Gli alberi di Fiorili
Antonio Caronia


 

 

Noto con piacere che la storia di Un’ambigua utopia suscita ancora, a più di vent’anni di distanza, qualche curiosità. Ho letto su Intercom l’ampia rievocazione che ne ha fatto Piero Fiorili: l’ho fatto con divertimento, e anche con un po’ di nostalgia, e mi sono ricordato delle varie occasioni (non tantissime, ma ricorrenti) in cui qualcuno mi ha chiesto – a volte anche quasi proposto – di scrivere qualcosa sull’argomento. L’unica volta che l’idea si è concretizzata è stato però nel 1999, quando la rivista MIR – Men in Red (organo romano non ufficiale dei gruppi di "ufologi radicali") dopo aver citato UAU tra i suoi "progenitori", mi ha chiesto di scrivere qualche considerazione su quell’esperienza. Propongo adesso questo articolo anche ai lettori di Intercom perché credo che sia interessante avere anche un altro punto di vista, non necessariamente contrapposto a quello di Fiorili, né tanto meno teso a correggere le sue (peraltro pochissime) imprecisioni. È una rievocazione, la mia, che non regge il confronto, come vi renderete conto leggendola, con l’acribia mnemonica del suo pezzo, che a questo punto si pone come una pietra miliare della memorialistica relativa a un’esperienza che è stata citata (non da me, ma da Pablo Echaurren e Claudia Salaris) come un’esperienza significativa della deriva dell’estrema sinistra negli anni dopo il 77. Fiorili dimostra infatti di possedere una memoria molto più tenace e minuziosa della mia, che fa il pari con la sua curiosità analitica (mi sembra di ricordare che fra le sue letture preferite ci fosse Bouvard e Pécuchet di Flaubert). Ricorda addirittura meglio di me episodi ai quali non ha assistito ma che, come lui stesso afferma, gli hanno riferito, come un incontro di UAU con Leonardo Coen alla convention europea di Stresa nel 1980, che dalla mia memoria sono invece scomparsi: ma dal momento che il mio comportamento in quell’occasione, a suo dire, fu per lui motivo di conforto, non posso che rallegrarmene. Naturalmente Fiorili non cita episodi ai quali non ha partecipato, come il convegno di Piacenza del 1978 "La produzione mentale" (rievocato nel mio articolo), o ne dà una versione "ridotta", come quando degrada la mostra-convegno "Il gatto del Cheshire" del 1982 a "mostra di ologrammi", per quanto "prestigiosa e faraonica". Così a proposito di quest’ultimo evento dimentica di citare il nono (e autentico ultimo) numero della rivista, che fu appunto il catalogo di quella manifestazione: dimenticanza scusabile perché nel maggio dell’82, come lui stesso ricorda, egli era ormai del tutto fuori dalle nostre attività, e quel numero non venne praticamente distribuito se non nei giorni della mostra (se lo ricordo è solo per la gioia dei collezionisti, alcuni dei quali, nel corso degli anni, mi hanno chiesto informazioni sull’esatta numerazione della rivista). E non perdemmo affatto la rubrica su Linus perché Oreste Del Buono si dimise, anzi non la perdemmo affatto: solo che l’unico che scriveva, a un certo punto, era io, così smisi di firmarmi UAU e misi il mio nome. Ma queste, lo ripeto, sono inezie che non inficiano il valore memorialistico del suo scritto. L’unica imprecisione che mi appare più grave è quando riduce la "colonna genovese" al solo Claudio Asciuti, quando tutti sanno – e i lettori di Intercom forse meglio di altri – che il gruppo genovese di UAU si formò sulla convergenza del collettivo "Delle ombre" di Claudio Asciuti e dalla fanzine Crash di Domenico Gallo.

Tuttavia la ragione di fondo che mi spinge a intervenire è che, se Piero Fiorili ha tutto il diritto di farci conoscere la "sua" Ambigua utopia, il lettore ha un altrettanto legittimo diritto di avere un’interpretazione, o una ricostruzione razionale, insomma un "senso" delle cose: senza il quale non c’è storia, come Fiorili, uomo di vaste letture, ben sa, ma appunto solo memorialistica. È la questione degli alberi e della foresta, o la battaglia di Waterloo descritta da Fabrizio del Dongo. E l’unico "senso" che emerge dalla ricostruzione di Fiorili è la storia di un allegro collettivo che faceva attività forse modeste ma spontanee, divertenti, solidali e ben radicate nel mondo della fantascienza, sino all’arrivo di tale Caronia, personaggio "poco noto" ma "di vasta cultura", caratterizzato da un’irruente oratoria, da "visioni ambiziose" e da "fumoso intellettualismo" (che però, "sorprendentemente", insegnava matematica) e intendeva "abbandonare le tematiche proprie della sf e lanciarsi nel campo della cultura ‘alta’". La sua "razionalità [ma non era un fumoso intellettualista? N.d.A.C.] ebbe facilmente ragione dell’arruffato spontaneismo degli altri ‘ambigui’", e UAU andò incontro a un fallimento dopo l’altro (soprattutto economico). Fiorili non capì allora e quindi, per mantenersi fedele a se stesso, non capisce adesso. Non capì il merito (la sostanza della "svolta" del collettivo alla fine del 1978) e non capì il metodo (la mia funzione in quegli avvenimenti). Sul primo punto: non ci fu nessun "abbandono delle tematiche proprie della sf", tanto è vero che lo stesso Fiorili è costretto a correggere continuamente la sua errata interpretazione dei fatti con una serie di aggiustamenti ("ipotesi ad hoc", le chiamano gli epistemologi): "Caronia si riservò la ‘chiusa’ Utopia e Fantascienza nel tentativo di non perdere completamente di vista il target iniziale" [curioso, uno che vuole abbandonare i temi propri della fs e poi scrive un testo così!]; "Caronia ascoltò per una volta la voce di chi reclamava un urgente rientro nel mondo della sf vera propria", e così via. Il vero problema era quello di collegare mondi, non di abbandonarne uno. Certo che ce la prendevamo con l’idiozia, la ristrettezza mentale, e l’autocompiacersi del ghetto propri del fandom, ci sarebbe mancato altro. Come ce la prendevamo (e io in particolare, certo) con l’arrivismo e l’opportunismo di chi intendeva usare il collettivo per fare carriera nelle case editrici (questa è la sostanza delle mie "divergenze" con Silvano Barbesti, ché altre divergenze con lui era difficile averne). La svolta consisteva solo nel trattare la fantascienza con strumenti culturali, e non con infantili visioni "mi piace/non mi piace", e nel mantenerci collegati al dibattito politico della sinistra radicale (cosa che nella prima fase, nonostante l’origine "politica" del collettivo, non succedeva). Liberissimo Fiorili, come Bulgarelli o altri, di avere altri obiettivi, non di falsificare i nostri. Sulla seconda questione. Non ho alcuna intenzione di minimizzare, con falsa (e cretina) modestia, il mio ruolo: me lo impedirebbe, fra l’altro, la storia di questi successivi vent’anni. Però assicuro tutti che né la "vasta cultura", né l’"oratoria" né le "visioni ambiziose" avrebbero, da sole, prodotto quel piccolo terremoto interno. Le tensioni nel collettivo c’erano da prima che io entrassi, e io mi limitai a far leva su di esse per cercare di far evolvere la situazione nella direzione che sapesse sviluppare meglio le potenzialità del gruppo: cosa che, mi pare, accadde, se no staremmo qui a scrivere la storia della Bottega del fantastico e non quella di UAU. Tra Giancarlo Bulgarelli e Giuliano Spagnul c’erano le scintille ben prima che arrivassi io. Forse Fiorili (che entrò in UAU prima di me) quelle tensioni non le vide, forse le interpretò diversamente. Ma questo rientra solo nelle naturali diversità dei caratteri, delle esperienze, degli strumenti di interpretazione del mondo, anche tra Fiorili e me (che siamo praticamente coetanei ma, come ognuno vede, non avremmo potuto avere storie più diverse: nel 1978 come oggi). Concentrare il fuoco su di me va benissimo, figuriamoci: ero quello che forniva la maggior parte delle idee e dei collegamenti fra i diversi campi di discorso, ma ero anche, per questioni caratteriali e di "esperienza", il front-man, quello più visibile all’esterno. Però Fiorili sottovaluta stranamente il ruolo di una persona che pure conosceva forse meglio di altre (non fosse che per ragioni topografiche), e cioè Spagnul, che fu un sostenitore della "svolta" anche più accanito di me: come Marco Abate, come Patrizia Brambilla, e Michelangelo Miani. E mi attribuisce un ruolo "immeritato" in altre scelte, a cui altri tenevano più di me: capisco che all’esterno potesse apparire diversamente, ma siccome qui Fiorili sfiora anche vicende della mia vita privata, devo precisare che per la scelta della cooperativa e della libreria fu Patrizia a spingere più di me, mentre fra le righe del suo scritto traspare la tesi che io l’abbia indotta a scelte poi rovinose per la sua vita personale (tra parentesi, la proprietà della libreria era delle cooperativa, e non personale della Brambilla). Per il resto, Fiorili conosce meglio di me le difficoltà economiche di fare cultura indipendente e autoprodotta in Italia. E sa bene che le persone abbandonano i collettivi per i motivi più diversi.

Ecco, naturalmente questo non è ancora storia (e forse non c’è alcuna esigenza di farla per un’esperienza così piccola come quella di UAU). Era solo un modo per segnalare che gli alberi visti da Fiorili non sono tutta la foresta.



 

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