Un’ambigua utopia

Antonio Caronia


(pubblicato sul n. 2, 1999, di MIR – Men in Red)

Forse qualche milanese ricorda ancora, a vent’anni di distanza, un curioso corteo che si svolse il 16 settembre del 1978 nelle strade attorno a Porta Ticinese. dietro a uno striscione che diceva "FUORI I MARZIANI DALLE GALERE" sfilavano alcune centinaia di persone, precedute da una band sciamannata di fiati e percussioni. Fra i partecipanti alcune decine di persone erano fantasiosamente truccate, o avvolte in lunghe palandrane, il volto coperto da maschere gigantesche e grottesche; alcune di queste distribuivano volantini ai passanti arringandoli in una lingua sconosciuta, fatta di vocalizzi gorgheggianti o suoni gutturali. Avevo aderito da pochi mesi al collettivo Un’ambigua utopia, che aveva promosso per il 15, 16 e 17 settembre la "1° invasione dei marziani", di cui quel corteo era il culmine. La festa si svolgeva al centro sociale La Fornace, una cascina occupata alla periferia sud ovest di Milano, ma erano coinvolti anche altri centri sociali, per esempio quello di Santa Marta, che aveva preparato maschere e cartelli. Le parole d’ordine suonavano forse ostiche ai militanti o ex militanti dell’estrema sinistra italiana; rilette oggi, tuttavia, appaiono abbastanza interne al dibattito di quegli anni: pratica dell’utopia, il fantastico nel quotidiano, libera il marziano che è in te. Il collettivo Un’ambigua utopia era nato nel 1977 e aveva fatto uscire in un anno tre numeri di una rivista autoprodotta dallo stesso titolo. Il gruppo si era formato attorno ad alcuni ex militanti (in genere di Avanguardia operaia, in gran parte di Sesto San Giovanni, Monza o della bassa Brianza), già lettori di fantascienza e anzi più o meno interni al fandom, al mondo degli appassionati. La rivista/fanzine era quindi concepita come uno strumento per sviluppare un’attività di polemica e di rinnovamento sia negli ambienti del mondo della fantascienza che, più in generale, in quelli del mondo politico e culturale. Sul peso relativo di queste attività e sui fini del collettivo e della rivista sospetto ci fossero tensioni inespresse o comunque accenti differenti già fin dal sorgere del gruppo. È certo però che queste differenze si approfondirono nella fase successiva alla festa del settembre 1978, credo anche in relazione al mio ingresso nel collettivo. La mia storia era simile, anche se non identica, a quella degli altri, ma avevo qualche anno di più, e soprattutto dentro di me avevo un vuoto forse più divorante e famelico di altri. Avevo da poco abbandonato la Quarta Internazionale, nelle cui file militavo dalla fine del ’69. Nei primi anni Sessanta avevo letto parecchia fantascienza, ma dopo l’adesione al gruppo trotzkista avevo cessato quasi completamente di leggere narrativa e in genere letteratura; nell’atmosfera un po’ calvinista e vagamente integralista che dominava molti gruppi dell’estrema sinistra di allora, frequentare la fiction era considerato, se non proprio riprovevole, quantomeno poco elegante: erano altre le "priorità". Uscito dall’incubo di otto anni di militanza assorbente ed esclusiva, mi gettai quindi avidamente su tutto quello che mi ero perso in quel periodo, dal realismo magico latinoamericano a Pynchon e Burroughs, e naturalmente anche alla fantascienza. Perciò, quando nel dicembre del 1977 mi imbattei, in una libreria di Milano, in quella decina di fogli ciclostilati e pinzati che recavano sul frontespizio il criptico titolo Un’ambigua utopia, la sfogliai incuriosito. Il tentativo di leggere la fantascienza "da sinistra"; l’esigenza di far rientrare in un discorso che restava comunque "politico" argomenti che ne erano stati sdegnosamente esclusi, come la letteratura cosiddetta "di evasione"; l’aspirazione a chiudere fratture tra pubblico e privato, tra piacere della lettura e impegno nella società; tutto questo mi attirava, naturalmente, anche se mi lasciava perplesso. Non mi sentivo pronto a entrare in un altro gruppo, sia pure così diverso da quello che avevo lasciato, come mi proponevano alcuni esponenti del collettivo che già conoscevo e che mi invitavano a unirmi a loro. Così mi limitavo, per il momento, a produrre per Radio popolare degli sceneggiati di fantascienza tratti da racconti, un lavoro certo interessante ma dalla discutibile riuscita. Ma era destino che non riuscissi a resistere alle lusinghe di una scelta che, in fondo, mi permetteva di continuare a fare in un contesto diverso quello che facevo da quando avevo vent’anni: il militante politico. Sull’onda della preparazione della "1° invasione dei marziani" entrai organicamente nel collettivo Un’ambigua utopia alla fine della primavera del 1978. E, ancora una volta, la mia vita cambiò.

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Dopo la festa alla cascina La fornace ci fu una discussione interna al collettivo che si rifletté in parte sul n. 4 della rivista, datato novembre/dicembre 1978. La svolta venne annunciata ed esibita sul numero successivo, datato gennaio/febbraio 79. Il dato su cui riflettere era che in meno di un anno Un’ambigua utopia, con le sue iniziative evidentemente azzeccate, si era conquistata una relativa visibilità. La fanzine, senza affidarsi a strutture di distribuzione professionali, vendeva nelle poche decine di librerie in cui era presente quasi mille copie; diversi quotidiani e settimanali si erano occupati di noi con articoli e interviste, soprattutto dopo la festa; le lettere che ci arrivavano erano veramente tante, da ogni parte d’Italia, e infatti di lì a poco avremmo avuto l’adesione di collettivi locali a Napoli, Roma e Genova. Si scopriva l’esistenza di un filone di lettori di fantascienza con simpatie politiche (o addirittura militanti) all’estrema sinistra, persone galvanizzate dall’esistenza di una rivista come la nostra. Gli anni fra il ’75 e l’80 stavano vedendo un piccolo boom della fantascienza, che era da poco entrata nelle librerie. Nelle edicole, alla tradizionale leadership della mondadoriana Urania si era affiancata nel 1976 Robot, una vera e propria rivista di narrativa diretta da Vittorio Curtoni, che dava un certo spazio alla critica e per la prima volta smascherava la falsa apoliticità del mondo della fantascienza italiana (che nascondeva invece una forte presenza della cultura di destra, rappresentata dai curatori delle collane Fanucci, Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco). Robot ospitò interventi sia pure in senso molto lato "politici", e rappresentò un’apertura a temi più ampi, inedita per quegli anni, del piccolo e asfittico mondo del fandom. In quel contesto Un’ambigua utopia rappresentava un’apertura ancora più spinta, il tentativo di trasportare la fantascienza in una delle tante derive, se volete, delle ideologie e delle pratiche tradizionali dell’estrema sinistra messe in crisi dall’ondata del movimento del 77. Si discuteva molto in quel periodo di "teoria dei bisogni" (sulla scorta degli scritti di Agnes Heller fatti conoscere in Italia da Pier Aldo Rovatti e dalla sua rivista Aut Aut), di crisi della militanza, di società dello spettacolo, di "liberazione" vs "rivoluzione" e di soggetto sessuato, si riscopriva Nietzsche. La scelta che stava di fronte al collettivo fra il ’78 e il ’79 era questa: tutti d’accordo nel tenere presente queste tematiche come sfondo, ma si doveva continuare a considerare campo d’azione privilegiato il mondo della fantascienza, o tendere a incidere in un dibattito culturale e politico più generale? Bisognava continuare a mantenere prudentemente una struttura di collettivo e degli strumenti di stampa "leggeri", o tentare un salto di qualità verso strutture più solide, verso la conquista di un pubblico più ampio? La maggior parte dei membri del collettivo di provenienza AO e fandom (guidati da Giancarlo Bulgarelli) inclinavano verso la prudenza; tra i "membri fondatori" solo il fotografo Giuliano Spagnul, il disegnatore Michelangelo Miani, e il giovanissimo Marco Abate (poi destinato a diventare un brillante ricercatore matematico) erano sostenitori del salto di qualità, una tesi che, da parte mia, io sposavo senza riserve. Prevalemmo, ahimé, noi. La rivista cambiò formato e veste grafica, aumentò la tiratura a 5000 copie e affiancò alla distribuzione in libreria (affidata alla struttura Punti Rossi) una presenza in edicola, all’inizio nella sola Milano. Venne costituita una cooperativa, in cui, fra molti dubbi, entrarono Bulgarelli e il musicista Roberto del Piano ma non altri fondatori del collettivo. E l’editoriale del N.1 della nuova serie della rivista (il quinto numero nella serie complessiva), intitolato "Quando cambierà", poteva concludersi con questa prospettiva ambiziosa e un po’ ingenua:

A questa condizione, con questo progetto (…) vogliamo provare ad utilizzare anche gli spazi di mercato che sono aperti, vogliamo provare a gestire la piccola fetta di potere che la produzione di carta stampata assicura, per contribuire a diffondere (sul terreno della scrittura e possibilmente di una pratica ad essa collegata) alcuni frammenti di un linguaggio differente. Un’ambigua utopia vuole diventare sempre di più una tribuna delle diversità, dentro quel percorso sotterraneo di produzione di rivolte parziali, di ridefinizione di linguaggi e di comportamenti che è l’unica speranza per la rifondazione di un nuovo soggetto che, liberando se stesso, liberi tutta l’umanità.

Nei successivi quattro anni di vita l’esperienza di Un’ambigua utopia si andò sviluppando su questi presupposti, con il tentativo di occupare spazi nel mondo della cultura ufficiale senza tradire la nostra ispirazione politica né abbandonare il mondo dei centri sociali e dell’opposizione di classe. Nel novembre del 1979 uscì per Feltrinelli Nei labirinti della fantascienza, guida critica a cura del collettivo Un’ambigua utopia, pubblicata su ispirazione di Goffredo Fofi. Ultima fra le guide alla fantascienza uscite fra il ’78 e il ’79, fu quella che suscitò più controversie e polemiche. Ce le eravamo meritate tutte, naturalmente. Nella "Avvertenza" che apriva il volume affermavamo spavaldamente: "Ai lettori non offriamo un’enciclopedia, o una guida onnicomprensiva, ma una proposta di lettura della fantascienza, come tutte le proposte unilaterale, o, se si preferiscono parole più forti, settaria." E la chiusa del mio saggio introduttivo, "Incarnazioni dell’immaginario", chiariva il senso di quella unilateralità:

Sappiamo, certo, che la liberazione non ci aspetta nelle pagine dei libri. Ma, se rifiutiamo alla scrittura un ruolo consolatorio (quel ruolo, dice ancora Foucault, che è dell’utopia), siamo in diritto di chiedere anche alla fantascienza un contributo alla comprensione di quello che siamo, all’elaborazione di altre forme di socialità, di altri codici di comunicazione, di qualche nuova, modesta teoria locale. Consapevoli che i suoi sentieri sono accidentati e, inevitabilmente, ambigui.

Oreste del Buono recensì il libro su Linus molto favorevolmente, e ci offrì uno spazio fisso su quella testata. Continuavamo a essere convinti però che lo sforzo dovesse essere quello di coniugare la riflessione teorica (estetica, sociologica, politica) con la pratica e il tentativo di creare forme nuove di espressione e di comunicazione. Quasi sempre il risultato, nel solco delle esperienze del 77 e in sintonia con protagonisti della scena alternativa di quegli anni come Bifo e gli Skiantos, era il travestimento, la festa, lo sberleffo, la provocazione. Organizzavamo, certo, conferenze e dibattiti tradizionali, nel 1981 aprimmo anche una libreria a Milano, "La porta sull’immaginario". Ma privilegiavamo incursioni non ortodosse nelle iniziative che ci sembravano meritevoli di appoggio (a modo nostro) o di contestazione. Così partecipammo al convegno di Piacenza "La produzione mentale", organizzato nel 1978 dagli intellettuali del giro di Alfabeta, con una "animazione" (insieme a Bifo e a Freak Antoni, appunto), a cui contribuimmo con un memorabile intervento nella lingua di Vega 4 (non dimenticherò mai i volti attoniti, in platea, di Francesco Leonetti e Maria Corti). La nostra contestazione del 5° Convegno europeo degli appassionati di fantascienza (Eurocon), che si tenne a Stresa nel maggio 1980, raccolse intorno a noi parecchi scrittori e appassionati, e fu così variopinta e fantasiosa che ci meritò l’attenzione delle pagine culturali nazionali di Repubblica (oltre, naturalmente, all’odio di editori e organizzatori). Ma anche nelle iniziative proposte da noi cercavamo il più spesso possibile di spiazzare l’interlocutore, come facemmo nel marzo del 79 con il convegno "Marx/z/iana" da noi promosso al cinema Ciak di Milano, in cui tentavamo di innestare una pratica ludica e festaiola (travestimenti, maschere, performance) in una forma tradizionale e paludata come quella del convegno. Anche la nostra partecipazione alla campagna antinucleare di quegli anni ebbe questo intento: prendendo alla lettera un racconto-provocazione di Miglieruolo pubblicato sulla rivista, caldeggiavamo una intensificazione delle centrali per produrre una nuova razza di operai mutanti (Mario Capanna, in una trasmissione che facemmo a Radio popolare, cascò in pieno nella trappola, mettendosi a polemizzare con grande serietà sulla nostra "proposta").

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L’iniziativa di maggiore respiro organizzata da Un’ambigua utopia fu anche quella che ne determinò la fine. Dopo più di un anno di preparazione, il 20/23 maggio 1982 organizzammo alla Società Umanitaria di Milano "Il gatto del Cheshire". Rassegna di teorie e pratiche della simulazione". Avevamo la collaborazione della cooperativa Intrapresa e il patrocinio del Comune di Milano, ma il progetto era interamente nostro. Era il tentativo di affrontare un tema che ci sembrava emergere dalla situazione di quegli anni: la crescente dimensione derealizzata, simulacrale, nella quale ci muovevamo, ci poneva già allora il problema di come rapportarci alle megastrutture dell’immaginario, di come continuare a praticare esperienze di opposizione e di alternativa quando le pratiche e gli strumenti tradizionali di lotta politica si rivelavano impotenti e inservibili. Era un tentativo di imparare ad abitare il mondo della virtualità: il termine non c’era ancora, il concetto e l’esigenza cominciavano già a chiarirsi. In 4 giorni densi e per noi indimenticabili passarono dai chiostri dell’Umanitaria Umberto Eco, Alberto Abruzzese, Omar Calabrese, Franco Bolelli, Maurizio Ferraris, Gilles Lipovetsky, Paolo Fabbri, Giuseppe Bartolucci, Daniele Brolli, Santagata e Morganti, Tommaso Kemeny, Carlo Formenti, Antonio Attisani, Il marchingegno (che poi sarebbe diventato Krypton), Alik Cavaliere, Emilio Tadini, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini e tanti altri, in un susseguirsi di interventi, installazioni, videotape, poesie, spettacoli teatrali, ologrammi, giochi di ruolo, videogame, musica. Il migliaio di persone che partecipò, come sempre in questi casi, non ebbe la percezione che gli incassi coprivano meno del 15% dei sessanta milioni che era costata l’operazione. Il contributo del Comune, che copriva circa metà del bilancio, arrivò dopo un anno. Il passivo, aggravato dai costi della libreria che dopo meno di due anni non era ancora pienamente avviata, ci affossò. Forse avevamo fatto il passo più lungo della gamba. L’ultimo numero della rivista (il nono della serie), che costituiva il catalogo della manifestazione, non venne neppure distribuito nelle librerie. Non sta a me, naturalmente, trarre un bilancio dell’esperienza di Un’ambigua utopia, se non per dimensioni strettamente personali. Sta a tutti noi, invece, valutare l’utilità che può avere avuto rievocare un’iniziativa di vent’anni fa e che forse ha più differenze che analogie con quella di MIR, ma che in qualche modo fa parte della stessa storia.



 

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