Teca delle Pene

(The Library of Sorrows)

Jeffrey Thomas

Aveva scoperto che non c'era nulla che un assassino potesse dire a MacDiaz durante un interrogatorio che riuscisse a rivelare più di quanto fosse capace di fare l'arredamento del suo appartamento. Alcuni si dimostravano scialbi, convenzionali, senza nient'altro di inusuale nel loro appartamento che qualche paio di mutandine per ricordo; il loro metodo per uccidere doveva essere brusco e diretto quanto un proiettile nel cranio. Altri si dimostravano molto più immaginativi, perfino spiritosi, nei loro gusti estetici e nell'eliminazione della loro preda. Questa gente era per MacDiaz più affascinante e più spaventosa. Facevano apparire quelli del primo tipo semplicemente degli squali, spinti istintivamente a saziare un qualche tipo di fame. Questi altri erano allo stesso tempo come degli artisti, dei chirurghi e dei foschi commedianti, e MacDiaz capì appena giunto sulla scena del delitto che questo assassino era del tipo artistico.

Le pareti del soggiorno erano piene dei teschi appesi che appartenevano ad umani, animali e alieni (animali e alieni, comunque, difficili a volte da distinguere gli uni dagli altri; più specie intrecciate nella città colonia di Punktown di quante se ne potessero incontrare nell'arco di una vita di un cittadino). Le pareti poi erano state coperte interamente con fogli di plastica nera patinata che aderiva sottovuoto ai teschi, dando a tutti loro l'aspetto di fossili nell'ossidiana. Knickers, l'uniforme che era al comando all'arrivo di MacDiaz, gli disse, "Non pensavo che potesse essere possibile che fosse responsabile per tutti i teschi... immaginavo che avesse preso la maggiror parte da cataloghi chirurgici o sul mercato nero... finchè non sono andato in camera sua..."

Be', MacDiaz la prese come un invito ad esaminare la camera da letto. In ogni caso, non aveva più bisogno di aggirarsi ancora in quell'esposizione da museo, le immagini erano registrate indelebilmente nella sua mente per essere riviste a piacere, in seguito. La sua memoria era fotografica; indubbiamente era un museo di fotografie in se stessa... e conteneva ancora più teschi di quanti ne avesse ammassati questo collezionista.

Mentre Knickers conduceva MacDiaz lungo il corridoio lo informò su come l'assassino fosse stato preso in custodia senza resistenze, e che era un trentatreenne bibliotecario al Paxton Conservatory of Music e che aveva la dea Kalì tatuata sul petto; l'inchiostro giallo che era stato usato per gli occhi brillava talmente tanto che portava dei pezzi di nastro scuro sopra ad essi apparentemente per far sì che che al lavoro non si vedessoro attraverso i vestiti. MacDiaz pensò che il tatuaggio suonasse un po' appiccicoso dopo la bellezza austera del salotto ma, forse, l'assassino s'era fatto il tatuaggio da giovane. In ogni caso erano arrivati in camera da letto.

Qui l'arredo e la preda erano un tutt'uno. A MacDiaz venne in mente un'oscura caverna col soffitto pieno di stalattiti. Contò tredici corpi nudi maschili, tutti di spalle, che pendevano dal soffitto. Sulle prime pensò che fossero appesi nel senso convenzionale, con la testa che si perdeva nell'ombra, fino a che non vide che il soffitto era composto da un qualche fluido pesante e oscuro che si increspava e si avviluppava gentilmente, forse a causa dell'impercettibile oscillare dei corpi pensili... o viceversa. La testa e il collo dei corpi erano stati inseriti in questo soffitto di fluidi e sospesi a questo modo. O il fluido o qualche altra proprietà della stanza preservava i corpi, cosicchè non ce n'era uno che apparisse in avanzato stato di decomposizione; tutt'al più MacDiaz notò del gonfiore e della decolorazione nelle parti più basse dove il sangue si era posato, ma la carne e le mebra apparivano elastiche. Comunque non toccò niente di quello strano raccolto.

MacDiaz ci passò attraverso, infilandosi in mezzo, scansando la testa e facendo del suo meglio per evitare anche di sfiorare i cadaveri pendenti. Li osservò da davanti, notò i tatuaggi e gli anelli, cicatrici rituali e marchiature di moda che gli dissero che alcune delle vittime erano ragazzi del college, forse dal conservatorio. I suoi occhi fotografarono tutto e quando fu soddisfatto dette istruzioni a Knickers e ai suoi uomini per tirare giù uno dei corpi.

Ci fu qualche difficoltà, di fatto quando il corpo alla fine si liberò di colpo gli ufficiali rotolarono a terra col corpo steso sopra a loro. Era senza testa e per un momento irrazionalmene MacDiaz pensò che dovevano aver tirato il corpo troppo forte e che era rimasta nello strano soffitto.. Ma si scoprì che i corpi erano tutti senza testa, con solo il collo a tenerli saldi nel liquido nero come inchiostro. In seguito MacDiaz avrebbe scoperto che molti dei teschi nel salotto erano proprio di queste vittime.

Molte ore dopo, quando l'ultimo dei ragazzi era stato rimosso, MacDiaz tornò di nuovo nel salotto. Notò la custodia di un violino sul tavolinetto da caffè. Non sarà stato forse che il killer era un musicista frustrato, che suonava di fronte ai teschi del suo pubblico catturato, forse nudo, con le lacrime che gli solcavano il viso per la bellezza della propria musica, di fronte agli sguardi fissi dei suoi ammiratori fossilizzati? Il detective andò di colpo ad una finestra tirando di lato le pesanti tende nere. La luce del giorno era rinfrescante e aprì la finestra per far entrare l'aria fresca e far uscire un po' del veleno che era su di lui. La città si stendeva di fronte a lui in strati di grigio che impallidivano, dense stalagmiti rispetto alle stalattiti della camera, una scogliera corrotta brulicante di vita, hovercraft che fluttuavano come branchi di pesci. Come sciami di mosche sopra la grossa carcassa nebbiosa di Punktown.

Si sforzò a sommergere la visione dell'assassino che suonava il violino ma non poteva affondarla definitivamente; non solo ricordava tutto ciò che vedeva attraverso la scheggia del chip collegato al cervello, ma anche tutto ciò che pensava o immaginava. Poteva immagazzinare l'immagine e lasciarla là. In teoria lasciarla là e non doverla più rivedere a meno che non fosse andato a scartabellare i file mentali di quella cartella. Ma in pratica sembrava che venissero fuori a loro piacimento. Quando se ne stava a letto, venivano proiettate all'interno delle palpebre e se apriva gli occhi, venivano proiettate sul soffitto scuro della camera. Era lo spirito della perversione. La sua mente inconscia le faceva fuoriuscire quando la sua mente cosciente desiderava allontanarle. Era come mordersi un'unghia a sangue, qualcosa che nessuno sceglieva di fare coscientemente. Da bambino si mangiucchiava le croste e la carne morta che veniva via e si spaventava dalla fuoriuscita improvvisa del sangue e poi si succhiava anche quello, quasi per toglierlo bevendolo. Richiamare le immagini era come il bisogno di ammazzare una persona. Era uno stimolo che si è costretti ad obbedire, quasi senza speranza di porvi sfuggire.

 

 

La Colombaia era il nome del centro di piena accoglienza dove MacDiaz si recava una volta a settimana per far visita alla madre. In agiunta la chiamava un paio di volte alla settimana. Per i compleanni e per le feste portava la moglie e le due bambine a farle visita. Una volta la figlia più piccola si era svegliana nel cuore della notte urlando e tra le lacrime aveva spiegato di aver sognato di essere bloccata nel letto della Nana con lei denntro e che la Nana era morta e che lei non riusciva ad uscire. Aveva chiesto se poteva dormire con loro e MacDiaz l'aveva tenuta stretta, fissando il soffitto scuro mentre osservava le immagini che si liberavano. Sua madre, da giovane, sorridente, così bella... i suoi capelli rossi sottili con cui da bambino aveva giocato quasi ossessivamente, girando e rigirando senza fine i riccioli attorno alle dita...

Una delle impegate all'ingresso gli chiese se voleva che lo accompagnasse. Le rispose che era tutto a posto ma lei si offrì di fare una chiamata alla signora MacDiaz per avvisarla che era arrivato il figlio a farle visita. Fatto ciò, MacDiaz borbottò un ringraziamento e s'incamminò lungo i corridoi familiari decorati da opere d'arte anonime con le scarpe che scricchiolavano sul terreno troppo lucido. Il numero della madre era 3-33, abbastanza facile da ricordare, ma lui sapeva la strada a memoria. Il suo impianto aveva registrato ogni minima macchia sul pavimento o sulle pareti, ogni panorama falso-impressionista intercambiabile incorniciato alle pareti, i graffi o la vernice staccata su ognuna delle cassettiere allineate alle pareti in file di tre. Arrivò al cassetto con su scritto a matita 3-33 e si fermò a fissarlo, esitando. Stava nella fila superiore. Non si preoccupò di prendere una sedia pieghevole da uno dei ripostigli messi lungo le pareti tra ogni gruppo di cassetiere, dato che erano rare le volte che poteva trattenersi a lungo. Non si doveva nemmeno preoccupare del fatto che altri potessero essere impazienti che si spostasse da davati alla cassettiera che stavano cercando, dato che era l'unica persona in questa parte solitaria del corridoio.

Alla fine premette una pulsantiera e disse, "Ciao, Ma', sono io." Poi sollevò un saliscendi ed estrasse lentamente il cassetto fuori della nicchia nel muro, abbassandolo sui sui bracci fino al livello della propria vita.

Le sorrise e lei gli sorrise debolmente attraverso la bolla. Il casco, da cui gli parlava quando chiamava e su cui lei e gli altri ospiti della struttura passavano le giornate a vedere film, sceneggiati, talk show e giochi, si sollevò in modo che lei poteva guardarlo coi propri occhi. Li dovette strizzare per aggiustare la visione. Era uno scheletro che lui dubitava riuscisse ancora a fare due passi se fosse stato liberato dal proprio sarcofago di vetro. Il suo viso era ridotto a un teschio, ricoperto a malapena di pelle. Ripensò ai teschi nell'appartamento che aveva appena lasciato. I capelli bianchi erano più solo dei semplici ciuffi come i viticci anneriti del suo spirito che cercavano di liberarsi da lei ma erano intrappolati all'interno di questa bolla.

"Che stavi guardando?" le chiese, sapendo della sua passione per i film, una passione che avevano sempre condiviso.

"Un programma di giardinaggio," gli rispose, la voce gracchiante per via dell'altoparlante.

"Non vai più in rete, Ma'? Ti farebbe bene. Parlare con la gente..."

"A fregare qualche giovanotto facendogli credere che sono una rossa sensuale tutta curve?" fece scherzando. "Sono troppo stanca per parlare. Preferisco guardare i miei film... guardare quelle persone che parlano. Ho provato qualcuno dei canali di RV, ma sono tropo stanca, anche come spirito nella macchina. Mi basta guardare, non fare. Sono tanto stanca... stanca per sempre..."

MacDiaz spesso cercava di immaginarsi com'era per la madre una volta tornata nella parete, sola all'interno del cilindro di mantenimento in vita, il suo grembo, perduta nei sogni da video. Incapace a fuggire. Pensava di comprendere la sua prigione. Ma in un certo senso lei gli aveva inflitto la sua. Lei e suo padre avevano voluto che gli venisse impiantato quel chip quand'era bambino. Gli avrebbe dato una possibilità più grande nella vita, un lavoro migliore, gli avrebbe fornito capacità aggiuntive in un mondo competitivo dove tale tecnologia era ugualmente accessibile ad ogni singola persona... capace di potersela permettere. Non aveva avuto scelta. Una decisione dei genitori, come la vecchia circoncisione. Ma non è che la lasciava vivere in quella prigione per vendetta. La presente condizione di lei era imposta ad entrambi dalla legge che lui stesso serviva; se avesse potuto avrebbe aperto la bolla in quello stesso istante per tagliare i suoi cavi di supporto tremolanti in modo che riuscisse finalmente ad entrare nel vero riposo.

"Come stanno le ragazze?" gli chiese, l'argomento favorito di lei e lui glielo disse. A volte le portava dei filmati di quando giocavano o durante le vacanze in modo che li vedesse. Fortunatamente non gli chiese mai com'era il suo lavoro. I suoi genitori non avevano proprio approvato il fatto che diventasse un poliziotto e lui non desiderava ora parlarle del dolore che gli arrecava. Dirle che non era sicuro quanto ancora sarebbe riuscito a farlo... come non fosse più sopportabile col passare del tempo, ma anzi peggiorasse sempre di più, man mano che vedeva sempre più orrori, fino a che la sua mente non sembrasse pronta ad esplodere col suo fardello, quelle immagini che non si dissipavano mai, che si facevano largo a gomitate per trovare una posizione. Dirle che l'interno del suo cranio era una scena criminale, illimitata e che si estendeva in tutte le direzioni in un infinito sanguinoso.

 

 

Si sedette al tavolo di cucina, col bicchiere di spremuta d'arancia di fronte. La moglie era venuta ciabattando dal letto qualche minuto prima per vedere se andava tutto bene; l'aveva rimandata gentilmente a letto. Avevano fatto l'amore stanotte. Come poteva fare a dirle che il più delle volte in questi giorni quando facevano l'amore lui scavava il ricordo di un'altra notte d'amore, dieci anni prima, quando lei era più slanciata, più carina, ancora in fiore? Era come se la tradisse con una sua versione precedente. E poi c'erano quelle volte che gli ritornava una notte passata con la sua ragazza al college. Oppure si ricordava (come se fosse di fronte a lui proprio in quel momento) una qualche adolescente senza nome che stava in fila davanti a lui quando aveva tredici anni... in attesa di salire sulla giostra... e lui che guardava le sue lunghe gambe, lisce come quelle di una bambola di plastica, e i pantaloncini attillati che le fasciavano il sedere.

Era un ricordo dolce, non proprio carnale (si ricordava il luccichio del sole sui suoi capelli biondi lunghi e preziosi così come si ricordava la carne delle sue gambe e il luccicchio d'oro su di esse) ma appariva così reale, così immediato che si poneva in competizione con la realtà che stava attualmente vivendo, col tempo che stava vivendo ora, e gli faceva provare un senso di spiazzamento. Perso dentro di sè. Doveva essere abituato alle proprie memorie, portava il suo chip da oltre trent'anni. Ma da ragazzo la sua mente era stata spaziosa. Aveva avuto spazio per muovervisi, per tenere i ricordi a distanza di braccio e trattarli a riguardo. Ma adesso la casa era piena, un ripostiglio, un magazzino, le finestre oscurate dalle pile di detriti e di immagini molto più terrificanti di qualunque altra avesse immaginato da bambino o da novizio in polizia. Più passava il tempo e più si accumulavano le esperienze della sua vita per essere immediatamente accessibili da parte sua, più la condizione di lunga vita gli diventava aliena.

Proprio adesso l'immagine della ragazza dorata gli si fece davanti, semplicemente per il collegamento di pensieri che stava attraversando. Con rabbia rispinse indietro l'immagine e per rimpiazzarla spinse la mente a passare in rassegna i dati del suo caso. Ne estrasse uno e lo aprì sulla scrivania della sua mente.

Pensò che fosse triste scacciare il fantasma di una ragazza bionda e dalla pelle levigata col fantasma di un membro di una banda a cui erano stati ritualisticamente cavati gli occhi a colpi d'arma da fuoco, ma rimase comunque seduto là, sorseggiando la spremuta d'arance e osservando lentamente ogni dettaglio della scena in cui era immerso il ragazzo. Rivide anche il proprio viso, riflesso nella pozza di sangue che s'allargava sempre più dalla testa esplosa del monello.

 

 

MacDiaz arrivò su questa scena del crimine solo qualche attimo dopo delle divise e di conseguenza non erano stati ancora scoperti tutti i corpi. Ebbe solo una fugace visione di uno scheletro denudato e steso sul tappeto del soggiorno prima di addentrarsi nel vecchio appartamento con le sue grosse stanze e i soffitti alti, la pistola estratta come un cane che lo indirizzava. Prese nota del fatto che tutti gli scuri erano chiusi e che le tende erano tirate di modo che il luogo aveva un aspetto e una puzza sepolcrale. Mente un'uniforme si infilava in una stanza da letto, MacDiaz ruotava il pomello di un'altra.

La porta si aprì solo per qualche centimetro. C'era qualcuno che si appoggiava contro, o s'era barricato? Si spostò da un lato, per non venir colpito da eventuali spari attraverso il pannello e cercò di lanciare uno sguardo attraverso la fessura. Al di là solo buio. Be',... che poteva fare? Aveva intrecciata nel vestito e nel soprabito abbastanza roba protettiva da bloccare metà dei proiettili e dei raggi che si possono incontrare, così si tirò indietro per prendere la rincorsa e poi si buttò di spalla contro la porta. Si aprì a metà con un rumore sordo e un suono di schegge prima di bloccarsi di nuovo e MacDiaz divenne un bersaglio mobile, attraverso l'apertura con la pistola estratta.

I piedi scricchiolarono su una superficie irregolare e quasi perse l'equilibrio. C'era un corpo sul pavimento proprio di fronte alla porta, scheletrito quasi come quello nell'altra stanza, ma ancora con brandelli di pelle. Non trovò nessun altro nella stanza, sotto il letto o nel bagno. Accendendo una luce tornò a volgere l'attenzione sul cadavere, ansioso, ora, di vedere se la testa era realmente grossa come sembrava nell'oscurità... in quanto era questa che aveva frantumato con la porta e poi calpestato.

L'esplosione di luce fece turbinare uno stormo d'insetti. Sorpreso e nauseato MacDiaz provò il desiderio irrazionale di puntare contro di essi la pistola. Ma nello stesso istante notò che non era la testa del cadavere che aveva frantumato rendendosi conto che le creature che aveva calpestato non erano insetti. "Oh, cavolo," fischiò, vedendo che aveva inavvertitamente schiacciato a morte un bel numero di quelle piccole creature.

Erano una razza chiamata i Mee'hi, e sapevano far di meglio che uccidere altre specie intelligenti per cibarsene e costruirvi i propri nidi... erano stati avvertiti molte volte e minacciati di espulsione totale da questo mondo. La testa dell'uomo in decomposizione era stata trasformata in un nido come un castello di sabbia fatto con della sostanza estratta, una città in miniatura come un microcosmo di Punktown, con spire salde ma delicate e minareti ora in gran parte schiacciati e abbattuti. Il viso del cadavere era tutto sommerso tranne la bocca , le labbra tirate indietro ad esporre un terribile ghigno giallo.

"Maledetti," ringhiò MacDiaz alle creture che scappavano. Senza dubbio avrebbero sollevato un pandemonio per quelle che erano state calpestate, dichiarando che l'aveva fatto apposta per vendetta. Be', i suoi occhi avevano registrato tutto e se necessario i suoi ricordi si potevano estrarre per mostrare ad una giuria che l'uccisione era stata accidentale. Comunque, doveva ammettere che aveva appena ammazzato più creature con un solo passo di quante non ne avessero ammazzate molte dei suoi ultimi assassini messi assieme.

"Hei, gente," chiamò dalla porta alle uniformi, "venite qua!" temeva che i Mee'hi riuscissero a scappare tutti quanti attraverso le fessure e le crepe dei muri e si guardò attorno in cerca di qualcosa per iniziare ad acchiapparli.

Una voce lo fece sobbalzare e i suoi occhi tornarono di botto sulla figura stesa sul pavimento. Non poteva dire se era uomo o donna, ma vide le dita muoversi con etrema lentezza e un suono profondo e indistinto uscì fuori dai denti stretti, come una registrazione fatta andare ad una velocità molto lenta. Quel povero essere era ancora vivo con le ultime sostanze ancora non del tutto spremute. Forse aveva anche creduto d'essere già morto, con gli occhi coperti di quella resina nera finchè non s'era precipitato dentro MacDiaz a risvegliarlo.

Mostruosità pietosa. Per un altro attimo irrazionale MacDiaz desidò poggiare la pistola sul teschio incrostato e farla finita con le sue sofferenze, ma gli ufficiali in uniforme erano arrivati subito. Tutto ciò che poteva fare ora era pregare che una volta che la cosa fosse stata liberata dal nido, che allo stesso tempo lo stava uccidendo e lo teneva in vita, riuscisse a passare finalmente alla morte vera.

 

 

Lei aveva iniziato a peggiorare. Una parte di lui era contenta per questo, anche se non una parte così grande come avrebbe potuto credere, e se una volta si sarebbe potuto sentire in colpa nello sperare segretamente che sarebbe morta presto, ora si sentiva in colpa sperando segretamente che sarebbe sopravvissuta.

Questa volta, nel venirla a trovare, lo fissò dalla sua bolla con sospetto e forse anche con paura, come se fosse venuto al suo capezzale per ucciderla. Si coprì con la coperta fino al mento e chiese, "Chi sei? Cosa vuoi?"

"Sono Roger... tuo figlio," le rispose MacDiaz e si guardò attorno in cerca d'aiuto. Non potevano aumentare le medicine? Iniettare qualcosa in una delle piccole porte lungo la parete per entrare nella sua circolazione artificiale e poi in quella reale per riportarla temporaneamente indietro, facendo uscire fuori dal labirinto oscuro della sua mente il debole spirito che vi si era perso?

Ma poi, mentre la mente le si schiariva un po' da sola (forse s'era appena svegliata da un sonnellino, oppure il suo viso era spuntato nella nebbia) si ricordò di lui. Ma la sua voce era sottile come quella di un bambino e ogni pochi minuti chiedeva chi si stava prendendo cura del cane, Lady... che era morta cinque anni prima.

MacDiaz era esausto quando la lasciò; era spofondata di nuovo nel sonno e lui aveva indugiato un po', osservando semplicemente il suo viso. Mentre tornava indietro attraverso i corridoi un uomo anziano gli sgattaiolò a fianco e con delicatezza gli toccò il braccio. L'uomo aveva lacrime agli occhi e per un attimo MacDiaz si chiese se poteva essere che fosse scappato da uno dei cassetti alle pareti.

"Signore, mi scusi," mugolò il vecchio, "non riesco a ritrovare mia moglie. E' in una di quelle cose... ma non riesco a trovarla. Non mi ricordo il numero..."

MacDiaz riportò l'uomo all'ingresso e lo lasciò con una impiegata che avrebbe trovato il numero della moglie dalla documentazione che avevano. Ma mentre lo lasciava a lei MacDiaz si sentì stupidamentre preoccupato pensando che invece di trovare il cassetto della moglie avrebbero chiuso il marito in un altro.

 

 

Nel sogno MacDiaz era vivo, ma era stato narcotizzato o era in trance, forse stordito da un colpo, e lo stavano trascinando nudo attraverso un appartamento scuro, in una stanza dove il soffitto era una pozza che ondeggiava leggermente, troppo scura per vedervi dentro. Da questa pozza sopra le teste pendevano altre fugure appese al collo, dondolando casualmente come giacche messe via in un armadio... o meglio come carcasse appese in un frigorifero da macellaio. Con un grugnito la persona vaga e in ombra che lo aveva trascinato lo prese in braccio e allungandosi premette la testa di MacDiaz nella pozza che ondeggiava gelidamente.

Poi rimase là, sospeso, a guardare senza vista in un vuoto nero. Ma la sua vista iniziò ad aggiustarsi, gli occhi iniziarono a gettare due raggi gialli... come gli occhi di Kali, pensò nel sogno. Le immagini arrivarono dapprima indistintamente: pallide ombre svolazzanti, forme grigie vacillanti... ad una distanza che i suoi raggi di luce non potevano raggiungere. Ma queste ombre si fecero più vicine, entrando ed uscendo dalla portata dei suoi raggi che stavano seguendo il cammino ondeggiante di una per poi passare ad illuminarne un'altra. Le figure si avvicinarono strascicando e così facendo rivelarono la condizione catastrofica delle loro forme d'apparizione. Un suicida per arma da fuoco col viso aperto da un'esplosione interna. Una donna col torace decolorato come un lenzuolo bianco coperto da una calligrafia di ferite da pugnale... una profusione di piccole parentesi nere così raggruppate da assomigliare ad un'orda di insetti che si cibava su di lei. Si rese conto che stava guardando nella terra dei morti, anche se era ancora vivo, anche se gli altri corpi con cui pendeva mancavano della testa e così non vedevano nulla. Era solo e terrificato, impossibilitato a liberarsi... e, peggio di ogni altra cosa, non c'erano misteri rivelati, non arrivava alcuna illuminazione dal suo punto di vista privilegiato. C'era solo ciò che aveva già visto, ma immortalato in un limbo dove non svaniva mai, dove i morti non riuscivano a trovare riposo dalla loro maledizione.

Un dolore acuto proprio sotto l'occhio sinistro lo svegliò e istintivamente dette una manata sulla parte interessata. Seduto sul letto si allungò verso la lampada accanto a lui: la moglie lanciò un grugnito irritata per l'improvviso chiarore e si girò allontanandosi da lui.

Sulla coperta tra le gambe, MacDiaz avvistò un insetto traslucente grigiognolo, che zampettava sulla schiena, colpito dalla sua manata. Era un Mee'hi e si rese conto che l'aveva morso nel sonno.

Prese una tazza in plastica dal bagno per raccogliervelo e lo riportò con se nel bagno e chiuse la porta. Contemplò la creatura che si divincolava. S'era ficcata in una scarpa o tra i vestiti dalla scena del delitto che aveva investigato alcune settimane prima; ma perchè attendere fino ad ora per attaccarlo? Forse era l'avanguardia di un'intera orda che lo stava cercando per vendicarsi. Sentì che gli stava montando la rabbia, con un calcio MacDiaz sollevò la tavoletta e iniziò a versare la tazza per buttarvi il piccolo alieno. Ma esitò. Sarebbe stato un assassinio, e questa volta cosciente. Anche se la prova sarebbe stata portata via dall'acqua, il crimine sarebbe stato registrato nella sua mente e i suoi ricordi venivano estratti periodicamente ed usati durante il dibattimento dei casi. Sia per senso di moralità, sia per auto difesa, o per tutti e due, riabbassò la tavoletta e trasferì l'essere ferito in una bottiglietta per pillole col coperchio.

La mattina dopo vide che la pelle attorno all'occhio s'era fatta rosa e gonfia; la luce bruciava all'occhio terribilmente e lo faceva lacrimare così copiosamente che riusciva a trovare conforto solo strizzandolo al massimo per bloccare del tutto la luce. Anche così pure l'occhio destro lacrimava un po', forse per simpatia o forse perchè il veleno del morso si stava diffondendo.

Si mise la boccetta con l'essere che si dimenava ancora nella tasca della giacca e andando al lavoro passò per l'ospedale per farsi dare un'occhiata al morso... dopo aver prima lasciato il prigioniero in custodia. Il medico che lo osservò (fu visitato subito quando rivelò d'essere un polizotto) lo informò che i Mee'hi maschi iniettano veramente veleno, anche se di solito è pericoloso solo quando i morsi sono numerosi. Per di più questo era un morso da un maschio immaturo il cui veleno non era ancora pienamente efficace. "Forse è sfuggito da quel luogo del delitto..." congetturò il dottore. "Ed ha passato queste settimane aspettando la vendetta." Sembrava che trovasse la cosa divertente. Comunque quest'idea fece provare a MacDiaz un po' di pietà per la cosa. Immatura... un figlio, forse. Pieno di dolore, forse per la morte di fratelli, dei genitori. Avventarsi rabbiosamente, cercando disperatamente di sconfiggere un nemico molto più grosso e forte.

"Dottore," fece MacDiaz rimettendosi la giacca e i guanti scuri che s'era tolto per massaggiare l'occhio torturato. "Ho un chip di memoria Mnemosyne-755 che mi è stato impiantato all'età di dieci anni e stavo pensando di... rimuoverlo."

"Be' certo, attualmente ci sono chip migliori di quello..."

"Non voglio sostituirlo... vorrei solo toglierlo."

Il dottore sorrise piegando un po' la testa, di nuovo come se fosse divertito. MacDiaz non lo trovava simpatico. "Perchè?"

"Non lo voglio più," replicò un po' irritato il detective.

"Be', io ho un chip e ci sto proprio bene... non so come possa farne a meno un dottore che deve trattare con tante razze come me."

"Sono certo che per voi sia utile. Ma vorrei togliere il mio e mi chiedevo quanto fosse grossa e quanto venisse a costare la procedura. Se la maggior parte delle assicurazioni la coprono o se..."

"Be', vede, non è che lo deve rimuovere. Si può semplicemente spegnere, il che rappresenta un aprocedura proprio semplice, e non occorre intervento chirurgico."

"Vorrei che venisse tolto."

"Non è che si riaccenderebbe da solo, sapete... a meno che non cabiaste idea in seguito e vorreste rimetterlo in funzione. Non è che si riattiverebbe battendo la testa," ridacchiò il dottore.

MacDiaz si alzò per andarsene. "Grazie," disse in modo più teso di prima e uscì dall'ufficio.

 

 

"Mi spiace, Mr. MacDiaz," disse l'impiegata, uscendo di corsa da dietro il bancone per intercettarlo, "non abbiamo avuto ancora il tempo di spostarla... siete sicuro di non voler aspettare?"

Non era sicuro, ma s'incamminò lungo il sentiero familiare, con l'impiegata che si muoveva precipitosamente per mantenere il passo. Non c'era niente all'esterno del cassetto ad indicare che qualcosa era fuori dell'ordinario e fu grato per il fatto di non essere venuto qua e aver fatto la scoperta per conto suo accidentalmente. Naturalmente, ciò era impossibile, il sistema di supporto vitale aveva allertato il controllo sul fatto che c'era un problema, così non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe potuto fare delle scoperte. Ma l'immagine mentale di aprire il cassetto e fare quella scoperta non si riusciva a toglierla.

L'impiegata gli girò attorno per attivare il cassetto e la bolla uscì fuori dalla nicchia, si abbassò sui propri bracci per offrire il proprio peso solenne.

"Oh, Dio mio," sussurrò MacDiaz, come se, dopo tutto, ci fosse ancora qualche sorpresa. Negli attimi che passarono tra l'aprirsi del casetto e l'abbassarsi della bolla, aveva immaginato che la madre sarebbe apparsa come morta. Il viso contorto in una smorfia, gli occhi che si rigonfiavano fuori dalle orbite, la carne rossa e annerita. Ma c'era calma... la bocca in quel sorrisetto strano della morte. Le labbra non erano del tutto chiuse, comunque; una cosa appena percettibile, ma sottilmente inquietante.

Come aveva fatto in quella visita che non l'aveva riconosciuto, fissò il suo viso immobile per lungo tempo, con l'impiegata che attendeva impaziente. I suoi capelli (un tempo rossi e sottili e dove vi aveva avvolto le sue piccole dita) ormai solo dei ciuffi grigi; le sue guance (un tempo soffici e lisce sotto i baci infantili) imbiancate e concave. Gli occhi (che avevano osservato tutti i suoi film) mezzi aperti e mezzi chiusi. Quel piccolo dettaglio sembrava farsi beffe di lui. Era un dettaglio non deciso. Un dettaglio incompleto. Sarebbero dovuti essere chiusi. Sarebbe dovuta essere in pace, completamente.

"Per favore, chiuda la porta," mormorò alla donna in attesa, voltandosi con le lacrime che iniziavano a scendergli lungo le guance. Aveva visto a sufficienza. Le doveva un'ultima visita. Ma non voleva più averla fatta... non voleva ricordarla a quel modo.

 

"Dovreste sapere che..." questa dottoressa più anziana lo informò, dopo aver terminato lo scan del chip nel suo cervello, "... che ora ci sono dei chip che forniscono a colui che li usa l'opzione di separare e cancellare qualsiasi blocco di memoria si desideri scaricare. Avere un controllo completo e si può anche spegnere completamente il chip durante quei momenti in cui si desidera che non funzioni... con un semplice pensiero."

"Non voglio un chip nuovo," ripetè ancora. "Togliere questo."

Sospirò. "Be', naturalmente è una vostra scelta. Desideravo solo farle conoscere tutte le sue opzioni... soprattutto se ciò può avere conseguenze per il tipo di lavoro che svolge."

"Sono pienamente cosciente su questo aspetto," le rispose MacDiaz.

E così fu fatto quel pomeriggio. Mentre se ne stava disteso a riposo, in attesa che la moglie passasse a prenderlo, pensò che se sua madre avesse avuto un chip di memoria, non si sarebbe potuta dimenticare mai chi fosse suo figlio. Nella sua piccola prigione avrebbe potuto passare delle ore felici rivivendo tutte le parti migliori della sua vita, libera e persa in questi ricordi... anche i sapori e gli odori, la sensazione della brezza serale fredda sul viso. Nel suo delirio avrebbe potuto anche arrivare a credere che quello era il suo presente. Ma poi ciò avrebbe reso la sua prigionia più profonda... sapere che nonostante la sensazione quelle erano solo memorie, anche se belle... momenti passati e fuggiti e non un'esperienza presente. Per di più con lei ci sarebbero stati i brutti ricordi intrappolati all'interno di quella piccola bolla... le delusioni e le ansie e le paure di tutta una vita, impossibili da fuggire. Il rivivere in modo acuto la morte del proprio cagnolino, forse in modo ripetuto e tutte le volte come fosse la prima...

Standosene là, disteso a recuperare le forze, all'inizio si chiese se il chip era stato relmente tolto. Fissando il soffitto oscuro poteva ancora proiettarci il viso di sua madre... gli occhi socchiusi. Ma quando si spinse oltre, in cerca della scena in quella stanza dei cadaveri appesi senza testa scoprì che era un'immagine meno vivida, più astratta che precisa. Chiuse gli occhi e fece uscire un breve respiro. Una specie di pace si diffuse in lui, come fosse stato esorcizzato. Non azzardò a cercare il viso della madre da giovane. Sapeva che non ci sarebbe stato, non in modo chiaro. Ma aveva fotografie e riprese, da poter visitare brevemente. Era un sacrificio con cui avrebbe potuto vivere. Avrebbe comunque scoperto che i sentimenti persistono mentre le immagini no.

La moglie giunse per portarlo a casa. E passarono giorni e mesi e i visi dei morti (bruciati dai proiettili, che ghignavano misteriosamente al loro stesso destino, gonfi come visi di bambole in plastica e scarnificati fino all'osso) iniziarono a dissolversi nel fumo e nell'ombra. Grigi e difficili da distinguere. Elusivi e vaghi come fantasmi (e ricordi) dovrebbero spesso rimanere.

© Jeffrey Thomas 2000

titolo originale The Library of Sorrows

traduzione italiana Danilo Santoni

pubblicato in Infinity Plus

pubblicato nella raccolta di Jeffrey Thomas Punktown, The Ministry of Whimsy Press.

Jeffrey Thomas