Ritorno al futuro?

a cura di Andrea Iovinelli


È da molto che sognavamo di mettere le mani addosso... ops!, di fare due chiacchiere con alcuni degli autori del celeberrimo Gruppo Hammer, e ora, finalmente, li abbiamo picch... intervistati! A risponderci molto cortesemente sono stati Giancarlo Olivares, Gigi Simeoni e Stefano Vietti, da qualche anno noti e affermati autori della scuderia Bonelli.

 


Intercom: Benvenuti sulle pagine di Intercom, vi ringraziamo della vostra gentile disponibilità. Siamo orgogliosi di poter dar nuova voce ad autori che, personalmente (ma penso di poter parlare tranquillamente anche nome di decine di migliaia di appassionati lettori), mi hanno fatto sognare, emozionare ed entusiasmare. E tutto questo, "SOLO" grazie a un fumetto. So che è difficile dirlo in due parole, ma come è nato Hammer?

 

Sime: Hammer inteso come testata di fantascienza è nato dietro specifica richiesta di Giovanni Bovini, l’editore della Star Comics: volevano qualcosa che si contrapponesse al bonelliano Nathan Never, che all’epoca rappresentava l’unico esempio di SF a fumetti italiana. Hammer inteso come "filosofia narrativa" pescava nella nostra esperienza di lavoro di gruppo che si era formata con Fullmoon Project ed era alimentato dalla grandissima libertà che ci era stata concessa dell’editore. In poche parole, credo che Hammer sia il prodotto che scaturisce dalla seguente ricetta: sufficiente esperienza tecnica, moltissima passione, superdose di libertà. Sono ancora convinto che fosse il senso di libertà che riuscivamo a comunicare ai nostri lettori, quella cosa che ha fatto la differenza. Ma è una mia convinzione molto personale…

Olivares: Hammer è nato da una precisa richiesta dell’editore di creare una miniserie fantascientifica (ebbene sì, il progetto iniziale della star comics era di realizzare una miniserie di quattro numeri, poi nello sviluppo dell’opera, anche a causa della nascita della Marvel Italia, l’editore decise di trasformare il progetto in una vera e propria serie). Inutile dire che questa richiesta aveva trovato in parte del gruppo creativo bresciano (soprattutto in me e in Stefano Vietti) una entusiastica adesione. Ma l’intero gruppo creativo ha partecipato alla creazione di soggetti, scenari e personaggi e adesso che è passato tanto tempo è ancora più difficile dire chi abbia inventato questo piuttosto che quell’altro aspetto. Sicuramente nelle riunioni creative (piuttosto tempestose ) si è sviluppata una grande sinergia, giocata sulla partecipazione attiva di tutti i membri dello staff, per cui non sono in grado di dire come è nata l’idea di Hammer, ma posso dire che, una volta terminato il progetto, ognuno lo sentiva particolarmente suo.

 

I: Immagino che ognuno di voi, chi più e chi meno, avesse un qualche tipo di patrimonio fantascientifico alle spalle. Quali erano, o sono tuttora, le vostre passioni all’interno di questo genere?

 

Sime: Non sono un esperto di fantascienza, e credo che continuerò ad essere tiepido nei confronti di questo genere. Mi piacciono le storie dietro le quali c’è il mistero della mente umana, dove si cercano le risposte alle eterne domande del chi sono, da dove vengo, ecc… Quindi se dietro ad una storia fantascientifica c’è tutto questo okay, mi piace. Altrimenti rispondo che non posso soffrire quelli che vanno alle convention col pigiamino di Star Trek. Amo Blade Runner, Alien, Guerre Stellari. Ho letto qualcosa di Simmons, Dick, Gibson.

Olivares: Io rappresento nel gruppo il maggiore appassionato di fantascienza e mi piace particolarmente Simmons (Hyperion è stato il principale punto di riferimento per la creazione di Hammer) Heinlein, Vance, Brin, e decine di altri autori di cui non ricordo il nome ma che si riuniscono sotto il termine "buona fantascienza".

Vietti: Ho letto molta fantascienza da ragazzo… centinaia di romanzi e racconti dei più disparati autori. Ricordo che divoravo tutto, riuscendo ad arrivare al termine anche delle storie più assurde e mal scritte. Oggi leggo meno libri di fantascienza di un tempo, ma li scelgo con molta più cura…

 

I: Quali sono i punti fermi, le fondamenta sulle quali avete voluto costruire l’albo? L’estremo realismo? L’insicurezza e la precarietà dei protagonisti? Il loro essere anti-eroi? Il rocambolesco susseguirsi degli eventi?

 

Sime: un po’ di tutto questo. Ripeto, eravamo autori giovani, selvaggi e liberi. Più di una volta abbiamo allarmato il vicinato con le nostre urla durante le riunioni creative. Io poi ero il più odiato perché ero convinto che dalla provocazione potesse uscire il meglio della creatività. Comunque, nella nostra "costituzione", Hammer doveva essere soprattutto avventura realistica, semplice e lineare: per permettere ad ogni bella idea di poter essere coltivata e cresciuta attorno ai personaggi.

Olivares: Il perno di tutto il progetto sono i personaggi, sia i protagonisti che i comprimari, insieme al desiderio di "spiazzare" il lettore e di restituirgli un po’ di quel "sense of wonder" che mi prende ancora quando leggo un buon romanzo o un buon fumetto, anche a costo di sacrificare un po’ di coerenza e realismo delle storie. Nelle nostre riunioni, quando si leggevano le storie in lavorazione, la domanda principale non era se esistevano contraddizioni nella vicenda ma se ci eravamo divertiti nel leggerla.

Vietti: Oli ha ragione… il perno sono stati i personaggi.

 

I: Adesso, col senno di poi, cambiereste qualcosa, o rifareste tutto come allora?

 

Sime: Forse aggiusteremmo il tiro su certe problematiche, svilupperemmo meglio certe trame, rifiniremmo meglio certi aspetti psicologici dei personaggi. Ma le cose che avete letto e che vi hanno colpito non verrebbero scalfite nemmeno con un unghia, perché erano le stesse che ci facevano godere come pazzi a realizzarle.

Olivares: Col senno di poi si riempiono solo le fosse.

Vietti: Ahahah! Oggi Oli ha un gran senso dell’umorismo! Con l’esperienza che abbiamo maturato, forse modificheremmo tutto! Brrrr… tremo al pensiero di cosa ne uscirebbe! Sicuramente non più Hammer.

 

I: Passiamo al piatto forte: il mitico numero uno, "Doppia Fuga". Come è nata la formidabile idea? Chi ne è il responsabile? Era nata già così, oppure col tempo si è gradualmente tramutata nella versione finale? Insomma, diteci tutto!

 

Sime: Il numero uno (come anche i seguenti tre) è nato in riunione creativa. Ognuno metteva del suo, buttava lì un abbozzo d’idea di ogni singolo passaggio (magari pensandola in tempo reale) e il resto del gruppo la cucinava e la divorava. Ricordo che, dopo che avevamo stabilito la faccenda dei due mondi (quello virtuale e quello reale) io avevo pensato ad un colpo di scena che doveva spiazzare il lettore: ad un certo punto Helena doveva far credere di aver tradito gli amici facendoli uccidere dai guardiani e in realtà aveva capito che morendo nella realtà virtuale uscivano dal sonno criogenico. Sono molto orgoglioso di questa "mia" parte della storia. La lavorazione del soggetto è stata molto lunga e laboriosa, eravamo coscienti di avere per le mani la nostra Grande Occasione, credo che se avessimo avuto in mano coltelli al posto delle matite ci saremmo scannati già la prima sera.

Olivares: Nel progetto iniziale il carcere orbitale non doveva avere la connotazione virtuale per cui la vicenda doveva chiudersi con la fuga dei nostri, una specie di fuga da Sing-Sing nello spazio. Mentre il soggetto era in lavorazione abbiamo cominciato a pensare che forse dovevamo trovare un modo di spiazzare il lettore a un certo punto della storia, cambiargli le carte in tavola. E se avessimo fatto credere al lettore che i protagonisti morivano a un certo punto della storia per poi scoprire che tutta la loro avventura fino a quel punto era stata solo una specie di sogno generato da un computer? Da questo abbozzo iniziale tutto il gruppo si è messo al lavoro ed è stata sviluppata nei dettagli tutta la vicenda come l’avete letta.

Vietti: La chiave di tutto è nata dalla possibilità che i nostri morissero… mi ricordo che quella sera, qualcuno, forse stanco o un po’ brillo (la birra era di casa alle riunioni) sparò qualcosa a proposito della morte di qualcuno dei protagonisti che però in realtà non moriva perché… chissà perché… ma certo! E se fossero tutti in una sorta di realtà virtuale? Un ambiente gestito da una mente artificiale? Già, - disse un’altra vocina – Lazareth è un carcere virtuale… cioè… i prigionieri sono tenuti in una sorta di sonno criogenico e le loro menti invece scontano la pena! Ma perché diavolo si dovrebbe inventare un carcere così? Per risparmiare denaro? Azz… vero!

Ecco… mi sembra sia andata così… Allora Sime disse qualcosa su come il Destino fosse beffardo… e ci raccontò di una idea che aveva avuto anni prima… ma è meglio che ve ne parli lui…

 

I: Allora racconta! Qual è la vera origine di "quel" mondo virtuale? Ci sono stati dei precisi punti di riferimento o è tutta farina del vostro sacco?

 

Sime: L’idea del carcere orbitale denominato "Lazareth" è una mia idea di molti anni fa, credo del 1983 o ‘84. Nella mia idea era una stazione spaziale di modeste dimensioni che doveva essere utilizzata come un’astronave in seguito ad una rivolta. Poi in gruppo è nata l’idea di renderlo "scenografia virtuale" ed ingigantirlo, di farlo diventare un’isola enorme ed abitata da milioni di galeotti. Tutta la storia comunque stava nascendo pezzettino per pezzettino attorno al tavolo delle riunioni. Per quanto riguarda l’aspetto, diciamo che l’ambientazione "visiva" del numero uno è stata posta nelle mani di Majo, che come me era digiuno di SF. I casi erano due: o ne usciva un pastrocchio senza capo né coda oppure qualcosa di originale ed a suo modo intrigante. La seconda che ho detto?

Olivares: Ritenere qualcosa tutta farina del proprio sacco è sicuramente un errore per chiunque faccia il nostro lavoro. Tutto ciò che inventiamo non è che una rielaborazione personale di tutto ciò che leggiamo e conosciamo insieme a un quid creativo difficilmente quantificabile. Nel nostro caso poi, il risultato finale delle nostre storie era un amalgama omogeneo delle singole individualità che partecipavano al processo creativo (e a proposito dell’originalità dell’idea del carcere virtuale: esiste un romanzo italiano pubblicato in Urania dal titolo, mi pare, "Al di là del muro" in cui il protagonista veniva rinchiuso in un carcere tipo Sing-Sing dove gliene capitavano di tutte e alla fine scopriva che il carcere era solo una realtà virtuale. Questo libro è stato pubblicato prima di Hammer ma noi abbiamo scoperto la sua esistenza dopo che il nostro albo era stato mandato in edicola, da mio padre, appassionato di fantascienza anche lui, che un giorno dopo aver letto il nostro fumetto mi ha detto che c’era un libro che conteneva praticamente la stessa idea…)

 

I: Immagino che abbiate fatto un "piccolo" sobbalzo alla visione di "The Matrix", o sbaglio? Anche se la trama si sviluppa in modo differente, direi che il fulcro, l’idea di base è quella, anticipando di un bel po’ di anni quello che è considerato uno dei migliori film di SF (e non solo) di sempre. Una bella soddisfazione... oppure avete storto un po’ il naso? Vi è mai passata per la mente l’idea di un possibile "plagio"? J I fratelli Wachowski in fondo erano dei fumettisti...

 

Sime: Quando ho visto Matrix ho storto un po’ il naso. Più che altro perché era la seconda volta che vedevo un’idea tutta italiana venire abortita dalla mancanza di mezzi e di fiducia di chi avrebbe dovuto lanciarla: Fullmoon Project era praticamente X-Files, controllare per credere. Forse il fatto di non aver messo una donna nella coppia protagonista ha determinato la differenza? Forse che sì, forse che no…oppure, più semplicemente, questa NON è l’America e certe cose italiane, se non ci sono tette al vento o impavidi marescialli, non vanno in televisione e tantomeno al cinema. E per quanto riguarda i Wachowski, tutto potrebbe essere. Potrebbero anche aver letto o sentito parlare di Hammer, ma chi lo saprà mai? Oppure potrebbero semplicemente aver avuto la stessa idea, che in fin dei conti non è un’idea come quella che ha avuto Guglielmo Marconi…

Olivares: Lo sviluppo della storia è talmente diverso e, in parte, anche l’idea iniziale che l’idea di Matrix sia un plagio di Hammer è semplicemente ridicola. Rimane il fatto che forse l’idea del numero 1 di Hammer era talmente buona che ci si poteva fare un bel film di fantascienza. Questo però non vuol dire che se da Hammer fosse stato tratto un film avrebbe avuto lo stesso successo di Matrix .

Vietti: Mi sono goduto Matrix senza che la questione mi transitasse nemmeno nell’anticamera del cervello…

 

I: Hammer finisce ma non finisce. La sua, purtroppo, è stata una conclusione forzata. Potete dirci brevemente come avevate pensato - se l’avevate fatto - di far svolgere ed evolvere gli eventi? Che fine avrebbero fatto Swan, Helena e John? O è un segreto che preferite non svelare?

 

Sime: Hammer è stato messo in Stand By. Non si sa mai, saltasse fuori un editore che dice "Ragazzi, questo è il contratto per almeno cinquanta numeri, questo è l’investimento, avete carta bianca", noi sfoderiamo le idee che avevamo già imbastito allora.

Olivares: E’ un segreto che preferirei non svelare.

Vietti: Quando Olivares mi svelerà il segreto (e ha promesso di svelarlo a me prima che a chiunque altro) allora ve lo dirò.

 

I: Siete riusciti a chiudere utilizzando tutto il materiale prodotto o c’è qualche storia che è rimasta tristemente inedita, disegnata o sceneggiata a metà?

 

Sime: Tutte le storie scritte e/o parzialmente disegnate sono state completate e pubblicate. L’editore non ha fatto altro che far valere un suo diritto contrattuale.

Olivares: Tutte le storie scritte e/o parzialmente disegnate sono state completate e pubblicate. L’editore non ha fatto altro che far valere un suo diritto contrattuale.

Vietti: Tutte le storie scritte e/o parzialmente disegnate sono state completate e pubblicate. L’editore non ha fatto altro che far valere un suo diritto contrattuale.

 

I: Come è stato il passaggio da Hammer a Nathan Never? Traumatico, indolore, soddisfacente? E qual è il genere che più preferite?

 

Sime: Io avevo segnalato Dylan Dog, tra le preferenze. Poi Serra ha deciso di tenermi con sé. Sono rimasto tre mesi senza lavoro e con una strizza incredibile, poi tutto si è risolto per il meglio: la prima storia con Vietti alla sceneggiatura e una paga molto migliore rispetto a prima. Ho imparato molto, lavorando per la Bonelli. Soprattutto ad accettare l’ "esproprio" delle tavole quando passano dal mio tavolo alla redazione, dove possono subire ogni tipo di intervento, anche radicale.

Olivares: Traumatico ma indolore. In questo sono stato aiutato dal fatto che Nathan Never è un personaggio che mi piace e che già all’epoca lo seguivo con assiduità. E’ stato comunque duro perdere la libertà creativa di cui godevo su Hammer.

Vietti: Piacevolissimo dal punto di vista narrativo. Nathan Never era - ed è - complesso e stimolante quanto lo era - e non lo è più… sob - Hammer. Ciò non vuol dire che, ancora oggi, non mi manchi la libertà di far vivere personaggi miei (doppio sob).

 

I: Cos’è che vi rimane o che ricordate con maggior piacere del "periodo Hammer"?

 

Sime: Sono stati anni indimenticabili, ma a partire ancora da prima. Sin da Fullmoon Project. Avevo addosso una furia creativa spaventosa, ero affamato di tutto. Oggi mi manca un po’ di quella reattività, quella voglia di stravolgere le regole. In quegli stessi anni ho cambiato la mia vita (anche privata) in modo totale, profondo. Credo di aver vissuto il mio periodo Hammeriano in modo davvero stravolgente, forse troppo.

Olivares: La totale libertà creativa e il controllo totale sui nostri personaggi.

Vietti: La totale libertà creativa e il controllo totale sui nostri personaggi.

 

I: Se qualcuno vi proponesse un progetto ben confezionato e serio per riportare le avventure di Hammer sulla carta, accettereste? O lo considerate un capitolo chiuso della vostra carriera?

 

Sime: Per quanto mi riguarda, Hammer potrebbe tornare anche prestissimo. Naturalmente devono verificarsi una serie di situazioni inalienabili: contratto immediato per cento numeri, paga uguale o superiore agli standard Bonelliani, controllo totale dei contenuti dell’intera serie e controllo totale del rapporto con i collaboratori esterni, scelti da noi. Anche un formato non bonelliano potrebbe essere considerato…

Olivares: Domanda dalla risposta molto difficile. La risposta più onesta è: non lo so. La serie mensile di tipo bonelliano è un impegno molto gravoso ed io non so se sarei disposto ad affrontarne anche gli aspetti più negativi. Preferirei un formato alla francese e una periodicità annuale o semestrale in modo che tutte le storie potessero essere portate avanti dal gruppo creativo originale. E sarebbe bello se fossero a colori.

Vietti: Lo considero un capitolo chiuso. Hammer è nato, ha fatto qualche respiro ed è morto, seguendo il suo destino. Per riportarlo in vita mi basta aprire gli albi e leggere… scusate se è poco! Per il resto sto pensando ad altro, progettando altro, sognando altro.

 

I: Avete modo o tempo di seguire le ultime "mode" in fatto di fantascienza? Non so: qual è stato l’ultimo libro, fumetto, film o cartone animato che vi ha impressionato o colpito?

 

Sime: Non seguo le mode, in generale.

Olivares: Non seguo le mode e perciò leggo di tutto in maniera caotica. Ultimamente mi ha colpito particolarmente "Snowcrash" di Stephenson (spero che si scriva così).

Vietti: Anche io leggo tanto ma diversificando in base ai miei molteplici gusti. Sul mio comodino ci sono, in questo momento: Fanteria dello spazio, di Heinlein (in ennesima rilettura), la biografia di Marlborough, scritta da Winston Churchill, e un libro splendido che racconta in chiave scientifico-umoristica la vita segreta dei ragni.

 

I: Siete dei professionisti dell’immaginario fantascientifico e, credo, vi domandiate continuamente quello che "verrà, sarà o accadrà", e in che modo questo avverrà. Come ve lo immaginate il futuro? Lo vedete come quello di Nathan, oppure scorgete un domani con protagonisti tanti bei bastardi tipo John Colter?

 

Sime: Il futuro lo vedo, da un certo punto di vista, deludente: niente auto volanti o città abitate sommerse o a più livelli. Tutto sommato sarà identico ad oggi, solo che molte cose avverranno in sordina, cioè mentre nessuno se ne accorge. Per esempio, il battito cardiaco del cuore verrà regolato da un sincronizzatore via satellite, che evita tachicardie e crisi cardiache, le auto in sosta vietata si automulteranno, salderemo il conto al bar semplicemente leggendone l’insegna ad alta voce…sto esagerando?

Olivares: Ho la sensazione che una sola cosa può essere certa riguardo al futuro: non sarà come noi ce lo immaginiamo.

Vietti: Lasciatemi fantasticare… non pensiamo per un attimo a come stiamo riducendo la nostra povera Terra… e speriamo di riuscire a fermarci in tempo prima di rendere totalmente invivibile il nostro mondo. Andiamo avanti parecchio, negli anni (nel breve periodo la vedo più o meno come Sime) e proviamo a pensare a qualcosa di veramente fantascientifico… secondo me i grandi cambiamenti avverranno prima sull’uomo. Attraverso la manipolazione genetica modificheremo, in un primo tempo, i nostri corpi, garantendo a tutti di nascere belli, forti e sani. Poi toccherà alle menti. Diventeremo tutti dei super geni! E quando saremo super geni avremo la capacità di intervenire sulla Terra in maniera massiccia… poi sul sistema Solare… infine sull’Universo. Rileggo ciò che ho scritto e mi vengono i brividi… cosa sacrificheremo, della nostra umanità, per arrivare ad un futuro così?

 

I: Anche se in questo periodo penso siate tutti e tre pienamente impegnati con Nathan Never e la Bonelli, e che non abbiate molto altro tempo a disposizione, avete qualche progetto segreto nel cassetto pronto a prendere vita, o avete qualche aspirazione o sogno - sempre in ambito fumettistico - che vorreste poter realizzare?

 

Sime: in ambito fumettistico ho qualcosa nel cassetto da tempo ma non riesco a trovare il tempo per pensare ad una strategia di lancio (che non è meno impegnativa del fumetto stesso!). Ho anche un romanzo da completare, ma dovrò prendermi un computer portatile se voglio finirlo in questa esistenza. E poi sto coproducendo un sito internet d’intrattenimento che dovrebbe impegnarmi per almeno un annetto. Vedremo.

Olivares: Yes.

Vietti: Mmm… anche io, come Sime, ho qualcosa nel cassetto, ma non riesco a trovare il cassetto! Scherzi a parte, ho tre idee alle quali lavoricchio da tempo. Sono tre progetti diversissimi tra loro, ma credo siano davvero buoni. La prima idea la sto sviluppando in un romanzo… le altre due sono in attesa…

 

I: Ringraziandovi vivamente vi pongo un’ultima fondamentale domanda: collaborerete ancora con noi?

 

Grazie a voi, amici di Intercom…

Alla prossima… quando vi pare!

 

Sime

Olivares

Vietti


Andrea & Stefano Iovinelli, I magnifici tre reietti della Hammer