OSSERVAZIONI
L’uomo restava per parecchi minuti seduto, fermo in osservazione, fissando con attenzione l’oculare dello strumento.

Poteva avere poco meno di cinquant’anni. In quella posizione di lui si notava la fronte, spaziosa e corrugata, e l’immobilità del capo. Anche se era notte fonda sembrava non sentire la stanchezza, ad intervalli regolari si passava la mano nei capelli lunghi e crespi o si tormentava la barba canuta, poi ritornava immobile. Doveva fare freddo. Lo si capiva dalla leggera condensa che era visibile ad ogni suo alitare. E dai vestiti. Pesanti, ingombranti, di un tessuto grezzo, forse lana. Di taglio antico e dai colori smorti. 

Il cannocchiale era un sottile cilindro di legno lungo sì e no un metro e ricoperto di cuoio rosso. Non montava alcun quadrante, segno che all’osservatore non interessava la distanza zenitale degli oggetti celesti osservati. Era ben visibile invece un disco di cartone sistemato in modo da poter essere sia spostato lungo l’asse del telescopio, sia ruotato attorno al proprio centro. Sul disco era disegnato un reticolo piuttosto fine. La fiamma di una candela, l’unica sorgente di luce nella stanza, illuminava bene il reticolo, ma non il viso dell’astronomo, che si riparava con uno schermo retto da un pesante sostegno in argento sistemato sul tavolo a pochi centimetri dalla candela.

L’uomo aveva l’occhio sinistro ben fisso nell’oculare del cannocchiale e con il destro fissava il reticolo. Poi, con una penna d’oca che sollevava da un pesante calamaio in vetro grezzo, segnava accuratamente dei punti su un foglio di carta quadrettata. Era evidente il suo intento di registrare le posizione relative di alcuni astri.

La parte della stanza che dava sull’ampia finestra spalancata era occupata solamente dal tavolo e dalla sedia, con il cannocchiale che si prolungava fino all’esterno. L’inclinazione dello strumento indicava che l’interesse dell’osservatore era concentrato su oggetti posti ad un’altezza di circa 25°-30° sull’orizzonte. All’estremo opposto del locale, alla rinfusa su dei ripiani di legno, si scorgeva nella penombra tutta una congerie di oggetti inconsueti, di utensili, di strumenti di misura. Alcuni quadranti ticonici, numerosi fogli arrotolati e fermati con lo spago, sfere di materiali e di dimensioni diverse, raspe, piani inclinati, pialle, legni lavorati, vetri sgrossati, pendoli aritmici, un orologio ad acqua. La brezza invernale che entrava sollevava un po’ di polvere. Sul tavolo anche una caraffa ancora piena, un bicchiere con del liquido chiaro, probabilmente vino dei colli, una ciotola con del pane tagliato a fette, di una consistenza tale da tener testa all’appetito, e delle noci sgusciate. Silenzio, un gran silenzio sia dentro casa che fuori. E buio, oltre la finestra le tegole dei tetti che coprivano le basse case di Padova rimandavano solo la tenue luce di una notte di novilunio. Niente lumi, lampade, torce, candele.

Nei gesti lenti e ripetitivi dell’uomo, nella tranquilla quasi annoiata espressione del suo viso, nella sua completa solitudine, nulla traspariva della drammatica importanza che quelle notti invernali trascorse a scrutare il cielo con il ‘novissimo instrumento’ avrebbero avuto per l’umanità intera. 

All’apparire del primo chiarore d’aurora nel cielo d’oriente l’astronomo tolse definitivamente lo sguardo dall’oculare, si massaggiò le palpebre, ritrasse il cannocchiale, chiuse la finestra, bevve un sorso dal bicchiere, scrisse in fretta accanto ai punti segnati sui fogli quadrettati qualche riga di commento e qualche numero (ore?, date?, distanze apparenti?), spense la candela con pollice ed indice della sinistra dopo averli umettati con la saliva, uscì dalla stanza spostando una tenda e lasciandola ricadere alle sue spalle. 


L’orologio segnava le 16.45. Da oltre nove ore era chiuso in quei pochi metri quadri, lo sguardo fisso al monitor, le mani sui comandi. Non c’era più alcun motivo per rimanere, era il momento di lasciare il collegamento in automatico. Le registrazioni sarebbero proseguite da un punto fisso, probabilmente senza alcun interesse visto che per molte ore Galileo non sarebbe ritornato nel suo studio. Oramai ne conosceva le abitudini. 

Lasciò il laboratorio, percorse a piedi i corridoi dell’Istituto fino al suo ufficio. Non vedeva l’ora di concludere la giornata di lavoro con i consueti adempimenti, il breve rapporto quotidiano, le telefonate al direttore del Progetto e al rappresentante dei finanziatori, per tornare, finalmente, a casa. Un po’ di footing al parco, una doccia, la cena e poi a dormire. E il giorno dopo si ricominciava. Era la sua vita, quella che aveva scelto.

Spinse meccanicamente la porta con la targhetta in plexiglas:

 
Prof. Forget
Storia della scienza
Ebbe un sobbalzo, non si aspettava di trovare qualcuno, non ci pensava proprio.

- Sono Lucia Klink professore. Avevamo un appuntamento alle quattro e mezza. Per l’intervista. Non si ricorda?

Ogni mattina controllava la lista degli appuntamenti, questo però se l’era proprio dimenticato. Non era certo la prima volta che si presentava un giornalista. Per contratto doveva essere disponibile alle interviste. Era stato avvisato all’inizio della ricerca che gli sponsor avrebbero preteso un’ampia copertura mediatica, giornali, radio, televisioni, Internet. Nella maggioranza dei casi era sufficiente l’operato dell’addetto stampa assunto appositamente, ma i più esigenti pretendevano di parlare direttamente con lui. Esperienza frustrante. Quasi sempre le sue dichiarazioni venivano fraintese o volutamente modificate al fine di enfatizzare gli aspetti più spettacolari del Progetto. 

Odiava i titoli dei giornali, che poi erano spesso le uniche cose che venivano lette. Li trovava banali, fuorvianti, superficiali, offensivi; tutta una serie di mostruosità che andava da TESTIMONE DEL TEMPO a LA PULCE TEMPORALE, passando da cosine tipo LO STORICO SPIONE. Ovviamente se qualche volonteroso lettore avesse voluto passare agli articoli sottostanti inutilmente vi avrebbe cercato motivazioni, importanza, implicazioni del Progetto. 

Le sue interviste televisive poi! Erano trasmesse tagliate, rimontate, amputate nelle parti più interessanti, nelle spiegazioni, negli approfondimenti. Stava pazientemente a parlare per decine di minuti davanti ad una telecamera –e già questo gli sembrava di per sé una cosa piuttosto stupida- e il risultato non era altro che una novantina di secondi in un telegiornale a notte inoltrata in cui si rivedeva con una faccia da profeta new age lanciare affermazioni che sembravano slogan, un concentrato di fumose banalità senza sostanza. 

Spesso gli capitava di chiedersi cosa mai avrebbe potuto pensare la gente delle sue ricerche dopo essere stata informata in quella maniera. E ai suoi occhi i cosiddetti professionisti dell’informazione apparivano una categoria che godeva di un’eccessiva considerazione sociale, persone che, nel vano tentativo di sapere qualcosa di tutto, spesso non capivano niente, vittime della propria autostima. 

Questa poi era una donna, e occupava il suo ufficio!

- Sì, ora sì mi ricordo, certo. Non mi aspettavo però di trovarla già qua.

- In portineria mi hanno fatto salire. Qui non c’era nessuno, la porta era socchiusa, in corridoio nemmeno una sedia. Cosa dovevo fare? Sono entrata.

- Già! Ho visto. Mi dica, in cosa posso esserle utile?

- Sul prossimo numero della rivista abbiamo in programma uno speciale sul Progetto, trenta pagine.

Presupposti, scelte, tecnologie, metodi, finalità, sviluppi futuri. Ovviamente in una veste grafica accattivante, con inserti, disegni, foto. E il pezzo forte sarà l’intervista con lei, l’unico ricercatore coinvolto, il fortunato prescelto. Conosce Scienze Nuove vero?

Una buona rivista, era stato abbonato ai tempi del Liceo e nei primi anni d’Università. Se ne ricordava con nostalgia. Un mensile certamente divulgativo, ma serio, argomenti scientifici d’attualità, linguaggio semplice e rigoroso. Duecentomila copie di media, una nicchia di mercato sorprendente per un’epoca così passivamente superficiale e dominata dalle apparenze.

Una bella sorpresa -pensò- finalmente una buona occasione. L’idea di poter parlare della sua ricerca in tempi e modi adeguati, di comunicare ad un vasto pubblico non ignorante di questioni scientifiche l’importanza di quello che stava accadendo in quei giorni gli piaceva. Ed infatti il suo stato d’animo cambiò rapidamente. Tanto rapidamente da fargli subito notare che mai la sua sedia, dall’altra parte della scrivania era stata così ben occupata. L’intrusa, quella giornalista che lo fissava con uno sguardo intelligente, esibiva un sorriso non professionale e lunghi capelli scuri e ricci, come piacevano a lui. Più in giù, una leggera camicia bianca ben riempita e una gonnellina bordeaux dalla quale uscivano gambe chiare, senza calze. Sandali di pelle. 

- Va bene, va bene. Vediamo un po’ da dove possiamo incominciare. Venga con me.

L’accompagnò lungo i corridoi dell’Istituto illuminati da sciatte luci al neon. Camminandole a fianco sentiva che odorava di fresco, e, imbarazzato, pensò alle molte ore trascorse dalla sua ultima doccia. Aprì una porta blindata con un pass elettronico ed entrarono in una stanza più grande, quasi vuota. Uno schermo ne occupava completamente la parete frontale, poi c’era un proiettore agganciato al soffitto e di lato, accostato al muro, un banco da laboratorio. Sopra, alcune apparecchiature, sotto, un groviglio di cavi. Prese una sedia e la mise al centro del locale. 

- Si sieda pure qui, si gusti lo spettacolo e, soprattutto, non si muova.

Matthews Forget andò al banco, smanettò su alcuni interruttori, il proiettore si accese, lo schermo s’illuminò, dopo qualche secondo apparve l’immagine della stanza stessa. Lucia si vide di spalle, come se una telecamera la stesse riprendendo da dietro, poi il punto di vista lentamente cambiò e si vide prima di lato, poi frontalmente. Non osservava niente davanti sé, se non la sua stessa immagine riflessa e ingigantita sullo schermo. Tentò di capire dove potesse essere nascosta la telecamera, calcolando il consueto effetto destra-sinistra: niente, non vedeva niente. Eppure ciò che la riprendeva doveva essere abbastanza vicino, lo capiva dalla prospettiva e dal movimento dell'immagine. Ora sembrava essere ancora dietro di lei, vicinissima, scorgeva nello schermo il dettaglio dei capelli, il suo padiglione auricolare ora…

- Mi raccomando, stia immobile!

Stava entrando! Stava vedendo il suo meato acustico, era enorme ed occupava tutto lo schermo, poi la prospettiva cambiò di 180° e si vide il professore che armeggiava al banco, ma lo si scorgeva come da un’apertura alla fine di un tubo. Incredibile! Stava guardando il mondo esterno da un punto di vista che era situato all’interno del suo corpo. C’era qualcosa nel suo canale uditivo che riprendeva e mandava immagini allo schermo e lei, e il suo timpano, non percepivano niente. Quel qualcosa ora stava uscendo da lei e ce l’aveva davanti. Vicinissimo! Si vedevano i dettagli della fronte, poi il nero della sua pupilla, la pelle della guancia. Però lei continuava a non vedere niente davanti a sé. A sentirsi così perlustrata, costretta all’immobilità, la sua tensione aumentava a dismisura, sentiva caldo. Com’era possibile? Ora vedeva la sorgente dell’immagine ruotare lentamente verso il basso, le riprese in campo leggermente più lungo: ecco, da sopra, il tessuto delle labbra ammorbidito dal rossetto, la pelle del collo bagnata da gocce di sudore e… il profilo inequivocabile di un seno prominente, il suo, contenuto e modellato da una lontana striscia di tessuto bianco. Enorme, come tutta la parete della stanza.

Un gesto istintivo, con la mano a chiudersi la camicetta. E l’immagine che sparisce, la parete che diventa tutta nera.

- Porca miseria! Ferma, ferma, ferma, ferma!

Ancora tutto nero lo schermo.
- Stenda lentamente le braccia, apra le mani con le dita lontane le une dalle altre, le palme in alto.

E dopo qualche secondo ritornarono le immagini, molto meno nitide però, prima la pelle, poi tutta la mano, infine la stanza con lei dentro sempre più lontana.

- Ffffuu. Meno male! Sapesse quanto costa un gingillo come questo. Abbiamo giocato anche troppo.

- Lei avrà giocato e io non mi sono divertita! Sono venuta ad intervistare uno storico e mi trovo vittima di un voyeur. Non sto scherzando, sono arrabbiata.

Ma gli occhi le ridevano. 

- Mi scusi, forse sono stato un po’ pesante, non era premeditato, mi creda. Volevo solo stupirla un po’, rendere tutto meno noioso.

Un lungo momento d’imbarazzo, loro due in piedi, uno di fronte all’altro, il silenzio in quella grande stanza semibuia. Infine lei che riprese per prima a parlare.

- Cos’era? Com’è stato possibile? 

- Una nanotelecamera con antenna emittente, inserita in un’unità sferica telecomandabile. Un piccolo prodigio, un miracolo nato dall’incredibile sviluppo delle nanotecnologie di questi ultimi anni. Quando si è mossa l’ha colpita, trascinandola con la mano e facendola aderire all’epidermide, per questo non si è più visto niente. Ora le diamo una pulitina e gliela faccio esaminare al microscopio, poi le consegnerò i disegni per l’articolo.

Entrambi rassicurati dal fatto che la situazione fosse ritornata su ambiti, per così dire, professionali, stavano rivestendo i panni consueti: lui, lo scienziato, lei, la giornalista. La conversazione riprese facile e naturale, come un fiume verso il mare.

- Le particelle di sudore secrete dalla pelle della sua mano hanno sporcato il guscio esterno pregiudicandone la trasparenza, per questo le ultime immagini erano più opache. Ora la faccio atterrare su un vetrino…

- Ma io non vedo niente!

- Lo credo bene, l’oggetto è una sfera del diametro di 0,3 millimetri, ed è quasi completamente costituito da materiale trasparente; ora accendo il microscopio elettronico, 10.000 ingrandimenti, e glielo faccio vedere sullo schermo.

Mentre Forget continuava senza sosta ad armeggiare sulle complicate apparecchiature del banco la parete si illuminò di nuovo, ma apparve quasi completamente bianca. Si vedevano solo alcune macchie scure, ben separate le une dalle altre. Si avvicinarono per esaminarle.

- La superficie della sfera e i supporti portanti, come le stavo dicendo, sono trasparenti. Si possono intuire le loro posizioni attraverso queste figure di diffrazione, qui, qui e qui, vede?

- Sì! La vedo, la sfera sembra enorme, mentre questi macchinari sono ancora piccoli, nonostante il forte ingrandimento.

- Infatti. Non c’è nessuno di questi componenti che abbia una dimensione maggiore di 20 micron. Qui può vedere la telecamera con il motore per orientarla, ecco l’antenna, gli stabilizzatori giroscopici, la pompa a vuoto, gli ugelli direzionali, la CPU, la batteria…

- Ma se le unità essenziali sono così piccole, perché mai la sfera è così grande?

- Buona domanda! Il motivo è che la sfera galleggia in aria grazie al principio di Archimede, come un pallone aerostatico. Si ricorda: "Un oggetto, immerso in un fluido, riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del fluido spostato". All’interno della sfera è stato fatto un vuoto spinto, cosicché il peso dell’aria spostata diventa confrontabile con il peso totale dell’unità che, per la cronaca, è di 1,53x10-7 grammi. Si può muovere orizzontalmente nello spazio facendo entrare e uscire un po’ d’aria attraverso gli ugelli e, aumentando e diminuendo il suo peso specifico, la facciamo scendere e salire. E quindi la posso pilotare a distanza con questa cloche, che funzione un po’ come un mouse a tre dimensioni.

- E’ incredibile come una cosa così piccola possa essere tanto complicata! Ad occhio nudo nemmeno si vede.

- E’ un gioiellino. Devo dire che anche per me è stata una sorpresa vedere come una tale tecnologia potesse essere compressa in spazi così ridotti. Fino ad ora ne sono state costruite poche unità e sono tutte in dotazione al Progetto. Spero solo che in un prossimo futuro non useremo aggeggi di questo tipo per spiarci a vicenda! Sa, io ho fiducia nella scienza, non nell’umanità.

Un sorriso triste di lei gli diede la sensazione che il suo era un sentimento condiviso. Raramente gli capitava di parlare ad una persona con la convinzione di essere capito completamente. Fino in fondo.

- Senta, per quando deve finire l’articolo?

- Entro domani sera devo inviare tutto alla composizione. Sì lo so è un po’ tardi, come il solito mi do da fare solo all’ultimo momento.

- Già, non abbiamo molto tempo, cosa dice, potremmo continuare a cena, in un posto un po’ più accogliente, tanto qui non c’è più niente di interessante da farle vedere… Io a volte vado al Poporo-Kan, lo conosce? Uno dei migliori giapponesi della città. Alle nove, le va bene?

Non era solita mescolare gli impegni di lavoro con le proprie frequentazioni serali, pensò però valesse la pena fare eccezione per quell’occasione. Era un articolo importante, poi il professore non era antipatico, anzi l’aveva fatta ridere con quella sua gaffe. E poi avrebbe pagato lui, e questo non guastava mai, visto lo stato di perenne sfruttamento a cui erano soggetti i free-lance come lei!

- Sì, non deve pensare di ammorbidirmi con questo suo invito però, sarò spietata con le mie domande!

Rideva, di un riso infantile e contagioso. Forse autentica spontaneità, forse una posa volutamente ricercata, da attrice consumata, raffinata in decine o centinaia d’incontri professionali. Comunque bella Lucia Klink.

- Sarò a sua completa disposizione!

E restò a guardarla allontanarsi alla luce dei neon. Si gustò i sandali, la pelle chiara delle gambe, la stretta gonnellina bordeaux che si muoveva ritmica e sensuale al contrarsi e rilasciarsi dei glutei, i capelli a boccoli che ondeggiavano elastici sulla camicia bianca.

Appena la giornalista ebbe voltato l’angolo, Matthews Forget tornò rapidamente al suo ufficio, non entrò e chiuse la porta a chiave. Al diavolo i consueti adempimenti. Una volta tornato a casa, ecco finalmente il tempo per la doccia tanto rimpianta. 
 

 


- Come sicuramente già sa, molto di ciò che è inerente allo spostamento spaziotemporale è rigorosamente coperto da segreto militare per motivi di sicurezza. Io le posso dire solamente quello che è stato reso pubblico, che poi coincide esattamente con ciò che conosco.

Gli attuali sviluppi sono stati permessi dalla teoria del supersalto quantico di Popangelov-La Mettrie, che, come è noto, è stata un po’ la fine del sogno della grande unificazione nella fisica delle interazioni. La prima conferma sperimentale è stata registrata, con relativa facilità, al Laboratorio Internazionale ormai quasi undici anni fa. Da allora, è stato mantenuto il massimo riserbo sullo stato delle ricerche fino all’aprile dell’anno scorso, quando è stato presentato il Progetto Galileo. Pensi che nemmeno io non ne sapevo niente, sono stato convocato in base ad un curriculum inviato ad una banca-dati. E dopo una lunga serie di colloqui che definirei tra il surreale e il misterioso, sono stato prescelto e informato di tutto tre giorni, dico tre giorni prima, della conferenza-stampa di presentazione.

- Una bella sorpresa per lei immagino!

- Lo sarebbe stato per chiunque.

Lucia Klink aveva già acceso il suo registratore digitale. Ci era affezionata, era un regalo della madre per la sua prima intervista. Arrivò subito, con una certa impazienza, alla domanda che si imponeva. 

- Ma allora professore, questi viaggi nel tempo, sono già possibili? Lo saranno? Già la gente ci sogna sopra.

- No, sembra proprio di no. E la prego di non usare questa terminologia nel suo articolo. La parola ‘viaggio’ sottintende lo spostamento consapevole di un essere senziente. Questo non sarà mai possibile. C’è un limite fisico ben giustificato dalla teoria: la quantità massima di materia che può cambiare coordinate spaziotemporali è di 1370 mp. Quindi aggregati di materia formati da qualche decina di atomi o poco più. Per intendersi: anche la più semplice proteina è già troppo grande. Si può quindi parlare di trasporto spaziotemporale, trasporto di piccoli ‘pacchi’ di materia con massa inferiore o tutt’al più uguale a 1370 mp, certamente non di viaggio. Poi c’è un secondo problemino molto pratico da non sottovalutare: l’energia necessaria per spaziotempotrasportare questo pacco di materia è sempre di 2,55 Tep! Non è poco eh? 

- Già. Diventa spaventosamente dispendioso per masse dell’ordine di grandezza di un essere umano. C’è una cosa che non capisco però. Quando dice sempre, che significa? Che l’energia dissipata non dipende dalla distanza spaziotemporale che si vuole percorrere? Che ci vuole la stessa energia per spostarsi di un giorno o di mille anni?

- Sì, l’energia necessaria per il supersalto quantico è sempre la stessa, sorprendente no? Pensi poi che non dipende nemmeno dalla massa: sempre 2,55 Tep, sia per trasportare un pacco di massa 1 mp sia per trasportare il pacco più massivo possibile, cioè 1370 mp. Del resto è proprio quello che ci si aspettava teoricamente. Ma ora basta con il lavoro, ecco che arriva la cena.

Il cameriere, con fare cerimonioso, posò i piatti quadrangolari sul tavolo. Poi, dopo un inchino, se ne andò. Scoperchiarono quasi contemporaneamente le loro porzioni. Lucia non riuscì a nascondere la propria sorpresa. I consueti bocconcini di riso ricoperti di pesce crudo erano disposti ordinatamente a formare un’elegante figura colorata sul piatto candido come un foglio di carta. 

- E’ un ideogramma. Qui il sushi lo servono così. Ogni cliente un ideogramma diverso. E’ un’iniziativa del proprietario, dipende tutto dalle sensazioni che lui prova nel vedere le persone appena entrano nel suo locale. Eccolo là in fondo che ci sorride!

- E cosa ha scritto nei nostri piatti?

- Il suo ideogramma significa acqua, primavera, freschezza o anche rugiada, bagnarsi nel lago la mattina presto. Il mio… cambiamento, rottura di schemi, ronzio di alveare, discorso prolisso, lavoro faticoso. Sa, un ideogramma in sé ha molti significati, bisogna prendere quello più confacente agli altri ideogrammi che si trovano sopra e sotto per formare una frase, un pensiero, un’idea.

- E pensare che io ho sempre creduto che gli ideogrammi fossero solo cinesi!

- Ci sono tre modi di scrittura in Giappone. Il più antico, che ora è conosciuto solamente da un’élite culturale piuttosto ristretta, coincide esattamente con quello cinese. Pensi un po’, coreani, cinesi e giapponesi, che parlano tre lingue completamente diverse, possono intendersi con facilità scrivendo. Non esiste in occidente una situazione analoga.

Quanti anni avrà - si ritrovò a pensare Lucia - Quaranta, quarantacinque forse. Chissà perché l’aveva invitata a cena proprio in quel ristorante. Erano stati molto trendy i ristoranti giapponesi una ventina d’anni prima. Sua madre gliene aveva parlato come del simbolo di un’epoca elegante, superficiale e felice. Ora erano quasi scomparsi dai centri delle città, e odoravano tutti di nostalgia, se non di tristezza, con la loro atmosfera rituale e silenziosa. Anche quel ricercatore sembrava un po’ così, un uomo d’altri tempi, nelle movenze, nei vestiti, nella barba ben curata e nel tranquillo gestuare delle mani, un uomo rivolto all’indietro, verso un passato forse non troppo pieno.

- Come è stato scelto il primo obiettivo di questo metodo d’indagine storica così diretto? Perché proprio Galileo? Perché non un altro personaggio od un avvenimento storico?

- Sono stati i committenti ed i responsabili del Progetto a decidere. Secondo me è stato importante l’aspetto simbolico. Con Galileo Galilei è nata la scienza sperimentale, è stato il primo ad usare un nuovo strumento, il cannocchiale, per vedere cose che erano state fino allora inaccessibili agli uomini. Forse era giusto che, nel momento in cui la scienza forniva agli storici un potentissimo mezzo d’osservazione, fosse lui l’oggetto della prima ricerca. 

E poi sicuramente ci sono state motivazioni pratiche: di lui si conosce già molto, soprattutto luoghi e date della sua esistenza e questo è un particolare importante per sapere dove e quando trasportare le nostre nanotelecamere. Ad esempio, ora lo sto osservando nelle prime notti di gennaio del 1610, nel suo studio di Padova. Sono le notti della scoperta dei quattro satelliti di Giove e del loro movimento, la prova schiacciante a favore del sistema copernicano. Solamente fra due mesi, pubblicando a Venezia il Sidereus Nuncius, Galileo spazzerà via duemila anni di geocentrismo. Sto studiando il suo metodo di lavoro, gli strumenti che utilizzava, ma anche il suo carattere, le sue reazioni emotive. L’interesse di questa ricerca è enorme: ci sono ancora molte domande su quest’uomo che cercano una risposta. Tra le altre cose voglio verificare se è vero, come sembra, che abbia individuato l’ottavo pianeta del sistema solare, Nettuno, più di duecento anni prima della sua scoperta ufficiale nel 1846. E poi il suo rapporto con l’astrologia, gli oroscopi che faceva…

- Cosa? Galileo, il padre della scienza, credeva nell’astrologia? Questa è bella!

- Se ci credeva è prematuro dirlo, tenterò di capirlo dal suo comportamento. Invece è certo che faceva oroscopi a pagamento, lo stipendio dell’Università non gli bastava. Aveva una madre esosa che continuava a chiedergli soldi.

L’entusiasmo di Forget per il suo lavoro straripava dai suoi occhi chiari. Le sue mani grandi, da contadino, mentre lui parlava descrivevano linee contenute ed eleganti. Durante le pause del discorso gustava lentamente il sushi che sembrava permanere a lungo nella sua bocca, come volesse percepirne anche i più nascosti aromi. Lucia Klink aveva sempre sinceramente ammirato chi era ancora in grado di appassionarsi, in modo totale, per qualcosa o qualcuno. Pensava fosse quello l’autentico sapore della vita.

- Ci sono state molte polemiche ultimamente. Siete stati accusati di violare pesantemente la privacy di una persona, seppur morta da quattro secoli, si sono costituiti dei comitati contro il Progetto, ci sono firme autorevoli. Forse tutto questo è eccessivo, ma il problema esiste: non ti senti un po’ guardone, in fondo è proprio come tu fossi lì senza essere visto…

- Su questo ti prego di essere chiara nel tuo articolo, perché già molte volte sono stato ingiustamente accusato, in modo aggressivo e superficiale. Innanzitutto deve essere ricordato che siamo di fronte ad una ricerca importantissima. Possono essere svelati alcuni aspetti di quella che è sempre stata definita la nascita della scienza e quindi di uno dei momenti più importanti nella storia dell’umanità. Non a caso poi i responsabili, per cautelarsi da queste prevedibili critiche hanno stabilito che solamente una persona potesse seguire in diretta le trasmissioni, manovrare l’unità emittente e studiare tutti i filmati. Alla fine del lavoro, tutto verrà distrutto. O quasi tutto, visto che potranno essere conservati e resi pubblici al massimo dieci minuti di registrazione, nel caso ci sia del materiale da poter essere definito di "straordinario interesse per l’umanità". Tutto il resto sarà disponibile come è sempre stato per un tradizionale studio storico, in forma scritta. Io sono e resterò l’unica persona con la possibilità di osservare così a lungo Galileo, di scegliere i momenti della sua vita in cui farlo, di vederlo lavorare dal vivo, di sentirlo parlare… E sarò solo io a decidere se conservare qualche breve registrazione per i posteri. 

- Una bella responsabilità!

- Sì, lo è. Vorrei quindi che fosse chiaro a te e ai tuoi lettori che anche in me esistono queste tensioni etiche. Ho anche tentato di mettermi in contatto il DDPC (Defense of the Dead’s Privacy Committee) per stendere un ragionevole protocollo d’intesa che regoli le ricerche future. Devo dire però che, purtroppo, non si sono mostrati molto collaborativi.

- Ma torniamo sul Progetto Galileo. Quante osservazioni sono in programma?

- Basta fare quattro conti e capisci bene l’enorme dispendio energetico per lo spaziotempotrasporto di una nanotelecamera. Per questo i lanci previsti sono solamente tre: il primo è stato nel maggio-giugno del 1632, nelle stanze del tribunale dell’inquisizione a Roma, il secondo, è quello che sto seguendo ora, gennaio 1610, nel suo studio di Padova. Il prossimo dovrebbe riguardare il suo periodo giovanile, quello a Pisa, ma probabilmente salterà, visto che ci sono stati parecchi problemi. 

- Di che tipo?

- Lanci falliti. Ne erano previsti cinque, siamo già a quota nove e stiamo sforando il bilancio preventivo. Vedi, il problema è quello dell’esatta determinazione delle coordinate d’arrivo. Deve essere un casino bestiale, meno male che non me ne occupo. Bisogna tener conto dei movimenti di rotazione e di rivoluzione della Terra, che non sono poi così regolari come ci insegnano, del movimento del Sole nella Galassia, della Galassia nel Gruppo locale, dell’espansione dell’Universo; e poi della deriva dei continenti e dei sismi locali. Inoltre, poiché i ‘pacchi’ da 1370 mp devono essere spediti in modo sequenziale, ma arrivano tutti insieme per potersi ricomporre a formare l’oggetto, si deve calcolare in modo accuratissimo la linea spaziotemporale percorsa nel periodo di lancio. In conclusione: le prime due nanotelecamere non si sono ricomposte e probabilmente hanno i propri atomi sparpagliati su chissà quali distanze, e la terza ci ha dato segnali sì dal 1632, ma da un punto a circa 1153 U.A. dal Sistema Solare! E’ un po’ come se, giocando a golf, si dovesse andare in buca con un colpo solo con una pallina che si frantuma in mille pezzi che poi si devono riunire in volo e, ogni volta che si sbaglia, bisogna tirarne fuori una nuova.

- Che costa magari qualche milione di dollari!

- Già, proprio lì sta il problema. 

- Senti, hai qualche primizia da darmi? Qualcosa che hai scoperto, che hai visto?

- Mi dispiace, per contratto devo aspettare la conferenza stampa finale per esporre il risultato della ricerca. Peccato, perché mi sei simpatica e una mano te la darei volentieri. Cosa posso dirti? Ecco, nel 1610, diciott’anni dopo essere arrivato a Padova, Galileo ancora non ce la faceva a parlare in veneto.

- Davvero?

- Sì, devo dire che è proprio ridicolo come tenta di dialogare in dialetto padovano con i servi, e anche con il Mazzoleni, l’artigiano che gli costruiva le lenti… 

Il vino aveva un bel colore rosso ambrato. Lucia non poté non notare il suo gusto pieno, fruttato.

- Non pensavo che in Giappone producessero un vino così buono.

- Non è giapponese, è vino di Pico, il mio preferito. Sai, la vite viene coltivata in piccoli appezzamenti quadrati delimitati da muretti a secco di pietra lavica, che difende le vigne dai venti oceanici e restituisce lentamente di notte il calore accumulato durante la giornata. Poi tutta la lavorazione segue metodologie tradizionali, e si sente!
Forget si scusò prima di alzarsi e lasciare il tavolo, forse per andare a salutare qualcuno che aveva intravisto nell’altra stanza, sembrava un habitué del posto, o forse per chiedere qualcosa al caposala, chissà, magari una sorpresa per lei. Lo vide camminare alla tenue luce colorata del ristorante. Alto e magro, un corpo fatto a spigoli, come il suo viso del resto. Faccio un bel lavoro – pensò la giornalista – a volte mi può capitare di incontrare delle persone interessanti. Si versò un altro mezzo bicchiere di vino. Fu contenta nel sentirlo ricominciare a parlare.

- E pensare che tanta gente con il sushi beve Coca-Cola! Almeno nel ‘600 non esisteva!

- A proposito, Galileo cosa beveva?

- In quelle notti sicuramente vino, bianco. In quantità moderata.

- Ma se lui si accorgesse di essere osservato? Potrebbe capitare no? Che accadrebbe? Violazione del principio di causalità… proiezione su un universo parallelo… ci avete pensato?

- Certo, e su questo punto sono state prese tutte le precauzioni possibili. L’oggetto, come hai visto, è piccolissimo, invisibile ad occhio nudo e non produce un rumore avvertibile. L’unica possibilità perché Galileo si accorga di qualcosa è che un raggio di sole lo attraversi e proietti un puntino colorato di luce diffranta su un muro. Ma io muovo la nanosfera solo di notte, e la tengo sempre vicino alle pareti. In caso di estrema necessità poi, posso farla sparire per sempre attivando la procedura di autodistruzione. L’unità si riduce così in un microscopico getto di gas caldo che si dissolve in aria. Cosa che succede comunque in modo automatico dopo trenta giorni d’osservazione. Non si vede, non è percettibile, non lascia tracce.

- Senti Matt, ma cosa provi ad essere protagonista di una ricerca del genere, quasi… fantascientifica.
- E’ lavoro, non molto diverso dal solito. Come il tuo forse. E se ami il tuo lavoro ti riempie la vita. Forse togliendoti tempo ad altre cose, affetti, divertimento. Sai, non è fantascienza, è la realtà; e se solamente la gente conoscesse un po’ di più di scienza e tecnologia le scoprirebbe più affascinanti ed interessanti di tante strane e improbabili fantasie. Ma qui la responsabilità è anche vostra, dei professionisti dell’informazione.

- Niente viaggi nel tempo allora?

- Niente, penso proprio che non sarà mai possibile smontare un essere umano in migliaia di miliardi di miliardi di pezzettini di massa 1370 mp, spedirli tutti uno dopo l’altro e poi rimontarlo. Non si può, la vita se ne va, non può aspettare.

- Ma almeno una cellula, che ne so… uno spermatozoo. Da mandare indietro nel tempo, magari in una tuba, a fecondare un ovulo…

- Sai che bella sorpresa per quella povera donna! Così avresti trovato modo di spiegare l’Immacolata Concezione... Lucia, sogni troppo per essere una giornalista scientifica. 

Erano rimasti gli unici clienti. Matthews prese dalla ventiquattr’ore una cartellina con tutto il materiale preparato dall’addetto stampa del Progetto e gliela consegnò con la stessa cura con la quale si tratterebbe un neonato. Dopo un cenno di lui al caposala, si alzarono per uscire. In Lucia Klink improvvisamente calò la consapevolezza che la serata stava per finire. Il professore cercò, a fatica, le parole per salutarla. 

- Beh, buon lavoro, domani hai ancora tutto il giorno per l’articolo.

- Già, cercherò di fare del mio meglio. In ogni caso è stata una conversazione illuminante, e piacevole. Grazie.
Spingendo le porte in metallo per uscire dal ristorante furono sorpresi dallo scroscio e dalla frescura della pioggia d’estate. Dopo qualche attimo di silenzio lei parlò, guardandolo da vicino:

- Senti, sono arrivata con la metro, m’accompagneresti a casa?
Abitava al di là del fiume, in periferia. Arrivarono in pochi minuti. Appena chiusa la porta dell’appartamento le loro bocche si unirono. La mano di lui le strinse la polpa delle natiche. Nell’abbraccio Lucia lo sentì eccitarsi. Gli accarezzò la nuca continuando a baciarlo. Si sdraiarono sul letto che erano già quasi nudi.
 

 


- Guarda come gode la troietta!

- Dai, strizzagli bene quelle tette!

- Su mandrillone, forza, forza!

- Dagliene, dagliene!

- Hai visto come continua su e giù, su e giù, non si stanca mai!

- Ecco, ecco che adesso la volta…

- Bambini, dove siete? La merenda è pronta, venite fuori in giardino, che c’è il sole!

- Spegni, spegni, sennò la mia mamma ci scopre.

- Uffa, proprio sul più bello!

Premuto il pulsante, i due corpi si dissolsero lasciando vuota la stanza, il loro ansimare sparì, rimase solo l’odore dell’amore.

- Dai, apri la finestra e usciamo in fretta.

- Come hai fatto? Dove li hai trovati?

- Ho cercato nel menù Uomini Famosi, Scienziati. Di solito ci sono cose pallosissime, conferenze, esperimenti e menate di questo tipo. Ma se cerchi avanti e indietro nelle loro vite con il sintonizzatore temporale e hai un po’ di culo… E’ l’unico modo di avere un po’ di sesso nel cronotrasmettitore. Tutto il resto è a pagamento e allora mio padre ha inserito delle chiavi d’accesso. Ma Uomini Famosi me l’ha lasciato, perché mi serve per la scuola.

- Chi erano?

- Un certo Forget, del XXI secolo. Lei boh. Ma se torni domani sera ce li riguardiamo in pace dall’inizio alla fine della scopata. I miei non ci sono...
 

 
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