Bootstrap
Vittorio Baccelli

Termine che significa laccio degli stivali, ben conosciuto nella frase “sollevandosi tirandosi su per i lacci degli stivali”. Processo dunque che si svolge senza aiuti esterni: in informatica è il programma esistente in ogni PC che contiene le istruzioni per avviare il computer stesso. In fisica indica teorie nelle quali ogni famiglia di particelle capaci d’interagire, genera le successive. In cosmologia definisce teorie secondo le quali l’universo nasce da una particella iniziale virtuale che rompe la simmetria.
Basta
coi pensieri difficili, adesso è il momento della partenza, lo avverto,
consulto in fretta le memorie, ogni frase è collegata ad un programma, le frasi
sono in sequenza, ho inconsciamente memorizzato la progressione delle frasi,
almeno credo…
Ed
ecco, la frase erompe alla memoria, sono sicuro che sia quella giusta: “E’
brutto il bello, è bello il brutto, libriamoci per la nebbia e l’aer
corrotto!”
È
Shakespeare, sto pensando, ed intanto il bootstrap automaticamente s’innesta
ed ancora una volta mi tiro su per i lacci.
Sono
una splendida ragazza e nuda mi sta specchiando su una lastra di rame che
riflette per intero il mio corpo. Mentre ho la piena consapevolezza della mia
formazione anatomica la lastra svanisce e davanti a me c’è un prato, la
temperatura è mite. Una stretta strada sterrata attraversa il prato, vi è una
stazione di servizio ed oltre, il bosco. Una stazione di servizio su questa
strada sterrata? Mi sembra che ci sia uno sbaglio nel set, sono perplessa, ma è
proprio così. Mi avvicino con cautela e sento la piacevole sensazione del
camminare a piedi nudi sull’erba. Le pompe sono di quelle gigantesche, a
colonna, stile anni ’50, ma potrebbero essere anche più antiche: sono tre,
tutte e tre colorate di rosso, accanto alle pompe c’è il casottino della
stazione di servizio, poi un’asta metallica con una bandiera, anch’essa
metallica. C’è lo stemma di una ditta di benzina con disegnato un cavallo
alato, è uno stemma che conosco ma non mi viene in mente il nome della marca.
All’interno del casottino scorgo un uomo in gilet e maniche di camicia. Sono
nuda, come posso chiedergli dei vestiti? Faccio finta d’esser pudica e mi
copro con le mani, mi avvicino alla finestra, con aria angelica gli mando un
sorriso finto imbarazzato.
-
Per favore, mormoro in intergalattico, ma quello non capisce un tubo ed
ha pure gli occhi spalancati per la sorpresa, poi farfuglia qualcosa in una
lingua incomprensibile. Attivo lo scanner ed in automatico mi seleziona la
lingua: è inglese del ventesimo secolo, dialetto americano. Ora comprendo e
posso rispondere.
-
Per favore…
-
Benedetta bambina, cosa t’è successo,
come mai sei così…
-
Nuda?
-
Sì, non puoi girare in queste condizioni.
-
Dormivo sa? E mi sono ritrovata così, qui intorno…
-
Presto vieni dentro prima che qualcuno ti veda, ho delle tute.
-
Grazie.
Dico
con un filo di voce ed entro dietro a lui nel casottino della stazione ed ecco
che apre uno scatolone di cartone e da questo estrae una T-shirt, poi dei
pantaloni di tuta ed anche delle felpe, cerca gli abiti della mia misura: hanno
tutti disegnato un piccolo pegaso.
Sceglie
capi tutti di color rosa e sulla sedia accanto alla scrivania posa una T-shirt,
un paio di pantaloni, una felpa ed anche un paio di calzini, cercando di non
farsi notare lancia occhiate al mio corpo, capisco subito che gli piaccio, e non
poco. Apre un’altra scatola e qui dentro vi sono solo scarpe da tennis, cerca
la mia misura e ne tira fuori un paio, rosa anche queste e col piccolo pegaso.
Mi osserva in silenzio, poi:
-
Ora puoi vestirti.
-
Grazie ancora
-
Aspetta, prima di vestirti…
Chiude
la porta e tira le tende, poi mi s’avvicina prendendomi delicatamente per la
vita. Sono incerta, ma lascio fare mentre rifletto. Potrei incenerirlo
immediatamente, oppure fermargli il battito del cuore. Ma è un bel ragazzo,
m’ispira simpatia ed ha gli occhi dolci, certo è mezzo pelato, però ha
proprio l’aria di essere un bravo tipo. Decido di lasciarlo fare anche perché
mi ha messo voglia: mi accarezza ovunque, mi bacia, mi sdraia sul divano,
comincia a spogliarsi. Ma sì, lasciamolo fare questo simpatico tipetto, gli
concedo una ventina di minuti per farmi come meglio crede. Scade il tempo a lui
concesso e scendo dal divano, c’è un bagno piccolo piccolo con la doccia: mi
infilo sotto il gelido getto. Esco asciugandomi con un telo che lui mi porge. Si
è già rivestito ed ora esce, è arrivato un cliente con un’auto da museo. Mi
vesto con gli abiti rosa, tutti rosa che sembro un confetto, però sono della
mia misura, ha occhio il tipetto. Esco, mi siedo su una sdraia al sole, devo
asciugarmi i capelli, i riccioli biondi sono tutti bagnati. Il cliente paga, lui
viene verso di me.
-
Tutto bene zuccherino?
-
Alla perfezione.
-
Cosa fai adesso?
-
Prendo il sole e mi asciugo i capelli.
-
Vuoi un caffè?
-
Neococa ce l’hai?
-
Cocacola?
-
No neococa.
-
Caffè o cocacola, non c’è altro.
-
Caffè allora.
Se
ne torna nel casottino, esce dopo qualche minuto con due tazze di caffè
fumante.
-
Ho messo due cucchiaini di zucchero, va bene?
-
Perfetto.
-
Mi devi spiegare cosa ci facevi qui intorno.
-
Troppo lungo, troppo complicato, un’altra volta.
-
Ci sarà un’altra volta, zuccherino?
-
Perché no?
Chiudo
gli occhi ed i piacevoli raggi del sole bersagliano il mio corpo, lui si è
seduto davanti a me, a cavalcioni su di una sedia e non mi stacca gli occhi di
dosso, non mi da fastidio, anzi ne provo piacere, gli piaccio, gli piaccio
moltissimo: sono contenta d’aver deciso di lasciarlo fare. Penso che tornerò
qui qualche altra volta per stare piacevolmente con lui. Sono addormentata e
mentre sto sognando arriva il richiamo del rientro, così presto…no, stavo
bene qui… “Orrore! Orrore! Orrore! Né la lingua né il cuore sanno
concepirti od esprimerti!” Palleee! Ancora Shakespeare, ma questi
programmatori sono proprio fissati coi personaggi antichi. Purtroppo al richiamo
prestabilito e preinstallato, automaticamente il bootstrap
s’attiva e mi ritrovo al punto di partenza. Ancora una volta il
programma ha ritirato su il mio corpo facendo leva sui lacci dei miei stivali. E
sì, il punto di partenza, il carcere di massima sicurezza delle nazioni unite,
ed io sono una detenuta volontaria per questo esperimento. Perché ho accettato?
Ho cinque ergastoli e settanta anni d’età, mi sembrano due motivi validi, no?
Se tutto funziona a dovere io sarò rilasciata, ho anche potuto scegliere
il corpo per i miei viaggi e sono la bellissima bionda ventenne che avrei
voluto essere ma che non sono mai stata. Ho sempre fatto fisicamente schifo,
anche da giovane, o almeno non mi sono mai piaciuta. Per adesso i test durano
solo poche ore, ma quando tutto sarà OK dureranno settimane, mesi addirittura,
così hanno detto i cervelloni che
gestiscono gli esperimenti. Sapete una cosa? Quando sarà tutto affinato, io non
chiederò la libertà come mi hanno già promesso, ma chiederò di poter vivere
tutta una vita, sino alla morte in uno di questi spazi alternativi. E fare la
benzinaia a vita negli anni ’50 o ’40 che siano in quel posto degli USA
abbandonato da dio, ma con quel simpatico giovane un po’ pelato ma così
eccitante, sapete com’è? m’intriga! A quel punto i tecnici non
m’inseriranno la frase magica shakespeareiana che avrebbe attivato il mio
laccio per stivali, e, niente frase, niente ritorno.