La patria del ribelle

Domenico Gallo
illustrazioni Antonio Folli

Gino Pezzica uscì di casa in piena notte, come faceva spesso, tanto da aver abituato i familiari a non fare domande. Si calcò perbene il cappello sulla fronte, chiuse silenziosamente l'uscio, e si inoltrò nel buio fresco della prima estate.
Percorse di buon passo la discesa sterrata che dalle colline di Monterosso portava a Carrara. Nella penombra si percepivano pochi rumori, solo qualche cane insonne lo rincorreva lungo le inferriate che costeggiavano la strada.
L'appuntamento con gli altri era stato fissato a piazza D'Armi, vicino alla statua di Pellegrino
Rossi, in quell'angolo remoto i giardino pubblico che dava sull'entrata della scuola dei frati. I pesanti scarponi che usava per lavorare alle cave, che poi erano gli unici che possedeva, rimbombarono lungo i larghi gradini di marmo della scali nata. L'orologio rintoccava le due, i battiti gli fecero sentire un brutto freddo lungo la schiena. Si rincalcò addosso la giacca di lana verde, e un colpo di tosse gli squassò il torace.
Arrivato alla statua vide la brace di una sigaretta sotto la magnolia.
- Oh, - sospirò Gino, a voce bassa. - Siete voi? -
- E chi vuoi che sia? Gesù Cristo? - due figure uscirono dalle frasche dell'aiuola con un leggero stormire.
- Accidenti a te, Loris, - bisbigliò Gino, inframmezzando il discorso con un colpo di tosse. - Arrivi sempre prima, da quant'è che siete qui?
- Sarà mezz'ora, - rispose Sandrino. - Sai com'è tuo fratello....
- Va bene, andiamo, - disse Loris, tirando fuori un sacco di iuta da un cespuglio e mettendoselo sulla schiena.
I tre fecero poca strada, tagliarono l'ellisse della piazza, e si fermarono sotto i muri turriti dell'Accademia delle Belle Arti. A pochi metri, assisa sopra un basamento di marmo bianco, stava una sagoma spigolosa coperta da un tricolore con lo stemma sabaudo.
-Canchero di un re maledetto... E maledetto il suo regno di merda. - Sandrino fece sibilare uno sputo contro lo stemma.
- Stai attento, testa di marmo, - gli fece Gino. - Manca poco che mi prendi.
Loris tirò via la bandiera e scoperse la lapide. Nella parte alta era piantata una lupa di marmo che allattava Romolo eRemo. Si avvicinò, accese un fiammifero e prese a leggere a voce bassa.
- Referendum Istituzionale, 2 giugno 1946, Comune di Carrara. Per la monarchia voti 18305, per la repubblica voti 15112. Gli italiani imprimono su questo marmo eterno la loro fedeltà al Re e all'Italia ad un anno dal referendum.
Il fiammifero si spense su di loro.
- Allora?
- E allora, dio fascista, - bofonchiò Sandrino. - Sbrighiamoci, altrimenti rischiamo una figura di merda.
Loris apri il sacco, ne tirò fuori dei bastoni di balistite. Gino li prese, li legò attorno alla lapide, annodò la miccia e lentamente la svolse lungo la strada. Camminava all'indietro, con la miccia avvolta in cerchi sulla mano sinistra, e stirandola con la destra. Ne allungò per cinque metri.
- Può bastare. Fermo così, basta e avanza. - Sandrino si avvicinò, prese la cima della miccia e se la avvicinò al volto. La strofinò contro la brace del sigaro che teneva stretto tra i denti.
- Via, - fece Loris iniziando a correre.
- Re di merda, - concluse Sandrino, mentre la miccia brillava verso l'esplosione.

In piazza Farini c'era grande fermento; gli uomini, raccolti in crocchi, parlavano fittamente tra loro. Era domenica mattina, la prima con un clima estivo, dopo una primavera che era stata fredda e piovosa. La popolazione di Carrara era divisa, come da sempre: le donne in casa, a preparare il pranzo, dopo una settimana di lavoro in cui gli uomini mangiavano alle cave e tornavano solo per dormire; i bambini a giocare sul greto del Carriona, a fare guerra a colpi di sassate, o sfidandosi alla palla nel campo dell'oratorio; gli uomini, invece, erano tutti in piazza Farini, a gremire gli spazi, divisi, a loro volta, a seconda delle differenze politiche.
Quelli del Partito d'Azione stavano dalla strada del cavallino, non lontani dai socialisti. I comunisti erano assisi sotto i portici del Teatro
Verdi, ed erano gli unici che potevano continuare a discutere con il cattivo tempo. Gli anarchici, invece, si erano attestati da generazioni nei pressi della fontana del cinghiale.
Ma quel giorno, 2 giugno 1947, il giardino zoologico non era la completo. Mancavano infatti alcune delle razze più rappresentative.
Non c'erano i monarchici, che si consideravano i nobili ed umani vincitori del dopoguerra, generalmente benestanti, padroni delle cave, delle segherie e delle officine, o avidi negozianti che avevano fatto fortuna con la borsa nera; arrivavano in piazza sempre ben vestiti, con il giornale intonso ripiegato sotto il braccio, lavati e profumati. Stavano a parlottare tra loro, decidevano i salari e le compravendite. I cattolici, che si erano tutti riscoperti monarchici, facevano solo una rapida sortita, poi le campane delle parrocchie li chiamavano a raccolta per la messa. Infine i fascisti che, smessi i panni da repubblichini e rapidamente dimenticato l'otto settembre, cercavano di entrare nel governo e si erigevano a difensori delle nobiltà e della religione. Questi erano quasi tutti avanzi di galera, molti scampati ai plotoni d'esecuzione dei partigiani, ed erano tornati in libertà giusto per votare al referendum, grazie all'amnistia di Umberto II. Di solito si piazzavano in uno slargo di una via laterale, davanti ad un caffè, e arrivavano in gruppo, quasi temessero di trovarsi da soli in mezzo agli altri.
Solitamente i gruppi si guardavano in cagnesco, ma quel giorno tutti studiavano quelle parti eccezionalmente vuote.
Come ad un segnale convenuto un gruppo di una decina di comunisti scese le scale del teatro, attraversò la piazza tra la curiosità di tutti, e si diresse verso la statua del cinghiale.
Gli uomini si fronteggiarono in silenzio, chi aspirava avide zaffate di sigaro, chi si calava la tesa del cappello, chi si martoriava la barba. Poi Menconi si staccò dal gruppo dei comunisti, avanzò di qualche passo nell'immobilismo generale, e lanciò il sigaro smangiato sul lastricato di marmo, con un gesto di stizza.
- Pezzica, - disse a voce normale, ma trattenendo la rabbia che gli gonfiava addirittura il collo. - Pezzica, lo so, siete stati voi...
Gino Pezzica gli si fece vicino, spense il sigaro sulla corteccia di un albero, e lo fissò corrugato.
- Perché ti disperi tanto della statuina dei padroni? Sei forse offeso perché non ti hanno invitato all'inaugurazione tra i preti, i fascisti e i monarchici, con tanto di conte in testa?
- Non dovevate, - sibilò Menconi. - Non è stato altro che un inutile atto dimostrativo da cui non ci verrà nessuna utilità. Che ci scatenerà dietro di nuovo polizia e che inciderà negativamente sul nuovo contratto delle cave.
- E bravo Menconi, mi hai detto le stesse cose nel '37, prima di partire per la Spagna. Sei stato un anno a piangere su quel treno di volontari fascisti saltato in aria a Sarzana. Fosse stato per te quelli si sarebbero imbarcati, e magari a Guadalajara ce li saremmo trovati davanti, però vivi.
- Non siamo più nelle Brigate Internazionali, ora la situazione è diversa. I fascisti non la fanno più da padroni...
- La fanno da padroni i ricchi e i borghesi, come sempre. - Interruppe Loris, rosso in volto. - E voi, quando si aveva ancora le armi, le avete riconsegnate. Avevamo in mano combattendo, e Togliatti l'ha messa su un piatto d'argento, bella pronta per gli americani, i monarchici, per De Gasperi e per il ritorno dei fascisti... Bella farsa quella del referendum vai, vai su per Roma, che ci sono ancora i pezzi dell'esplosione. Noi non ci siamo mica arresi.
- Stai zitto, - lo interruppe Gino, serrandogli il polso con una mano. - E' inutile parlare, è dal '21 che stiamo a discutere.
- Pezzica, sentimi bene. C'è il pericolo di una nuova repressione. I fascisti potrebbero entrare nel governo con De Gasperi, oppure il P.C.I. potrebbe tornare legale e alle prossime elezioni diventare il partito di maggioranza...
- Ma quale maggioranza, come puoi solo pensare al re Umberto II e a Togliatti come capo del governo. Per il P.C.I. è finita, sarà meglio che Togliatti rimanga in Russia, se no questi lo mettono al muro.
- Vedremo. Intanto da Massa stanno arrivando i carabinieri a cavallo; e cercano voi.
I gruppi si separarono, e l'aria sopra la piazza rimase sospesa, come un impalpabile aerostato; gli uomini ormai attendevano solo che il rumore degli zoccolo lungo la salita mandasse tutti a casa.

Il cielo minacciava brutto tempo, i nembi neri si accumulavano sopra le cave giocando a far notte. Da poco suonata la sirena dell'intervallo i cavatori si erano riuniti attorno ai tavolacci all'aperto per mangiare. Gino si sedette sulla panca ancora impolverato di marmo, si srotolò la camicia quadrettata fino ai polsi e fece un mucchietto di detriti impalpabili.
- Quella porcheria ce la respiriamo, - bofonchiò Tonarelli, detto il prete perché vestiva sempre di nero, e che non smetteva mai un fiocco sgualcito annodato al collo. - Dio lai, se mi aprono i polmoni me li trovo bianchi come una trippa slavata.
Gino non gli rispose neppure, con piccoli movimenti della mano fece cadere il mucchietto giù dalla tavolaccia. Su dai Ponti di Vara, intanto, arrancava sbuffando una motocicletta.
- Almeno piovesse, dio lai, - continuò Tonarelli, parlando con la bocca piena di pane. - Ma ne venisse tanta che lavasse via tutto, altrimenti, se ne cade poca, ci fan lavorare lo stesso, questi cani.
Gino addentò pane, burro e acciughe, come sempre da molti mesi, da quando il salario era diminuito. Davanti a lui Sandrino rigirava tra le grosse mani un bicchiere di vino vuoto, Loris leggeva un volantino sui salari ormai consumato dall'essere passato per troppe mani, i capi squadra mangiavano in silenzio facendo tintinnare i cucchiai contro le gavette con la pasta cotta la sera prima. Bernieri, che faceva il vigilante, e aveva la Beretta appesa alla cintura in una custodia di cuoio, passeggiava stancamente trascinandosi le rughe e gli occhi stanchi. Ogni tanto incrociava gli sguardi con qualcuno e sembrava fermarsi, quasi cercasse solidarietà proprio dagli operai che doveva controllare. Bernieri aveva fatto la guerra di Spagna con gli internazionalisti, poi era stato su tutti i fronti ed era tornato a Carrara a Natale del '45 che ormai l'avevano dato per morto. Tornò cambiato, triste che sembrava un cane bastonato, con moglie e figli da mantenere; fu uno dei primi a diventare democristiano e a trovare un buon lavoro.
La moto si arrestò con una rumorosa frenata, provocando una raffica di pietrisco contro dei bidoni pieni d'acqua piovana, facendoli risuonare come una mitraglia. Un uomo ben vestito, completamente fuori luogo nella cava, scese dalla motocicletta, si scosse l'impermeabile impolverato, guardò i presenti e, senza una parola, fece un cenno nell'aria.
Gino s'alzò, portandosi dietro il panino. Sentiva addosso gli occhi di tutti, l'apprensione degli amici e la curiosità degli altri, Bernieri non fece né disse niente, anzi si allontanò quasi subito con il suo abito di rassegnazione.
I due si strinsero la mano e s'allontanarono parallelamente verso il deposito delle funi.
- Cosa c'è, Ovidio? Cosa ti ha spinto fino a qui?
- Brutte nuove. Proprio brutte. I fascisti sono entrati nel governo, e come se non bastasse il re ha affidato l'incarico a Starace.
- Me lo aspettavo...
- Anch'io. A questo punto tutti gli sviluppi sono possibili. Comunque i nostri fascisti hanno intenzione di rioccupare la Casa del Fascio.
- Glielo impediremo, non rifaremo lo stesso errore di sottovalutarli. - Disse Gino duramente.
- Non so se sia una buona idea, corre voce che verranno intraprese rappresaglie politiche. Nessuno è al sicuro.
- Ovidio, anche te rischi grosso. Porta via la famiglia, trasferisciti in Francia. Porta via anche Rina e la mia piccola Floria...
- No, io devo restare. Se anche il colonnello Ovidio Cupini se ne dovesse andare sarebbe un crollo morale per tutta la Carrara antifascista.
- Sei un buon cognato, anche se sei un colonnello, e anche un bravo compagno...
- Sono un mercenario, anche se vecchio. - Gli occhi azzurri gli divennero traslucidi, sospirò lisciandosi i baffi candidi. - Abbiamo cominciato a combattere dal 1919 e non ci siamo mai fermati. Sai, Gino, ad un certo punto mi sarei accontentato della repubblica, di vedere il re in esilio e il fascismo fuori legge, magari vivere in una repubblica laica e socialista, com'era la Cecoslovacchia prima della guerra. E invece questa monarchia che ci opprime ha ritrovato vigore tramite l'appoggio dei cattolici e la spavalderia dei fascisti.
-Perché sei venuto a dirmi questo? Perché sei venuto fin qui da Chiavari?
- Sono partito alle quattro di stamattina. Ti devo parlare d'altro.
- Di cosa?
- Vediamoci stasera all'osteria del ponte, vicino a piazza Alberica. Vieni con Sandro, con Monticelli, con Pietrin il Cileno, e porta anche tuo fratello Loris.
- Va bene.
Ovidio si allontanò, dirigendosi verso la motocicletta. Le prime gocce macchiarono la terra battuta della strada, poi il vento trascinò nei suoi pensieri disegni di gruppi di foglie scarlatte. Gino si vide come in uno specchio. Si vide agli scioperi, da ragazzo, nel '19, quando prese il suo primo stipendio di poche lire. Gli sembrava tanto, una ricchezza infinita, ma scioperò lo stesso per andare a Marina con i cavatori, verso la villa del padrone. Si vide in Canada, poi in Francia con il Fronte Popolare, si guardò riflesso nelle foto dei documenti falsi di quel Silvio Cecconi che era morto affogato. Rivide in quello specchio la locomotiva che trascinava il treno imbandierato di tricolori verso la morte. Le fidanzate coi fazzoletti, le madri che piangevano, la banda che suonava da ore Faccetta Nera e Giovinezza. Si vide tra la folla mentre controllava gli ultimi dettagli, salutando qualche sconosciuto per beffare l'eventuale attenzione delle guardie. Si vide nell'esplosione, tra le fiamme, nella puzza di carne bruciata, lamento tra i lamenti dei mutilati, chiazza tra le chiazze di sangue che erano volate nella campagna di Luni. Si vide vivo e duro tra quei 36 morti che il Regime fascista non poté digerire. Volontari della Falange, sicari per Franco, contadini, studenti, qualche garzone, tutti morti in camicia nera. Poi Madrid, Bilbao e l'assedio dell'Alkazar.
E tutte le visioni in una, Salisburgo, il Brennero, l'Appennino di casa. Tanti morti, e paura di non poter uccidere ancora. Ovidio si allontanava in motocicletta, vecchio anarchico che aveva fatto l'accademia militare, partigiano, eroe ed assassino coi capelli bianchi tirati indietro, i vestiti eleganti e una moglie con due figli che l'aveva rivisto dopo cinque anni. Ovidio si perse nella sua stessa nuvola di polvere, calato come un arcangelo nell'inferno delle cave per annunciare al suo popolo che la guerra non era finita.

Piazza Alberica è un anfiteatro di marmo nel cuore di Carrara. Antica sede del ducato raccoglieva attorno a sé la vera città con i suoi vicoli, le strade buie e umide, i lastricati di marmo, i negozi e le botteghe. La sera girava poca gente, le luci fioche dei lumi filtravano oltre le tende, quasi ci fosse ancora l'oscuramento. Qualche voce incomprensibile rompeva il regolare sciacquio del torrente.
Gino si avviò verso il ponte, guardò la corrente bianca, innaturale, che trasportava al mare i detriti delle segherie. Tolse di tasca un mezzo sigaro e lo accese facendo balenare uno zolfanello contro il parapetto del ponte. Aspirò avido, gonfiando il petto oltre il gilet sbottonato, poi si mise una mano in tasca e ne tirò un bel assieme a cianfrusaglie. Con il palmo ben steso si rimise in tasca pochi centesimi e una lira di carta spiegazzata. Si contò sette pallottole e le rimanenti le ripose nella tasca del gilet. Andò verso un angolo buio il cui lampione era stato vittima delle fionde dei ragazzi, riempì il caricatore, lo infilò nel calcio della walther. La armò, e il colpo occupò la canna vuota con uno scatto secco. Si infilò la pistola alla cintura e provò un languore a percepire quel ferro pesante sugli intestini. Fu come se rivedesse un volto familiare dopo tanto tempo; come quando rivide la sua piccola Floria, a dieci anni, venirgli, dopo che era stato lontano da casa per più di cinque. La piccola attendeva la colonna di partigiani che scendevano dalle cave e corse contro la balilla scoperta urlando. Pietrin, che sventolava la bandiera rossa e nera della C.N.T., la prese al volo e la issò sulla macchina. Gino la guardò, ne assaporò i lineamenti familiari e gli squilli della voce, ma gli sembrò irrimediabilmente anche estranea, indossava vestiti che non aveva mai visto, conosceva cose di cui non aveva alcuna idea.
Gino si diresse verso l'osteria, il vetro che dava sull'esterno era appannato e sporco. Sul muro, scritto con larghe passate di vernice rossa da qualche impavido amante della notte, risaltava "VIVA LE BRIGATE GARIBALDI VIVA STALIN".
Nel locale c'era eccitazione, tutti i tavoli erano occupati, e tre uomini stavano appoggiati al bancone a bere vino rosso. Qualche gruppo tirava le carte per la briscola, ma i più discutevano animatamente. Attraversò il locale, dal brusio generale riusciva a distinguere solo qualche mozzicone di discorso. "Storace capo del governo ...", ". . fascisti sono tornati fuori", "... nessuno, è più al sicuro", "... a Reggio sono scesi in piazza", "... carabinieri", "... sparato sulla folla".
Gino fece un cenno all'oste, questi lo ricambiò con indifferenza. Si diresse verso il retrobottega, scese una rampa di scale e tirò una pesante tenda nera.
- Bene, ci siamo tutti. - Disse Ovidio, tirando una boccata di fumo dalla lunga sigaretta col bocchino. - Siediti.
I volti dei presenti lo fissarono.
- Ci conosciamo quasi tutti. Questi due al mio fianco sono un compagno spagnolo di Burgos e un compagno di Genova. Potete fidarvi di loro come di uno di voi. Loro già vi conoscono, ho provveduto io a descrivervi.
Tamburellò con le dita sulla tavola, fece un giro con lo sguardo dei presenti, soffermandosi sugli occhi di ognuno. Loris tossì facendo risuonare i bronchi come un tronco vuoto.
- La situazione politica la conoscete, specialmente nei nuovi sviluppi. Si è concretizzata l'ipotesi peggiore. Starace è il nuovo capo del governo, e il Re l'ha nominato di sua scelta, senza esserne stato costretto da nessuno. I monarchici hanno quattro ministeri, quattro i democristiani, tre i fascisti e due i liberali. Gli Stati Uniti appoggiano il governo e garantiscono ulteriori aiuti economici al paese, tramite il piano Marshall. Già nelle grandi città ci sono stati gravi fenomeni di repressione. C'è quindi l'intenzione di unire le esperienze della Repubblica Sociale a quelle della monarchia sabauda. O ci disperdiamo, noi come i comunisti, i socialisti e gli altri, o tentiamo una mossa disperata.
Nessuno nella stanza fiatò, le mani immobili, gli occhi fissi, perfino i respiri sembravano essersi fatti sottomessi nell'attesa.
- Tra undici giorni il re, il fascista Starace, Grandi, Bottai, De Gasperi, Gentile, i maggiori dignitari del nuovo regime e della corona, festeggeranno con il generalissimo Franco un trattato politico e commerciale. E' probabilmente l'unica occasione che abbiamo di trovarli raggruppati. Terranno un discorso in piazza De Ferrari, tu, Gino, sai dove si trova. Presumibilmente non ci sarà molta gente ad ascoltarli, solo i più fedeli. Questo comizio sancirà il saldarsi della nuova alleanza politica tra i fascisti e i monarchici. Dovrebbe essere sconfessata, almeno in parte, la congiura dell'otto settembre. Sicuramente Starace sconfesserà qualcosa della R.S.I., e De Gasperi ripudierà pubblicamente la sua passata alleanza con gli altri partiti membri del Comitato di Liberazione Nazionale.
- C'è in atto un piano molto rischioso. Ho parlato con Piero Secchia, che è rientrato clandestinamente in Italia. I comunisti si stanno segretamente organizzando per un'insurrezione si sono ricostituiti quasi completamente i ranghi delle brigate partigiane. Sono state distribuite le armi non consegnate due anni fa, altre ne sono arrivate dalla Jugoslavia, dalla Grecia e dall'Albania.
- Ma quando si muoveranno?- Fece Sandrino concitato.
-Calma, - fece Ovidio, accendendosi un'altra sigaretta.
- Qui arriviamo noi. Secchia ha detto che ci vorrebbe un momento di sbandamento del regime, un vuoto di potere. Tra l'altro una parte dell'esercito sembra essere favorevole all'insurrezione, molti anche tra i tenenti e i capitani. Inoltre truppe sovietiche e jugoslave si stanno concentrando con discrezione vicino a Trieste. Il vuoto di potere dobbiamo procurarlo noi.
- Ma come? - Fece Sandrino.
- Secchia proponeva di compiere un irruzione a Palazzo Ducale, dove si riuniranno, ma presenta troppi rischi e troppe possibilità di fallimento. Io ho escogitato un sistema più efficiente...
- Cioè? - Fecero in coro i carraresi.
- Semplice, li facciamo saltare in aria, e gli facciamo crollare addosso il Palazzo Ducale.
- Va bene, - fece Loris, livido in volto, con le guance tirate e le mani diventate improvvisamente nervose.
- Calma, stai calmo, - fece Gino, smorzandone gli entusiasmi. - Come fai a mettere gli esplosivi, non son mica lapidi, o le rotaie d'un treno...
- A questo punto entrano in funzione loro, - disse Ovidio rivolgendosi ai due forestieri. - Il genovese, che chiamerete Claudio, aveva partecipato ad un tentativo d'attentato a Mussolini, proprio nello stesso punto dove, tra undici giorni, si troveranno i nostri obiettivi. I compagni di Genova scavarono una galleria che partiva da una cantina di salita del Fondaco, una via limitrofa alla piazza. La loro intenzione era di riempirla di esplosivo e far saltare tutto, solo che non fecero in tempo e ne scavarono tredici metri. Compagni, la galleria ha resistito tutti questi anni, è li che attende di essere completata da noi.
Gli uomini si guardarono vicendevolmente, in silenzio, forse assorti nel pensiero insidioso di poter diventare diretti responsabili di un cambiamento cruciale della storia. I bicchieri languivano vuoti, e la bottiglia di grappa nel centro del tavolo era rimasta intatta. La sigaretta di Ovidio si era consumata nel portacenere senza essere stata fumata, i sigari giacevano masticati tra le dita.
- Dicci anche il resto, - disse Gino lacerando la cappa del silenzio che si era formata nella stanza. - So di sicuro che hai già studiato anche i minimi particolari.
- Lo spero. Comunque, domani starete a Genova con un camion di marmo da lavorare. Lo scaricherete in un laboratorio vicino al cimitero di Staglieno, li, a piedi, e separatamente, raggiungerete piazza Banchi. Il compagno che vedete sarà ad attendervi presso una bancarella di libri usati, vi porterà lui alla cantina. Il giorno dopo inizierà lo scarico di un mercantile spagnolo al molo delle Grazie. Francisco, cioè lui, vi consegnerà un carico di generi alimentari che contiene, in realtà, esplosivo. Con dei carrelli lo trasporterete alla cantina. Francisco vi fornirà tre tonnellate di balistiche. Sarà più che sufficiente a non far restare niente in piedi.
- Siete stati chiamati voi, - continuò Ovidio guardandoli, - perché siete estremamente esperti nell'uso dell'esplosivo, perché non siete genovesi, e ben difficilmente qualcuno potrà riconoscervi. All'ora dello scoppio inizierà l'insurrezione in tutte le regioni del centro e nord Italia.
Se l'attentato riuscirà tenteremo la rivolta anche in alcune regione della Spagna, specialmente in quelle del Nord. - Disse Francisco in perfetto italiano. - Tutto dipende da voi, dalla vostra abilità.
- Va bene, disse Gino, - io ci sto. Però ho alcune perplessità da esprimere. Perché non abbiamo saputo niente dei preparativi quando mezza Italia è in armi?
- Perché siamo anarchici. Non c'è altra spiegazione. Il progetto insurrezionale è politicamente gestito dal Partito Comunista e da quello Socialista. Il Partito d'Azione verrà avvertito quando ormai tutti gli avvenimenti diventeranno irreversibili.
- Come in Spagna, - saltò su Sandrino, battendo la mano sul tavolaccio. - Non si può mai sapere fino a che punto fidarsi dei comunisti...
- Calma, - fece Ovidio. - Ora non abbiamo scelta. O facciamo saltare in aria il re e tutti quanti, o ce lo ritroviamo, magari anche in esilio, e con un governo provvisorio.
- Va bene, non c'è tempo. Vedremo dopo, - interruppe Gino, - Io accetto.
- Anch'io, - fece Loris.
Anche gli altri annuirono.
Fuori dall'osteria la notte li accolse gelata; si separarono, per ritrovarsi poi lungo il viale che porta all'Avenza, dove il camion li aspettava. Gino girò attorno al Teatro degli Animosi e scese fino a via Carriona uno stradone isolato che costeggiava il fiume sul lato destro. Si sporse dal parapetto, si guardò attentamente attorno, e gettò l'arma nelle acque del torrente, poi si allontanò con passo spedito. A casa non l'avrebbero visto tornare, non avrebbero detto niente, nè chiesto a nessuno. Forse solo qualche cenno tra le donne, magari tra i banchi del mercato, o alla fila del pane con le tessere in mano, ognuna con il marito lontano. Solo Loris non lasciava nessun di particolare. La sua ragazza avrebbe ballato con qualcun altro, e se lui fosse tornato ne avrebbe sempre trovato una con cui ballare.
Salirono sul camion, Pietrino era già al posto di guida, come del resto faceva ogni giorno per campare.
- Ci rivediamo a Genova, - disse Ovidio avvicinandosi.
- Noi tre arriveremo con il treno. Un'ultima cosa, state attenti. La sicurezza del Re e del governo è stata affidata ad ex agenti dell'O.V.R.A. E voi siete tutti schedati.

Si dovettero fermare a un blocco stradale a Riva Trigoso, sull'ultima discesa del Bracco, La Nuova Milizia guardò distrattamente il carico e li lasciò andare. L'alba li sorprese come un tradimento sul mare di Recco. Pietrino continuava a guidare senza parlare, senza un attimo di rilassamento, a velocità regolare, senza soste, se non quelle strettamente necessarie. Salite e discese, curve e tornanti, e Genova si avvicinava nella sua aria tersa e fredda del mattino che il sole faticava a scaldare.
Alla periferia della città vennero di nuovo fermati. Un reparto misto di soldati e carabinieri li fece scendere, li perquisì e guardò nel camion. La gente che percorreva la strada li osservava, ma senza fermarsi, probabilmente dimenticandosi subito dell'accaduto. Qualche operaio in ritardo calcava i pedali della bicicletta, con la gavetta che sbatteva contro il manubrio con leggero clangore, le donne con le sporte spiavano i prezzi nelle botteghe, nella maggior parte dei casi senza acquistare nulla. Passò un tram sferragliando sulle rotaie.
- Via libera, - fece un giovane carabiniere, salutando marzialmente.
Arrivarono senza intoppi fino a Staglieno, risalirono per un breve tratto il letto olezzante del Bisagno, percorrendo la valle fino ai pressi del cimitero. L'uomo che li attendeva al laboratorio non li degnò di grande considerazione, con velocità li aiutò a scaricare, e li congedò con poche parole in dialetto.
- La sapete la strada? - disse il genovese a Gino, a bassa voce.
- Si.
- Buona fortuna.
Gino raggiunse gli altri che si erano già allontanati. Il camion lo avevano abbandonato nel viale che porta al cimitero monumentale, assieme ad altri. Si girò verso l'officina e vide il genovese sulla porta della bottega che non distoglieva lo sguardo da loro. Continuò a camminare e a voltarsi, fino a quando i calzonacci blu, tenuti su da uno spago, e la camicia a scacchi dell'uomo non si trascolarono in una macchia indistinta.
Da li a poco si divisero. Gino veniva seguito a distanza da suo fratello. Attraversò piazza della Vittoria, due file di brutti palazzi, enormi e quadrati, ne chiudevano i lati, in mezzo erano ancora transennati i resti marmorei dell'arco della patria distrutto da una bomba. La piazza, fatta costruire da Mussolini come monumento architettonico del fascismo ricordava la carcassa di un capodoglio agonizzante, arenatosi sulla spiaggia a causa delle correnti e della pazzia. Quella piazza, come altre, era stata gremita; la folla aveva invocato guerra al suo duce e l'aveva avuta. Solo i bombardamenti, la fame e la disfatta avevano portato quelle masse prima agli scioperi, poi alla resistenza. Gino ricordava quando, dopo un agguato sull'appennino, avevano catturato una decina di repubblicani del battaglione Monterosa e tre cecoslovacchi in divisa di fanteria tedesca. Di quei fascisti subito cinque chiesero di poter combattere con loro, buttarono le divise e si dichiararono antifascisti; altrettanto fecero i cechi, facendo capire di essere stati costretti ad arruolarsi. Gli stranieri vennero integrati quasi subito nei corpi operativi, e due di loro morirono combattendo a Sarzana, durante una rischiosa operazione di sabotaggio. Gli italiani vennero inseriti gradualmente nella brigata, e si comportarono correttamente fino alla Liberazione. Così, pensava Gino mentre saliva verso Carignano, avevano fatto molti italiani che addormentandosi fascisti si svegliarono improvvisamente antifascisti.
Il ponte di Ravecca collegava la zona ricca di Carignano a quella più popolare di Campo Pisano. Alla sua sinistra Gino intravedeva i moli di porta Sibaria, le navi all'attracco e le frotte di camalli, che con le ceste provvedevano allo scarico. Questa è la Genova che non ha mai abbassato la testa, pensava, loro e gli operai metallurgici dell'Ansaldo, loro che hanno difeso metro per metro le banchine e le attrezzature dalla rappresaglia dei nazifascisti, loro che non andarono mai ad applaudire il duce, o il re o altri fantocci. Loro non moriranno di certo in piazza De Ferrari. Loro già avranno aperto le botole con le vecchie armi della guerra e attendono, ancora una volta, il giorno dell'insurrezione.
In piazza Banchi, Claudio contrattava, presso una bancarella di libri usati, il prezzo con un cliente. Dispersi per la piazza c'erano gli altri convenuti all'appuntamento. Monticelli stava seduto sulle scale di una chiesa, immerso nella lettura di un quotidiano, Pietrino, invece, faceva capolino dalla porta di un'osteria con un bicchiere in mano. Claudio fece un cenno ad una donna che prese a sostituirlo sul banco, attraversò la piazza e s'infilò in un vicolo stretto e buio; gli altri, in ordine sparso, lo seguirono Camminarono in leggera salita; tra le case in degrado dai cui portoni filtrava il chiacchiericcio di qualche prostituta; per terra i lastroni grigi che costituivano il selciato erano bagnati dalla pioggia leggera. Le case alte, vicine e continue, ritagliavano una sottile fetta di cielo da cui si vedevano le rapide incursioni delle nuvole. La città vecchia era ancora ferita dai bombardamenti degli Alleati sul porto; molte erano le case sbarrate, una completamente sventrata irradiava luce nel vicolo attraverso le finestre sfondate. Cumoli di macerie intralciavano il raro intercedere dei passanti. Arrivarono quasi alla fine del vicolo quando Claudio s'infilò in un palazzo. Scese una doppia rampa di scale e, al buio, apri una rumorosa serratura. Si trovarono riuniti alla fioca luce di una lampada a petrolio.
- Eccoci, - fece Claudio. - Siamo arrivati, Qui a fianco c'è la galleria.
Claudio entrò in una camera attigua, e gli altri lo seguirono.
- Abbiamo tolto la terra che occupava quasi completamente l'altra stanza, tanto nessuno fa caso a un trasporto di macerie. Inoltre abbiamo consolidato la galleria. Siccome siete in tanti abbiamo fatto un buco nel muro e ci siamo estesi in altre due cantine attigue. Non vi preoccupate, entrambi i proprietari sono morti e nessuno verrà a reclamarle. Lì abbiamo sistemato i posti per dormire e per mangiare. Una volta arrivato l'esplosivo non uscirete più di qui se non il giorno del comizio. Penserò io a farvi uscire da Genova.
- Seguitemi, - Claudio si allontanò, facendo oscillare la lampada e proiettando le ombre sul muro.
Il silenzio era assoluto, Gino guardò i suoi compagni i cui lineamenti sembravano una corrida di ombre sfuggenti; Loris tossiva, come sempre, e lo sentiva gemere sotto i colpi secchi.
- Qui, da questo buco nel pavimento, si va in una camera sotterranea. Si tratta di una vecchia cisterna che abbiamo scoperto recentemente, la potete usare per i detriti dello scavo. Mettete sempre una sentinella, non si sa mai.
Intanto gli occhi si erano abituati alla penombra e le cose iniziavano a risaltare nei loro contorni. C'erano delle casse e per terra un unico pagliericcio con delle coperte ripiegate. Su un lato si poteva distinguere qualche fiasco.
- Chi si occupava dello scavo? - Chiese Claudio.
- Io, - fece Monticelli, avanzando di un passo. - Ho lavorato alla costruzione dei tunnel dei carrelli della ferrovia marmifera.
- Bene, vieni con me. Ti consegno il progetto.
Sandrino si avvicinò, si potevano vedere le grosse mani che si sfregavano tra loro.
- Allora siamo in ballo, come sempre...
- Già, - rispose Gino, chiudendo il discorso.

Il mare sembrava stagnare nelle acque calme del porto. Gino, seduto su una bitta di ferro, cercava di intravedere qualche pesce nuotare nell'acqua torbida. Tutto quello che il mare riusciva ad infilare tra i moli del porto rimaneva lì, bloccato per sempre, come un corpo nero che riuscisse ad assorbire la luce con voracità infinita. Pezzi di legno, erbacce sradicate chissà dove, latte vuote, detriti d'ogni genere e macchie oleose erano i componenti di una geometria mutevole che cambiava lentamente i propri particolari al ritmo dei rimorchiatori. Uno sciacquio impercettibile cadenzava la carezza del mare contro le banchine, un'alga traslucida avvinghiata ad una catena sembrava fremere, quasi respirasse.
La Trinidad, un vecchio rottame spagnolo adibito a mercantile, aveva appena espletato tutte le formalità d'attracco con una lentezza esasperante. I finanzieri erano saliti in coppia, con i moschetti a tracolla, e ne erano scesi dopo mezz'ora. Le gomene tese che attraccavano le navi facevano sembrare il molo delle Grazie un immenso sipario; poco lontano, sotto un pergolato fitto di vite americana, alcuni camalli aspettavano l'inizio delle operazioni di sbarco.
Francisco scese dalla passerella della nave con apparente noncuranza. Il capo squadra dei camalli, un uomo robusto e abbronzato, la cui pancia debordava spropositatamente dalla maglietta a righe bianche e blu, prese accordi con Francisco che sembrava svolgere le funzioni del capitano.
Le operazioni di sbarco iniziarono celermente, i camalli, con delle ceste di vimini e i ganci appesi alla cintura, entrarono nella stiva; Gino e gli altri li seguirono. I genovesi non li degnarono di uno sguardo, probabilmente erano stati preavvertiti della loro presenza. Una volta sulla nave Francisco si recò in una parte della stiva dove indicò loro, con un cenno della testa, dov'era la merce da portar via. Le operazioni di scarico si svolsero senza intoppi, i camalli gli si misero intorno ogni volta che transitavano attraverso il varco portuale delle Grazie, creando un minimo di confusione, e i finanzieri non sembrarono notarli. Non era ancora mezzogiorno che l'esplosivo era stato riposto con cura in una delle stanze.
- Maledizione, - disse Sandrino. - Ora dovrò proprio smettere di fumare.

I giorni passarono lenti, si distendevano come elastici tra una notte insonne e l'altra. Il caldo soffocante del respiro di troppe persone, la noia, l'attesa, snervavano a tal punto che tutti accettavano a malincuore il turno di riposo dopo lo scavo. Nessuno parlava, se non per emettere qualche parola secca, un ordine, una richiesta, un'imprecazione. Il tunnel finì in anticipo, le puntellature e le rifiniture si fecero maniacali, aprendo le casse una alla volta, controllando i pani e lo stato della carta oleosa che li ricopriva; la miccia fu agganciata da Gino e, per la prima volta dopo innumerevoli volte, non lo faceva di fretta. Quante volte in cava, magari appeso ad una corda, aveva fatto l'artificiere, il lavoro da operaio meglio pagato in tutta Carrara, l'unico lavoro che suo padre aveva saputo insegnarli per contrastare la miseria. Un lavoro che aveva continuato a svolgere dovunque, sia in Spagna che in Italia. Un lavoro per Pezzica, come una firma; un lavoro che solo con l'amnistia aveva potuto riprendere in cava. E il lavoro continuava, da vero anarchico dei romanzi d'appendice, si era trovato a legare le sue idee e le sue passioni allo sfrigolare della miccia. Con l'avvento del fascismo, la sua breve estate sindacale si oscurò subito del fiato pesante della clandestinità.
Gino tornò indietro, strisciando nel cunicolo buio, dietro di sé scorgeva il debole chiarore, udiva qualche rumore frammentario o un sospiro più profondo dell'usuale.
- Ora dobbiamo solo attendere. - Disse Gino, tenendosi la schiena indolenzita con le mani. - Tutto è a posto.
- Se solo potessimo uscire, - incalzò Loris. - Siamo come topi in trappola. E se fuori il palco è stato spostato? Se c'è stata una spiata? Tutti i movimenti organizzativi per l'insurrezione non possono essere passati inosservati agli agenti del 'O.V.R.A.
- No, non può essere così. - Disse Monticelli, tirandosi a sedere sul pagliericcio. - Noi saremmo i primi a scoprire se qualcosa è andato storto. Ci verrebbero subito a prendere. Gente come noi non se la lasciano sfuggire un'altra volta.
- Comunque io non la digerisco questa emarginazione. - Aggiunse Sandrino. - Ci hanno tenuto all'oscuro di tutto, ci mandano qui in questo buco infarcito di esplosivo, e forse siamo gli unici libertari a sapere quello che sta succedendo. Siamo stati sfruttati per un colpo di stato stalinista, nient'altro.
- Sì, - disse amaro Gino. - E' vero. Ma non abbiamo altra possibilità. Io non vedo questa azione come parte di un progetto di cui noi facciamo parte. Vedo questa azione come un atto di giustizia libertaria, contro un re che non ha esitato a passare di alleanza dal nazi-fascismo all'America, poi di nuovo fascisti con democristiani. Questa monarchia ha la responsabilità dell'avvento del suo fascismo, dei massacri di soldati inermi dopo l'otto settembre, della repressione nel sangue di tutte le lotte dei lavoratori perla loro emancipazione. Non me ne frega un canchero di niente di Stalin, di Togliatti, del P.C.I., di quello che faranno gli americani, questo che starà qui sopra è solo un re, come tanti altri, con lui c'è Franco, e ci sono altri a cui questi stanno bene. Quindi io sto qua, e all'ora convenuta accendo fuoco alla miccia, a costo di legarmici assieme.
- Hai ragione, - proruppe Sandrino con enfasi. - Nessuna pietà per chi ci ha saldato addosso queste catene.

 - Oh! Sono Ovidio.
La voce scivolò giù dai gradini fino a rimbombare nella stanza del pagliericcio.
- Ma cosa fate, dormite. Su, in piedi.
- Oh, canchero d'un Cupini, - bofonchiò Pietrino - L'unica volta che si dormiva bene...
- Su, sveglia. Vi devo parlare. - Ovidio si sedette su una cassa. - Se mi fossi immaginato che foste così rincoglioniti vi portavo un bricco di caffè...
- Magari, colonnello. Magari ... - fece eco dal fondo Monticelli - Qui non si mangia che panetti.
Ovidio era vestito in modo impeccabile. Il lungo impermeabile grigio gli scendeva quasi fino alle scarpe; lo teneva abbottonato quasi fino in cima. Al collo portava un foulard rosso che gli svolazzava dietro la schiena. Si tolse il cappello di feltro e si passò una mano tra i capelli bianchi tirati all'indietro.
-Allora, - fece Gino, tirando uno sbadiglio. - Cosa c'è?
- E' tutto pronto?
- Sì, da tre giorni.
- Ne ero sicuro. Bene. - Ovidio sospirò. - Posso fumare?
- No, meglio di no. A meno che tu non voglia vedere in anticipo i fuochi d'artificio...
- Già. Allora, cosa vi dovevo dire? - Si fermò un attimo. - Tutto è confermato, la nazione sembra essere calma. Domani, alle dieci e cinquanta, si procederà a concludere l'azione. Non siete tutti necessari qui, anzi in troppi sarete d'intralcio per la fuga. Qui rimarremo io e Gino, gli altri troveranno Claudio qui fuori, che vi porterà al sicuro.
- E poi cosa faremo? - Fece Sandrino. - Non ci uniremo alla lotta?
- Se volete, ma dovrete unirvi alle formazioni del P.C.I. Non esiste alcuna brigata di anarchici, che io sappia.
- La faremo noi. Dovremo tornare subito a Carrara ...
- No, meglio fare bene questa azione. Poi si vedrà.
- Quando dobbiamo sparire? - Chiese Loris.
-Ora.
Gli uomini si salutarono, qualcuno abbracciò i due rimasti, poi i passi si allontanarono risalendo le scale e solo il silenzio rimase nelle cantine.
-Davvero non si può fumare?-Chiese Ovidio, rompendo un silenzio che minacciava di protrarsi indefinitivamente.
- Beh, se proprio non ti metti sopra la miccia...

 - Mancano venti minuti, - Ovidio proferì queste parole dopo una mattinata in cui non aveva fatto altro che tirare fuori dal taschino l'orologio.
- Li senti i rumori, là fuori? - Fece Gino gravemente.
-Sì.
- Deve esserci molta gente. Sento un clamore continuo. Anche molti applausi
- Forse. - Ovidio si avvicinò. - Senti cognato, ho ancora due sigarette. Ce le accendiamo?
- Ma sì, - disse ridendo. - Che male può farci?
Ovidio gli allungò la sigaretta, poi fece brillare un fiammifero strofinandolo contro il muro. Un lieve filo di fumo argenteo danzò nell'aria ferma e putrida della stanza.
- Ho qualcosa per te. - Ovidio estrasse dalla borsa una rivoltella. - Questa ci servirà per fuggire, nel caso dovessero fermarci. E' un'arma cecoslovacca, sette colpi calibro 7,62. E' già carica.
Gino la prese, la soppesò; tirando il perno dell'espulsore fece scivolare di lato il tamburo. I sette bossoli rilussero, poi uno scatto secco armò il revolver. Ormai solo un lieve gonfiore alla cintura poteva segnalarne la presenza.
- Altri proiettili li hai?
Una manciata di bronzo viaggiò rapidamente da una tasca all'altra.
- Mancano dieci minuti.
Gino parlò senza la minima inflessione emozionale. Quella frase gli aveva permeato la coscienza per tutta quella vicenda, gli aveva tenuto compagnia durante l'inedia; poco alla volta, come un cancro che rode un organo dopo l'altro, aveva insidiato e contaminato tutti i suoi pensieri e i suoi ricordi. Le riflessioni ideali, le giustificazioni e gli affetti si erano come estinti, si erano ritirati impauriti di fronte allo sfrigolare della miccia. Come fantasmi, o come sogni, erano avvizziti alle prime luci dell'alba.
- Mancano dieci minuti. - Fece eco Ovidio, avvicinandosi al cunicolo. Si chinò, stringendosi le palpebre per distinguere qualche particolare nel buio, poi si risollevò.
- Cognato, la sai una cosa?
- Cosa? - Rispose Gino immobilizzandosi.
- Ne hai persi molti di capelli, durante questi anni.
- Dio canchero, fatti di lato. Non è il caso di scherzare.
Gino si inginocchiò, trovò la miccia e la prese tra le mani. Avvicinò la sigaretta, e nella stanza si ingiganti il rumore della fiamma che divorava la corda.
- E tanti saluti alla famiglia reale.
Salirono rapidamente le scale a tre gradini alla volta. La luce di quella bella mattina li ferì, l'aria odorava di mare e gli applausi e gli strepiti della folla si ingigantivano sempre di più. Uscirono sul vicolo proprio dietro ad un gruppo di carabinieri. Corsero in discesa nel vicolo vuoto. Forse un'intimazione d'arresto gli corse dietro. Svoltarono verso vico degli Indoratori dove un uomo in impermeabile gli si parò davanti.
- Ehi, fermi. - L'uomo estrasse una pistola mentre con la sinistra riusciva ad agganciare Ovidio per un braccio.
Gino puntò il revolver contro il collo dell'uomo e sparò tre colpi. Il corpo s'accasciò come un sacco vuoto sul lastricato.
Un colpo di moschetto scheggiò una porta al suo fianco. Ovidio prese a sparare e un militare cadde oltre l'angolo della discesa.
Ripresero a correre e, sempre inseguiti, svoltavano ogni volta che gli era possibile, sempre andando in discesa cercando di arrivare al porto. Ovidio grondava di sangue, l'impermeabile si era probabilmente impregnato delle ferite dell'uomo che aveva tentato di fermarli.
Ormai aveva dietro un folto gruppo di inseguitori, gli spari si erano moltiplicati mentre le ovazioni della piazza si erano quasi assopite.
- Di qua. - Un braccio tirò Gino verso un vicolo laterale.
- Presto. A questi ci pensiamo noi.
Gino fece appena in tempo a riconoscere Claudio, il genovese con i baffi che li aveva portati nelle cantine; con lui c'erano una mezza dozzina di uomini armati con fucili mitragliatori. Ripresero a correre mentre dietro di loro con il gruppo di partigiani intercettava gli inseguitori. Si udirono distintamente scariche di mitra e anche la botta di una bomba a mano. Intanto i vicoli si erano animati, drappelli di uomini e donne armati, che avevano stretto un cerchio attorno alla piazza, attendevano il segnale dell'insurrezione.
- Fermiamoci. - Ansimò Ovidio. - Non ha più senso scappare. Ormai è fatta.
Un boato squassò la città vecchia come un tuono, come un'enorme frana, come un terremoto. Il vicolo sembrò tremare, fu come se la città fosse attraversata da una scarica elettrica.
Gino e Ovidio si abbracciarono. Il sudore, il sangue, i capelli impolverati si mischiarono.
- Lo sapevo che ce l'avresti fatta. - Sussurò Ovidio. - Lo sapevo
- Ehi, carraresi. - Un ragazzo con un fazzoletto rosso al collo li chiamò. - Ehi, carraresi, tutti vi cercano. Venite con me.
I due lo seguirono; in lontananza il silenzio che era calato sul centro storico veniva squarciato da spari in lontananza.
I gruppi armati procedevano regolari, scaglionati. Non si vedevano cadaveri o segni di scontri, probabilmente la conquista era stata incruenta. Piazza Caricamento era presidiata, colonne di camion partigiani transitavano verso levante. Sul porto sventolava già la bandiera rossa.

Il peschereccio filava verso levante, la tramontana spirava forte pulendo il cielo dalla nuvolaglia. I marinai taciturni accudivano alle operazioni della nave come se, appoggiati al parapetto della prua, respiravano gli spruzzi.
- Hai letto Moby Dick? - Chiese Ovidio.
- No, non ne ho mai avuto il tempo.
- Ricordo di avertelo regalato, forse dieci anni fa.
- Già. Mi ricordo che Floria era nata da poco. Comunque so di cosa parla.
- Ad un certo punto qualcuno, ora non ricordo più se fosse Ismaele, o qualcun'altro, descrive il piacere che si prova a stare sull'estrema prua della nave, il piacere di respirare l'aria prima di qualunque altro...
- Non solo, ma diventi la prua della nave, ti sembra di solcare il mare, di creare tu stesso la scia. E' quel piacere sottile che si prova a calpestare un manto di neve per primi
- Sì, sono cose belle, anche se non si comprende il perché.
- Colonnello, - interruppe un marinaio. - Abbiamo intercettato un radiogiornale del Comitato di Liberazione.
- Veniamo.
Scesero sottocoperta e il gracchiare dell'enorme radio coprì i rumori del mare.
- ...Truppe di liberazione sovietico-jugoslave hanno varcato il confine e si sono attestate sulla linea di Verona, Padova e Ferrara. Nelle maggiori città del nord e dell'Italia centrale l'insurrezione ha avuto successo. Combattenti piuttosto violenti si stanno svolgendo a Torino, dove le truppe di liberazione hanno incontrato una resistenza molto forte. Da Genova, invece, non si hanno ancora notizie precise sulla sorte del re, del capo del governo, del generalissimo Franco e dei maggiori rappresentanti dei partiti di governo. Sono sempre più numerose le voci che parlano di una forte esplosione che pare essere avvenuta immediatamente prima dell'inizio dell'insurrezione. A Roma scontri di non grande intensità si registrano per le strade della capitale e tutti i principali apparati della nazione sono sotto controllo delle forze di liberazione.
- Facciamo appello a tutte le forze repubblicane e antifasciste di presentarsi ai centri di raccolta presso le sedi del Partito Comunista Italiano per fornire il loro contributo al ristabilirsi della pace e della giustizia...
Ovidio girò l'interruttore e spense la radio. I marinai, raccolti sotto coperta, avevano ascoltato in silenzio il comunicato. Qualcuno fumava nervosamente.
- Attracchiamo a Sestri Levante tra mezz'ora. - Fece il comandante interrompendo le riflessioni di tutti i presenti.
I marinai tornarono sul ponte; solo Gino ed Ovidio rimasero nella stanza. Il lume a petrolio oscillava lentamente, seguendo il bordeggio della nave; le ombre, stagliate contro la parete, danzavano irrequiete sembrando mostri.
- Sembri invecchiato, - disse Gino. - Per la prima volta, da quando ti conosco, mi sembra di percepire che il tempo passa anche per te.
- Passa, passa anche troppo velocemente. Forse fugge più rapidamente per noi che per gli altri. E' tutto finito. Finita la guerra, finita la pace, finita l'insurrezione. Tutto finisce. Ad un certo punto ti giri indietro e scopri che una catena di avvenimenti sterminata è trascorsa. Ti rendi conto, come in questo momento, che non potrà più accadere nulla. Abbiamo ucciso il re, Franco, una serie di ministri e moriremo con questo segreto. Tutto quello che faremo d'ora in poi sarà sempre troppo piccolo in confronto a questo.
- Forse non ti rendi conto quanto siamo ancora lontani dal vedere realizzati quei principi di libertà che abbiamo sempre desiderato.
- Piccoli passi. Puoi vederla così, se vuoi. Alle cave hai lottato anche per piccole cose: un salario più alto, la riduzione della giornata di lavoro, le condizioni più sicure...
- Piccole cose...
Uscirono all'aria della sera per vedere il porto che si avvicinava. La terra si faceva sempre più vicina, e il confuso ammasso scuro si fece sempre più distinto; alberi, case con le loro luci, fumi che sfuggivano dai camini, sembrava che non fosse accaduto nulla. Le macchine del peschereccio si fermarono con un sussulto e l'imbarcazione procedette per inerzia verso il porto, fendendo le acque di calma. Qualcuno, da un gruppo di uomini fermo sul molo, levò un braccio in segno di saluto.