VITA D'AMBIGUO
Piero Fiorili


L'epopea di Un'Ambigua Utopia viene collegata, giustamente, al connubio fantascienza & politica che nella seconda metà degli anni '70 si abbatté come un ciclone sul sonnacchioso fandom italiano. In realtà fu la rivista Robot, e più precisamente il suo direttore Vittorio Curtoni, a scatenare le passioni politiche anche nel placido mondo della sf. Inutile ricordare cosa sono stati gli anni '70 per la storia italiana, ma fino a quel momento la sf era un limbo apolitico, un rifugio di sognatori. UAU nacque come movimento di radicalizzazione della spinta iniziale di Robot, che essendo una rivista commerciale, non poteva oltrepassare certi limiti. Personalmente, appartenevo al limbo dei sognatori, ma rimasi folgorato dalle implicazioni socio-politiche che UAU sviscerava dalla fantascienza, tanto che, quando l'Ambigua si allontanò dai temi tipici della sf per affrontare più impegnativi nodi teorici e filosofici, sentii l'urgenza di proseguire il discorso iniziale attraverso un'altra rivista. Essendo nato nel 1945, avevo 23 anni nel 1968, l'età giusta per partecipare a quel confuso periodo di rivoluzione giovanile, se solo fossi stato studente universitario, o anche semplice operaio. Invece, lavoravo ed ero "in carriera", perciò vissi quel periodo affacciato alla finestra, con qualche curiosità e molto scetticismo. Quando realizzai in tutto il suo squallore la vacuità del rapporto di lavoro dipendente, invece di partecipare alle lotte collettive mi isolai dal mondo, e cioè acquistai una cartolibreria e mi rifugiai tra i miei amatissimi libri. Era il 1974, e per quattro anni mi immersi nelle letture più disparate, recuperando tra l'altro l'antica passione per la sf. Avevo iniziato a leggere fantascienza nel 1958, quando sulle bancarelle dell'usato si trovavano ancora TUTTI i numeri di Urania (e perfino di Urania-rivista!), poi avevo proseguito per tutto il periodo scolastico, scoprendo Galaxy e i primi tentativi di sf italiana (Futuro, Interplanet), ma dal 1965 in poi il servizio militare, la "carriera", il matrimonio, i figli, mi avevano completamente allontanato dalla sf. Credo che, se non avessi avuto la libreria, sarebbe rimasta allo stadio di passione giovanile. Invece la maturità mi fece apprezzare ancora di più il genere, ed ero ormai pronto per esternare le mie riflessioni su di esso. Mancava solo l'occasione, e il caso volle che il mio destino si incrociasse con quello dell'Ambigua Utopia.


IL NUMERO 1

Il nucleo originario di UAU si formò nel 1977 nell'hinterland milanese, sull'asse Sesto S.Giovanni - Monza - Vimercate, per iniziativa di Giancarlo Bulgarelli.

Bulgarelli era un sindacalista appassionato più che altro di cinema fantascientifico, e attorno a lui ruotavano le sue amicizie e conoscenze del tempo: Marco Abate (uno studente quindicenne), Michelangelo Miani (un giovane illustratore in cerca di uno sbocco professionale), Gerardo Frizzati (un ragioniere che si occupò quasi esclusivamente di tenere la cassa di UAU), Danilo Marzorati (una meteora, non ricordo cosa facesse, e neanche che faccia avesse, a dire il vero) e infine Giuliano Spagnul, un fotografo che campava vendendo servizi a varie riviste. Spagnul era l'unico che abitasse a Milano, dove viveva in una casa arredata con cassette della frutta, e non saprei dire come fosse venuto in contatto con Bulgarelli e con UAU. Probabilmente perché era un tipo curioso di tutto, e amava molto la fantascienza (ma comunque meno delle sue fotocamere).

Il primo numero, ciclostilato in formato UNI A4 a fogli singoli graffettati in costa, uscì con la data Dicembre 1977 e fu tirato in 600 copie, andate tutte vendute (il prezzo era di 600 lire, ma oggi è difficile quantificare il valore delle lire di quel periodo).

La distribuzione era, come si usava a quel tempo, di tipo "militante", i nostri facevano il giro delle librerie universitarie e ne lasciavano un po' in "deposito", dopo qualche mese ritornavano e ritiravano le copie invendute e/o i soldi di quelle vendute.

Di quel numero uno non sono oggi in grado di dire nient'altro, perché sono vent'anni che mi è stato sottratto da una persona che, con la scusa di farsi delle fotocopie, se l'è fatto prestare e poi ha avuto l'impudenza di dire che me l'aveva subito restituito, se lo ricordava bene...

IL NUMERO 2

Mentre il primo numero si diffondeva nell'area milanese, suscitando un certo interesse, lo stesso nucleo preparava il numero due, inaugurando il filone monotematico che avrebbe contraddistinto per qualche numero la rivista, con l'argomento I BAMBINI NELLA FANTASCIENZA.

Una visione nuova e tutt'altro che banale, ma che risentiva di una certa carenza di strumenti da parte dei critici improvvisati. Oddio, tutte le fanzine sono fatte da critici altrettanto improvvisati, ma per affrontare temi così profondamente correlati col sociale ci sarebbe stata bene un po' più di conoscenza di alcuni testi fondamentali di psicologia e pedagogia.

E' a questo punto che entro in scena io. Era da un po' che accarezzavo l'idea di specializzare in sf la mia cartolibreria, così un giorno mi decisi e issai una nuova insegna: IL FANTALIBRO - FANTASY & SCIENCE FICTION. Una simile specializzazione si rivelò pura illusione, come purtroppo vidi confermato da analoghe esperienze successive di altri cartolibrai milanesi. Tuttavia l'insegna attirò Giuliano Spagnul, che abitava a due isolati di distanza. Benché fosse nella zona Città degli Studi, pullulante di librerie universitarie che già distribuivano UAU, entrò e mi propose di tenere alcune copie del N.1, cosa che feci con entusiasmo, diventando una... "libreria democratica". Siccome proponevo sconti sulla sf, Spagnul cominciò a frequentare spesso la libreria e facemmo amicizia, così riuscivo a tenermi informato sulle iniziative di UAU.

Il numero Due uscì con la data Aprile 1978, sempre ciclostilato ma in veste grafica rinnovata: fogli doppi piegati per un totale di 32 pagine, come una vera rivista, ma di dimensioni extralarge, un po' scomoda da maneggiare. Prezzo aggiornato a 800 lire, e un primo tentativo di distribuzione nazionale attraverso i "Punti Rossi".

Questo numero ospitò un intervento di Vittorio Curtoni, ed entrò nel collettivo un'altra meteora, Marco Dubini, del quale mi ricordo poco in quanto entro la fine dell'anno si erano già perse le sue tracce.

In occasione dell'uscita del N.2 Spagnul mi chiese se volevo andare allo SFIR di Ferrara previsto per i primi di giugno, ma declinai l'invito, l'impegno del negozio non me lo permetteva. Così mi perdetti l'happening di Ferrara (volantinaggio, tentativo di autoriduzione, sit-in di protesta), che fece conoscere il collettivo a tutto il fandom italiano, e che creò subito la fama di rompiscatole che ancora oggi UAU si porta dietro.

IL NUMERO 3

Al ritorno da Ferrara, il collettivo si ingrossò notevolmente, entrarono tra gli altri Roberto Del Piano (un bancario con forte vocazione goliardica), la sua compagna Michela Panigada (esponente di un movimento femminista, se ben ricordo), Luci Pittan (una pubblicista, che però non scrisse quasi mai una riga), Maurizio Giannoni (altro illustratore/vignettista col gusto del fumetto), e infine anch'io iniziai a frequentare le riunioni del collettivo.

Fino allora si erano tenute al Circolo La Comune, di fronte all'Università Statale, ma per motivi che non ricordo, nei mesi di giugno e luglio '78 si tennero a casa di Giuliano Spagnul, tra le cassette da frutta. Avanzai delle critiche sul modo in cui era stata gestita la faccenda "bambini e sf", e fui invitato a mettere per iscritto le mie osservazioni. Scrissi quindi un "pezzullo" di 2 cartelle, e lo firmai con le iniziali pf, come vedevo fare agli altri. Solo che in quel periodo c'erano talmente tante sigle nuove, che in fase di impaginazione si chiesero chi cavolo fosse questo pf. Il libraio, rispose qualcuno. Perciò fui ribattezzato "pf - il libraio" e mantenni per un po' questo appellativo.

Valanghe di lettere e di proposte di collaborazione misero addirittura in crisi la chiusura del terzo numero, che doveva essere dedicato al tema dei Robot, ma che finì per diventare uno zibaldone dove c'era di tutto. Pregevole comunque un articolo di Dante Casati (mi pare fosse un "tuttologo" del Politecnico, ma non ricordo chi di noi lo conoscesse) sullo stato dell'arte della robotica. Il Numero 3 uscì infine con la data Estate 1998 (per intuibili ragioni legali, quale supplemento della rivista "L'erba voglio") e fu distribuito da settembre, sempre col sistema misto Punti Rossi/distribuzione "militante". Il formato rimase quello del precedente (grazie a "L'erba voglio" con qualche miglioramento grafico e in fotocomposizione/offset anziché in ciclostile) e anche il prezzo rimase identico.

Il "fattaccio" dello SFIR attirò l'attenzione dell'area di sinistra, che cominciò a considerare la sf in modo diverso: alcune radio (Canale 96, e soprattutto Radio Popolare) ci offrirono spazio a volontà, le librerie e i centri culturali, milanesi e non, cominciarono a corteggiarci.

Come promesso fin da Ferrara, per il mese di settembre, dal 15 al 17, UAU organizzò una "festa popolare" in un'area dismessa chiamata LA FORNACE. L'invasione dei marziani, come fu battezzata la manifestazione, ebbe un enorme successo, grazie proprio al tam-tam delle radio e dei centri di cultura che esponevano i nostri volantini. Venne un sacco di gente anche da lontano, Claudio Asciuti, che già aveva adocchiato UAU allo SFIR, ebbe un immediato feeling che in seguito si sarebbe tradotto nella "colonna" genovese del collettivo. In quei 3 giorni si posero le basi per un salto di qualità di UAU, che ben presto avrebbe visto nascere per... partenogenesi un collettivo romano e uno napoletano.

Mi fu chiesto di portare i miei libri di fs per venderli a prezzo di costo, cosa che feci senza remora alcuna, ma che mi inchiodò al mio banchetto senza che potessi partecipare alle varie iniziative della festa. Avevo, come già detto, un background totalmente diverso, diciamo pure "borghese", e pur sentendomi attratto dalla vitalità della sinistra di quei tempi non mi sentivo all'altezza di intervenire sui progetti "politici". Mi comportavo ancora come un simpatizzante piuttosto che come un membro effettivo di UAU, e per farmi accettare, nonostante facessi qualche gaffe, mi prestavo a qualsiasi cosa mi chiedessero.

La rifondazione vera e propria di UAU avvenne subito dopo, quando tutti i nuovi contatti stabiliti alla Fornace vennero messi a frutto in una mega-riunione che si tenne in una chiesa sconsacrata (!), e alla quale parteciparono alcuni nomi ben conosciuti nell'ambiente della sf italiana come Giuseppe Lippi, ma che alla fine vide trionfare l'oratoria e le visioni ambiziose del poco noto Antonio Caronia.

IL NUMERO QUATTRO

Caronia, uomo di vasta cultura letteraria, era sorprendentemente un insegnante di matematica, e la sua razionalità aveva facilmente ragione dell'arruffato spontaneismo degli altri "ambigui". Per paradosso, su questo terreno mi trovavo più a mio agio, e fu col suo avvento in UAU che iniziai ad esprimere le mie idee senza imbarazzi. Infatti Bulgarelli aveva un eloquio infarcito di tutti i tic del sinistrese, e per confrontarsi con lui occorreva avere dimestichezza col vissuto delle lotte studentesche ed operaie post-sessantotto; Caronia invece corteggiava l'intellighenzia della sinistra, dove aveva alcune conoscenze che si rivelarono poi utilissime, e le sue radici culturali affondavano in letture che in buona parte avevo fatto anch'io. Perciò ci scontrammo un'infinità di volte sui programmi, ma con grande stima e rispetto reciproci.

Poiché la sua capacità oratoria surclassava quella di Bulgarelli, ben presto la leadership passò dall'uno all'altro e il progetto di UAU cambiò profondamente.

L'ultimo numero del 1978, datato novembre/dicembre, si presentò ancora simile nella veste e nel prezzo al precedente, ma con un sottotitolo che già annunciava la "rivoluzione" di Caronia: RIVISTA DI CRITICA MARX/Z/IANA.

Il previsto argomento monografico, sui Mutanti, venne rimandato al numero successivo, e tutto o quasi il Numero 4 fu dedicato alla festa alla Fornace e ai fermenti che ne erano scaturiti.

Fece il suo debutto anche la narrativa, con un racconto mandatoci da Maria Pia Franceschini, una debuttante che aveva un talento grezzo ma promettente. Si infittirono i contatti con Mauro Antonio Miglieruolo di Roma e Antonio Fabozzi di Napoli, per definire i termini di una "affiliazione" che si rivelò poi problematica, perché il cambio di direzione che di lì a poco avrebbe impresso Caronia, spiazzò non poco romani e napoletani (come anche, in minor misura, Asciuti), il cui entusiasmo era dovuto al progetto originale bulgarelliano.

Caronia portò con sé in UAU la sua compagna Patrizia Brambilla (acuta lettrice, ma più di Fantasy che di sf), poi Enrico Miotto (laureando in astrofisica, oggi stimato professore che tiene conferenze al Planetario di Milano), Renato Aquilani (un romano che lavorava a Milano, mi pare fosse un collega di Patrizia Brambilla), ma il colpo più significativo fu l'attrazione nell'orbita di UAU della francese Silvie Coyaud, free-lance editor, che ci introdusse alla Feltrinelli e ci presentò a Goffredo Fofi, il quale subito ci offrì l'occasione di pubblicare un libro.

Ormai tutto l'establishment (si fa per dire) dell'estrema sinistra faceva a gara per dimostrarsi aperto a questi nuovi geniali rompiscatole; vennero delle proposte di tenere rubriche fisse su Lotta Continua e sul Quotidiano dei Lavoratori, ed eravamo invitati come relatori alle più disparate conferenze.

Ad una di queste, tenuta alla Libreria Utopia di Milano, ci trovammo in compagnia di Gianfranco Viviani ed Inisero Cremaschi, vale a dire i rappresentanti di tutto ciò che combattevamo: il ghetto ammuffito della sf italiana. Mi fa sorridere ripensarci oggi, ma allora ci credevamo...

Ebbi un battibecco con Viviani quando questi, magnificando la propria opera di editore, dipinse i librai più o meno come delle sanguisughe, un tramite dispendioso che impediva agli editori di praticare prezzi più abbordabili. Nella sua ingenuità, credeva di ingraziarsi noi proletari...

Siccome avevo già realizzato che la specializzazione in sf era un suicidio per una libreria, e proprio per colpa del dissennato comportamento degli editori, replicai in modo tanto veemente che Leonardo Coen, un giornalista di Repubblica che era lì presente, descrisse il giorno dopo l'episodio come il fatto saliente della conferenza. Fui quindi invitato dal collettivo a scrivere un articolo sul lato commerciale della diffusione della sf, che intitolai "Libri e pomodori" e che sarebbe stato pubblicato sul numero successivo. Fu il primo di una serie di inchieste sull'editoria continuata poi da Remo Guerrini, già collaboratore di Robot e divenuto poi un "fiancheggiatore" di UAU, pur non facendone parte ufficialmente.

IL NUMERO 5 (o 1° NUOVA SERIE)

Concluso il primo ciclo "spontaneistico", nel dicembre '78 registrammo al Tribunale di Milano la testata "Un'Ambigua Utopia" e trovammo un compiacente direttore responsabile, tale Giuseppe Ursini. Dopo il numero interlocutorio sulla festa alla Fornace, Caronia prese a lavorare sulla sua nuova concezione della rivista. Come annunciato in uno scambio epistolare con Miglieruolo, pubblicato nel Numero 4, il nuovo leader di UAU non disdegnava affatto l'eleganza formale in una rivista, anzi, tutto ciò che avrebbe potuto distinguerla dalla povertà culturale delle fanzine di allora era da lui ritenuto indispensabile per raggiungere degli obbiettivi seri in materia di critica. Piacesse o no ai "francescani" del ciclostile spontaneo, disordinato, ma aperto a tutti i contributi, Caronia fece il vero e proprio "editor", modificò, scartò, ricucì gli articoli e infine rivoluzionò l'aspetto di UAU, appoggiandosi a uno studio grafico professionista (Studio Obliquo) e pubblicando A STAMPA su carta di un certo pregio. Il risultato fu una rivista tabloid di 64 pagine + copertina in cartoncino, distribuita anche in qualche edicola al prezzo di 1500 lire, piena di grafica e abbastanza piacevole a leggersi. Pecunia non olet, raccogliemmo perfino della pubblicità da Urania!

Quanto ai contenuti, quello fu l'ultimo numero dedicato a monografie su soggetti di sf. Forse Caronia avrebbe voluto già partire per nuovi orizzonti, ma alcuni contributi sul tema dei Mutanti erano già pronti da mesi, e poi la sua leadership non era ancora così salda da sfidare il malcontento dei "tradizionalisti". Non sapendo che Dante Casati, il "tuttologo", stava scrivendo un pezzo di taglio scientifico sui Mutanti, ne feci uno anch'io. Quando Caronia si trovò tra le mani i due pezzi, con tante parti identiche tra loro, seppe tagliare, estrapolare e collegare tra loro gli articoli con tale abilità, che non misi mai più in dubbio il suo diritto di editing sulla rivista.

Intanto, una nuova sfida veniva lanciata dalle pagine di UAU: l'annuncio di un convegno sulla critica di sf da organizzarsi nei prossimi mesi. Ciò rappresentava un impegno ben più pesante della festa alla Fornace, occorreva noleggiare un teatro e si favoleggiava di invitare alcuni personaggi di grosso calibro come Umberto Eco. In quel periodo si cominciava anche a parlare del libro da pubblicare con Feltrinelli, venne stilata una lista di titoli da recensire e subito ci fu una corsa ad accaparrarsi la recensione delle proprie opere preferite. Stranamente, l'idea di scrivere per un libro anziché per una fanzine intimidì non pochi, che temevano di non essere all'altezza. Io stesso mi sarei accontentato di scrivere una sola recensione, purché fosse City di Simak, ma Caronia mi disse di aver parlato con Toni Negri e questi si era candidato a scriverne qualcuna, tra cui City. Gli avvenimenti del 7 aprile 1979 (il vergognoso arresto di Negri, Piperno e Scalzone per reati d'opinione) mi riportarono poi in lizza per City. Nel frattempo mi vennero affidate senza problemi opere datate che non entusiasmavano gli altri, e in più mi si chiese di reclutare altri possibili recensori tra i clienti della mia libreria. Offrii a parecchi ragazzi questa ghiotta occasione, ma tutti si ritrassero intimiditi (tra questi ricordo Marcello Bonati, che avrebbe poi raggiunto una certa notorietà nel fandom, ma allora era poco più che un ragazzino), finché venne a trovarmi in libreria un altro giovane destinato alla notorietà: Silvano Barbesti, che avevo già incontrato alla Fornace e un po' in giro per convegni vari, e che si prestò a leggere e recensire le opere di cui né io né gli altri volevamo occuparci. Gli feci fare un paio di recensioni e le sottoposi al Collettivo: abile e arruolato.

Alla fine di gennaio, in concomitanza con l'uscita di questo numero, facemmo le prove generali del nostro convegno, partecipando come "clou" a quello organizzato dal Centro Puecher (in verità fu una cosa per pochi intimi, ma non ci scoraggiammo).

IL NUMERO 6 (o 2° NUOVA SERIE)

Tra le cose irrinunciabili per Caronia c'era il definitivo assetto legale del Collettivo: oltre alla già citata registrazione in tribunale della testata, occorreva costituirci ufficialmente in Cooperativa. Eccoci dunque dal notaio, in 4 o 5 scelti tra i più "rispettabili" (cioè non schedati dalla Digos), a fondare la Cooperativa Un'Ambigua Utopia s.r.l.: conservo ancora come una reliquia la tessera N. 3 di Socio Fondatore. La mia rispettabilità borghese venne utilizzata ancora per cercare una sede dove riunirci. Trattai quindi il subaffitto di un ufficio presso un'azienda alla periferia Est di Milano ed avemmo finalmente una sede. Infatti durante l'inverno 1978/79 c'eravamo riuniti a casa di Luci Pittan o di Patrizia Brambilla, poi per un certo periodo al centro sociale Centofiori. Fu proprio al Centofiori che si verificò la svolta decisiva per la sorte della rivista: Caronia propose ed ottenne, a maggioranza risicata, di abbandonare le tematiche proprie della sf e di lanciarci nel campo della cultura "alta". Il prossimo numero avrebbe affrontato il tema dell'Utopia in chiave filosofica e sociologica, a partire da una discussione "di gruppo" registrata e sbobinata, e proseguendo con un excursus sulle utopie del passato tratto da un saggio di Henry Desroche, tradotto e condensato dallo stesso Caronia. Il quale poi si riservò la "chiusa" Utopia e Fantascienza nel tentativo di non perdere completamente di vista il target iniziale. Mera illusione: quando uscì il Numero 2 della nuova serie, il malcontento iniziò a serpeggiare, e non solo tra chi aveva votato (io per primo) contro una scelta così improvvida, ma anche tra quelli che, a bocce ferme, si rendevano conto dell'elitarismo insito nella svolta verso una cultura "paludata", in stridente contraddizione con l'assunto iniziale di UAU.

Tuttavia, mentre era in preparazione il numero sull'utopia, le cose sembravano filare a gonfie vele: avevamo una rubrica fissa a Radio Popolare (dove le note di Radioactivity dei Kraftwerk introducevano a un'ora di intelligenti provocazioni culturali) e ne approfittammo per lanciare in grande stile il nostro convegno (battezzato Marx/z/iana), che intanto stavamo organizzando riunendoci nella nostra nuova sede. L'impresario Leo Wachter (un'istituzione milanese, recentemente scomparso) ci noleggiò il cinema/teatro Ciak per 3 giorni ad un prezzo molto ragionevole grazie al nostro crescente prestigio, ma i grossi nomi che speravamo di coinvolgere non si fecero vedere. C'erano invece tutti i soliti noti del ristretto mondo della sf italiana, ma di pubblico vero e proprio se ne vide pochino. Come al solito (anche approfittando del fatto che il Ciak era a 50 metri dalla mia libreria) organizzai il banchetto dei libri da vendere a prezzo "autoridotto", così vidi poco della manifestazione, che, dal punto di vista economico, si rivelò un tale fiasco da mettere in ginocchio le traballanti finanze della neonata cooperativa. Dal punto di vista del prestigio, forse non ne aggiunse a quello di cui già godevamo, ma sicuramente mantenne viva su di noi l'attenzione dei media, al di fuori del ristretto ambito del fandom.

Tra lo sparuto pubblico, c'era comunque un gruppetto facente capo a Flavio Ranisi, grande appassionato di sf e neo-proprietario della libreria Panta. Questi lasciò il suo recapito a qualcuno, dicendosi interessato a distribuire UAU ed eventualmente ad acquistare uno spazio pubblicitario. Manco a dirlo, fui incaricato io della trattativa. Quando mi recai alla libreria Panta trovai tutto il gruppetto che era stato al convegno e dovetti subire un "processo" in rappresentanza di UAU a causa della (per loro) eccessiva politicizzazione e del fumoso intellettualismo di Caronia. E non era ancora uscito il numero sull'utopia...

Poiché ero anch'io deluso per l'abbandono delle tematiche di sf, dovetti convenire che le critiche non erano del tutto infondate, spiegai l'evoluzione che avrebbe avuto Ambigua Utopia a partire dal numero di prossima uscita, e lì per lì nacque l'idea di una nuova fanzine che avrebbe dovuto riempire il vuoto lasciato da UAU. Mi dichiarai senz'altro disponibile, e quello fu l'atto di concepimento della fanzine "La Bottega del Fantastico", che avrebbe visto la luce quasi un anno dopo. Ma questa è un'altra storia. Comunque, per tutto il 1979 mi dedicai ancora con tutte le energie a UAU, lasciando poco spazio alla gestazione della Bottega.

Infine, il Numero 2(6) uscì e i miei timori si rivelarono tutt'altro che infondati. Il pubblico della fantascienza, che pure pareva disposto a digerire il taglio "politico" della rivista, rimase deluso nel non ritrovare le proprie tematiche. D'altra parte, per quel tipo di rivista era difficile trovare in tempi brevi un nuovo pubblico (che pure doveva esistere, di questo ne ero convinto quanto Caronia), per cui si vendettero pochissime copie e i considerevoli costi di stampa non poterono essere coperti, nonostante Mondadori ci avesse comprato ancora una pagina di pubblicità. E dato che anche il numero precedente era andato piuttosto male (un po' per colpa della distribuzione, la famigerata NDE che trascinò nel proprio disastro molte testate della sinistra), la situazione debitoria si era fatta ormai pesante.

I LABIRINTI

Vista la situazione economica, rinunciammo alla sede e trovammo ospitalità gratuita alla Fornace. Era però fuori mano per tutti, e ben presto ricominciammo a riunirci in casa dell'uno o dell'altro. Fatto il punto della situazione, e preso atto dell'impossibilità di continuare a pubblicare la rivista (che aveva cadenza trimestrale), nella seconda metà del 1979 ci dedicammo esclusivamente al completamento del libro. Rispetto alla lista originale, erano state aggiunti alcuni romanzi e antologie, ma ne mancavano ancora una dozzina che nessuno ricordava abbastanza bene per poterli recensire. Durante l'estate ricordo interminabili giornate passate nel mio negozio deserto a rileggere (o addirittura leggere per la prima volta) vecchi classici della sf, e serate torride passate con Spagnul a correggere le schede delle recensioni e a completarle, cataloghi alla mano, con i riferimenti bibliografici. Non era ancora uscito il Catalogo di Pilo, né tantomeno quello di Vegetti, per cui era un lavoro da certosino, pareva non dovesse finire mai. Finalmente le schede furono pronte: 137 in tutto, di cui 28 di Antonio Caronia, 25 del 17nne Marco Abate, 24 di Roberto Del Piano, 20 mie, 19 di Silvano Barbesti, 13 di Giuliano Spagnul e 8 di Patrizia Brambilla. Ma il lavoro non era finito qui: durante l'autunno ci dedicammo all'apparato critico, mentre Feltrinelli già ci faceva premura. Caronia si dedicò alla stesura dell'Introduzione, che tanto lustro avrebbe portato al libro, Barbesti si occupò della storia delle riviste di sf in Italia, Spagnul delle opere critiche pubblicate, e infine io delle collane librarie. Ben presto Barbesti si trovò in difficoltà e mi chiese di dargli una mano a completare la sua appendice, così cominciammo a scrivere a quattro mani scoprendo un insolito affiatamento. Riuscimmo a consegnare in tempo il pezzo sulle riviste di sf, e lo firmammo insieme. A questo punto Spagnul, arenatosi anch'egli verso la fine del suo pezzo, me lo rifilò e dovetti finirlo io, dato che mancavano appena due giorni alla scadenza.

I due mesi che precedettero l'uscita del libro furono tetri, come l'edificio abbandonato che trovammo nel quartiere Isola e che divenne la nostra nuova sede. Ci portai una volta i miei figli, che ribattezzarono subito il luogo come... un'ambigua topaia. Tra i vaghi progetti accarezzati in quei tempi c'era quello di pubblicare un numero speciale come inserto nella rivista di fumetti WOW: scrivemmo degli articoli per questa evenienza, ma poi non se ne fece niente. Chissà che fine ha fatto tutto il materiale che preparammo, non era niente male. Ricordo che all'Isola, in una gelida sera di dicembre (ovviamente non c'era riscaldamento!) la pubblica lettura di un pezzo umoristico su Gilda Musa, destinato all'inserto di WOW, fece ridere tutti fino alle lacrime, riscaldando almeno un po' i cuori...

Intanto approfittavo della forzata inattività di UAU per mandare avanti il progetto della nuova fanzine, ormai battezzata ufficialmente La Bottega del Fantastico, attorno alla quale si stava aggregando un folto gruppo di collaboratori, tra i quali l'illustratore Giuseppe Festino. Tutte le idee che non ero riuscito a realizzare in UAU finirono lì, ragione per cui la consideravo (e ancora oggi la considero) la MIA fanzine, senza per questo togliere nulla al contributo degli altri. Il gruppo aveva il suo punto di riferimento in Flavio Ranisi e la sua libreria (la quale sarebbe poi stata rinominata con lo stesso titolo della rivista), ma come Caronia faceva in pratica l'editor all'Ambigua, così facevo io alla Bottega, ovviamente col consenso di tutti.

IL NUMERO 7 (o 3° NUOVA SERIE)

L'uscita del libro "Nei labirinti della fantascienza", in pieno periodo natalizio, rivitalizzò UAU, che intanto aveva subito alcune defezioni e/o disaffezioni (Michela Panigada, Maurizio Giannoni e altri). Il Collettivo napoletano di UAU aveva deciso di prendere una strada autonoma fondando la fanzine "Pianeta Rosso", quello romano era praticamente abortito dopo una difficile gestazione, mentre quello genovese di Claudio Asciuti si era al contrario consolidato.

Va da sé che i nuovi eroi della situazione eravamo noi 7 estensori materiali del libro, citati continuamente nelle recensioni entusiastiche che avemmo da buona parte della stampa. Gli altri, tra cui Bulgarelli, si sentirono un po' emarginati ma continuarono a credere in un rilancio dell'intero Collettivo.

Fioccarono di nuovo le proposte di collaborazione, Oreste del Buono ci concesse una rubrica fissa su Linus, e a questo punto l'idea di riprendere la pubblicazione della rivista si riaffacciò. Soldi da Feltrinelli non ne avevamo ancora visti, ma Caronia non voleva perdere l'occasione di un ritorno alla grande e, benché la tipografia non fosse ancora stata pagata per i due numeri del 1979, sondammo il mercato e trovammo un'altra tipografia ben lieta di pubblicare una rivista di prestigio culturale come la nostra...

L'aspetto rimase identico, il "montaggio" lo fece Caronia con l'impostazione grafica dello Studio Obliquo (altro creditore insoddisfatto), solo il prezzo salì a 2000 lire.

Scottato dall'insuccesso del tema Utopia, Caronia ascoltò per una volta la voce di chi reclamava un urgente rientro nel mondo della sf vera propria, che tanto bene aveva accolto i "Labirinti", ma finimmo col fare un numero beceramente polemico col fandom e con le sue istituzioni ghettizzanti: infatti l'Eurocon di Stresa era alle porte, si sarebbe tenuto ai primi di maggio.

Ce la pigliammo anche col povero "Aliens", la creatura di Curtoni nata già morta proprio per aver cercato ingenuamente di orchestrare la cacofonia tipica del fandom. Se l'allontanamento dalle tematiche della sf ci aveva sottratto quel tipo di pubblico (senza peraltro trovarne uno sostitutivo), le nostre bordate ad alzo zero contro di esso finirono per alienarcelo definitivamente. Col senno di poi (e mi metto anch'io tra i "pentiti"), sarebbe stato meglio proseguire nella ricerca di un nuovo pubblico più raffinato, non necessariamente fan di sf, ma sensibile a un discorso culturale fondato sulle tematiche fantastiche, mentre le ironie e le derisioni sul ghetto avrebbero potuto essere "sparate" dalla tribuna di Linus, ad un pubblico ben più vasto e variegato.

La spedizione a Stresa fu preparata accuratamente, volevamo un effetto scenico memorabile, ben più "alieno" del volantinaggio di Ferrara di due anni prima: confezionammo costumi e maschere con più fantasia che mezzi, registrammo un "comunicato alieno" e partimmo per l'Eurocon dove ci ricongiungemmo con la "colonna" genovese di Asciuti. Nel frattempo era finalmente uscito il primo numero della Bottega del Fantastico, accolto con una certa freddezza da UAU. Caronia mi rimproverò di fare una battaglia "di retroguardia", sostenendo che nell'impostazione di fondo della Bottega la mia concezione della sf come "letteratura di idee" era inconciliabile col fatto di essere contemporaneamente coautore dei Labirinti, opera in cui veniva smentita e avversata tale concezione. In occasione della successiva riunione del Collettivo, fui "processato" e assolto perché... avevo tutto il diritto di sbagliare a titolo personale, senza che per questo ne dovesse rispondere UAU. Ciò mi mise in una imbarazzante situazione proprio a Stresa, in quanto anche il gruppo della Bottega vi partecipava, con l'intenzione di allacciare rapporti col fandom, mentre UAU questi rapporti non solo non li cercava, ma addirittura li aborriva. Insomma, non sapevo più per conto di chi mi trovavo lì, e andò a finire che non partecipai alla clamorosa iniziativa degli Ambigui per non compromettere la mia partecipazione alla Bottega. Di quanto fecero a Stresa i compagni di UAU conservo alcuni ritagli di giornale, e recentemente Asciuti ha ricostruito quegli avvenimenti con molta fedeltà, per cui non starò a descrivere dettagliatamente tutte le fasi della manifestazione. Voglio solo ricordare che il comportamento dell'organizzazione venne censurato anche da Sebastiano Fusco, che non era certo della nostra "parrocchia", anzi, era il "nemico" per eccellenza: ebbene, Fusco ci mise per iscritto un documento di solidarietà, col risultato di conquistare il nostro rispetto. Il suo ruolo di bieco avversario, al fianco dell'inossidabile DeTurris, fu quindi preso da Alex Voglino...

Il giornalista di Repubblica Leonardo Coen fece un resoconto divertito dell'accaduto, ma in privato contestò a Caronia e soci il comportamento elitario e intransigente che, a suo parere, ricacciava ancora di più nel ghetto la povera sf. Sventolò poi sotto al loro naso il numero 1 della Bottega sostenendo che QUELLO era il modo di avvicinare di più alla fantascienza i lettori occasionali. Al che, Patrizia Brambilla rivendicò la mia appartenenza a UAU, sostenne cioè una "relazione di parentela" tra le riviste attraverso la mia persona, e lo stesso Caronia in quell'occasione si espresse in modo meno critico nei riguardi della BdF. Quando mi fu riferito il fatto, ne fui molto sollevato, e ciò fugò una volta per tutte la mia sgradevole sensazione di essere un "eretico" ormai fuori dal gruppo.

IL NUMERO 8 (o 4° NUOVA SERIE)

Durante il 1980 mi sottoposi a un vero tour de force, poiché uscirono 3 numeri della Bdf e 2 di UAU, c'era inoltre la rubrica di Linus da mandare avanti e collaboravo alle trasmissioni di Radio Popolare di UAU; ottenni poi uno spazio, sempre a Radio Popolare, per la Bottega del Fantastico e vi partecipai quasi sempre. Da questa full immersion usciva male il mio lavoro: pur preso com'ero da questo hobby mi accorgevo che gli affari intanto languivano. Figuriamoci come accolsi la nuova trovata di Caronia, e cioè quella di aprire una libreria specializzata in fantascienza. Ce la misi tutta per fargli cambiare idea, ma non ci fu nulla da fare. Patrizia Brambilla si dimise dal suo impiego alla Honeywell e con la liquidazione acquistò una cartolibreria in via MacMahon, in una zona non tanto periferica, ma tutt'altro che ideale per un esercizio commerciale. Nel frattempo, si preparava quello che sarebbe stato l'ottavo e ultimo numero di UAU. Ancora una volta venne scelto un tema non ortodosso, cioè IL SOGNO. A questo punto, non avendo nulla da dire sull'argomento, mi limitai a scrivere una recensione libraria, dedicando sempre più tempo alla BdF. Solo quando venne fuori l'idea di fare un inserto con un "falso" di Repubblica (sullo stile del famigerato IL MALE), ci presi gusto a scrivere un pezzo che faceva il verso a Giorgio Bocca. Avevamo inoltre agganciato, tramite Linus, Diego Gabutti, autore di FANTASCIENZA E COMUNISMO, che sarebbe diventato un collaboratore fisso se solo la rivista fosse vissuta più a lungo. Alcuni Ambigui della prima ora diradarono la loro presenza, Barbesti uscì dal Collettivo per divergenze insanabili con Caronia, in compenso la presenza femminile aumentò con l'ingresso di Marisa Bello, compagna di Spagnul, e di Flavia De Giovanni, amica della Brambilla, più che disposte a mettere in piazza i loro sogni.

Ci mettemmo quindi alla ricerca di una nuova tipografia, perché, manco a dirlo, dal numero precedente non avemmo che pochi spiccioli, insufficienti a pagare il tipografo.

Il frescone di turno abboccò al nome prestigioso di UAU e ci stampò duemila copie, che portai personalmente al più grande distributore di giornali, le Messaggerie Italiane. Stavolta Caronia era sicuro che con una distribuzione "mirata" in 1000 punti vendita selezionati dal potente distributore, avremmo recuperato il deficit. Il numero 4(8) non presentava novità nell'aspetto, e anche il prezzo era rimasto lo stesso, non si vedeva perché i nostri ripetuti successi mediatici non dovessero trasformarsi in un successo di vendita. A tanti anni di distanza ho capito che UAU era come "Il Capitale" di Marx: tutti lo citano, ma nessuno l'ha letto...

E difatti, dopo l'estate, quando tornai alle Messaggerie, mi resero 1980 copie su 2000. Contestai il fatto che i pacchi erano ancora legati col cordoncino messo dalla legatoria, segno evidente che la rivista non era mai stata consegnata alle edicole, ma mi venne sbrigativamente risposto che i giornalai rifiutavano le pubblicazioni marginali e poco conosciute. Caronia non se la prese più di tanto per questo, che era in pratica l'atto di morte della rivista, in quanto era già tutto preso dal sogno della libreria.

LA PORTA SULL'IMMAGINARIO

Durante il mese di settembre fervevano i lavori nel negozio di via MacMahon: i mobili ce li facemmo noi comprando il legno e montando gli scaffali, mentre Michelangelo Miani dipingeva sul muro a "trompe l'oeil" una porta socchiusa nel cui spiraglio si intravvedevano figure e paesaggi fantastici. Infatti la libreria venne battezzata LA PORTA SULL'IMMAGINARIO, e da quel momento la strategia di Caronia mirò a trasferire tutto il prestigio dell'Ambigua Utopia sulla sua nuova creatura. Fui pregato di usare tutte le mie conoscenze nel mercato librario per ottenere credito e trattamenti di favore per la neonata libreria, ma in verità non ce ne fu bisogno, anzi, tutta l'editoria di sinistra mi accolse a braccia aperte appena sentito il nome di UAU, proponendo condizioni che non avrei mai ottenuto (né sperato di ottenere) a titolo personale.

Appena inaugurata la libreria, con un "ricevimento" al quale parteciparono tutti i nomi più in vista della sf dell'area milanese, Caronia si mise in contatto con Novella Sansoni, assessore alla cultura della Provincia, per organizzare una mostra-mercato itinerante del libro di fantascienza. Per questa manifestazione io, Caronia, Aquilani e la Brambilla compilammo una "proposta di lettura" intitolata I LIBRI DEL POSSIBILE, riassumendo le schede dei "Labirinti" e aggiungendone alcune nuove. Più che per le schede dei libri, effettivamente troppo sintetiche, trovo particolarmente valide le panoramiche dei vari temi della fs, divise per decenni, recuperando così il periodo pioneristico degli anni 20 e 30, forse ingiustamente ignorato nei Labirinti. Per la prima volta, la cura fu accreditata alla libreria La Porta sull'Immaginario anziché al Collettivo Un'Ambigua Utopia. Stampato a spese della Provincia (una volta tanto non dovemmo fare i conti coi costi di stampa!) questo Catalogo ragionato della fs ebbe una diffusione limitata, a quanto ne so, mentre meriterebbe di essere conosciuto almeno quanto i Labirinti. Un'altra iniziativa meritoria fu il coinvolgimento della Biblioteca Comunale del quartiere Sempione nell'organizzazione di una conferenza, promossa dalla Libreria, del critico e studioso di sf Darko Suvin, di passaggio a Milano. Iniziativa di grande prestigio culturale, ma alla quale parteciparono pochi intimi.

Non ho mai saputo bene quali fossero i rapporti tra la libreria e la Cooperativa, nel senso che mi pare che la proprietà risultasse intestata a Patrizia Brambilla (in fondo, i soldi erano quasi tutti i suoi!) in quanto la Cooperativa, oberata di debiti, aveva già smesso di funzionare. Fatto sta che la sede di UAU divenne ora la libreria, che aveva un "retro" spazioso, ma sempre più la vita del Collettivo si andava riducendo alle iniziative della coppia Brambilla-Caronia. Bulgarelli si faceva vedere ormai di rado, e anche Miani, Del Piano, Abate e infine Spagnul si defilarono a poco a poco. Così, quando in ottobre un gruppo di Ferrara (credo il "Charlie Chaplin") organizzò una conferenza alla quale eravamo invitati come ospiti d'onore, ci andammo solo io, Spagnul, Caronia e Brambilla.

In novembre ricevemmo la visita del nostro ex-collettivo napoletano, ora "Pianeta Rosso": Antonio Fabozzi sentiva il bisogno di chiarire le rispettive posizioni e venne a Milano con altri compagni per "aprire un dibattito". Dopo una giornata di chiacchiere estenuanti sulle teorie del "movimento", non si era ancora raggiunta la minima intesa, e la discussione venne aggiornata al giorno seguente. Senonché nella notte ci fu il terremoto nell'Irpinia, così la mattina dopo i napoletani, giustamente angosciati, sospesero i "lavori" e tornarono precipitosamente a casa. Non li vedemmo mai più, e ognuno proseguì per la propria strada.

In quel periodo usciva il terzo numero della BdF, era uno sforzo non indifferente mantenere la promessa trimestralità, ma in quel periodo avevo una fibra di ferro e riuscivo a tenere il piede in due scarpe senza tanti problemi. Vi furono anche delle manifestazioni in cui mi trovai a "lavorare" per la BdF mentre Caronia vi partecipava per UAU: ricordo ad esempio un vernissage della Libra di Ugo Malaguti alla Terrazza Martini, e un festival del Cinema di Fantascienza al Cinema Argentina. Non ci fu mai, per fortuna, alcun problema di incompatibilità tra i due gruppi ai quali appartenevo, tant'è vero che diversi mesi dopo, nel giugno 1981, Caronia mi invitò a partecipare come relatore, stavolta non per UAU ma in rappresentanza della BdF, al convegno COUNTDOWN che aveva organizzato insieme alla Clup (la libreria del Politecnico). Fu un convegno importante per il prestigio di alcuni partecipanti (Gillo Dorfles, Silvio Ceccato, Oreste del Buono) e che intendeva fare il punto sui rapporti tra scienza e fantascienza a "soli" 19 anni dal fatidico 2000. Partecipò anche Asciuti, in qualità di relatore sul cinema di sf, e quella fu l'ultima volta che lo vidi.

Per il resto, il 1981 fu un anno nero per le attività di UAU e BdF. A causa dello scandalo della loggia P2, Del Buono si dimise da tutte le attività in Rizzoli, compresa la direzione di Linus, e così perdemmo anche la nostra rubrica. A Radio Popolare non andava ormai più nessuno e il nostro spazio fu soppresso. Il convegno della Clup, unico evento di rilievo dell'anno, fu organizzato da UAU per i buoni uffici di Carlo Capsoni, docente del Politecnico, che Caronia cercava di coinvolgere sempre più nell'Ambigua. Nelle ultime riunioni alle quali partecipai, Capsoni era sempre presente, ma mancavano ormai tutti gli altri. Nel retro della libreria ci trovavamo ormai in 4 o 5 gatti, progetti tanti, realizzazioni zero. Iniziai anch'io a disertare le riunioni. Sull'altro fronte, i 3 numeri del 1980 avevano dissanguato la BdF, così riuscimmo solo in settembre a far uscire il quarto numero, unico del 1981 (e ultimo in assoluto).

Alla fine dell'anno, in gravi difficoltà economiche personali, vendetti la mia cartolibreria e mi misi a fare il promotore per Fabbri Editore. Ebbi modo così di conoscere altre librerie gestite da appassionati di sf, tutti con l'illusione di potersi specializzare nel genere tanto amato. Era del tutto inutile cercare di dissuaderli, la passione li accecava completamente, chiunque credeva di poter riuscire dov'erano falliti gli altri.

Nel 1982 il nuovo lavoro mi impedì di dedicare ancora tutto quel tempo alla sf, inoltre già dall'anno precedente avevo cominciato a frequentare i circoli scacchistici ed ero sempre più preso dai vari tornei. Trovai comunque la forza di occuparmi del quinto numero della BdF, andai ad intervistare l'editore Armenia e scrissi un paio di pezzi. Ma pure Ranisi era in difficoltà finanziarie e della rivista gli interessava ormai poco, mentre gli altri, privi di guida, non parevano in grado di produrre alcunché. Quando Ranisi confessò di aver perso la cassetta con l'intervista di Armenia, gettai la spugna e rinunciai definitivamente a far uscire il numero 5.

Nel frattempo, Caronia aveva organizzato per UAU una prestigiosa e faraonica mostra di ologrammi all'Umanitaria e andai a vederla come semplice spettatore pagante: bella e interessante, ma gli ologrammi erano stati creati da una cooperativa bolognese che aveva chiesto e ottenuto una cifra spropositata per portare tutta l'attrezzatura a Milano. Qualche giorno dopo passai in libreria per complimentarmi, ma vi trovai la Brambilla in lacrime. La mostra aveva accumulato un deficit di una dozzina di milioni, le vendite andavano malissimo, e non restava altro che chiudere. Patrizia si rendeva conto solo allora di aver bruciato la propria liquidazione in un sogno impossibile. Me ne andai profondamente turbato, avevo molto affetto per Patrizia, così non ebbi più il coraggio di assistere all'agonia della libreria, e con essa della Cooperativa. Da allora non vidi né sentii più nessuno di UAU, ebbi solo qualche notizia di seconda mano.

Pochi mesi dopo, anche Ranisi vendette la sua libreria a certi tipi che ne fecero un noto centro esoterico. Credo che oggi La Bottega del Fantastico richiami alla mente ormai solo oscure storie di esoterismo, e che nessuno ricordi più il suo passato di libreria di fantascienza con tanto di fanzine omonima. Anche del gruppo della Bottega perdetti subito le tracce, solo Festino si fece sentire ancora qualche volta, poi più nulla.

Un po' perché ormai avevo detto tutto quello che avevo da dire sulla sf, e avrei potuto solo ripetermi, un po' perché la fine ingloriosa delle due riviste mi aveva depresso, da allora rifiutai sistematicamente non solo di scrivere, ma anche di leggere fantascienza. L'unica persona con la quale mi tengo ancora in contatto è Silvano Barbesti, grazie ad una amicizia di coppia che sopravvive da oltre vent'anni a patto... di non parlare di sf. Proprio lui, nel 1986, riuscì a coinvolgermi ancora una volta in un articolo a quattro mani sugli sviluppi della robotica, che fu pubblicato in appendice a un Urania. Si trattava di rapporti tra scienza e fantascienza, ed io, che nel frattempo ero diventato un softwarista, mi occupai della parte scientifica, lasciando a lui la parte "fanta". L'articolo in questione è citato da Vegetti nel suo Catalogo, e questa è l'unica traccia che ho lasciato dei miei cinque anni di lavoro culturale nella sf...

Piero Fiorili

 

PostRiflessione

 

ALTRI ALBERI, MA ANCORA NESSUNA FORESTA

 

Mi sono accorto, con piacere e sorpresa, che Domenico Gallo ha raccolto i memoriali (mio e di Antonio Caronia) sotto il titolo "Per una storia di Un'Ambigua Utopia", probabilmente allo scopo di stimolare altri contributi diretti di ex militanti del collettivo. Sarei sommamente felice (oltre che naturalmente curioso) di verificare come e quanto quell'esperienza abbia lasciato dei segni nella vita di coloro che sono stati per un breve periodo i miei compagni di cammino.

Mi sono però stupito nel vedere come Gallo tratti i due contributi finora pubblicati quasi raccontassero due storie diverse, ed egli cercasse una "verità" ancora non detta (ma in quel frattempo, esprime la sua preferenza per la "storia" di Caronia).

La guerra mondiale descritta nelle memorie del Maresciallo Pétain è pur sempre la stessa guerra combattuta dal buon soldato Svejk. Una delle due storie è forse più o meno "vera" dell'altra? Dipende dalle finalità del narratore e dalle esigenze del lettore, ovviamente.
Il mio scritto voleva essere proprio ciò che appare, cioè un memoriale "tracciato secondo un codice soggettivista" (per usare le parole dello stesso Gallo) e altro non avrebbe potuto essere, in quanto concepito inizialmente per mio utilizzo personale. L'ho buttato giù di getto in una torrida giornata dell'estate scorsa, dopo aver riesumato riviste e documenti sepolti da vent'anni in un cassetto. Avevo appena letto alcune rievocazioni che Claudio Asciuti aveva fatto dell'epopea di UAU, e benché avessi poco da eccepire sulla sua mitizzazione di quei fatti, mi proponevo di fissare definitivamente su carta il modo in cui li avevo vissuti personalmente, prima di perderne progressivamente memoria.
Ne avevo poi accennato in un fugace scambio epistolare con Marco Mocchi, e quando questi me ne ha proposto la pubblicazione, non ho resistito alla tentazione di ritoccare il memoriale per dargli l'aspetto di una "narrazione": mi pareva di rendere così più interessante (almeno sotto il profilo della pura lettura) una sequenza di nomi e di fatti che ai più giovani, pensavo, ben poco avevano da dire...

Però devo ammettere che baratterei volentieri la mia acribia mnemonica (come Antonio Caronia ha voluto generosamente definirla) con la lucidità di pensiero che questi tuttora sfoggia, a dispetto di un'età non verdissima. Il suo richiamo a una delle mie letture preferite, Bouvard et Pécuchet, non è casuale. Vuole sottintendere che proprio come uno dei "bonhommes" flaubertiani ho potuto solo descrivere minuziosamente una realtà attraversata ma non "vissuta" perché non compresa... Oppure, per usare un'altra metafora, la famosa foresta che non ho visto, ma della quale posso descrivere i singoli alberi. 

Ma di questo ero pienamente cosciente, e nulla ho fatto per nasconderlo. Non ci piove sul fatto che allora (come adesso, del resto) non capissi i fermenti della sinistra post '77, e quindi mai e poi mai avrei potuto scrivere una "Storia di UAU", ma appunto solo raccontare una "vita d'ambiguo", autorizzando tra l'altro a priori ogni interpretazione maliziosa del termine.

Se avessi saputo che Antonio già un anno prima aveva rievocato, con ben altro taglio, la saga di UAU, avrei tenuto per me le mie memorie, questo è certo. Ma non sapendolo, mi era sembrata una buona idea pubblicarle, in primis per il loro intrinseco valore di testimonianza diretta, ma anche perché non scrivevo da quasi vent'anni e volevo riassaporare il piacere di narrare.

Non me ne pento, ma mi dolgo tuttavia di alcune cose: per esempio, di avere inciampato proprio sul traguardo, pur con tutto il mio atletismo mnemonico, riferendo in modo vergognosamente riduttivo sul convegno "Il gatto del Chesire". Purtroppo in quei mesi attraversavo un periodo di depressione (ne riferisco nel memoriale) e come sempre accade, di quei periodi restano solo pochi e confusi ricordi. Del numero 9 di UAU non ho forse mai saputo l'esistenza, non sono in grado di ricordarlo. Fortunatamente ci ha pensato Caronia a riferire con la dovuta attenzione su quell'importantissimo e "faraonico" convegno, del quale conservo un vivido ricordo solo dei primi stupefacenti ologrammi che potei ammirare.

Ma sono piuttosto le mie "tesi ad hoc" quelle che Antonio ha impietosamente raccolto e inchiodato alla croce. Touché. Impossibile sapere i reali moventi di chicchessia meglio dell'interessato. In questa mia presunzione sono stato evidentemente influenzato da alcuni storici disinvolti, che però hanno almeno avuto il buon gusto di aspettare il trapasso degli interessati, prima di spiegarci cosa in realtà essi pensavano... 

Mi pare poi di capire che Antonio non abbia gradito alcune mie definizioni, da lui riportate fra virgolette: sono dolente per l'equivoco, ma quando ho scritto "fumoso intellettualismo" riferivo semplicemente le opinioni espresse dai partecipanti a una discussione avvenuta nella libreria di Flavio Ranisi. Del resto, che tale definizione non si accordasse con le altre da me espresse nei suoi confronti, era talmente chiaro da indurlo a inserire una nota in proposito. Avrei dovuto a mia volta virgolettare, ma mi sembrava già abbastanza comprensibile dal contesto: pazienza, pago la ruggine accumulatasi nella mia penna durante tutti questi anni...

Quanto alle altre definizioni, spero mi venga concesso il ricorso a innocenti forme retoriche, come "visioni ambiziose" o "abilità oratoria" che a mio modo di vedere non rappresentano alcunché di negativo, tutt'altro. "Poco noto" si riferiva alla notorietà di Caronia nel campo specifico della fantascienza, all'epoca del suo ingresso in UAU, e la "sorpresa" nello scoprirlo insegnante di matematica derivava dalla "vasta cultura umanistica", che faceva pensare piuttosto a studi di Letteratura o di Filosofia. Nessuno vorrà negare che la padronanza di discipline per certi versi antitetiche è un fatto insolito e sorprendente...

Ero convinto di essermi espresso nei suoi confronti col massimo rispetto, però non escludo che la mia ignoranza dell'etica movimentista possa farmi commettere qualche gaffe: magari quelli che per me sono lusinghieri apprezzamenti, vengono invece considerati atti d'accusa, proprio non saprei.

Ribadisco allora chiaramente e definitivamente la stima che nutrivo e nutro tuttora per Antonio Caronia, una delle persone più colte e intelligenti che abbia conosciuto nella mia vita. Il fatto che le nostre rispettive esperienze, e di conseguenza le nostre idee, non avrebbero potuto essere più diverse (come egli sottolinea), ha rappresentato per me una specie di incontro fra culture aliene, un'esperienza che mi ha segnato profondamente. Sicuramente la nostra frequentazione non sarà apparsa altrettanto interessante ai suoi occhi, ma gli sono grato per la pazienza pedagogica che in diverse occasioni ha avuto nei miei confronti. Senza molto profitto da parte mia, ne concluderà, se dalle mie memorie egli ricava l'impressione che lo consideri colpevole di vari misfatti e nefandezze. 

Mi preme puntualizzare che non gli rimprovero affatto di essere la causa della rovina economica di Patrizia Brambilla, la quale era maggiorenne, consenziente e addirittura entusiasta di gestire una libreria. L'unica "colpa" di Caronia è quella di aver creduto che fosse cosa buona e giusta impegnare la cooperativa in quell'avventura. Senza il suo placet si sarebbe evitato almeno questo disastro economico. Ma non era tenuto a conoscere le miserie del commercio, naturalmente. Io le conoscevo fin troppo bene, e il mio rimpianto è di non essere riuscito a dissuadere nessuno degli entusiasti, Caronia in primis... 

E' solo questo che si può leggere tra le righe del mio memoriale, a ben guardare.

Quanto agli altri "misfatti", non ho mai pensato che Caronia avesse trascinato Un'Ambigua Utopia a un fallimento dopo l'altro (se non per la sola parte economica, circa la quale anch'egli riconosce di aver fatto "il passo più lungo della gamba"). Al contrario, con lui UAU ha vissuto una breve ma intensa stagione. Le manifestazioni organizzate da un certo punto in avanti sono state sicuramente un fenomeno d'élite, prive della partecipazione popolare, allegra e spontanea, dell'Invasione dei Marziani, però hanno avuto una maggior attenzione da parte dei media, e sono queste che, in fondo, hanno reso "mitica" l'Ambigua Utopia. 

Non posso onestamente sostenere che sotto la guida del nucleo originario la stagione di UAU sarebbe stata più lunga e feconda, a prescindere dalle tensioni che aveva percepito Antonio, e che ai miei ingenui occhi apparivano un normale confronto dialettico. Ho espresso, questo sì, la mia frustrazione per l'impossibilità di continuare a perseguire gli obiettivi iniziali, frustrazione che mi ha indotto poi a cercare altrove una tribuna per i miei esercizi intellettuali. Inutile fare paragoni, come giustamente osserva Caronia ora saremmo qui a rivangare le vicende della BdF anziché quelle di UAU...

In definitiva, se da quanto ho scritto la figura di Antonio Caronia dovesse apparire sotto una luce poco lusinghiera, sarà perché mi sono lasciato prendere la mano dal mio gusto per l'affabulazione (che egli ben conosce, e che a suo tempo trovava anche divertente), finendo forse per creare inconsciamente un "vilain", il don Rodrigo della situazione. 

La realtà (sempre che ne esista una) è che la leadership di Antonio era accettata da tutti perché non v'era dubbio alcuno che fosse il più colto, il più intelligente e il più lucido di tutto il gruppo, ma per queste stesse ragioni ognuno di noi si sentiva in qualche modo le ali tarpate. Chi più chi meno, avevamo tutti delle idee creative, ma poi finivamo per realizzare diligentemente le SUE, che sapeva rendere molto più articolate e definite. I motivi per cui si abbandona un gruppo saranno tanti e variegati, ma questo in particolare era piuttosto frequente nel nostro collettivo... 

Via, non voglio certo rappresentare Antonio Caronia come un despota: su questo punto era tutt'altro che insensibile, entro certi limiti cercava di lasciare agli altri degli spazi da gestire autonomamente, ma il problema era che prima o poi i limiti andavano stretti a qualcuno. 
La figura che più gli si attagliava era piuttosto quella di un Fitzcarraldo: un uomo capace di pensare in grande, venutosi a trovare per accidente in un contesto inadatto (non proprio in mezzo agli indios, ma la metafora regge abbastanza) e tuttavia disposto a spianare le montagne pur di realizzare le proprie idee.

Bene, pur conscio che i miei limiti focali mi renderanno sempre impossibile fotografare la foresta nel suo insieme, mi auguro di aver raddrizzato qua e là qualche albero venuto storto :-)



 

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