illustrazione di Peter Gudynas per «Synners» di Pat Cadigan


 

V.1 – Dal dentro-fuori al dentro-dentro

Se molta fantascienza sociologica degli anni '40-'50 è stata caratterizzata dalla dicotomia spaziale dentro-fuori, dagli anni '80 in poi questa distinzione sembra non funzionare più. Nella postciviltà metropolitana l'esperienza del "fuori" rappresentato dal country, dal non-urbano, dalla natura, sembra semplicemente scomparire (per riproporsi nei termini diversi di spazio/ciberspazio) per lasciare posto alle strutture urbane che si allargano e fagocitano tutto il mondo a disposizione. L'unica esperienza fisica che è possibile fare, è l'esperienza della città, cioè dei limiti che la compongono internamente, delle barriere.

Nell'immaginario attuale la libertà, la devianza dalle regole non sarà perciò più un luogo fisico, ma uno spazio sintetico: la realtà virtuale: "Non c'è luogo, là, dicevano ai bambini quando spiegavano il ciberspazio." (1)

"Il ritratto dell'Altra era sempre lì, in mezzo allo studio. Avevo promesso a Giorgio di bruciarlo, appena se ne fosse andato. Ma non lo feci."

La città dove vive Luca, il pittore protagonista de "La linea gialla" (1988) di Bruno Vitellio, è divisa in due. La linea gialla che separa il mondo conosciuto dagli Altri all'interno dello spazio urbano, è un limite invalicabile, metafora spaziale di un razzismo celato e sconfitto solo in superficie.

Tutti i cittadini imparano a non oltrepassare la linea, finché Luca, colpito dallo sguardo magnetico di un'Altra, compie quest'atto. Sarà condotto in manicomio: non si va oltre i limiti imposti da Megalopoli.

Saper raggiungere e scavalcare le barriere interne alla città è la prova iniziatica a cui le strutture urbane spingono i cittadini. Avviene nei romanzi di fantascienza, ma anche nei noir di Didier Daeninckx che hanno come ambientazione le banlieu francesi, o sempre nel film francese L'odio (1995) di Mathieu Kassovitz, dove tre picari maledetti (nordafricani, gli altri) partiranno proprio da una banlieu per fare esperienza della città. Inevitabilmente queste prove non servono più a ritrovare un'identità perduta, ma contribuiscono a far perdere definitivamente le proprie radici. O diventano prove mortali, come succede a chi fa l'errore di imboccare i percorsi sbagliati.

"La città è uniforme soltanto in apparenza" dice Walter Benjamin.(2) Il nome stesso della città ha differenti suoni nelle diverse parti della città. "Come soglia, il confine passa attraverso le strade; un nuovo territorio ha inizio come un passo nel vuoto, come se si inciampasse in un gradino di cui non ci si è accorti."

La storia narrata da I guerrieri della notte è emblematica. Tutte le bande della città sono sulle tracce dei warrior per ucciderli e loro devono tornare a Coney Island, la loro tana. Nella notte saranno costretti a varcare molti "limiti", passare attraverso molti territori, scontrarsi con molte bande. Alla fine riusciranno a salvarsi: "Abbiamo combattuto tanto per tornare in questa merda" dice un warrior. Coney Island non è la Terra Promessa.

Nella parte est di New York, vicino all'East Rover, la zona è detta Alphabet City perché i viali hanno come nome le lettere dell'alfabeto: Avenue A, Avenue B... Procedendo da est ad ovest si trovano la Bowery, il quartiere dei mendicanti, China Town dove nascono le nuove gang.

"Il punto di frontiera fra il peggio e il meglio della città è un bar nella Terza Avenue all'angolo con la Ottava strada, che si chiama Continental Divide".(3) Più avanti la notte di Manhattan diventa più quieta dopo la Cinquantesima strada. Presso il fiume Harlem "la città si scioglie, fra scali ferroviari e inizi di autostrada. Non comincia mai la campagna, intorno a New York. Finisce il cemento e comincia altro cemento" .(4)

Williamsburg è popolato di ebrei hassidici. Howard Beach è italiano, East Harlem è ispanica. Brighton Beach è la zona russa. "Questa separazione pervade tutto, tanto che nelle città americane a volte ti prende l'angoscia, ti viene l'animo a cassettini, con i fazzoletti in un tiretto, le mutande in un altro, le camicie in un terzo." (5)

A comandare nella Los Angeles di K.W. Jeter è il Dr. Adder (Dr. Adder, 1984). La città è un "mondo vagamente somigliante al mondo di Blade Runner, una città degradata, un cancro popolato da assassini, venditori di droga e freak." (6) Dall'altra parte c'è l'Orange County dove regna incontrastato John Mox, capo della Video Chiesa delle Forze Morali e l'Orange County è il luogo dove vive la società borghese. Adder produce mutilazioni e lussuria: l'Orange County la consuma.

 

 

V.2 – La città e l'immaginario

La città americana – come il capitalismo americano – è nata sul nulla. Se le megalopoli europee si sono costruite intorno ad un nucleo storico, indelebile segno della loro storia, nel nuovo mondo le strutture urbane hanno appena centocinquanta anni. Questa differente identità fa si che le città americane debbano essere viste in maniera differente da quelle europee: esse sono degli spazi individuali piuttosto che parti di una nazione, strutture indipendenti le une dalle altre. Qualcosa di molto simile a ciò che nel Duecento furono i comuni in Italia.

Enclavi delle multi e città libere: sono questi i luoghi dove si svolge Cybergolem (1991), il bellissimo romanzo di Margie Piercy. Siamo nel 2059: Tivka è una comunità di artigiani high-tech del software che come le altre città libere era sorta "lungo l'oceano perché si trattava di una collocazione vulnerabile e ritenuta pericolosa (...) le città libere erano fiorite in quegli spazi marginali che nessuno reclamava."

Se l'enclave della Y-S (Yakamura-Siemens) nel deserto del Nebraska è la perfezione tecnologica tale da incutere soggezione, Tivka è a misura d'uomo "case di legno, di mattoni, di nuove resine, di polimeri, di pietra." Ha colori, forme, suoni, odori. Qui contrariamente a quanto avviene nella Y-S, le finestre sono aperte.

L'intuizione di Margie Piercy è quella di usare un doppio intreccio che corrisponde a due diversi setting narrativi: Tivka nel presente (il "possibile futuro" che ipotizza la fantascienza) insidiata dalla potenza delle multi e il ghetto di Praga stretto sotto le persecuzioni. Così il romanzo si sdoppia tra la magica atmosfera della città del rabbino Loew e del Golem e lo scenario futuro denso di suggestioni cyberpunk.

Nel passato e nel futuro la città e sempre lo spazio dove si scontrano gli opposti.

 

 

V.3 – Moderni castelli, mondi perfetti

L'inner-city, la città profonda, è diventata ormai sinonimo di degrado, abbruttimento, delinquenza. E parallelamente a questo fenomeno ha preso piede soprattutto in America un modello di città privata, abitata asclusivamente da ricchi e difesa da muri e vigilantes.

Waterford Crest, non lontana da Los Angeles, è una di queste città-stato dove tutto è privato: le strade, le scuole, la polizia, le fognature. E' una nuova forma di apartheid urbana che tende alla costruzione di enclavi che separano i poveri dai ricchi in maniera definitiva. "Integrazione" è ormai una chance impossibile, anzi afferma un agente commerciale "in numero dei nostri clienti aumenta in continuazione, le vendite si moltiplicano".(7) I motivi che spesso spingono i benestanti a trasferirsi sono la tranquillità, la sicurezza: "Qui posso far crescere i miei figli senza dovermi preoccupare dei pericoli della criminalità, della droga."(8)

Errato. Un gioco da bambini (1988), lo splendido romanzo breve di James G. Ballard, articolato come una cronaca giornalistica, ha come setting Pangbourne Village, una città-privata poco lontano da Londra. Una mattina tutti gli adulti vengono uccisi in modi diversi ma ugualmente ingegnosi dai bambini. Forse le città-stato taglieranno fuori gli altri, ma non riescono in alcun modo a ricreare valori.

Il fenomeno delle città private in continua espansione, sembra riproporre il modello di organizzazione feudale con le antiche lotte tra il potere centrale e le singole entità. Non è raro che i residenti(=proprietari) di queste enclavi protestino contro le imposizioni fiscali di uno stato o di una contea i cui problemi non li riguardano più. Non è un caso che in una causa persa dall'enclave di Whitley Heights contro gli abitanti vicini per l'uso di una strada, il giudice abbia usato proprio i termini di "pericolo di ritorno ai tempi feudali".

Leisure-world è un complesso privato in Arizona. Non accetta residenti sotto i 45 anni: quando Joel Garreau, medico di 42 anni, ebbe una crisi nervosa i suoi genitori furono costretti ad andarsene per prendersi cura di lui. Altro problema: il governo privato impedì la circolazione del bollettino locale perché c'erano state delle critiche. Il direttore protestò e si sentì rispondere che la libertà di parola (primo emendamento della Costituzione americana) non si applica alla proprietà privata.(9)

In America la proprietà privata si è estesa: i costruttori e le agenzie immobiliari non ti vendono più una casa, ma una città. "In questa città privata, il proprietario spera di sfuggire a tutti i mali della città pubblica, alla delinquenza, alla sporcizia, alle malattie. E spera di conservare tutti gli agi cittadini. La città privata è la forma estrema, compiuta del suburbio (=suburbs, termine che non ha nessuna valenza negativa in inglese). Qui l'egoismo è codificato, la segregazione sancita, l'intrusione presa a fucilate. Non ci sono sconosciuti da temere, solo fili spinati da evitare."(10)

 

 

V.4 – Da New York a Los Angeles

In Get Shorty, Chilli (John Travolta) si sposta da Miami a Los Angeles perché lì "si fa il cinema". E' l'immaginario americano che si trasferisce da est ad ovest seguendo i flussi delle migrazioni socio-economiche e del mito (la frontiera, la conquista del West).

Negli USA la tendenza ad emigrare verso ovest ha determinato un accrescimento improvviso delle città e in particolare di Los Angeles. Nell'informità stessa dell'allineamento degli slurbs (fusione dei termini slum e suburbs) si rivela una miseria di massa, che è rilevabile dall'altissimo indice di suicidi, stupri, omicidi e dalla più ampia diffusione di tendenze morbose che si possa immaginare (a riguardo vedi la droga voyeristica di Strange Days). La definizione di Henry Miller di questo tipo di città e di vita urbana come airconditioned nightmare (incubo ad aria condizionata), coglie esattamente questo fenomeno in cui i modelli di consumo imposti dominano dispoticamente l'individuo in ogni ambito.(11)

Los Angeles è stato il luogo dove hanno puntato diverse migrazioni: quella dei bianchi che fa parte di quella mitica corsa all'oro dell'epopea ottocentesca e poi in un secondo tempo quella dei neri che si è risolta "nelle speranze frustate dell'emigrazione novecentesca."(12) L'onda migratoria fu molto forte durante la seconda guerra mondiale, quando lo sforzo bellico mosse enormi masse. L'industria aveva bisogno di braccia e a Los Angeles i lavoratori arrivavano con un ritmo di 2000 al mese. Una vera e propria terra promessa: lavoro, spazio, clima buono. In pochi anni il numero dei neri triplicò: a South Central nel 1965 era il 98 percento della popolazione totale.

L'ondata immigratoria riprenderà forte con l'elezione di Regan che esporterà il mito "California", di cui era stato il governatore, a tutto il continente. E così su Los Angeles si riverseranno milioni di salvadoregni in fuga dal colpo di stato e di messicani che attraversano illegalmente la frontiera per lottare contro la povertà.

 

 

V.5 – Blade Runner, o la sociologia dell'anticipazione

Non è molto lontana da noi la L.A. che Ridley Scott ci propone con Blade Runner (1982) e Mike Davies la definisce l'alter-ego distrofico della città.

"A dire la verità, la Los Angeles del 2019 (l'anno in cui è ambientato Blade Runner) non è un lavoro di pura fantasia. La società che produce robot genetici (i replicanti) e assassini (i blade runner) che hanno il compito di eliminarli quando questi infrangono la legge (o quando devono essere "ritirati" per qualche difetto) è molto vicina alla nostra".(13)

Sicuramente il modello di città che Scott aveva in testa per descrivere la Los Angeles del futuro è Hong Kong, dove la "modernizzazione" e il "modernismo" vanno di pari passo con la proliferazione delle strutture economiche tradizionali e con un'organizzazione arcaica dello spazio. Abbiamo infatti la struttura piramidale verticale della Tyrrel Corporation (l'innalzamento, l'alto, il potere) e le strade affollate di orientali, una giungla orizzontale d'asfalto che si stende ai piedi dei grattacieli. Insomma: l'ordine del potere e il disordine magmatico della post-città.

Come afferma Yves Chevrier "la scena urbana che Scott ci mostra è già visibile nelle megalopoli americane, città-stato dove culture e lingue si riconoscono nella logica e nell'estetica dell'accumulazione, del dumping ground." (lett.: luogo per lo scarico dei rifiuti).(14) Lo zoo-umano che vediamo accalcarsi sotto i grattacieli in disordine ricorda molto quello di molti luoghi maledetti di New York o Los Angeles. Non esiste sole, arte o amore in Blade Runner (15), ma lo spettatore coglie il disastro ecologico, la pioggia, il freddo.

Un punto di vista diverso è espresso da Mike Davies che afferma che Ridley Scott, a parte il "pericolo giallo" e il noir, sembra avere ben presente il gigantismo urbano di Metropolis, mentre nella realtà L.A. è una grande pianura senza soluzione di continuità di bungalow in decadimento. (16)

Molti elementi del romanzo di Philip K. Dick Cacciatori di androidi, da cui è tratto il film di Ridley Scott, scompaiono nel film di Scott, ma sono interessanti per delineare una mappa della Los Angeles prossima futura. Il kipple (lett.: desolazione, disordine, squallore, decadimento: tutto insieme) per esempio, detriti e rifiuti che si modificano spontaneamente, ha un progresso inesorabile nella città dove la polvere radioattiva ha ucciso la vita o minato la psiche di molti esseri umani. La città stessa ha un aspetto spettrale perché una grande parte della popolazione l'ha abbandonata per raggiungere le colonie extramondo:

"– Gli appartamenti vuoti – completò Rick. A volte li sentiva di notte, quando avrebbe dovuto essere addormentato. Eppure, dati i tempi, un casamento come il suo, per metà occupato, figurava tra i primi posti nella statistica della densità della popolazione. In periferia si potevano trovare edifici completamenti vuoti (...)"

L'enorme cappa grigio-nera che lo spettatore coglie nella panoramica iniziale della Los Angeles inferno tecnologico, è mediata direttamente dal romanzo (qui però ci troviamo a San Francisco): "L'aria del mattino, rigurgitante di polveri radioattive e grigia per la persistente schermatura dalla luce solare, turbinava intorno a lui, appestandogli il naso. Involontariamente percepì l'odore della morte."

Il fenomeno entropico che Dick individua nel kipple lentamente abbraccia tutta la realtà, disgregando tutte le cellule viventi: "Alla fine ogni cosa si sarebbe confusa, informe e identica, come una poltiglia ammucchiata fino al soffitto di ogni appartamento."

 

V.6 – Esperimenti cyberpunk

"Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto."

Con questa frase inizia Neuromante (1984) di William Gibson, romanzo che praticamente apre l'era cyberpunk, l'ultimo prodotto della letteratura fantascientifica.

Fin dalle prime pagine ci troviamo proiettati nel mezzo di un'umanità marginale che pullula nei quartieri malfamati di Tokio, lo Sprawl, la Città della Notte con Ninsei nel suo cuore.

E' proprio lo Sprawl il setting in cui si muove Case, il cowboy del cyberspazio protagonista della storia. Nella Città della Notte è scomparsa ogni forma di legalità: il difficile equilibrio che la regola è quello dell'inner-city, regole non codificate, ma non per questo meno reali:

"Smetti un attimo di farti largo a spintoni, e affonderesti senza lasciare traccia; muoviti un po' troppo velocemente, e finiresti per spezzare la fragile tensione superficiale del mercato nero."

Certo è che lo Sprawl non sembra essere un mondo molto diverso da quello di molte periferie urbane del terzo mondo e forse questo è il punto: ieri la fantascienza aveva una funzione che potremmo definire morale, ci avvertiva dai possibili (probabili) pericoli della società industriale, oggi ha assunto una funzione didascalica dell'avvento del post-moderno. Insomma: non è più tempo di avvertire, si può solo fare la cronaca di ciò che avviene a Megalopoli, anche perché il rapporto finzione/realtà si è alterato pendendo nettamente a favore della prima. Gibson "ha fornito esempi stupefacenti di come una fantascienza estrapolativa possa operare come una teoria sociale prefigurante." (17)

Se lo Sprawl è la realtà/inferno low-tec dove si incrociano le esperienze più disparate, allora l'unica via di salvezza è rappresentata dal cyberpsazio "un'allucinazione condivisa da miliardi di operatori... linee di luce allineate nel tempo spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di città, che si allontanano." (18)

Alla luce delle nuove tecnologie informatiche si ricompone così quella dicotomia spaziale dentro/fuori, essere/non-essere tema portante di tutta la SF sociologica degli anni '50-'60. Solo che ora non si tratta più di recuperare il corpo portandolo ad un nuovo confronto con il "fuori" che segue le leggi naturali, ma di superarlo per giungere al una realtà altra. La coscienza deve scindersi dal corpo, diventare un avatar che si muove nel Metaverso come Hiro Protagonist in Snowcrash di Neal Stephenson.

E' proprio questo il dramma che vive Case: "Per Case, che era vissuto per l'esultanza incorporea del cyberspazio, fu la Caduta. Nei bar che aveva frequentato come cowboy 'pezzocaldo', l'atteggiamento dell'élite comportava un certo rilassato disprezzo per la carne. Il corpo era carne. Case era caduto nella prigione della propria carne." Lo Sprawl insomma è una condanna: è la Città della Notte che si oppone alla città della luce, una specie di "esperimento dissennato di darwinismo sociale, concepito da un ricercatore annoiato". (19)

Come nota giustamente Carlo Pagetti siamo ormai giunti alla terza fase di un'esperienza narrativa che ha al centro la città fantastica: nella prima fase c'erano state le città fantastiche di Asimov e Van Vogt, centri imperiali con i palazzi del potere; a questa era seguita il caos di città fatiscenti e decadenti degli anni '60-'70 con autori come Brunner, Ballard, Delany. L'ultima fase, quella che comunemente chiamiamo cyberpunk, è l'era in cui le strutture urbane sono in qualche modo risucchiate dalle tecnologie informatiche che sembrano "abolirle, per riprodurle come una successione di freddi dati e di immagini sintetiche sullo schermo di un computer (...)".(20) E così la città fatta di muri e strade, diventa lentamente cibernetica: è il caso della scanscape (lett.: tipografia della sorveglianza) di Los Angeles di cui parla Davies: il moltiplicarsi di sensori che partono da porte blindate o vetri antiproiettili e sono collegati a sofisticati computer programmati per prevenire i riots.

A riguardo si veda Giù nel ciberspazio quando Marly si mette in contatto con Herr Virek con un collegamento sensorio. Stringe la maniglia e:

"(...) questa sembrò contorcersi, scivolando lungo una gamma tattile di superficie e temperatura durante il primo secondo di contatto.

Poi tornò ad essere metallo, ferro pitturato di verde, che si allungava verso il basso, rimpicciolendo una vecchia ringhiera che adesso lei stringeva esterrefatta.

Qualche goccia di pioggia e di terra bagnata (...)

Sotto di lei si stendeva il panorama inconfondibile di Barcellona (...)"

In questo romanzo sono molti i paesaggi urbani che si accavallano. Sopra Barrytown si alzano imperiosi i Progetti, un agglomerato di cemento, magma caotico di umanità, che ricorda vagamente il ponte di Luci virtuali o la Città Oscura di "Johnny mnemonico": "Entro poche ore le prime luci avrebbero cominciato a accendersi fra la massa scura dei Progetti (...) si innalzavano oltre la riva opposta, grandi strutture rettilinee, ammorbidite da balconi-serra disposti a caso, vasche di pesci-gatto, sistemi di riscaldamento solare, e le onnipresenti antenne paraboliche."

La città di Gibson è perciò in qualche modo ossessionata dall'alto: i Progetti spiccano verso l'alto così come la Città Oscura In "Johnny mnemonico":

"Ci stavamo arrampicando da due ore, lungo le scale di cemento e di ferro, incastellature abbandonate su cui erano sparsi attrezzi polverosi."

Ma è in questi luoghi - sorta di foreste urbane dove i personaggi "non vanno da nessuna parte, ma viaggiano a una velocità terribile" (21) e dove è possibile sopravvivere solo grazie all'abbassamento dei livelli di vita - che le storie sviluppano il loro plot:

"Si voltò e guardò in alto, verso i Progetti. Interi piani sempre bui, o abbandonati, oppure con le finestre oscurate. Cosa facevano là dentro?" e poi ancora " (...) considerava i Progetti con orrore superstizioso, come se fossero una specie di inferno verticale e incombente al quale un giorno sarebbe forse stata costretta a salire."(22)

E' un incrociarsi di esperienze maledette, di vite bruciate in luoghi che determinano coscienze, assolutamente plausibili perciò con le degradate propaggini urbane a cui la televisione ci ha abituato:

"(...) nelle storie dell'Agglomerato vediamo un futuro ricavato in maniera riconoscibile e dolorosa dalle moderne situazioni sociali. E' multiforme, sofisticato, globale nella sua visone (...)"(23)

 

 

V.7 – Chiusura

Chiudiamo con questo breve racconto di Eric C. Johansson, "Afterword" ("Chiusura") in cui il futuro di Megalopoli è l'unico che si può immaginare: la morte.

"Chiusura"

L'universo stava morendo. Le galassie tremolavano lasciando solo buio e polvere. L'Uomo stava morendo insieme all'universo ed era un processo irreversibile.

Il caso, o forse l'intervento divino volle che l'ultimo uomo vivo fosse trovato a New York. La città era morta con l'universo, le luci splendenti ormai definitivamente spente.

L'eco dei suoi passi lo seguiva mentre camminava accanto a Central Park. Guardando in alto poteva vedere solo il barlume rossastro dell'ultima stella nel cielo.

Alla schiena sentì puntarsi un fucile.

"Dammi il portafoglio" disse.

Poi l'ultima stella si spense.

________________________________________________________

(1) William Gibson, Monna Lisa overdrive, 1988, Monnalisa ciberpunk, Mondadori, Milano 1991

(2) Walter Benjamin, Passengen-Werk C3, 3

(3) Furio Colombo, La città profonda, cit.

(4) Idem

(5) Marco D'Eramo, Il maiale e il grattacielo, cit.

(6) "Gli operai 'modificati' per il futuro del dr. Adder", in Liberazione, 28 gennaio 1996

(7) Robert Lopez, "Le città-fortezza dei ricchi", in Le Monde Diplomatique, inserto a Il Manifesto, 4 marzo 1996

(8) Idem

(9) Marco D'Eramo, Il maiale e il grattacielo, cit.

(10) Idem

(11) Alexander Mitscherlich, "La città del futuro", in Gino Germani (a cura di) Urbanizzazione e modernizzazione, Il Mulino, Bologna 1975

(12) Roberto Balducci, "Il luogo: South Central Los Angeles" introduzione a Mike Davies, Agonia di Los Angeles, Datanews, Roma 1994

(15) La scena finale del film con la visione aerea di monti e vallate verdi, non era presente nel director's cut che alla prima venne proiettato per errore solo in una sala di Los Angeles ed è una versione molto più noir ed acida.

(16) Mike Davies, Agonia di Los Angeles, cit.

(17) Idem

(18) William Gibson, cit. in Nando Vitale, Roberto Callipari, Immagini dal cyberspazio, in "Codici immaginari", giugno/ottobre 1993

(19) William Gibson, Neuromante, cit.

(20) Carlo Pagetti, I sogni della scienza, cit.

(21) Lance Olsen, William Gibson, 1992, cit. in Fabio Gadducci, Mirko Tavosanis, "Ipertesto" in Cyberpunk, Stampa Alternativa, Roma 1996

(22) William Gibson, Giù nel ciberspazio, cit.

(23) Bruce Sterling, "Prefazione" a WILLIAM GIBSON, La notte che bruciammo Chrome, 1983, Mondadori Milano


CAP. I CAP. II CAP. III CAP. IV

H.G. Wells

viaggio nell'incubo metropolitano

Isaac Asimov

buchi di cemento

James G. Ballard

questa città è il mondo?

Quattro passi all'inferno

 

cyberpunk


Mondo- Ultimi arrivi - Autori - Argomenti - Testi in linea - Speciali
Premi della SF - IntercoM rivista - Collegamenti - Ansible