia, la storia
che mi porta a questo atto, comincia nel 1844 sopra i monti di Bologna.
Provi ad immaginare una cittadina di pastori e contadini, di osterie sporche
dove i contadini di cui sopra vanno a spendere la poca moneta che i padroni
lasciano dopo essersi portati via il raccolto. In mezzo a questa desolazione
c’è però qualcuno che vuole cambiare le cose; non i contadini
e tantomeno i pastori, ma sono alcuni signori di città e persino
un nobile che si riuniscono ad elaborare progetti di società ideali.
C’è anche la possibilità
che sia una moda passeggera, sentirsi moderni e illuministi come surrogato
di quell’atmosfera blandamente libertaria e fine-secolo finita, appunto,
con il secolo precedente. Comunque i borghesotti assieme al nobile, il
conte Pozzato della nobilissima stirpe dei Pozzato di Cesena, tramano nella
notte per poter finalmente vivere in libertà.
L’idea che costoro possono
avere di ‘vivere in libertà’ non è chiara.
Per alcuni di loro potrebbe
solo significare liberarsi dal giogo dello stato pontificio -mi perdoni
le lettere minuscole, ma uno che vuole uccidere il papa non può
arrendersi di fronte all’ortografia-, forse anche solo dalle tasse imposte
dallo stato pontificio.
Per altri, mi auguro i più
numerosi, potrebbe davvero significare la voglia di vedere qualcosa di
nuovo, la democrazia, magari persino qualcosa di simile allo stato sociale.
Comunque la voce di un’associazione
segreta giunge sino alle orecchie della polizia pontificia; i moti dei
Fratelli Muratori in Romagna sono appena terminati e l’ultima cosa della
quale vogliono sentire parlare è un’associazione segreta che magari
faccia scoppiare qualcosa d’altro.
Quando intervengono lo fanno
con la mano pesante ed è qua, in reazione rabbiosa alla ferocia
della repressione pontificia, che nasce Capaneo, una setta piuttosto che
un’associazione segreta tradizionale; una setta che decide di agire a lungo
termine non per migliorare, rivendicare o rivoluzionare, ma con un solo
scopo preciso:
ABBATTERE IL PAPATO!!!!!!
Il nome stesso della setta
è significativo. Capaneo, il sovrano che si ribellò a Dio
e lo bestemmiò dalle mura della sua città. La città
venne distrutta e Dante, pur apprezzandone il virile coraggio, lo piazzò
nel suo Inferno a subire un’eterna pioggia di fuoco.
Io faccio parte di questa
setta ormai da quasi quarant’anni e ne ho condiviso tutte le azioni, sia
quelle intraprese durante la mia permanenza, che quelle compiute in passato.
Giusto per fare un esempio,
i capitali con i quali venne finanziata la spedizione dei Mille erano nostri
; ed un nostro confratello, il quale era tra gli intimi del Garibaldi,
continuò fino all’ultimo a suggerirgli di prendere Roma.
La situazione adesso è
molto più complicata che in passato, però. Non siamo mai
stati così vicini alla vittoria, lei non può nemmeno immaginare
quanto ci si sia vicini.
Purtroppo le conseguenze
di questa nostra azione, per come è stata impostata, sarebbero terribili;
voglio dire, non me ne frega niente della caduta del Vaticano, anzi, ma
è il progetto stesso di questa nostra azione che, secondo me, farebbe
cadere troppe altre cose assieme al Vaticano ed io non me la sento di essere
tra coloro che porterebbero questo cambiamento nel mondo occidentale.
L’assassinio del prossimo
papa, per quanto io reputi l’assassinio di qualsiasi essere umano una delle
azioni più atroci che si possano commettere, dovrebbe salvare il
mondo da questo complotto e l’unica alternativa a questo assassinio è
impedire che uno in particolare dei cardinali più in vista venga
eletto papa.
Insomma, se lei come giornalista
mi aiuta, tutti ne riceveremo qualcosa in cambio, se decide di non farlo,
io sarò costretto a commettere un assassinio.
La chiamerò, questa
volta per telefono, nei prossimi giorni; ora più che mai le raccomando
il silenzio assoluto.
Le ripeto che qualsiasi
tentativo di intercettarmi telefonicamente o sulla rete cadrebbe nel nulla
ed io scomparirei per mettermi ad agire nuovamente da solo. |
A
Torino si dice che sei un bandito
Mar
Tirreno, 1860 |
Il mare.
Il rumore del mare.
L’odore del mare.
Sdraiarsi sul ponte, la
notte, e guardare in alto.
Creare nuove costellazioni
alle quali dare nomi di donna.
Con il corpo che si muove
orizzontalmente sull’acqua e la mente, in alto, tra le stelle, la terra
non potrebbe essere più lontana e le stesse sue vicende, materiali,
appaiono talmente irrilevanti che verrebbe voglia di cambiare rotta.
Sud-ovest.
Attraversare nuovamente
le colonne d’Ercole e questa volta vagare, perdersi forse, come Ulisse
verso l’ignoto.
Il rumore di passi frettolosi
riporta il Comandante alla realtà.
"Ci stiamo avvicinando alla
costa" gli dicono. Lui si alza con fatica e va verso la prora. L’odore,
il profumo dolce, del tabacco da pipa del capitano della nave mischiato
a tutto quel salmastro gli ricorda per un attimo qualcosa, qualcosa che
subito fugge, un’altra notte, forse, in un altro mare.
Cerca con il cannocchiale
segnali ma il capitano gli dice che è ancora presto.
Dopo un’ora, scambi di luci
e di grida tra loro e la costa, poi lo sbarco.
Ernesto Navarra sale a bordo
del Piemonte assieme a diverse scatole di fucili nuovi di zecca e di munizioni,
tutto gentilmente donato da Capaneo.
Abbraccia il Comandante,
un uomo che ha conosciuto a Roma 11 anni prima sotto il fuoco di francesi
e borbonici, e tra lacrime appena accennate, virili, chiede di poterlo
servire nuovamente. |
Occhi
di lupo
Castel
Vecchio, 1845 |
Salvatore Esposito era stato
trovato davanti al portone di Castel Vecchio una mattina di sei mesi prima;
pulito, ben vestito, una cospicua somma di denaro assieme al biglietto
anonimo che lo accompagnava.
Un infelice.
Un infelice bello, però,
e sano, il quale dava mostra di non capire niente di niente ma che sembrava
risvegliarsi dal suo mondo solo quando gli mostravano un’immagine della
Madonna o di Nostro signore Gesù Cristo.
Allora i suoi occhi si accendevano
di una luce che dava un risalto ancora maggiore a quel suo viso da putto
barbuto. Sorrideva, Salvatore, e si buttava sulle ginocchia in adorazione
estatica dell’immagine sacra.
Remigio Giubertoni era diventato
Salvatore Esposito una mattina di sei mesi prima e ormai stava giungendo
a grandi passi al limite della sopportazione; passi far finta di niente
quando quelle suore giovanissime lo accarezzavano in un modo che a lui
tutto pareva meno che casto, passi tutto quel pregare che sembrava non
si facesse altro in quel convento, ma quella storia delle immagini sacre
lui non la sopportava proprio. Ogni due-tre giorni, ogni niente, arrivava
un prete od una suora con uno di quei dipinti che, a quanto pare, a Castel
Vecchio si sprecavano e lui, lui che alla vista di un prete aveva solo
voglia di tirar fuori il proprio pistolone, appoggiarglielo sulla fronte
e far fuoco come gli sbirri avevano fatto con i suoi compagni -per calmarsi,
la notte, si immaginava la scena, la canna appoggiata sulla fronte di Padre
Manzon, i piagnucolii del religioso e poi il rumore assordante, sangue
e cervella che si spargevano contro le mura-, lui si inchinava, sorrideva
e pregava.
Non ce la faceva più.
Ancora qualche settimana,
un paio di mesi al massimo, e poi, se il pontefice non si fosse fatto vedere,
avrebbe dato fuoco a tutte le immagini sacre; anzi, prima avrebbe posseduto
tutte le sorelle più giovani, tanto sembrava non aspettassero altro,
e poi avrebbe bruciato le immagini.
Passata nemmeno una settimana
dal proclama di Salvatore, si diffuse a Castel Vecchio la notizia che il
Santo Padre sarebbe passato a pochissimi giorni -’uno o due al massimo’
si diceva- a benedire il suo vecchio convento.
Salavatore-Remigio, sulle
prime, si sentì invadere da una gran voglia di fare, di saltare,
di correre, come fosse rinato; l’ora della vendetta era giunta, alfine.
Poi si rese conto che, molto probabilmente, non avrebbe ancora avuto molto
da vivere ed il suo umore cambiò radicalmente. Era nervoso, soffocava
con maggiori difficoltà gli scatti d’ira e aveva sempre mal di stomaco;
nel buio della sua stanzetta, la notte, tirava fuori dal materasso il suo
coltellaccio da boscaiolo e provava e riprovava la scena sino allo sfinimento,
tirando dei gran fendenti all’aria.
Si chiedeva, poi, se sarebbe
stato meglio essere preso come uno squilibrato e subito ucciso o avere
il tempo di dichiarare chi fosse, perchè avesse assassinato il tiranno,
con il rischio, però, che lo torturassero per sapere qualcosa di
più. La notte precedente il gran giorno, andò in branda con
questo dubbio che gli riempiva la testa; passata qualche ora senza che
si fosse addormentato, sentì l’uscio aprirsi. Dei passi appena udibili
ed un corpo si sedeva sulla branda.
"Sapevo che vi avrei trovato
sveglio"
La voce, appena sussurrata,
era quella di Suor Lucia.
Salvatore-Remigio non rispose
ma si spostò per fare spazio alla religiosa; quella accese una candela,
lo guardò fissa negli occhi e la spense subito.
Si trovarono abbracciati
in un attimo, lei continuava a passare la mano tra i suoi capelli, come
niente fosse cambiato tra loro.
Come fossero ancora una
suora ed un povero deficiente.
Uscì in lacrime poco
prima che la terza ora fosse battuta mentre l’altro cercava di capire la
ragione di quell’incontro.
La mattina Salvatore-Remigio
non sembrava nemmeno più lui, si muoveva a scatti e negli occhi
aveva qualcosa della bestia, del predatore -l’inquietudine di chi si appresta
alla caccia, di chi ha intuito l’odore del sangue-.
Padre Manzon, notando la
sua irrequietudine, irrequietudine della quale nessuno era mai stato testimone
nei sei mesi da lui trascorsi a Castel Vecchio, pensò di lasciarlo
sedere in seconda fila, discosto da dove sarebbe passato Gregorio XVI.
Contrariamente a quanto
pensava, quindi, Remigio venne a trovarsi in una posizione decisamente
sfavorevole all’azione. Il Pontefice, infatti, sarebbe passato su di una
pedana in legno piuttosto ampia e rialzata di un mezzo metro abbondante
dal suolo e loro, gli infelici, sarebbero stati ammassati per terra sotto
di essa. Una volta che si fosse alzato, avrebbe avuto davanti a se un’intera
fila di idioti più o meno adoranti da superare prima di saltare
sulla pedana; anche l’avesse fatto rapidamente, le guardie avrebbero fatto
in tempo a mettersi a protezione del tiranno e tutto sarebbe stato inutile.
Non poteva lasciar perdere,
però, poteva passare anche più di un anno prima che Gregorio
tornasse al suo convento e di rimanere tanto tempo lì dentro non
se ne parlava nemmeno.
Ormai l’eccitazione tra
i religiosi era al culmine. Andavano avanti e indietro tra gli infelici,
li sistemavano, appoggiavano alla parete quelli più assenti, tutto
sempre più disordinatamente e di fretta; non dovevano mancare più
che pochi minuti all’entrata del Pontefice nello stanzone, quello che in
genere serviva da mensa per i poveri e per i disgraziati che là
erano ospitati.
Remigio tirò fuori
il coltello da sotto la tunica.
Chiuse gli occhi per un
attimo e lo infilò con un movimento secco tra le costole del poveretto
che aveva davanti. Questo, un ometto che sembrava vivere in un altro pianeta,
in un altra dimensione, morì senza nemmeno un suono, senza accorgersene,
almeno così sperava Remigio; tirò il cadavere verso di se
e ne prese rapidamente il posto. Si guardò in giro, nessuno tra
i religiosi pareva essersi accorto della cosa e l’ometto, appoggiato alla
parete, poteva anche sembrare solo addormentato.
Remigio si appoggiò,
quindi, alla pedana e aspettò con gli altri che si aprisse il portone
dal quale sarebbe entrato il Papa.
Fu Padre Manzon a realizzare
che qualcosa non andava per il verso giusto. L’ometto, adesso, stava perdendo
un filo di sangue dalla bocca e Remigio, Signore, aveva uno sguardo che
faceva paura -occhi di lupo, freddi-. Quando Remigio saltò sulla
pedana, lui fece in tempo a mettersi davanti a Papa Gregorio ed i suoi
occhi di lupo furono l’ultima cosa che vide prima che la lama gli penetrasse
fino in fondo al cuore. |
L’uomo
in nero e l’uomo in grigio
Parigi,
2004 |
L’uomo in nero, nero quasi
elegante e un po’ post-punk, cammina lungo i muri con la testa bassa.
Rapido.
-pochi anni prima aveva
seguito la nazionale di calcio nella sua tournée statunitense con
il compito di scrivere articoli di costume per La xxxx e yyy; rapito dalla
totale desolazione, dalla morte civile rappresentata dai senzatetto e dai
malati di AIDS indigenti privati dell’assistenza e, ancora, da coloro che
cercavano il cibo tra i bidoni dell’immondizia, scrisse un’inquietante
serie di articoli tipo ‘Quale società può permettersi certe
cose?’, ‘Morire di fame davanti agli atelier’ e ‘Santo cielo che vergogna’
che ebbe poi il buon senso di non spedire a casa. Al loro posto l’ennesima
serie di luoghi comuni sulle metropoli, infarcita però di metamessaggi
che avrebbero dovuto far riflettere il lettore attento ed intelligente-.
Lasciando da parte il fatto
che i lettori de La xxxx e yyy non possono essere attenti e/o intelligenti
per definizione, l’uomo in nero non riesce più a stare in una città,
in un qualsiasi posto, dove ci sia gente che soffre, non sopporta di dover
venire a contatto con la disperazione data per scontata, un prezzo da pagare
per il progresso o qualcosa del genere.
Vuole starsene nel suo mondo,
nei suoi libri, nella sua musica.
Non vuole vedere, assumersi
anche solo inconsciamente delle responsabilità.
Cammina lungo i muri con
la testa bassa.
Rapido, appunto.
Allontana lo sguardo da
una vecchia seduta per terra, un sacchetto della spazzatura attorno alle
spalle, che cerca di vendere qualcosa.
Un qualcosa che lui, comunque,
non compra.
Era così anche vent’anni
prima Parigi?
Attraversa un viale un po’
come fanno tutti gli italiani all’estero -cioè con la fondamentale
consapevolezza che ignorare passaggi pedonali e semafori sia una cosa da
maleducati ma, purtroppo, facente in qualche modo parte del DNA nazionale-
e si piazza all’entrata della stazione, abbastanza indeciso sul da farsi.
Un’occhiata all’orologio e si rende conto di essere ancora una volta vicino
al ritardo.
Una voce femminile resa
meccanica dagli altoparlanti annuncia l’arrivo di un treno da Napoli e,
subito dopo, fornisce generici avvertimenti che lui non riesce a capire.
Come da istruzioni ricevute
si dirige verso i bagni dietro l’edicola.
Entra nell’ultimo cesso,
si chiude dentro.
Qualche minuto dopo, alle
14,20 esatte, toglie la sicurezza dalla porta senza, tuttavia, aprirla.
Venti secondi dopo un uomo
anziano vestito con eleganza -completo estivo grigio di quelli che non
si comprano ai grandi magazzini e cravatta scura- apre la porta con circospezione,
la richiude dietro se e mette la sicurezza.
"Parliamo piano, per favore"
dice.
I due, l’uomo in nero e
l’uomo in grigio, abbozzano dei mezzi sorrisi e dei saluti di circostanza,
si guardano per un po’: l’uomo in grigio sembra tranquillo, come se quei
pochi secondi di silenzio, di intimità quasi, dovessero servire
a stabilire un contatto fisico prima di quello verbale. L’uomo in nero,
invece, aspetta con estremo nervosismo che sia l’altro a dire qualcosa.
Dilettante.
"Grazie per non avermi creato
delle complicazioni" dice l’uomo in grigio.
"Mi spieghi un po’ questa
storia del Papa" gli risponde l’altro "che se non ci mettiamo troppo tempo
faccio in tempo fare un passo al Beaubourg".
"Mi scusi" aggiunge subito
dopo a bassa voce e comincia a grattarsi la barba, una ridicola barba di
tre giorni che fa tanto Mickey Rourke metà anni ottanta.
Il cospiratore parte con
la sua storia e gli dice quasi subito che vuole tradire la setta.
"Pensavo volesse uccidere
il Papa" lo interrompe il giornalista.
"Dovessimo arrivare ad un
certo punto, bè allora forse sarà l’unica cosa che voglio
fare nella vita".
"E allora mi scusi, ma proprio
io non ci ho un capito un cazzo di niente in questa storia" si lascia sfuggire,
nervoso, l’uomo in nero "ma non riesco a capire come, uccidendo il Papa,
si possa tradire una setta il cui scopo è uccidere il Papa".
Poi afferra la maniglia,
come volesse uscire, ma sono movimenti lenti, senza decisione. Il cospiratore,
calmo, è sicuro che starà ad ascoltarlo sino in fondo.
"Dammi dieci minuti" gli
dice "solo dieci minuti e poi sarai libero di fare quello che ti pare,
anche di chiamare la polizia se vuoi".
Lentamente il nero lascia
la maniglia.
Adesso ha voglia di fumare;
sarà un anno che ha smesso, ma la vista del pacchetto bianco e rosso,
che lui immagina sensualmente morbido, appena fuori dal taschino della
giacca dell’uomo in grigio -unica pecca in tanta elegante precisione- lo
fa salivare come fosse un cane di Pavlov.
Prende il pacchetto dal
taschino dell’altro, tira fuori una sigaretta in modo maldestro e ne fa
cadere tutte le altre per terra; si china, per un attimo pensa che quello
potrebbe colpirlo alla nuca e poi andarsene -’perchè, poi?’ si chiede-,
raccoglie qualche sigaretta in mezzo allo sporco bagnato del cesso, poi
lascia perdere e si alza.
L’uomo in grigio gli dà
un fazzoletto di carta, lui si pulisce e lo getta per terra.
Chiede da accendere, aspira
forte il primo tiro e scuote la sigaretta per liberarsi della poca cenere.
"Capaneo era nata per arrecare
il maggior danno possibile allo Stato Pontificio, al papato. Tu non puoi
avere idea di quanti tentativi di ogni genere, alcuni riusciti altri no,
siano stati fatti nel diciannovesimo secolo. Provammo già ad uccidere
Gregorio XVI nel ‘46 o nel ‘45 e andò male, qualche anno dopo uno
dei nostri, travestitosi da vescovo, riuscì a giungere sino all’interno
degli alloggi papali ma quello, Pio IX intendo, era uscito fuori Roma senza
che noi se ne sapesse niente e il nostro fratello se ne dovette tornare
indietro; poi cominciammo a lavorare anche in altro modo, in maniera più
diplomatica. Puoi anche non crederci, ma dei nostri fratelli molto potenti,
uomini legati alle alte sfere della diplomazia, cercarono di influenzare
la politica italiana in segno decisamente antipontificio per tutto il secolo.
I soldi a Garibaldi per la spedizione dei Mille li abbiamo dati noi, questo
già lo sai, e siamo stati noi a lavorare nell’ombra perchè
lo facessero arrivare fino a Roma".
"Non ci siete riusciti,
purtroppo"
"No, ma non so se ci sarebbe
stata Porta Pia senza di noi."
Il nero si è stufato
della sigaretta e la getta nel cesso, spinge il pulsante dello scarico
e la guarda scorrere lungo il vortice finchè non viene definitivamente
risucchiata via.
"Comunque, qua ho un po’
di documenti sulla nostra attività" dice il cospiratore e lascia
nelle mani del nero un pacco sigillato che ha estratto dalla valigia ;
è una busta dal colore indefinito, un po’ tipo busta del ministero
ma senza sigilli e intestazioni. Quello la apre e dà una scorsa
ai fogli. Poi tira fuori un mucchio di fogli di protocollo graffettati
assieme a delle fotografie.
Riconosce il luogo e i personaggi
-Piazza S.Pietro, Giovanni Paolo II, Alì Agca- ma quelle foto, lui
pure che è un giornalista, non le ha mai vist. Angolazioni nuove,
perfette, come se il fotografo fosse già preparato allo scatto,
sapesse dove mirare e cosa inquadrare.
"I servizi segreti pagherebbero
miliardi per avere questa roba" dice il grigio sorridendo alla vista dello
stupore espresso dall’altro.
"Cazzo, questa non è
roba che si fa vedere al primo venuto" risponde il giornalista, teso, quasi
arrabbiato "me lo vuole spiegare cosa c’entro io con queste storie, perchè
ha bisogno di me per ‘sto casino?"
L’uomo in nero molla uno
spintone al capaneista e lo fa andare a sbattere contro la porta; aldilà
di questa, nella zona comune dei bagni pubblici, i rumori provenienti dalla
toilette hanno insospettito un po’ tutti e qualcuno ha chiamato un inserviente.
Mentre l’uomo in grigio
sta ancora cercando di calmare il giornalista, qualcuno bussa alla loro
porta. L’uomo in grigio prende buste e foto e infila tutto nella sua valigia.
Apre la porta della toilette
ed esce a passo svelto. L’uomo in nero lo segue e spintona via l’inserviente
che sta cercando di fermarli.
Fuori dai bagni si mettono
a correre, l’uomo in nero, veloce verso il centro della stazione, l’altro
più lentamente e con maggior controllo verso l’uscita.
L’uomo in nero si gira e
lo intravede uscire mischiato ad un gruppo di nibelunghi zainati.
Non lo rivedrà che
una volta. |
Spara
Alì spara
Roma,
1981 |
13 maggio 1981. Caldo afoso
in gran parte d’Italia. A Roma orde di turisti tedeschi in pantaloncini
color cachi hanno nuovamente invaso la città e quella loro parlata
secca, cruda, che tutti sono abituati ad associare ai film di guerra -quelli
coi nazi-motociclisti che sgommano in frenata come ricordava Moretti..-,
quella loro parlata riecheggia per i quartieri popolari risvegliando nei
più anziani ricordi bruttissimi.
In Piazza San Pietro ai
tedeschi si aggiungono branchi di ciellini, gruppi di integralisti cattolici,
intere parrocchie brianzole e americani del midwest; una fauna rumorosa,
multicolore e tremendamente sudata.
In mezzo a turisti e fedeli,
l’uomo in grigio, Yossarian, cambia continuamente le focali Zeiss alla
sua Leika, passando ora da un tele ad un grandangolo e, poi, ad un tele
ancora più spinto.
E’ nervoso, la sua freddezza
sopraffatta da un conflitto interiore di quelli pesanti; sospira forte,
come un gemito, pensa a tutti quelli che sono morti per Capaneo -i preti
sacrificati ai tempi degli innesti, soprattutto- e prega, prega un Dio,
una divinità qualsiasi, chiede perdono per tutto ciò che
ha fatto senza nemmeno sapere a chi o a cosa debba indirizzare questo perdono.
I fedeli cominciano ad agitarsi,
a battere le mani e ad urlare -l’anno successivo accompagnerà la
propria figlia a vedere i King Crimson a Reggio Emilia e, per un attimo,
un attimo di panico globale, rivivrà la stessa sensazione, la gente
che si alza in piedi, che urla e che si spinge; solo che, al posto del
Papa, apparirà Adrian Belew, pantaloni rossi di due taglie più
grandi, a salutare la folla e lui potrà calmarsi-.
L’uomo in grigio si gira
a destra a cercare con lo sguardo uno dei numerosi fratelli presenti ad
immortalare la scena, lo perde un attimo dopo averlo individuato.
Si gira verso il turco.
La macchina del Papa si
avvicina ed il vociare della folla è quasi insopportabile.
Il turco fa un paio di passi
avanti, estrae la pistola.
L’uomo in grigio punta il
suo obiettivo, inquadra perfettamente l’uomo, gli sembra di vedere i suoi
occhi spiritati brillare.
Il turco alza il braccio
e qualcuno, solo un paio di persone, si sposta velocemente urlando.
Gli spari.
Il dito dell’uomo in grigio
rimane bloccato sull’otturatore.
Nitidi, fissati per sempre
nella sua memoria, i lampi, i rumori secchi dei colpi da fuoco e, subito
dopo, un silenzio irreale, come fosse diventato sordo. |
Una
missione di ricognizione
dal
diario di Enea Lambergo. Sicilia, 1860 |
....Navarra parve stupito
che il Comandante avesse chiesto che anch’io partecipassi all’azione, ma
non fece obiezioni.
Questo, il Navarra, era
un uomo non più giovane e di corporatura piuttosto minuta; a prima
vista, con quei baffi sottili e quegli occhi piccoli, che, al pari delle
mani, non teneva mai fermi, lo avresti immaginato più adatto a seguire
ballerine nei camerini di teatri di provincia che non alle azioni di guerra
ma, al contrario, di lui non si parlava altro che in termini eroici e certi
particolari delle sue azioni di guerra, che fossero o meno inventati od
ingigantiti dalla soldataglia non so dire, erano spesso raccapriccianti.
Partimmo poco prima dell’alba;
il nostro compito era quello di scoprire a quale distanza si trovassero
le truppe borboniche.
Attraversammo senza scambiarci
parola il versante settentrionale di una montagna che, in seguito, quando
sorse il sole, mi parve di un aspetto lugubre e terrificante; nella boscaglia
io ero sicuramente quello che faceva più rumore camminando e, in
più di una occasione, ebbi l’impressione che il Navarra rallentasse
volutamente il passo per non lasciarmi troppo indietro.
Provai un senso di grande
inutilità e mi maledissi per aver tanto perorato la mia causa di
soldato attivo presso il Comandante.
Verso metà mattinata
ci fermammo a mangiare del pane con formaggio; la fatica aveva messo a
tutti una gran fame e, se non fosse stato per la paura di venire impallinati
da un momento all’altro, avrei potuto pensare di essere ad una di quelle
passeggiate che, sino a qualche anno fa, ero solito fare assieme ad i miei
cugini su in Val d’Aosta. E quanto mi sembrino lontani quei tempi, Cara
Erminia, non lo puoi nemmeno immaginare.....
Navarra ci fece alzare dopo
quello che a me parve un tempo assai breve e, nuovamente, ci mettemmo in
cammino.
Giungemmo dopo qualche ora
nei pressi di una strada, un sentiero quasi. Il sole era alto, più
alto di quanto non lo avessi mai visto in tutta la mia vita. Se sino a
quel momento avevo potuto sopportarne i raggi era solo perchè rami
e foglie del bosco ci facevano un poco da schermo; uscire all’aperto fu
terribile.
Oltretutto sembrava che
tutte le mosche del Regno delle Due Sicilie si fossero date convegno attorno
a noi quattro, imprecai a voce forse un po’ troppo alta e Navarra mi zittì
con uno sguardo cattivo.
Mi resi conto che a me quell’uomo
non piaceva poi così tanto.
Non avremmo camminato che
per un chilometro quando, improvvisamente, senza che io avessi udito qualcosa,
Navarra alzò il braccio destro e ci indicò di scendere tra
i rovi di fianco al sentiero.
Sdraiatomi a terra, ebbi
la sensazione di poter svenire da un momento all’altro; le gambe, infatti
non me le sentivo più da tanto che erano diventate molli, la testa
mi sembrava vuota e, nonostante il sole di fine primavera, sentivo freddo
dappertutto. I Borbonici camminavano lungo il sentiero, giusto pochi metri
sopra le nostre teste, imprecando in un linguaggio che a me pareva solo
lontano parente di quello che noi tutti parliamo.
Un immagine di Navarra mi
torna alla mente adesso che scrivo. Quando ci trovammo nascosti nella boscaglia
in attesa che i soldati fossero passati, lo scorsi a qualche decina di
metri di distanza da me, anche lui sdraiato tra i rovi, con una luce negli
occhi cattiva come quella di un demonio. Mi parve come lottare con se stesso
per non alzarsi e correre in mezzo a quelli per portarsene qualcuno, con
se, giù all’inferno.
Quando potemmo alzarci non
sembrava voler parlare con nessuno di noi, come se ci odiasse, pensai,
come se avesse dovuto evitare lo scontro solo per salvare le vite nostre.
Ci indicò con una mossa del volto la macchia sopra a noi e partì
di corsa.
Lo seguimmo cercando di
fare più silenzio possibile; anche i miei compagni, che a questo
genere di cose dovevano essere avvezzi da tempo, mi parevano adesso meno
sicuri di loro stessi.
Navarra ci fermò
con
un gesto dopo un tempo interminabile. Avevamo già scollinato e non
doveva mancare molto al nostro campo.
Nella radura, ad un centinaio
di metri sotto di noi, un pastore stava allontanandosi con il suo gregge.
"Vai" disse allora Navarra
ad uno degli uomini ed erano quelle le sue prime parole dall’incontro con
i soldati borbonici.
"Che intendete fare?" gli
dissi con la voce che tremava un poco.
"La guerra, ragazzo" mi
rispose.
Intanto l’uomo che avrebbe
dovuto scendere dal pastore si era fermato a vedere cosa sortisse dalla
discussione, forse perchè sperava di non dover eseguire l’ordine
o forse perchè si accontentava di poterlo ritardare un poco.
"Non si uccidono così
gli innocenti" dissi e la mia voce era molto più ferma di prima,
molto più di quanto non lo fosse stata durante una vita intera.
Navarra si guardava gli
stivali sporchi.
"Vai, che diamine" disse.
E forse lo disse con voce
troppo alta, o forse fu la mia voce, in precedenza, ad essere stata troppo
alta, fatto sta che il pastore sembrò guardare dalla nostra parte
per un attimo e, appena il nostro soldato mise piede fuori dalla boscaglia,
quello cominciò a correre come un pazzo verso l’altro lato della
radura.
In breve fu ai margini del
bosco. Si fermò un attimo per guardarsi indietro e poi si perse
tra il folto dei rovi.
"Torna indietro, Giuseppe"
urlò Navarra all’uomo che si era lanciato al suo inseguimento.
Un attimo e basta, però
ti giuro che in quell’attimo pensai che quel pazzo mi avrebbe ucciso, che
m’avrebbe lasciato lì in mezzo agli alberi a marcire sino al Giorno
del Giudizio. Invece ci fece correre verso il campo senza fare nemmeno
un accenno a ciò che era successo.
Quando fummo arrivati e
già si scherzava a proposito di cosa avremmo dovuto mangiare per
cena, quello mi prese per un braccio e, senza alzare nemmeno di un filo
la voce, mi disse che dopo la cena ci saremmo visti per discutere un poco.
La voce era sembrata vetro,
tanto me la ero sentita scavare dalle orecchie la propria via sino al cervello.... |
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