Turno del sabato notte

(Saturday Nightshift)

Noel K Hannan


La sveglia mi desta dolcemente, proprio come piace a me. Getta il suo ologramma sbiadito contro il muro imbiancato a calce più lontano e mormora con la sua voce insistente

Leventunoèoradialzarsileventunoèoradialzarsileventuno

Striscio fuori dal letto e cerco qualcosa di abbastanza pulito da mettermi tra la roba buttata alla rinfusa sul pavimento. Trovo un paio di gambaletti di grafite e un bra nero che non puzzino troppo, andranno bene.

Il neon rosabluverde arriva di taglio attraverso le avvolgibili orizzontali. Tiro il cordino e la stanza viene illuminata dall’enorme cartellone pubblicitario della Sony montato sul grande caseggiato all’angolo della strada. Vivo in questo appartamento da due anni e non ho mai posseduto una lampadina. Grazie, Sony.

Adoro contemplare la città

(la mia città)

di notte. Piove, una pioggerellina delicata che può fare ben poco per dissolvere il calore onnipresente ma tramuta il paesaggio in un divertente caleidoscopio. Il neon e la grafica pubblicitaria vanno in su, fino a che l’occhio riesce a vedere, salgono in cielo sulle fiancate dei grattacieli ciechi e quindi piombano giù negli abissi senza fondo dell’Inferno, ogni prospettiva va a perdersi nei riflessi delle strade scivolose per la pioggia. Poi la benzina si mescola all’acquae tramuta la città

(la mia città)

in un’orribile visione allucinogena.

Mi resta poco più di un’ora prima di essere sul lavoro, ma c’è sempre tempo per guardare un po’ di tivù. Accendo l’Amstrad Multiscreen in un angolo, un bestione da quaranta pollici che mi fa guardare otto canali simultaneamente. Mi sarebbe piaciuta la versione sedici-schermi, ma questo era il massimo che potevo permettermi. È, nonostante tutto, la cosa più costosa che possiedo.Mi siedo e gironzolo tra i canali per un po’.

Notiziario di Canale Diciotto. In Europa infuria la guerra civile. Vi dedico un blando interesse, dal momento che l’anno prossimo mi tocca essere di leva. Conviene conoscere con chi sarai tenuto a combattere. A quanto pare, il Lussemburgo è stato costretto a soccombere dall’Alleanza turco-serbo-slovacca e c’è stato un altro attacco nucleare su Atene. Altrove, lo shuttle statunitense Columbus è in orbita attorno a Marte, e si sta preparando a mandare giù il primo vascello esplorativo con equipaggio umano. Buona fortuna a loro, dico io.

Mi stanco abbastanza rapidamente dell’attualità, quindi cerco un po’ di spettacoli con giochi. Va in onda Roulette Russa, il mio preferito, e allora infilo un dischetto vuoto nel recorder e lo metto in funzione. Potrò guardarmelo quando sarò tornata dal lavoro. Su un angolo dello schermo, il canale dedicato all’home shopping inframmezza i suoi annunci di un macchinario per spremere la frutta a delle inquadrature di un’assolata spiaggia estiva, ognuna per undecimo di secondo e a stento percepibile. Ma so che ci sono e ritengo che uno debba essere cerebralmente morto per non vederle. Tivù di prima serata per la riabilitazione dei tossici. E comunque, chi prende il sole di questi giorni? Nessuno, a meno che non voglia un cancro alla pelle. Ora che ci penso, mi sento proprio un po’ assetata.

È ora di andare. Joe Takei non avrà una buona impressione di me se faccio di nuovo tardi, e ho bisogno dei soldi di questo lavoro per mantenere l’appartamento. Non ho per niente voglia di ritrovarmi di nuovo per strada, no, grazie.

Mentre entro a fatica nel mio camiciotto in Goretex e scavo tra gli abiti scartati in cerca del mio elmetto e della mascherina da ciclista, dalla finestra qualcosa fa rivolgere la mia attenzione al grande cartellone comunale, un incendio di colore e luce che oscura persino il cartellone della Sony, a non più di un attraversamento di strada da casa mia.Il cartellone comunale, in un impressionante assortimento di animazioni scorrevoli,strombazza l’inizio dei playoff, sponsorizzati dalla Nintendo, peril titolo di Supremo Campione Mondiale. I contendenti sono Duane Kasparov (CSI) e Kylie Manatova (Australasia – Conurb della Linea del Pacifico).Il premio è un’isola dei Caraibi. Sullo schermo appaiono immagini dei due giocatori –esseri androgini, avvizziti, dalle teste sproporzionate, gli occhi da insetto e le mani iper-sviluppate. Kylie si è fatta asportare le palpebre, in modo da non essere costretta a sbatterle. I suoi sostenitori ritengono che si tratti di una strategia che le farà vincere il campionato.

Mi piacerebbe moltissimo diventare Supremo Campione Mondiale, ma sacrificare il tuo corpo, anche se per un’isola dei Caraibi tutta tua? No, grazie. Mi piace il mio corpo, e anche altri lo apprezzano. Ricordandomi di questa cosa, faccio qualche esercizio di ginnastica ritmica per scaldarmi i muscoli. Aggiungo anche un paio di esercizi per le dita che mi servono per giocare. Non si sa mai.

Adesso indosso il mio elmetto, e la mascherina pende da esso, fissata a un bottone automatico. Frugo sotto il materasso e tiro fuori il mio cinturone. Contiene due pistole, predisposte per essere estratte incrociate, che mi pendono basse sui fianchi, scostate dall’orlo del camiciotto. Uso una Magnum Colt Python .357 e un’automatica Desert Eagle dello stesso calibro. Stimo molto il potere di rallentamento delle 357, inestimabile quando qualche pazzo strafatto dall’ultima novità del mese è intenzionato a renderti parte della sua giornata memorabile, e avere entrambe le pistole col colpo in canna in previsione di ciò vuol dire che posso fare cambio di munizioni se una pistola si inceppa. La mitraglietta è la mia polizza assicurativa –i revolver sono in effetti infallibili. Ne sono armati tutti gli sbirri. Ma portano solo sei colpi, e a volte si ha bisogno della potenza extra dell’Eagle, che ne porta tredici. Il meglio di entrambi i mondi.

Adesso sono protetta nei confronti dell’ambiente ostile della città

(la mia città)

e se non mi do una mossa arriverò in ritardo. Lascio l’appartamento in uno stato permanente di caos, col Multiscreen in un angolo a borbottare tra sé e sé, per ingannare qualunque possibile intruso e fargli pensare che sono in casa, ho passato una pessima giornata, sto pulendo le pistole al tavolo di cucina e non sarebbe una gran bella idea farmi incazzare. Non stasera.

La porta si chiude alle mie spalle, scivolando su arieti idraulici. Più tardi, al mio ritorno, un laser ottico esaminerà la mia retina per l’identificazione, prima che io possa rientrare.

Come? Sono paranoica? State scherzando? È ovvio che non vivete in questa città, in qualunque città.

(la mia città)

La mia mountain bike è incatenata alla tromba delle scale di sotto con una quantità di metallo sufficiente a far annegare il mago Houdini. È un altro dei miei beni preziosi, un modello leggerissimo in proto-lega della Muddy Paw, con la trasmissione automatica Shimano motorizzata da una ricaricabile NiCad. Luci integrali e gomme rinforzate in nylon. Nera come un corvo. Molto, molto tirata a lucido.

Per strada c’è la solita calca del sabato sera. Papponi, puttane, pusher, gangster, sgherri, sbirri in borghese (che si notano come i coglioni di un bulldog, diciassettenni nervosi di gran lunga troppo ben sbarbati rispetto al loro abbigliamento rave in technicolor),venditori e truffatori. Ma, se non sei del posto, Downtown, il centro, è un distretto pericoloso. Un capo d’abbigliamento, un’inflessione nella pronuncia, un’occhiata casuale possono scatenare improvvisa violenza.Eppure vengono dai quartieri alti e dalla periferia a vedere cos’è tutto questo casino. Maledetti turisti. Forse sarebbe stato meglio se avessero dichiarato la legge marziale. Almeno sapremmo a chi sparare.

Tengo la testa bassa e continuo a pedalare lungo le strade viscide di pioggia. Ha smesso di piovere e c’è poco traffico, a parte la (molto) sporadica pattuglia di polizia, con i finestrini tirati su, che viaggia a velocità spedita. Pensano a Downtown come a un parco safari, e noi siamo le scimmie e le tigri. Non fermarti a un incrocio, sbirro, o ti strappiamo i tergicristalli. Se sei fortunato

La vita notturna si riversa dai marciapiedi e domina le strade abbandonate. Cambio direzione e faccio una chicane tra festaioli ubriachi e abitanti della strada dai volti cupi. Vedo facce familiari del mio passato da cercatrice tra i rifiuti e sopravvissuta della strada. Alcuni di essi erano amici, ma non lo sono più. Per essere un sopravvissuto devi elevarti sulla cima del mucchio, continuare a stare a galla sull’ammasso di feccia finché non hai una possibilità di balzare via. Ho fatto delle cose pessime per scappare dalla strada, e senza dubbio ci sono ancora debiti da pagare. Sono tutt’altro che pronta a onorarne alcuni.Se qualcuno, tra i miei "amici", sapesse che possiedo un appartamento e un lavoro, non ci penserebbe due volte a estrarmi il bulbo oculare con un dito e a usarlo per ingannare il laser ID, e quindi a rubare tutto ciò per cui ho lavorato così duramente. Non mi sono allontanata dalla strada quel tanto che basti per farmi nuovi amici in grado di proteggermi da una tale eventualità.

Ma ho un fratello, certo. Si chiama Marty, ed eccolo lì, a un angolo di strada, a concludere un affare. Accosto al bordo del marciapiede venti metri più in là, e lo osservo. Ha solo quattordici anni, ma ha già degli sgherri col doppio della sua età che lavorano per lui. Mi chiedo perché sia quaggiù in strada, a mettersi in pericolo. Dovrebbero farle i suoi fantaccini, queste cose.

Sembra nervoso, anche da questa distanza, passa di piede in piede e fa rapidi, brevi tiri da una canna smunta. I suoi clienti, un bianco e due neri, giovani, che indossano tute Halcyon Turf, stanno esaminandogli involucri che lui gli ha passato. Ci sono scambi di battute ad alta voce e facce stravolte, e mi si annoda lo stomaco, poiché capisco che sta per succedere qualcosa.

Gli involucri vengono scaraventati a terra, ai piedi di Marty, e si spalancano, rovesciando polvere bianca nel canale di scolo e nelle pozzanghere. Marty infila una mano dentro la giacchetta imbottita verde,da aviere, che porta sempre. Anch’io allungo la mano verso le mie pistole, in un movimento istintivamente protettivo, ma comprendo che Marty è troppo lontano perché io possa spalleggiarlo senza rischiare di colpirlo.

I giovanotti indietreggiano, con le mani che annaspano per prendere le armi nascoste, ma Marty ha già sollevato la Uzi in posizione di mira e la sta alzando con la mano sinistra. L’aria della notte viene lacerata da un rombo di tuono e le mie retine sembrano prendere fuoco per il lampo dell’arma da fuoco. Marty li innaffia con la Uzi da sinistra a destra e i tre giovani cadono a terra come se gli fosse crollato il mondo sulle spalle.

Marty smette di sparare e la strada si riempie di un falso silenzio, dovuto al ronzio delle orecchie. Marty, oh quant’è tosto, si guarda dietro le spalle, verso la gente di strada che emerge confusa dal riparo di cassonetti dei rifiuti e facciate di negozi, ripone la Uzi nella sua fondina a spalla ed esce di corsa di scena.

Lo seguo. Sono molto più veloce, sulla Muddy Paw, persino rispetto al passo di quel gambalunga di Marty, ma lui prende a tuffarsi e immergersi in vicoletti ed entrate posteriori. Mi fermo all’imboccatura di una di queste e mi slego la mascherina, sperando che lui mi riconosca. Marty è una figurina in un gioco d’ombre all’altro capo del vicolo.

"Marty!" grido. Lui si blocca e lo vedo voltarsi, la Uzi di nuovo in pugno che si sta alzando in posizione di mira. Mi si gela il sangue nelle vene.

"Marty! Sono io! Luisa!"

La bocca dell’arma si abbassa rapidamente e riprendo fiato. Lui avanza lungo il vicolo, verso di me. L’Uzi è ancora nella sua mano, pende da un fianco.

"Luisa," dice, facendomi uno dei suoi rapidi e frettolosi abbracci che passano per la sua versione personale di amore fraterno. "A momenti ti sparavo. Che ci fai qui?"

"Sto andando a lavorare," dico io. "Ho visto quello che è successo. Che c’è, non ci si può più fidare dei tuoi sicari per concludere affari per strada?"

Storce la bocca, e per un istante sembra davvero quel ragazzino che in effetti è. Il mio fratellino.

"Un errore di calcolo, Luisa." Fa spallucce, sottintendendo un cinismo ben al di là dei suoi anni. È di nuovo un leader. "L’Halcyon Turf insisteva per trattare faccia a faccia. Ora so perché. Era un attacco. Credo che siano stati assunti dalla Famiglia Snugbury Close. O magari dagli sbirri. Lo vedremo."

Delle sirene ci interrompono, il perforante alto-basso delle pattuglie di polizia mischiato e sovrainciso sul gemito di un’ambulanza. Marty si irrigidisce e annusa l’aria come un cane da riporto.

"Devo andare, Luisa. Abbi cura. Stai lontana dai guai. Sai come trovarmi, se hai bisogno di me." Mi dà un bacetto su una guancia e per un momento la Uzi è un peso morto contro la mia coscia,come un’erezione inattesa. Poi se ne va.

Torno indietro pedalando attraverso i vicoli disseminati di spazzatura, verso il neon vivido della strada principale. È un carnevale di luci e suoni, pattuglie di polizia e ambulanze che si bloccano con sterzate energiche, poliziotti con i giubbotti antiproiettile che si dispongono a falange anti-sommossa. La gente alza la musica di molte tacche,come fa sempre quando gli sbirri sono in grande spiegamento di forze. L’effetto è imbarazzante. Il rumore di ritmi sinuosi, giri di basso pulsante e chitarre elettriche torturate si combina per intralciare il concentramento di sbirri. Presi dalla disperazione, chiamano i big boys, e in breve un carrarmato da battaglia blu elettrico sta avanzando lungo la strada, con le luci d’emergenza ambrate che lampeggiano a intermittenza e il grosso cannone che perlustrale facciate dei negozi.

Downtown è in rivolta, un solito sabato sera. La conflittualità cresce da scazzottate a risse col coltello, da risse col coltello a sparatorie, e da sparatorie a guerra di quartiere su larga scala, tutte fomentate da odi di lunga durata e da assunzione di alcool e droghe.

La mia città è una zona di guerra

(la mia città)

Il mio posto di lavoro è in fondo alla strada principale, un complesso a livello terra con davanti un’ampia finestra di cristallo in lastre, protetta nelle ore non lavorative da uno schermo corazzato. Su di un lato c’è un vicolo, che porta sul retro fino all’ingresso fornitori. E alla cucina.

"Dove sei stata?" ruggisce Joe Takei, mentre incateno la mia bike nel cortile pieno di spazzatura. È in piedi dalla porta della cucina e ha un grembiule sudicio allacciato sopra il suo completo elegante. È il giapponese più grasso che io conosca. Viene spinto con una gomitata su di un fianco da Davy, che sta uscendo dalla cucina e fa spallucce, e ha un camiciotto di Goretex come il mio.

"Buona fortuna, bimba," mi ammicca Davy. "Stasera è di umore orrendo."

Davy è il mio partner di turno di martedì e di giovedì, ma stasera ha strappato un turno precedente. Slega la sua bike e se ne fila via per il vicolo, mostrando due dita a Takei, una volta che si trova a una distanza ragionevole.

"Sei in ritardo di cinque minuti," sbotta Takei, slacciandosi il grembiule. "È il tuo lavoro, non il mio. Ti diminuisco la paga."

"Arrivo, Joe," rispondo, afferrando il grembiule dalle sue mani. È tutto chiacchiere e arie che si dà e io non prendo troppo sul serio le sue minacce. In compenso mi pizzica troppo spesso il culo e io spero di riuscire a tenere questo lavoro senza essere costretta a fottermelo. Non può diminuirmi la paga. Lavoro un’ora intera al giorno, cinque giorni alla settimana, ed è appena sufficiente per mantenere l’appartamento e nutrirmi. Non posso permettermi di avere una paga ridotta. Magari Takei, alla fin fine, avrà ciò che vuole.

Da Joe Takei è un sushi-bar. L’insegna sopra la porta recita:

FONDATO NEL 1998. DA 25 ANNI IL MIGLIORE SUSHI A MANCHESTER

Io preparo il pesce per i piatti e anche per l’esposizione in vetrina, che presenta pesci vivi. Devo tenere fermi i pesci sulla lastra di marmo e cavare la carne da ogni fianco, a turno, dalle branchie alla coda, con un coltello per sfilettare acuminato come un rasoio. Per un po’ di tempo i pesci continuano a dibattersi e ad agitarsi. Li sistemo in vetrina insieme a verdure fresche e disposizioni floreali. Ogni certo numero di ore vanno sostituiti con altri, freschi.

Mentre incomincio a lavorare, do un’occhiata furtiva attraverso le porte girevoli. C’è un party di una ventina di uomini d’affari in abito elegante insieme alle loro mogli ochette del Cheshire, ridono forte e versano vino sui tavoli. Probabilmente sono stati trasportati stasera in elicottero, per farsi un assaggio della Manchester autentica. Più tardi, dopo il pasto e un tour a Downtown su limousine corazzate, con scorte di polizia, torneranno in volo verso i loro accoglienti e sicuri possedimenti in campagna, col loro filo spinato a rasoio e i rott-weiler, e gli uomini saranno troppo sbronzi per fottere e alle donne non fregherà nulla. Si addormenteranno pensando, sperando, che nessuno degli animali da zoo che avranno visto questa stanotte si senta in dovere di ripagare la cortesia, e faccia loro visita.

Spingo il mio coltello per sfilettare sotto la branchia di un pesce. Si dimena. Dicono che i pesci non abbiano sistema nervoso. A volte sento di non averne uno neppure io.

Takei si muove compiaciuto tra gli abitanti dei sobborghi residenziali, che lo ignorano. Alza la polarità sulla finestra di vetro per schermarli da un gruppo di straccioni che hanno preso posizione di fuori. So che tra un minuto mi costringerà a scacciare gli straccioni.

Forse ai clienti di Takei piacerebbe fare un tour della città

(la mia città)

una città senza sistema nervoso, una città immune a ogni shock, una città in cui tutti e tutto sono tuoi nemici

La mia città.

(la mia città)

(la mia città è una zona di guerra)

fine


© Noel K Hannan, trad. ital. Andrea Marti


 

 

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