Verdi Colline d'Asfeen


Claudio Tanari



Il portatore wodie aveva già preparato gli alimenti prelevati dalla sacca refrigerante. Era ora di cena e i due cacciatori sedevano sotto gli alberi; mezz’ora prima Aarb era tornato dalla battuta con le guide, lo scorticatore e il suo amico Weldt che ora sedeva al suo fianco, su una comoda poltrona pieghevole nei pressi della cupola.

- Hai preso il tuo primo muurst! E che bel muurst!

- Un gran bell’animale, sì - disse Aarb orgoglioso; di media statura, increspature allegre agli angoli della bocca, sorrideva felice, la giubba sbottonata, gli stivali impolverati, quattro grossi caricatori al taschino sinistro.

- Domani a caccia di manji… - pregustò Weldt, alto, scuro di pelle e muscoloso.

- Non vedo l’ora – rispose l’amico.

Il wodie si avvicinò con la sua buffa andatura caracollante servendo la cena sul tavolo davanti ai due che iniziarono a mangiare con appetito. Sedevano e chiacchieravano sotto le larghe chiome di un gruppo di alberi; dietro di loro un’aspra altura pietrosa e davanti una prateria che scendeva fitta verso l’orizzonte, fino alle rive di un corso d’acqua oltre il quale si stendeva a perdita d’occhio la foresta.

La pelle del muurst scuoiato campeggiava su un graticcio in controluce, alle spalle la luna gialla di Afseen.

Durante la notte il verso rantolante e profondo del gobleen zanne - a - sciabola parve vicinissimo, come appena fuori la cupola, ma non turbò il riposo dei cacciatori, protetti dal campo di forza.

All’alba uscirono a bordo della capsula verso la foresta insieme ad un wodie pilota e a due portatori. Il caldo era soffocante. Nella bassa boscaglia trovarono una mandria di hayé e, lasciato il mezzo, presero a seguire un giovane maschio dalle grosse corna. Weldt lo uccise con un tiro preciso da lunga distanza che atterrò e disperse il resto del branco mentre i portatori correvano verso l’animale abbattuto.

- Colpo perfetto - disse Aarb - Difficilissimo prendere un hayé.

- Già, ma non dimentichiamo che siamo qui per i manji… - rispose l’altro.

- Su quelle colline abbiamo trovato delle impronte l’altroieri, ricordi?

- Sì, da lì comincia il loro territorio. Pascolano poco dopo l’alba e se avremo fortuna potremo coglierne qualcuno allo scoperto.

Risaliti sul veicolo, il wodie li condusse lentamente lungo l’alta riva del fiume, che in quel punto si increspava sul letto disseminato di ciottoli, tra macchie di vegetazione fitta interrotte da strette radure.

Aarb stava osservando la riva opposta quando sentì Weldt stringerlo con forza:

- Davanti a te, sulla destra!

Aarb vide il manji: era immobile sulle due zampe posteriori, la piccola testa sollevata e rivolta verso di loro. La brezza, che soffiava in direzione dei due cacciatori, muoveva appena la peluria leggera e ramata sul dorso dell’animale, fermo sulla collina a godersi la luce dorata del mattino.

- A che distanza sarà? - bisbigliò Aarb.

- Un centinaio di metri circa. Vai, scendi e prendilo! - lo invitò sorridente ed eccitato l’amico.

- Non posso sparargli da qui? - chiese Aarb.

- Non si tira mai dai mezzi. Scendi: non resterà lì tutto il giorno! - sussurrò con forza Weldt.

Aarb mise un piede fuori, poggiandolo con cautela sulla pedana e bilanciando il peso del fucile.

Il manji sembrava guardare incuriosito la capsula che vibrava levitando nei pressi del fiume; l’odore dei cacciatori non gli arrivava e lui scrutava quell’oggetto piegando di lato la testa. Poi, esitante, si diresse verso il greto per bere mentre quella cosa continuava a fluttuare lì davanti. Ma ecco che vide una figura staccarsi dal resto e allora si voltò, iniziò a fuggire col cuore in gola verso la linea degli alberi, laggiù sullo sfondo, lontana, troppo lontana… Udì un tuono improvviso, sentì nelle reni l’impatto potente del raggio blu che gli aprì uno squarcio di fuoco dentro le viscere; continuò a correre, le zampe pesanti, tra l’erba alta della prateria dove era quasi al riparo. Lo schianto arrivò ancora, lo sentì sfondare nelle costole: sangue caldo e schiumoso alla bocca. Tentò di proseguire di corsa verso i primi arbusti fin quando cadde, la mascella digrignata nella terra.

Erano tornati all’astronave dal campo base con un comodo anticipo sull’orario previsto per la partenza. Aarb aveva ancora nelle narici l’odore del sangue del manji, la cui pelle tesa era tra gli altri trofei di caccia; aveva avvertito una strana inquietudine guardando i resti della bestia uccisa, l’espressione di disperato terrore fissata su quel volto.

Qualche fanatico naturalista aveva raccontato di grotte dipinte da quegli animali, di ritrovamenti di pietre scheggiate, addirittura di rozze sepolture... Storie. La scarsa massa cerebrale di certo non permetteva loro alcun tipo di attività intelligente.

Weldt strizzò i tre occhi verso la luce del tramonto saettando la lingua bifida: tra poco sarebbero comparse le stelle, cui stavano per tornare. Aarb raccolse dietro di sé la coda prima di chiudere il portello stagno dell’astronave, poi con la tozza proboscide annusò ancora una volta l’aria tiepida del crepuscolo di Afseen.

Prima di lasciare l’orbita del pianeta, avrebbe rivisto il continente a forma di massiccio triangolo che aveva ospitato il loro safari.

Ripensò ai manji. Ma certo. Una specie senza futuro…


The Thing