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La
guerra è guerra
Silla,
1944 Etiopia, 1938-1939 |
Quel giorno pioveva una
pioggia bastarda. Un’acqua fine e troppo fredda per aprile.
I fiori che Eugenia aveva
piantato lungo il viale sembravano l’unica macchia di colore in tutta quell’acqua,
quel grigio.
Viole, forse, oppure begonie;
non aveva memoria per i nomi dei fiori, Eugenia.
I tedeschi apparvero davanti
al cancello a metà del pomeriggio.
Una macchina nera.
Fossero arrivati con dei
mezzi militari, fossero arrivati buttando giù il cancello, lei e
la bambina sarebbero corse via, magari si sarebbero nascoste nelle due
stanze sotto la cantina, qualcosa avrebbero fatto di sicuro.
Così, invece, fece
aprire il cancello da uno dei servi, disse di preparare del tè e,
dopo qualche minuto, scese nel salone.
Bonhof, il maggiore, era
già seduto assieme a due soldati e ad un altro ufficiale che lei
non aveva mai visto prima.
Dei discorsi, delle parole
secche del maggiore Bonhof, non ricorda quasi niente, si ricorda bene l’altro
ufficiale, gelido, ed il profumo del tè, fortissimo.
I soldati uscirono dal salone
e salirono le scale che portavano alle stanze da letto. Eugenia guardava
Bonhof, gli stivali di Bonhof lucidi come se dovesse andare ad una parata.
Le portavano via la figlia, mica che non l’avesse capito, ma tutto quello
che riusciva a fare era guardare quegli stivali, quella pelle lucida che
la infastidiva.
Il pianto di Chiara, per
le scale, la fece tornare di colpo alla realtà.
"Mia figlia non è
ebrea" disse, questa volta in tedesco, ai due nazisti.
Quelli uscirono dal salone,
lo stesso salone dove lei rimase appoggiata col fianco alla sedia, le mani
davanti alle orecchie per non sentire più nessun suono; gli occhi
chiusi.
Pensava alla figlia che
non avrebbe più visto, al marito morto sulle montagne e ad Armando,
Armando che, se ci fosse stato, qualcosa avrebbe sicuramente saputo fare,
chiamare qualcuno di quei fascisti schifosi che conosceva, o anche solo
dimostrare a quelle bestie che la piccina non era ebrea.
Ma Armando non c’era e non
tornò che la primavera successiva.
Aveva seguito la carriera
del padre, una finta carriera diplomatica che, in realtà, li aveva
entrambi immersi fino al collo nel mondo dei servizi segreti, delle spie.
Romanticismo da due lire, audacia, Armando non sapeva nemmeno lui cosa
avesse cercato all’inizio in quella specie di avventura, certo è
che, a casa a mandare avanti gli affari, lui non ci voleva stare, pure
se erano affari grossi, visto che le aziende tirate su con i capitali capaneisti
andavano a mille, e poi gli altri, Roggi, i Giubertoni e pure sua sorella
Eugenia -la quale, oltretutto era riuscita a sposare un ebreo-, gli sembravano
tutti fermi all’altro secolo.
Borghesi illuminati, noiosi
quanto possono esserlo solamente i borghesi illuminati, nessuno di loro
sembrava avere colto il cambiamento, lo spirito un po’ muscolare del novecento.
Curiosamente il romanticismo,
l’audacia e pure lo spirito del nuovo secolo rimasero in breve sepolti
da tutto lo schifo che Armando ebbe modo di vedere sino dall’inizio; era
in Africa da pochi mesi, siamo nel 1938, e dopo qualche settimana di inaudita
inattività, venne affiancato ai reparti in guerra in modo da controllare
un paio di ufficiali sui quali si erano addensati sospetti rivelatisi in
seguito infondati.
Il contatto con la realtà
della guerriglia e, soprattutto, con quello che era il rapporto tra le
truppe ed i nativi lo sconvolse.
‘Sangue. Di questo anno
che ho passato in Africa non mi rimane che il sangue.
Ho ricordi estremamente
frammentari di un tramonto, uno dei mille tramonti sul deserto, ognuno
un po’ uguale e allo stesso modo un po’ diverso dal precedente, un tramonto
ormai arancione e una carovana sull’orizzonte. Netta. Nitida. Come a fare
da confine ultimo tra il cielo e questa terra dove siamo costretti a vivere.
Ho pochi altri ricordi di
un paio di villaggi amici dove siamo stati accolti con canti e balli.
Il resto è solo sangue.
Sangue, le urla dei feriti,
il pianto di una ragazza violentata da una decina dei nostri, i corpi mutilati,
torturati e beffeggiati di poveri pastori che il nostro gruppo ha ‘incontrato’
durante i pattugliamenti.
"La guerra è guerra"
mi dice il generale G. quando esprimo dubbi.
Lui, gli altri ufficiali
con quei loro modi da nobiltà militare dello scorso secolo, sembrano
contrari a queste cose, ne sentono parlare malvolentieri, però non
fanno niente per scoraggiare certi comportamenti, anzi, alla fin fine salta
fuori che i più elogiati, i più medagliati nella truppa,
sono sempre quelli che più si comportano da bestie.
Bestie, come se in natura
esistessero bestie capaci di legare un loro simile al cofano di un automezzo
e andare a scontrarsi con gli alberi o, ancora, di torturarlo con la corrente
elettrica.
La guerra è guerra,
mi direbbe il generale G. e anche Achille, a pensarci bene, si legò
al carro il corpo morto di Ettore prima di correre sotto le mura di Troia
e prendersi beffe di Priamo e della sua corte.
Eroi.
Io non ne ho bisogno, davvero.’
Le altre missioni di Armando
furono decisamente più lontane dai luoghi di combattimento.
Madrid. Il Marocco. Lisbona,
dove si accorse con stupore di passare molto più tempo con gli inglesi
che non con i suoi, e, con l’8 settembre, il ritorno.
Prima qualche mese a Roma
a tenere i contatti con i nuovi alleati.
Poi casa, poco tempo dopo
che i tedeschi si erano portati via la bambina.
Qua capì che c’era
da agire, non fosse stato altro che per vendicarsi. |
Il
calcio può essere uno sport surrealista?
Pisa,
2004 |
Al quinto minuto del primo
tempo il terzino brasiliano Pista Aristides dribblò magistralmente
un paio di attaccanti tedeschi, fece tre tunnel consecutivi ad altrettanti
malcapitati avversari e, infine, cercò di passare la palla al proprio
portiere con un pericolosissimo pallonetto da quaranta metri che colpì
in pieno la traversa.
Al quinto minuto del primo
tempo di Pisa-Bayern, finale di Coppa delle Coppe, il brasiliano Aristides
fece tutte queste strabilianti cose, ma nessuno dei presenti alla pubblica
proiezione su megaschermo in Piazza dei Cavalieri se ne accorse.
"Mi stupisce il fatto che
nessuno abbia ancora fatto uso delle armi" disse Yossarian.
"Aspetti ancora un quarto
d’ora e ce lo sapremo dire".
La pubblica proiezione era
stata organizzata in modo pietoso, a nessuno era venuto in mente che, trattandosi
appunto di una proiezione, non si sarebbe potuto vedere nulla sino a che
non fosse stato buio e l’incontro cominciava un’ora buona prima del tramonto.
Quattrocento persone ordinatamente
sedute di fronte ad uno schermo bianco sul quale si intravedono, di tanto
in tanto, sembianze umane correre.
Una scena degna del primissimo
Bunuel, quello del Cane Andaluso.
Ma l’intero, surrealistico,
cammino in Coppa della squadra pisana sarebbe stato degno del regista spagnolo.
Che dire del primo turno
con il Floriana La Valletta? I pisani erano stati sconfitti sia a Malta
che in casa propria (1-0, 0-3) ma avevano passato il turno poiché
i maltesi, nell’euforia degli ultimi minuti del doppio incontro, avevano
messo in campo il vecchio capitano Azzopardi III, ancora squalificato dall’anno
precedente. I successivi avversari poi, i terribili croati dell’Hajduk
Spalato, avevano dovuto schierare una squadra di bimbetti a causa di una
terribile infezione intestinale che aveva colpito tutti i giocatori. Il
pullman del Bruges si era perso per strada con tutta la squadra sopra e,
in semifinale con il Liverpool, era successo di tutto: zero a zero all’Arena
Garibaldi con ben sette pali colpiti dagli inglesi e due rigori tirati
a lato, in Inghilterra un assedio con decine e decine di gol sbagliati
da ogni posizione sino a che, sul finire del secondo tempo supplementare,
il centravanti anglo-turco John Bogaz non aveva sfondato la porta con un
tiro che, a quel punto, valeva la qualificazione.
Peccato che, subito dopo,
il proprio portiere si fosse messo a salutare i fotografi mentre gli veniva
passato un innocuo pallone rasoterra.
L’uomo in grigio consegnò
al giornalista una busta con i documenti e le foto relative al falso George
Costanza. Il giornalista sorrise, commentò assieme a Yossarian,
all’uomo in grigio, quei primi fantasmi che, con l’avvicinarsi del tramonto,
sembravano apparire sullo schermo.
Gli offrì una lattina
di aranciata amara proprio mentre sullo schermo l’immagine gigante di Aristides,
o di qualcuno che gli somigliava, colpiva con un potente tiro al volo il
segnalinee di destra.
Un braccio, il braccio forte
di un brigadiere, afferrò la mano di Yossarian mentre questo prendeva
la lattina. La pressione di un oggetto, verosimilmente una canna di pistola,
sulla schiena lo convinse a non muoversi.
Lo portarono via ed il giornalista
si sforzò di non guardare da un’altra parte. |
Giuda
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it 20/05/04 ore 04.00 |
L’ho fatto. L’ho fatto arrestare.
ho chiamato la polizia ed ho detto che c’era un pazzo che non mi lasciava
perdere, che minacciava di assassinare il papa e che voleva che lo aiutassi.
Mi hanno redarguito per
non averli avvertiti prima ed io ho fatto la mia faccia d’angelo -quella
che riscuoteva così tanto credito tra le mamme delle mie compagne
di classe e, a dire il vero, così poco tra le compagne stesse-,
ho detto che mi sembrava una cretinata, che non volevo distrarli dai loro
compiti per tali sciocchezzuole e via.
Se la sono bevuta.
L’hanno fermato mentre mi
stava dando del materiale su Costanza.
Mentre lo portavano via
gli ho sentito dire che non sarebbe uscito vivo dal carcere, che gli avrebbero
fatto fare la stessa fine di Sindona.
Si, mi sento un verme. Ma
come è difficile vivere. |
Informazioni
per il commissario Matelli
Pisa,
2004 |
Quasi sempre il pallone
gli è nemico, una specie di bestia strana, selvaggia, un qualcosa
di estraneo a lui con il quale non riesce a stabilire un contatto almeno
amichevole.
Poi ci sono, rare, serate
come questa.
Il pallone che, quando ce
l’ha tra i piedi, gli sembra quasi una parte di se stesso. Magari comincia
così, per caso; una giocata fortunata all’inizio della partita,
un colpo di tacco, e lui prende coraggio, fa le cose con minore tensione
e, incredibile, gli riesce quasi tutto.
Questa sera ha dato il meglio
di se stesso, una rovesciata e un paio di tiri al volo, ora con un piede
ora con l’altro, ai quali penserà mei momenti più disparati
per tutto il resto della settimana.
"Matè, stasera mi
parevi quasi Ronaldo". Gasperi, quello della omicidi, gli si siede di fianco
mentre lui ancora cerca di respirare in maniera normale. "E se non Ronaldo,
almeno almeno suo cognato".
Rimangono così qualche
secondo, uno che già respira meglio e l’altro che ancora fatica
a connettere.
"Matè, quel coglione
fissato col Papa che hai arrestato la scorsa settimana te lo ricordi?".
"Si che me lo ricordo, cazzo.
Non sono mica ancora arteriosclerotico".
Gasperi si guarda gli scarpini,
che non saranno nemmeno due mesi che li ha comprati e già sembrano
da buttare.
"No, perchè parlavo
con mio cugino, sai quello giovane che sta nell’ufficio di Cassiano, il
vicequestore, e mi diceva che da quando l’abbiamo preso non facciamo altro
che ricevere telefonate strane. Uno del ministero che ci dice che è
un mitomane, due della DIGOS che ci chiedono di lasciar perdere, che è
uno che minaccia e minaccia ma non conta un cazzo e quelle foto lì
se le è procurate dai loro archivi.."
"Quali foto?" lo interrompe
Matelli, i cui valori di pressione dell’ossigeno nel sangue intanto si
stanno avvicinando a cifre compatibili con la vita.
"Quando lo hai arrestato
ci aveva una busta. Che non ci hai guardato dentro?"
Matelli scuote la testa.
"Niente, erano piene di
foto di quando hanno sparato al papa. Poi c’erano anche foto di un cardinale
americano, di altri preti, documenti; questo me lo ha detto sempre quel
mio cugino."
"E ‘ste foto chi cazzo ce
le ha?"
"DIGOS, hombre. Se le sono
fatte ridare immediatamente."
Rimangono in silenzio per
un po’. Matelli si toglie la maglietta della Nigeria, che con quello che
gli è costata di tempo e danaro forse faceva meglio ad andarsela
a comprare a Lagos.
Gasperi va verso le docce.
"Appena ci ho un po’ di
tempo vado a parlare con Cassiano, che forse siamo quasi amici."
"Matè, fai pure quello
che ti pare. Io, comunque, non ti ho detto un niente di niente." |
Alfasud
Pisa,
2004 |
Un paio di decenni di spot
televisivi ingannevoli ed immorali hanno cercato di far passare per buona
l’asserzione che alcuni oggetti, in special modo le automobili, siano come
una diretta emanazione di chi le possiede, che esista una corrispondenza
diretta tra il proprio essere e la cosa che si possiede.
Ciò è da ritenersi
totalmente falso.
Con alcune eccezioni, si
intende.
L’auto di Matelli, per esempio,
un’Alfasud uscita dalle officine di Pomigliano d’Arco nel ‘74 e che veniva
considerata già obsoleta pochissimi anni dopo, un mezzo mantenuto
però in perfetto ordine, pulito e con il motore stupendamente scoppiettante
come se il tempo si fosse fermato a trent’anni prima. Il possedere questa
auto sembra voler dire ho una quarantina d’anni, i capelli mi si stanno
ingrigendo e sono un tipo preciso, meticoloso a volte, e che, comunque,
è pervaso da una vena di leggerissima follia; un romantico solitario
che le persone non superficiali dovrebbero riuscire ad apprezzare facilmente.
"Minchia. E’ arrivato quel
coglione di Matelli" osserva Meacci stancamente.
Anche Cassiano, il vicequestore,
si affaccia alla finestra ad osservare lo spettacolo dell’Alfasud vagamente
beige impegnata nella non facile impresa di trovare un parcheggio davanti
alla questura di Pisa.
"Vista così, in mezzo
a tutte ‘ste macchine coreane, giapponesi, a ‘ste forme tondeggianti, mi
fa quasi tenerezza. E’ talmente fuori luogo, o fuori tempo, che sembra
non appartenere a questi posti, come se si trovasse qua per errore, come
se avesse imbucato una di quelle porte tra un universo e l’altro delle
quali parlava Philip Josè Farmer nel suo ‘I fabbricanti di universi’,
un titolo fondamentale nella storia della letteratura fantascientifica".
"Bè..certo" gli risponde
Meacci. Guarda Cassiano un po’ più attentamente del solito e realizza
che a lui quegli occhialini da figo, quella barbetta semi-incolta e quei
modi da primo della classe proprio non li capisce.
‘Strano anche ‘sto Cassiano,
però’ pensa.
"A te piace la fantascienza?"
gli chiede quello.
"Si... credo. I film di
marziani tipo... tipo quello americano con quell’attore che aveva fatto
tanti altri film, quello coi baffi..."
"Stalin?"
"Non so, non ricordo" fa
Meacci, dubbioso; anche Cassiano non gli piace.
Si allontana dalla finestra
e lascia il vicequestore a guardare fuori.
Matelli, le macchine, le
ragazze dell’università. Dov’è che corrono sempre? Dov’è
che scovano quelle biciclette da rottamaio?
Matelli intanto entra nell’edificio,
si sistema la cravatta e sale lungo le scale.
Nell’ufficio di Cassiano,
questo è ancora alla finestra.
"C’è il commissario
Matelli che la cerca".
Si stringono le mani. Cassiano
si siede sulla scrivania del Meacci da dove, di tanto in tanto, riesce
a cogliere qualcosa del movimento nella piazza.
Matelli rimane in piedi
vicino alla finestra.
"Volevi dirmi qualcosa?"
chiede Cassiano.
"Non è facile" comincia
l’altro, e intanto si tormenta senza accorgersene un angolo della giacca
"si tratta di quel tipo che ho arrestato la scorsa settimana, quello del
papa.."
"Si, ricordo".
"Bè, vorrei sapere
com’è andata a finire".
Cassiano si alza. Chiede
a Meacci se gli può andare a comprare le sigarette.
"Lo vedi quello, il Meacci.
Tu lo conosci?"
"Poco" risponde Matelli,
infastidito dal fatto che Cassiano non gli risponda "ma non mi sembra una
cattiva persona".
"E’ stupido. E’ talmente
stupido che a volte penso da bimbo sia stato rapito dagli alieni e restituito
a questo povero pianeta dopo accurata lobotomia, oppure che egli stesso
sia un alieno, un infiltrato, un essere appartenente ad un’altra razza
senza dubbio meno intelligente della nostra".
"Ma se questi alieni non
sono intelligenti com’è che hanno fatto ad infiltrarsi tra di noi?"
Cassiano torna alla finestra.
Si perde per qualche secondo su una ragazza che immagina iscritta a lettere
moderne, la curva dei seni appena visibile sotto la polo arancione e poi
ammette di non aver pensato a questo particolare.
"Forse Meacci è un
alieno talmente intelligente da avere capito che solo fingendosi stupido
nessuno avrebbe sospettato di lui" aggiunge.
"Nessuno a parte il vicequestore
Cassiano" dice Matelli facendo la voce da radiogiallo degli anni cinquanta.
Cassiano lo guarda fisso
in faccia e gli chiede che cazzo sia venuto a fare nel suo ufficio.
Matelli gli spiega nuovamente
la cosa, ma con la voce un po’ meno sicura di prima.
"Come vuoi che sia andata?
L’abbiamo un po’ spaventato poi l’abbiamo mandato a casa".
"L’avete rilasciato?"
"Dai, Matelli. Era un mitomane
da non stare nemmeno a perderci dietro del tempo".
"E allora perchè
la DIGOS avrebbe chiamato, cazzo? Cosa gliene doveva fregare al ministero
degli interni di un povero cretino?"
Adesso Matelli ha alzato
la voce. Non tanto ma abbastanza da far spuntare un paio di facce dalla
porta ancora aperta.
"Matè, porca troia"
Cassiano gli si avvicina e gli piazza una mano sulla spalla. Poi lo spinge
via, con rabbia.
"E a te chi cazzo te l’ha
detto che ha chiamato la DIGOS?"
"Nessuno, Cassiano. Davvero
nessuno".
Matelli si gira e va verso
la porta. Pensa di essere stato un idiota anche se di preciso non sa perchè.
Andare lì, forse, ed immaginarsi che gli avrebbe raccontato tutto.
"Sai una cosa?" dice Cassiano
"una volta ho riflettuto a proposito del Meacci. Credo che se dovesse capitargli
qualcosa non me ne importerebbe niente. Mi spiacerebbe più per lui
che per un esemplare di Rattus norvegicus che dovessi trovare spiaccicato
sull’Aurelia, questo è vero, ma è altrettanto vero che sarei
più dispiaciuto se vedessi morire un canguro od uno wombat, tanto
per rimanere in Australia. Tu li conosci gli wombat?".
Matelli rimane lì,
senza saperlo con la stessa espressione di uno wombat che incontri degli
aborigeni nel bush, chiedendosi cosa fare; solo l’arrivo del presunto lobotomizzato
con le sigarette movimenta la situazione quel tanto che basta per farlo
uscire.
Senza avere risolto niente,
ovviamente. |
Armandino
Silla,
1945 |
Don Oliviero Bonaldi pedalava
piano. La pedalata tranquilla, regolare, di chi si trova finalmente in
pace con se stesso.
La guerra era finita e anche
quei campi, tutto quel grano, quegli uccelli, sembravano saperlo. Pedalava
piano, il prete, fermandosi di tanto in tanto per potere osservare meglio
un gruppo di alberi o qualche animale.
Dio indubbiamente esisteva
anche se, a volte, le sue vie erano davvero misteriose.
Il rumore del motore lo
colse di sorpresa.
Guardò il cielo a
cercare i segni di una qualche macchina volante -come scordarsi la paura,
l’emozione, di quella volta che era stato sorpreso, unico essere umano
in mezzo alla campagna, da un aeroplano nemico, la sua lenta virata e l’abbassarsi
improvviso verso di lui; il pilota l’aveva salutato con la mano, era il
primo nero che vedeva in vita sua e stentava a credere si trattasse anche
quello di un figlio dello stesso dio suo- scrutò per una decina
di secondi il cielo poi realizzò che il rumore era quello più
naturale, cosa strana da pensare di un motore, dei mezzi terrestri e riprese
a pedalare sino a che l’automezzo, una vecchia Fiat, non gli si fermò
davanti.
L’uomo che ne scese era
ben vestito e si diresse con passo molto lento verso il religioso.
"Armandino" disse questo
"quanto tempo è passato".
Aveva quel genere di voce
pacata e priva di inflessioni dialettali che spesso si associa, a ragione,
agli uomini di chiesa.
Don Bonaldi si sporse in
avanti come per baciarlo su una guancia; rapido, Armandino tirò
fuori dalla tasca una pistola e la premette contro la bocca chiusa del
prete.
Si accorse che quello stava
premendo il grilletto, se ne accorse immediatamente e cercò, in
quell’attimo che pensava di dover vivere ancora, un ricordo bello, uno
di quelli che giustificano una vita.
Lo schiocco della pistola.
La sorpresa di trovarsi
ancora vivo.
Armando Pezzato, Armandino,
se lo strattonò fin dentro l’automobile mentre uno dei suoi uomini,
un ceffo che in parrocchia non aveva mai visto, prendeva la bicicletta
e la buttava nel fosso.
"Non ti ho ucciso subito
solo perchè voglio essere sicuro che tu sappia perchè lo
faccio".
Erano seduti dietro, lui
e Armando, e quello gli teneva la pistola piantata nel fegato.
Faceva male, questo era
certo, ma il dolore era niente confrontato al senso di vuoto, un vuoto
orribile -nero e ghiacciato-, che gli impediva persino di pregare.
Presero la strada sterrata
che andava su per la collina e nessuno in macchina parlava o si muoveva.
Si fermarono all’altezza
del belvedere.
"Io non ne sapevo niente
di come andava a finire" piangeva "mi hanno solo chiesto se la bambina
era stata battezzata e non potevo mentire, santoddio"
Armando lo spinse fuori
dalla macchina e, fattolo allontanare, gli sparò tre colpi.
L’ultimo alla testa.
Morì che ancora cercava
di ricordarsi il viso di quella bambina.
L’attività strettamente
antireligiosa di Capaneo sarebbe finita in quel momento se, indagando su
Bonhof assieme ad un cacciatore di nazisti, Armando non fosse venuto qualche
anno dopo a sapere che questo era fuggito in Uruguay con l’aiuto del Vaticano.
"E non è tutto" gli
disse il cacciatore accarezzandogli i capelli come ad un figlio "più
vado avanti con queste storie, più mi convinco che questi salvacondotto
se li siano pagati con l’oro sottratto a noi ebrei".
Tornato a casa, Armando
si vide una sera, assieme ad Eugenia, con i fratelli Roggi.
Non ci volle molto a convincerli.
"Questa volta niente sangue,
li dobbiamo mettere in ginocchio una volta per tutte". |
Delfini
Carcere
di Pisa, 2004 |
Nel sogno lui è in
mare.
Un mare solcato da pesci
violacei più grandi del normale.
Inizialmente ha paura. I
suoi sogni marini sono stati sempre infestati da squali; squali che, secondo
un amico psicanalista di evidente scuola spielberghiana, derivavano da
paure inconsce.
Ora, però, alla paura
subentra quasi subito una sorta di gioia infinita nel vedersi circondato
da questi pesci meravigliosi e nel riconoscere, all’improvviso, la spiaggia
dove lo portavano -decenni prima- i suoi genitori.
I secondini si sono casualmente
spostati verso l’altra ala del carcere e loro entrano senza farsi sentire.
Gli premono un fazzoletto intinto nel cloroformio davanti al naso. La cintura,
già pronta, gli viene legata intorno al collo e in un attimo lo
issano sino alle sbarre.
Nel sogno lui è in
mare.
Dal profondo una ombra scura
nuota nella sua direzione.
Non ha paura lui. Si tratta
di un delfino. |
Il
mio posto è l’inferno
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it 24/05/04 ore 15.52 |
Lascia perdere il fatto
che io sia ateo, che creda Gesù un personaggio storico del tutto
umano il quale s’è trovato al posto giusto nel momento giusto -un
paragone calcistico con PaoloRossi sarebbe blasfemo? Io penso di no- e
che creda Giuda una figura simbolica mai realmente esistita, lascia perdere
tutto; una delle cose che mi sconvolgono di questa storia, una delle tante,
è questa idea di peccato, di espiazione dolorosa, che io, forse
proprio perchè ateo e perchè convinto che il peccato si paghi
in Terra col rimorso, da tempo ormai non consideravo più.
Ci pensi che, se questa
storia dell’inferno e del paradiso fosse vera, adesso i diavoli di tutto
l’inferno starebbero a litigare per chi si dovesse prendere il privilegio
di avermi con se?.
E se l’Inferno dantesco,
a differenza di quanto sosteneva il nostro geniale professore di letteratura,
non fosse la terribile allegoria della nostra vita quotidiana, ma una illuminata
fotografia di ciò che è il dopovita per i peccatori, bè
allora potrei veramente stare dappertutto, magari non tra i lussuriosi
ma questo, purtroppo, per mancanza di possibilità e non per scelta
personale.
Traditore di Dio, traditore
di un amico, forse anche traditore della patria -difficile scordarsi della
mia esultanza sfrenata di fronte al gol del nigeriano Amunike in Nigeria-Italia
del 1994 (difficile sopportare però la presenza contemporanea di
Sacchi come allenatore della nazionale e di quell’altro che non voglio
nemmeno ricordare come presidente del consiglio; ero più che giustificato,
capperi)-, goloso, ateo e bestemmiatore, esageratamente orgoglioso, e poi
cos’altro, non so, quelli che portavano massi enormi lungo una salita non
ricordo bene per cosa fossero dannati ma se la punizione era legata al
peccato -pena del contrappasso, se non sbaglio- credo che, vista la mia
totale allergia alla fatica morale e fisica, un posticino per me potrebbero
trovarlo anche lì.
Bah.
Ci sentiamo. |
George
Costanza è il nuovo Papa
stralci
di un articolo di Gianni Pautasso, la Repubblica del 30/07/04 |
.....A mezzogiorno esatto
una prima fumata, ai più sembrata bianca, aveva tratto in inganno
fedeli e curiosi ma quando, poco più di tre ore dopo, il nunzio
apostolico Monsignor De La Pena ha fatto la propria apparizione alla celebre
finestra di Piazza S.Pietro, si è capito che sia i vaticanologi
che i bookmaker inglesi avevano visto giusto anche questa volta.
L’elezione del nuovo pontefice
è stata infatti di gran lunga la più rapida dal dopoguerra
ed il favorito, il Cardinale George Costanza, 59 anni portati magnificamente,
è il primo statunitense a succedere sul trono di Pietro.
Costanza è apparso
visibilmente commosso alla folla di fedeli che, come ogni giorno di questa
settimana, ha occupato la più celebre piazza della cristianità
sin dalle prime ore del mattino. In un italiano apprezzabile ha ricordato
l’opera dei propri predecessori e, dopo qualche ulteriore attimo di silenzio,
ha annunciato di aver preso il nome di Paolo Settimo.....
...Si parlava di George
Costanza come possibile futuro pontefice già dallo scorso anno e,
a differenza di quanto non fosse capitato in passato, le ricorrenti voci
sulle sue possibilità non ne hanno impedito l’elezione.
Benché abbia fama
di religioso moderno e aperto, Costanza è ben visto anche dalle
correnti più tradizionaliste del Concistoro e questo, si dice, grazie
alle sue doti diplomatiche e di buon comunicatore.....
...La sua biografia non
manca di note estremamente particolari e non solo perchè è
nato lo stesso giorno di Hiroshima; Paolo Settimo è infatti il primo
pontefice ad avere avuto grado militare avendo egli ricoperto la carica
di cappellano militare del 47° Airborne dal dicembre 1969 sino
al termine della guerra del Vietnam. E’ stato decorato al valore militare
per aver partecipato attivamente ad un’azione di salvataggio e recupero
di militari statunitensi e per l’instancabile attività di consolazione
ed aiuto morale alle truppe.
Al ritorno in patria ha
dapprima svolto la sua attività parrocchiale nei quartieri più
poveri di Washington sino a quando Monsignor Manson, vescovo della città,
non lo ha voluto vicino a se nel suo entourage. Di lì a poco la
nomina a vescovo di Monterey, in California, l’attività a favore
dei più sfortunati -venne definito da Liz Taylor il religioso più
impegnato nella lotta contro l’AIDS- e in seguito la sfolgorante ascesa
al vertice passando attraverso la nomina a cardinale, il più giovane
cardinale di tutto il Nordamerica, e numerose amicizie importanti e, talvolta,
ingombranti che questa ascesa sicuramente hanno sicuramente facilitato,
da Joseph Ratzinger che ne ha parlato più di una volta come di un
‘sicuro difensore della tradizione cattolica’ a Paul Marcinkus in persona,
il quale lo presentò a Papa Woytila già nell’agosto del ‘78.
E questa conoscenza sembra
essere l’unica macchia di una vita integerrima e dedita agli altri....... |
Nazione
strana, la nostra
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it 04/08/04 ore 12.11 |
Domani è il gran
giorno. Ho una stanza prenotata da qualche parte vicino a Piazza San Pietro
ed un accredito stampa. Mi fa male lo stomaco ed ho dovuto buttare giù
un sacco di antipeptici per riuscire a fare colazione.
Mi sento come quando s’andava
a dare gli esami a Pisa, santo cielo che tristezza...
L’altro giorno in redazione
il solito paio di colleghi criptorazzisti si rallegrava dell’elezione di
Costanza facendo presente a tutti il rischio appena corso che venisse anzi
scelto il Cardinale Yekinni, vescovo di Lagos.
"Ve lo immaginate un negro
a fare il Papa?" dicevano i due.
Proprio così, un
negro; detto nel modo più dispregiativo possibile.
Ma lo vedrete cosa vi combina
il vostro papa bianco, pensavo io, e sinceramente godo a pensare che uno
dei tanti castelli di sicurezze che si sono fatti questi bastardi, forse
quello più solido, debba sbriciolarsi come un biscotto.
Mi dispiace quasi che nessuno
tra quei due cretini e tra quelli che davano loro ragione, e non erano
pochi, siano con me domattina in Piazza San Pietro.
A pensarci bene questa proprio
una nazione di smidollati privi di coerenza morale. Sino a che i neri,
i diversi, erano in altri continenti, tutti a protestare col razzismo degli
americani o dei sudafricani; adesso che i diversi non possono che essere
anche qua, ci si trova a dire che "no, non siamo razzisti, però
ognuno deve stare a casa propria".
E quando dicono che questi
immigrati sono tutta gente che guadagna ma non paga le tasse, allora mi
viene da morire dalle risate; se la discriminante per essere espulsi dal
nostro simpatico paese dovesse essere il pagamento delle tasse, allora
ti lascio immaginare quanto spazio in più avremmo noi
Io, comunque, me l’aspettavo;
già in tempi non sospetti -più o meno una ventina di anni
fa- discutendo a proposito dei diritti delle minoranze etniche con diverse
persone anche di un certo livello culturale, mi ero reso conto della nazionale
mancanza di coerenza nel giudicare un certo tipo situazioni; per fare un
esempio, se parlavi del diritto all’indipendenza e all’autodeterminazione
e all’indipendenza di palestinesi, di curdi o di nordirlandesi -tutta gente
che stimo e delle cui lotte mi posso fare moralmente partecipe, sia chiaro-
tutti si scoprivano difensori dei diritti di questi poveri popoli senza
una loro patria, ma se, per caso, facevi un accenno ai sudtirolesi, subito
ti sentivi rispondere "e cosa vogliono quelli? Sono in Italia e si considerino
italiani".
Lo so, anche questi miei
ragionamenti potrebbero essere considerati luoghi comuni e, comunque, prendilo
come uno sfogo. Domani è il gran giorno e, per una volta, mi sento
protagonista anch’io, come quelli delle pubblicità.
fammi gli auguri. |
Simpathy
for the devil
Roma,
2004 |
Il giornalista era già
stato in quel luogo prima. Non pensava di capitarci ancora, però.
Giusto una ventina d’anni
prima, assieme a Paolo, figurarsi che dovevano andare alla Capraia, avevano
avuto dei problemi con i traghetti e si erano trovati a girare per Roma
con pinne e maschere appese agli zaini.
Paolo era nel periodo canterino,
cioè o parlava o cantava, e in un paio di giorni di repertorio pieno
era passato dai Dead Kennedys agli Inti Illimani e ritorno, con tutto ciò
che stava in mezzo.
Lì, in Piazza San
Pietro, aveva eseguito, secondo quanto ricorda il giornalista, ‘Simpathy
for the devil’ degli Stones e, scelta obbligata questa, ‘Stygmata martyr’
dei Bauhaus che se li erano pure visti in concerto, giusto un mese e mezzo
prima, e quando l’avevano eseguita come bis, Peter Murphy si era cosparso
il costato di una qualche sostanza fosforescente e, al buio, sembrava avesse
stimmate luminose.
Giusto un filo sopra le
righe.
Adesso c’è più
gente, però.
C’è persino più
gente che a sentire i Bauhaus che pure, nell’82, erano all’apice del loro
successo.
Il giornalista sta separato
dai comuni mortali, zona stampa accreditata.
La folla ha davvero un qualcosa
di biblico, sono tantissimi e sventolano bandiere e striscioni come fossero
ad uno spettacolo sportivo o ad un concerto.
Non riesce ancora a credere
che stiano per assistere al crollo in diretta del Cristianesimo.
Padre Ernesto Pynchon, il
segretario privato di Paolo Settimo, ha annunciato per questa domenica
un discorso particolarmente importante e non saranno che una ventina di
persone al mondo a sapere di cosa parlerà.
Trova curioso pensare che
forse sarebbe ancora bastato un articolo ieri mattina per bloccare tutto,
‘Il Papa è una spia ed un assassino’, ‘Il vero George Costanza è
stato ucciso nel 1969. Al suo posto una spia’. Quello che scoccia di più,
al tipo, non è tanto il fatto che molto probabilmente ha rinunciato
a diventare il giornalista più famoso e più pagato del pianeta,
sempre che l’avessero creduto, quanto l’avere avuto in mano le sorti del
mondo occidentale, avere preso la decisione più terribile del mondo
e non poterlo dire a nessuno.
E’ uno di quelli che appena
sanno qualcosa, un pettegolezzo, una notizia, muoiono dalla voglia di dirla
a tutti. Guarda colleghi e fotografi con una faccia che, secondo lui, dovrebbe
sembrare cospiratoria e poi sogghigna mezze frasi del tipo ‘vedrai, che
roba’, ‘oggi qua ci scappa un finimondo che non te lo puoi nemmeno immaginare’
e, per finire, ‘mi sono arrivate di quelle dritte...’.
Gli altri lo guardano un
po’ così, si chiedono l’un l’altro chi sia -non è un vaticanologo
ed ha battuto i pugni sul tavolo per essere in prima fila allo show- e
poi lasciano perdere.
"Idioti" dice a bassa voce.
Di tanto in tanto il pensiero
va al cospiratore pentito, ad Alì, o anzi Yossarian come gli hanno
detto giù in questura, ad una persona che si era fidata di lui e
che ha tradito quasi senza rimorso.
‘Giuda’ pensa di se stesso
ridendo. |
Paolo
Settimo va incontro al suo destino
Roma,
2004 |
Paolo Settimo si fermò
a pochissimi metri dalla finestra. Si girò verso il cardinale Pynchon,
suo amico da oltre venti anni, e quello gli si strinse le mani con le proprie.
Da fuori i rumori della folla arrivavano soffocati forse dal caldo o dalla
luce, forse dalla tensione che i due si sentivano dentro.
Al pontefice parve che gli
occhi dell’amico fossero umidi e questo un poco lo commosse.
Finalmente lasciò
la presa e con un paio di passi fu alla finestra.
L’urlo della folla, come
lui fosse una rockstar o un campione dello sport.
Poi il silenzio. Prima il
silenzio normale, il silenzio di una folla che aspetta rispettosa che il
proprio leader parli, poi un silenzio innaturale, un silenzio tutto suo,
che veniva da dentro, dal profondo, e che lui, George Costanza, aveva già
sentito una volta, dalle parti di Da Nang.
Quel giorno l’avevano portato
a dire la messa presso un avamposto di marines, l’elicottero che viaggiava
bassissimo ad una velocità che a lui pareva folle. 15 dicembre del
1969, il mitragliere sparava alla giungla, come se quella fosse il nemico.
Quando lo fecero scendere,
ai margini di quella giungla, lui, per un attimo, non sentì più
il rumore dell’elicottero, non sentì la chitarra di Hendrix sparata
a volume quasi illegale dall’impianto di bordo e nemmeno le urla dei marines
che correvano verso di lui.
Per un attimo un silenzio
totale, assoluto, prima che gli spari risuonassero e tutto tornasse normale,
normale per il Vietnam, si intende. Il primo colpo se lo sentì fischiare
di fianco, altri due alzarono zolle di terra a mezzo metro dai suoi piedi,
poi qualcuno lo buttò per terra e lui ricorda solo il suo stupore
nel rendersi conto che sparavano proprio alla sua persona.
Questa volta a gettarlo
a terra fu Pynchon.
L’intonaco dietro a loro
saltava via e tre o quattro pallottole rimbalzarono nelle vicinanze.
Il cardinale Smolarek si
teneva le mani premute sullo stomaco e muoveva la bocca senza emettere
suoni, una preghiera forse, mentre le sue gambe si muovevano a scatti.
"Non era un fucile di precisione
questo" pensava Pynchon per tranquillizzarsi "questa è una mitragliata
bella e buona. Mica roba da professionisti".
Pynchon si alzò da
terra e si affacciò alla finestra. Nella piazza la folla correva
da una parte all’altra, scontrandosi, cadendo e rialzandosi. In diversi
punti della piazza si alzava del fumo, probabilmente erano state fatte
scoppiare delle bombe carta in modo da creare un diversivo e da far fuggire
gli attentatori. Le jeep delle forze dell’ordine italiane carosellavano
in mezzo a tutta quella confusione, contribuendo in modo significativo
a farla aumentare.
Padre Pynchon afferrò
il microfono.
"Attenzione, attenzione,
per favore. Mantenete la calma e rimanete fermi dove vi trovate. Il Papa
è rimasto illeso, ripeto, Papa Paolo Settimo è vivo e gode
di ottima salute". |
Amarezza
from
Paglia@zot.it to Ink@goto.it 06/08/04 ore 13.54 |
Ti scrivo dal letto di ospedale
dove sono stato ricoverato dopo l’attentato al finto-papa di ieri. Sto
bene, e questo lo saprai già visto che qualche collega ha parlato
in tv delle mie condizioni fisiche, probabilmente quando leggerai questa
e-mail Papa Costanza avrà già fatto il suo dovere e non ci
sarà più bisogno di stare a ragionare di queste cose.
O lo ammazzano prima di
questo pomeriggio, o trovano il modo di farlo credere incapace di intendere
e di volere, e questo penso sia impossibile -figurarsi se lo fanno avvicinare
da un qualche medico del vaticano-, o per voi cattolici è finita.
Ti dirò, adesso che
non posso più farci niente, mi dispiace quasi di non avere impedito
tutto questo casino prossimo venturo. Inconsciamente ci devo avere provato
rendendoti edotta di ciò che stava accadendo e, ovviamente, lasciando
a te la scelta di rivelare alla polizia quello che sapevi; non lo hai fatto
e sono affari tuoi.
Come già fecero altri,
io me ne lavo le mani.
Ciao.
Non credo che ci sentiremo
ancora e forse, a pensarci bene, mi dispiace di averti scritto e riscritto
tutte queste cose, non la storia di ‘sti capaneisti, ma le cose mie, quei
pezzi di me che ho infilato da ogni parte -messaggi nella bottiglia?- e
che, invece, avrei fatto bene a tenermi stretti o ad affidare a qualcuno
che non facesse solo parte del mio passato e forse nemmeno di quello.
Forse ti sembro amaro, ma
non è proprio così, è che mi sento sempre un po’ strano
quando finisce un’era.
Mi sono ubriacato di birra
rossa quando hanno buttato giù il muro di Berlino -e dovresti sapere
che non sono mai stato particolarmente brezneviano- e credo che mi sarei
fatto ben più di un paio di boccali se avessi assistito all’estinzione
dei dinosauri. |
Un
po’ di Sudamerica
Roma,
2004 |
La mattina successiva, a
Roma, l’aria era decisamente sudamericana.
E chi avesse incrociato
nel suo camminare gli sguardi decisi, feroci e un po’ fascisti dei soldati
appartenenti ai reparti antisommossa ed antiguerriglia dell’esercito, non
avrebbe potuto reprimere un brivido di paura; le facce, i caschi e i manganelli,
che controllavano gli accessi a Piazza San Pietro erano gli stessi che
si erano visti, e che si vedevano tuttora, nei reportage da Santiago del
Cile, Lima, Buenos Aires.
La Piazza poi, pronta per
il nuovo discorso del Papa, aveva un che di surreale, con i fedeli radunati
al centro e circondati da carabinieri con le armi in pugno.
Il Papa si affacciò
alla finestra verso la metà del pomeriggio; mentre la folla di fedeli
lo applaudiva, la prima cosa alla quale pensò fu a quanto volentieri
si sarebbe mangiato un hamburger, non uno di quelli di MacDonald però,
un hamburger di quelli seri, preso in una di quelle catene minori, tipo
Wendy o Roy Rogers, che si trovano solo in America, troppo ‘classe lavoratrice’
per rappresentare un modello esportabile.
Al Papa tremavano le gambe
e si sentiva maledettamente debole.
Era dal mattino prima che
non mangiava o beveva niente.
Dopo l’attentato si era
chiuso nei suoi appartamenti con Padre Ernesto Pynchon e padre Thomas Waits.
Waits si era immediatamente messo in contatto con i loro superiori e quelli
avevano ordinato di tapparsi là dentro e, appunto, di non toccare
né cibo né bevande. Solo Pynchon era uscito verso metà
pomeriggio, prima era andato alla clinica Gemelli a trovare le vittime,
per fortuna non gravi, dell’attentato e, in seguito, aveva parlato ad un
gruppo di giornalisti esprimendo la ferma volontà del Santo Padre
di apparire in pubblico il pomeriggio dopo.
Appunto, il pomeriggio dopo.
Paolo Settimo si schiarì
la voce, sorrise, ricambiò con un gesto della mano il saluto dei
fedeli.
"Alcuni dei miei collaboratori
mi hanno detto che sembro più vecchio, più debole. Il mio
segretario dice che è stato l’attentato di ieri, dice che ho paura,
ma sa benissimo che non è vero".
Si fermò per qualche
secondo, come a sottolineare l’importanza di ciò che stava per dire.
"Assieme alla carica di
pontefice ho ricevuta, come è capitato ai miei più vicini
predecessori, una notizia che mi ha sconvolto" nuova pausa "che ha abbattuto
una cattedrale di certezze come un uragano può abbattere un castello
di carte"
La voce del Papa era incrinata,
diversi milioni di spettatori notarono con chiarezza le lacrime.
"Cazzo e stracazzo. L’Oscar
gli dovevano dare a quello, altro che il papato!!!"
Il giornalista Rocco Pagliari,
una sigaretta nella mano sinistra ed un’altra nella destra, le spense entrambe
dentro il posacenere e poi scagliò il pacchetto contro la televisione;
nella sala tv della clinica Gemelli la tensione si tagliava con il coltello
e due infermieri cercarono di portarlo via, di farlo di torazina e di picchiarlo
a sangue. Tutto contemporaneamente.
Lui resistette impavido
aggrappandosi al tavolino.
"I disegni di Nostro Signore
possono sembrarci talvolta oscuri ma noi, noi che abbiamo Fede, li dobbiamo
seguire comunque".
Papa Paolo Settimo guardò
il cielo, il cielo coperto di una giornata di estate che nessuno avrebbe
potuto dimenticare.
Fece un respiro profondo,
pieno, e continuò. |
Eugenia
alla finestra
Silla,
2004 |
Eugenia sta alla finestra.
Guarda il viale, i fiori
che qualcuno della servitù continua a curare.
Il cancello.
La macchina nera dei tedeschi.
Bonhof.
Chiara.
Bussano alla porta.
Il giovane Roggi aspetta
qualche secondo una risposta che non arriva.
Entra.
"Ha visto la televisione?"
le chiede.
Eugenia risponde di si.
"Ce l’abbiamo fatta" le
urla quello e l’abbraccia.
Il giovane Roggi piange
e anche Eugenia, guardandolo, si commuove.
Si chiede se possa essere
un buon partito per Chiara.
Quando torna.
"Avevo una paura terribile
dopo quello che era successo ieri. E invece è andato tutto alla
perfezione".
La guarda negli occhi e
le stringe le mani.
"Vorrei solo ci fosse suo
fratello Armando" le dice "se lo sarebbe meritato di vivere un momento
come questo".
Va di corsa alla porta,
poi rientra.
"Guardi la Tv. Ne stanno
parlando tutte le televisioni del mondo".
Esce ancora più velocemente
di quanto fosse entrato.
Eugenia lo sente salire
le scale urlando.
Si trova a pensare che sia
troppo distante da Chiara come classe sociale e come educazione.
Accende comunque la Tv.
italiauno.
Guarda lo schermo cercando
di concentrarsi il più possibile, ma non riesce comunque a capire
cosa abbia da agitarsi quel benedetto ragazzo per una televendita di pentole
ed armi da fuoco. |
So
long, Marianne
Amsterdam,
2004 |
Amsterdam quando piove è
la citta più triste del mondo. Un triste bello però, come
certi brani di Leonard Cohen, e Marianne, in mezzo a quell’umido, a quei
mattoni che sembrano subito virare ad una tonalità più cupa,
canta, canta da sola le canzoni dei suoi trent’anni.
Si chiede ancora perchè
non sia scappata, non sia uscita da quel ghetto -un ghetto che esisteva
più nella sua mente, forse, che in quella città così
aperta, così libera, da non sembrare nemmeno europea, nemmeno di
questo pianeta.
‘So long Marianne’ le aveva
cantato il marinaio, ed altre canzoni gliele avevano cantate poeti da strada,
sassofonisti di quart’ordine ed uno scrittore, ma lei era rimasta lì,
nel ghetto. Forse perchè non se la sentiva di separarsi dai vecchi,
da quei due signori per bene che l’avevano curata come fosse una figlia
e che se l’erano portata con loro via da Auschwitz.
Adesso Marianne non è
ancora vecchia, ha una sessantina d’anni portati benissimo, ma certe ferite
non se le può più curare e rimane nel ghetto, da sola.
Sente gente che urla per
la strada, la voce del rabbino Golmann che invita alla calma, gente che
piange, gente che ride forte.
Apre la finestra, si affaccia
Anna Levi la chiama giù
da basso.
"Marianne" urla quella "i
cristiani si sono arresi. Hanno detto alla televisione che il Papa ha sciolto
la Chiesa Cattolica".
Marianne la saluta con una
mano e rientra in casa.
In mezzo a tutto quel caos
non è sicura di avere capito bene cosa le abbia detto Anna e, comunque,
non gliene importa niente.
Si sdraia sul divano, si
versa una tazza di caffè lungo dal bricco in porcellana che la Levi
le ha portato da Roma l’anno prima.
Ne sorseggia lentamente
un poco, punta il telecomando verso lo stereo ed aspetta, con la solita
trepidazione, i primi accordi della canzone di Cohen, della sua canzone
che nessuno le ha più cantato. |
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