In
piazza Farini c'era grande fermento; gli uomini, raccolti in crocchi, parlavano
fittamente tra loro. Era domenica mattina, la prima con un clima estivo,
dopo una primavera che era stata fredda e piovosa. La popolazione di Carrara
era divisa, come da sempre: le donne in casa, a preparare il pranzo, dopo
una settimana di lavoro in cui gli uomini mangiavano alle cave e tornavano
solo per dormire; i bambini a giocare sul greto del Carriona, a fare guerra
a colpi di sassate, o sfidandosi alla palla nel campo dell'oratorio; gli
uomini, invece, erano tutti in piazza Farini, a gremire gli spazi, divisi,
a loro volta, a seconda delle differenze politiche.
Quelli del Partito d'Azione
stavano dalla strada del cavallino, non lontani dai socialisti. I comunisti
erano assisi sotto i portici del Teatro
Verdi, ed erano gli unici
che potevano continuare a discutere con il cattivo tempo. Gli anarchici,
invece, si erano attestati da generazioni nei pressi della fontana del
cinghiale.
Ma quel giorno, 2 giugno
1947, il giardino zoologico non era la completo. Mancavano infatti alcune
delle razze più rappresentative.
Non c'erano i monarchici,
che si consideravano i nobili ed umani vincitori del dopoguerra, generalmente
benestanti, padroni delle cave, delle segherie e delle officine, o avidi
negozianti che avevano fatto fortuna con la borsa nera; arrivavano in piazza
sempre ben vestiti, con il giornale intonso ripiegato sotto il braccio,
lavati e profumati. Stavano a parlottare tra loro, decidevano i salari
e le compravendite. I cattolici, che si erano tutti riscoperti monarchici,
facevano solo una rapida sortita, poi le campane delle parrocchie li chiamavano
a raccolta per la messa. Infine i fascisti che, smessi i panni da repubblichini
e rapidamente dimenticato l'otto settembre, cercavano di entrare nel governo
e si erigevano a difensori delle nobiltà e della religione. Questi
erano quasi tutti avanzi di galera, molti scampati ai plotoni d'esecuzione
dei partigiani, ed erano tornati in libertà giusto per votare al
referendum, grazie all'amnistia di Umberto II. Di solito si piazzavano
in uno slargo di una via laterale, davanti ad un caffè, e arrivavano
in gruppo, quasi temessero di trovarsi da soli in mezzo agli altri.
Solitamente i gruppi si
guardavano in cagnesco, ma quel giorno tutti studiavano quelle parti eccezionalmente
vuote.
Come ad un segnale convenuto
un gruppo di una decina di comunisti scese le scale del teatro, attraversò
la piazza tra la curiosità di tutti, e si diresse verso la statua
del cinghiale.
Gli uomini si fronteggiarono
in silenzio, chi aspirava avide zaffate di sigaro, chi si calava la tesa
del cappello, chi si martoriava la barba. Poi Menconi si staccò
dal gruppo dei comunisti, avanzò di qualche passo nell'immobilismo
generale, e lanciò il sigaro smangiato sul lastricato di marmo,
con un gesto di stizza.
- Pezzica, - disse a voce
normale, ma trattenendo la rabbia che gli gonfiava addirittura il collo.
- Pezzica, lo so, siete stati voi...
Gino Pezzica gli si fece
vicino, spense il sigaro sulla corteccia di un albero, e lo fissò
corrugato.
- Perché ti disperi
tanto della statuina dei padroni? Sei forse offeso perché non ti
hanno invitato all'inaugurazione tra i preti, i fascisti e i monarchici,
con tanto di conte in testa?
- Non dovevate, - sibilò
Menconi. - Non è stato altro che un inutile atto dimostrativo da
cui non ci verrà nessuna utilità. Che ci scatenerà
dietro di nuovo polizia e che inciderà negativamente sul nuovo contratto
delle cave.
- E bravo Menconi, mi hai
detto le stesse cose nel '37, prima di partire per la Spagna. Sei stato
un anno a piangere su quel treno di volontari fascisti saltato in aria
a Sarzana. Fosse stato per te quelli si sarebbero imbarcati, e magari a
Guadalajara ce li saremmo trovati davanti, però vivi.
- Non siamo più nelle
Brigate Internazionali, ora la situazione è diversa. I fascisti
non la fanno più da padroni...
- La fanno da padroni i
ricchi e i borghesi, come sempre. - Interruppe Loris, rosso in volto. -
E voi, quando si aveva ancora le armi, le avete riconsegnate. Avevamo in
mano combattendo, e Togliatti l'ha messa su un piatto d'argento, bella
pronta per gli americani, i monarchici, per De Gasperi e per il ritorno
dei fascisti... Bella farsa quella del referendum vai, vai su per Roma,
che ci sono ancora i pezzi dell'esplosione. Noi non ci siamo mica arresi.
- Stai zitto, - lo interruppe
Gino, serrandogli il polso con una mano. - E' inutile parlare, è
dal '21 che stiamo a discutere.
- Pezzica, sentimi bene.
C'è il pericolo di una nuova repressione. I fascisti potrebbero
entrare nel governo con De Gasperi, oppure il P.C.I. potrebbe tornare legale
e alle prossime elezioni diventare il partito di maggioranza...
- Ma quale maggioranza,
come puoi solo pensare al re Umberto II e a Togliatti come capo del governo.
Per il P.C.I. è finita, sarà meglio che Togliatti rimanga
in Russia, se no questi lo mettono al muro.
- Vedremo. Intanto da Massa
stanno arrivando i carabinieri a cavallo; e cercano voi.
I gruppi si separarono,
e l'aria sopra la piazza rimase sospesa, come un impalpabile aerostato;
gli uomini ormai attendevano solo che il rumore degli zoccolo lungo la
salita mandasse tutti a casa.
Il cielo minacciava brutto
tempo, i nembi neri si accumulavano sopra le cave giocando a far notte.
Da poco suonata la sirena dell'intervallo i cavatori si erano riuniti attorno
ai tavolacci all'aperto per mangiare. Gino si sedette sulla panca ancora
impolverato di marmo, si srotolò la camicia quadrettata fino ai
polsi e fece un mucchietto di detriti impalpabili.
- Quella porcheria ce la
respiriamo, - bofonchiò Tonarelli, detto il prete perché
vestiva sempre di nero, e che non smetteva mai un fiocco sgualcito annodato
al collo. - Dio lai, se mi aprono i polmoni me li trovo bianchi come una
trippa slavata.
Gino non gli rispose neppure,
con piccoli movimenti della mano fece cadere il mucchietto giù dalla
tavolaccia. Su dai Ponti di Vara, intanto, arrancava sbuffando una motocicletta.
- Almeno piovesse, dio lai,
- continuò Tonarelli, parlando con la bocca piena di pane. - Ma
ne venisse tanta che lavasse via tutto, altrimenti, se ne cade poca, ci
fan lavorare lo stesso, questi cani.
Gino addentò pane,
burro e acciughe, come sempre da molti mesi, da quando il salario era diminuito.
Davanti a lui Sandrino rigirava tra le grosse mani un bicchiere di vino
vuoto, Loris leggeva un volantino sui salari ormai consumato dall'essere
passato per troppe mani, i capi squadra mangiavano in silenzio facendo
tintinnare i cucchiai contro le gavette con la pasta cotta la sera prima.
Bernieri, che faceva il vigilante, e aveva la Beretta appesa alla cintura
in una custodia di cuoio, passeggiava stancamente trascinandosi le rughe
e gli occhi stanchi. Ogni tanto incrociava gli sguardi con qualcuno e sembrava
fermarsi, quasi cercasse solidarietà proprio dagli operai che doveva
controllare. Bernieri aveva fatto la guerra di Spagna con gli internazionalisti,
poi era stato su tutti i fronti ed era tornato a Carrara a Natale del '45
che ormai l'avevano dato per morto. Tornò cambiato, triste che sembrava
un cane bastonato, con moglie e figli da mantenere; fu uno dei primi a
diventare democristiano e a trovare un buon lavoro.
La moto si arrestò
con una rumorosa frenata, provocando una raffica di pietrisco contro dei
bidoni pieni d'acqua piovana, facendoli risuonare come una mitraglia. Un
uomo ben vestito, completamente fuori luogo nella cava, scese dalla motocicletta,
si scosse l'impermeabile impolverato, guardò i presenti e, senza
una parola, fece un cenno nell'aria.
Gino s'alzò, portandosi
dietro il panino. Sentiva addosso gli occhi di tutti, l'apprensione degli
amici e la curiosità degli altri, Bernieri non fece né disse
niente, anzi si allontanò quasi subito con il suo abito di rassegnazione.
I due si strinsero la mano
e s'allontanarono parallelamente verso il deposito delle funi.
- Cosa c'è, Ovidio?
Cosa ti ha spinto fino a qui?
- Brutte nuove. Proprio
brutte. I fascisti sono entrati nel governo, e come se non bastasse il
re ha affidato l'incarico a Starace.
- Me lo aspettavo...
- Anch'io. A questo punto
tutti gli sviluppi sono possibili. Comunque i nostri fascisti hanno intenzione
di rioccupare la Casa del Fascio.
- Glielo impediremo, non
rifaremo lo stesso errore di sottovalutarli. - Disse Gino duramente.
- Non so se sia una buona
idea, corre voce che verranno intraprese rappresaglie politiche. Nessuno
è al sicuro.
- Ovidio, anche te rischi
grosso. Porta via la famiglia, trasferisciti in Francia. Porta via anche
Rina e la mia piccola Floria...
- No, io devo restare. Se
anche il colonnello Ovidio Cupini se ne dovesse andare sarebbe un crollo
morale per tutta la Carrara antifascista.
- Sei un buon cognato, anche
se sei un colonnello, e anche un bravo compagno...
- Sono un mercenario, anche
se vecchio. - Gli occhi azzurri gli divennero traslucidi, sospirò
lisciandosi i baffi candidi. - Abbiamo cominciato a combattere dal 1919
e non ci siamo mai fermati. Sai, Gino, ad un certo punto mi sarei accontentato
della repubblica, di vedere il re in esilio e il fascismo fuori legge,
magari vivere in una repubblica laica e socialista, com'era la Cecoslovacchia
prima della guerra. E invece questa monarchia che ci opprime ha ritrovato
vigore tramite l'appoggio dei cattolici e la spavalderia dei fascisti.
-Perché sei venuto
a dirmi questo? Perché sei venuto fin qui da Chiavari?
- Sono partito alle quattro
di stamattina. Ti devo parlare d'altro.
- Di cosa?
- Vediamoci stasera all'osteria
del ponte, vicino a piazza Alberica. Vieni con Sandro, con Monticelli,
con Pietrin il Cileno, e porta anche tuo fratello Loris.
- Va bene.
Ovidio si allontanò,
dirigendosi verso la motocicletta. Le prime gocce macchiarono la terra
battuta della strada, poi il vento trascinò nei suoi pensieri disegni
di gruppi di foglie scarlatte. Gino si vide come in uno specchio. Si vide
agli scioperi, da ragazzo, nel '19, quando prese il suo primo stipendio
di poche lire. Gli sembrava tanto, una ricchezza infinita, ma scioperò
lo stesso per andare a Marina con i cavatori, verso la villa del padrone.
Si vide in Canada, poi in Francia con il Fronte Popolare, si guardò
riflesso nelle foto dei documenti falsi di quel Silvio Cecconi che era
morto affogato. Rivide in quello specchio la locomotiva che trascinava
il treno imbandierato di tricolori verso la morte. Le fidanzate coi fazzoletti,
le madri che piangevano, la banda che suonava da ore Faccetta Nera e Giovinezza.
Si vide tra la folla mentre controllava gli ultimi dettagli, salutando
qualche sconosciuto per beffare l'eventuale attenzione delle guardie. Si
vide nell'esplosione, tra le fiamme, nella puzza di carne bruciata, lamento
tra i lamenti dei mutilati, chiazza tra le chiazze di sangue che erano
volate nella campagna di Luni. Si vide vivo e duro tra quei 36 morti che
il Regime fascista non poté digerire. Volontari della Falange, sicari
per Franco, contadini, studenti, qualche garzone, tutti morti in camicia
nera. Poi Madrid, Bilbao e l'assedio dell'Alkazar.
E tutte le visioni in una,
Salisburgo, il Brennero, l'Appennino di casa. Tanti morti, e paura di non
poter uccidere ancora. Ovidio si allontanava in motocicletta, vecchio anarchico
che aveva fatto l'accademia militare, partigiano, eroe ed assassino coi
capelli bianchi tirati indietro, i vestiti eleganti e una moglie con due
figli che l'aveva rivisto dopo cinque anni. Ovidio si perse nella sua stessa
nuvola di polvere, calato come un arcangelo nell'inferno delle cave per
annunciare al suo popolo che la guerra non era finita.
Piazza Alberica è
un anfiteatro di marmo nel cuore di Carrara. Antica sede del ducato raccoglieva
attorno a sé la vera città con i suoi vicoli, le strade buie
e umide, i lastricati di marmo, i negozi e le botteghe. La sera girava
poca gente, le luci fioche dei lumi filtravano oltre le tende, quasi ci
fosse ancora l'oscuramento. Qualche voce incomprensibile rompeva il regolare
sciacquio del torrente.
Gino si avviò verso
il ponte, guardò la corrente bianca, innaturale, che trasportava
al mare i detriti delle segherie. Tolse di tasca un mezzo sigaro e lo accese
facendo balenare uno zolfanello contro il parapetto del ponte. Aspirò
avido, gonfiando il petto oltre il gilet sbottonato, poi si mise una mano
in tasca e ne tirò un bel assieme a cianfrusaglie. Con il palmo
ben steso si rimise in tasca pochi centesimi e una lira di carta spiegazzata.
Si contò sette pallottole e le rimanenti le ripose nella tasca del
gilet. Andò verso un angolo buio il cui lampione era stato vittima
delle fionde dei ragazzi, riempì il caricatore, lo infilò
nel calcio della walther. La armò, e il colpo occupò la canna
vuota con uno scatto secco. Si infilò la pistola alla cintura e
provò un languore a percepire quel ferro pesante sugli intestini.
Fu come se rivedesse un volto familiare dopo tanto tempo; come quando rivide
la sua piccola Floria, a dieci anni, venirgli, dopo che era stato lontano
da casa per più di cinque. La piccola attendeva la colonna di partigiani
che scendevano dalle cave e corse contro la balilla scoperta urlando. Pietrin,
che sventolava la bandiera rossa e nera della C.N.T., la prese al volo
e la issò sulla macchina. Gino la guardò, ne assaporò
i lineamenti familiari e gli squilli della voce, ma gli sembrò irrimediabilmente
anche estranea, indossava vestiti che non aveva mai visto, conosceva cose
di cui non aveva alcuna idea.
Gino si diresse verso l'osteria,
il vetro che dava sull'esterno era appannato e sporco. Sul muro, scritto
con larghe passate di vernice rossa da qualche impavido amante della notte,
risaltava "VIVA LE BRIGATE GARIBALDI VIVA STALIN".
Nel locale c'era eccitazione,
tutti i tavoli erano occupati, e tre uomini stavano appoggiati al bancone
a bere vino rosso. Qualche gruppo tirava le carte per la briscola, ma i
più discutevano animatamente. Attraversò il locale, dal brusio
generale riusciva a distinguere solo qualche mozzicone di discorso. "Storace
capo del governo ...", ". . fascisti sono tornati fuori", "... nessuno,
è più al sicuro", "... a Reggio sono scesi in piazza", "...
carabinieri", "... sparato sulla folla".
Gino fece un cenno all'oste,
questi lo ricambiò con indifferenza. Si diresse verso il retrobottega,
scese una rampa di scale e tirò una pesante tenda nera.
- Bene, ci siamo tutti.
- Disse Ovidio, tirando una boccata di fumo dalla lunga sigaretta col bocchino.
- Siediti.
I volti dei presenti lo
fissarono.
- Ci conosciamo quasi tutti.
Questi due al mio fianco sono un compagno spagnolo di Burgos e un compagno
di Genova. Potete fidarvi di loro come di uno di voi. Loro già vi
conoscono, ho provveduto io a descrivervi.
Tamburellò con le
dita sulla tavola, fece un giro con lo sguardo dei presenti, soffermandosi
sugli occhi di ognuno. Loris tossì facendo risuonare i bronchi come
un tronco vuoto.
- La situazione politica
la conoscete, specialmente nei nuovi sviluppi. Si è concretizzata
l'ipotesi peggiore. Starace è il nuovo capo del governo, e il Re
l'ha nominato di sua scelta, senza esserne stato costretto da nessuno.
I monarchici hanno quattro ministeri, quattro i democristiani, tre i fascisti
e due i liberali. Gli Stati Uniti appoggiano il governo e garantiscono
ulteriori aiuti economici al paese, tramite il piano Marshall. Già
nelle grandi città ci sono stati gravi fenomeni di repressione.
C'è quindi l'intenzione di unire le esperienze della Repubblica
Sociale a quelle della monarchia sabauda. O ci disperdiamo, noi come i
comunisti, i socialisti e gli altri, o tentiamo una mossa disperata.
Nessuno nella stanza fiatò,
le mani immobili, gli occhi fissi, perfino i respiri sembravano essersi
fatti sottomessi nell'attesa.
- Tra undici giorni il re,
il fascista Starace, Grandi, Bottai, De Gasperi, Gentile, i maggiori dignitari
del nuovo regime e della corona, festeggeranno con il generalissimo Franco
un trattato politico e commerciale. E' probabilmente l'unica occasione
che abbiamo di trovarli raggruppati. Terranno un discorso in piazza De
Ferrari, tu, Gino, sai dove si trova. Presumibilmente non ci sarà
molta gente ad ascoltarli, solo i più fedeli. Questo comizio sancirà
il saldarsi della nuova alleanza politica tra i fascisti e i monarchici.
Dovrebbe essere sconfessata, almeno in parte, la congiura dell'otto settembre.
Sicuramente Starace sconfesserà qualcosa della R.S.I., e De Gasperi
ripudierà pubblicamente la sua passata alleanza con gli altri partiti
membri del Comitato di Liberazione Nazionale.
- C'è in atto un
piano molto rischioso. Ho parlato con Piero Secchia, che è rientrato
clandestinamente in Italia. I comunisti si stanno segretamente organizzando
per un'insurrezione si sono ricostituiti quasi completamente i ranghi delle
brigate partigiane. Sono state distribuite le armi non consegnate due anni
fa, altre ne sono arrivate dalla Jugoslavia, dalla Grecia e dall'Albania.
- Ma quando si muoveranno?-
Fece Sandrino concitato.
-Calma, - fece Ovidio, accendendosi
un'altra sigaretta.
- Qui arriviamo noi. Secchia
ha detto che ci vorrebbe un momento di sbandamento del regime, un vuoto
di potere. Tra l'altro una parte dell'esercito sembra essere favorevole
all'insurrezione, molti anche tra i tenenti e i capitani. Inoltre truppe
sovietiche e jugoslave si stanno concentrando con discrezione vicino a
Trieste. Il vuoto di potere dobbiamo procurarlo noi.
- Ma come? - Fece Sandrino.
- Secchia proponeva di compiere
un irruzione a Palazzo Ducale, dove si riuniranno, ma presenta troppi rischi
e troppe possibilità di fallimento. Io ho escogitato un sistema
più efficiente...
- Cioè? - Fecero
in coro i carraresi.
- Semplice, li facciamo
saltare in aria, e gli facciamo crollare addosso il Palazzo Ducale.
- Va bene, - fece Loris,
livido in volto, con le guance tirate e le mani diventate improvvisamente
nervose.
- Calma, stai calmo, - fece
Gino, smorzandone gli entusiasmi. - Come fai a mettere gli esplosivi, non
son mica lapidi, o le rotaie d'un treno...
- A questo punto entrano
in funzione loro, - disse Ovidio rivolgendosi ai due forestieri. - Il genovese,
che chiamerete Claudio, aveva partecipato ad un tentativo d'attentato a
Mussolini, proprio nello stesso punto dove, tra undici giorni, si troveranno
i nostri obiettivi. I compagni di Genova scavarono una galleria che partiva
da una cantina di salita del Fondaco, una via limitrofa alla piazza. La
loro intenzione era di riempirla di esplosivo e far saltare tutto, solo
che non fecero in tempo e ne scavarono tredici metri. Compagni, la galleria
ha resistito tutti questi anni, è li che attende di essere completata
da noi.
Gli uomini si guardarono
vicendevolmente, in silenzio, forse assorti nel pensiero insidioso di poter
diventare diretti responsabili di un cambiamento cruciale della storia.
I bicchieri languivano vuoti, e la bottiglia di grappa nel centro del tavolo
era rimasta intatta. La sigaretta di Ovidio si era consumata nel portacenere
senza essere stata fumata, i sigari giacevano masticati tra le dita.
- Dicci anche il resto,
- disse Gino lacerando la cappa del silenzio che si era formata nella stanza.
- So di sicuro che hai già studiato anche i minimi particolari.
- Lo spero. Comunque, domani
starete a Genova con un camion di marmo da lavorare. Lo scaricherete in
un laboratorio vicino al cimitero di Staglieno, li, a piedi, e separatamente,
raggiungerete piazza Banchi. Il compagno che vedete sarà ad attendervi
presso una bancarella di libri usati, vi porterà lui alla cantina.
Il giorno dopo inizierà lo scarico di un mercantile spagnolo al
molo delle Grazie. Francisco, cioè lui, vi consegnerà un
carico di generi alimentari che contiene, in realtà, esplosivo.
Con dei carrelli lo trasporterete alla cantina. Francisco vi fornirà
tre tonnellate di balistiche. Sarà più che sufficiente a
non far restare niente in piedi.
- Siete stati chiamati voi,
- continuò Ovidio guardandoli, - perché siete estremamente
esperti nell'uso dell'esplosivo, perché non siete genovesi, e ben
difficilmente qualcuno potrà riconoscervi. All'ora dello scoppio
inizierà l'insurrezione in tutte le regioni del centro e nord Italia.
Se l'attentato riuscirà
tenteremo la rivolta anche in alcune regione della Spagna, specialmente
in quelle del Nord. - Disse Francisco in perfetto italiano. - Tutto dipende
da voi, dalla vostra abilità.
- Va bene, disse Gino, -
io ci sto. Però ho alcune perplessità da esprimere. Perché
non abbiamo saputo niente dei preparativi quando mezza Italia è
in armi?
- Perché siamo anarchici.
Non c'è altra spiegazione. Il progetto insurrezionale è politicamente
gestito dal Partito Comunista e da quello Socialista. Il Partito d'Azione
verrà avvertito quando ormai tutti gli avvenimenti diventeranno
irreversibili.
- Come in Spagna, - saltò
su Sandrino, battendo la mano sul tavolaccio. - Non si può mai sapere
fino a che punto fidarsi dei comunisti...
- Calma, - fece Ovidio.
- Ora non abbiamo scelta. O facciamo saltare in aria il re e tutti quanti,
o ce lo ritroviamo, magari anche in esilio, e con un governo provvisorio.
- Va bene, non c'è
tempo. Vedremo dopo, - interruppe Gino, - Io accetto.
- Anch'io, - fece Loris.
Anche gli altri annuirono.
Fuori dall'osteria la notte
li accolse gelata; si separarono, per ritrovarsi poi lungo il viale che
porta all'Avenza, dove il camion li aspettava. Gino girò attorno
al Teatro degli Animosi e scese fino a via Carriona uno stradone isolato
che costeggiava il fiume sul lato destro. Si sporse dal parapetto, si guardò
attentamente attorno, e gettò l'arma nelle acque del torrente, poi
si allontanò con passo spedito. A casa non l'avrebbero visto tornare,
non avrebbero detto niente, nè chiesto a nessuno. Forse solo qualche
cenno tra le donne, magari tra i banchi del mercato, o alla fila del pane
con le tessere in mano, ognuna con il marito lontano. Solo Loris non lasciava
nessun di particolare. La sua ragazza avrebbe ballato con qualcun altro,
e se lui fosse tornato ne avrebbe sempre trovato una con cui ballare.
Salirono sul camion, Pietrino
era già al posto di guida, come del resto faceva ogni giorno per
campare.
- Ci rivediamo a Genova,
- disse Ovidio avvicinandosi.
- Noi tre arriveremo con
il treno. Un'ultima cosa, state attenti. La sicurezza del Re e del governo
è stata affidata ad ex agenti dell'O.V.R.A. E voi siete tutti schedati.
Si dovettero fermare a un
blocco stradale a Riva Trigoso, sull'ultima discesa del Bracco, La Nuova
Milizia guardò distrattamente il carico e li lasciò andare.
L'alba li sorprese come un tradimento sul mare di Recco. Pietrino continuava
a guidare senza parlare, senza un attimo di rilassamento, a velocità
regolare, senza soste, se non quelle strettamente necessarie. Salite e
discese, curve e tornanti, e Genova si avvicinava nella sua aria tersa
e fredda del mattino che il sole faticava a scaldare.
Alla periferia della città
vennero di nuovo fermati. Un reparto misto di soldati e carabinieri li
fece scendere, li perquisì e guardò nel camion. La gente
che percorreva la strada li osservava, ma senza fermarsi, probabilmente
dimenticandosi subito dell'accaduto. Qualche operaio in ritardo calcava
i pedali della bicicletta, con la gavetta che sbatteva contro il manubrio
con leggero clangore, le donne con le sporte spiavano i prezzi nelle botteghe,
nella maggior parte dei casi senza acquistare nulla. Passò un tram
sferragliando sulle rotaie.
- Via libera, - fece un
giovane carabiniere, salutando marzialmente.
Arrivarono senza intoppi
fino a Staglieno, risalirono per un breve tratto il letto olezzante del
Bisagno, percorrendo la valle fino ai pressi del cimitero. L'uomo che li
attendeva al laboratorio non li degnò di grande considerazione,
con velocità li aiutò a scaricare, e li congedò con
poche parole in dialetto.
- La sapete la strada? -
disse il genovese a Gino, a bassa voce.
- Si.
- Buona fortuna.
Gino raggiunse gli altri
che si erano già allontanati. Il camion lo avevano abbandonato nel
viale che porta al cimitero monumentale, assieme ad altri. Si girò
verso l'officina e vide il genovese sulla porta della bottega che non distoglieva
lo sguardo da loro. Continuò a camminare e a voltarsi, fino a quando
i calzonacci blu, tenuti su da uno spago, e la camicia a scacchi dell'uomo
non si trascolarono in una macchia indistinta.
Da li a poco si divisero.
Gino veniva seguito a distanza da suo fratello. Attraversò piazza
della Vittoria, due file di brutti palazzi, enormi e quadrati, ne chiudevano
i lati, in mezzo erano ancora transennati i resti marmorei dell'arco della
patria distrutto da una bomba. La piazza, fatta costruire da Mussolini
come monumento architettonico del fascismo ricordava la carcassa di un
capodoglio agonizzante, arenatosi sulla spiaggia a causa delle correnti
e della pazzia. Quella piazza, come altre, era stata gremita; la folla
aveva invocato guerra al suo duce e l'aveva avuta. Solo i bombardamenti,
la fame e la disfatta avevano portato quelle masse prima agli scioperi,
poi alla resistenza. Gino ricordava quando, dopo un agguato sull'appennino,
avevano catturato una decina di repubblicani del battaglione Monterosa
e tre cecoslovacchi in divisa di fanteria tedesca. Di quei fascisti subito
cinque chiesero di poter combattere con loro, buttarono le divise e si
dichiararono antifascisti; altrettanto fecero i cechi, facendo capire di
essere stati costretti ad arruolarsi. Gli stranieri vennero integrati quasi
subito nei corpi operativi, e due di loro morirono combattendo a Sarzana,
durante una rischiosa operazione di sabotaggio. Gli italiani vennero inseriti
gradualmente nella brigata, e si comportarono correttamente fino alla Liberazione.
Così, pensava Gino mentre saliva verso Carignano, avevano fatto
molti italiani che addormentandosi fascisti si svegliarono improvvisamente
antifascisti.
Il ponte di Ravecca collegava
la zona ricca di Carignano a quella più popolare di Campo Pisano.
Alla sua sinistra Gino intravedeva i moli di porta Sibaria, le navi all'attracco
e le frotte di camalli, che con le ceste provvedevano allo scarico. Questa
è la Genova che non ha mai abbassato la testa, pensava, loro e gli
operai metallurgici dell'Ansaldo, loro che hanno difeso metro per metro
le banchine e le attrezzature dalla rappresaglia dei nazifascisti, loro
che non andarono mai ad applaudire il duce, o il re o altri fantocci. Loro
non moriranno di certo in piazza De Ferrari. Loro già avranno aperto
le botole con le vecchie armi della guerra e attendono, ancora una volta,
il giorno dell'insurrezione.
In piazza Banchi, Claudio
contrattava, presso una bancarella di libri usati, il prezzo con un cliente.
Dispersi per la piazza c'erano gli altri convenuti all'appuntamento. Monticelli
stava seduto sulle scale di una chiesa, immerso nella lettura di un quotidiano,
Pietrino, invece, faceva capolino dalla porta di un'osteria con un bicchiere
in mano. Claudio fece un cenno ad una donna che prese a sostituirlo sul
banco, attraversò la piazza e s'infilò in un vicolo stretto
e buio; gli altri, in ordine sparso, lo seguirono Camminarono in leggera
salita; tra le case in degrado dai cui portoni filtrava il chiacchiericcio
di qualche prostituta; per terra i lastroni grigi che costituivano il selciato
erano bagnati dalla pioggia leggera. Le case alte, vicine e continue, ritagliavano
una sottile fetta di cielo da cui si vedevano le rapide incursioni delle
nuvole. La città vecchia era ancora ferita dai bombardamenti degli
Alleati sul porto; molte erano le case sbarrate, una completamente sventrata
irradiava luce nel vicolo attraverso le finestre sfondate. Cumoli di macerie
intralciavano il raro intercedere dei passanti. Arrivarono quasi alla fine
del vicolo quando Claudio s'infilò in un palazzo. Scese una doppia
rampa di scale e, al buio, apri una rumorosa serratura. Si trovarono riuniti
alla fioca luce di una lampada a petrolio.
- Eccoci, - fece Claudio.
- Siamo arrivati, Qui a fianco c'è la galleria.
Claudio entrò in
una camera attigua, e gli altri lo seguirono.
- Abbiamo tolto la terra
che occupava quasi completamente l'altra stanza, tanto nessuno fa caso
a un trasporto di macerie. Inoltre abbiamo consolidato la galleria. Siccome
siete in tanti abbiamo fatto un buco nel muro e ci siamo estesi in altre
due cantine attigue. Non vi preoccupate, entrambi i proprietari sono morti
e nessuno verrà a reclamarle. Lì abbiamo sistemato i posti
per dormire e per mangiare. Una volta arrivato l'esplosivo non uscirete
più di qui se non il giorno del comizio. Penserò io a farvi
uscire da Genova.
- Seguitemi, - Claudio si
allontanò, facendo oscillare la lampada e proiettando le ombre sul
muro.
Il silenzio era assoluto,
Gino guardò i suoi compagni i cui lineamenti sembravano una corrida
di ombre sfuggenti; Loris tossiva, come sempre, e lo sentiva gemere sotto
i colpi secchi.
- Qui, da questo buco nel
pavimento, si va in una camera sotterranea. Si tratta di una vecchia cisterna
che abbiamo scoperto recentemente, la potete usare per i detriti dello
scavo. Mettete sempre una sentinella, non si sa mai.
Intanto gli occhi si erano
abituati alla penombra e le cose iniziavano a risaltare nei loro contorni.
C'erano delle casse e per terra un unico pagliericcio con delle coperte
ripiegate. Su un lato si poteva distinguere qualche fiasco.
- Chi si occupava dello
scavo? - Chiese Claudio.
- Io, - fece Monticelli,
avanzando di un passo. - Ho lavorato alla costruzione dei tunnel dei carrelli
della ferrovia marmifera.
- Bene, vieni con me. Ti
consegno il progetto.
Sandrino si avvicinò,
si potevano vedere le grosse mani che si sfregavano tra loro.
- Allora siamo in ballo,
come sempre...
- Già, - rispose
Gino, chiudendo il discorso.
Il mare sembrava stagnare
nelle acque calme del porto. Gino, seduto su una bitta di ferro, cercava
di intravedere qualche pesce nuotare nell'acqua torbida. Tutto quello che
il mare riusciva ad infilare tra i moli del porto rimaneva lì, bloccato
per sempre, come un corpo nero che riuscisse ad assorbire la luce con voracità
infinita. Pezzi di legno, erbacce sradicate chissà dove, latte vuote,
detriti d'ogni genere e macchie oleose erano i componenti di una geometria
mutevole che cambiava lentamente i propri particolari al ritmo dei rimorchiatori.
Uno sciacquio impercettibile cadenzava la carezza del mare contro le banchine,
un'alga traslucida avvinghiata ad una catena sembrava fremere, quasi respirasse.
La Trinidad, un vecchio
rottame spagnolo adibito a mercantile, aveva appena espletato tutte le
formalità d'attracco con una lentezza esasperante. I finanzieri
erano saliti in coppia, con i moschetti a tracolla, e ne erano scesi dopo
mezz'ora. Le gomene tese che attraccavano le navi facevano sembrare il
molo delle Grazie un immenso sipario; poco lontano, sotto un pergolato
fitto di vite americana, alcuni camalli aspettavano l'inizio delle operazioni
di sbarco.
Francisco scese dalla passerella
della nave con apparente noncuranza. Il capo squadra dei camalli, un uomo
robusto e abbronzato, la cui pancia debordava spropositatamente dalla maglietta
a righe bianche e blu, prese accordi con Francisco che sembrava svolgere
le funzioni del capitano.
Le operazioni di sbarco
iniziarono celermente, i camalli, con delle ceste di vimini e i ganci appesi
alla cintura, entrarono nella stiva; Gino e gli altri li seguirono. I genovesi
non li degnarono di uno sguardo, probabilmente erano stati preavvertiti
della loro presenza. Una volta sulla nave Francisco si recò in una
parte della stiva dove indicò loro, con un cenno della testa, dov'era
la merce da portar via. Le operazioni di scarico si svolsero senza intoppi,
i camalli gli si misero intorno ogni volta che transitavano attraverso
il varco portuale delle Grazie, creando un minimo di confusione, e i finanzieri
non sembrarono notarli. Non era ancora mezzogiorno che l'esplosivo era
stato riposto con cura in una delle stanze.
- Maledizione, - disse Sandrino.
- Ora dovrò proprio smettere di fumare.
I giorni passarono lenti,
si distendevano come elastici tra una notte insonne e l'altra. Il caldo
soffocante del respiro di troppe persone, la noia, l'attesa, snervavano
a tal punto che tutti accettavano a malincuore il turno di riposo dopo
lo scavo. Nessuno parlava, se non per emettere qualche parola secca, un
ordine, una richiesta, un'imprecazione. Il tunnel finì in anticipo,
le puntellature e le rifiniture si fecero maniacali, aprendo le casse una
alla volta, controllando i pani e lo stato della carta oleosa che li ricopriva;
la miccia fu agganciata da Gino e, per la prima volta dopo innumerevoli
volte, non lo faceva di fretta. Quante volte in cava, magari appeso ad
una corda, aveva fatto l'artificiere, il lavoro da operaio meglio pagato
in tutta Carrara, l'unico lavoro che suo padre aveva saputo insegnarli
per contrastare la miseria. Un lavoro che aveva continuato a svolgere dovunque,
sia in Spagna che in Italia. Un lavoro per Pezzica, come una firma; un
lavoro che solo con l'amnistia aveva potuto riprendere in cava. E il lavoro
continuava, da vero anarchico dei romanzi d'appendice, si era trovato a
legare le sue idee e le sue passioni allo sfrigolare della miccia. Con
l'avvento del fascismo, la sua breve estate sindacale si oscurò
subito del fiato pesante della clandestinità.
Gino tornò indietro,
strisciando nel cunicolo buio, dietro di sé scorgeva il debole chiarore,
udiva qualche rumore frammentario o un sospiro più profondo dell'usuale.
- Ora dobbiamo solo attendere.
- Disse Gino, tenendosi la schiena indolenzita con le mani. - Tutto è
a posto.
- Se solo potessimo uscire,
- incalzò Loris. - Siamo come topi in trappola. E se fuori il palco
è stato spostato? Se c'è stata una spiata? Tutti i movimenti
organizzativi per l'insurrezione non possono essere passati inosservati
agli agenti del 'O.V.R.A.
- No, non può essere
così. - Disse Monticelli, tirandosi a sedere sul pagliericcio. -
Noi saremmo i primi a scoprire se qualcosa è andato storto. Ci verrebbero
subito a prendere. Gente come noi non se la lasciano sfuggire un'altra
volta.
- Comunque io non la digerisco
questa emarginazione. - Aggiunse Sandrino. - Ci hanno tenuto all'oscuro
di tutto, ci mandano qui in questo buco infarcito di esplosivo, e forse
siamo gli unici libertari a sapere quello che sta succedendo. Siamo stati
sfruttati per un colpo di stato stalinista, nient'altro.
- Sì, - disse amaro
Gino. - E' vero. Ma non abbiamo altra possibilità. Io non vedo questa
azione come parte di un progetto di cui noi facciamo parte. Vedo questa
azione come un atto di giustizia libertaria, contro un re che non ha esitato
a passare di alleanza dal nazi-fascismo all'America, poi di nuovo fascisti
con democristiani. Questa monarchia ha la responsabilità dell'avvento
del suo fascismo, dei massacri di soldati inermi dopo l'otto settembre,
della repressione nel sangue di tutte le lotte dei lavoratori perla loro
emancipazione. Non me ne frega un canchero di niente di Stalin, di Togliatti,
del P.C.I., di quello che faranno gli americani, questo che starà
qui sopra è solo un re, come tanti altri, con lui c'è Franco,
e ci sono altri a cui questi stanno bene. Quindi io sto qua, e all'ora
convenuta accendo fuoco alla miccia, a costo di legarmici assieme.
- Hai ragione, - proruppe
Sandrino con enfasi. - Nessuna pietà per chi ci ha saldato addosso
queste catene.
- Oh! Sono Ovidio.
La voce scivolò giù
dai gradini fino a rimbombare nella stanza del pagliericcio.
- Ma cosa fate, dormite.
Su, in piedi.
- Oh, canchero d'un Cupini,
- bofonchiò Pietrino - L'unica volta che si dormiva bene...
- Su, sveglia. Vi devo parlare.
- Ovidio si sedette su una cassa. - Se mi fossi immaginato che foste così
rincoglioniti vi portavo un bricco di caffè...
- Magari, colonnello. Magari
... - fece eco dal fondo Monticelli - Qui non si mangia che panetti.
Ovidio era vestito in modo
impeccabile. Il lungo impermeabile grigio gli scendeva quasi fino alle
scarpe; lo teneva abbottonato quasi fino in cima. Al collo portava un foulard
rosso che gli svolazzava dietro la schiena. Si tolse il cappello di feltro
e si passò una mano tra i capelli bianchi tirati all'indietro.
-Allora, - fece Gino, tirando
uno sbadiglio. - Cosa c'è?
- E' tutto pronto?
- Sì, da tre giorni.
- Ne ero sicuro. Bene. -
Ovidio sospirò. - Posso fumare?
- No, meglio di no. A meno
che tu non voglia vedere in anticipo i fuochi d'artificio...
- Già. Allora, cosa
vi dovevo dire? - Si fermò un attimo. - Tutto è confermato,
la nazione sembra essere calma. Domani, alle dieci e cinquanta, si procederà
a concludere l'azione. Non siete tutti necessari qui, anzi in troppi sarete
d'intralcio per la fuga. Qui rimarremo io e Gino, gli altri troveranno
Claudio qui fuori, che vi porterà al sicuro.
- E poi cosa faremo? - Fece
Sandrino. - Non ci uniremo alla lotta?
- Se volete, ma dovrete
unirvi alle formazioni del P.C.I. Non esiste alcuna brigata di anarchici,
che io sappia.
- La faremo noi. Dovremo
tornare subito a Carrara ...
- No, meglio fare bene questa
azione. Poi si vedrà.
- Quando dobbiamo sparire?
- Chiese Loris.
-Ora.
Gli uomini si salutarono,
qualcuno abbracciò i due rimasti, poi i passi si allontanarono risalendo
le scale e solo il silenzio rimase nelle cantine.
-Davvero non si può
fumare?-Chiese Ovidio, rompendo un silenzio che minacciava di protrarsi
indefinitivamente.
- Beh, se proprio non ti
metti sopra la miccia...
- Mancano venti minuti,
- Ovidio proferì queste parole dopo una mattinata in cui non aveva
fatto altro che tirare fuori dal taschino l'orologio.
- Li senti i rumori, là
fuori? - Fece Gino gravemente.
-Sì.
- Deve esserci molta gente.
Sento un clamore continuo. Anche molti applausi
- Forse. - Ovidio si avvicinò.
- Senti cognato, ho ancora due sigarette. Ce le accendiamo?
- Ma sì, - disse
ridendo. - Che male può farci?
Ovidio gli allungò
la sigaretta, poi fece brillare un fiammifero strofinandolo contro il muro.
Un lieve filo di fumo argenteo danzò nell'aria ferma e putrida della
stanza.
- Ho qualcosa per te. -
Ovidio estrasse dalla borsa una rivoltella. - Questa ci servirà
per fuggire, nel caso dovessero fermarci. E' un'arma cecoslovacca, sette
colpi calibro 7,62. E' già carica.
Gino la prese, la soppesò;
tirando il perno dell'espulsore fece scivolare di lato il tamburo. I sette
bossoli rilussero, poi uno scatto secco armò il revolver. Ormai
solo un lieve gonfiore alla cintura poteva segnalarne la presenza.
- Altri proiettili li hai?
Una manciata di bronzo viaggiò
rapidamente da una tasca all'altra.
- Mancano dieci minuti.
Gino parlò senza
la minima inflessione emozionale. Quella frase gli aveva permeato la coscienza
per tutta quella vicenda, gli aveva tenuto compagnia durante l'inedia;
poco alla volta, come un cancro che rode un organo dopo l'altro, aveva
insidiato e contaminato tutti i suoi pensieri e i suoi ricordi. Le riflessioni
ideali, le giustificazioni e gli affetti si erano come estinti, si erano
ritirati impauriti di fronte allo sfrigolare della miccia. Come fantasmi,
o come sogni, erano avvizziti alle prime luci dell'alba.
- Mancano dieci minuti.
- Fece eco Ovidio, avvicinandosi al cunicolo. Si chinò, stringendosi
le palpebre per distinguere qualche particolare nel buio, poi si risollevò.
- Cognato, la sai una cosa?
- Cosa? - Rispose Gino immobilizzandosi.
- Ne hai persi molti di
capelli, durante questi anni.
- Dio canchero, fatti di
lato. Non è il caso di scherzare.
Gino si inginocchiò,
trovò la miccia e la prese tra le mani. Avvicinò la sigaretta,
e nella stanza si ingiganti il rumore della fiamma che divorava la corda.
- E tanti saluti alla famiglia
reale.
Salirono rapidamente le
scale a tre gradini alla volta. La luce di quella bella mattina li ferì,
l'aria odorava di mare e gli applausi e gli strepiti della folla si ingigantivano
sempre di più. Uscirono sul vicolo proprio dietro ad un gruppo di
carabinieri. Corsero in discesa nel vicolo vuoto. Forse un'intimazione
d'arresto gli corse dietro. Svoltarono verso vico degli Indoratori dove
un uomo in impermeabile gli si parò davanti.
- Ehi, fermi. - L'uomo estrasse
una pistola mentre con la sinistra riusciva ad agganciare Ovidio per un
braccio.
Gino puntò il revolver
contro il collo dell'uomo e sparò tre colpi. Il corpo s'accasciò
come un sacco vuoto sul lastricato.
Un colpo di moschetto scheggiò
una porta al suo fianco. Ovidio prese a sparare e un militare cadde oltre
l'angolo della discesa.
Ripresero a correre e, sempre
inseguiti, svoltavano ogni volta che gli era possibile, sempre andando
in discesa cercando di arrivare al porto. Ovidio grondava di sangue, l'impermeabile
si era probabilmente impregnato delle ferite dell'uomo che aveva tentato
di fermarli.
Ormai aveva dietro un folto
gruppo di inseguitori, gli spari si erano moltiplicati mentre le ovazioni
della piazza si erano quasi assopite.
- Di qua. - Un braccio tirò
Gino verso un vicolo laterale.
- Presto. A questi ci pensiamo
noi.
Gino fece appena in tempo
a riconoscere Claudio, il genovese con i baffi che li aveva portati nelle
cantine; con lui c'erano una mezza dozzina di uomini armati con fucili
mitragliatori. Ripresero a correre mentre dietro di loro con il gruppo
di partigiani intercettava gli inseguitori. Si udirono distintamente scariche
di mitra e anche la botta di una bomba a mano. Intanto i vicoli si erano
animati, drappelli di uomini e donne armati, che avevano stretto un cerchio
attorno alla piazza, attendevano il segnale dell'insurrezione.
- Fermiamoci. - Ansimò
Ovidio. - Non ha più senso scappare. Ormai è fatta.
Un boato squassò
la città vecchia come un tuono, come un'enorme frana, come un terremoto.
Il vicolo sembrò tremare, fu come se la città fosse attraversata
da una scarica elettrica.
Gino e Ovidio si abbracciarono.
Il sudore, il sangue, i capelli impolverati si mischiarono.
- Lo sapevo che ce l'avresti
fatta. - Sussurò Ovidio. - Lo sapevo
- Ehi, carraresi. - Un ragazzo
con un fazzoletto rosso al collo li chiamò. - Ehi, carraresi, tutti
vi cercano. Venite con me.
I due lo seguirono; in lontananza
il silenzio che era calato sul centro storico veniva squarciato da spari
in lontananza.
I gruppi armati procedevano
regolari, scaglionati. Non si vedevano cadaveri o segni di scontri, probabilmente
la conquista era stata incruenta. Piazza Caricamento era presidiata, colonne
di camion partigiani transitavano verso levante. Sul porto sventolava già
la bandiera rossa.
Il
peschereccio filava verso levante, la tramontana spirava forte pulendo
il cielo dalla nuvolaglia. I marinai taciturni accudivano alle operazioni
della nave come se, appoggiati al parapetto della prua, respiravano gli
spruzzi.
- Hai letto Moby Dick? -
Chiese Ovidio.
- No, non ne ho mai avuto
il tempo.
- Ricordo di avertelo regalato,
forse dieci anni fa.
- Già. Mi ricordo
che Floria era nata da poco. Comunque so di cosa parla.
- Ad un certo punto qualcuno,
ora non ricordo più se fosse Ismaele, o qualcun'altro, descrive
il piacere che si prova a stare sull'estrema prua della nave, il piacere
di respirare l'aria prima di qualunque altro...
- Non solo, ma diventi la
prua della nave, ti sembra di solcare il mare, di creare tu stesso la scia.
E' quel piacere sottile che si prova a calpestare un manto di neve per
primi
- Sì, sono cose belle,
anche se non si comprende il perché.
- Colonnello, - interruppe
un marinaio. - Abbiamo intercettato un radiogiornale del Comitato di Liberazione.
- Veniamo.
Scesero sottocoperta e il
gracchiare dell'enorme radio coprì i rumori del mare.
- ...Truppe di liberazione
sovietico-jugoslave hanno varcato il confine e si sono attestate sulla
linea di Verona, Padova e Ferrara. Nelle maggiori città del nord
e dell'Italia centrale l'insurrezione ha avuto successo. Combattenti piuttosto
violenti si stanno svolgendo a Torino, dove le truppe di liberazione hanno
incontrato una resistenza molto forte. Da Genova, invece, non si hanno
ancora notizie precise sulla sorte del re, del capo del governo, del generalissimo
Franco e dei maggiori rappresentanti dei partiti di governo. Sono sempre
più numerose le voci che parlano di una forte esplosione che pare
essere avvenuta immediatamente prima dell'inizio dell'insurrezione. A Roma
scontri di non grande intensità si registrano per le strade della
capitale e tutti i principali apparati della nazione sono sotto controllo
delle forze di liberazione.
- Facciamo appello a tutte
le forze repubblicane e antifasciste di presentarsi ai centri di raccolta
presso le sedi del Partito Comunista Italiano per fornire il loro contributo
al ristabilirsi della pace e della giustizia...
Ovidio girò l'interruttore
e spense la radio. I marinai, raccolti sotto coperta, avevano ascoltato
in silenzio il comunicato. Qualcuno fumava nervosamente.
- Attracchiamo a Sestri
Levante tra mezz'ora. - Fece il comandante interrompendo le riflessioni
di tutti i presenti.
I marinai tornarono sul
ponte; solo Gino ed Ovidio rimasero nella stanza. Il lume a petrolio oscillava
lentamente, seguendo il bordeggio della nave; le ombre, stagliate contro
la parete, danzavano irrequiete sembrando mostri.
- Sembri invecchiato, -
disse Gino. - Per la prima volta, da quando ti conosco, mi sembra di percepire
che il tempo passa anche per te.
- Passa, passa anche troppo
velocemente. Forse fugge più rapidamente per noi che per gli altri.
E' tutto finito. Finita la guerra, finita la pace, finita l'insurrezione.
Tutto finisce. Ad un certo punto ti giri indietro e scopri che una catena
di avvenimenti sterminata è trascorsa. Ti rendi conto, come in questo
momento, che non potrà più accadere nulla. Abbiamo ucciso
il re, Franco, una serie di ministri e moriremo con questo segreto. Tutto
quello che faremo d'ora in poi sarà sempre troppo piccolo in confronto
a questo.
- Forse non ti rendi conto
quanto siamo ancora lontani dal vedere realizzati quei principi di libertà
che abbiamo sempre desiderato.
- Piccoli passi. Puoi vederla
così, se vuoi. Alle cave hai lottato anche per piccole cose: un
salario più alto, la riduzione della giornata di lavoro, le condizioni
più sicure...
- Piccole cose...
Uscirono all'aria della
sera per vedere il porto che si avvicinava. La terra si faceva sempre più
vicina, e il confuso ammasso scuro si fece sempre più distinto;
alberi, case con le loro luci, fumi che sfuggivano dai camini, sembrava
che non fosse accaduto nulla. Le macchine del peschereccio si fermarono
con un sussulto e l'imbarcazione procedette per inerzia verso il porto,
fendendo le acque di calma. Qualcuno, da un gruppo di uomini fermo sul
molo, levò un braccio in segno di saluto.
