Il mondo non crede a Pretoria

Franco Ricciardiello

La spranga cala sul cofano della Mazda con un tonfo metallico che rimbomba nell’abitacolo, malgrado Annabel continui a mostrare il distintivo plastificato del Falansterio dal parabrezza. Qualcuno dei dimostranti grida più forte degli altri, poi uno zulu con la fascia verde e nera del sindacato fa largo alla nostra auto con le braccia. Non riusciamo a vedere oltre i volti dei minatori più vicini.

La folla si fende, arretra. Noto che il colpo di spranga ha lasciato sul cofano un squarcio simile alla ferita di un’arma da fuoco. Burmeister questa me la paga, prendo nota mentalmente.

"Torniamo sull’autostrada" mi implora Annabel quando finalmente si apre uno spiraglio nella folla dei minatori. La sua mano tiene la tessera del Falansterio incollata ai cristalli della Mazda.

Siamo usciti dalla N1 a Forest Town perché c’era un TIR rovesciato su entrambi i sensi di marcia a causa di un incidente, così siamo stati costretti ad attraversare i quartieri settentrionali il giorno dello sciopero generale del Cosatu. Ma non potevamo fare a meno di venire a Jo’burg proprio oggi: il grosso dell’esercito della Repubblica ha già superato il Soutpansberg e si sta ammassando alla frontiera; "The Star" ha pubblicato uno scoop militare: il Ministero della Difesa ha preparato un piano d’invasione che prevede l’annientamento dell’esercito banyamulenge con il massiccio impiego di artiglieria e la caduta di Harare entro una settimana dall’attraversamento del Limpopo. Si sussurra anche di un’arma segreta nelle mani dello stato maggiore, già approvata dal governo dell’ANC.

"Non mi stupirei se si tornasse al collare di fuoco" dice asciutto l’avvocato Burmeister dal sedile posteriore. Non mi aspettavo questo da lui, né se lo aspettava Annabel.

Giro a sinistra verso la stazione ferroviaria. I minatori iniziano a mulinare intorno a un punto immaginario nella piazza, sollevando i pugni chiusi e i bastoni; il vortice si allarga, gli uomini corrono in cerchio, a ritmo, scandendo slogan sotto le bandiere che sventolano. La centrale sindacale non vuole la guerra di propaganda dell’ANC.

Finalmente la strada è libera, infilo un viale presidiato dalla polizia in assetto di guerra. Automobili incendiate giacciono rovesciate sulla carreggiata, ma oramai la strada è sgombra.

"La violenza è endemica in questo Paese" insiste Burmeister in tono tranquillo, quasi non stesse succedendo niente, "è come la ferocia dei russi o l’ebefrenia degli indiani. E’ qualcosa di genetico. Non mi sorprendo che, come tutti gli italiani, lei si stupisca, Laurenti."

Annabel controlla l’ora sul computer di bordo. "Ha finito con la sua filosofia da stadio di rugby, avvocato?" risponde brusca. E’ impaziente di aprire la cassetta di sicurezza per vedere cosa custodisce suo padre di così importante da spingerci ad attraversare i quartieri invasi dagli scioperanti esasperati dall’approssimarsi della guerra.

* * *

Il vento fra i grattacieli di Marshallstown preannuncia pioggia. Nel cuore commerciale della città dell’oro, lontano dal clamore insurrezionale della periferia, dai minatori del Cosatu esasperati, dalle colonne di camion carichi di soldati che si dirigono verso nord, vorrei avere il tempo di prendere un sandwich e un bicchiere di birra, ma fra poco la banca chiuderà e Annabel ha fretta.

Nella vetrina di un negozio di elettronica un grande schermo 3D mostra le immagini di rabbia della folla alla periferia di Jo’burg, seguite da filmati di repertorio sulle atrocità dei banyamulenge e dal mezzo busto del presidente Mbeki mentre espone all’assemblea dell’Onu l’ineluttabilità di un intervento armato.

Annabel mi aspetta nel salone della banca insieme all’avvocato. "Hanno voluto un test del genoma," dice con espressione risentita, mostrandomi la punta del dito indice coperta da un piccolo cerotto di pelle sintetica. La sua voce è simile a quella di Colleen in modo commovente.

"Procedura d’eccezione" spiega Burmeister mentre seguiamo un funzionario della banca verso il caveau, "richiesta direttamente da suo padre. Soltanto lui e Annabel possono avere accesso alla cassetta di sicurezza."

Colleen non può più, invece, penso scendendo le scale di marmo. Scambio uno sguardo con Annabel, a giudicare dal suo sguardo affilato anche lei è attraversata dallo stesso pensiero. Sono quasi certo invece che Burmeister l’abbia dimenticato.

Un commesso che ci attende oltre il cancello di ferro riceve la chiave magnetica dall’avvocato. Una cassetta di ferro dalle dimensioni di una scatola di scarpe viene depositata sul tavolo di vetro macromolecolare in una cabina, nell’atrio del caveau. Burmeister ci lascia soli, faccio per seguirlo fuori ma Annabel mi trattiene.

Estrae dalla cassetta di sicurezza un sacchetto di materiale plastico sigillato; il contenuto ha la consistenza di un gel piuttosto denso, la confezione riporta un teschio vivido e la scritta "Esercito della Repubblica Sudafricana". Mentre lo tengo fra le mani con cura, Annabel solleva l’altro oggetto contenuto nella cassetta di sicurezza: la custodia anonima di un microchip.

* * *

Ho incontrato Annabel solo questa mattina, e se a prima vista non l’ho riconosciuta dopo 7 anni è perché non mi aspettavo affatto di vederla qui a Pretoria. Il mio ordine di servizio riportava l’invito a passare dall’ufficio del segretario generale, al 15° piano del Falansterio, a ritirare le istruzioni per una trasferta urgente in zona di guerra, un incarico di responsabilità che chiedevo da tempo.

Sono entrato poche volte nel cuore del Falansterio, il loft del segretario generale Trish Goldstuck, ma sapevo che lei era in viaggio fuori città. Uscendo dall’ascensore nell’atrio del 15° piano, con la sua fantastica vista panoramica verso Sunnyside, trovai Annabel che aspettava seduta sotto una lampada ad arco, e mi domandai dove l’avessi già conosciuta.

"Moreno," disse semplicemente sollevando gli occhi dal libro di carta che teneva aperto fra le mani. Indossava un corto abito di lino bianco e sandali di cuoio.

"Ci conosciamo?" domandai colto da un inquietante senso di déja-vu.

Sollevò gli occhiali da sole sulla fronte e mi tese la mano, ma quando vidi i suoi occhi ricordai, una frazione di secondo prima che dicesse "Sono Annabel L’Estrange."

Sentii la mano improvvisamente debole nella sua stretta, e un rossore indesiderato al collo. Annabel L’Estrange. Chi mi ha giocato questo scherzo? Pensai. Anche se non la vedevo da quando aveva 16 anni, avrei dovuto riconoscerla.

Non ebbi il tempo di riflettere perché la porta a vetri scivolò di lato e udimmo la voce dell’avvocato Burmeister.

Era seduto dietro la scrivania del segretario generale, e proprio Trish Goldstuck ci guardava dallo schermo dell’intercom sulla scrivania di ebano. "Scusate la fretta," disse senza preamboli la donna che era al vertice del nostro Falansterio, "ma gli avvenimenti incalzano: probabilmente entro 48 ore l’esercito sferrerà l’offensiva lungo tutto il Limpopo. Ho una missione urgente per voi due."

Mi schiarii la gola. "Veramente io pensavo di partire il più presto possibile per il fronte, con la mia troupe al completo."

Trish Goldstuck mi guardò negli occhi con aria di rimprovero. "Questo domani. Oggi invece il direttivo ha scelto te per accompagnare a Johannesburg Annabel L’Estrange, nostra ospite dal Falansterio di Durban."

Arrossii violentemente, come ogni volta che il segretario generale mi contraddiceva. Burmeister sfiorò il telecomando e l’immagine di Trish fu sostituita da una registrazione di Shaun L’Estrange, il padre di Annabel.

E anche il padre della mia ex moglie Colleen.

"Annabel," disse il vecchio L’Estrange, che pure non vedevo da 7 anni, "mi rincresce coinvolgerti in questa storia, ma non ho scelta. Sei l’unica oltre a me ad avere accesso alla nostra cassetta di sicurezza nella Standard Bank, a Johannesburg. Devi recarti là al più presto, prelevare il contenuto e portarmelo oggi stesso. L’avvocato Burmeister ti consegnerà il codice, ma solo tu hai legalmente accesso."

Annabel sembrava perplessa. "Dove si trova mio padre?"

La registrazione video di L’Estrange fu sostituita da Trish Goldstuck. "In questo momento Shaun L’Estrange è lì a Pretoria, ma al più presto dovrà recarsi a nord, verso il confine. Moreno Laurenti ti accompagnerà a Jo’burg per una missione che il direttivo del Falansterio giudica di importanza capitale."

"Cosa c’entra Burmeister?" esclamai, tradito dal mio rancore per l’avvocato, "e cos’è questo mistero della cassetta di sicurezza?"

"Laurenti, tu sei stato scelto perché conosci personalmente L’Estrange, e perché sarà facile procurarti un lasciapassare per la zona del fronte. Per la tua incolumità, è meglio tu non sia a conoscenza di troppi particolari. Ti basti sapere che sarai tu a consegnare a Shaun L’Estrange ciò che preleverete a Johannesburg."

Scendendo in ascensore, dopo che Burmeister ci aveva dato appuntamento a mezz’ora più tardi nel parcheggio del Falansterio, domandai a Annabel se sapesse cosa stava accadendo.

"Ti ricordavo diverso," disse lei invece di rispondere. Mi studiò con gli occhiali da sole sollevati sui capelli, irragionevolmente simile a una pin up con il suo vestito corto di lino e l’aria da turista. "Non sono stata io a chiedere la tua presenza, e non sarò io a porre condizioni al Falansterio," continuò, "ma sappi che non potrò mai dimenticare che hai ucciso mia sorella."

* * *
"C’è una visita per lei, dottor Laurenti," dice la voce sintetica dall’altoparlante nella bussola antiproiettile nell’atrio del Falansterio. Saluto con un cenno la ragazza in tailleur che sembra una hostess pronta a ricevere gli ospiti esterni: in realtà è una guardia di sicurezza con struttura ossea al titanio e muscolatura potenziata, nanotec biomolecolare, in grado di mettere fuori combattimento una decina di malintenzionati.

Poggio la mano sul sensore del terminale nel salone d’ingresso. "Chi è che mi sta aspettando?" domando al sistema di sicurezza appena richiamato.

"Il dottor Mhlongo del distretto di polizia di Pretoria," risponde dallo schermo il volto di sintesi dalle fattezze malesi.

Il distretto di polizia?Mi domando salendo in ascensore verso il mio ufficio nei piani bassi del Falansterio. Che abbia a che fare con Shaun L’Estrange e questa ridicola storia della cassetta di sicurezza?

Ho troppo poco tempo per prepararmi alla trasferta nella zona di guerra sul Limpopo. L’incontro con il poliziotto è un contrattempo.

Il dottor Mhlongo, che mi aspetta in una delle sale d’attesa al 3° piano, non ha la camicia e la cravatta pulite tipiche dei funzionari dell’ANC. Indossa una T-shirt dai ricami tribali del Bophuthatswana e un paio di jeans non-stiro; come mi accade con tutti gli zulu, non riesco a indovinare la sua età.

"Le prenderò solo qualche minuto" esordisce in inglese senza quell’arroganza inquisitoria tipica delle polizie di tutto il mondo, ma con uno sguardo sonda che mette a disagio; "il segretario della sua organizzazione, la signora Goldstuck, ci ha invitati a parlare direttamente con lei. Stiamo cercando il dottor L’Estrange: lei ha idea di dove si trovi?"

Un turbine di ipotesi attraversa il mio cervello. Se Trish Goldstuck ha messo la polizia sulle mie tracce deve esserne stata costretta, forse per depistare le indagini o forse per distogliere l’attenzione da Annabel, che alloggia alla nostra Gåsthaus perché abita nel Falansterio di Durban.

"Credevo si trovasse qui al Falansterio," rispondo sinceramente sorpreso. Ricordo infatti dalla conversazione nel loft del segretario generale che mio suocero era a Pretoria. "Per quale ragione la polizia lo ricerca?"

"Dottor Laurenti, è di vitale importanza che io riesca a trovare Shaun L’Estrange entro 48 ore. Ne va della sua incolumità."

Mi stringo nelle spalle forse anche per prendere tempo. "Lei saprà senz’altro che L’Estrange è il padre di mia moglie. Con quello che è successo, capirà che non ho più molti rapporti con lui malgrado apparteniamo allo stesso Falansterio."

Mhlongo sbatte due o tre volte le palpebre come per tranquillizzarsi, evidentemente ha studiato i miei precedenti e sa cosa è accaduto a Colleen, poi prosegue con impassibilità troppo anglosassone per non risultare artificiosa: "Dottor Laurenti, non creda che sia facile per noi della polizia riuscire a mantenere sotto controllo dall’esterno un sistema chiuso come questo vostro Falansterio. Almeno un migliaio di persone vivono in questo edificio, e confesso che è veramente arduo per un africano immedesimarsi nella megalomania veteromarxista della vostra organizzazione."

Respiro profondamente per non rispondergli d’impulso. "Sa cosa penso?", dico finalmente, "nel 1962 il partito comunista di questo Paese aveva predetto che all’euforia della liberazione dall’apartheid avrebbe fatto seguito una seconda fase, in cui i vincitori si sarebbero scontrati fra di loro in una nuova lotta di classe. Mi sembra esattamente quello che sta succedendo adesso fra il Governo e la centrale sindacale."

Mhlongo mi restituisce uno sguardo di sufficienza. Sto per chiedergli per quale ragione la polizia sia sulle tracce del mio ex suocero quando il mio intercom trilla. Domando scusa e rispondo.

"Moreno? Sono Annabel L’Estrange. Ricorda che devi venire a ritirare il materiale da consegnare a mio padre."

Mi sento nervoso. "Ho parecchie cose da preparare prima della partenza. Non potrei passare domani mattina?"

"Ti prenderò solo alcuni minuti. E’ importante che tu veda una cosa prima di lasciare Pretoria."

Concordiamo per le 22.00.

"Dovrebbe convincere Mrs. Hamilton a mettersi sotto la protezione della polizia," dice Mhlongo appena rimetto il telefono in tasca.

Per un attimo rimango disorientato, poi ricordo che Annabel si è sposata. Non sapevo il cognome di suo marito, a Durban. "Se verrò a conoscenza di qualcosa, non mancherò di avvertirla. Non sono rimasto in ottimi rapporti con il padre di mia moglie."

Mhlongo sospira vistosamente, come per dimostrare che la sua pazienza si sta avvicinando al limite. "Abbiamo avuto prova, negli anni passati, che il sistema detentivo di questo Paese ha raggiunto livelli di efficienza che lo hanno fatto definire uno stato di polizia. Molte cose sono cambiate da quando stavo al di là delle sbarre, ma sono certo che non vorrà provare cosa significa qualche giorno di reclusione nella Repubblica Sudafricana."

Arrossisco, disorientato. Ancora una volta ho l’impressione di essere stato trascinato in un gioco più grande di me.

* * *
Scarico nella RAM del mio intercom portatile le cartine più dettagliate che possiedo del Transvaal settentrionale, poi richiamo dalla rete interna del Falansterio la documentazione sull’invasione banyamulenge. Tolgo l’audio, così che da concentrarmi su quello che le immagini provocano nella mia coscienza piuttosto che sul loro significato politico.

Morti ammazzati simili a stracci buttati a terra nelle strade di Bulawayo. Resti di edifici incendiati, automobili crivellate dalle armi automatiche, ragazzi a piedi scalzi che curiosano fra i cadaveri. Copertoni bruciano in piazza a Umtali, mortai banyamulenge sugli altopiani lanciano code di fuoco nel cielo del Matabele. Un elicottero della Croce Rossa polacca evacua civili feriti verso il Mozambico. Teste tagliate in piazza ad Harare, funzionari statali pendono come frutti impiccati agli alberi. I banyamulenge, i guerrieri scalzi dell’Africa equatoriale, in marcia su Harare con armi automatiche a tracolla.

Termino di preparare il mio zaino, indosso una camicia di lino per scendere alla Gåsthaus da Annabel. Prendo l’ascensore panoramico per godermi la vista del Sunnyside steso come una scacchiera di isolati verso nord, verso il Transvaal, verso la guerra.

La guerra. Il Cosatu è assolutamente contrario all’intervento militare in Zimbabwe, teme un peggioramento nelle condizioni economiche dei lavoratori dell’industria come risultato immediato. Il governo dell’ANC invece vuole riconquistare la leadership delle nazioni africane con una rapida campagna che ponga fine al genocidio etnico e all’espansione banyamulenge verso sud. I Falansteri si trovano nella difficile situazione di alleati stretti del Cosatu in un contesto preinsurrezionale assolutamente indesiderabile per la stabilità interna della Repubblica.

Seguo la guida vocale della Gåsthaus arrivando alla porta di Annabel, in un corridoio affacciato sui giardini interni. Appoggio il palmo della mano sulla porta per farmi identificare e annunciare, ma non accade nulla.

Ripeto l’operazione, spazientito, poi vedo qualcuno allontanarsi fra le piante del giardino. La porta della suite è chiusa, ma faccio il giro dal retro; trovo strano che una delle finestre del patio sia solo accostata. Busso con le nocche alla finestra di Annabel, senza risposta.

Spalanco i vetri e salto dentro: il soggiorno della suite è tutto sottosopra, lo schermo acceso trasmette immagini della conferenza del Comesa a Dar-es-Salaam, il vassoio di un tv-dinner è rovesciato sulla moquette, chips alla tortilla e formaggio sono sparsi sul tavolino di finto ebano.

"Annabel?" chiamo senza risposta. Con precauzione, scosto di due dita la porta della camera da letto. Anche qui tutto in disordine; Annabel è coricata sul letto, a faccia in giù, apparentemente priva di sensi. Attonito, estraggo di tasca l’intercom per chiamare aiuto, poi ci ripenso. La sollevo per le spalle, è come un peso morto; scosto con le dita le palpebre, gli occhi sono vitrei.

Corro ad aprire la finestra per fare circolare aria fresca, poi sollevo Annabel in braccio, portandola nei servizi igienici. Apro il rubinetto sul suo cuoio capelluto, e dopo qualche secondo lei si scuote lamentandosi. "Annabel!" chiamo, "svegliati, ti hanno narcotizzata."

Mi guarda senza riconoscermi, poi deglutisce. "Ho sete…" cerca di dire.

La aiuto a bere, poi la lascio seduta e preparo un caffè forte dall’erogatore in cucina. Quando torno da lei, si sta sollevando i capelli bagnati dagli occhi, ma è sveglia.

"Grazie per esser entrato. Se te ne andavi senza insistere, sarei rimasta qui fino a domani mattina."

"Cosa è successo?" domando scosso.

"Cercavano il contenuto della cassetta di sicurezza."

"Posso sapere cosa c’era in quell’involucro?" domando.

"Ad ogni modo non l’hanno trovato."

"Questa storia non mi piace," mi lamento, "non mi piace proprio." Chiudo la finestra sul giardino, preoccupato che il suo assalitore possa tornare. "La polizia mi aveva appena chiesto di convincerti ad accettare protezione."

Si volta di scatto verso di me. "La polizia? Sono qui al Falansterio?" Le sue mani tremano.

Irritato dal suo atteggiamento, non rispondo. "Adesso chiamo quell’ispettore."

Annabel posa il bicchiere del caffè, passandomi davanti. "Tu non chiami nessuno. Guarda questa registrazione. Ti ho fatto salire da me per vederla prima di lasciare Pretoria." Così dicendo mi porge un microchip estratto da una confezione di succo di pompelmo già aperta che ha prelevato dal frigorifero.

"Che schifo" commento estraendo il chip dalla sua custodia, bagnata e appiccicosa. E’ lo stesso chip che abbiamo trovato nella cassetta di sicurezza.

Lo inserisco nel lettore, mentre Annabel traffica in camera da letto. Shaun L’Estrange mi osserva con aria preoccupata dallo schermo.

"Odio darti ordini senza spiegare nulla, bambina," dice subito, "ma il tempo è veramente poco. Quando tornerai al Falansterio con il contenuto della cassetta di sicurezza, io avrò già lasciato Pretoria. Consegna a Moreno Laurenti l’involucro che hai recuperato. Mi rincresce costringerti a rivedere quell’animale, ma se qualcuno deve correre dei rischi per portarmi il materiale è meglio che sia lui. Digli di recarsi a Pietersburg: sarò io a farmi vivo con lui una volta giunto. Fidati completamente di Trish Goldstuck, stiamo agendo in perfetto accordo. La mia unica raccomandazione è questa: non lasciarti sottrarre il contenuto dell’involucro che hai prelevato nel caveau della Standard a Jo’burg. Lo stesso valga per quel sottosviluppato di Moreno: è di vitale importanza che lo porti con se a Pietersburg. Nascondetelo con cura, anche se non è utilizzabile da solo. Porterò con me il reagente, così mostreremo al mondo che ha ragione a non credere a Pretoria."

Annabel esce dalla camera da letto. Indossa un tailleur bianco e sandali.

"Il nostro governo ha intenzione di sperimentare un’arma segreta," continua suo padre dallo schermo, "il cui impiego su larga scala in questa guerra dovrà essere tenuto nascosto al mondo. Ma il Falansterio ha deciso di rivelare al network le prove inconfutabili. Se l’ANC vuole liberare lo Zimbabwe non è solo per velleità umanitaria, ma per provare sul campo l’arma definitiva, e questo deve essere smascherato."

Cazzo, penso, questa è una storia grossa. "Cosa sa Trish Goldstuck di tutto questo?"

Annabel mette in spalla uno zainetto. "Io so le stesse cose che sai tu," risponde, "nulla di più. Sei pronto?"

La registrazione di L’Estrange è finita. "Pronto per cosa?"

Scompare dietro il bancone della cucina. Mi alzo di scatto per seguirla, la trovo inginocchiata sotto il lavandino, accanto alla piccola lavatrice a disposizione degli ospiti della Gåsthaus. Solleva un paio di sacchetti di detersivo, mostrandomi l’involucro con il teschio. Rimango a bocca aperta.

"Il modo migliore per fare in modo che non trovino un oggetto è non nasconderlo troppo, magari mettendolo accanto a qualcosa di molto simile. Sei pronto, allora?"

Arrossisco, questa volta di irritazione. "Ma pronto per cosa?"

Si alza esasperata, infilando l’involucro nello zainetto. Le guardo il fondoschiena mentre si allontana verso la porta. "Per andare al fronte, deficiente. Dobbiamo partire subito: non vorrai che rimanga qui da sola con il rischio che la polizia torni per continuare le ricerche da dove è stata interrotta?"

Rimango inebetito. "Tu… tu vorresti venire al fronte con me?"

Mi guarda come se avesse a che fare con un bambino ritardato. "Perché, vai da qualche altra parte per caso?"

"Ma tuo padre ha detto…"

"Sono maggiorenne. Io ti accompagno al fronte, avrai bisogno di un’assistente per fingere di essere davvero un reporter in missione."

"E questa ti sembra una tenuta da zona di operazioni?" dico sarcastico accennando al suo tailleur elegante

"E io che cazzo ne sapevo?" risponde acida, "il segretario generale del mio Falansterio ha detto che partivo per Pretoria, non per il veldt. Non ho portato neanche un paio di jeans."

Non riesco a credere a quello che sta accadendo. Decisamente non è la mia giornata fortunata.

* * *
La luce lunare del Transvaal è bianca e cruda come neon sulla stazione di servizio. Le gambe nude di Annabel sembrano dello stesso colore del suo tailleur, come pure della scocca della Mazda parcheggiata a fianco della pompa di benzina. Il buco slabbrato sul cofano risalta come un foro di proiettile.

La notte di febbraio è mite, un vento mediterraneo sale dalla costa del Natal. Annabel passeggia nervosamente dal piccolo bar della stazione di servizio al marciapiede della N1, l’orecchio incollato al cellulare dell’intercom, come una fotomodella in sfilata.

Ritorno verso la Mazda con le mani in tasca, sbadigliando. Sono le 2 di notte, ma il traffico verso sud è ancora denso. Molti veicoli militari procedono invece in direzione opposta in lunghe colonne, si vedono le luci di aerei da guerra tra la linea collinare del Soutpansberg e questa luna drogata a 3600 Å.

"I satelliti sono in grado di rintracciare il punto esatto da cui vengono effettuate le chiamate cellulari," avverto Annabel, "metterai nei guai tuo padre."

Per qualche secondo sostiene il mio sguardo con due occhi inesorabili, poi si volta per allontanarsi a passo distratto, l’orecchio sempre sul telefono.

Accostandosi all’imbocco della stazione di servizio, un TIR scarica un autostoppista che si avvicina con lo zaino sulle spalle e gli shorts rimboccati sulle cosce muscolose: è uno zulu sui sessant’anni, fisico asciutto e barba bianca.

Mancano meno di 200 km al confine. Finalmente il benzinaio esce dal negozio con il mio resto in mano. "E’ scoppiata la guerra," dice grattandosi la gola, "quei congolesi hanno attaccato con razzi e mortai e l’esercito ha risposto con l’artiglieria."

Poi si mette a ridere. Lo osservo per capire se scherza: è un bianco sui 40, con una barba ramata da boero. Potrebbe essere il figlio di fuoriusciti della Rhodesia. Anche l’autostoppista si avvicina per ascoltare, accendendosi uno spinello.

"E’ scoppiata la guerra," dico a Annabel, che finalmente mette via il cellulare.

Seguiamo il benzinaio nel negozio, dove ha uno schermo da 24 pollici, l’autostoppista posa lo zaino fuori dalla porta e ci segue.

L’annunciatrice della televisione di stato annuncia un attacco dei banyamulenge in direzione di Thoyoandou. L’artiglieria della Repubblica avrebbe risposto con un massiccio bombardamento. Il presidente Mbeki è apparso alla tv in camicia e cravatta per un comunicato speciale alla nazione.

"Che si fa?" domando, "abbiamo mancato l’appuntamento. L’unica è tornare al Falansterio."

Annabel scuote la testa, decisa. "Così finiremo nelle mani di chi cerca il contenuto della cassetta di sicurezza. Scommetto che papà è a nord: dobbiamo proseguire verso il confine. E poi siamo reporter, dobbiamo inseguire la guerra, non infilarci al caldo sotto le coperte del Falansterio."

Penso al sacchetto di gel con il simbolo del teschio. Il pensiero di quello che contiene mi mette i brividi: un tossico micidiale? Un’arma batteriologica?

Quando usciamo per ritornare alla Mazda, l’autostoppista ci chiede un passaggio. "Devo arrivare a Messina," dice in inglese senza darci spiegazioni che non chiediamo. Annabel si stringe nelle spalle.

Ripartiamo verso nord con l’uomo sul sedile posteriore, lo zaino Ferrino stretto fra le gambe. "Hanno creato le condizioni per un incidente di confine," dice l’uomo come se avesse voglia di attaccare discorso. Lo osservo nello specchietto retrovisore: ha qualcosa di inquietante che mi infastidisce.

Annabel sta telefonando a suo marito, lo trova ancora sveglio nonostante l’ora. Le conferma che l’artiglieria sta già martellando le linee di difesa dei guerriglieri oltre il Limpopo. Vediamo le luci di aerei lontani diretti a nord, ma appena lasciamo la periferia della città dove avremmo dovuto incontrare Shaun L’Estrange il traffico diminuisce.

"Non ci lasceranno arrivare al confine," dice finalmente Annabel mettendo via il cellulare, che dopo un secondo suona di nuovo.

E’ Burmeister. "Ragazzi, devo avvertirvi che il Ministero non ha accettato i vostri visti per la zona delle operazioni. Dovete ritornare a Pretoria."

Ci guardiamo in faccia. Non è il segretario generale del Falansterio a dircelo di persona, quindi sappiamo entrambi che non si tratta di un ordine ma di una richiesta della polizia. Il messaggio è chiaro: andate pure avanti, ma non possiamo coprirvi. E’ un bizantinismo tipico di Machiavelli Burmeister.

"Il Falansterio ha la possibilità di mimetizzare la provenienza del segnale," dice Annabel spegnendo il telefono. Mi accorgo che sta rispondendo alle mie parole di qualche minuto prima sulle intercettazioni, "e se possiamo farlo noi a Durban lo sapete anche voi a Pretoria."

Mi domando cosa ci sia di così importante nell’involucro custodito nel suo zainetto da spingere l’esercito a darci la caccia.

* * *

Alba fuchsia sul Transvaal settentrionale. Il confine è a meno di 100 km a nord, ma un posto di blocco dell’esercito impedisce ai non residenti di continuare oltre la città di Louis Trichardt. PERICOLO dicono i cartelli segnaletici.

Abbiamo dormito un paio d’ore sui sedili della Mazda parcheggiata a lato della N1, appena fuori città; l’autostoppista è sceso per non darci fastidio con lo spinello: fuma impassibile appoggiato al cofano della Mazda. Una lunga fila di pick up e camion portacontainer aspetta con noi, i militari non sembrano intenzionati a lasciarci proseguire verso nord. Il computer della Mazda trasmette in continuazione réportage sulle operazioni: poche immagini in diretta, più che altro il presidente Mbeki durante il messaggio alla nazione. Le troupe televisive che già si trovavano a Messina, 15 km prima del confine, sembrano ammesse a effettuare riprese: tutte le altre, compresa la nostra, vengono tenute a distanza.

L’esercito ha sferrato una massiccia offensiva su tutta la linea di confine, specialmente nella zona di Beltbridge dove elicotteri da combattimento stanno attraversando il fiume per stabilire teste di ponte. Annabel ha gli occhi semichiusi, ma ascolta i notiziari. Penso a suo marito che si sta svegliando nel mattino tiepido di Durban, all’arma segreta nascosta nello zainetto, alla scomparsa di suo padre, alla polizia che lo cerca.

Quando l’uomo dallo spinello rientra in auto, accendo il motore senza che Annabel faccia domande, e con un’inversione di marcia che non preoccupa i militari del posto di blocco svolto verso Thoyoandou, la capitale di quello che un tempo era il bantustan del Venda.

Thoyoandou, la città dei casinò e degli alberghi per turisti. L’estate di una decina di anni fa, prima ancora di sposarci, Colleen e io avevamo cercato di raggiungerla partendo dal nostro cottage estivo a Haenertsburg, ma strada facendo eravamo rimasti stregati dalle palme di Modjadji, Encephalartos transvenosus. Avevamo trascorso il fine settimana in tenda, fotografando animali selvatici nella foresta della regina della pioggia, la misteriosa creatura che si era stabilita fra quelle palme nel XIV secolo.

Annabel stira le membra, si pettina guardandosi nello specchietto retrovisore poi estrae un paio di barrette di muesli dallo zaino. "Vuoi forzare il blocco?" domanda.

"Se ci sorprendono con quella cosa nel tuo zainetto siamo fottuti. Ci sbattono in galera."

Annabel sorride. "Te la fai sotto, vero?"

Inchiodo in mezzo alla strada. "Dillo ancora, se hai coraggio." Sento la mia voce alterata dalla collera, una collera che riconosco come irragionevole. Nessuno dei due si cura del passeggero.

Annabel sorride ancora senza scomporsi. "Te la fai sotto. Hai paura della galera. Hai paura della guerra. Hai paura di Trish Goldstuck. Soltanto, non hai avuto paura di uccidere mia sorella."

"Ehi ehi ehi," dice l’uomo sul sedile posteriore.

Slaccio la cintura di sicurezza con un gesto eccessivo, mi chino su di lei aprendo la portiera dalla sua parte. "Scendi," ordino a denti stretti, "scendi, stronza."

Sospirando, Annabel infila senza fretta gli occhiali da sole, raccoglie lo zainetto e scende dalla Mazda. Sempre proteso sul suo sedile, sbatto la portiera con forza e riparto con una sgommata.

La guardo nello specchietto, sola a lato della strada, lo zainetto fra le mani e il bavero della giacchetta risvoltato sul collo perché c’è ancora aria fresca a quest’ora del mattino.

Stronza, penso mentre un riflesso spontaneo dei muscoli mi deforma la bocca in pianto, stronza. Non avrebbe dovuto fare quell’allusione a Colleen. Guido per qualche chilometro lungo la strada che si snoda fra le pendici della catena montuosa, poi quando mi sono calmato faccio un’inversione a U.

"Parola mia, tu sì che ci sai fare con le donne" mi sbeffeggia il passeggero, che non si è mosso dal suo posto.

Ritorno accelerando verso Louis Trichardt, trovo Annabel in cammino verso la città con lo zainetto in spalla. Non dice nulla quando accosto con il finestrino della Mazda aperto, ma solleva gli occhiali sui capelli con espressione provocatoria.

Apro la portiera, sale sempre senza una parola. Ha la pelle delle gambe accapponata; aspetto, ma non chiude la portiera. Devo nuovamente sporgermi su di lei per arrivare alla maniglia, così che siamo di nuovo al punto in cui l’ho sbattuta improvvisamente fuori dall’auto.

* * *

Guido con prudenza sui tornanti, in direzione nord. Dovremmo avere aggirato la città, forse ci troviamo già nel Venda. Annabel non ha più detto una parola, ma è chiaro per entrambi che ha vinto lei. Suo marito ha telefonato un paio di volte, ma lei non ha rivelato dove ci troviamo. Lo zulu sul sedile posteriore sta masticando qualcosa, forse un chewing gum.

Un elicottero dell’esercito ci supera all’improvviso, forse perché il motore della Mazda è sotto sforzo. Vediamo prima la sua ombra proiettata sui fichi selvatici e le felci: Annabel sporge la testa guardando verso il cielo e la sua capigliatura esplode in una nuvola di vento e polvere.

Mi fermo a lato della strada, vorrei dire "Adesso ci arresteranno", ma lei risponderebbe che sono un vigliacco.

Però l’elicottero non si ferma. Quando entra nel mio campo visuale mi rendo conto che ha qualcosa di insolito, ma non riesco a definirlo. E’ un grosso elicottero da combattimento senza insegne che vola basso sul pendio della montagna.

"E’ armato" dice Annabel con un cenno; mi volto e vedo la .44 in mano al nero. Deve averla sfilata da una tasca dello zainetto

"Guida lentamente verso il lago Fundudzi," dice l’autostoppista infilandosi sotto la coperta del sedile posteriore, raccogliendo anche la mano armata.

"Chi è lei?" domando. Anche se non punta la pistola contro di noi, guido con prudenza fino all’incrocio dove un cartello segnaletico ci indirizza a destra verso il torrente Mutale e le praterie oltre la catena montuosa. L’elicottero ritorna, abbassandosi in verticale come se qualcuno volesse controllare con un binocolo l’interno della Mazda: ma il vecchio è sdraiato sotto la coperta di lana, e malgrado non veda l’arma ne posso percepire la coercizione.

* * *

"Deve essere veramente piacevole indossare qualcosa di così pratico per una passeggiata nel veldt," dice il vecchio accennando al tailleur di Annabel.

Stiamo camminando in fila indiana lungo uno stretto sentiero nella foresta, prima io, poi lei che indossa un paio di stivali di un numero troppo grandi trovati nel baule della Mazda e infine l’uomo, che chi ha costretto a abbandonare l’automobile all’ombra di un fico selvatico.

"Volevo fare l’originale," risponde lei in tono tagliente.

"Smettila," la rimprovero sottovoce, "non è già difficile questa situazione?"

Lei mi fulmina con un’occhiata attraverso la frangia spettinata. So cosa pensa: hai paura.

Da quando abbiamo abbandonato la carreggiata, l’uomo non ha più levato l’arma dalla fondina. Non si può dire che abbia un atteggiamento minaccioso, ma rimane il fatto che ci sta costringendo a fare ciò che vuole.

Comincia a fare caldo; ci troviamo sulle colline che si affacciano sul Fundudzi, il lago sacro simbolo di fertilità del misticismo Vhavenda; vediamo movimento di mezzi militari nel cielo. Forse rastrellano la pianura dove i banyamulenge hanno cercato di insinuare una testa di ponte.

"Ehi," dice il vecchio cacciandosi due dita fra i denti per fischiare, "quello mi sembra il posto adatto." Sta additando l’ampia ombra di un gigantesco baobab, una specie di grattacielo verde con cinque tentacoli legnosi e contorti, ognuno dei quali ha una sezione più larga di un’automobile.

Annabel e io ci scambiamo uno sguardo incerto, ma l’uomo fa cenno di seguirlo.

E’ chiaro che un elicottero avrebbe difficoltà a individuarci, qui all’ombra del baobab. Ci fermiamo, l’uomo posa la .44 nello zaino e ne estrae cinque involucri vagamente simili a quello trovato da Annabel nella cassetta di sicurezza della Standard Bank: però questi sono di dimensioni più contenute, circa ¼ dell’altro, e di colore scuro. Su ognuno c’è scritto qualcosa che non posso leggere.

"Scegli," dice il vecchio raggiante rivolto a Annabel.

Lei si stringe nelle spalle. "Cosa stiamo facendo?" domanda, ma il vecchio insiste. Allora tocca con la punta dello stivale l’involucro al centro nella fila di cinque.

"Ah, il mio preferito," commenta lo zulu elettrizzato, "e tu non fare quella faccia, Laurenti. Cerca di goderti la vita, sarai testimone di avvenimenti straordinari."

Rimango impietrito, devo avere un’espressione cosi esilarante che Annabel non riesce a trattenere un ghigno. Vorrei spintonarla, ma sono rosso di rabbia perché l’uomo mi conosce e io non lo avevo capito.

"Chi è lei?"

Con un rapido gesto della mano, il vecchio accenna a Annabel. "Dammi il pacchettino, tesoro," dice.

D’improvviso, allungo la mano e afferro lo zainetto con l’involucro dell’esercito.

"Non fare la difficile," aggiunge l’uomo di buon umore, "credi che sia capitato per caso in quella stazione di servizio dove ho chiesto un passaggio?"

Slaccio lentamente lo zainetto, estraendo l’involucro da sotto la macchina fotografica. Lo tendo verso l’uomo, ma proprio quando lui allunga la mano per riceverlo io sferro con una torsione del bacino un robusto rengeri verso i suoi testicoli e…

Mi ritrovo in ginocchio. Ho la bocca piena di sangue. "Cazzo, no, cazzo!" esclamo sputando, imbestialito. Deve avermi colpito con il ginocchio sotto il mento, ho fatto in tempo a vedere uno scatto che tradiva un potenziamento muscolare.

E per giunta la sta aiutando a rialzarsi. Non capisco cosa si dicono, mi gira la testa e ho un dolore tremendo alla mandibola.

Annabel gli getta le braccia al collo.

Non capisco più nulla. Mi guardano abbracciati. "Che bello ritrovarci tutti insieme dopo tanto tempo," mi dice lo zulu massaggiandosi i muscoli delle braccia, "quasi tutta la famiglia, tranne Colleen; vero, Moreno?"

Mi sento mancare. Il finto zulu è mio suocero Shaun L’Estrange.

* * *

"Entro 72 ore questo pigmento alla melatonina scomparirà" dice Shaun senza voltarsi, "e a meno che io non riesca a espatriare in Mozambico, dovrò cercare un altro travestimento."

Stiamo di nuovo camminando in fila indiana attraverso il veldt; si indovina il lago Fundudzi all’orizzonte. Annabel cammina in mezzo fra noi, raggiante per avere ritrovato il padre.

"Tu lo sapevi chi era, vero?" domando irritato. Annabel non mi risponde nemmeno.

"Ti spiace adesso metterci al corrente di quello che sta accadendo?" dico rivolto a lui.

"Ci stiamo allontanando dal luogo," risponde laconico L’Estrange, "non vorrai che ci sorprendano accanto al carro armato?"

Caccio infastidito le mosche che ci tormentano peggio degli elicotteri dell’esercito. "Quale carro armato?" domando, e quasi vado a sbattere contro mio suocero che si è fermato. Mi trovo a osservare molto da vicino i cuscinetti di silicone iniettato ai lati delle pinne nasali e nelle labbra per deformarne i lineamenti. A guardarlo meglio, sembra più un aborigeno neozelandese che uno zulu. Come ho fatto a non riconoscerlo?

"L’arma segreta dell’ANC," spiega confondendoci ancora di più le idee, "preparate quella cinepresa portatile, mostreremo al mondo qualcosa di straordinario a proposito dell’industria bellica di questo Paese."

Ci acquattiamo sotto un baobab perché passano dei jet militari; per fortuna la temperatura del veldt è abbastanza elevata da rendere inutili i rilevatori di calore corporeo, altrimenti ci individuerebbero come punti rossi al centro di una mappa verde cupo.

"Direi che possiamo fermarci qui per la notte," dice L’Estrange levando dallo zaino una tenda a igloo, "il processo di assemblamento dovrebbe durare al massimo una notte."

Guardo Annabel, ma sono sicuro che non ha capito di cosa sta parlando il padre. Almeno in questo è sincera. Estraggo dallo zainetto tre razioni autoriscaldanti e controllo che la batteria dell’intercom non sia esaurita.

"Una colonna corazzata dell’esercito della Repubblica è già in marcia su Harare," annuncia la TV appena sintonizzo il canale, "dopo che Bulawayo è caduta quasi senza colpo ferire. Il capo di stato maggiore dell’Esercito, generale Mkhonto, ha precisato che la strategia di invasione consiste nello spezzare in due lo Zimbabwe."

"Mostrano qualche immagine dei mezzi corazzati?" domanda L’Estrange, che sta ascoltando.

Controllo il visore da 4 pollici. "No, nessuna immagine. Perché?"

L’Estrange continua a mangiare. "Lo vedrai domani mattina," risponde.

* * *
La luna intransigente del Transvaal, di nuovo. Nella tenda, mio suocero ha finito di fumare il suo libanese rosso e si è addormentato pesantemente. L’Africa è un continente d’erba dall’orizzonte fino al lago Fundudzi, distanze che mettono le vertigini. Annabel è seduta sul ramo più basso del baobab sotto cui ci siamo accampati, sta seguendo le novità dal fronte sullo schermo dell’intercom.

Continuo a pensare al contenuto dell’involucro che L’Estrange ha rovesciato sotto l’altro baobab che vedo stagliarsi a malapena contro la notte di ametista. Avrei bisogno anch’io di una presa di libanese per rilassarmi.

Si sentono ancora lontani rumori di jet in volo nel cielo australe. Non posso resistere alla tentazione. Senza farmi sentire da Annabel, mi allontano in punta di piedi verso il primo baobab.

Appena posso accelerare l’andatura, mi curvo sull’erba perché non possano notarmi contro il profilo quasi fosforescente del cielo all’orizzonte. Ora distinguo bene l’albero sotto cui L’Estrange ha lacerato l’involucro. Mi metto a correre a passi leggeri fino a che sento formicolare un rumore strisciante, subdolo, alieno.

Mi arresto prestando orecchio. Sembra uno scroscio di acqua, proviene diritto davanti a me. Proviene dall’ombra più nera del baobab.

Mi avvicino in punta di piedi: c’è qualcosa di strano nel punto in cui mio suocero ha rovesciato il gel metallizzato che Annabel e io abbiamo portato da Johannesburg. Mi porto sotto i rami del baobab, ma è scuro e non riesco a vedere.

Davanti a me, nel punto esatto, c’è una larga chiazza umida che ha sostituito l’erba, una specie di depressione nel terreno. Qualcosa di indistinto si muove in quella macchia scura; rabbrividisco al suono di mille miliardi di termiti che sembrano calpestare la terra grassa del veldt, ma ci vorrebbe più luce per distinguere qualcosa.

Non stento ad ammettere che ho paura. Un ramoscello che si spezza alle mie spalle mi fa urlare, e Annabel mi precipita fra le braccia inciampando. Forse per la prima volta in vita sua sta per chiedermi scusa, ma poi percepisce nell’oscurità il termitaio orizzontale, sente il brulicare di una forma di vita ripugnante all’ombra della luna indifferente del veldt, e rabbrividisce a sua volta.

Il momento è così inquietante che neppure io provo un brivido al contatto con la sua pelle nuda. Nessuno dei due riesce a pronunciare le parole cos’è?, nessuno ha il coraggio di avvicinarsi di un altro passo. Entrambi, forse, pensiamo che questa notte sarà dura prendere sonno al pensiero dell’oscenità che formicola a meno di 300 metri dalla nostra tenda.

* * *

L’urlo di Annabel nel mio orecchio mi sveglia all’improvviso, seduto di scatto sul materassino autogonfiabile. Striscio la faccia contro l’interno della tenda, cerco un punto d’appoggio per le braccia e rotolo addosso a lei.

Shaun L’Estrange sta tossendo, svegliato anche lui di soprassalto.

"I militari!" strilla Annabel quando riesce a sgusciarmi via da sotto, "ci sono i soldati sotto il baobab!"

Sbircio fuori dalla lampo dell’igloo. Il cielo è già chiaro. Acquattato come un pachiderma sotto l’ombra impressionista dell’altro albero, proprio sopra la macchia brulicante di questa notte, c’è un carro armato.

L’Etrange ci scosta con un gesto sicuro e si infila gli anfibi incamminandosi a lunghi passi verso il blindato.

"Papà!" grida Annabel sedendosi sul materassino per infilarsi gli stivali, "papà, può essere pericoloso, aspetta!"

Corriamo dietro a mio suocero riuscendo a raggiungerlo. Mi piego istintivamente sull’erba come la scorsa notte, ma L’Estrange cammina a schiena dritta come se sapesse quello che fa.

Il carro armato ha qualcosa di strano. E’ di una foggia sconosciuta e non porta contrassegni. Trattengo Annabel per un braccio, dicendole all’orecchio "Siamo sicuri che sia dei nostri?"

Si arresta interdetta, osserva il carro armato come se potesse indovinarne la provenienza congolese. Immagino di cadere nella trappola di una squadra banyamulenge dispersa sulla strada di Thoyoandou, ma L’Estrange ha raggiunto il cingolato e ci fa cenno di avvicinarci.

Il mezzo corazzato si trova in una leggera depressione, profonda come metà altezza dei cingoli. Mi guardo intorno: si trova proprio nel luogo in cui mio suocero ha mischiato ieri sera il contenuto dei due involucri top secret dell’esercito, nel punto in cui stanotte c’era la macchia brulicante di oscurità; ma ieri questo avvallamento fra le radici del baobab non c’era.

Improvvisamente capisco, e sento defluire il sangue dal viso e dal collo. "Dio mio," esclamo, "il carro l’hai costruito tu!"

L’Estrange si gratta la barba brizzolata. "Ti sei fatto decisamente più astuto da quando hai lasciato morire mia figlia," dice arrampicandosi con una mossa ancora agile sul parafango corazzato.

"Potete spiegarmi che diavolo succede?" protesta Annabel accorgendosi di essere l’unica a non capire.

"Non si tratta di una esasperazione della melanina," dico puntando un dito contro suo padre, "non sono iniezioni di silicone quelle che ti hanno gonfiato le labbra e i pettorali. Ti hanno messo in circolazione della nanotecnologia!"

L’Estrange è già in cima alla torretta, sta aprendo il portello. La superficie di ferro del carro armato è solida e compatta, ma so che tutto il materiale è stato assemblato dalle nanomacchine durante la notte, estratto dal terreno fino a scavare questa depressione spugnosa da microscopiche macchine programmate per lavorare a livello atomico, messe in moto da nano-assemblatori così minuscoli da sembrare un gel.

"Cosa succede?" protesta ancora Annabel, quasi pestando i piedi. Salto sul carro, suo padre si è già calato nella torretta. La aiuto a salire allungandole la mano. Un jet passa lontano a oriente, di sicuro non possono vederci.

Sono impressionato. Questa diventerà la notizia dell’anno: in tutta segretezza, la Repubblica ha sviluppato le ricerche sulla nanotecnologia in una direzione proibita dalle convenzioni internazionali, arrivando a dotare l’esercito della possibilità di moltiplicare le proprie forze corazzate con un minimo di impegno e di spesa.

Annabel mi blocca mentre cerco di infilarmi nel boccaporto. "Adesso non scendi se non mi dici che cosa significa," dice a denti stretti.

"L’esercito della Repubblica sta utilizzando della nanotecnologia bellica contro i banyamulenge," rispondo appagato del vantaggio che ho su di lei, "e non credo di sbagliarmi se dico che la colonna di mezzi corazzati che sta tagliando in due lo Zimbabwe è stata assemblata da questa parte del Limpopo solo la notte prima dell’offensiva. Il nostro Paese ha scoperto l’arma definitiva: con pochi involucri di nanomacchine a fare il lavoro programmato da qualche ettogrammo di catalizzatore, puoi estrarre un intero esercito dal terreno sotto il veldt. Montano gli atomi in molecole di metallo o di plastica, o di qualche materiale ibrido, e costruiscono ciò per cui sono programmati."

Quell’immagine mi incantava. Una colonna corazzata di fantasmi tecnologici in marcia su Harare, metalli estratti dal terriccio, sminuzzati in molecole dalle formiche atomiche contenute negli involucri dell’esercito. Mi domandai quali catalizzatori contenessero gli altri quattro involucri nello zaino di L’Estrange. Un obice? Un pezzo d’artiglieria a lunga gittata? Una jeep? Un elicottero? La Repubblica aveva trovato il modo di scatenare contro i propri nemici gli spiriti della terra.

Con un sibilo vibrante fino dalle viscere del suo rivoluzionario metallo, il motore del carro armato si mette in moto. Rabbrividisco, poi mi calo nella torretta dove L’Estrange è già ai comandi.

L’interno del veicolo è molto più semplice dell’esterno, come se chi ha programmato l’opera degli assemblatori si curasse solo di farlo sembrare un carro vero agli occhi dei nemici. Dentro l’abitacolo, il mezzo corazzato sembra un giocattolo: superfici arrotondate di un materiale poroso, comandi estremamente semplificati, adatti a essere compresi intuitivamente da chi non è uno specialista. Qualsiasi pattuglia dispersa di soldati della Repubblica in possesso di una confezione di catalizzatore può costruire durante una notte il proprio mezzo corazzato, e condurlo anche senza addestramento specifico: e questo favorisce noi tre.

Con un sobbalzo il carro avanza arrampicandosi fuori dalla leggera depressione. La testa di Annabel si affaccia dal portellone, poi si cala all’interno.

"Tesoro, andiamo a recuperare la mia telecamera alla tenda," dice suo padre, "dobbiamo trasmettere al mondo le immagini di questo mostro semovente."

* * *

Come in un circuito chiuso, lo schermo dell’intercom mi rimanda la stessa visuale della torretta del carro. Stiamo marciando verso Messina direttamente sulla R255, alla massima velocità consentita dai cingoli. Da questa mattina il network indipendente dei Falansteri sta trasmettendo le immagini del prodigio bellico che stiamo conducendo verso il fronte. Sto seguendo sull’intercom da circa mezz’ora una trasmissione della CNN che ha ripreso il nostro segnale per ritrasmettere al mondo le prime immagini dell’arma definitiva di Pretoria, la vergogna della Repubblica.

Accanto a me sul predellino del portellone, a stretto contatto di gomito, Annabel sta filmando il paesaggio che attraversiamo, le medesime immagini che mi ritornano sullo schermo dell’intercom attraverso il Falansterio e la CNN. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu è già stato convocato, le truppe dell’Unprofor in Zambia e Mozambico sono in preallarme, potrebbero attraversare i confini dello Zimbabwe per fermare l’avanzata del nostro esercito.

Osservo allarmato l’elicottero che ci segue da alcuni minuti. Gruppi di pastori Venda con abiti di pelle e intercom in mano si radunano al bordo della strada nazionale, vogliono seguire dal vivo la sfilata del carro armato e la bionda in tailleur di lino che mostra al mondo il cuore della guerra. La reincarnazione di Modjadji, la regina della pioggia, ritornata per resuscitare dalla terra viva gli spiriti della rabbia e del coraggio.

Mi sembra ancora tutto incredibile. A un incrocio troviamo una jeep dell’esercito che ci precede sulla carreggiata, i soldati in tuta mimetica ci osservano dal retro, con le armi automatiche sulle ginocchia.

"Ci fermeranno prima di arrivare a Messina," dico stordito dal movimento vibrante del carro. Annabel è violentemente eccitata, ha tutti i capelli aggrovigliati e opachi per il vento, la sua pelle a contatto del mio braccio è fredda. L’Estrange guida instancabile, a una velocità assurda su questa strada non più larga di due automobili. Il cielo adesso è grigio come in gennaio.

Vedo all’orizzonte il fumo di un incendio, sembra la tromba di un uragano che sale dritta verso la stratosfera, ma deve essere il ponte di Beltbridge, dove l’esercito ha attraversato il Limpopo dopo avere vomitato una pioggia di proiettili d’artiglieria sulle estemporanee fortificazioni banyamulenge.

Un’altra jeep ci raggiunge a velocità squilibrata per cacciare le autovetture cariche di curiosi che stavano cominciando a formare un seguito.

"Siamo quasi a Messina!" grida Annabel nel vento, indicando dei fotoreporter con barbe rosse da fiamminghi o da irlandesi che si sono fermati a immortalarci dal ciglio della strada. Entro poche ore queste immagini saranno accessibili presso tutte le agenzie stampa del mondo. Annabel mi afferra il braccio perché le cinga i fianchi sostenendola mentre continua a riprendere i Venda, i pastori e gli agricoltori con i bambini sollevati in spalla per vederci passare. Un carro armato contro la guerra, che idea demenziale.

Vedo un vasto assembramento più avanti sulla strada, scendo alcuni scalini per dire a L’Estrange "C’è un posto di blocco," ma lui fa un gesto come per spazzare via qualcosa.

Comincio a pensare che finiremo male. La jeep davanti a noi cerca più volte di rallentare, ma rischia di essere spintonata e gettata fuori carreggiata perché L’Estrange non decelera. Vedo finalmente due camion parcheggiati di traverso per bloccare il passaggio, e soldati con il fucili puntati. Batto con il pugno sulla torretta, "Rallenta, cazzo!" grido, ma la jeep davanti a noi frena e scarta di lato ribaltandosi nell’erba.

L’Estrange punta dritto sui posto di blocco, i militari sparano. Abbandono Annabel precipitandomi giù dalla scala, cerco di afferrare mio suocero che mi sferra un pugno proprio sotto il mento dove mi aveva già colpito ieri.

Grido dal dolore, la camicia mi si riempie di sangue. Non ne vedevo così tanto da sette anni almeno, il sangue fresco mi ricorderà per sempre i polsi aperti di mia moglie Colleen.

La primavera piovigginosa del Transvaal, il cottage a Nelspruit affittato per la riconciliazione. Una costellazione di ansiolitici rovesciata sul pavimento del bagno, fra le mattonelle schizzate di schiuma e sangue. Le braccia bianche di Colleen tese verso il soffitto, la testa rovesciata sul bordo della vaca da bagno, le labbra dischiuse, bluastre, gli occhi asciutti, la lettera d’addio di Burmeister con le impronte digitali del sangue di mia moglie, inesorabile testimonianza del mio affetto impotente. Rispetto estremo, la determinazione di non confessare cosa ci avesse spinti a un tentativo di rappacificazione nell’isolamento di Nelspruit.

Sono caduto contro la paratia dell’abitacolo, Annabel non è ancora scesa. Levo di tasca l’intercom e vedo che sta continuando a filmare i militari che le sparano addosso allontanandosi all’ultimo momento. Sento un’esplosione devastante.

"Ci sei andato contro, animale!" grido a L’Estrange, poi vedo il bossolo del proiettile che rotola sul pavimento dell’abitacolo. Paralizzato dallo stupore, controllo sull’intercom proprio nel momento in cui urtiamo contro la carcassa del camion. Mi arrampico spezzandomi le unghie sulla scaletta, di nuovo a fianco di Annabel, e mi volto a guardare alle nostre spalle i due automezzi incendiati dalla cannonata. "Mio Dio, non è possibile!" sussurro, "ha sparato per levarli di mezzo!"

Annabel è fortunosamente illesa, continua a riprendere. Usciamo dalla carreggiata per sorpassare uno sbarramento di cavalli di frisia, scartiamo sull’erba del veldt e ritorniamo sulla strada mentre militari, curiosi e reporter fuggono da tutte le parti.

"Annabel!" grida improvvisamente L’Estrange da sotto. Annabel si china nell’imboccatura del portello, poi scende precipitosamente senza mollare la telecamera portatile. La seguo.

Mio suocero è curvo sulla cloche con una mano contratta sul torace all’altezza del cuore. E’ cianotico e ha le labbra viola. Il frastuono è assordante adesso. Annabel prende il padre fra le braccia, io afferro la cloche cercando di mantenere il carro armato sulla strada e mi domando come si faccia a rallentare, ma appena sposto la leva manuale dell’acceleratore lei mi afferra da dietro strattonandomi via dai comandi.

"Sali in torretta!" comanda sbattendomi in mano la telecamera, poi si mette alla cloche, spettinata, con lo sguardo febbricitante e il tailleur stropicciato e sporco.

L’Estrange è accasciato sul pavimento, respira a fatica. Il carro sbanda, poi riprende la strada mentre Annabel guarda fuori dalla feritoia; potrei picchiarle la telecamera in testa e prendere il suo posto per fermare questa corsa ridicola, ma ubbidisco e salgo la scaletta.

* * *

Il cielo è pieno di elicotteri, i militari contengono la folla con i fucili in pugno, ma sono incerti e disorientati come se non fossero pronti ad affrontare un’emergenza interna. Sembra che metà della popolazione di Messina si sia radunata in piazza. Abbiamo dovuto fermarci perché c’è gente dappertutto, una folla si è radunata intorno al carro armato per impedire all’esercito di raggiungerci. Shaun L’Estrange è seduto in terra, c’è un medico che gli sente il polso; è molto pallido, ma probabilmente è l’effetto della soluzione bionanomec che sta svanendo. Decine di bambini si arrampicano sui cingoli del carro armato, penzolano dal cannone, strillano come in un parco giochi. In piedi sulla torretta, Annabel sta parlando alle telecamere di tutti i reporter che hanno potuto raggiungere il fronte.

Tutti vogliono filmare il carro creato pressoché dal nulla, tutti vogliono registrare la voce della donna che ha diffuso nel mondo le immagini della corsa folle verso il confine. Negli ultimi anni, della nanotecnologia abbiamo visto tutti le applicazioni più semplici: nell’ingegneria genetica, nella botanica e, al massimo del suo utilizzo, nell’edilizia. Edifici di vetro e ferro costruiti nel giro di qualche notte da eserciti di molecole che ne assemblano altre, minuscole macchine che sintetizzano i mattoncini di un’architettura imponente, asettica, priva di difetti di costruzione e senza impiego di manodopera. Ma questo carro armato è un prodotto molto più raffinato, al confronto, e composto da numerosi materiali diversi.

Riesco a intercettare un reporter italiano, mi dice che la colonna corazzata della Repubblica ha dovuto fermarsi prima di Harare, l’Unprofor e reparti dell’esercito del Mozambico hanno invaso la parte orientale dello Zimbabwe, accogliendo la resa di migliaia di Banyamulenge. La guerra sembra interrotta, l’esercito della Repubblica non si è impadronito che di uno stretto corridoio al centro del paese.

Sposto una bambina sollevandola di peso e mi arrampico accanto a Annabel, ma prima che possa dirle qualsiasi cosa vedo del tumulto alla periferia della piazza. Ci voltiamo tutti da quella parte: una colonna di veicoli si avvicina lungo un viale.

"Ecco, siamo finiti," commento, "arrivano i rinforzi."

In modo apparentemente casuale, Annabel posa il tacco del suo stivale sulle dita del mio piede sinistro, appoggiando tutto il peso. Sbarro gli occhi e faccio per gridare, ma il suono di un elicottero in arrivo copre l’urlo.

La folla si dirada, i militari sembrano disorientati. Finalmente vedo degli striscioni verdi e neri sui camion che sopraggiungono, e mi rendo conto attonito che si tratta di una colonna di attivisti del Cosatu.

Un tumulto attraversa la folla, i sindacalisti saltano giù dalla colonna motorizzata e premono per raggiungerci. Il cordone di militari oscilla, si spezza, sbanda. I soldati si ritirano come un serpentello in mezzo all’oceano di gente di colore. E’ come un segnale: nella folla si formano vortici, i sindacalisti cominciano a girare in tondo con le bandiere. L’Estrange viene sollevato e portato in trionfo, i reporter si arrampicano sul carro armato tirando giù i bambini per le orecchie, in modo da riprendere dall’alto. Gli uomini del Falansterio fendono l’assembramento, le mani si sollevano a pugno in segno di lotta.

E’ incredibile. Mi aspetto che dall’elicottero scenda l’ispettore Mhlongo, che ci ha raggiunti per arrestare mio suocero, ma mantenendomi in equilibrio sulla torretta, vedo che saltano giù Trish Goldstuck e altri membri del direttivo del Falansterio prima ancora che le pale smettano di vorticare.

"Non Più Guerra!"canta la folla di pugni tesi che si lascia prendere dalle danze. I militari stanno ricomponendo i ranghi verso il municipio, arrivano altri camion e un paio di blindati ma ci sono migliaia di persone in piazza, dovrebbero disperdere la gente con la forza per farla allontanare.

Non vedo più Shaun, portato in trionfo, e comincio a sentire tutta la stanchezza dall’avventura. Trish Goldstuck saluta con la mano mentre si avvicina, scortata dalle guardie del corpo. Mi fa un cenno con la mano accanto all’orecchio, e sento squillare l’intercom. E’ lei.

"La guerra è finita, Moreno," dice inaspettatamente, "lo stato maggiore ha dato ordine alla colonna corazzata di arrestarsi."

I lunghi serpenti umani del Cosatu tagliano in vortici la moltitudine, le bandiere del sindacato sventolano nel tardo pomeriggio. La guerra è finita, mi ritrovo a pensare ancora incredulo. L’Estrange e Annabel l’hanno fatta abortire. Il sindacato, Cosatu e Falansteri, ha vinto questo turno, la politica di interventismo armato dell’ANC è stata battuta.

Trish Goldstuck allunga la mano, ancora lontana. La guerra è davvero finita. Aiuto Annabel a scendere per mischiarci alla folla.

In piedi uno accanto all’altra sulla torretta, mi accorgo di cingere ancora i fianchi di Annabel, raggiante e come in estasi, calda di euforia, esaltata e spettinata nella polvere sollevata dalla danza. La afferro per le braccia e le stampo un bacio sulle labbra.

Mette a fuoco lo sguardo su di me, sorride sciogliendosi e quando penso di averla fatta franca e sto per dirle "Annabel, ti amo," lei solleva la destra tirandomi un manrovescio dritto sul livido sotto il mento.

Torno a vedere le stelle, le ginocchia non mi reggono e scivolo a cavalcioni del cannone. Quando mi ritorna la vista, Annabel mi aiuta ad alzarmi con una mano. Barcollo, la guardo smarrito temendo un’altra reazione ma si limita a levarmi la polvere dalla camicia con qualche buffetto.

"Moreno, ricordati che siamo in diretta," dice.

28 gennaio – 22 febbraio 1998

Franco Ricciardiello

 
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