Utopia, la ricerca della società ideale


Domenico Gallo


La Bibliotèque nationale de France fronteggia aliena il Quai François-Mauriac. L’incredibile piramide atzeca si erge protetta da quattro enormi torri angolari rivestite di vetri polarizzati e, dopo aver lasciato la più tradizionale stazione di Austerlitz, mentre attraverso una piattaforma deserta verso l’area dedicata a François Mitterand, ho la sensazione di inoltrarmi in qualche territorio dell’immaginario.

 

Le comunità utopiche vengono localizzate in luoghi isolati (isole, continenti perduti, pianeti). La loro caratteristica più appariscente è che, essendo la società ideale, vengono aboliti passato e futuro. Nessuna trasformazione è in corso e la vita della comunità si svolge all’interno di una dimensione temporale che è un presente senza fine. In quasi tutte queste società ideali viene presentato un egualitarismo radicale, ottenuto eliminando l’uso del denaro e della proprietà privata. Spesso viene ridimensionato il ruolo della famiglia, quando non viene abolita. Specialmente nelle utopie più antiche, per prevenire pericolose gelosie, si ipotizza la messa in comune delle donne. Le istituzioni politico sociali non sono soggette a cambiamenti, sono immutabili, ed esercitano un ruolo molto forte sui cittadini. In molti di questi scritti si osserva una forte geometrizzazione dello spazio urbano, con una spiccata ossessione per la simmetria. L’educazione del cittadino riveste un’importanza primaria nell’organizzazione sociale utopica, come nota Trousson "essa ha lo scopo di plasmare le strutture mentali dell’individuo affinché siano conformi all’organizzazione sociologica della società."

Quali utopie leggere?

Andreae, Descrizione della repubblica di Cristianopoli, Guida

Bacone, La nuova Atlantide, Tea

Bellamy, Guardando indietro (2000-1877), UTET

Cabet, Viaggio a Icaria, Guida

Campanella, La città del sole, Feltrinelli

De Mandeville, La favola delle api, Laterza

Fourier, Teoria dei quattro movimenti. Il nuovo mondo amoroso, Einaudi

More, L’utopia, Laterza

Morris, Notizie da nessun luogo, Garzanti

Platone, Repubblica, Rizzoli

Swift, I viaggi di Gulliver, UTET

Wells, Una moderna utopia, Mursia

Quali antiutopie leggere?

Butler, Erewhon, Adelphi

Delany, Triton, Nord

Huxley, Il mondo nuovo, Mondadori

Le Guin, I reietti dell’altro pianeta, Nord

London, Il tallone di ferro, Feltrinelli

Orwell, 1984, Mondadori

Zamiatin, Noi, Feltrinelli

Cosa leggere sull’utopia?

Accame (a cura di), Utopia rivisitata, Almanacco Bompiani 1974

Baldini, La storia delle utopie, Armando

Battista, La fine dell’innocenza, Marsilio

Bazko, Utopia, Einaudi

Bloch, Marxismo e utopia, Editori riuniti

Fortunati, La letteratura utopica inglese, Longo

Marcuse, La fine dell’utopia, Laterza

Mumford, Storia dell’utopia, Donzelli

Noble, La religione della tecnologia, Edizioni di comunità

Trousson, Viaggi in nessun luogo, Longo

E cosa possiamo incontrare di più estraneo ai giorni nostri se non l’utopia, quella terra di perfezione e di armonia così diversa dalla realtà di tutti giorni? O piuttosto l’utopia si è davvero realizzata nelle società che conosciamo e si è rivelata tutt’altro che un’esperienza desiderabile.

Per quattro mesi la Bibliotèque nationale ha ospitato Utopie, la quête de la société idéale en Occident, un evento che ha raccolto una mostra, dibattiti e proiezioni sulla rappresentazione della società ideale a partire dalla Repubblica di Platone, attraverso le pulsioni religiose cristiane orientate alla riconquista dell’eden perduto e l’evolversi del Secolo dei Lumi, fino agli incubi totalitari del Novecento. L’esposizione, oltre a offrire ai visitatori la possibilità di vedere oggetti di elevato valore simbolico come la prima edizione dell’ Utopia di Thomas More, la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, i manifesti delle comunità ispirate a Fourier e le gride dei comunardi, si poggia su due temi di riflessione quanto mai attuali e urgenti, ovvero capire perché oggi fatichi a delinearsi un progetto di una nuova società, alternativa e migliore di quella attuale, e quali rapporti siano concretamente esistiti tra i progetti delle società utopiche e le spaventose organizzazioni politiche nazionali, come il nazismo e lo stalinismo, che si sono rivolte con accanimento contro i propri cittadini. Riflessione che sono tutt’altro che disgiunte.

Quando Thomas More, nel 1516, pubblica un libello sulla vita dell’isola di Utopia, gioca consapevolmente sull’ambiguità di un termine che può provenire tanto da ou-topia (luogo inesistente) quanto da eu-topia (luogo dove si vive bene). E da questa doppia origine si colgono tanto le critiche avanzate da Marx ed Engels, che assolvono gli utopisti che li precedono a causa della loro mancanza di strumenti teorici adeguati, ma che condannano aspramente ogni progetto di trasformazione sociale che non si basi sulla dialettica materialista, quanto l’opinione di chi, e sono molti, ritengono che il pensiero utopico sia già realizzato e annoverano tra queste esperienze tanto l’Unione Sovietica, la Repubblica Popolare cinese e la Cambogia di Pol Pot, quanto l’atroce periodo del governo di Hitler. Dunque non è l’astrattezza dell’utopista a essere messa sotto accusa, quanto l’idea che la progettazione utopica incarni in sé regole autoritarie che hanno insegnato ai despoti del Novecento. Quest’ultima asserzione non ha mancato di innescare polemiche anche attraverso il saggio di Frédéric Rouvillois, "Utopie et totalitarisme", pubblicato all’interno del catalogo della mostra e che, sia attraverso la lettura di Eugenij Zamiatin, George Orwell e Aldous Huxley, attesta l’allargarsi di una delusione mondiale verso le realizzazioni del socialismo.

A partire dalla Repubblica di Platone, come per More, Campanella, Bacone, Owen, Fourier, l’utopia è una reazione dell’intellettuale all’irrazionalità che il proprio tempo esprime. Per Platone si trattava dell’irrazionalità della guerra del Peloponneso, per altri dell’esosità e della crudeltà dei regnanti, fino alla grande irrazionalità della divisione del lavoro denunciata dai socialisti. Per ognuno di costoro le risorse intellettuali delle loro epoche erano più che sufficienti a consentire a tutti una vita differente e migliore, specialmente se l’uso delle tecnologie e la diffusione di sistemi educativi si fossero armonizzati con forti statuti morali. Per questo, assieme alle numerose invenzioni che costellano questi racconti (e che hanno lo scopo di rendere plausibili queste economie immaginarie), vediamo introdotte forme familiari innovative, minori disparità sessuali, l’abolizione del denaro e dell’accumulo di ricchezze, rotazione del lavoro e differenti tecniche di organizzazione industriale. Si tratta di visioni fortemente intellettuali che recano con sé l’evidente disprezzo della vita materiale e che difficilmente sono in grado di rappresentare quelle gioie effimere relegate nelle fantasie volgari della cuccagna così ben descritte da François Rabelais in Gangantua e Pantagruele . Affascinata dalle precise rappresentazioni della geometria, l’opera dell’utopista assume da subito una prospettiva totalizzante. La comunità è descrivibile come un gigantesco meccanismo dove i ruoli e le funzioni sociali e produttive sono definiti a priori, una raffinata catena di montaggio in cui la libertà e la dignità individuale vengono ampliate ma comunque regolamentate. Il regolamento e la disciplina costituiscono il cardine del funzionamento della società utopica che sembra garantire il suo successo solo se tutto è prevedibile, solo se tutto è standardizzato. "Chi conosce una sola città le conosce tutte, tanto sono interamente simili tra loro" esplicita More riferendosi a una delle cinquantaquattro città dell’isola, iniziando una tradizione che arriva fino ai giorni nostri in cui l’urbanistica diventa un cardine del controllo sociale. Anche i primi utopisti, a partire dal Cinquecento, comprendendo l’importanza del rapporto tra cittadino e territorio, iniziano a valutare i vantaggi che le metamorfosi dell’ingegneria può raggiungere. Fino alla fine dell’Ottocento l’idea scientifica dell’utopista è quella di uno sviluppo pragmatico delle discipline, privilegiando l’architettura, l’agricoltura, l’artigianato. Non c’è interesse a conoscenze che non siano applicate per il benessere dell’uomo, ovvero per consentire che si possa amalgamare totalmente alla comunità a cui appartiene.

A ben vedere i detrattori delle utopie non hanno torto a evidenziare come l’individuo perda importanza rispetto a una comunità dai valori egemoni. Specialmente le teorie neoliberiste hanno pervicacemente esaltato il ruolo dell’individuo, finalmente liberato dall’oppressione della comunità che ne frenava l’intraprendenza e la possibilità di esprimere i valori individuali, e hanno letto in questi termini la condizione dell’uomo novecentesco all’interno delle società totalitarie. Si tratta per lo più di una spietata propaganda che, al contempo, occulta come la società neoliberista utilizzi proprie geometrie repressive e propri culti omogeneizzanti molto sofisticati (trasmissioni TV, campionati di calcio, moda, sondaggi...). Ciò che l’utopia svela è che il controllo su una comunità, come l’autocontrollo, vengono esercitati attraverso le tecnologie più sofisticate a disposizione. Ma il controllo sociale non è peculiare della società utopica, come vogliono i suoi detrattori, e la storia lo dimostra. A leggere con attenzione due delle più importanti anti-utopie (o distopie) come 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley non troviamo denunciate solamente l’eugenetica e le forme di sorveglianza e delazione sviluppate nelle società totalitarie del Novecento, ma possiamo leggervi con altrettanto rigore l’utilizzo politico e propagandistico dei media (caratteristico del mondo occidentale e particolarmente agghiacciante in Italia) e la deriva imprenditoriale della folle liberalizzazione dell’ingegneria genetica.

Ernst Bloch afferma che l’utopia "rimanda a quanto di nuovo è rimasto ancora inesplorato," sottolineando come non sia solo futuro, ma illumini il presente. In questo senso sarebbe folle abbandonare l’utopia perché significherebbe cessare di criticare l’esistente. Come già accadde a More, a Campanella e agli altri visionari, la nostra società globalizzata si presenta a noi tecnologicamente ipertrofizzata e fuori controllo, immorale, indifferente alle necessità dell’ambiente. Allora, come nel 1922 Lewis Mumford concludeva la sua Storia dell’utopia (un libro ancora attualissimo), "il compito più importante che ci aspetta in questo momento è di costruire castelli in aria. Non dobbiamo aver paura, come Thoreau ci ricorda, che il nostro lavoro vada perduto."


Domenico Gallo



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