L'Orsacchiotto e il Professore
Claudio Asciuti

 

... orsi...

Udii  quella voce annodarsi dentro la mente, più  che  nelle orecchie, risuonando a lungo prima, di spegnersi, nel silenzio in cui la mia casa era improvvisamente caduta.

Mi  ero  appena  svegliato da un  sonno  profondo,  torpido, oscuro.  La radiosveglia mostrava l'una di notte.  Quella  parola che  mi era rintoccata dentro mi aveva destato, riempiendomi  poi d'inquietudine. Pensai che fosse un sogno, l'ultimo lascito della fase  ipnopompica,  ma  avvertivo  dentro  di  me  qualcosa  di differente. 

Mi  alzai,  confuso. I termosifoni erano  spenti,  e  l'aria fredda.  Il  vento  sibilava fuori e scuoteva  la  ringhiera  del poggiolo  e le tapparelle. Mi infilai un maglione sul pigiama,  e rabbrividii. Inverno. Freddo. 

La casa era deserta, naturalmente. Controllai lo stereo,  la televisione,  la  radio, il computer...  nessuna  voce  o  parola avrebbe  potuto  materializzarsi...  a  meno  che  non  fosse  la segreteria telefonica, ma quella aveva smesso di funzionare  alla mattina,  e  mentre  la  controllavo  mi  resi  conto  che,  nel pomeriggio,  cercando  di  aggiustarla  avevo  inavvertitamente staccato la presa del telefono... la riagganciai...

... orsi... Era  una  voce, stanca, roca, molto triste, come  se  quella parola  così iterata avesse voluto celare tutta la delusione  del mondo:  o  meglio,  come  se  il  mondo  intero,  quella  voce, traversandolo,  non l'avesse potuto toccare se non a  sprazzi,  a brandelli,  a  pezzettini. Ero sveglio, e lucido,  e  mi  guardai ancora  attorno,  impaurito, quando la voce una  terza  volta  si destò... ... orsi... Una goccia di sudore corse lungo la mia fronte, una  seconda lungo  il cavo della colonna spinale. Nessuna traccia  di  essere umano o arnese meccanico che, in qualche modo, potesse pronunciar parole.  Avvenivano  solo  dentro  la  mia  mente  e  questo  era naturalmente  un  pessimo segno; allucinazioni,  si  chiamano,  e nonostante  gli  psicologi discutano a lungo sul  significato  di esse  nonché della loro eversiva tracotanza, su qualcosa  che  ha comunque  a  che  fare  con  una  serie  di  schemi  vitali  che s'interrompono, io non ero per nulla contento... ... orsi... Perché?  Cosa stava succedendo? Perché una parte  della  mia mente stava parlando di... orsi? La voce, segno, avviso o premonizione che fosse,  doveva  in qualche modo esser legata ad uno dei tanti orsacchiotti che Damia mi  aveva lasciato come eredità. Damia amava gli orsacchiotti  di peluche,  e,  scoperta  questa sua  passione,  avevo  iniziato  a riempirne  la casa. Di orsi. Ed ora questa voce  che  oscuramente sorgeva, e da chissà dove... orsi?

Una lunga storia si snodava alle loro spalle. Il più  grande era Ariel. Questi era il fratello di Tato, l'orso di peluche  che avevo regalato a Damia, diversi natali addietro, e che lei si era portato  a  casa. Così, il natale seguente, nello  stesso  grande magazzino,  avevo  scoperto l'esistenza di un  secondo  orso  che avevo  immediatamente  acquistato... Ariel... era stata  Damia  a battezzarlo  con  quel  nome, affermando che l'orso  era  il  mio familiare,  e chi ero io se non lo spirito Ariel  della Tempesta shakespeariana, lo spirito benigno che interveniva ai comandi del principe Prospero?

... orsi... Tornai  in camera da letto. Ariel se ne stava appoggiato  al cuscino, e guardava, sorridendo l'armadio. Mi guardai attorno. La stanza, eccetto Ariel, e il Sumotori, era completamente  vuota... ma gli orsi di peluche non possono parlare...

Mi sedetti di fronte ad Ariel. Mi sentivo molto sciocco,  ma l'esperienza  mi aveva insegnato che dagli atti più scemi  spesso si riesce a comprendere il filo delle cose. Guardai Ariel, le sue grosse  zampone, il papillon rosso attorno al collo... fu  allora che mi tornò in mente tutta una parte della mia infanzia, che per anni  avevo  lasciato  sepolta  in  qualche  anfratto  della  mia memoria:  un tempo, come tutti i bambini, anch'io potevo  parlare con  i miei immaginari compagni di gioco, anch'io parlavo  con  i miei orsi di peluche...

Guardai  Ariel  e  pensai che  dovevo  essere  completamente impazzito.  Perché  qualcosa formulò dentro di me un  pensiero  e domandò: - Sei stato tu a chiamarmi?

... ma quello non ero io. Era il me di tanto tempo addietro, di  anni infiniti, di epoche in qualche modo trascorse e che  non sarebbero  più  tornate indietro, perché erano, quelli  gli  anni dell'infanzia, gli anni svaniti...

Ariel,  naturalmente non poteva rispondere. Nessuno  avrebbe mai potuto rispondere, perché la capacità di parlare con gli orsi e con i misteriosi abitatori del Regno dei Topi l'avevo posseduta solo  quand'ero  bambino. E me lo ricordavo benissimo.  Era  uno strano,  dimenticato  inverno degli anni  Sessanta  dello  scorso secolo.  Giocavo da solo il pomeriggio nella mia  camera,  quando mia  madre  non  s'affannava a  portarmi  fuori...  era  un'isola deserta  la mia stanza, su cui ero naufragato assieme a  Panciut, il mio orso di peluche, e ad una bambola nera, che chissà chi  mi aveva  regalato. I miei ogni tanto venivano a vedere  quello  che stava accadendo, ma quando entravano, l'incanto s'interrompeva  e l'isola decedeva il posto al grigiore quotidiano...

Ma  quando  i  miei non c'erano,  quando  nessuno  veniva  a disturbarmi,  allora  io  e  l'orso  ci  impegnavamo  in  qualche straordinaria  avventura che ci avrebbe condotto, alla  fine,  ad affrontare il Regno dei Topi...

... orsi... La  voce  ritornò,  dentro  di me, e  sentii  il  mio  corpo raffreddarsi  ancora,  come di fronte ad una  tempesta  di  gelo; perché  non riuscivo a comprendere quello che stava  accadendo  e cominciavo  a  temere  d'essere  preda  di  qualche  forma  di psicopatia...

Ero seduto dinnanzi ad Ariel, e cercai di fermare i  battiti sempre  più  veloci  del  mio  cuore,  attraverso  una  lenta respirazione: ascoltando nel frattempo se nell'assoluta  mancanza di  suoni  della casa, prima o dopo quella stessa  voce  identica parola  avrebbe ripetuto... e così, forse, pensai,  anche  questo incubo finirà con il cancellarsi, con lo scomparire, con  l'esser in qualche modo dimenticato...

Già... orsi... mi trovai a riflettere sul fatto che poi  non c'era motivo  di  stupirsi se una voce dentro di me  (che  doveva necessariamente  essere,  pensai,  la voce  del  mio  immaginario compagno  di  giochi) parlava di orsi; perché la mia  vita,  come quella  di tutti, era stata intessuta da una serie  interminabile di  orsi  di peluche; se socchiudevo gli occhi  mi  tornava  alla memoria, come in un vecchissimo video dei Visage che avevo  visto da  ragazzo,  una  specie di armata di orsi  di  peluche  che  si muovevano,  spalla  contro spalla... tutti in  fila,  alle  volta anch'io mi immaginavo di prender quella forma...

Guardai Ariel, sul comò. Accanto c'era il Sumotori, un koala che  teneva  una  posizione simile a quella  di  un'atleta  della "lotta  degli  Dèi"  prima  di  iniziare  il  combattimento.  Nel corridoio, sulla cassapanca c'era la koalina, si chiamava proprio così, Koalina, che Damia aveva acquistato in una tabaccheria,  su in  montagna.  Nel  mio  studio  c'era  Panciut,  ma  non  quello originario;  portava,  come  il  suo  precursore,  pantaloni  di velluto,  bretelle  e una camicia a scacchi  da  montagna.  Damia l'aveva  subito  battezzato,  scoperta  la  somiglianza  con  il leggendario  compagno  d'avventure.  E  poi  nel  salone  c'era Sanchez... 

Lo squillo del telefono irruppe, disordinato, nel flusso dei miei  pensieri. Lasciai perdere gli orsi e corsi nel mio  studio; alzai la cornetta, chiedendomi chi fosse a quell'ora.

-  Sono...  qui...  - Mormorò la voce di Damia  -  son  qui, tutt'attorno alla casa...

La  sua  voce era spezzata, gravida di paura.  Sembrava  che fosse  sul  punto  di mettersi a piangere,  lei,  da  un  momento all'altro, lei che non piangeva mai.

- Sono qui? - Domandai - Chi? Di chi stai parlando?

- Topi...

- Topi? - Anche la mia voce si spezzò - Cosa vuoi dire?

- Hanno fatto dei lavori nelle fogne, giù, in basso, - Disse lei  -  proprio oggi. E ora.. ora il giardino si è  riempito  di topi. Sono usciti da chissà dove. E' orribile...

Chiusi gli occhi, e immaginai le code che frustavano l'aria, nude;  e i corpi pelosi che si muovevano davanti e indietro.  Era orribile.

-  Chiama la forestale, - Mormorai - e resta chiusa  dentro. Io arrivo subito.

Topi. Buttai giù la cornetta, mi vestii in un lampo, infilai le  scarpe, un giubbotto. Dal cassetto della scrivania  presi  la mia pistola. Passai davanti a Panciut e dissi: - Sto partendo per il  Regno dei Topi, fratello - e poco ci mancò che non  caricassi pure  lui.  Scesi in garage, e fra la roba da  montagna  raccolsi tutte  le  torce  antivento,  quelle  che  si  usano  per  le esercitazioni. In un armadietto metallico conservo una scatola di granate incendiarie, l'insurrezione del Quindici non è poi troppo lontana...
 

... la serata era gelida, e il cielo innaturalmente limpido. Se  non  fossi  stato impegnato a  tenere  l'auto  sulla  strada, raddrizzando ad una ad una le innumerevoli curve che portavano  a casa di Damia il mio sguardo avrebbe spaziato nelle profondità di quel  cielo la cui maestà nessuna parola o concetto  avrebbe  mai potuto commisurare...
 

... topi... non riuscivo a immaginare se non a fatica quello che  Damia mi aveva descritto. Lei aveva paura dei topi,  più  di quanta ne abbia io, che già li temo,  e quindi la sua descrizione dell'evento  poteva in qualche modo esser viziata; forse non  era propriamente  una  legione,  ed  il  giardino  di  casa  sua  non pullulava di schiene screziate di grigio e marrone; ma l'idea che dalla  fogne solo una un paio di topi ne fosse venuto  fuori  era sufficiente  a preoccuparmi.... uno di quei topi che non  avevano più  a  che  fare con i ratti di campagna, con  i  sorci,  con  i topolini di città... i topi che avevano iniziato ad infestare  le metropoli erano diversi; diversi da tutti gli altri roditori fino ad  allora  conosciuti,  grandi come gatti  e  feroci  come  cani randagi  che  già  correvano per le  campagne...  topi  cresciuti all'ombra  delle metropoli che si erano in qualche modo mutati  e modificati,  grandi e grossi e ben pasciuti, topi aggressivi  nei confronti di ogni essere vivente... topi che se ne incontravi uno e non avevi un bastone, era meglio allontanarti...
 

... uscii dall'area urbana e m'inerpicai con l'auto lungo la via che portava al monte Fasce. La città era un quadro futurista, una  marea  di luci scagliate dal cielo lungo il litorale  e  poi sempre  più addentro nei fianchi delle vallate, luci  tremolanti, bianche,  rosse,  azzurre,  come  stelle  decadute,  e  tutte risplendenti nell'ambiguo color malva che rifrangeva, vero  scudo di  smog,  la luminosità... non mi soffermai a pensare  a  quanto tempo  era trascorso da quando, bambino, le luci erano  solo  una manciata attorno alla città e il cielo non era color malva, e  io avevo  visto due innocui topolini di campagna e avevo creduto  al Regno  dei  Topi,  ora divenuto  reale,  cresciuto  e  divampato, occupando i sotterranei delle città e la notte. Una torma di topi che  sciamava  verso la campagna dalle fogne, e  come  in  questo caso,  addirittura giungevano al punto di... aggredire una  casa? Eppure un fenomeno del genere non si era mai verificato... o  non ce  lo avevano detto? Cambiai marcia e  premetti  l'acceleratore. Non ce lo avevano detto. Come non ci avevano più parlato dei cibi transgenici,  dei  reattori nucleari  che  perdevano  radiazioni, dell'elettrosmog,  delle  onde  che  causavano  i  tumori, dell'innalzamento  della temperatura, dei veleni scaricati  nelle acque...  pensai  che nel Quindici il governo era  caduto,  ma  i vecchi detentori del potere non erano stati a sufficienza epurati e  restavano  ancora nascosti in qualche  nicchia...  ci  sarebbe voluto  un  altra insurrezione, prima o dopo... i veri  topi  non erano  quelli delle fogne, e la peste che spargevano si  chiamava liberismo,  globalizzazione,  capitale  e  nonostante  i  nostri sforzi, continuavano la loro assurda proliferazione... 

Quando fui a una decina di metri metri dalla deviazione  che portava  alla casa di Damia, solo allora vidi, molto sotto di  me le  luci  lampeggianti  di una jeep  della  forestale  che  stava giungendo. Pensai di attenderli, ma non ne feci nulla. Damia  era nei guai, e toccava a me, per primo, tirarla fuori...

Anzichè  la strada, presi la deviazione per un viottolo  che si gettava a capofitto verso il basso, e mi trovai avvolto in una sorte di oscurità sottile; a destra il buio, a sinistra il bosco; lontane,  rade,  le luci dei lampioni; gli  alberi  come  braccia nodose  e  mani, i fossi, i botri, poi finalmente  i  muri  delle case,  ma distanti dall'altra, le finestre accese...  tutte...  e questo  mi insospettì, perché non era strano davvero che in  ogni luogo  delle  casa  fosse necessaria la luce, a  meno  che...  la strada...

...  poi vidi le ombre di alcuni spettatori, che si  mossero improvvisi spalancarono le finestre urlando; perché dinnanzi a me c'erano, come aveva detto Damia... topi.... dieci? Venti? Quanti? Seguii  la strada che divenne una creusa, fra le muta urla  della gente  barricata  in casa, e vidi i topi  schizzarmi  attorno  da tutte  le  parti...  scesi  la scalinata  che  portava  verso  la piazzetta,  e  mentre la jeep sussultava lungo  i  gradini  della creusa, sotto la luce degli abbaglianti e quella che era divenuta una marea di schiene si muoveva attorno a me, saltando via  dalla mia traiettoria. Tutti i topi squittivano, urlavano... ne sentivo le  urla mentre i pneumatici della jeep sollevano dai  gradini  i loro  corpi... fino a che non finii dinnanzi a casa di  Damia,  e allora feci manovra e mi trovai nello spiazzo davanti alla  porta di casa, dove sembrava che si fosse radunata la maggior parte  di essi...

Appena  fermai  l'auto,  sussultando,  me  li  sentii  tutti addosso. Alzai il capo e da una finestra al secondo piano l'ombra scura di Damia, e alzai una mano in un cenno di saluto.

I  topi si stavano riversando contro la mia jeep. Li  vedevo concentrarsi come in un fiume, tutti contro di me; perché allora, fino ad allora, avevano minacciato gli abitanti del quartiere, ma ora che erano stati attaccati dovevano a tutti i costi  vendicare i loro morti...

...  dovevo far presto, e tirar fuori di lì Damia  o  almeno cacciarli via... 

...  manovrai ancora avanti e indietro per  scrollarmeli  di dosso  e schiacciarne quanti potevo, poi aprii lo  sportello  sul tetto,  tirai  fuori  la prima granata,  tolsi  la  spoletta,  la scagliai nel mucchio; la granata rimbalzò sulle schiene dei topi, rotolò a terra, esplose... una grande fiammata arancione incendiò la notte e le tremule ombre di code sul muro, mentre lo  squittìo diventava  assordante...  lingue di fuoco  lambirono  le  schiene muschiate... buttai la seconda... la terza... i topi bruciavano e correvano all'impazzata cercando di scagliarsi contro la jeeep... finiti  i  lanci,  e accesi le torce antivento una ad  una  e  le scagliai nella piazzola... una luce sinistra che illuminava ancor più sinistramente, la notte...

Stavo  iniziando  a far manovra per cacciar via  gli  ultimi superstiti di quello strano esercito, quando giunse la  forestale e una camionetta dell'esercito con i lanciafiamme...

Quando  tutto  finì, la visione del campo di  battaglia  era degna  di in incubo o di un film splatter. Guardie veterinarie  e forestali,  soldati con i lanciafiamme, militi delle croce  rossa si  aggiravano in quella scenario perverso fra corpi di topi  che erano  stati ammucchiati in pire e incendiati, e topi  superstiti che  emergevano dal nulla in preda ad un  furore  sovrannaturale, attaccando gli umani che rispondevano con i lanciafiamme o con  i bastoni. Qualcuno dell'esercito provò a domandarmi perché  avessi con  me delle granate incendiarie. Mostrai il mio  distintivo  di Resistente  e  dissi  che erano souvenir  del  Quindici.  In  che gruppo, domandò. Bandiera Nera, risposi io. Lui sorrise e  disse: Quinto Mare. Ci salutammo con rispetto, perché di noi ci  eravamo salvati in poco, ma loro erano stati quasi tutti annientati, e  i sopravvissuti  alle  guerre civili sono stretti da un  patto  non comune di fratellanza. 

-  Non è possibile, - Stava dicendo il capo dei pompieri  ad un capannello di gente - non ho mai visto nulla di simile.

Il  viso  di  Damia era bianco in  quell'oscurità  fatta  di fuochi. Si strinse nel suo giaccone e scosse il capo, incapace di dir parole.

- Sì, ma non possiamo andare avanti in questo modo, -  Disse uno  degli  astanti, un omone dal piglio nervoso  -  la  prossima volta cosa ci aspetterà?

Il  capo  dei pompieri si strinse nelle spalle: -  Topi.  Da dove  vengono? Come si moltiplicano? Dove vivono? Non ne  abbiamo la minima idea.

- E allora, - Fece un altro - cercate di darci una botta, la prossima volta. Se non arrivava quest'uomo, - E indicò me - ce li trovavamo a ballare sul tetto, i topi.

- Abbiamo fatto il possibile.

- Il possibile un corno!

Damia  mi  fece un cenno, mentre il gruppetto  cominciava  a dividersi in due fazioni e le voci s'alzavano di qualche tono.  - Andiamo via.

Ci  allontanammo.  Davanti a noi bruciavano i fuochi  e  gli addetti spegnevano sui corpi il disinfettante prima di passare ai roghi.

- Grazie.

- Di che?

- Di essere arrivato. 

Alzai  le  spalle. - Se tu mi telefoni dicendo  che  c'è  un problema  con i topi, questo significa che ti è entrato  qualcosa di più di un topolino in casa. 

- Tu hai paura dei topi.

Sorrisi: - A volte posso farmela passare. Ma non ci prendere l'abitudine... 
 

Damia  mi chiese di restare con lei, ma mi sentivo scosso  e irrequieto,  e poi volevo capire cosa mi fosse successo.  Cercavo di non pensare che quella parola, "orsi", che mi aveva  svegliato dal  sonno,  e  spinto a cercare in casa, mi  aveva  fatto  anche scoprire  che  il telefono era staccato. Se  non  fosse  accaduto quello  strano  evento, non avrei mai ricevuto la  telefonata  di Damia...

Razionalizzando:  inconsciamente avevo notato che  la  spina del telefono era staccata, e, durante il sonno, il mio  inconscio mi  aveva svegliato con quella serie di messaggi iterati.  Fra  i tanti messaggi l'unico che mi avrebbe fatto svegliare era  quello di  una  voce nelle orecchie. Ma perché "orsi"? Perché  gli  orsi erano gli animali preferiti di Damia, naturalmente. 
 

L'  ho  detto;  ho paura dei topi.  Avevo  paura,  quand'ero bambino, ed era per quello che in la compagnia di Panciut  andavo a far visita al Regno dei Topi, ma anche quando diventai ragazzo, se  mi  capitava d'incocciare in un ratto, giravo  più  al  largo possibile. Poi i topi divennero sempre più impudenti, sempre  più numerosi.  Un giorno io e Francesco stavamo transitando  lungo  i vicoli  dell'angiporto, quando ci trovammo un bel topone,  grosso come  un gatto, che ci sbarrava la strada. Eravamo in  Vespa.  Il topone ci scrutava muovendo la coda, come se si stesse preparando a una carica. Dissi a Francesco: - Tieni su i piedi.

Partimmo, ma il topo, anzichè allontanarsi, arrestrò  giusto un metro per non finir sotto le ruote, poi ci ripensò e  prese  a correrci  dietro. Erano gli anni Novanta... da allora, anno  dopo anno,  le città sono divenute sempre più invivibili, più  grandi, più  inquinate e i topi sono diventati più grossi. Quelli  a  due zampe, anche. Quelli che, nell'arco di un decennio, conquistarono illegalmente il potere a colpi di spot televisivi, spacciando una fandonia  più  grande  dell'altra, fino a  che  nel  Quindici  si allearono con la mafia, tennero il gioco duro e promossero  leggi più  che liberticide. La pistola la porto dietro da allora, e  in quanto  alle granate incendiarie, ne conservo ancora una  scatola ben nascosta.

Me  ne tornai a casa, ed ero un po' scosso, così infilai  la pistola nel cassetto del mio studio, poi me ne andai in cucina  a prendermi una birra. La stavo sorseggiando, mentre dalla finestra scrutavo  il monte Fasce e immaginavo la casa di Damia nel  buio, quando udii un rumore dietro di me. 

- Alza le mani. - Disse una voce.

Sobbalzai.  Precipitai  nuovamente negli incubi  degli  anni passati.  Dopo tanto tempo... cosa stava succedendo? Obbedii,  le mani  che  mi tremavano, il respiro corto, il cuore  che  rombava come una raffica. Erano... loro?

- Muoviti lentamente, le mani in alto.

Mi  girai.  Nel  vano  della  porta  c'era  un  uomo  sulla trentina, alto, slanciato, con il volto segnato la barba lunga  i capelli  rasati a zero. Indossava un cappotto militare  e  teneva spianata, dinnanzi a me, una pistola automatica.

- Mi riconosci? - Mormorò.

Scossi  il  capo. - No. Chi sei? Cosa vuoi da me?  Come  sei entrato?

-  Non  mi  riconosci. - Sogghignò. I  suoi  erano  scuri  e inespressivi,  le  labbra  grossolane  e  crudeli.  Cercai  di indovinare, più di comprendere, chi fosse, cosa volesse da me,  e soprattutto  cercai  di  prender tempo,  perché  se  qualcuno  ti minaccia  con  una  pistola,  avevo  imparato,  l'unica  cosa ragionevole che puoi fare è prender tempo. 

-  No, non ti riconosco, anche se, a guardarti  bene...  c'è qualcosa di familiare in te. - Scossi ancora il capo - Chi sei?

-  Alberto  Giorgi, professore. Ti  ricorda  niente,  questo nome?

Strabuzzai gli occhi. - Tu sei... quel Giorgi?

- Proprio io. Appena uscito per buona condotta dal  carcere, e  venuto  a  saldare il conto con te...  il  mio  ex-professore. Quello che mi ha fatto finire dentro.

Maledizione,  se non me l'avessi detto che era lui,  non  ci avrei  mai  creduto. Il Giorgi che consegnammo alla  polizia,  ai vecchi tempi, era un tipo grande e grosso, tutto allampadato, con i  capelli lunghi legati in un codino, e abiti  firmati  addosso. Adesso  era  l'ombra,  bianca, di sè stesso,  un'ombra  smunta  e smagrita. Tirai un sospiro. Alberto Giorgi era stato mio allievo, tanti  anni prima... tantissimi anni prima. Un  pessimo  allievo, violento, antisemita e razzista, figlio di ricchi e, come tutti i ricchi,  pieno  di presunzione e di arroganza. Avevo  cercato  in tutti  i modi di fargli comprendere, con molta calma e con  molta dolcezza, che non aveva afferrato molto bene il senso delle cose, ma  era stato inutile: al posto del cuore aveva una pietra, e  al posto del cervello il vuoto. Poi all'università era diventato  un nazista di piccolo calibro, spacciatore di cocaina, tirapiedi dei ras  genovesi,  specializzato in pestaggi ai danni  di  individui disarmati:  faceva parte di quei gruppi che stavano montando  una provocazione dopo l'altra per far definitivamente crollare quella  bucherellata  opposizione  di sinistra che spirava in  uno  stato prigioniero  della  NATO e degli yankee,  spossessato  della  sua identità  nazionale, bersaglio delle destre e invaso da  orde  di immigrati  che  dopo  un po' di  preparazione  diventavano  abili alleati  delle  diverse  mafie,  politiche  e  no.  Abitava  nel quartiere di Albaro, da tempi immemorabili covo di picchiatori  e noi  sapevamo  tutto  di lui ma finchè  non  avessimo  avuto  uno straccio  di prova non avremmo potuto fargli nulla; sapevamo  chi era e cosa faceva, ma nessuna delle sue vittime aveva il coraggio di  denunciarlo... la polizia era quasi tutta in mano loro,  e  i pochi  che  dissentivano,  non  contavano  nulla...  e  andare  a cercarlo,  significava attirarsi dietro tutti i suoi sgherri.  Ma nel  Quindici,  durante  l'insurrezione, io e  altri  ci  andammo veramente a cercarlo, ma senza trovarne traccia... come tutta  la gente  di  fegato era scomparso. Poi tutto si  sistemò,  l'Italia tornò  ad  essere una nazione democratica, e quelli  che  avevano preso la fuga tornarono... in sordina, ma tornarono, perché tutto sommato  non si trattava di una nazione troppo democratica, e  al posto  dell'epurazione totale c'era stata l'amnistia.  Venimmo  a sapere  che era tornato, e che viveva a Milano, e stava  cercando di  rianimare la piazza. Era l'occasione buona per fare i  conti. Io andai a cercarlo, lo trovai, lo provocai, lui mi saltò addosso ma  saltarono  fuori  i compagni che aveva  suonato  negli  anni trascorsi  rendendogli  la pariglia, poi a furia  di  sberle  gli tirammo fuori una lunga e circostanziata confessione. La  polizia a  cui  ci  rivolgemmo era quella epurata, e  fu  ben  felice  di prendersi in consegna uno degli arruffapopoli del Quindici. Ma la legge  aveva fatto il resto. Come negli anni Novanta,  nel  primo decennio del secolo, nel secondo, aveva fatto uscire dal  carcere i delinquenti. 

Dissi:  - Se anche riuscissi ad accoppare me, e ti  assicuro che sarà molto difficile, appena i compagni verranno a saperlo ti daranno  il  resto. Non ti consegneranno  neanche  alla  polizia, questa volta... faranno tutto loro.

Giorgi  sogghignò: - Tu credi di essere furbo, non è  vero? Sei  riuscito ad incastrarmi una volta, e pensi di riuscirci  una seconda, professore. Beh, ti sbagli, non è così. Ora ti  pianterò due  pallottole  nel  cervello, e poi farò  in  modo  che  questa pistola  assolutamente anonima venga trovata in casa di  uno  dei tuoi compagni anarchici.

Alzai le spalle. Se fossi riuscito a tenerlo occupato ancora un po', avrei potuto provare a saltargli addosso. 

- E cosa vorresti far credere? Che ci siamo ammazzati fra di noi?

- Certo, intelligentone. Tu e i tuoi compagni di caccia,  vi siete  ammazzati  per una strana, stranissima  questione  che  vi legava  ai  servizi segreti, agli squadroni della morte  neri,  e all'insurrezione del Quindici.

- E tanto per sapere, come vuoi dimostrarlo? - Giorgi si era sempre  creduto  più  intelligente  degli  altri,  e  bisognava stuzzicarlo  in quel modo. Mi avvicinai, senza averne  l'aria.  - Con una mia confessione scritta? 

Sorrise. - Niente di così semplice. Tu vieni trovato  morto, e  una  telefonata anonima dice alla polizia che  la  pistola  si trova  nel garage di uno dei tuoi amici. Il tuo amico cade  dalle nuvole, ma mentre è in carcere un altro del gruppo viene  ucciso. Allora i tuoi amici cominciano a sospettarsi l'uno con l'altro  e qualcuno dice alla polizia che sotto c'è una questione scottante. Ad  esempio  documenti dei servizi segreti, che  dicono  che  una parte  di voi faceva il doppio gioco. Ti ricordi il  dossier  del KGB?

Annuii. - E' uno dei più grossi falsi della storia,  secondo solo  ai Protocolli dei Savi di Sion. Lo costruiste voi  a  fine secolo, quando decideste che era il momento di ritentare il colpo per  vie  legali,  dopo  esser  stati  sconfitti  legalmente  nel Novantasei...

-  Ecco, immagina un lavoro del genere. Con quelli che  sono rimasti del mio gruppo, siamo riusciti a creare un dossier su  di voi...  immagina  che  effetto  farà,  agli  occhi  dell'opinione pubblica:  il celebre gruppo Bandiera Nera al soldo  dei  servizi segreti.

Mi avvicinai ancora. - Non credo che possa funzionare...

In  quel  mentre si udì, proveniente dal salone,  il  rumore di  uno schianto, che esplose e rimbombò per tutta la casa,  come se  la  libreria fosse improvvisamente caduta.  Giorgi  si  voltò verso la porta mormorando qualcosa, e fu allora che scattai.

Fu troppo lento a sparare. Il primo colpo andò al  soffitto, il secondo mi mancò, al terzo gli avevo stretto la pistola fra le mani e la pistola sgranò tutto il caricatore centrando i muri e i vetri  che  esplosero.  Poi cercò di usare  la  pistola  come  un martello e mi colpì diverse volte la faccia, ma io lo centrai con una testata e gli spaccai il naso. Avevo vent'anni più di lui, ma ero incazzato il doppio.

Rotolò  via,  e  io strappai dalla parete  della  cucina  un enorme coltello  che  se  ne stava  nella  coltelliera.  Gli  fui addosso, ma lui mi rovesciò addosso il tavolo per intralciarmi  e manovrò poi per buttar fuori il caricatore dall'automatica. Se ce l'avesse  fatta,  potevo salutar tutti...  sgattoiolò  via  dalla cucina,  mentre io mi rialzavo, e percorse il corridoio  e  sparì nel  salone.  Io gli corsi dietro, ma mi  fermai  improvvisamente quando  udii  netto  il sonoro  "clic-clac"  dell'automatica  che caricava...  mi  fermai e realizzai che la mia  pistola  era  nel cassetto dello studio.. che fare? Se entravo io mi avrebbe steso, se  usciva  lui  potevo ancora provare a  lanciargli  addosso  il machete.  Spensi  la luce del corridoio, mi appiattii  contro  la parete, tenendo l'impugnatura con tutte e due le mani.

-  Bastardo  figlio  di puttana, - Mormorò  lui  -  vieni  a prendermi, adesso.

Io tacqui. Che parlasse pure, segnalandomi dov'era...

- Non dici niente? Allora vengo a prenderti io.

Silenzio. Sentivo il sudore che mi grondava addosso. C'erano due metri fra me e la porta del salone, e io non potevo sapere se sarebbe  uscito  in  piedi  o accucciato,  o  se  sarebbe  invece rotolato  a  terra.  Comunque  non  avevo  una  possibilità  di cavarmela, a qualunque modo, ma non volevo farmi accoppare con un colpo nella schiena e meno che mai farmi accoppare senza  provare a tagliuzzarlo.

-  Vengo  a prenderti e ti pianto una pallottola  in  quella testa di cazzo di anarchico.

Silenzio. Il mio respiro era corto e rabbioso, e inutilmente cercavo  di calmarmi. Perché un conto era farsi ammazzare per  la libertà  in  mezzo  alle strada, fra la nebbia  dei  fumogeni,  i cubetti  di  porfido  che volavano e  le  luci  lampeggianti  dei blindati, e un conto farsi impallinare nella propria casa  quando la guerra era finita.

- Vengo... che cazzo?

Restai immobile. Poi sentii altre parole incomprensibili, un rantolo,  la sua voce che gridava: - No! No! - e poi un urlo  che si alzò, lancinante, nel buio, seguito dal tonfo come di un corpo che, all'improvviso, cada sul pavimento senza vita. Restai fermo, immobile...  stava barando o cosa? Che aveva in mente? Uno,  due, tre... nessun rumore. Poi il suono rassicurante di una sirena, il fischio dei pneumatici... silenzio... stava per lanciarsi dentro? Il  sudore mi colava addosso, poi un battito forte alla porta,  e una voce dall'esterno - Polizia! - e io contai fino a tre,  corsi alla  porta,  la  spalancai e mi gettai fuori fra  un  gruppo  di agenti che stavano aspettando. 

Gli  agenti  trovarono Alberto Giorgi morto.  Era  pieno  di sangue,  aveva  un  nuovo  caricatore  nella  pistola,  il  naso spezzato, gli occhi sbarrati come se avesse visto, alla fine,  un orrore  più grande della morte, ma il medico legale prima  e  poi l'autopsia  non ebbero dubbi sul constatare un decesso per  cause naturali: non ero stato io a ucciderlo - ma il suo cuore che  non aveva resistito alla tensione. Così morì un picchiatore  nazista, e nessuno di noi si terse lacrime dal volto.

Sei stato fortunato, dissero i compagni di Bandiera Nera, e noi con te.

Già, dissi io, siamo stati tutti fortunati. E' stata la  mia serata  di  fortune perigliose, prima ho combattuto con  topi  di fogna a quattro zampe, poi con quelli a due.

C'era  anche Damia, al Bandiera Nera. Ma non disse  che  ero stato fortunato. Disse: - Ha funzionato.

Una  notte  di  marzo  del 2013 sognai  che  nel  mio  letto troneggiava  un  grande  orso  di peluche.  Accanto  ad  esso  un biglietto scritto da Damia, m'informava che il nome di quell'orso era  Sanchez,  e  che  il suo compito  sarebbe  stato  quello  di effettuare  il  turno di protezione della mia casa  in  un'orario differente da quello degli altri orsi.

Beh,  raccontai a Damia il sogno e lei si divertì  molto,  e giuta  a Granada con una borsa di studio, facendo un giro per  la città vecchia non le parve molto strano scoprire in un negozio un orso  di peluche che si chiamava Sanchez, e ancor meno strano  il comprarlo. Quando andai a trovarla, durante le vacanze di Pasqua, mi presentò Sanchez e disse che era l'orso del sogno, che avrebbe protetto  la mia casa e in modo particolare mi  avrebbe  protetto dai  Topi,  quando sarebbero venuti fuori dal  loro  Regno.  Era assolutamente incredibile. Feci il viaggio di ritorno con un orso alto quasi quanto me, seduto al mio fianco, che faceva sbellicare dalle  risa tutti gli altri automobilisti. Gli avevo anche  messo la cintura di sicurezza.

A  casa, pensai dove sistemare Sanchez. Era così grosso  che l'unico  luogo  che poteva ospitarlo era il divano,  situato  nel salone, fra le librerie.

Sanchez. Stava sempre sul divano. A furia di vederlo  seduto cominciai a considerarlo come una persona. Ma quando entrammo  in sala  con la polizia per scoprire il cadavere di Giorgi,  Sanchez non  stava più sul divano ma era rotolato a terra a un metro  dal cadavere.  Come diavolo avesse fatto quell'orso a  traversare  un salone di sei metri, lo ignoro, anche perché non credo che Giorgi avesse avuto voglia di giocarci, con l'orso, e neppure di  usarlo come scudo; d'altronde ignoro anche come abbia fatto una grossa e stabile libreria, a rovesciarsi a terra, provocando quel  baccano indiavolato  che  distrasse Giorgi mentre mi  minacciava  con  la pistola. 

-  Ha  funzionato - Disse Damia. E aggiunse:  -  Te  l'avevo detto che ti avrebbe protetto dai topi.

Sì,  dissi  io,  ma come posso raccontare  che  un  orso  di peluche  di nome Sanchez, un sostitutivo del compagno  di  giochi immaginario  che  mi accompagnava nel Regno  dei  Topi  quand'ero bambino,  si è  improvvisamente animato  per  difendere  il  suo padrone  da  un  topo a due zampe... uno di  quelli  che  nessuna derattizzazione sarebbe mai riuscita a eliminare? 
 

© C. Asciuti
maggio 1998-ottobre 1999