Opzione Borges
Federico Gattini


La guerra è guerra
Silla, 1944 Etiopia, 1938-1939
Quel giorno pioveva una pioggia bastarda. Un’acqua fine e troppo fredda per aprile.
I fiori che Eugenia aveva piantato lungo il viale sembravano l’unica macchia di colore in tutta quell’acqua, quel grigio.
Viole, forse, oppure begonie; non aveva memoria per i nomi dei fiori, Eugenia.
I tedeschi apparvero davanti al cancello a metà del pomeriggio.
Una macchina nera.
Fossero arrivati con dei mezzi militari, fossero arrivati buttando giù il cancello, lei e la bambina sarebbero corse via, magari si sarebbero nascoste nelle due stanze sotto la cantina, qualcosa avrebbero fatto di sicuro.
Così, invece, fece aprire il cancello da uno dei servi, disse di preparare del tè e, dopo qualche minuto, scese nel salone.
Bonhof, il maggiore, era già seduto assieme a due soldati e ad un altro ufficiale che lei non aveva mai visto prima.
Dei discorsi, delle parole secche del maggiore Bonhof, non ricorda quasi niente, si ricorda bene l’altro ufficiale, gelido, ed il profumo del tè, fortissimo.
I soldati uscirono dal salone e salirono le scale che portavano alle stanze da letto. Eugenia guardava Bonhof, gli stivali di Bonhof lucidi come se dovesse andare ad una parata. Le portavano via la figlia, mica che non l’avesse capito, ma tutto quello che riusciva a fare era guardare quegli stivali, quella pelle lucida che la infastidiva.
Il pianto di Chiara, per le scale, la fece tornare di colpo alla realtà.
"Mia figlia non è ebrea" disse, questa volta in tedesco, ai due nazisti.
Quelli uscirono dal salone, lo stesso salone dove lei rimase appoggiata col fianco alla sedia, le mani davanti alle orecchie per non sentire più nessun suono; gli occhi chiusi.
Pensava alla figlia che non avrebbe più visto, al marito morto sulle montagne e ad Armando, Armando che, se ci fosse stato, qualcosa avrebbe sicuramente saputo fare, chiamare qualcuno di quei fascisti schifosi che conosceva, o anche solo dimostrare a quelle bestie che la piccina non era ebrea.
Ma Armando non c’era e non tornò che la primavera successiva.
Aveva seguito la carriera del padre, una finta carriera diplomatica che, in realtà, li aveva entrambi immersi fino al collo nel mondo dei servizi segreti, delle spie. Romanticismo da due lire, audacia, Armando non sapeva nemmeno lui cosa avesse cercato all’inizio in quella specie di avventura, certo è che, a casa a mandare avanti gli affari, lui non ci voleva stare, pure se erano affari grossi, visto che le aziende tirate su con i capitali capaneisti andavano a mille, e poi gli altri, Roggi, i Giubertoni e pure sua sorella Eugenia -la quale, oltretutto era riuscita a sposare un ebreo-, gli sembravano tutti fermi all’altro secolo.
Borghesi illuminati, noiosi quanto possono esserlo solamente i borghesi illuminati, nessuno di loro sembrava avere colto il cambiamento, lo spirito un po’ muscolare del novecento.
Curiosamente il romanticismo, l’audacia e pure lo spirito del nuovo secolo rimasero in breve sepolti da tutto lo schifo che Armando ebbe modo di vedere sino dall’inizio; era in Africa da pochi mesi, siamo nel 1938, e dopo qualche settimana di inaudita inattività, venne affiancato ai reparti in guerra in modo da controllare un paio di ufficiali sui quali si erano addensati sospetti rivelatisi in seguito infondati.
Il contatto con la realtà della guerriglia e, soprattutto, con quello che era il rapporto tra le truppe ed i nativi lo sconvolse.
‘Sangue. Di questo anno che ho passato in Africa non mi rimane che il sangue.
Ho ricordi estremamente frammentari di un tramonto, uno dei mille tramonti sul deserto, ognuno un po’ uguale e allo stesso modo un po’ diverso dal precedente, un tramonto ormai arancione e una carovana sull’orizzonte. Netta. Nitida. Come a fare da confine ultimo tra il cielo e questa terra dove siamo costretti a vivere.
Ho pochi altri ricordi di un paio di villaggi amici dove siamo stati accolti con canti e balli.
Il resto è solo sangue.
Sangue, le urla dei feriti, il pianto di una ragazza violentata da una decina dei nostri, i corpi mutilati, torturati e beffeggiati di poveri pastori che il nostro gruppo ha ‘incontrato’ durante i pattugliamenti.
"La guerra è guerra" mi dice il generale G. quando esprimo dubbi.
Lui, gli altri ufficiali con quei loro modi da nobiltà militare dello scorso secolo, sembrano contrari a queste cose, ne sentono parlare malvolentieri, però non fanno niente per scoraggiare certi comportamenti, anzi, alla fin fine salta fuori che i più elogiati, i più medagliati nella truppa, sono sempre quelli che più si comportano da bestie.
Bestie, come se in natura esistessero bestie capaci di legare un loro simile al cofano di un automezzo e andare a scontrarsi con gli alberi o, ancora, di torturarlo con la corrente elettrica.
La guerra è guerra, mi direbbe il generale G. e anche Achille, a pensarci bene, si legò al carro il corpo morto di Ettore prima di correre sotto le mura di Troia e prendersi beffe di Priamo e della sua corte.
Eroi.
Io non ne ho bisogno, davvero.’
Le altre missioni di Armando furono decisamente più lontane dai luoghi di combattimento.
Madrid. Il Marocco. Lisbona, dove si accorse con stupore di passare molto più tempo con gli inglesi che non con i suoi, e, con l’8 settembre, il ritorno.
Prima qualche mese a Roma a tenere i contatti con i nuovi alleati.
Poi casa, poco tempo dopo che i tedeschi si erano portati via la bambina.
Qua capì che c’era da agire, non fosse stato altro che per vendicarsi.
Il calcio può essere uno sport surrealista?
Pisa, 2004
Al quinto minuto del primo tempo il terzino brasiliano Pista Aristides dribblò magistralmente un paio di attaccanti tedeschi, fece tre tunnel consecutivi ad altrettanti malcapitati avversari e, infine, cercò di passare la palla al proprio portiere con un pericolosissimo pallonetto da quaranta metri che colpì in pieno la traversa.
Al quinto minuto del primo tempo di Pisa-Bayern, finale di Coppa delle Coppe, il brasiliano Aristides fece tutte queste strabilianti cose, ma nessuno dei presenti alla pubblica proiezione su megaschermo in Piazza dei Cavalieri se ne accorse.
"Mi stupisce il fatto che nessuno abbia ancora fatto uso delle armi" disse Yossarian.
"Aspetti ancora un quarto d’ora e ce lo sapremo dire".
La pubblica proiezione era stata organizzata in modo pietoso, a nessuno era venuto in mente che, trattandosi appunto di una proiezione, non si sarebbe potuto vedere nulla sino a che non fosse stato buio e l’incontro cominciava un’ora buona prima del tramonto.
Quattrocento persone ordinatamente sedute di fronte ad uno schermo bianco sul quale si intravedono, di tanto in tanto, sembianze umane correre.
Una scena degna del primissimo Bunuel, quello del Cane Andaluso.
Ma l’intero, surrealistico, cammino in Coppa della squadra pisana sarebbe stato degno del regista spagnolo.
Che dire del primo turno con il Floriana La Valletta? I pisani erano stati sconfitti sia a Malta che in casa propria (1-0, 0-3) ma avevano passato il turno poiché i maltesi, nell’euforia degli ultimi minuti del doppio incontro, avevano messo in campo il vecchio capitano Azzopardi III, ancora squalificato dall’anno precedente. I successivi avversari poi, i terribili croati dell’Hajduk Spalato, avevano dovuto schierare una squadra di bimbetti a causa di una terribile infezione intestinale che aveva colpito tutti i giocatori. Il pullman del Bruges si era perso per strada con tutta la squadra sopra e, in semifinale con il Liverpool, era successo di tutto: zero a zero all’Arena Garibaldi con ben sette pali colpiti dagli inglesi e due rigori tirati a lato, in Inghilterra un assedio con decine e decine di gol sbagliati da ogni posizione sino a che, sul finire del secondo tempo supplementare, il centravanti anglo-turco John Bogaz non aveva sfondato la porta con un tiro che, a quel punto, valeva la qualificazione.
Peccato che, subito dopo, il proprio portiere si fosse messo a salutare i fotografi mentre gli veniva passato un innocuo pallone rasoterra.
L’uomo in grigio consegnò al giornalista una busta con i documenti e le foto relative al falso George Costanza. Il giornalista sorrise, commentò assieme a Yossarian, all’uomo in grigio, quei primi fantasmi che, con l’avvicinarsi del tramonto, sembravano apparire sullo schermo.
Gli offrì una lattina di aranciata amara proprio mentre sullo schermo l’immagine gigante di Aristides, o di qualcuno che gli somigliava, colpiva con un potente tiro al volo il segnalinee di destra.
Un braccio, il braccio forte di un brigadiere, afferrò la mano di Yossarian mentre questo prendeva la lattina. La pressione di un oggetto, verosimilmente una canna di pistola, sulla schiena lo convinse a non muoversi.
Lo portarono via ed il giornalista si sforzò di non guardare da un’altra parte.
Giuda
from Paglia@zot.it to Ink@goto.it 20/05/04 ore 04.00
L’ho fatto. L’ho fatto arrestare. ho chiamato la polizia ed ho detto che c’era un pazzo che non mi lasciava perdere, che minacciava di assassinare il papa e che voleva che lo aiutassi.
Mi hanno redarguito per non averli avvertiti prima ed io ho fatto la mia faccia d’angelo -quella che riscuoteva così tanto credito tra le mamme delle mie compagne di classe e, a dire il vero, così poco tra le compagne stesse-, ho detto che mi sembrava una cretinata, che non volevo distrarli dai loro compiti per tali sciocchezzuole e via.
Se la sono bevuta.
L’hanno fermato mentre mi stava dando del materiale su Costanza.
Mentre lo portavano via gli ho sentito dire che non sarebbe uscito vivo dal carcere, che gli avrebbero fatto fare la stessa fine di Sindona.
Si, mi sento un verme. Ma come è difficile vivere.
Informazioni per il commissario Matelli
Pisa, 2004
Quasi sempre il pallone gli è nemico, una specie di bestia strana, selvaggia, un qualcosa di estraneo a lui con il quale non riesce a stabilire un contatto almeno amichevole.
Poi ci sono, rare, serate come questa.
Il pallone che, quando ce l’ha tra i piedi, gli sembra quasi una parte di se stesso. Magari comincia così, per caso; una giocata fortunata all’inizio della partita, un colpo di tacco, e lui prende coraggio, fa le cose con minore tensione e, incredibile, gli riesce quasi tutto.
Questa sera ha dato il meglio di se stesso, una rovesciata e un paio di tiri al volo, ora con un piede ora con l’altro, ai quali penserà mei momenti più disparati per tutto il resto della settimana.
"Matè, stasera mi parevi quasi Ronaldo". Gasperi, quello della omicidi, gli si siede di fianco mentre lui ancora cerca di respirare in maniera normale. "E se non Ronaldo, almeno almeno suo cognato".
Rimangono così qualche secondo, uno che già respira meglio e l’altro che ancora fatica a connettere.
"Matè, quel coglione fissato col Papa che hai arrestato la scorsa settimana te lo ricordi?".
"Si che me lo ricordo, cazzo. Non sono mica ancora arteriosclerotico".
Gasperi si guarda gli scarpini, che non saranno nemmeno due mesi che li ha comprati e già sembrano da buttare.
"No, perchè parlavo con mio cugino, sai quello giovane che sta nell’ufficio di Cassiano, il vicequestore, e mi diceva che da quando l’abbiamo preso non facciamo altro che ricevere telefonate strane. Uno del ministero che ci dice che è un mitomane, due della DIGOS che ci chiedono di lasciar perdere, che è uno che minaccia e minaccia ma non conta un cazzo e quelle foto lì se le è procurate dai loro archivi.."
"Quali foto?" lo interrompe Matelli, i cui valori di pressione dell’ossigeno nel sangue intanto si stanno avvicinando a cifre compatibili con la vita.
"Quando lo hai arrestato ci aveva una busta. Che non ci hai guardato dentro?"
Matelli scuote la testa.
"Niente, erano piene di foto di quando hanno sparato al papa. Poi c’erano anche foto di un cardinale americano, di altri preti, documenti; questo me lo ha detto sempre quel mio cugino."
"E ‘ste foto chi cazzo ce le ha?"
"DIGOS, hombre. Se le sono fatte ridare immediatamente."
Rimangono in silenzio per un po’. Matelli si toglie la maglietta della Nigeria, che con quello che gli è costata di tempo e danaro forse faceva meglio ad andarsela a comprare a Lagos.
Gasperi va verso le docce.
"Appena ci ho un po’ di tempo vado a parlare con Cassiano, che forse siamo quasi amici."
"Matè, fai pure quello che ti pare. Io, comunque, non ti ho detto un niente di niente."
Alfasud
Pisa, 2004
Un paio di decenni di spot televisivi ingannevoli ed immorali hanno cercato di far passare per buona l’asserzione che alcuni oggetti, in special modo le automobili, siano come una diretta emanazione di chi le possiede, che esista una corrispondenza diretta tra il proprio essere e la cosa che si possiede.
Ciò è da ritenersi totalmente falso.
Con alcune eccezioni, si intende.
L’auto di Matelli, per esempio, un’Alfasud uscita dalle officine di Pomigliano d’Arco nel ‘74 e che veniva considerata già obsoleta pochissimi anni dopo, un mezzo mantenuto però in perfetto ordine, pulito e con il motore stupendamente scoppiettante come se il tempo si fosse fermato a trent’anni prima. Il possedere questa auto sembra voler dire ho una quarantina d’anni, i capelli mi si stanno ingrigendo e sono un tipo preciso, meticoloso a volte, e che, comunque, è pervaso da una vena di leggerissima follia; un romantico solitario che le persone non superficiali dovrebbero riuscire ad apprezzare facilmente.
"Minchia. E’ arrivato quel coglione di Matelli" osserva Meacci stancamente.
Anche Cassiano, il vicequestore, si affaccia alla finestra ad osservare lo spettacolo dell’Alfasud vagamente beige impegnata nella non facile impresa di trovare un parcheggio davanti alla questura di Pisa.
"Vista così, in mezzo a tutte ‘ste macchine coreane, giapponesi, a ‘ste forme tondeggianti, mi fa quasi tenerezza. E’ talmente fuori luogo, o fuori tempo, che sembra non appartenere a questi posti, come se si trovasse qua per errore, come se avesse imbucato una di quelle porte tra un universo e l’altro delle quali parlava Philip Josè Farmer nel suo ‘I fabbricanti di universi’, un titolo fondamentale nella storia della letteratura fantascientifica".
"Bè..certo" gli risponde Meacci. Guarda Cassiano un po’ più attentamente del solito e realizza che a lui quegli occhialini da figo, quella barbetta semi-incolta e quei modi da primo della classe proprio non li capisce.
‘Strano anche ‘sto Cassiano, però’ pensa.
"A te piace la fantascienza?" gli chiede quello.
"Si... credo. I film di marziani tipo... tipo quello americano con quell’attore che aveva fatto tanti altri film, quello coi baffi..."
"Stalin?"
"Non so, non ricordo" fa Meacci, dubbioso; anche Cassiano non gli piace.
Si allontana dalla finestra e lascia il vicequestore a guardare fuori.
Matelli, le macchine, le ragazze dell’università. Dov’è che corrono sempre? Dov’è che scovano quelle biciclette da rottamaio?
Matelli intanto entra nell’edificio, si sistema la cravatta e sale lungo le scale.
Nell’ufficio di Cassiano, questo è ancora alla finestra.
"C’è il commissario Matelli che la cerca".
Si stringono le mani. Cassiano si siede sulla scrivania del Meacci da dove, di tanto in tanto, riesce a cogliere qualcosa del movimento nella piazza.
Matelli rimane in piedi vicino alla finestra.
"Volevi dirmi qualcosa?" chiede Cassiano.
"Non è facile" comincia l’altro, e intanto si tormenta senza accorgersene un angolo della giacca "si tratta di quel tipo che ho arrestato la scorsa settimana, quello del papa.."
"Si, ricordo".
"Bè, vorrei sapere com’è andata a finire".
Cassiano si alza. Chiede a Meacci se gli può andare a comprare le sigarette.
"Lo vedi quello, il Meacci. Tu lo conosci?"
"Poco" risponde Matelli, infastidito dal fatto che Cassiano non gli risponda "ma non mi sembra una cattiva persona".
"E’ stupido. E’ talmente stupido che a volte penso da bimbo sia stato rapito dagli alieni e restituito a questo povero pianeta dopo accurata lobotomia, oppure che egli stesso sia un alieno, un infiltrato, un essere appartenente ad un’altra razza senza dubbio meno intelligente della nostra".
"Ma se questi alieni non sono intelligenti com’è che hanno fatto ad infiltrarsi tra di noi?"
Cassiano torna alla finestra. Si perde per qualche secondo su una ragazza che immagina iscritta a lettere moderne, la curva dei seni appena visibile sotto la polo arancione e poi ammette di non aver pensato a questo particolare.
"Forse Meacci è un alieno talmente intelligente da avere capito che solo fingendosi stupido nessuno avrebbe sospettato di lui" aggiunge.
"Nessuno a parte il vicequestore Cassiano" dice Matelli facendo la voce da radiogiallo degli anni cinquanta.
Cassiano lo guarda fisso in faccia e gli chiede che cazzo sia venuto a fare nel suo ufficio.
Matelli gli spiega nuovamente la cosa, ma con la voce un po’ meno sicura di prima.
"Come vuoi che sia andata? L’abbiamo un po’ spaventato poi l’abbiamo mandato a casa".
"L’avete rilasciato?"
"Dai, Matelli. Era un mitomane da non stare nemmeno a perderci dietro del tempo".
"E allora perchè la DIGOS avrebbe chiamato, cazzo? Cosa gliene doveva fregare al ministero degli interni di un povero cretino?"
Adesso Matelli ha alzato la voce. Non tanto ma abbastanza da far spuntare un paio di facce dalla porta ancora aperta.
"Matè, porca troia" Cassiano gli si avvicina e gli piazza una mano sulla spalla. Poi lo spinge via, con rabbia.
"E a te chi cazzo te l’ha detto che ha chiamato la DIGOS?"
"Nessuno, Cassiano. Davvero nessuno".
Matelli si gira e va verso la porta. Pensa di essere stato un idiota anche se di preciso non sa perchè. Andare lì, forse, ed immaginarsi che gli avrebbe raccontato tutto.
"Sai una cosa?" dice Cassiano "una volta ho riflettuto a proposito del Meacci. Credo che se dovesse capitargli qualcosa non me ne importerebbe niente. Mi spiacerebbe più per lui che per un esemplare di Rattus norvegicus che dovessi trovare spiaccicato sull’Aurelia, questo è vero, ma è altrettanto vero che sarei più dispiaciuto se vedessi morire un canguro od uno wombat, tanto per rimanere in Australia. Tu li conosci gli wombat?".
Matelli rimane lì, senza saperlo con la stessa espressione di uno wombat che incontri degli aborigeni nel bush, chiedendosi cosa fare; solo l’arrivo del presunto lobotomizzato con le sigarette movimenta la situazione quel tanto che basta per farlo uscire.
Senza avere risolto niente, ovviamente.
Armandino
Silla, 1945
Don Oliviero Bonaldi pedalava piano. La pedalata tranquilla, regolare, di chi si trova finalmente in pace con se stesso.
La guerra era finita e anche quei campi, tutto quel grano, quegli uccelli, sembravano saperlo. Pedalava piano, il prete, fermandosi di tanto in tanto per potere osservare meglio un gruppo di alberi o qualche animale.
Dio indubbiamente esisteva anche se, a volte, le sue vie erano davvero misteriose.
Il rumore del motore lo colse di sorpresa.
Guardò il cielo a cercare i segni di una qualche macchina volante -come scordarsi la paura, l’emozione, di quella volta che era stato sorpreso, unico essere umano in mezzo alla campagna, da un aeroplano nemico, la sua lenta virata e l’abbassarsi improvviso verso di lui; il pilota l’aveva salutato con la mano, era il primo nero che vedeva in vita sua e stentava a credere si trattasse anche quello di un figlio dello stesso dio suo- scrutò per una decina di secondi il cielo poi realizzò che il rumore era quello più naturale, cosa strana da pensare di un motore, dei mezzi terrestri e riprese a pedalare sino a che l’automezzo, una vecchia Fiat, non gli si fermò davanti.
L’uomo che ne scese era ben vestito e si diresse con passo molto lento verso il religioso.
"Armandino" disse questo "quanto tempo è passato".
Aveva quel genere di voce pacata e priva di inflessioni dialettali che spesso si associa, a ragione, agli uomini di chiesa.
Don Bonaldi si sporse in avanti come per baciarlo su una guancia; rapido, Armandino tirò fuori dalla tasca una pistola e la premette contro la bocca chiusa del prete.
Si accorse che quello stava premendo il grilletto, se ne accorse immediatamente e cercò, in quell’attimo che pensava di dover vivere ancora, un ricordo bello, uno di quelli che giustificano una vita.
Lo schiocco della pistola.
La sorpresa di trovarsi ancora vivo.
Armando Pezzato, Armandino, se lo strattonò fin dentro l’automobile mentre uno dei suoi uomini, un ceffo che in parrocchia non aveva mai visto, prendeva la bicicletta e la buttava nel fosso.
"Non ti ho ucciso subito solo perchè voglio essere sicuro che tu sappia perchè lo faccio".
Erano seduti dietro, lui e Armando, e quello gli teneva la pistola piantata nel fegato.
Faceva male, questo era certo, ma il dolore era niente confrontato al senso di vuoto, un vuoto orribile -nero e ghiacciato-, che gli impediva persino di pregare.
Presero la strada sterrata che andava su per la collina e nessuno in macchina parlava o si muoveva.
Si fermarono all’altezza del belvedere.
"Io non ne sapevo niente di come andava a finire" piangeva "mi hanno solo chiesto se la bambina era stata battezzata e non potevo mentire, santoddio"
Armando lo spinse fuori dalla macchina e, fattolo allontanare, gli sparò tre colpi.
L’ultimo alla testa.
Morì che ancora cercava di ricordarsi il viso di quella bambina.
L’attività strettamente antireligiosa di Capaneo sarebbe finita in quel momento se, indagando su Bonhof assieme ad un cacciatore di nazisti, Armando non fosse venuto qualche anno dopo a sapere che questo era fuggito in Uruguay con l’aiuto del Vaticano.
"E non è tutto" gli disse il cacciatore accarezzandogli i capelli come ad un figlio "più vado avanti con queste storie, più mi convinco che questi salvacondotto se li siano pagati con l’oro sottratto a noi ebrei".
Tornato a casa, Armando si vide una sera, assieme ad Eugenia, con i fratelli Roggi.
Non ci volle molto a convincerli.
"Questa volta niente sangue, li dobbiamo mettere in ginocchio una volta per tutte".
Delfini
Carcere di Pisa, 2004
Nel sogno lui è in mare.
Un mare solcato da pesci violacei più grandi del normale.
Inizialmente ha paura. I suoi sogni marini sono stati sempre infestati da squali; squali che, secondo un amico psicanalista di evidente scuola spielberghiana, derivavano da paure inconsce.
Ora, però, alla paura subentra quasi subito una sorta di gioia infinita nel vedersi circondato da questi pesci meravigliosi e nel riconoscere, all’improvviso, la spiaggia dove lo portavano -decenni prima- i suoi genitori.
I secondini si sono casualmente spostati verso l’altra ala del carcere e loro entrano senza farsi sentire. Gli premono un fazzoletto intinto nel cloroformio davanti al naso. La cintura, già pronta, gli viene legata intorno al collo e in un attimo lo issano sino alle sbarre.
Nel sogno lui è in mare.
Dal profondo una ombra scura nuota nella sua direzione.
Non ha paura lui. Si tratta di un delfino.
Il mio posto è l’inferno
from Paglia@zot.it to Ink@goto.it 24/05/04 ore 15.52
Lascia perdere il fatto che io sia ateo, che creda Gesù un personaggio storico del tutto umano il quale s’è trovato al posto giusto nel momento giusto -un paragone calcistico con PaoloRossi sarebbe blasfemo? Io penso di no- e che creda Giuda una figura simbolica mai realmente esistita, lascia perdere tutto; una delle cose che mi sconvolgono di questa storia, una delle tante, è questa idea di peccato, di espiazione dolorosa, che io, forse proprio perchè ateo e perchè convinto che il peccato si paghi in Terra col rimorso, da tempo ormai non consideravo più.
Ci pensi che, se questa storia dell’inferno e del paradiso fosse vera, adesso i diavoli di tutto l’inferno starebbero a litigare per chi si dovesse prendere il privilegio di avermi con se?.
E se l’Inferno dantesco, a differenza di quanto sosteneva il nostro geniale professore di letteratura, non fosse la terribile allegoria della nostra vita quotidiana, ma una illuminata fotografia di ciò che è il dopovita per i peccatori, bè allora potrei veramente stare dappertutto, magari non tra i lussuriosi ma questo, purtroppo, per mancanza di possibilità e non per scelta personale.
Traditore di Dio, traditore di un amico, forse anche traditore della patria -difficile scordarsi della mia esultanza sfrenata di fronte al gol del nigeriano Amunike in Nigeria-Italia del 1994 (difficile sopportare però la presenza contemporanea di Sacchi come allenatore della nazionale e di quell’altro che non voglio nemmeno ricordare come presidente del consiglio; ero più che giustificato, capperi)-, goloso, ateo e bestemmiatore, esageratamente orgoglioso, e poi cos’altro, non so, quelli che portavano massi enormi lungo una salita non ricordo bene per cosa fossero dannati ma se la punizione era legata al peccato -pena del contrappasso, se non sbaglio- credo che, vista la mia totale allergia alla fatica morale e fisica, un posticino per me potrebbero trovarlo anche lì.
Bah.
Ci sentiamo.
George Costanza è il nuovo Papa
stralci di un articolo di Gianni Pautasso, la Repubblica del 30/07/04
.....A mezzogiorno esatto una prima fumata, ai più sembrata bianca, aveva tratto in inganno fedeli e curiosi ma quando, poco più di tre ore dopo, il nunzio apostolico Monsignor De La Pena ha fatto la propria apparizione alla celebre finestra di Piazza S.Pietro, si è capito che sia i vaticanologi che i bookmaker inglesi avevano visto giusto anche questa volta.
L’elezione del nuovo pontefice è stata infatti di gran lunga la più rapida dal dopoguerra ed il favorito, il Cardinale George Costanza, 59 anni portati magnificamente, è il primo statunitense a succedere sul trono di Pietro.
Costanza è apparso visibilmente commosso alla folla di fedeli che, come ogni giorno di questa settimana, ha occupato la più celebre piazza della cristianità sin dalle prime ore del mattino. In un italiano apprezzabile ha ricordato l’opera dei propri predecessori e, dopo qualche ulteriore attimo di silenzio, ha annunciato di aver preso il nome di Paolo Settimo.....
...Si parlava di George Costanza come possibile futuro pontefice già dallo scorso anno e, a differenza di quanto non fosse capitato in passato, le ricorrenti voci sulle sue possibilità non ne hanno impedito l’elezione.
Benché abbia fama di religioso moderno e aperto, Costanza è ben visto anche dalle correnti più tradizionaliste del Concistoro e questo, si dice, grazie alle sue doti diplomatiche e di buon comunicatore.....
...La sua biografia non manca di note estremamente particolari e non solo perchè è nato lo stesso giorno di Hiroshima; Paolo Settimo è infatti il primo pontefice ad avere avuto grado militare avendo egli ricoperto la carica di cappellano militare del 47° Airborne dal dicembre 1969 sino al termine della guerra del Vietnam. E’ stato decorato al valore militare per aver partecipato attivamente ad un’azione di salvataggio e recupero di militari statunitensi e per l’instancabile attività di consolazione ed aiuto morale alle truppe.
Al ritorno in patria ha dapprima svolto la sua attività parrocchiale nei quartieri più poveri di Washington sino a quando Monsignor Manson, vescovo della città, non lo ha voluto vicino a se nel suo entourage. Di lì a poco la nomina a vescovo di Monterey, in California, l’attività a favore dei più sfortunati -venne definito da Liz Taylor il religioso più impegnato nella lotta contro l’AIDS- e in seguito la sfolgorante ascesa al vertice passando attraverso la nomina a cardinale, il più giovane cardinale di tutto il Nordamerica, e numerose amicizie importanti e, talvolta, ingombranti che questa ascesa sicuramente hanno sicuramente facilitato, da Joseph Ratzinger che ne ha parlato più di una volta come di un ‘sicuro difensore della tradizione cattolica’ a Paul Marcinkus in persona, il quale lo presentò a Papa Woytila già nell’agosto del ‘78.
E questa conoscenza sembra essere l’unica macchia di una vita integerrima e dedita agli altri.......
Nazione strana, la nostra
from Paglia@zot.it to Ink@goto.it 04/08/04 ore 12.11
Domani è il gran giorno. Ho una stanza prenotata da qualche parte vicino a Piazza San Pietro ed un accredito stampa. Mi fa male lo stomaco ed ho dovuto buttare giù un sacco di antipeptici per riuscire a fare colazione.
Mi sento come quando s’andava a dare gli esami a Pisa, santo cielo che tristezza...
L’altro giorno in redazione il solito paio di colleghi criptorazzisti si rallegrava dell’elezione di Costanza facendo presente a tutti il rischio appena corso che venisse anzi scelto il Cardinale Yekinni, vescovo di Lagos.
"Ve lo immaginate un negro a fare il Papa?" dicevano i due.
Proprio così, un negro; detto nel modo più dispregiativo possibile.
Ma lo vedrete cosa vi combina il vostro papa bianco, pensavo io, e sinceramente godo a pensare che uno dei tanti castelli di sicurezze che si sono fatti questi bastardi, forse quello più solido, debba sbriciolarsi come un biscotto.
Mi dispiace quasi che nessuno tra quei due cretini e tra quelli che davano loro ragione, e non erano pochi, siano con me domattina in Piazza San Pietro.
A pensarci bene questa proprio una nazione di smidollati privi di coerenza morale. Sino a che i neri, i diversi, erano in altri continenti, tutti a protestare col razzismo degli americani o dei sudafricani; adesso che i diversi non possono che essere anche qua, ci si trova a dire che "no, non siamo razzisti, però ognuno deve stare a casa propria".
E quando dicono che questi immigrati sono tutta gente che guadagna ma non paga le tasse, allora mi viene da morire dalle risate; se la discriminante per essere espulsi dal nostro simpatico paese dovesse essere il pagamento delle tasse, allora ti lascio immaginare quanto spazio in più avremmo noi
Io, comunque, me l’aspettavo; già in tempi non sospetti -più o meno una ventina di anni fa- discutendo a proposito dei diritti delle minoranze etniche con diverse persone anche di un certo livello culturale, mi ero reso conto della nazionale mancanza di coerenza nel giudicare un certo tipo situazioni; per fare un esempio, se parlavi del diritto all’indipendenza e all’autodeterminazione e all’indipendenza di palestinesi, di curdi o di nordirlandesi -tutta gente che stimo e delle cui lotte mi posso fare moralmente partecipe, sia chiaro- tutti si scoprivano difensori dei diritti di questi poveri popoli senza una loro patria, ma se, per caso, facevi un accenno ai sudtirolesi, subito ti sentivi rispondere "e cosa vogliono quelli? Sono in Italia e si considerino italiani".
Lo so, anche questi miei ragionamenti potrebbero essere considerati luoghi comuni e, comunque, prendilo come uno sfogo. Domani è il gran giorno e, per una volta, mi sento protagonista anch’io, come quelli delle pubblicità.
fammi gli auguri.
Simpathy for the devil
Roma, 2004
Il giornalista era già stato in quel luogo prima. Non pensava di capitarci ancora, però.
Giusto una ventina d’anni prima, assieme a Paolo, figurarsi che dovevano andare alla Capraia, avevano avuto dei problemi con i traghetti e si erano trovati a girare per Roma con pinne e maschere appese agli zaini.
Paolo era nel periodo canterino, cioè o parlava o cantava, e in un paio di giorni di repertorio pieno era passato dai Dead Kennedys agli Inti Illimani e ritorno, con tutto ciò che stava in mezzo.
Lì, in Piazza San Pietro, aveva eseguito, secondo quanto ricorda il giornalista, ‘Simpathy for the devil’ degli Stones e, scelta obbligata questa, ‘Stygmata martyr’ dei Bauhaus che se li erano pure visti in concerto, giusto un mese e mezzo prima, e quando l’avevano eseguita come bis, Peter Murphy si era cosparso il costato di una qualche sostanza fosforescente e, al buio, sembrava avesse stimmate luminose.
Giusto un filo sopra le righe.
Adesso c’è più gente, però.
C’è persino più gente che a sentire i Bauhaus che pure, nell’82, erano all’apice del loro successo.
Il giornalista sta separato dai comuni mortali, zona stampa accreditata.
La folla ha davvero un qualcosa di biblico, sono tantissimi e sventolano bandiere e striscioni come fossero ad uno spettacolo sportivo o ad un concerto.
Non riesce ancora a credere che stiano per assistere al crollo in diretta del Cristianesimo.
Padre Ernesto Pynchon, il segretario privato di Paolo Settimo, ha annunciato per questa domenica un discorso particolarmente importante e non saranno che una ventina di persone al mondo a sapere di cosa parlerà.
Trova curioso pensare che forse sarebbe ancora bastato un articolo ieri mattina per bloccare tutto, ‘Il Papa è una spia ed un assassino’, ‘Il vero George Costanza è stato ucciso nel 1969. Al suo posto una spia’. Quello che scoccia di più, al tipo, non è tanto il fatto che molto probabilmente ha rinunciato a diventare il giornalista più famoso e più pagato del pianeta, sempre che l’avessero creduto, quanto l’avere avuto in mano le sorti del mondo occidentale, avere preso la decisione più terribile del mondo e non poterlo dire a nessuno.
E’ uno di quelli che appena sanno qualcosa, un pettegolezzo, una notizia, muoiono dalla voglia di dirla a tutti. Guarda colleghi e fotografi con una faccia che, secondo lui, dovrebbe sembrare cospiratoria e poi sogghigna mezze frasi del tipo ‘vedrai, che roba’, ‘oggi qua ci scappa un finimondo che non te lo puoi nemmeno immaginare’ e, per finire, ‘mi sono arrivate di quelle dritte...’.
Gli altri lo guardano un po’ così, si chiedono l’un l’altro chi sia -non è un vaticanologo ed ha battuto i pugni sul tavolo per essere in prima fila allo show- e poi lasciano perdere.
"Idioti" dice a bassa voce.
Di tanto in tanto il pensiero va al cospiratore pentito, ad Alì, o anzi Yossarian come gli hanno detto giù in questura, ad una persona che si era fidata di lui e che ha tradito quasi senza rimorso.
‘Giuda’ pensa di se stesso ridendo.
Paolo Settimo va incontro al suo destino
Roma, 2004
Paolo Settimo si fermò a pochissimi metri dalla finestra. Si girò verso il cardinale Pynchon, suo amico da oltre venti anni, e quello gli si strinse le mani con le proprie. Da fuori i rumori della folla arrivavano soffocati forse dal caldo o dalla luce, forse dalla tensione che i due si sentivano dentro.
Al pontefice parve che gli occhi dell’amico fossero umidi e questo un poco lo commosse.
Finalmente lasciò la presa e con un paio di passi fu alla finestra.
L’urlo della folla, come lui fosse una rockstar o un campione dello sport.
Poi il silenzio. Prima il silenzio normale, il silenzio di una folla che aspetta rispettosa che il proprio leader parli, poi un silenzio innaturale, un silenzio tutto suo, che veniva da dentro, dal profondo, e che lui, George Costanza, aveva già sentito una volta, dalle parti di Da Nang.
Quel giorno l’avevano portato a dire la messa presso un avamposto di marines, l’elicottero che viaggiava bassissimo ad una velocità che a lui pareva folle. 15 dicembre del 1969, il mitragliere sparava alla giungla, come se quella fosse il nemico.
Quando lo fecero scendere, ai margini di quella giungla, lui, per un attimo, non sentì più il rumore dell’elicottero, non sentì la chitarra di Hendrix sparata a volume quasi illegale dall’impianto di bordo e nemmeno le urla dei marines che correvano verso di lui.
Per un attimo un silenzio totale, assoluto, prima che gli spari risuonassero e tutto tornasse normale, normale per il Vietnam, si intende. Il primo colpo se lo sentì fischiare di fianco, altri due alzarono zolle di terra a mezzo metro dai suoi piedi, poi qualcuno lo buttò per terra e lui ricorda solo il suo stupore nel rendersi conto che sparavano proprio alla sua persona.
Questa volta a gettarlo a terra fu Pynchon.
L’intonaco dietro a loro saltava via e tre o quattro pallottole rimbalzarono nelle vicinanze.
Il cardinale Smolarek si teneva le mani premute sullo stomaco e muoveva la bocca senza emettere suoni, una preghiera forse, mentre le sue gambe si muovevano a scatti.
"Non era un fucile di precisione questo" pensava Pynchon per tranquillizzarsi "questa è una mitragliata bella e buona. Mica roba da professionisti".
Pynchon si alzò da terra e si affacciò alla finestra. Nella piazza la folla correva da una parte all’altra, scontrandosi, cadendo e rialzandosi. In diversi punti della piazza si alzava del fumo, probabilmente erano state fatte scoppiare delle bombe carta in modo da creare un diversivo e da far fuggire gli attentatori. Le jeep delle forze dell’ordine italiane carosellavano in mezzo a tutta quella confusione, contribuendo in modo significativo a farla aumentare.
Padre Pynchon afferrò il microfono.
"Attenzione, attenzione, per favore. Mantenete la calma e rimanete fermi dove vi trovate. Il Papa è rimasto illeso, ripeto, Papa Paolo Settimo è vivo e gode di ottima salute".
Amarezza
from Paglia@zot.it to Ink@goto.it 06/08/04 ore 13.54
Ti scrivo dal letto di ospedale dove sono stato ricoverato dopo l’attentato al finto-papa di ieri. Sto bene, e questo lo saprai già visto che qualche collega ha parlato in tv delle mie condizioni fisiche, probabilmente quando leggerai questa e-mail Papa Costanza avrà già fatto il suo dovere e non ci sarà più bisogno di stare a ragionare di queste cose.
O lo ammazzano prima di questo pomeriggio, o trovano il modo di farlo credere incapace di intendere e di volere, e questo penso sia impossibile -figurarsi se lo fanno avvicinare da un qualche medico del vaticano-, o per voi cattolici è finita.
Ti dirò, adesso che non posso più farci niente, mi dispiace quasi di non avere impedito tutto questo casino prossimo venturo. Inconsciamente ci devo avere provato rendendoti edotta di ciò che stava accadendo e, ovviamente, lasciando a te la scelta di rivelare alla polizia quello che sapevi; non lo hai fatto e sono affari tuoi.
Come già fecero altri, io me ne lavo le mani.
Ciao.
Non credo che ci sentiremo ancora e forse, a pensarci bene, mi dispiace di averti scritto e riscritto tutte queste cose, non la storia di ‘sti capaneisti, ma le cose mie, quei pezzi di me che ho infilato da ogni parte -messaggi nella bottiglia?- e che, invece, avrei fatto bene a tenermi stretti o ad affidare a qualcuno che non facesse solo parte del mio passato e forse nemmeno di quello.
Forse ti sembro amaro, ma non è proprio così, è che mi sento sempre un po’ strano quando finisce un’era.
Mi sono ubriacato di birra rossa quando hanno buttato giù il muro di Berlino -e dovresti sapere che non sono mai stato particolarmente brezneviano- e credo che mi sarei fatto ben più di un paio di boccali se avessi assistito all’estinzione dei dinosauri.
Un po’ di Sudamerica
Roma, 2004
La mattina successiva, a Roma, l’aria era decisamente sudamericana.
E chi avesse incrociato nel suo camminare gli sguardi decisi, feroci e un po’ fascisti dei soldati appartenenti ai reparti antisommossa ed antiguerriglia dell’esercito, non avrebbe potuto reprimere un brivido di paura; le facce, i caschi e i manganelli, che controllavano gli accessi a Piazza San Pietro erano gli stessi che si erano visti, e che si vedevano tuttora, nei reportage da Santiago del Cile, Lima, Buenos Aires.
La Piazza poi, pronta per il nuovo discorso del Papa, aveva un che di surreale, con i fedeli radunati al centro e circondati da carabinieri con le armi in pugno.
Il Papa si affacciò alla finestra verso la metà del pomeriggio; mentre la folla di fedeli lo applaudiva, la prima cosa alla quale pensò fu a quanto volentieri si sarebbe mangiato un hamburger, non uno di quelli di MacDonald però, un hamburger di quelli seri, preso in una di quelle catene minori, tipo Wendy o Roy Rogers, che si trovano solo in America, troppo ‘classe lavoratrice’ per rappresentare un modello esportabile.
Al Papa tremavano le gambe e si sentiva maledettamente debole.
Era dal mattino prima che non mangiava o beveva niente.
Dopo l’attentato si era chiuso nei suoi appartamenti con Padre Ernesto Pynchon e padre Thomas Waits. Waits si era immediatamente messo in contatto con i loro superiori e quelli avevano ordinato di tapparsi là dentro e, appunto, di non toccare né cibo né bevande. Solo Pynchon era uscito verso metà pomeriggio, prima era andato alla clinica Gemelli a trovare le vittime, per fortuna non gravi, dell’attentato e, in seguito, aveva parlato ad un gruppo di giornalisti esprimendo la ferma volontà del Santo Padre di apparire in pubblico il pomeriggio dopo.
Appunto, il pomeriggio dopo.
Paolo Settimo si schiarì la voce, sorrise, ricambiò con un gesto della mano il saluto dei fedeli.
"Alcuni dei miei collaboratori mi hanno detto che sembro più vecchio, più debole. Il mio segretario dice che è stato l’attentato di ieri, dice che ho paura, ma sa benissimo che non è vero".
Si fermò per qualche secondo, come a sottolineare l’importanza di ciò che stava per dire.
"Assieme alla carica di pontefice ho ricevuta, come è capitato ai miei più vicini predecessori, una notizia che mi ha sconvolto" nuova pausa "che ha abbattuto una cattedrale di certezze come un uragano può abbattere un castello di carte"
La voce del Papa era incrinata, diversi milioni di spettatori notarono con chiarezza le lacrime.
"Cazzo e stracazzo. L’Oscar gli dovevano dare a quello, altro che il papato!!!"
Il giornalista Rocco Pagliari, una sigaretta nella mano sinistra ed un’altra nella destra, le spense entrambe dentro il posacenere e poi scagliò il pacchetto contro la televisione; nella sala tv della clinica Gemelli la tensione si tagliava con il coltello e due infermieri cercarono di portarlo via, di farlo di torazina e di picchiarlo a sangue. Tutto contemporaneamente.
Lui resistette impavido aggrappandosi al tavolino.
"I disegni di Nostro Signore possono sembrarci talvolta oscuri ma noi, noi che abbiamo Fede, li dobbiamo seguire comunque".
Papa Paolo Settimo guardò il cielo, il cielo coperto di una giornata di estate che nessuno avrebbe potuto dimenticare.
Fece un respiro profondo, pieno, e continuò.
Eugenia alla finestra
Silla, 2004
Eugenia sta alla finestra.
Guarda il viale, i fiori che qualcuno della servitù continua a curare.
Il cancello.
La macchina nera dei tedeschi.
Bonhof.
Chiara.
Bussano alla porta.
Il giovane Roggi aspetta qualche secondo una risposta che non arriva.
Entra.
"Ha visto la televisione?" le chiede.
Eugenia risponde di si.
"Ce l’abbiamo fatta" le urla quello e l’abbraccia.
Il giovane Roggi piange e anche Eugenia, guardandolo, si commuove.
Si chiede se possa essere un buon partito per Chiara.
Quando torna.
"Avevo una paura terribile dopo quello che era successo ieri. E invece è andato tutto alla perfezione".
La guarda negli occhi e le stringe le mani.
"Vorrei solo ci fosse suo fratello Armando" le dice "se lo sarebbe meritato di vivere un momento come questo".
Va di corsa alla porta, poi rientra.
"Guardi la Tv. Ne stanno parlando tutte le televisioni del mondo".
Esce ancora più velocemente di quanto fosse entrato.
Eugenia lo sente salire le scale urlando.
Si trova a pensare che sia troppo distante da Chiara come classe sociale e come educazione.
Accende comunque la Tv.
italiauno.
Guarda lo schermo cercando di concentrarsi il più possibile, ma non riesce comunque a capire cosa abbia da agitarsi quel benedetto ragazzo per una televendita di pentole ed armi da fuoco.
So long, Marianne
Amsterdam, 2004
Amsterdam quando piove è la citta più triste del mondo. Un triste bello però, come certi brani di Leonard Cohen, e Marianne, in mezzo a quell’umido, a quei mattoni che sembrano subito virare ad una tonalità più cupa, canta, canta da sola le canzoni dei suoi trent’anni.
Si chiede ancora perchè non sia scappata, non sia uscita da quel ghetto -un ghetto che esisteva più nella sua mente, forse, che in quella città così aperta, così libera, da non sembrare nemmeno europea, nemmeno di questo pianeta.
‘So long Marianne’ le aveva cantato il marinaio, ed altre canzoni gliele avevano cantate poeti da strada, sassofonisti di quart’ordine ed uno scrittore, ma lei era rimasta lì, nel ghetto. Forse perchè non se la sentiva di separarsi dai vecchi, da quei due signori per bene che l’avevano curata come fosse una figlia e che se l’erano portata con loro via da Auschwitz.
Adesso Marianne non è ancora vecchia, ha una sessantina d’anni portati benissimo, ma certe ferite non se le può più curare e rimane nel ghetto, da sola.
Sente gente che urla per la strada, la voce del rabbino Golmann che invita alla calma, gente che piange, gente che ride forte.
Apre la finestra, si affaccia
Anna Levi la chiama giù da basso.
"Marianne" urla quella "i cristiani si sono arresi. Hanno detto alla televisione che il Papa ha sciolto la Chiesa Cattolica".
Marianne la saluta con una mano e rientra in casa.
In mezzo a tutto quel caos non è sicura di avere capito bene cosa le abbia detto Anna e, comunque, non gliene importa niente.
Si sdraia sul divano, si versa una tazza di caffè lungo dal bricco in porcellana che la Levi le ha portato da Roma l’anno prima.
Ne sorseggia lentamente un poco, punta il telecomando verso lo stereo ed aspetta, con la solita trepidazione, i primi accordi della canzone di Cohen, della sua canzone che nessuno le ha più cantato.
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