Schemi ripetitivi

(Repeating patterns)


Beth Adele Long


"E’ un peccato," disse Tess a Kayla una mattina. Il caffè nero fumava nella tazza; Kayla fece scivolare un’omelette su di un piatto e la pose davanti a Tess. Una guardia del corpo che sapeva cucinare… era un’idea magnifica nella sua efficienza, stupenda nella sua semplicità.

"Cosa?" l’incitò Kayla. Tess sorseggiò il caffè, scottandosi la bocca.

"Che a David non piaccia il proprio lavoro."

Kayla si strinse nelle spalle, carpì una piccola cialda dalla piastra di cottura e la lasciò cadere su un piatto. Osservare Kayla in cucina era come guardare una danza, un balletto. Economia nei movimenti, controllo perfetto. L’effetto era amplificato dall’uniforme nera che lei indossava sempre, abiti casual scelti con l’occhio da guardia del corpo in favore della praticità.

"E’ adatto per quello che fa. Alla gente piace ciò che gli riesce di fare bene. Pesche o mirtilli?" Sistemò la cialda sul proprio piatto.

Tess mandò giù un altro boccone di omelette. "Oh, penso che gli piaccia abbastanza ciò che fa. Non ci sono fragole?"

Kayla spalmò il burro sulla cialda lasciando che si assorbisse. "Congelate. Non fresche."

"Pesche, allora. Ma non è che sia coinvolto. In ciò che fa, voglio dire. In questo è come me, non è sufficiente essere portati per qualcosa, deve prenderci. Conquistarci."

"Si trova in una posizione ottima. Non vedo come possa lamentarsi." Kayla si fermò col coltello appoggiato ad una pesca. "La vuole pelata?"

"Stamattina no. Spaccala e basta." Tess spinse di lato il piatto vuoto e tornò a sorseggiare il caffè. Andava meglio. Stavolta non si scottò. "Non è che si lamenti. Ma io lo conosco. Progettare algoritmi non è ciò che gli fa fare scintille. E’ una cosa troppo logica. David agisce d’impulso, arriva alle conclusioni senza mai sapere come c’è arrivato. Salta i passaggi intermedi e arriva dritto al centro di un argomento. E’ questo che lo rende così prezioso per noi. Ma a volte lo osservo e vedo…"

Kayla sprizzò della panna montata su frutta e cialda e le porse il piatto. "Cosa?"

Tess prese il piatto, tagliò metodicamente la cialda in piccoli pezzetti. "Un intrappolamento." Masticava lentamente. "Una cialda eccellente. Vedo in lui ciò che proverei io se venissi allontanata da ciò che faccio: se potessi solo dare un’occhiata senza poterlo afferrare." Si finì la cialda mentre Kayla riassettava la cucina, poi le allungò il piatto. "E’ una brutta cosa guardare negli occhi di qualcun altro e sapere che ti biasimano"

Kayla prese il piatto e lo sciacquò. "Sono sicura che abbia ragione lei." Poi, come se si volesse assolvere, "E’ suo figlio, Ms. Rosen."

Tess annuì. "E vuoi che non lo conosca." Prese la tazza di caffè e si alzò in piedi. "Quando arriva David digli di farsi vedere. Più tardi vado in ufficio, ma stamattina voglio rivedere il progetto Optilink con lui."

"Certo."

 

* * *

 

I pianoforti reali erano diventati cari in modo ridicolo. Non ne valeva proprio la pena: corpo in legno, tutti qui gruppi di corde, i piccoli tasti di colore alternato… Quelli digitali erano più compatti, più versatili e le tastiere digitali avevano sorpassato da molto le contrazioni maldestre nella qualità del suono. Non c’era proprio mercato per quelli reali.

Tess sapeva che, comunque, David aveva sempre desiderato un piano antico in legno e ne capiva il motivo. Aveva quantità immense di gigabytes di registrazioni digitali, fatte con un sistema ad interfaccia multipla molto buono: prodotti finiti e raffinati che si avvantaggiavano appieno dei benefici della tecnologia. Ma un giorno vide un pianoforte reale e chiese di poterlo suonare e il vecchio strumento lo stregò. Parlò continuamente dell’esperienza per settimane, cosa si provava, cosa pensava di riuscire a fare con un pianoforte come quello, della sua magia… Tess sapeva perché era stato affascinato; era la stessa ragione per cui lei faceva ancora un sacco di lavoro di prima stesura su uno schermo piatto, senza preoccuparsi della limitazione del pensiero lineare e dell’interfaccia sgraziata. La faceva tornare ai fondamentali. Se non riusciva ad afferrare pienamente il problema non poteva ballarci attorno con tecnologie attraenti, doveva rivederlo fino a che tutto non fosse andato a posto nella sua mente. Nessuna scorciatoia. La cosa la rendeva sicura sul fatto d’essere brava perché era brava, non perché aveva interfacce migliori. Non era solo una questione di ego. Era un problema di identità.

Tess capiva come la musica, sotto molti aspetti, fosse il parametro di controllo di David. E la musica era bella come hobby. Non si preoccupava se passava tutto il suo tempo libero nello studio di registrazione a produrre le sue sinfonie durante i week-end o le festività. Ma la sua affinità per la musica non era una dote. Il suo talento nella programmazione lo era. Tess era proprio brava in ciò che faceva e il talento di David era una variazione del suo, più adatto ai macrosistemi, più introverso, più intenso. Lavorava coi dettagli in un modo che a lei non riusciva, spazzando via ciò che era irrilevante e sistemando il resto in macrosistemi come se stesse costruendo un puzzle da zero. La Rosen Technologies aveva bisogno del suo talento unico.

Non era stato difficile far si che entrasse nella ditta. Non aveva alcun entusiasmo per le restrizioni del college e non aveva alcuna esperienza che potesse raccomandarlo per altri impieghi. Il suo dono per la musica era grezzo e non allenato e gli mancava la convinzione per esporre alla critica le sue composizioni tanto amate. Tess gli aveva offerto un lavoro, con un salario che gli avrebbe permesso di vivere in modo confortevole e poi aveva gettato la sua briscola: se nel primo anno avesse fatto bene, allora gli avrebbe comprato un pianoforte. Per un sedicenne, passivo e abituato al lusso, era impossibile rifiutare l’offerta.

Così David lavorava per lei, viveva a casa e componeva i suoi pezzi privati nel tempo libero. Per nove anni tutto andò liscio.

 

* * *

 

"Ho ancora dei problemi con la neurofisiologia. Devo proprio parlare in modo approfondito con un esperto. Non ho intenzione di presentare niente che abbia una forma abbozzata come lo è adesso."

Tess passò una penna ottica attraverso un display, alzò di nuovo lo sguardo. "David, non è che ti stia chiedendo un demo completo. Desidero soltanto un po’ di sostanza, qualcosa da poter presentare ai vicepresidenti venerdì prossimo. Non hai terminato la fase di studio, benissimo; dammi solo qualcosa di preliminare. Sei molto abile a lavorare senza che tutti i dettagli siano sistemati."

David si sporse indietro in modo irato. "Lavoro senza dettagli irrilevanti. Non posso andare da nessuna parte senza gli essenziali. Che diresti se dicessi, qua, dammi un modello di trasporto per una città. Non preoccuparti della popolazione, del livello tecnologico, degli schemi di commercio o delle industrie primarie: Dammi solo qualcosa."

Tess fece roteare la penna e si strinse nelle spalle. "Verrei fuori con qualcosa."

"Sì, bene, è questa la differenza tra di noi, non è così? Non voglio presentare mondezza."

Tess non rispose immediatamente. David oggi era ombroso in modo inusuale; si chiese se fosse stressato dal progetto Optilink. Fece un po’ marcia indietro.

"Va bene. Fai una lista delle cose da considerare. Dimmi esattamente a che punto sei arrivato, dov’è che ti trovi di fronte a dei problemi e andrò io all’incontro. Spedirò un dispaccio dicendo che fino a che non avremo risolto questi problemi non potremo andare avanti e cercherò di trovare qualcuno con cui potrai discutere di fisiologia. Qualcuno che abbia tutti i requisiti di sicurezza, naturalmente."

David sembrò rilassarsi un po’, ma era ancora teso. Parlarono dei progressi che aveva fatto; Tess poteva osservare che aveva fatto finora un lavoro sorprendente. Il problema più grosso stava nello scavalcare il nervo ottico e immettere informazioni visive direttamente nel cervello senza causare danni all’occhio o al cervello stesso. Se ci riuscivano, avrebbero introdotto il primo passo verso un’esperienza di RV completamente immersiva. Un collegamento diretto col cervello. Per ora le uniche applicazioni legali erano militari, ma Tess sapeva che le cose sarebbero cambiate. Presto. E aveva intenzione di avere in mano le tecnologie allorché sarebbero diventate pubbliche.

Alla fine dell’incontro, mentre David se ne stava andando, Tess lo chiamò per dirgli di aspettare. "Ieri ho parlato col senatore Chertham. Mi ha invitato ad un piccolo incontro a casa sua questo sabato. E’ un’opportunità che non voglio farmi sfuggire."

"Credevo che dovessi andare al party degli Spelman…"

"Sì, mi puoi coprire? Non devi restare per tutta la serata, devi solo fare un’apparizione. Fai loro le mie scuse, di’ loro che sono subentrati dei fatti importanti, sono certa che Mol capirà."

David le sorrise dal vano della porta. "Così ti sono di qualche utilità oltre alle mie capacità tecniche. Sono buono anche come reggiposto sociale. Mi fa proprio piacere saperlo."

Era evidente che qualcosa lo preoccupava. Si comportava in modo aggressivo nei confronti di lei a livello personale e per questo dubitava che il progetto fosse alla radice del problema. Avrebbe cercato la ragione del suo antagonismo. "Mi spiace farti tutte queste richieste, David, ma…"

Le rivolse un gesto per fermarla, una mossa annoiata come se stesse scansando delle ragnatele. Appariva proprio stanco. "Non preoccuparti. Abbiamo girato in tondo tante di quelle volte che mi vengono le vertigini. E smettila di trattarmi come un bambino. Non sempre riesco ad evitare le piccole trappole che mi prepari, ma questo non vuol dire che non riesca a vedere che ci sono."

Se ne andò, lasciandola a guardarlo in modo duro. Ogni tanto c’erano dei momenti in cui non capiva del tutto suo figlio.

 

* * *

 

Quella notte David suonò per lei e per Kayla. Quando David toccava un pianoforte, toccava l’anima. Di rado suonava per un pubblico, era raro che lo facesse anche per loro due; aveva troppo paura del rifiuto o dell’incomprensione, troppo rinchiuso nel proprio mondo. Stanotte, comunque, Tess si rese conto quanto fosse insolito il dono di David per la musica. Capì che se David avesse trovato il coraggio di mandare qualcuna delle sue opere ad un professionista, avrebbe potuto avere una carriera nella composizione, forse avrebbe potuto anche fare dei concerti. Qualche anno prima quell’idea non l’avrebbe neppure sfiorata, ma David aveva lavorato senza posa alla sua arte, inventandosi i propri corsi di studio e suonando e componendo in modo instancabile. Doveva riconoscere che probabilmente era pronto artisticamente per una carriera musicale.

Ma David non era pronto per gli stress personali del mondo musicale. Sarebbe stato schiacciato da una qualsiasi recensione contraria, da ogni accoglienza tiepida. Si sarebbe ritratto sempre più in se stesso e avrebbe interiorizzato la propria arte in modo così deciso che sarebbe diventato quasi autistico, capace nel creare per sé, ma incapace a connettersi con la realtà. Deve restare qua, pensò. Deve restare laddove può sognare senza sconnettersi dal mondo esterno. Confidava nella propria capacità a trattenerlo; lei conosceva le variabili di controllo, le variabili casuali, il sistema operativo. Non doveva far altro che fornire le giuste istruzioni per produrre dei risultati.

* * *

"Deve essere cauta con David."

Tess alzò lo sguardo dal pasto. Raramente Kayla le dava dei consigli non richiesti. "Perché lo dici?"

Kayla dette un morso e scosse la testa. "C’è qualcosa di diverso in lui negli ultimi tempi. Sembra… più pericoloso."

Non entrò nei particolari, ma Kayla aveva un buon istinto che abbinava alla preferenza di Tess per l’analisi attenta. Aveva imparato da tempo a prestare attenzione alle intuizioni di Kayla. "Vuoi dire che sembra in trappola? Come in una gabbia e in cerca di una fuga?"

Kayla annuì. "E’ buona come descrizione. Mi rende nervosa. Gli animali in trappola sono i più pericolosi."

Tess rise sommessamente. "Non so se paragonare mio figlio ad un animale."

Kayla si strinse nelle spalle. Non è che avesse un concetto molto alto dell’umanità, nonostante la sua appartenenza alla specie. Non era una cosa sorprendente per Tess se pensava da dove era venuta Kayla, dov’è che si trovava quando Tess l’aveva incontrata per la prima volta: combattimenti infiniti e risse per rimanere viva, vendendo il proprio corpo per un pasto, vivendo in una tale sporcizia e sudiciume e tra le malattie che Tess non sapeva proprio come la ragazza fosse riuscita a sopravvivere per un solo giorno, senza parlare di sedici anni. David a volte faceva commenti sgradevoli sul fatto che Kayla fosse l’unica persona che Tess teneva sotto un controllo più duro del suo. Ma Tess non aveva mai provato a manipolare Kayla. Non ne aveva mai avuto bisogno di farlo.

"David pensa che lei mi controlli," disse Kayla, come se stesse leggendo la mente di Tess, "ma io non sono un cane da dover addestrare. Le sono fedele e può dirmi di proteggere David, e io lo faccio, perché me lo ha detto. Ma se lui cercasse di farle del male, ecco. Non avrebbe protezione da me. La mia fedeltà principale è sempre per lei. E… penso che dovrebbe licenziarlo."

Non era da Kayla dare suggerimenti che non fossero direttamente legati alla sicurezza. "Siamo nel bel mezzo dello sviluppo di Optilink," fece Tess con cautela. "Non credo proprio che sia un buon momento, anche se ci fossero delle ottime ragioni per licenziarlo."

"Quando mi ha detto che David sembrava intrappolato non ci avevo fatto caso. Alla fine me ne sono accorta ed ora sta diventando sempre peggio. Non se ne andrà mai di sua spontanea volontà; ha un bisogno disperato della sua approvazione. Lo licenzi, lo trasferisca alla divisione musicale, non mi importa. Ma temo che la pressione aumenterà e lo renderà imprevedibile. Non mi piace avere a che fare con l’imprevedibile."

Ora Tess si mise a ridere. "David vuole la mia approvazione un po’ come desideri una terza gamba."

Kayla salò le patate e non disse nulla. Mangiarono in silenzio per tutto il resto del pasto. Mentre Kayla puliva i patti, Tess le disse, "Ci penserò. Ma adesso non è il momento giusto. Forse quando il progetto sarà terminato."

* * *

David scivolò nel suo ufficio a casa. "Hai un attimo?"

Tess sollevò lo sguardo dallo schermo piatto. "Che ti serve?"

David rimase in piedi di fronte alla sua scrivania, dondolandosi in modo impacciato. Ha un aspetto così giovane, pensò lei dentro di sé. Come se fosse ancora un adolescente.

"Ci ho pensato… il progetto Optilink è quasi pronto. Sarà un grosso successo. Di questo ne sono certo. Così, pensavo, forse quando il progetto è finito, potrei… lavorare di meno per la ditta. Mi capisci."

Lei rimase in silenzio fino a che lui non sollevò lo sguardo. "Intendi andartene."

Il suo sguardo tornò ad abbattersi. "Be’… sì. In fin dei conti."

Spostò la poltrona in modo da trovarsi di fronte a lui. "Hm. Non vedo perché no, dopotutto." Sollevò lo sguardo per la sorpresa, con la speranza che gli brillava nel viso.

"Non sai quanto abbia desiderato di iniziare a comporre a tempo pieno," iniziò a dire.

"E suppongo che dovrei farti stare qua per un paio di settimane dopo che te ne sarai andato," fece lei. "Giusto il tempo di trovare una sistemazione."

La speranza scomparve. "Che… che cosa? Me ne dovrei andare?"

"Be’, a meno che non voglia pagare l’affitto, naturalmente. Ma penso che dovrei farti pagare un affitto che andrebbe al di là delle tue possibilità iniziali. Comunque, sono certa che hai messo da parte abbastanza soldi da stare tranquillo per i primi due o tre anni," Fece Tess, sapendo che non aveva fatto per niente una cosa del genere, "e sono certa che troverai un posto decente nella zona a nord, ad una cifra abbordabile. E ti occorrerà un’auto…"

La sua espressione s’era irrigidita. "Ho capito. Apprezzo molto il tuo aiuto."

"Non fraintendermi, David. E’ solo che… hm…" sorrise, "la maggior parte della gente non guadagna molto come musicista e se non puoi contribuire non vedo perché ti devono essere servite le cose su di un vassoio."

"Tu pensi che non potrei farcela?"

Sorrise. "Non dico una cosa del genere, tutt’altro. Bene, l’altra cosa da discutere è il pianoforte, che naturalmente resterebbe qua."

David le rivolse un’occhiataccia. "Me lo hai dato, quel piano."

"Ti ho dato il permesso di usarlo, tutto il tempo che desideravi. Fintanto che fossi rimasto qui. E che avessi lavorato per me."

Indietreggiò. "Tu pensi che sia un fallito, vero?."

"David, non prenderla in modo così personale. Parliamone un altro po’."

"No, non discutiamo di niente. E’ il modo più facile per te per portarmi dove vuoi. Non discutiamo di niente."

Si girò e se ne andò. Tess attese qualche giorno per vedere se l’avesse affrontata di nuovo. Non lo fece.

* * *

Gli allacci di protezione si sistemarono sui suoi polsi. Aveva aiutato David a progettare la poltrona per mantenere immobili gli utilizzatori; avevano, comunque, in progetto di sviluppare un’interfaccia più versatile, ma per ora era importante prevenire qualsiasi movimento del corpo.

Si sistemò sulla poltrona, ansiosa di sperimentare il demo. Fino ad ora solo David e il suo team avevano lavorato con l’equipaggiamento dell’Optilink. Poi, questa sera, aveva chiamato Tess al suo ufficio, dov’era rimasta dopo la chiusura. "E’ pronto per un demo e ho a casa l’equipaggiamento," disse con tono entusiasta. "Non vorresti essere la prima?"

"Arrivo subito," aveva risposto, raccogliendo in fretta le cose e lasciando un biglietto a Kayla, che era al poligono di tiro. Era corsa a casa e ora si trovava seduta e pronta a connettersi direttamente con l’interfaccia del computer.

David l’aiutò a sistemarsi le bande sul collo e abbassò un anello imbottito per tenere a posto la testa. "I controlli sono sotto la mano destra. Per ora sono abbastanza semplici, ci dobbiamo lavorare. Basta che muovi la levetta per andare avanti, indietro o girare. Ancora non puoi muovere la testa; devo lavorare anche su questo. Il bottone quadrato sotto la mano sinistra è per uscire dal programma; rimuove la connessione neurale dal collo e poi libera i legami. Aspetta che si schiarisca la visione prima di andare molto in giro."

Tess provò una sensazione strana al collo quando il connettore neurale le entrò sotto la pelle, una puntura strana ma senza dolore. Rimase immobile il più possibile e la visione della stanza sparì.

Le apparve attorno una stanza bianca, semplice ma sorprendentemente reale. Cercò di allungare la mano, dimenticando le bande di protezione che la legavano. Manipolò i controlli con la mano destra e avanzò fino a che non si ritrovò di fronte alla parete opposta; delle grosse lettere maiuscole sembrava che fossero state incise sulla superficie della parete. "Queste sono le pareti che hai costruito." Sapeva che la frase era indirizzata a lei e ne fu commossa.

"Hai visto la mia dedica?" le chiese.

"Sì." E sorrise. "Stavo pensando che era una cosa molto generosa."

Non disse nulla, ma Tess poteva visualizzare la sua espressione. Lui non sapeva mai come reagire ai complementi.

C’era una porta accanto alla scritta e mentre lei si avvicinava si aprì affacciandosi su un’altra stanza quadrata con pannelli di legno alle pareti. "Dei dettagli ottimi nella grana del legno," fu il commento di lei.

"Hm, grazie." Udì un piccolo scatto e David fece un verso di stizza. "Questo cavo! Resisti un minuto mentre ne prendo un altro?"

"Certo." Tess era attratta dall’interfaccia; tutto sembrava così genuino, tutti i dettagli così precisi, che tutto nel luogo sembrava più reale della realtà. La nuova stanza in cui si trovava aveva la stessa incisione che c’era nella prima e allo stesso modo aveva una seconda porta alla parete sinistra. Passò oltre la porta e attraverso la successiva. Ogni porta conduceva ad una stanza quadrata, ogni stanza con pareti di colore e grana diversa e ogni stanza con la stessa iscrizione su una parete. Era sorpresa dalle possibilità che potevano ritrovarsi in una semplice stanza con quattro pareti. David doveva farle vedere come aveva fatto a realizzare una cosa del genere.

"David, è una cosa incredibile!"

Nessuna risposta. Non era ancora tornato. Tess decise di uscire dall’interfaccia e di richiamare alcuni programmi in modo da potergli fare delle domande quando sarebbe tornato. Trovò il bottone quadrato sotto la mano sinistra e lo premette. Delle grosse lettere maiuscole le apparvero di fronte che fluttuavano a livello degli occhi:

 

SEI SICURA DI VOLER USCIRE?

 

E adesso? Si chiese. Provò a spostarsi in avanti, ma le lettere si spostarono semplicemente con lei. Provò a parlare ad alta voce, nel caso la routine di riconoscimento vocale avesse risposto. Non rispose. Manovrò alcuni controlli a caso sotto la sua mano. Un minuto dopo le lettere svanirono e lei premette di nuovo il bottone quadrato. Non successe niente.

Iniziò a sentirsi in trappola. La sorpresa che aveva provato nel vedere qualcosa che era completamente sganciato da ciò che realmente le stava di fronte si trasformò in claustrofobia. Forse devo ritrovare il mio percorso. Forse devo tornare alla prima stanza.

Il pensiero la calmò. Tutto ciò che doveva fare era di tornare indietro; ogni stanza aveva solo due porte, non poteva perdersi… per ciò che poteva voler dire perdersi in questo posto. Si girò e aprì la porta che aveva appena attraversato. Era la stessa stanza che aveva appena lasciato, pareti di un viola scuro che brillavano per l’umidità, ma questa volta c’era una porta in ogni parete.

Non andava bene.

Cercò di ricordare quale porta aveva usato. Pensava di ricordarsi e quando aprì quella porta vide che anche l’altra stanza aveva quattro porte anziché due. Tornò indietro, provò un’altra porta, si apriva su di un’altra stanza identica alle altre. Si fermò con lo sconforto che si trasformava in paura. Si dimenò sulla poltrona, dimenticando per un attimo i legami che la tenevano.

"David!" chiamò ad alta voce. "David!"

"Che c’è mamma?" La sua voce rispose immediatamente. Doveva essere rientrato nella stanza senza che lo sentisse.

"David, come faccio ad uscire?"

"Batti i talloni uno contro l’altro e dici ‘Non c’è un posto migliore di casa propria.’"

"E’ proprio buffo."

Di colpo le apparve di fronte un’immagine di David. "Io non sono nella stanza, lo sai."

Tess inghiottì. La voce doveva uscire dagli altoparlanti del computer. "David, dove sei? Come esco da questo programma?"

"Ci sono le pareti che hai costruito tu."

"Non trovo l’uscita."

L’immagine di David la osservò con calma e non disse niente. Le parole della scritta iniziarono ad avere un significato diverso, sinistro. Pensò che forse questa era la sua idea di vendetta meschina.

"David, mi spiace…"

"David, mi spiace. Seguito inevitabilmente dalla congiunzione ‘ma'. Inevitabilmente insincero. Una affermazione inevitabile. Via, mamma, ci vuole qualcosa di originale." La voce di David appariva vuota e distante negli altoparlanti.

"Ti amo."

"Tut tut. Una madre triste che pensa che le parole ‘Ti amo’ sorprendano il figlio. Invece non mi sorprendono per niente; ‘Ti amo’ era la cosa che mi aspettavo venisse dopo. Insincera, come la prima, ma almeno stai dimostrando che sono un ottimo programmatore."

La paura le scivolò in gola rendendola furiosa. Cercò di mantenere la voce priva di rabbia; non le sarebbe stata utile ora. "Sei sempre stato un ottimo programmatore."

"Piaggeria. Il problema, Mamma, è che tu non riesci a vedere."

"David, smettila!"

"Ancora non mi hai chiesto cosa voglia dire."

Era così infantile, così alla David. "Va bene, che vuoi dire?"

"Io non sono David. Sono un programma, da qualche parte al di là di una semplice interfaccia, ma non il costrutto completamente autonomo di una personalità. David ha un comando a distanza che ti libererà quando lo riterrà conveniente per sé. Se ne sta andando, a proposito. Nel frattempo sono qua ad intrattenerti e a farti un test. Se superi il test, esci di prigione. Se perdi… be’, c’è una piccola penalità."

"Spiegati meglio," chiese lei.

"Ah, ma la situazione si è capovolta."

Tess iniziò a tremare. "Che penalità?"

L’immagine di David era silenziosa.

"Che test?"

Silenzio.

"Che dovrei fare?"

Silenzio.

Silenzio.

Un rumore di voci dalle scale ruppe il silenzio e Tess si allungò per ascoltare. Le sembrò di sentire la voce di Kayla che la chiamava. L’immagine di David tornò a parlare. "Tempo scaduto." Le immagini davanti ai suoi occhi iniziarono a svanire. Il viso di David si sporse in avanti. "E tu hai perso."

Qualcosa scattò: Sentì il ronzio di un motorino che le toglieva la connessione dal collo e le sicure si aprirono con uno scatto. Si tolse la benda dalla fronte con la pelle che le pizzicava. La stanza era immersa nel buio; David doveva aver spento le luci nell’andarsene. Si massaggiò il collo e cercò le luci del computer: niente.

Sentì qualcuno piombare nella stanza e la voce di Kayla chiese, "Va tutto bene? Cosa ha fatto?"

"Kayla? Sto bene, ma accendi le luci, non vedo niente."

"Cosa?"

"Accendi le luci! Forza!"

 

* * *

 

Kayla condusse Tess al piano di sotto e le raccontò, a pezzi e bocconi, cos’era accaduto. Aveva chiamato Tess all’ufficio e aveva scoperto dall’assistente di Tess dove si trovava, allora era tornata dritta a casa, preoccupata. Aveva incontrato David mentre se ne stava andando e lo aveva interrogato. Era entrato in panico e le aveva sparato con una vecchia pistola; lei aveva risposto al fuoco e lo aveva disabilitato.

"Disabilitato?" chiese Tess tremante e fermandosi sul pianerottolo.

"Un braccio partito all'altezza della spalla, la mano sinistra andata dal gomito. Starà bene, ferite da laser come queste si cauterizzano e la perdita di sangue è minima." Kayla aveva un tono efficiente, come se stesse annunciando un calo in borsa. Starà bene.

Quando raggiunsero il primo piano, Tess sentì l’odore di carne bruciata e per un attimo pensò che venisse da lei, che gli occhi le fossero stati bruciati. Ma i suoi occhi erano ancora là, inutili, intatti, che fissavano ciecamente la scena.

"Ho cercato di scappare!" gemette David. "Ho cercato di cambiare lo schema! Ma non faceva altro che ripetersi!"

Le sue mani se ne sono andate, pensò Tess. Non sposterà più le dita su un pianoforte. Non sentirà mai la ruvidità del suo stesso dono, puro e senza supporti, solo muscolo e pelle che danzano sui tasti.

Voleva dire qualcosa. Mi spiace. Ti amo. Non volevo tutto ciò. Ma le rimasero tutte in gola. Le aveva usate troppo spesso ed era stato rubato il loro valore. Pensò all’immagine di David, che si sporgeva verso di lei in modo suadente, "Hai perso." Ed ora sapeva cosa fosse il test e perché avesse fallito. Aveva perso molto prima.

Non c’era niente da dire. Così incespicò verso di lui, lo trovò dove s’era inginocchiato a terra e lo abbracciò. La colpì col braccio sinistro e lei sentì il sapore del sangue in bocca. Allontanò le braccia.

Le si era rotto il labbro ma il dolore si era perso nello shock. Le perdite che avevano subito la travolsero: le sue mani, la sua vista e tutto ciò che avevano buttato via negli anni. Provava il desiderio di piangere ma i suoi occhi non volevano farglielo. Così si sedette accanto a lui, impotente. Mentre Kayla chiamava il soccorso, Tess riuscì a solo a cullarsi avanti e indietro, pensando: Mi spiace. Mi spiace. Mi spiace.

 

* * *

 

David la conduce lungo l’alzaia con le suole delle scarpe che scricchiolano tra la ghiaia e la sporcizia. L’aria estiva si fa sempre più vicina da ogni lato, calda e viscosa e aromatica di vita. Il C&O Canal è silenzioso alla loro destra ma lei riesce a sentire il Potomac sotto di loro a sinistra, che si trascina via lungo il suo percorso. Qualcosa produce un forte rumore nel canale accanto a loro e Tess gira la testa involontariamente. Si ferma e David si ferma con lei.

"Cosa è stato?" La mano si posa sul metallo liscio del suo avambraccio; adesso se ne vergogna meno in pubblico e oggi porta le maniche corte e non ha i guanti. Le ha detto una volta che ha scelto il metallo al posto della pelle sintetica in modo che lei possa sempre ricordare, che lei possa sentire ciò che lui ha perso ogniqualvolta l’avrebbe condotta da qualche parte. Lei non ha dimenticato.

"E’ un’anatra," le dice David. "E’ un grosso maschio, verde brillante e blu, con sfumature viole se si guarda dall’angolazione giusta." Ride. "Sta per avere un incontro con una tartaruga dall’aspetto ostinato."

Anche Tess era stata molto chiara nei confronti della sua perdita, reciprocando il sentimento di David; non avrebbe potuto mai permettere che lui dimenticasse. Adesso non fa nessuno sforzo aggiuntivo. Ha iniziato a sperare che il ricordo svanisca, per tutti e due.

Riprendono a camminare. David l’aiuta a scendere una discesa ripida per poter arrivare al fiume. Kayla si avvicina da dietro rompendo il silenzio usuale.

"Posso portarla attraverso le rocce, Ms. Rosen?" Il che provoca in Tess il desiderio di ridacchiare e di piangere allo stesso tempo. Kayla non è cambiata per niente. Lei non lo ha perdonato, né ha cercato di capirlo, mai in tutti questi anni.

Kayla la porta attraverso le rocce larghe e piatte fino a che non riesce più a trovare un terreno facile da scoprire. La fa sedere e la raddrizza con un braccio. Tess sente David che le si siede accanto. "Il sole si riflette dall’acqua. Crea una tipo buffo di schema danzante. Ci sono dei pesciolini velocissimi, che schizzano attorno come se fossero sicuri che qualcuno li prenderà se non continuano a muoversi."

Tess si immagina il quadro nella sua testa, l’acqua che scorre e la luce del sole danzante, schemi e schemi che rendono affascinante il mondo.

"Gli schemi combattono allo stesso modo per non essere alterati," afferma. "E’ forse perché fa male loro cambiare?"

David è in silenzio per un po’. E’ arrivata a comprendere i suoi silenzi; sa che ora sta pensando. "Penso che agli schemi vada bene," afferma alla fine. "è la gente che li cambia a provare dolore."

 

* * *

 

I dottori sono interdetti. Il danno ai suoi occhi è irreversibile, nonostante tutti i loro sforzi. Lei è senza vista, in un paese dove la cecità è stata tutt’altro che sradicata. David le ha cancellato la visione ad un livello più primitivo di quanto possano accedere i dottori e neppure lui può ricostruire ciò che ha abbattuto. Lei attende le scoperte che potrebbero ridarle la vista, ma fino ad ora non ci sono state.

David si alza in piedi accanto a lei e può sentire il tonfo di una pietra che ha lanciato nel Potomac. "Il sole si sta abbassando ad ovest," fa lui e lei si immagina che stia strizzando gli occhi verso l’orizzonte.

Volge il viso verso la brezza. "L’aria s’è fatta un po’ più fresca."

"Ti stai facendo sempre più uno Sherlock," le dice e lei sente la smorfia nella sua voce. "Occorre un trasporto per l’asciutto?"

Tess esita e di colpo è sorpresa. Poggia una mano sul braccio di Kayla per fermarla e si rivolge a David. "Se non ti dispiace."

La solleva e si dirige con precauzione attraverso le rocce. La posa sulla riva e lei può sentire Kayla che cammina attraverso il terreno sassoso. "Grazie," dice, annuendo verso David.

"Non c’è di che." Un po’ della vecchia esitazione è tornata.

L’aiuta a salire lungo il greto del fiume e si incamminano verso il parcheggio. "E’ stato un bel pomeriggio," è il commento di lui.

Si preme le dita sugli occhi, tocca le orbite inutili. Ascolta con curiosità la propria risposta. "Sì. Lo è stato proprio."


© 2001 Beth Adele Long Titolo orginale Repeating Patterns 

vincitore nel 2000 dell'Isaac Asimov Award for Undergraduate Excellence in Science Fiction and Fantasy Writing

in linea presso il sito della rivista

http://www.asimovs.com/_issue_0107/repeatingpatterns_0107.shtml

 e presso il sito Holly Lisle.com

http://hollylisle.com/community/beth-adele-long-repeatingpatterns.html

traduzione italiana Danilo Santoni