Dream Hunter


Claudio Tanari



 

Dave Cronenberg osservava dall’oblò della navetta la curva azzurrina della superficie terrestre sullo sfondo nero dello spazio orbitale: a casa, dopo due anni. Si era imbarcato come oniropatologo sull’Afrodite, nave scientifica in viaggio verso Gamma IRC 10216; per la prima volta aveva accettato un incarico della Federazione, ben pagato, del resto. Ora sarebbe tornato al suo ufficio dell’Unità Abitativa K238 di Great Los Angeles, ai suoi clienti privati.

I dreamhunter, come si chiamavano nel loro gergo, erano ancora relativamente pochi e le alte sfere della Federazione non guardavano troppo per il sottile nel garantire la salute mentale degli equipaggi durante i lunghi voli in biosospensione.

Dave gettò un’occhiata distratta ai due contenitori trasparenti poggiati sul sedile di fianco al suo: uno dei dendripodi nuotava lentamente nel liquido giallastro in cui era immerso. L’altro sembrava dormire, raggomitolato e immobile: un meritato riposo sorrise fra sé Dave, ricordando l’ultima volta che si era servito di DP1…

 

Poco prima del salto iperspaziale, che per le rotte verso i sistemi esterni avveniva nel quadrante di Giove, l’elaboratore positronico di bordo lo aveva svegliato: da troppi giorni la dottoressa Wilhelmina Reich faceva "brutti sogni" e il suo equilibrio psicodinamico era diventato a rischio.

La Reich, venticinque anni, biologa dei Pianeti Extrasolari, avrebbe dovuto garantire il successo della missione riguardo a certe colonie di batteri da coltivare su Gamma: non era il caso che diventasse una psicotica, la Federazione non l'avrebbe presa per niente bene.

Durante il colloquio prima della partenza Dave aveva potuto assaggiare la freddezza glaciale delle risposte laconiche della ragazza, la linea sottile e serrata delle labbra aveva opposto una muraglia impenetrabile alle domande di rito; il suo curriculum personale e la neuroanalisi non avevano rivelato alcunché di anomalo nelle sue strutture psichiche, se non forse una eccessiva dedizione alla ricerca e agli studi e una vita privata assolutamente arida. Soggetto del tutto privo di interesse, aveva sentenziato fra sé Dave, che si stupì non poco quando Maggie, l’elaboratore, indicò con una spia lampeggiante il guscio di biosospensione della dottoressa.

Dave rimosse con delicatezza la tuta epidermica dal viso e dal corpo disinserendo le ventose e le terminazioni che lo collegavano ai sistemi vitali controllati da Maggie; indossò gli abiti di navigazione respirando l’aria asciutta della plancia dell’Afrodite.

- Che c’è che non va, Maggie?

- La dottoressa Reich, Dave: credo che sia il caso di intervenire. I suoi tracciati sono pericolosamente prossimi al livello di psicosi. Gli attacchi si succedono a cicli regolari di sette ore.

- Ok, Maggie, vediamo che si può fare. Quando è avvenuta l’ultima crisi?

- Sei ore e trentaquattro minuti fa.

- Giusto in tempo per la prossima, allora.

Il dreamhunter si diresse a passo svelto verso la cabina del laboratorio scientifico non prima di aver dato uno sguardo alla apparentemente tranquilla Wilhelmina e agli altri componenti dell’equipaggio: un geologo, un astrofisico e un androide pilota della serie Ulyxes. Quest’ultimo giaceva nella sua teca verticale, disattivato al momento della partenza, in attesa di rendersi utile durante l’avvicinamento e l’atterraggio su Gamma.

- Maggie, fammi vedere la registrazione della dottoressa, per favore.

- Subito, Dave.

Cronenberg indossò il casco dell’onirovisore: per un po’ riuscì a vedere soltanto una sequenza di quadri confusi, un magma di colore grigioscuro cangiante.

- Potresti andare subito al neuroacme, Maggie?

- Come vuoi, Dave. Eccolo.

Dal chiarore indistinto emerse d’un tratto qualcosa, una massa ameboide piuttosto grossa, color carne, che si trascinava flaccida emettendo ritmicamente pseudopodi retrattili. Cronenberg fu attratto da un movimento alla sua destra: era la Reich, che correva nuda e sembrava avere una gran fretta. Wilhelmina si sognava senza caratteri sessuali, il pube era piatto e liscio come il torace all’altezza del seno, anche le labbra apparivano appena accennate ed incolori.

Dave non poté soffocare una risatina.

Ora però la massa gelatinosa incalzava da vicino dottoressa, mentre la sua forma andava chiarendosi: un groviglio di falli vibranti e turgidi che si tendevano verso la Reich in fuga; anche lei, fermandosi stremata, mutava aspetto: il respiro affannoso si trasformava in una serie di sospiri sensuali, di gemiti di piacere; una profonda vagina fendeva l’inguine e un gonfiarsi rapido di seni pieni ed esageratamente sferici colmava il torace; la bocca si schiudeva umida e scarlatta. Adesso Wilhelmina era tutta vagina, seni, glutei, labbra, pronta ad arrendersi a quell’idra brulicante che le pulsava ormai accanto e cominciava a possederla in un amplesso grottesco, penetrandone gli orifizi spalancati ed accoglienti…

- Basta così, Maggie! - ridacchiò Cronenberg disconnettendo l’onirovisore.

Gettò un’occhiata, stavolta di simpatia, all’indirizzo del guscio della biologa e si accinse alla parte più impegnativa del suo mestiere.

Dave estrasse dall’interno di un alloggiamento il contenitore di uno dei dendripodi, alimentati con cura da Maggie; appena esposto alla luce DP1 svolse pigramente le spire: era un esemplare di circa un metro e mezzo; i suoi tessuti trasparenti assunsero una pigmentazione violacea appena a contatto con l’atmosfera dell’Afrodite, mentre i neuroconduttori presero a brancolare vivacemente.

Dave rimosse la tuta epidermica dal cranio rasato della Reich, tenuta in biosospensione, poggiandovi un nucleo di DP1 che vi aderì subito con forza allargando a raggiera i tentacoli; poi si calò sulla testa il nucleo opposto del dendripode sdraiandosi sulla poltrona che aveva sistemato a fianco del guscio della dottoressa. Avvertì immediatamente la forte presa sui lobi temporali e il vago senso di malessere che accompagnava la discesa nello spazio onirico; le strutture bianche dell’Afrodite sparirono e fu nel sogno della Reich.

La dottoressa si trovava ancora in uno stato di quiete, i passi di Cronenberg, o meglio della sua neuroproiezione, si stampavano su una sorta di terreno della consistenza di un tessuto molle; la scena era illuminata da una luce diffusa e rosata. Di colpo lo spazio fu scosso da una interferenza brusca: adesso si udiva il battito sordo e accelerato di un cuore; Dave osservò il terreno che improvvisamente sembrava volerlo trattenere, viscido e instabile; un astro violaceo infieriva basso sull’orizzonte. Poi arrivò lei, Wilhelmina. Il corpo pallido e madido di sudore, l’espressione terrorizzata del volto; sullo sfondo la massa medusoide si avvicinava velocemente, irta di membri minacciosi.

- Ci siamo! - mormorò Dave estroflettendo l’arto ectoplastico.

Scelse la forma di una grossa ascia, una delle tante che un buon dreamhunter deve avere nel suo repertorio.

Aspettò che i primi pseudopodi gli fossero ad un passo quindi vibrò un fendente preciso producendo uno squarcio sulla superficie della Cosa che rilasciò immediatamente le sue appendici, in preda a convulsioni, fino a ridursi ad una pozza di denso fluido verdastro.

Ma non era finita. Cronenberg si sentì avvolgere da un abbraccio soffice eppure deciso: la metamorfosi di Wilhelmina si era compiuta piuttosto in fretta e una enorme vulva lo aveva afferrato saldamente mentre grandi labbra tumide risucchiavano con avidità l’ectoarma, ma era tutta la dottoressa, trasformatasi in un organismo desiderante, che lo inghiottiva inesorabile e torrida.

Dave, ormai prigioniero di Wilhelmina, lasciò crescere gli artigli affilati dell’arto rimasto libero: dilaniò d’un colpo la carne vermiglia che lo serrava facendola letteralmente esplodere e fu proiettato fuori, sul terreno che intanto ridiventava saldo sotto i suoi piedi. Brandelli degli enormi seni tremolavano come esposti alla brezza di un orgasmo agonizzante, mentre le grandi labbra della vagina gigante rimasero socchiuse e scosse da spasmi sempre meno frequenti. Sul campo di battaglia, di nuovo, una calma tinta rosata.

Il dreamhunter uscì dallo spazio onirico rimuovendo da sé e dalla Reich il dendripode, ancora percorso da una leggera vibrazione; massaggiandosi le tempie arrossate dalla pressione dei neurotentacoli si avvicinò al guscio della ragazza. I tracciati indicavano calma piatta, ora. Scosse la testa con un sorriso affaticato mentre rivestiva di nuovo con la tuta epidermica la testa della dottoressa Reich: il ritmo del respiro indicava una catalessi profondissima e serena.

– Un buon lavoro, Dave. – lo gratificò Maggie.

– Grazie, Maggie. – rispose Cronenberg riponendo delicatamente DP1 nel suo acquario di soluzione salina. - Nient’altro da segnalare?

– No. Puoi tornare allo stato di biosospensione, quando lo desideri.

Dave emise un respiro profondo, si svestì e tornò ad indossare a sua volta la "seconda pelle", come la chiamava. Prima di schiacciare il tasto che avrebbe avviato la procedura di biosospensione, rivolse uno sguardo a Ulyxes: - Per fortuna gli androidi non sognano, Maggie…

– Proprio così. Buon riposo, Dave.

– Arrivederci, signor Cronenberg – lo aveva salutato distante come sempre Wilhelmina Reich.

– Arrivederci, dottoressa, e buona fortuna.- le aveva risposto con un sorriso aperto ma non ricambiato Dave.

Wilhelmina non avrebbe ricordato nulla: il codice deontologico dei dreamhunter, approvato dalla Federazione, a proposito delle memorie oniriche era molto chiaro in proposito.

La missione era conclusa. Il cielo terso e azzurro della Terra, dopo due anni…

Su Gamma le colonie di batteri erano state innestate con successo, aprendo prospettive incoraggianti per il terraforming e la colonizzazione futura.

Il resto del viaggio non aveva presentato occasioni o necessità di intervento: era di nuovo qui, sul suo pianeta.

Lasciò lo spazioporto militare dopo le formalità e le visite mediche dirigendosi alla volta della città. Le torri imponenti delle unità abitative di Great Los Angeles si stagliavano nella luce del tramonto mentre era a bordo del Veicolo Automatico di Trasporto sulla magnetorotaia che lo conduceva silenziosamente a casa.

I dendripodi sembravano insolitamente inquieti nei loro contenitori… Anche il crepuscolo assunse una tonalità inedita: - Sono stato davvero troppo tempo lontano dalla Terra – si rassicurò Cronenberg.

Ma dapprima debole, poi sempre più distinto, un suono di tromba prese corpo mentre il paesaggio suburbano veniva avvolto da una specie di foschia che ne deformava linee di fuga e prospettive. Il fraseggio continuava dissolvendo il profilo della metropoli ormai vicina. La velocità del Veicolo contribuiva a sfumare colori e forme al suono della tromba ora divenuto assordante, accompagnato dalle parole di una canzone dimenticata:

 

When the saints

Go marching in,

When the saints go marching in,

Yes I want to be

In the number, yeah,

When the saints go marching in…

Cronenberg vide diventare evanescenti i blocchi di edifici, le pareti dell’abitacolo, svanire le sue stesse membra: ricordò in un lampo le vecchie storie ascoltate da bambino sulla fine del mondo, sulle trombe del Giudizio…

Fu il suo ultimo pensiero, poi Great Los Angeles, la magnetorotaia e tutto il resto sparirono, semplicemente.

 

 

When the saints

Go marching in,

When the saints go marching in,

Yes I want to be

In the number, yeah,

When the saints go marching in…

Brancola verso la radiosveglia, la ammutolisce poco prima dell’assolo finale della cornetta di Louis Armstrong. Biascica la bocca impastata e beve un sorso d’acqua dal bicchiere sul comodino.

La luce del giorno lo acceca per qualche secondo quando apre le imposte del suo studio; spalanca la finestra e aspira profondamente l’aria leggera e fresca del mattino: i giardini delle villette a schiera formicolano già di attività domestiche.

Si stiracchia, si dirige al PC che lo attende sulla scrivania; si siede alla tastiera e comincia a scrivere: Dave Cronenberg osservava dall’oblò la curva azzurrina della superficie terrestre sullo sfondo nero dello spazio orbitale: a casa, dopo due anni…