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La
farina del diavolo
Autostrada
del sole, tratto Firenze-Roma, 1981 |
Che Yossarian odiasse gli
uomini di chiesa era un dato di fatto, questo, però, lo odiava in
maniera viscerale, ben più di quanto la sua attività-fede-professione
non avrebbe concesso.
Aspettandolo, piazzola autostradale
tra Firenze e Roma come fossero spie, accarezzava l’idea di piantargli
un paio di pallottole addosso e di farla finita.
‘Non è il momento,
adesso’ si diceva tra una sigaretta e l’altra ‘forse in un’altra occasione’.
La mercedes nera targata
con le Chiavi di Pietro arrivò poco prima del tramonto, in leggero
ritardo.
Yossarian si mise la pistola
ultrapiatta nella tasca interna dell’abito grigio, prese un respiro profondo
e tastò con la lingua la pillola al cianuro che teneva in fondo
alla bocca.
Raccolta una ventiquattrore
da sotto il sedile, scese dalla propria macchina e si avvicinò con
passo il più sicuro possibile alla macchina dell’altro.
Dall’alto delle colline
i suoi uomini stavano riprendendo la scena, un paio di essi avevano i fucili
puntato verso il religioso.
‘Sicuramente anche i loro
saranno qua in giro’ pensò mentre bussava al vetro scuro.
L’altro scese e gli strinse
la mano.
"Yossarian, vero?"
"Si, cardinale, sono io".
Il cardinale X era uno degli
uomini che più da vicino gestiva gli affari della banca vaticana.
Lo IOR, la banca vaticana,
era nato come APSA ai tempi dei Patti Lateranensi quando il Vaticano si
trovò a gestire l’imponente somma che lo stato fascista aveva pagato
in modo da pulirsi anticipatamente la coscienza per ciò che si apprestava
a fare e, soprattutto, per avere le mani più libere possibile in
politica estera ed interna.
Con il passare del tempo
alcuni religiosi dal modo di ragionare particolarmente laico cercarono
di organizzare questi istituti perchè entrassero in sintonia con
il mondo della finanza ‘in toto’ e non solo con quelle poche banche cattoliche
che cercavano, almeno nominalmente, di prestare danaro ai minori tassi
possibili in modo da favorire i poveri.
Il cardinale X si mise appunto
in evidenza convincendo Paolo VI a consigliarsi con un uomo d’affari estremamente
pio e religioso, Michele Sindona. I consigli di Sindona fecero fruttare
i capitali della banca vaticana quasi all’inverosimile, almeno inizialmente,
e pochi fecero caso che, dietro a tante speculazioni, ci fossero la mafia,
i trafficanti di armi e quelli di droga.
Il successore di Paolo VI,
Giovanni Paolo I, chiese non appena eletto di mettere le mani sui documenti
relativi allo IOR ed il fatto che sia morto la notte stessa nella quale
cominciò a prenderne visione viene ritenuto sospetto da molti -dei
risultati dell’autopsia non si è mai saputo niente, si dice persino
che non venne effettuata e, oltretutto, sparirono sia i documenti che il
pontefice stava esaminando, sia le medicine che aveva dovuto prendere-.
Il cardinale x fu uno degli
ultimi a vederlo vivo.
Il cardinale x fu uno dei
primissimi a vederlo morto.
"Ha con se i documenti?"
Yossarian annuì.
Tirò fuori una busta dalla ventiquattrore e la consegnò al
cardinale.
"Ne abbiamo altre copie,
ovviamente" disse.
Il religioso la aprì
con difficoltà e diede una scorsa ai fogli, non molti, ed alle tre
o quattro foto spillatevi assieme.
Gli bastò vedere,
di sfuggita, il nome di un certo veleno per diventare estremamente nervoso,
molto più di quanto non fosse in precedenza.
"Il gruppo di società
che rappresento è interessato a fare affari con la chiesa"
Al cardinale non sembrava
vero di cavarsela così con poco.
"Dio mio non è un
problema, tutto quello che volete" rispose ad Yossarian.
"Non solo con la chiesa
di oggi, anche con quella di domani".
Apri di nuovo la borsa e
diede al cardinale un foglio con tre nomi.
"Questi sono tre giovani
vescovi di grandi possibilità. Più in alto saliranno, più
facile sarà che noi ci si scordi di questi documenti". |
Gli
innocenti
Sicilia,
1860 |
"Innocenti"
Navarra, appoggiato al terrazzino
in ferro battuto che separa la piazza di Sant’Agata da una discesa coperta
di limoni, continua a masticare tra se e se quell’unica parola, innocenti,
come fosse un mantra o la parola magica di una fiaba orientale che, all’improvviso,
lo possa portare via da quel posto, direttamente sino a Roma.
Di fronte a lui, rigido
sulla panchina come fosse ad uno degli esami di chimica che ancora lo separano
dalla laurea, il volontario Enea Lambergo attende che egli, il Navarra,
faccia qualcosa.
E lui parla ancora, si agita,
passa la pipa da una mano all’altra senza decidersi ad accenderla e spiega,
cerca di spiegare, che erano stati gli innocenti come quel pastore che
lui ha fatto in modo di salvare a prendere a forconate i fratelli Bandiera
e che sono quelli gli stessi innocenti -e ogni volta che pronuncia quella
parola storce la bocca come se il suono stesso lo infastidisse- lì
in Sicilia a far finta di acclamarli per poi sputare per terra e farsi
il segno della croce una volta che loro siano passati.
Enea appare interdetto,
a lui tutto quell’entusiasmo al loro passaggio sembrava sincero.
Non riesce a credere a tutta
questa storia che Navarra gli sta raccontando, cioè che per loro,
per i poveri, per i diseredati, un padrone valga l’altro, un governo, addirittura,
valga l’altro e, anzi, si trovino molto meglio con i tiranni che già
hanno che almeno quelli sono amici del Papa e di Dio, non necessariamente
nell’ordine.
L’altro continua, gli dice
che il popolo non è innovatore, un po’ ha paura di perdere quel
niente che possiede, un po’ è ignorante ed ha paura di staccarsi
da quelle tradizioni altrettanto ignoranti che stanno alla base delle proprie
conoscenze.
Che questi non vogliono
essere liberati quasi glielo urla in faccia ad Enea, come se la rabbia
per l’episodio del pomeriggio gli sia saltata fuori solo in questo momento.
Il ragazzo si alza dalla
panchina -rosso in viso anche se così, al buio, non si può
intuire niente-. Chiede, con la voce ferma, cos’è allora che sono
venuti a fare loro se il popolo non vuole essere liberato.
Navarra sorride. Sorride
e non risponde; si stacca dal terrazzino, si allontana dal giovane. Lo
sguardo perso in direzione dei monti illuminati dalla luna, si immagina
una nuova, ennesima, versione della loro trionfale entrata in Roma. |
Capaneo.
Storia di una setta
Varie
parti d’Italia e del bacino mediterraneo, 1844-1914 |
La prima ragione del successo
di Capaneo rispetto a tante altre sette sta nella sua modernità;
sia il conte Pozzato che Giubertoni e Roggi, infatti, ne avevano avuto
già abbastanza di progettare società ideali e cazzate romantiche
del genere.
Dove erano prima, un gruppo
di simpatici smidollati amanti delle grandi teorie, non si parlava altro
che di Utopia e di Armonia; si citavano, spesso a sproposito, Jean Jacques
Rousseau e Robert Owen con i suoi ‘villaggi di cooperazione’. Belle parole
e belle intenzioni, sicuro, ma quando gli sbirri dell’esercito pontificio
avevano sfondato le porte a calci, se ne erano rimasti lì impalati
a farsi massacrare.
Loro, i tre superstiti,
insospettati e quasi insospettabili -perlomeno il conte Pozzato ed il ricco
borghese Roggi-, cominciarono dopo quel terribile fatto la loro guerra
privata; una guerra feroce e senza scrupoli che vide la morte di una decina
tra ufficiali e soldati e, come ultimo atto, il sacrificio del giovane
Remigio Giubertoni nel tentativo di assassinare Gregorio XVI.
Di lui i compagni non seppero
mai più niente dal momento nel quale entrò nel convento di
Castel Vecchio a settembre del 1845; se ne dava per certa la morte già
dopo qualche mese e, benchè né Roggi né Pozzato l’avessero
mai ammesso, si temeva anche che lo potessero avere preso vivo e torturato
sino a farlo parlare.
In realtà il gesto
di Giubertoni venne immediatamente catalogato come l’atto di un folle ed
egli, in quanto tale, non venne giustiziato o torturato.
Lo sbatterono nella peggiore
delle prigioni pontificie dove sopravvisse miracolosamente diciassette
anni prima di morire di polmonite, nel gennaio 1862, senza nemmeno sapere
che la Romagna e l’Emilia erano state liberate e facevano finalmente parte
del Regno d’Italia.
Il tentativo di Giubertoni
fu uno degli ultimi atti violenti della setta, perlomeno per quanto riguarda
la sua fase iniziale di vita.
Pozzato e Roggi, approfittando
delle proprie ingenti ricchezze e delle conoscenze che il conte vantava
tra i pari nobiltà, cominciarono a tessere una trama finissima che
li portò a contatto con uomini politici e d’azione tra i più
importanti d’Italia.
Garibaldi, i tre del Triumvirato
della Repubblica Romana e tanti altri patrioti del diciannovesimo secolo
erano a conoscenza dell’esistenza di Capaneo, ne ricevettero quand’era
il momento un sostegno economico e politico e ne condivisero sino in fondo
l’odio per lo stato vaticano.
Altri, come Vittorio Emanuele
II o il Cavour, vennero invece a contatto con Capaneo senza saperlo, per
il tramite di coloro i quali seppero prima ingraziarseli con l’adulazione,
con i buoni consigli economici, con il sesso e, poi, sfruttare la loro
posizione di vantaggio per facilitarne lo spostarsi su talune decisioni
militari e politiche.
Con il venti settembre 1870
sembrava che Capaneo dovesse cessare di esistere; lo stato pontificio non
esisteva più da tempo, Roma era finalmente caduta e, oltretutto,
Pozzato e Roggi erano stanchi, stanchi e quasi vecchi.
Negli anni a seguire le
attività dei capaneisti si limitarono ai festeggiamenti per la ricorrenza
del venti settembre e all’aiuto solidale per i confratelli in difficoltà,
come fossero una setta massonica, e le successive generazioni dei Pozzato
e dei Roggi si preoccuparono molto di più della gestione delle aziende
di famiglia che non della setta.
Con l’eccezione di Gustavo
Pozzato e, dopo, del proprio figlio Armando.
Gustavo era il figlio minore
del conte Alberto ed era di tutta la prole quello che meno assomigliava
al padre. Laddove Alberto era un uomo d’azione, da prima linea, di quelli
che si trovano a comandare per carisma -ma anche perchè battono
il pugno sul tavolo più forte degli altri- Gustavo era una persona
riflessiva, un lupo solitario che amava stare dietro le quinte, lavorare
nell’ombra, e che si innamorò del tramare e dell’ordire ai tempi
delle pressioni sui Savoia per prendere Roma.
Allora era solo un giovanotto
di nemmeno 16 anni, un giovanotto al quale il padre aveva dovuto svelare
dei segreti importantissimi poichè quello, già di suo, era
andato pericolosamente vicino a capire di cosa trattasse l’intera faccenda.
Sfruttare gli agganci preparati in passato per ben più alti motivi
e, quindi, farlo avviare verso la carriera diplomatica fu l’ultimo atto
del Conte Alberto Pozzato prima di tirare nobilmente le cuoia.
Dei suoi primi anni nel
mondo diplomatico non si sa molto, poche parole ai familiari a proposito
di quali fossero i suoi compiti, lettere evasive spedite durante il suo
frenetico saltare da un parte all’altra del mediterraneo; si sposa a quarantasei
anni con una Topazzi ben più giovane di lui che continuerà
a tradire con una regolarità cronometrica. Durante i primi anni
del secolo la sua ‘attività diplomatica’ si limita ad un paio di
viaggi nel NordAfrica poi, nel 1909, con la Topazzi incinta di quattro
mesi del loro primo figlio, esce di casa con una scusa banale e di lui
non si sa quasi più niente per molto tempo.
Lo vediamo in una foto scattata
a Tripoli, nel 1911, abbracciare il generale Lampreda-Visconti di ritorno
da un pattugliamento delle oasi; un rarissimo filmato dello stesso periodo
ce lo mostra mentre ispeziona alcuni prigionieri turchi, lui è l’unico
tra i presenti a non vestire alcuna divisa.
Telegrammi e lettere piuttosto
evasive giungeranno a casa da Alessandria d’Egitto, da Tunisi e, sempre
più frequenti mano a mano che la crisi balcanica si complica, dal
triangolo formato da Zagabria, Vienna e Budapest.
Torna a casa con l’inizio
della prima guerra mondiale e conosce, finalmente, il proprio figlio Armando
al quale darà immediatamente una sorellina, Eugenia.
Armando ed Eugenia.
La rinascita di Capaneo
come setta attiva e cattiva verrà a dipendere esclusivamente da
loro. |
Portrait
di una manager
da
un articolo di Gina Topis pubblicato sull’Effimero del 16-5-1984 |
Il look è decisamente
trendy, up-to-date dalla pettinatura vagamente punk sino alle scarpe griffate
Marano.
Full chic con un pizzico
di trasgressione rappresentato dagli orecchini a forma di croce rovesciata
-’adoro Rosemary’s baby’ mi confesserà più tardi-.
Chicca Roggi potrebbe benissimo
passare per una studentessa universitaria fuori corso, di quelle che studiano
ma che hanno capito che la vita deve essere anche vissuta un po’ così,
day by day, invece è la manager più ricercata d’Italia, un
cervello che le altre nazioni ci invidiano associato ad un piglio da lady
di ferro e, cosa che non guasta mai, ad un personale da favola.
Le chiedo subito di C.,
di cosa voglia dire quella lettera sotto la quale sono riunite le tante
imprese di un impero economico che va dalle telecomunicazioni ai computer,
dalla sartoria alle assicurazioni.
Chicca sorride, gioca con
un foulard di Herpes, e poi risponde che non me lo può dire.
"E’ un segreto di famiglia.
Risale ai tempi di un qualche mio trisnonno che fondò la società
assieme ad alcuni amici"..... |
Una
lottatrice
Torino,
1870 |
Un viso da dipinto preraffaellita
- e due occhi ‘nei quali perdersi, affogare e poi morire’ come le aveva
scritto, prima di tagliarsi le vene, il giovane conte De Gieri, un uomo
la cui fragile psiche era stata minata dalla lettura successiva della Affinità
elettive e del Werther-.
Un viso da dipinto preraffaellita,
appunto, unito ad un corpo idealmente più vicino a quello di un
lottatore di sumo che non a quello della modella Twiggy, la nobildonna
Costanza Von Beckenbauer compensava il proprio eccesso di carne con una
conoscenza e padronanza delle tecniche sessuali avanti cent’anni ai suoi
tempi; tecniche che, se solo immaginate dal defunto De Gieri, ne avrebbero
fatto rigirare il cadavere come nemmeno quello di Jim Morrison dopo che
la sua onirica ‘Crystal ship’ venne trasformata in pezzo da discoteca dai,
pfui, Duran Duran.
A differenza di quanto non
avrebbe fatto il De Gieri, Re Vittorio Emanuele andava letteralmente in
estasi ad ogni incontro con la Von Beckenbauer al punto che, nel periodo
d’oro della loro relazione, essi si vedevano almeno un paio di pomeriggi
alla settimana. Al termine di questi incontri, la nobildonna si faceva
riaccompagnare a casa con una carrozza nera, bellissima ed imponente, con
lo stemma di Casa Savoia in evidenza su entrambi i lati; il Re, invece,
preferiva rimanere ancora un po’ alla palazzina di caccia, le gambe ancora
fiacche e, soprattutto, il cervello in pappa.
Il pomeriggio del 14 aprile,
dopo che la Von Beckenbauer aveva sfoderato il meglio di se stessa, questa
preferì rimanere ancora alla palazzina, a far compagnia allo stanco
monarca nella camera blu. Vittorio Emanuele era steso a pancia all’aria
incapace di intendere e di volere, Costanza gli arricciava con la mano
destra i peli del petto e, di tanto in tanto, mordicchiava il regale orecchio.
"Oggi mi avete posseduta
come solo un monarca può fare" gli sussurrò.
"E voi siete stata la mia
degna regina" rispose quello sorridendole.
Rimasero qualche secondo
in silenzio, poi il re si girò verso di lei.
"Iersera ho parlato con
i miei ministri. Ho detto loro quello che anche voi pensavate della nostra
monarchia e hanno dovuto convenire che, senza Roma, il Regno d’Italia non
può dirsi veramente Italiano".
La Von Beckenbauer camuffò
la propria felicità con vuote frasi di circostanza sul passato dell’Italia,
su Giulio Cesare e sull’Impero Romano, un sacco di fandonie colme di retorica
con le quali aveva già gonfiato la testa del regnante al termine
dei loro ultimi incontri.
Come fosse un premio per
il suo ardire, per la sua implicita promessa di agire, ella regalò
a Vittorio Emanuele un’altra buona mezz’ora di acrobazie e, poi, se ne
andò ancora sudata.
La mattina successiva, di
buon ora, il suo più fidato servo spediva una missiva al conte Pozzato.
"E’ fatta" erano le uniche
parole scrittevi. |
Nastassja
mon amour
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it ore 18.33 13/05/04 |
Ho visto Nastassja Kinski.
L’ho vista sull’aereo che
mi portava a Parigi per l’appuntamento con Alì -figurati, si tratta
di un signore anziano molto borghese e molto ricco il quale può
sembrare tutto meno che un attentatore internazionale (che non sia questo
un punto a suo vantaggio?)-.
Comunque non hai idea di
quale sia stata l’emozione nel vedere la Kinski. Bella, più bella
che al cinema, anche se gli anni sono passati a valanga anche per lei;
era seduta giusto un paio di posti più avanti di me, anche lei in
classe economica, quindi.
Ma non aveva sposato un
arabo ricchissimo?
Quando la vedo, la sera
tardi in qualche film vecchiotto, mi viene sempre un po’ da ridere perchè
ricordo che all’epoca, prima metà degli anni ottanta, in diversi
c’eravamo presi una passioncella per lei. Con Stefano e Gianni eravamo
andati a vedere ‘Maria’s lovers’, film a mio avviso assai sopravvalutato
ma da vedersi obbligatoriamente solo per la Sua presenza, e al termine
del film Stefano e Gianni avevano litigato perchè il primo se ne
era innamorato ed il secondo, uno dai gusti un po’ volgarotti tipo maggiorate,
la trovava ‘niente di che’.
Qualche tempo dopo io e
Stefano eravamo andati a vedere l’enorme ‘Paris, Texas’ di Wenders; portare
Stefano a vedere un film di Wenders non sarebbe stata una cosa facile,
troppo tedesco per i suoi gusti, ma la presenza di Nastassja aveva ovviamente
facilitato la cosa.
Stefano aveva sospirato
per tutti i venti minuti del dialogo finale tra Harry Dean Stanton e la
Notevolissima e, al termine, mi aveva confessato di non riuscire a capire
se fosse più stupido Gianni a valutarLa un ‘niente di che’ o, anzi,
lui, che ogni volta che La vedeva, non riusciva a pensare ad altro di quanto
non fosse stupido Gianni a considerarLa ‘niente di che’.
Comunque eravamo sullo stesso
volo, L’ho salutata scendendo e Lei mi ha persino rivolto una specie di
mezzo sorriso.
Questa è stata l’unica
cosa positiva della mia trasferta francese, questa ed una visita-lampo
al Museo d’arte Moderna dove ho comprato un poster di Kandinsky, ‘Ville
arabe’ del 1905, ed un orologio in plastica di Keith Haring -tutto talmente
generazionale da sembrare stereotipato-.
L’incontro col mio cospiratore
mi ha lasciato molto perplesso, non ne so poi molto più di prima,
siamo stati interrotti e penso -spero? non lo so- si rifarà sentire
lui.
Sinora avevo paura si trattasse
di una bufala, adesso ho paura del contrario, che mitomane si sarebbe preso
la briga di organizzare una messinscena del genere, incontri furtivi nelle
toilette di una stazione a Parigi (tutto a suo carico, poi)? E poi, qualche
specie di prova me l’ha lasciata vedere -l’attentato al Papa nell’81 visto
da prospettive fotografiche nuovissime e tremendamente chiarificatrici-.
Non capisco più niente,
nemmeno se dovrei chiamare la polizia o meno.
Voglio pensare un po’ meglio
a tutta questa cosa, poi ti richiamerò per darti ogni dettaglio,
intanto ti saluto con affetto.
P.S. sono stato avvicinato
da un tipo, al Museo d’arte moderna, un uomo di mezza età, tarchiato
e con un buffo pizzetto. Si è messo a parlare del più e del
meno davanti ad un Tanguy ed ho avuto l’impressione, per un attimo, che
stesse per rivelarmi che avrebbe ucciso il segretario delle Nazioni Unite
o l’intera famiglia reale italiana -quest’ultima parte scritta volutamente
in minuscolo-. Invece il tipo mi ha dato una dritta da brividi su impressionisti,
espressionisti e moderni; magari non c’entra molto con tutta questa storia
ma mi sembra una cosa talmente interessante che è un peccato non
divulgarla in giro -per la verità ci ho già provato ieri
sera con gli amici mentre si vedeva la semifinale di Coppa ma mi hanno
considerato zero-.
Prendi una casa gialla con
due alberi verdi, verdastri, davanti.
Un pittore della domenica
ci si mette lì di impegno e tira fuori un quadrettino insulso con
la sua bella casa gialla ed i suoi alberi verdi, verdastri, davanti.
Van Gogh ci tira fuori una
cosa da incubo, magari bellissima, ma che non sembra avere molto a che
fare con la costruzione gialla.
Fino a qua tutto regolare,
no?
La cosa sconvolgente è
che lo studio della fisiologia delle percezioni sensoriali dà pienamente
ragione a Van Gogh, agli astrattisti, a chi dipinge le cose ‘come si sente
di vederle’.
Infatti l’immagine della
casa non viene presa pari pari dalla retina e trasmessa al cervello, sarebbe
troppo semplice. L’immagine, così come ogni altra percezione sensoriale,
viene smembrata in tanti piccoli segnali elettrici e ricomposta una frazione
di secondo più tardi nel cervello; questa composizione non avviene
in maniera oggettivamente uguale per tutti (ma, anzi, in maniera estremamente
soggettiva)
e viene a dipendere da un sacco di fattori
-
come i nostri recettori colgono
i segnali
-
come li smembrano
-
come le aree specifiche del
cervello se li ricompongono assieme.
Quindi il mio colore giallo,
la mia prospettiva visiva, il mio albero, saranno per forza di cose differenti
dai tuoi e da quelli degli altri.
In pratica i grandi della
seconda metà dell’ottocento e degli inizi del novecento hanno realizzato
lo stesso passaggio -da pittura oggettiva a pittura soggettiva- che gli
scienziati hanno poi dovuto riconoscere nella fisiologia sensoriale -da
percezione dipendente dall’oggetto a percezione dipendente dal soggetto-.
Pazzesco.
Spero solo d’essere stato
abbastanza chiaro; se non lo sono stato non è solo colpa mia: ho
indugiato in redazione aspettando una telefonata del nostro uomo e così
mi sono trovato solo quando sono arrivate le bozze delle pagine sportive
-un errore che in genere fanno solo i novellini-, immaginati di dover correggere
due pagine di articoli contenenti finezze tipo ‘stiramento a lìnguine’
(per ‘stiramento all’inguine’) e ‘azioni di contenimento che dovrebbero
però esaltare le ripartenze’ (non mi chiedere cosa significhi perchè
temo si tratta di scrittura sperimentale). C’è di che rimanere sconvolti
per ore.
Aveva ragione Michele Serra
quando, una ventina di anni fa, scrisse su Linus che i giornalisti sportivi
erano tutti dei ciccioni semianalfabeti ; in seguito il Serra, di fronte
all’indignata protesta della categoria stessa, si scusò affermando
che alcuni di loro, per la verità, erano magri.
Mi farò sentire al
più presto.
Rocco |
Un
finto papa
from
BiblioServ@Ts.it to Paglia@zot.it 15/05/04 ore 20.44 |
Ho meditato a lungo a proposito
del fatto che lei si sia comportato come un perfetto imbecille.
Sarò sincero, al
momento, stanti le attuali condizione di salute del Pontefice, netto peggioramento
della situazione nella notte scorsa, non posso permettermi di perdere ulteriore
tempo contattando altri giornalisti per cui o lei mi aiuta denunciando
il pericolo al quale stiamo andando incontro o, altrimenti, io attenderò
l’elezione del nuovo Pontefice e, se il risultato di questa sarà
quello che io temo, agirò di conseguenza il più presto possibile.
Continuo, quindi, il discorso
iniziato a Parigi; la faccenda si pone in questi termini: attorno ai primi
anni cinquanta, proprio nel periodo del mio arruolamento, Capaneo entrò
in contatto con esponenti delle reti spionistiche che agivano nel territorio
nazionale, da quelle della Nato a quelle del Patto di Varsavia e, in seguito,
a quelle medioorientali
Apprendemmo così
nuove tecniche che decidemmo di sperimentare immediatamente; era infatti
chiaro come i vecchi metodi della violenza potessero portare a poco in
un mondo diviso in blocchi -un capo di stato quale effettivamente era ed
è il Pontefice della Chiesa Cattolica non risultava essere che una
pedina che, in caso di perdita, poteva essere tranquillamente rimpiazzata-
ed era altrettanto chiaro che, se si voleva danneggiare una istituzione
come il Vaticano, era necessario andare a fondo come mai non si era andati.
Bisognava quindi agire dall’interno.
Decine di nostri agenti,
dal 1965 al 1972, furono quindi ‘innestate’ all’interno dell’organizzazione
cattolica; in pratica, elementi religiosi giovani, intelligenti e, per
ovvi motivi, privi di legami parentali stretti, furono sostituiti con questi
nostri agenti a loro somiglianti. Tali sostituzioni venivano messe in atto
al momento della partenza di uno di questi preti per un luogo lontano nel
quale si pensava dovessero stare per almeno qualche anno, tipicamente missioni
all’interno dell’Africa. Al momento dell’eventuale ritorno in patria, gli
agenti dovevano richiedere di essere mandati in una diocesi differente
da quella originaria in modo da evitare il contatto con qualsiasi persona
conosciuta.
Di fatto ci trovammo con
almeno una ventina di falsi preti pronti ad agire in modo da screditare,
ove fosse necessario, l’immagine della Chiesa Cattolica ma, soprattutto,
pronti ad agire in maniera quasi definitiva qualora se ne fosse presentata
l’occasione.
Lei si renderà conto
che, spargere una ventina di preti per tutta la superficie terrestre, e
sperare che uno di questi possa diventare tanto potente da arrecare un
qualche danno serio ad una istituzione bimillenaria come la Chiesa Cattolica,
non era ne più ne meno che mettersi a giocare alla roulette e, quindi,
fummo obbligati a favorire in ogni modo la carriera dei nostri protetti.
Corruzione, favori offerti
e poi richiesti, ricatto a sfondo sessuale, le abbiamo provate tutte e,
devo dire, con un certo successo visto che ben quindici dei nostri venti
pretini vennero ordinati vescovi in brevissimo tempo.
La ciliegina sulla torta,
e ne parlo con una certa soddisfazione perchè si tratta di un progetto
mio, è sicuramente rappresentata dalle nostre attività di
sostegno della finanza vaticana. Ben prima che voi giornalisti cominciaste
ad interessarvi allo IOR, al crac del Banco Ambrosiano e ai legami tra
alcuni esponenti del mondo cattolico e di quello finanziario, noi riuscimmo
a coprire alcune manovre come minimo azzardate fatte da esponenti del clero.
Un certo Personaggio ci
fu molto grato e, con lui, altri pezzi grossi e grossissimi. Quando pregammo,
non molto tempo fa, perchè ad un paio di vescovi venisse ‘facilitata’
la carriera, costoro non si preoccuparono nemmeno di chiedercene il motivo.
Evidentemente ne avevamo
di buoni, devono avere pensato.
Avrà notato che,
tra gli altri cardinali, uno che gode di ampio spazio sulla stampa è
George Costanza. Si parla di lui come di un religioso moderno, aperto alle
nuove tendenze di pensiero ma, nel contempo, estremamente legato alla tradizione,
uno che viene dalla gavetta, uno che ha persino preso la medaglia al valore
durante la guerra in Viet-nam per il coraggio dimostrato nel portare conforto
sia ai poveri soldati americani che alla popolazione civile.
Sarebbe un Papa perfetto,
non crede?
Se solo i media sospettassero
che il vero George Costanza è stato ucciso nel settembre 1969 e
che, come se non bastasse, a pugnalarlo alla gola e a gettarne il corpo
nello Hudson è stato proprio il cardinale maggiormente accreditato
per salire prossimamente sul trono di Pietro (cardinale che, tra parentesi,
si chiama Jerry Harrison e non è nemmeno cattolico), se lo sapessero
non crede che ne salterebbe fuori una storia niente male?
E non creda che non mi dispiaccia
rovinare un piano così perfetto, ma verrà anche il tempo
per le spiegazioni.
Rifletta, se se la sente,
provi a fare delle indagini, chieda a quelli della ‘Rassegna della stampa
internazionale’, hanno una pagina anche sulla rete e si possono contattare
con estrema facilità, provi a chiedere come può essere spiegata
una carriera così fulminante e perfetta come quella di Costanza.
Faccia presto, quindi, a
decidere. Il tempo stringe ma lei è ancora tranquillamente in tempo
a salvare il mondo e, come se tutto il resto non fosse abbastanza, a diventare
il giornalista più famoso del pianeta. |
Delucidazioni
From
Paglia@zot.it to cardedo@cssr.it 15/05/04 ore 22.14 |
Ciao. Non perdo tempo con
i convenevoli perchè so che sei una persona estremamente impegnata.
Ho bisogno di un’informazione,
ma un’informazione di poco conto che puoi farmi avere come e quando vuoi,
con calma, senza passare sopra a tutte le altre cose.
Si tratta di una cosa così,
che mi è venuta in mente per caso leggendo un libro di spionaggio
e che non riesco a togliermi dalla niente.
Che stupido che sono.
Appunto si tratta di una
cosa da niente, senza alcun aggancio con la realtà o con qualche
mia inchiesta.
E’ che ho letto di questi
‘innesti’, di queste spie che vanno a sostituire persone reali e ne assumono
l’identità per sempre.
E’ una cosa fattibile, che
magari succede anche con gran frequenza, oppure sono balle da giallo di
serie C?
Ce la faresti a rispondermi
entro domattina?
con simpatia
Rocco Pagliari. |
Un
complotto di dimensioni galattiche
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it 15/05/04 ore 23.15 |
Sono passati pochi giorni
dalla mia ultima e-mail ma, finalmente, mi sembra di essere così
lucido da tentare un punto della situazione.
Una prima idea di quello
che mi farnetica il tipo te la devi essere già fatta; non so quanto
di questa idea possa avvicinarsi alla realtà -dando poi per scontato
che quello che lui mi dice sia davvero la realtà-.
La situazione, secondo quanto
espostomi da Alì, è questa:
Il cardinale Costanza, uno
dei più accreditati successori dell’attuale pontefice, non è
un prete, non è un religioso e, per la verità, non proviene
nemmeno da famiglia cattolica. Si chiamerebbe Jerry Harrison e dovrebbe
aver sostituito il vero George Costanza -dopo averlo ucciso!!!- nel 1969,
alla vigilia della partenza di questo per il servizio religioso militare
in Viet-nam.
Jerry Harrison non è
l’unico finto prete attualmente in giro per il mondo.
Innesti si chiamano e l’organizzazione
di Alì ne piazzò in circolazione una ventina negli anni scorsi
e, tramite ricatti e sottili giochi di potere, è in seguito riuscita
a promuovere la carriera di un buon numero di essi.
Mi sfugge il motivo per
cui il mio amico, che pure è tra i capi di Capaneo, vorrebbe ora
eliminare il finto Costanza; lui mi dice che si tratta della salvezza della
società occidentale.
Il mio compito in tutta
questa faccenda sarebbe ovviamente quello di smascherare il falso cardinale.
Aspetto ulteriori notizie.
Ti farò sapere. |
Re:
Delucidazioni
From
cardedo@cssr.it to Paglia@zot.it 16/05/04 11.43 |
Curioso, caro Rocco, che
tu mi chieda queste cose.
Curioso anche il fatto che
tu esiga una risposta così immediata.
Ti sarai mica messo in mezzo
a storie di spie?
Guarda che, con tutto il
rispetto, si tratta di cose non proprio adatte a te.
Io, per correttezza, ti
rispondo; sarebbe comunque carino che tu mi facessi poi un qualche accenno
a cosa cazzo stai trattando per occuparti di ‘innesti’.
Un innesto è una
delle operazioni più complesse che una rete spionistica possa mettere
in atto.
Si tratta, come già
sai, della sostituzione di una persona X con un suo simile Y che debba
poi compiere delle operazioni -militari o di spionaggio o di entrambe le
cose- sfruttando la favorevole posizione di X.
Ti sembra una cosa semplice?
Immagina che i servizi segreti
del Botswana per un qualche loro motivo a noi ignoto, decidano che gli
fa comodo avere un appoggio sulla stampa italiana e, di conseguenza, ti
sostituiscano con un loro innesto.
Prima di tutto ti deve somigliare
in una maniera scandalosa -praticamente un tuo gemello-, deve muoversi
come te, agire come te e, soprattutto, vivere in mezzo a persone che ti
conoscono e che devono essere convinte che tu sia sempre lo stesso.
Fidanzate, amici, colleghi,
non credi che qualcuno se ne potrebbe accorgere prima o poi?
Non è semplice, non
lo è per niente.
E’ chiaro, quindi, che la
preparazione di un innesto deve essere incredibilmente meticolosa e, poi,
il nostro signor X deve avere caratteristiche molto particolari.
1) deve fare una vita appartata.
2) non deve avere legami
familiari stretti.
3) deve essere uno che viaggia
in continuazione e che conosce solo superficialmente le persone che incontra
nei suoi viaggi.
Un signor X perfetto deve
essere scapolo, solitario e orfano. Deve operare in una città differente
da quella dove è cresciuto (questo non evita, comunque, che al momento
della sostituzione, o poco prima, un certo numero di persone che a lui
erano state vicine, un qualche amico di infanzia od una zia, non debbano
essere eliminate) e, soprattutto, deve essere sostituito nell’immediata
vigilia della partenza per un viaggio o per una missione o, meglio, per
un trasferimento. Nuove persone conosceranno Y nella sua nuova identità
di X e, casomai ci dovesse essere un nuovo trasferimento, sarà cura
di Y-X l’evitare il ritorno nel medesimo ambiente frequentato dal vecchio
X
Come vedi si tratta di una
cosa complicatissima che solo poche, e ripeto, poche potenze spionistiche
riescono a effettuare senza che sorgano troppe complicazioni.
Tanto per fare un esempio,
si dice che una potentissima organizzazione spionistica medio-orientale,
per ragioni a noi sconosciute, abbia sostituito i calciatori del Pisa con
dei contadini curdi. A me sembrava una cosa poco verosimile, ma dopo aver
seguito un paio di partite all’Arena Garibaldi comincio a temere che si
tratti di voci non del tutto infondate.
Fammi sapere qualcosa delle
tue storie.
saluti
XXXX YYYY |
Vivere
e morire a Porta Pia
Roma,
1870 |
Difficile che un analitico
si faccia beccare in mezzo alla strada, una pistola in mano, le gambe larghe
a cercare il massimo equilibrio e le braccia tese verso un nemico preponderante
in numero, mezzi e organi di comunicazione.
E se ci si trova è
perchè l’ha scelto lui.
Prima di decidere, prima
di prendere una posizione, l’analitico pensa, valuta attentamente la situazione,
soppesa pro e contro come solo gli analitici sanno fare.
L’istintivo, invece, sceglie
così -seguendo il cuore, si sarebbe detto in tempi di banale romanticismo-,
sente di essere dalla parte giusta e alla prima occasione, la prima volta
che il sangue gli va alla testa, lui accetta di fare qualsiasi cosa per
vendicarsi o per entrare in una nuova fase di lotta contro il nemico.
Augusto Roggi era un istintivo
della più pura specie. Un giovane al quale bastava un niente per
infiammarsi, e poi era bello, con due occhi che sembravano guardarti dentro
tanto erano profondi.
Avrebbe potuto essere un
altro Garibaldi.
Si arruolò non appena
poté, sul finire del 1869 e quando, dopo nemmeno un anno di esercitazioni
e stupende prove di carattere, si trovò alle porte di Roma, sentì
l’animo gonfiarglisi di un sentimento nuovo, un po’ gioia, un po’ voglia
di piangere.
Gli ordinarono di correre
e lui lo fece.
Un passo, due passi, dieci
passi, poi la consapevolezza che quello non era il posto per lui, che lui
della vita non aveva ancora conosciuto niente e non voleva morire.
Si buttò a terra
dietro ad un muretto. Le pallottole, le poche pallottole della difesa di
Roma, sembravano fischiare tutte sopra la sua testa e non riusciva a muoversi.
‘Ora parto’ si diceva ‘altri
dieci secondi e vado dietro agli altri’.
Ma intanto rimaneva fermo.
Qualcuno cominciò
a urlargli delle cose. Lo stavano insultando, gli dicevano che era un vigliacco.
Si mosse con le gambe che
ancora tremavano, cominciò a correre una corsa tutta sua, un po’
in una direzione e, poi, qualche passo in un’altra.
Gli spararono da una casa
non lontana dalla breccia.
Il tiratore era un’esteta
della guerra, un ufficiale, un omosessuale latente innamorato dello scontro
fisico, del cameratismo tra guerrieri anche di sponde opposte.
Benché i suoi si
fossero già arresi e anche lui fosse sul punto di farlo, decise
di sparare i suoi ultimi colpi su quella specie di coniglio impazzito che
disonorava la memoria di Ettore, di Achille e Patroclo, di quel suo lontano
cugino inchiodato ad una quercia dai rivoltosi emiliani. |
Sulla
natura del Cristo. Lettera di Raimundo Garay-Carrera a Jorge Luis Borges
Toledo,
28/06/1940 |
Egregio signor Borges,
mi permetta di comunicarLe
il mio apprezzamento per i Suoi studi e per il Suo interesse nei confronti
di quei pensatori che alcuni stolti considerano minori ma che Noi sappiamo
essere stati quei mattoni con i quali la cultura che Ci unisce, la Cultura
Spagnola, è stata costruita.
Le informazioni che Lei
mi chiede sono molte e non tutte disponibili.
Io ho potuto studiare le
lettere di Evaristo Vargas, i suoi manoscritti conservati nelle biblioteche
di Madrid e di Toledo e, infine, gli atti del suo processo.
Cercherò quindi di
dare delle risposte sintetiche e il più possibile esaurienti alle
Sue domande.
Gli studi di Vargas e dei
suoi seguaci, Pedro Damìan, Alfonso Hernandez-Ferrera e Juan xxxxx
(qua la calligrafia barocca di Raimundo Garay non ci aiuta, potrebbe trattarsi
di un Molino-De las Casas o di un Molino-De la Penas), sono incentrati
sulla figura del Cristo.
Essi si interrogano su quale
potesse essere la reale natura di questa figura, divina, umana o entrambe
le cose.
In breve, essi negano a
priori la natura solamente divina a causa dei numerosissimi accenni alla
carnalità ed alla umanità del Cristo presenti nel Nuovo Testamento,
su tutti la sofferenza fisica e, Dio mi perdoni, il dubbio -Signore, perchè
non mi aiuti?- durante il calvario e la crocifissione.
Al termine di violente discussioni
durate anni e che porteranno all’allontanamento dal gruppo di Alfonso Hernandez-Ferrera
(e sarà proprio Hernandez-Ferrera a denunciare Vargas al Tribunale
dell’Inquisizione), essi negano la presenza nel Cristo di una natura divina
e di una umana contemporaneamente, e questo a causa dell’impossibiltà
logica, secondo Vargas, della coesistenza di due nature antitetiche e contrastanti
in una sola persona (mi sembra inutile aggiungere che Evaristo Vargas fosse
un sostenitore dell’Essere piuttosto che del Divenire).
Secondo Vargas ed i suoi
seguaci Il Cristo dovrebbe quindi essere una figura umana, un profeta come
sostengono i Mussulmani o altrimenti un personaggio storico senza legami
diretti col Divino che viene ‘usato’ dagli Evangelisti.
Nel corso degli anni Vargas
giunse a sostenere la seconda ipotesi, arrivando persino a chiedersi se
questa figura presente nei Vangeli non fosse stata forse inventata dagli
Evangelisti per meglio diffondere il Verbo Divino (i quali Evangelisti,
a questo punto, non potrebbero che essere considerati dei Profeti).
Questo, in sintesi, quello
che mi risulta essere il pensiero di Evaristo Vargas a proposito della
natura del Cristo; mai, e Le ripeto mai, in nessuno dei suoi scritti Vargas
ha fatto alcun accenno all’eventualità che altri, tra i suoi Apostoli,
avessero natura divina, tantomeno il Giuda Iscariota.
Con i miei migliori omaggi.
Per la Gloria della Cultura
di Spagna.
Raimundo Garay-Carrera
Direttore delle Biblioteca
di Toledo. |
Strategie
riproduttive. Lettera di Philip J. Waiters Ph.D a Jorge Luis Borges
Boston,
04/07/40 |
(una lettera di questo
tipo non potrebbe essere stata scritta che a partire dalla prima metà
degli anni settanta. Il regolare svolgimento della trama mi ha costretto
a questa anticipazione temporale di concetti zoologici)
Caro signor Borges,
affermare che la sua lettera
mi abbia stupito le giuro che è poco.
Sono rimasto esterrefatto,
le sue domande mi hanno lasciato di sasso e, mi creda, come docente, seppur
universitario, sono abituato da anni ad ogni tipo di domande.
Ma veniamo al punto, alla
teoria.
Con il nome di strategia
R e strategia K gli zoologi definiscono i due differenti modelli teorici
di strategia riproduttiva e di cura parentale.
Strategia R: fare
moltissimi figli curandoli pochissimo.
Strategia K: fare pochissimi
figli dando loro il massimo delle attenzioni possibili.
Un esempio estremizzato di strategia
R può essere l’aragosta, la quale dà alla luce migliaia e
migliaia di larve che vanno subito a far parte di un plancton con il quale
essa, l’aragosta, non ha niente a che fare.
L’esempio estremizzato di
strategia K è il gorilla, un figlio ogni parto, un minimo di cinque
anni tra un parto e l’altro ed un’attenzione quasi ossessiva dei genitori
per il figlio.
Questi sono gli estremi,
in mezzo stanno tutte le altre specie animali -senza considerare, per ora,
il fatto che anche all’interno della stessa specie ci possono essere comportamenti
riproduttivi differenziati, più R-orientati o più K-orientati-.
La strategia R è
tipica di quelle specie che non possono permettersi di insegnare niente
-intendo, che cervello e che comunicazione può avere un’aragosta
per insegnare qualcosa alla prole? Avrà quindi più probabilità
di trasmettere i propri geni facendo un numero elevatissimo di figli- oppure
di quelle specie che vivono in ambienti che debbano essere colonizzati
rapidamente o, ancora, in ambienti in rapida evoluzione -faccio tanti figli;
bene, almeno un paio di loro saranno adatti a questo ambiente che non conosco
bene-.
La strategia K è
tipica di quelle specie che hanno determinate possibilità di insegnamento
e apprendimento e che vivono perfettamente integrate in un ambiente che
conoscono alla perfezione -faccio pochi figli ma spendo gran parte del
mio tempo ad insegnare ciò che sarà loro utile per avere
il massimo successo nella vita-.
A occhio la strategia K
sembrerebbe di gran lunga la migliore ma, per la verità, è
anche assai rischiosa; provi a pensare cosa può succedere se io
spendo anni ad insegnare un comportamento e, a causa di un cambiamento
nell’habitat, quel comportamento non è più valido, o addirittura
l’alunno muore.
Se volessimo applicare questi
modelli alle società umane, potremmo dire che la strategia R è
tipica di società meno avanzate culturalmente o in gran fermento
espansionistico -pensi ai proletari dell’ottocento o ai pionieri che hanno
colonizzato i nostri due paesi- mentre la strategia K è tipica di
società più ‘posate’, stabilizzate e a più alto contenuto
culturale.
Il mio collega George H.
Evanston Ph.D., docente di psicologia in questa stessa Università,
sostiene che, facendo un’astrazione non troppo corretta da un punto di
vista scientifico, potremmo trovare dei comportamenti generici R e dei
comportamenti generici K; gli uomini R sono quelli che si buttano in duemila
progetti sperando che almeno uno di essi vada in porto, i K si applicano
ad una cosa, ad un progetto, magari programmano la loro intera vita in
base a questo progetto -e poi, alla fine, può anche saltare fuori
che il loro progetto è stato superato da altri, magari tirati fuori
da un R.-
Questa introduzione era
necessaria per meglio inquadrare questi due modelli dei quali, comunque,
lei aveva già una qualche idea seppur approssimativa.
Il punto, il punto di difficilissima
risoluzione sul quale lei vorrebbe chiarimenti, è questo: ammettendo
che il rapporto tra Dio e il Cristo possa essere considerato un normale
rapporto padre-figlio, quale è la strategia riproduttiva che li
lega?
Il Cristo è Figlio
di un modello riproduttivo R-orientato o K-orientato?
Mi permetta di dirle che
questa non è l’unica cosa da ammettere prima di iniziare una analisi
del genere, infatti bisogna anche sorvolare sul fatto che il fine in questo
caso non è sicuramente la trasmissione del proprio genoma ma, probabilmente,
la salvezza del Genere Umano tramite il Sacrificio e la trasmissione della
Parola e, quindi, ammettere che i due risultati -trasmissione genoma e
trasmissione Parola- possano essere considerati omogeneamente come ‘successo
del figlio’ (spero di esser stato chiaro, anche se capisco che non tutto
possa essere facilmente comprensibile per i non addetti ai lavori).
Ammesso questo -e mi creda
che già non è poco; prova ne sia che, da quando ne ho accennato
ad Eugene F. Lawrence Ph. D., docente di Teologia presso questa stessa
Università, egli mi ha tolto il saluto-, ammesso questo, appunto,
c’è da dire che apparentemente la strategia riproduttiva divina
apparirebbe K che più K non si può, infatti su questo Figlio
Egli avrebbe investito tutto per farlo arrivare al successo; dubbi, però,
ne potrebbero sorgere.
Ammettiamo infatti che Dio
non sia Onnisciente -non so se una cosa del genere possa essere ammessa,
ma non lo vado certo a chiedere ad Eugene F. Lawrence Ph. D.- e non potesse
essere certo del fatto che una sua Incarnazione, il Figlio, riuscisse a
diffondere il verbo e a sacrificarsi, a questo punto potrebbe anche esserSi
incarnato parecchie volte prima che uno dei suoi Figli fosse riuscito ad
arrivare al successo -e quindi, come lei arditamente mi suggerisce, non
è detto che uno qualunque degli apostoli non potesse anche Egli
essere Figlio di Dio- e quindi questa potrebbe anche essere una strategia
riproduttiva di tipo R.
(Mi rendo conto, leggendo
queste righe, che gran parte di questo materiale sarebbe sufficiente a
farmi arrestare in diversi Stati d’America e sono, quindi, convinto che
lei non ne divulgherà il contenuto o, comunque, non farà
il mio nome).
Non so se tutto questo potrà
essere utile per il suo racconto, la prego, comunque, di spedirmene una
copia all’indirizzo che lei già conosce.
Con la massima stima per
il suo lavoro.
Philip J. Waiters Ph.D.
responsabile del Dipartimento di Zoologia della Boston University. |
Tre
versioni di Giuda
from
BiblioServ@To.it to Paglia@zot.it 16/05/04 ore 07.00 |
Mi sono convinto, e non
da moltissimo tempo, che l’opzione Costanza sia sbagliata. L’idea mia e
dei miei fratelli era che il nostro Costanza, una volta eletto, cominciasse
col denunciare tutti i crimini commessi dalla Chiesa Cattolica. Sarebbe
partito dal passato -crociate, inquisizione, evangelizzazione forzata e
genocidio di popolazioni africane e, soprattutto, sudamericane, repressione
e massacro di inermi cittadini italiani durante i moti risorgimentali-
per arrivare al presente, soffermandosi soprattutto sulla blandissima posizione
assunta dalla Chiesa nei confronti dell’antisemitismo, sugli aiuti forniti
a diversi criminali nazisti subito dopo il termine della seconda guerra
mondiale e sull’appoggio politico dato a personaggi schifosi quali Augusto
Pinochet (che, tra parentesi, se esiste un inferno, spero vi stia marcendo
tra mille sofferenze) ed altri dittatori sudamericani.
In seguito, e questa è
la parte più importante, Costanza avrebbe dichiarato aperta una
nuova via al cattolicesimo la quale, molto tradizionalmente, si sarebbe
rifatta integralmente ai dettami di povertà seguiti da Gesù
e da San Francesco.
Donando tutti gli averi
e le proprietà della Chiesa a Greenpeace ed alle associazioni per
lo sviluppo dei paesi non ancora civilizzati, Costanza avrebbe terminato
la parte più importante del proprio compito.
Non mi dica che non le sembra
una cosa meravigliosa perchè non le credo.
La distruzione della Chiesa
Cattolica intesa come centro di potere e, nello stesso tempo, l’aiuto a
chi vuole salvare il pianeta ed ai popoli oppressi dal capitalismo delle
nazioni più ricche.
I miei fratelli, però,
hanno deciso di andare oltre e, l’ultima volta che hanno parlato con Padre
Ernesto Pynchon, nostro confratello consigliere ed amico del futuro Papa,
hanno prospettato una situazione del tutto differente, sconvolgente e,
dal mio punto di vista, meno politically correct.
Lei ha mai letto Borges?
Spero per lei di si, è
talmente affascinante.
Purtroppo l’hanno letto
anche i Capaneisti più importanti e se ne sono ispirati per quello
che dovrebbe essere l’Atto Finale della loro ormai secolare cospirazione.
Il Papa, il nostro Papa,
dovrà affacciarsi alla sua finestra e dichiarare al mondo intero
che è venuto per la Chiesa il momento più difficile e loro,
i fedeli, dovranno saper soffrire per saperlo affrontare a dovere.
Guarderà la folla,
in silenzio, come stesse cercando la forza per dire le cose che deve dire,
sospirerà ed i cronisti diranno che sarà sembrato più
vecchio di vent’anni in un solo minuto. Si farà il segno della croce
ed annuncerà che è venuto il momento di rivelare al mondo
il terzo segreto di Fatima, annuncerà che compiange i suoi predecessori
per aver saputo, e dovuto tenere questo segreto in silenzio, soffrendo
soli assieme a Dio, dirà che non si stupisce se c’è anche
chi, tra di loro, non ha saputo sopportare questa notizia ed è stato
prematuramente stroncato dal dolore.
Dirà poi che adesso
la Chiesa è forte, che il comunismo è stato sconfitto e tutti
assieme possono affrontare la terribile verità -e, intanto, i cardinali,
i potenti, gli alti prelati si chiederanno cosa stia succedendo, mi sembra
già di vederli tremare-.
Le accennavo, prima, a Borges,
al grande Jorge Luis.
In ‘Finzioni’ c’è
un brano dal titolo ‘Tre versioni di Giuda’, un brano breve di quelli che
li leggi in pochi minuti e, quando li hai finiti, ti lasciano un vuoto
dentro, come un senso di smarrimento; in questo brano Borges chiosa l’attività
filosofico-teologica di uno studioso eretico svedese, Nils Runeberg.
Runeberg, filosofo ovviamente
inventato da Borges, si interroga nei suoi tre volumi a proposito della
figura di Giuda.
In breve, si chiede Runeberg
quale necessità ci fosse di una delazione per individuare Gesù
Cristo, quando questo predicava quotidianamente davanti a migliaia di persone.
Si chiede, poi, Runeberg
quale sacrificio potesse essere il morire sulla croce, quando si aveva
la certezza di poter risorgere.
Ci ragiona per degli anni,
Runeberg, su queste cose, poi afferma che il sacrificio più grande
che il figlio di Dio potesse fare era quello di passare l’eternità
all’inferno per salvare i suoi fratelli.
Giuda, secondo Nils Runeberg,
secondo Jorge Luis Borges, ha fatto il sacrificio più grande che
qualcuno potesse mai fare.
Giuda è il figlio
di Dio.
La lascio indovinare qual
è il segreto di Fatima che il Papa, il nostro Papa, rivelerà
ai fedeli.
Io ho paura che questo sia
veramente troppo, che i credenti non reggano ad una rivelazione di tale
portata e che il mondo occidentale si abbandoni alla follia, all’indolenza
totale o, peggio, alla violenza.
Se lei riesce a rimanere
impassibile di fronte a questo, tanto meglio per lei, ma non credo voglia
vedere la gente scannarsi per le strade e pensare che avrebbe potuto impedire
il massacro.
La chiamerò un’ultima
volta nei prossimi giorni e lei dovrà solo dirmi di si. Poi io le
fornirò la documentazione riguardante Costanza e sara lei a trovare
il modo migliore di divulgarla.
Agire, finalmente.
Auguri. |
Una
curiosa sindrome psicologica
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it 16/05/04 ore 20.44 |
Si chiama sindrome di Bond
e ne ho sempre sofferto, anche se tu non lo hai mai saputo -non perchè
fosse una cosa della quale vergognarsi, in tal caso saresti anzi stata
la prima a saperne qualcosa (masochismo intellettuale uber alles); se non
ne sei venuta a conoscenza sino ad oggi è stato solo perchè
a me sembrava una cosa discretamente stupida e solo ora, messo di fronte
alla magnitudine degli eventi, ne capisco invece l’importanza-.
In breve, io soffro nel
veder perdere i cattivi o in alternativa nel veder trionfare i buoni, e
tutta questa sofferenza si estrinseca con un aumento della pressione sistolica
e diastolica, sudorazione diffusa e lancinanti fitte allo stomaco. Dal
fatto che questa sintomatologia si esprima al suo massimo durante la visione
dei film di James Bond dipende l’azzeccatissimo nome della sindrome, presentata
per la prima volta al congresso annuale dell’American Psychology Association,
San Francisco 1977.
Ho ricordi estremamente
precisi di quando, da giovane, mi capitava di guardare quei filmacci di
007. Non facevo quasi in tempo ad intuire la grandezza del piano dei cattivi
che, immediatamente, l’ipocrita cricca di produttori, sceneggiatori e registi
(una triade talmente malefica al confronto della quale quella della mafia
cino-giapponese perde ogni apparenza di cattiveria e spietato cinismo)
impediva con qualche stupido intervento del caso, forse sarebbe meglio
dire ‘del destino’, che il meraviglioso piano andasse fino alla sua naturale
conclusione, cioè il successo.
Tiravano coca, si facevano
attricette sedicenni a tre alla volta, evadevano le tasse come un salumiere
brianzolo ma, cazzo, far vincere una buona volta i cattivi gli sembrava
una cosa immorale.
Esempi te ne potrei tirare
fuori a decine ma, per pudore, mi limito:
MOONRAKER. I cattivi sono
all’interno della loro base spaziale orbitante intorno alla terra. Catturano
James ‘FacciadiCulo’ Bond pochi minuti prima di iniziare l’azione che li
porterà al dominio del pianeta.
E quale sorte riservano
a Bond e alla sua frigida complice?
Non solo li fanno sorvegliare
da un inetto con gravi problemi di comunicazione ma, oltretutto, li piazzano
a pochi metri dal computer che controlla tutta la stazione orbitante.
Prova ad indovinare come
va a finire..
GOLDFINGER. Mr. Goldfinger
farà esplodere una piccola atomica all’interno di Fort Knox in modo
da rendere inutilizzabili le riserve auree degli USA e, di conseguenza,
far arrivare alle stelle le quotazioni del proprio oro.
Cattura Bond a metà
del secondo tempo e, invece che sparargli un colpo in bocca -te lo immagini
il cervello di 007 schizzargli via dalla nuca e spargersi per tutta la
stanza? Più brividi che nell’intera produzione cinematografica di
Ilona Staller-, lo lega ad una lastra d’oro che verrà lentamente
tagliata con il laser. In tutto il tempo nel quale viene preparata la morte
dello spione, questo fa in tempo a ubriacare di parole Goldfinger e a convincerlo
di essere innocuo.
Non solo manderà
a monte il piano, ma si scoperà pure un intero stormo di aviatrici
omosessuali diventate ex-omosessuali dopo averlo incontrato (se penso che
ho passato anni della mia vita cercando di convincere donne eterosessuali
a non diventare omosessuali dopo avermi incontrato, bè guarda mi
viene l’ulcera)
Purtroppo, in una situazione
complicata quanto quella nella quale mi trovo adesso, soffrire di ‘Sindrome
di Bond’ rende molto più difficile l’agire in modo obiettivo: denunciare
l’attività di Capaneo e la possibilità che un cospiratore
ateo determinato a far crollare la Chiesa Cattolica venga eletto Papa oppure
denunciare che un pazzo vuole uccidere il Papa? O, ancora, fare finta di
niente?
Non so. Certo che, se fossi
al cinema ed una cospirazione planetaria che viene preparata da più
di 150 anni venisse fermata all’ultimo momento a causa degli stupidi scrupoli
di un cospiratore, come minimo comincerei a ringhiare.
A tutto ciò deve
essere anche aggiunto il fatto che io, per la verità, ho sempre
avuto qualche problema di comunicazione con il papato. E non per quei soliti
motivi che spingono tanti raziocinanti a non essere fans della chiesa cattolica,
ma per cose molto più personali: forse tu non lo sai ma io, qualche
anno fa, venni arrestato, processato e condannato a due anni con la condizionale
per lesioni involontarie e vilipendio della religione -e ti giuro che,
se non ci avessi come avvocato uno che era meglio di Perry Mason, a quest’ora
sarei ancora in galera-.
In breve, la storia è
questa; nel ‘97 organizzarono a Bologna una specie di festa dell’unità
per cattolici -mi sembra avesse qualche cosa a che fare con un congresso
eucaristico ma non ricordo bene, probabilmente ho voluto cancellare il
tutto- e, dal momento, che quelle sanguisughe prive di rispetto a capo
dell’organizzazione riuscirono a procurarsi Bob Dylan per il concerto finale,
il capo pensò bene di mandare me a visionare la faccenda.
A nulla valsero le mie proteste;
il 27 settembre ero lì, palco giornalisti accreditati, pronto al
sacrilegio. Già perchè non c’era solo il fatto che Dylan,
un simbolo non da poco per noi canisciolti, ci venisse portato via dai
fottutissimi media -ogni rotocalco che parlava del ribelle inchinato davanti
al Papa, ogni telegiornale di retequattro, ogni idiota che ne parlasse,
a noi venivano fitte d’ulcera così forti che molti dovettero essere
ricoverati-, oltre a tutto questo noi avremmo dovuto sopportare il fatto
che Lui si sarebbe dovuto esibire assieme al peggio del peggio della canzonetta
stupida nazionale; Lui, l’unico musicista candidato al nobel per la letteratura,
sul palco con Celentano (e ho detto tutto: Celentano!!!!!) per una platea
composta in gran parte da ex-ciellini e post-chierichetti.
C’era di che avere rezioni
inconsulte.
Io le ebbi.
Superate infatti grazie
ad un overdose di Lexotan le esibizioni dei deficienti in scaletta, non
accoltellai nessun collega di Famiglia Cristiana e mi capitò di
piangere, questa volta anche di rabbia, nell’ascoltare cotanta Like a rolling
stone sparsa a quel pubblico come perle ai porci. Quando però il
santo padre prese il microfono in mano e spiegò che ‘una sola è
la strada che un uomo deve percorrere per essere uomo, ed è la strada
di Dio’ (trentacinque anni di Blowin’ in the wind, di un brano, di una
poesia, così toccante, banalizzati a proprio uso e consumo come
niente fosse), giuro che a quel punto non capii più niente, mi trovai
la bottiglia di chinotto in mano senza quasi rendermene conto, nemmeno
presi la mira, infatti non volevo colpire nessuno, la lanciai solo per
dimostrare la mia rabbia e fu incidentale, come spiegò meravigliosamente
il mio avvocato, che il cardinal Mendoza si trovasse sulla sua traiettoria.
Questi sono, appunto i miei
problemi personali con la chiesa cattolica e con le cospirazioni cinematografiche;
lascio a te il compito di comprendere se siano cose importanti o meno e
vengo al punto: trovo comunque estremamente sopravvalutate le reazioni
che i credenti potrebbero avere se il Piano andasse regolarmente fino in
fondo; il mio amico cospiratore è dell’idea che la rivelazione del
segreto di Fatima -del falso segreto, intendo- provocherebbe non solo la
caduta della Chiesa Cattolica, che in fin dei conti è più
o meno quanto si proponevano i simpatici capaneisti, ma anche uno sconvolgimento
nelle menti dei credenti tale da portarli all’abbrutimento, al crollo dei
valori della società civile e, quindi, della società civile
stessa.
Se devo essere sincero,
io non la penso affatto così: a parte il fatto che non è
che verrebbe comunicata la inesistenza di Dio ma, più semplicemente,
un piccolo errore di valutazione sull’identità di Suo Figlio, io
sono poi talmente ottimista da credere che quei pochi valori che la società
civile riesce a coltivare non dipendano dall’eventuale esistenza di un
Dio e, quindi, di un Peccato, di un Paradiso o di un Inferno, ma dal proprio
intrinseco valore riconosciuto loro dalla maggioranza degli esseri umani.
Non crederai anche tu, spero,
che ogni signor Rossi di questo fottuto pianeta ucciderebbe bambini e piccoli
animali da salotto se gli venisse garantita l’assenza di Peccato e storie
varie, no?
A volte mi viene persino
da credere che tutto questo choc potrebbe essere pure positivo per i credenti
; anche se, per la verità, devo ammettere che, quando per tanto
tempo si crede vera una situazione (in questo caso che Gesù Cristo
fosse Figlio di Dio e Giuda un bastardo poco di buono), può non
essere poi facile accettare che questa non sia vera affatto. Per esempio,
io ricordo come fosse ora un episodio capitatomi nel 1981: ero ad Amsterdam
con il Pino, il Tasso ed il Cutro; in tre stavamo aspettando fuori da una
cabina telefonica che il Pino terminasse la sua chiamata a casa, stava
dicendo le solite cose quando, di colpo, si interrompe, ce l’ho davvero
in mente come se mi fosse davanti, adesso, c’era il sole, faceva freddo
e non eravamo proprio ad Amsterdam ma a Zandvoort, sul mare, lui si interrompe
poi comincia ‘come...mah...cosa dici? Cazzo, nonna!! non ci torno no a
cena stasera. SONO IN OLANDAAA!!!!!’ e sbatte giù la cornetta senza
nemmeno salutare.
Ridevamo come delle bestie,
il Tasso ci aveva le lacrime gli occhi e il Pino continuava a prendere
a calci la cabina telefonica. Questa è sempre stata una delle scene
madri dei racconti delle nostre vacanze -e ciò ti può far
intuire quanto queste fossero movimentate- e quando, pochi mesi fa, il
Pino mi ha confessato di essersi preparato tutta la scena e che dall’altra
parte della cornetta non c’era nessuno, bè in quel momento mi sono
sentito stupido, ci sono rimasto male come se qualcuno mi avesse fregato
per tutti questi anni. Figurati che il Pino mi ha richiamato un paio di
volte per andare al cinema e gli ho sempre risposto che ero occupato.
Capisco bene che, forse,
questo esempio sia un po’ leggero, soprattutto se confrontato alla rivelazione
che i principi fondamentali del Cristianesimo stesso siano falsi, però
l’ho scritto per farti capire che so mettermi nella posizione dei credenti
e capisco che non tutti potrebbero prendere la Rivelazione con scioltezza.
Se vuoi chiamarmi, darmi
un consiglio, bè fai pure, nel casino gigantesco che ho in testa
adesso la parola di un’amica non può fami che bene.
ciao.
P.S. due righe così,
in più. A parte tutto quello che ti ho scritto sinora, sindromi
varie, motivazioni personali e reazioni della piccola borghesia cattolica,
c’è un altro aspetto della faccenda che non ho esposto, un altro
motivo per il quale non sono del tutto sicuro di non essere un antireligioso
antipapista -non è che questo papa o altri mi abbiano fatto qualcosa
di particolare, non credo nemmeno che la religione sia l’oppio dei popoli,
è qualcosa di molto più razionale e viscerale allo stesso
tempo-.
Non so, mettila così:
io sono un cartesiano pieno di dubbi e non riesco ad avere un buon rapporto
con tutti coloro i quali pensano di possedere la Verità con la V
maiuscola; capisco che un papa od un imam non possa permettersi di dubitare
più di tanto in pubblico, però c’è un limite a tutto.
Uno diventa capo di una religione -e magari se già ci aveva di suo
un superEgo, figuriamoci come gli diventa- e subito dice la sua a proposito
di ogni cosa, senza possibilità di appello o di dibattito; ma occupati
di teologia, dico io, occupati di carità a livello planetario, invece
che spiegare ai biologi gli errori della teoria evoluzionista -sentito
con le mie orecchie in una trasmissione scientifica su RadioMaria: una
trasmissione scientifica su RadioMaria, te ne rendi conto?, una contraddizione
in termini, tipo i nazisti che parlano di cultura ebraica- o invece che,
come scritto in precedenza, spiegare a Bob Dylan il significato di Blowin’
in the wind.
A quando la formazione della
nazionale di calcio? A quando le proporzioni esatte tra farina e patate
per fare gli gnocchi?
Qua, e non sto scherzando,
mi sembra di avere a che fare con Aristotele.
Te lo ricordi com’era palloso
Aristotele?
Quello aveva da dettare
le proprie regole su tutto, la poesia si scrive così, la tragedia
deve rispettare l’unità di tempo, di luogo e di azione.
Datti una calmata, se voglio
scrivere qualcosa che inizia nel trecento e passa in un lampo nel duemilacinquanta,
e magari su un altro pianeta, sono affari miei, cazzo.
Ho divagato.
Come sempre.
Avrai notato che il mio
approccio decisamente razionale si è poi trasformato in un dedalo
di sensazioni viscerali e confuse che pure hanno coinvolto poveri filosofi
greci.
Me ne dispiace.
Resta il fatto che non sono
religioso, che magari non ci ho nemmeno troppa simpatia per le religioni
rivelate, che possiedono la Verità, e che di questa cospirazione
ora non me ne importa nemmeno più di tanto.
Che casino.
Fuck James Bond.
Ciao, ancora.
Rocco |
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