


«Les échelles du baroque», Ricardo Bofill
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La città rappresenta una costante nella storia della civiltà umana: dagli insediamenti su palafitte all’ingorgo di grattacieli di Manhattan, la città ha percorso lo stesso camino dell’uomo cambiando di aspetto, di materiali, di concezione, di struttura… ma rimanendo profondamente (e paradossalmente) fedele a se stessa nella funzione svolta. Allo stesso tempo l’uomo ha concepito in modo astratto la città oscillando tra due punti estremi:
Naturalmente questi due concetti non sono altro che i punti estremi ed opposti di una serie di concezioni della città più sfumate ed intermedie, i punti, diciamo così, teorici. Per esempio cos’altro sono i piani regolatori delle nostre città se non il tentativo di innestare le leggi del meccanismo all’interno di una struttura che tende ad essere organica? La fantascienza ha trattato spesso il tema della città futura, facendolo però quasi sempre in modo tangenziale, lasciando più che altro il tema come parte dello sfondo su cui impostare l’azione. Si è trattato spesso più che altro di note di colore e non di uno studio di una progettazione preciso e scientifico. A volte ci sono delle eccezioni.
Il volume raccoglie una serie di racconti (14 nell’edizione italiana, ho motivo di credere che l’edizione originale ne contenga di più) che presentano dei concetti particolari di città: la città festival, la città sicura, la città degli uffici, la città di superficie, la città dei riti, la città della mafia, la città degli sfratti, la città senz’aria, la città programmata, la città fuori dalla città, la città dei robot, la città senza uomini, la città condannata, la fine della città. L’idea che si fa largo, e questo libro ne rappresenta una conferma, è che in massima parte la fantascienza classica, quando si è posta a studiare il concetto, abbia sentito la città più che altro come meccanismo, mentre le nuove tendenze (diciamo da Blade Runner e dai cyberpunk in poi) sentono la città più come un organismo. |
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