Giuseppe
Iannozzi
PREMESSA
Gli scrittori di fantascienza sono “figli di nessuno” ed è questo il motivo precipuo per cui la SF è in crisi… da sempre! Ecco perché…
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LA SF COME OPERA CINEMATOGRAFICA

La
cinematografia di fantascienza ha da sempre occupato un ruolo di primo piano nel
mondo dell’informazione, un ruolo che, tuttavia, è stato spesse volte messo
in discussione e discriminato: forse la prima vera avventura in questo nuovo
mondo è stato “Voyage dans la
Lune” (Francia – 1902 – 15’, regia di Georges Méliès).Questo
film ha una trama estremamente semplice, ma complessa se si pensa che fu
concepito nel 1902, quando l’unica SF era quella di Jules Verne (si ricordino
a questo proposito due pietre miliari della letteratura SF, ovvero “Dalla Terra alla Luna” e “Intorno
alla Luna”). In brevis, si racconta della missione di un gruppo di
primi astronauti che allunano sul nostro satellite e scoprono una forma di vita
simile alla nostra. Il film contiene soprattutto ‘grandi’ effetti speciali.
Impossibile
poi non ricordare il grande Fritz Lang: “Die
Fraun in Mond” e
“Metropolis” sono due ottimi esempi della genialità del regista; “Die
Fraun in Mond” è un film altamente scientifico, difatti Lang si
avvalse della collaborazione di un tecnico missilistico (Hermann Oberth – per
chi avesse voglia e tempo di approfondire l’argomento circa gli esperimenti
missilistici, si consigliano due saggi di archeologia spaziale di Peter Kolosimo
editi dalla casa editrice Sugar, ovvero “Ombre sulle stelle” e “Viaggiatori
nel tempo”). La sceneggiatura per questo film fu scritta a due mani
dallo stesso Lang e dalla moglie Thea Von Harbou, che qualche anno più tardi,
Lang sotto la minaccia del fascismo e del nazismo, rinnegherà per la presa di
posizione nazionalistica di Thea. Anche in questo caso la trama è estremamente
semplice: una donna e alcuni uomini allunano sul nostro satellite, che ha
un’atmosfera pressoché uguale a quella terrestre e la trama tutta si snoda
nella ricerca di giacimenti d’oro. L’equipaggio, composto da due uomini e
una donna, è atipico se si pensa che al tempo nessuno pensava che una donna
potesse svolgere compiti adatti ad un uomo: uno dei due uomini trama contro il
suo compagno e la donna per prendere possesso di tutto l’oro, ma a spuntarla,
alla fine, sarà, pour ainsi dire, il buono che farà ritorno sulla Terra
insieme alla donna. In questo episodio si possono leggere chiaramente i primi
schizzi nazionalistici della Von Harbou; comunque se in questo film i temi
nazionalistici, la corruzione dell’uomo alla ricerca e all’appropriamento
dell’oro, sono ancora blandi, successivamente la Van Harbou avrà modo di
esprimere appieno la sua fede littoria (l’oro è da sempre considerato da
molte popolazioni come un qualcosa di puro – si può forse pensare alla razza
ariana in questi termini, oro colato!). Tuttavia la corruzione, almeno, in
questo episodio cinematografico viene sedata dalla forza di volontà del bene,
un bene che comunque presenta non pochi elementi di volontà nietzchiana.
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In
“Metropolis”, capolavoro
assoluto del regista tedesco, la sceneggiatura è tutta della moglie: la civiltà
che si immagina è divisa in due grandi caste, quella dei lavoratori e quella
dei benestanti che sfruttano i lavoratori (“Metropolis” è stato girato nel
1926, cioè due anni prima di “Die Fraun in Mond”). In questa civiltà il
dittatore detta legge, ma il figlio di questi non è d’accordo, tant’è che
Freder (il figlio del dittatore) si innamora di Maria, una fanciulla che prende
le difese del proletariato (meglio sarebbe dire del sottoproletariato). Il
dittatore venendo a sapere delle simpatie socialiste del figlio, commissiona la
costruzione di un androide simile a Maria, un androide che dovrebbe gettare
confusione nel proletariato. Tuttavia il piano viene sventato dalla Maria
originale e da Freder…
In
questa trama assai complessa per certi versi, possiamo cogliere appieno i grandi
temi di un socialismo in erba, che tenta un sincretismo, ovvero in una unica
soluzione nazionalismo, religione, (Maria, donna del popolo, non ci ricorda
forse la Maria del Vangelo?) e socialismo, un esperimento quasi riuscito, ma
troppo utopico perché possa considerarsi minimamente verace. “Metropolis”
ricalca lo skyline di New York, metropoli di cui Lang rimase affascinato in un
suo viaggio in America. “Metropolis” è un mondo di linee, di oscurità: la
scenografia è tutta un grande lavoro, una vera composizione artistica, che non
poco ha influenzato Philip K. Dick e quando immaginò Blade Runner (Dick negli
anni ’60 e ’70 era convinto che l’America sospettasse di lui e che lo
tenesse sotto stretto controllo perché ritenuto un ‘rosso’ – Dick aveva
simpatie socialiste, questo è innegabile, ma le droghe assunte dal famoso
scrittore influirono non poco a dar corpo alle sue tetre fantasie che oggi
risultano avere contenuti oculati). “Metropolis” scritto dalla moglie di
Lang, come si è detto, quando Hitler diventò una istituzione, dimenticò
l’utopia di coniugare socialismo e nazionalismo in una unica ideologia e si
schierò apertamente con Hitler. Lang non riuscì a perdonare mai questa presa
di posizione della moglie e la allontanò prendendo rifugio in America, un
territorio ancora vergine, ancora mito di libertà; ma in America i suoi
successivi lavori mancano di nerbo e oggi sono quasi dimenticati.
La
fantascienza per molti anni, forse troppi, ha sempre suscitato grande interesse
presso gli intellettuali e i semplici appassionati; tuttavia gli eruditi ne
hanno negato la validità culturale da sempre e oggi non è che la situazione
sia poi tanto diversa da quando Jules Verne si fece caposcuola, senza saperlo,
della SF. Facendo una digressione, entriamo nel mondo della letteratura
fantascientifica: chi non ricorda la ormai mitica collana Urania con le
copertine di Karel Thole? Fruttero e Lucentini lanciarono Urania nel mondo
editoriale: la collana di pocket SF pur avendo a suo carico tanti titoli, mancava di una vera
impostazione editoriale, difatti molte avventure pubblicate erano solo parziali
traduzioni arrangiate e tagliate. Con questa tara, la SF fu in Italia conosciuta
sotto un’ottica tristemente abusata e gli intellettuali degli anni ’60
fecero leva proprio su questa tara editoriale per gettare discredito sulla
validità culturale della SF. Oggi Urania è una collana più che mai viva: la
cura dei titoli è stata affidata a persone certamente più esperte, e con un
po’ di pazienza e fortuna, si possono trovare ad un prezzo assai economico
titoli di tutto rispetto, tradotti con rispetto e soprattutto traduzioni
integrali.
Quando
in Italia durante gli anni ’40 e ’50 la fantascienza era solo un di più
inutile nell’editoria, in America la SF era già una cultura vera e propria e
tante erano già al tempo le pubblicazioni e di libri di genere e di riviste
dedicate; insomma, l’America ha subito colto sin dall’inizio le potenzialità
espressive della fantascienza (anche in considerazione del fatto che le
avventure di SF pubblicate ad esempio su Werd Tailes andavano via come il pane),
mentre in Europa dopo Fritz Lang, la SF venne relegata nel dimenticatoio o
banalmente sfruttata da personaggi senza scrupolo per meri interessi di guadagno
e nulla di più (anche l’Europa ha sfruttato la SF a fini commerciali, in
misura ridotta rispetto all’America).
Oggi
Urania è il punto di riferimento per tutti gli amanti di SF; tuttavia la casa
editrice Fanucci propone titoli assai interessanti, di nuovi talenti, titoli che
la Mondadori non ha mai avuto il coraggio, o forse solo la presenza di spirito,
di pubblicare. Oggi la Fanucci propone non solo titoli di autori già affermati
e riconosciuti, ma anche autori in Italia pressoché esordienti: insomma si
tratta di fare un tuffo in una cultura che ancora troppo poco gli italiani
conoscono.
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Il
Giappone ha cominciato ad interessarsi seriamente alla SF imitando l’America:
negli anni settanta si producono i primi cartoons i cui soggetti sono robot (chi
non ricorda Goldrake e Mazinga?), soggetti che vedono il bene in lotta contro le
orde di invasori di altri pianeti. Ma la vera svolta nipponica si ha con “Akira”,
un lungometraggio che vede alla regia Katsuhiro Otomo. Akira è la storia della
Terra dopo il disastro nucleare, una storia dove convergono elementi tutti
nipponici (i personaggi non hanno ancora grandi occhi occidentali, ma ricalcano
positure e fisionomie giapponesi, così pure la filosofia di fondo è quella
giapponese, quasi incomprensibile a noi occidentali, una filosofia intrisa di
pessimismo che affascina e che ha fatto di Akira un vero cult-movie in tutti i
sensi e per i disegni e per temi trattati).
Un primo tentativo trash di SF giapponese con attori
in carne e ossa è stato “Godzilla” (1954) per la regia di Inoshiro
Honda: la trama è semplice, un mostro anfibio liberato dai ghiacci alto più o
meno cinquanta metri viene svegliato dai ghiacci dove dormiva e minaccia Tokyo,
ed allora tutti si mobilitano per arrestare la sua avanzata. Di stampo
decisamente nazionalista, il film è disarmante tanta è l’ingenuità in esso
contenuta; tuttavia, Godzilla è diventato una icona ancora viva oggi, icona
tenuta viva con forza (ultimamente un remake del film – produzione americana
– è risultato essere un flop non da poco visto i costi che il film ha
richiesto).
E
l’Italia può vantare ben pochi titoli di SF nel panorama cinematografico:
vale la pena di ricordare almeno “La
decima Vittima” (1965) per la regia di Elio Petri, con interpreti del
calibro di Marcello Mastroianni, Ursula Andres, Elsa Martinelli, Massimo Serato:
il film trae ispirazione da un racconto di Robert Sheckley e ricorda un po’ le
tematiche del più recente “The
Running Man” con Arnold Schwarzenegger, anche questo trae ispirazione
da un romanzo, da uno scritto del re dell’horror, Stephen King. Tuttavia,
complessivamente, i due film, il primo italiano, il secondo americano non sono
di certo delle pietre miliari della cinematografia SF. Piuttosto, “La
Decima Vittima”, grazie alla partecipazione di Ursula Andres, icona
degli Sessanta, rimane un bel film in quanto incarna la sensualità nonché la
sessualità come modello sociale di una Italia incerta, barricata nel suo
moralismo e nei suoi tanti mali che ancor oggi si trascina dietro. “The
Running Man” è un classico film americano ormai quasi dimenticato che
nulla di nuovo aggiunge alla SF. Assai più significativa, se non decisiva,
l’ormai intramontabile GUERRA DEI MONDI (1953) di Byron Haskin tratta
anch’essa da un grande romanzo di H.G. Wells (il film meritò l’Oscar per
gli effetti speciali – si pensi che nel 1953 gli effetti speciali erano tutti
‘artigianali’). “La Guerra dei Mondi” ha dato seguito a tanti antri film nel
corso dei decenni: vale la pena ricordare almeno “Independence Day” per la
regia di Ronald Emmerich con Will Smith; il film è spettacolare per quanto
concerne gli effetti speciali, ma in quanto a contenuti lascia ampiamente
delusi… al solito gli alieni attaccano la Terra e la Terra si difende così
come può, con coraggio, un coraggio da Superman Nietzchiano, cioè
prepotentemente americano. “Le cinquième
elemente” (1997) di Luc Besson con Bruce Willis e
Milla Jovovich ha un carattere più filosofico, molto blando, che lo
spettatore non fa neanche in tempo a cogliere… Molto più interessante “Total
Recall” (1990) di
Paul Verhoeven con Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone, Ronny Cox: il film
è tratto da uno splendido racconto lungo di Philip K. Dick, peccato che il buon
vecchio Arnold reciti da cane e che il regista abbia troppo concesso alla
spettacolarità piuttosto che ai contenuti filosofici: è il caso di dire che il
film poteva essere uno di quelli intramontabili ed invece è stato guastato da
una regia appena sufficiente e da attori di culto
di massa. “Blade
Runner” (1982) per la regia di Ridley Scott con Harrison Ford,
Rutger Hauer e Sean Young, anch’esso tratto da un romanzo di Philip K. Dick,
è un film che non teme il tempo: grandissima l’interpretazione degli attori
perfettamente calati nelle loro parti, grandissima la ricostruzione di una
Metropoli buia dove la società replica se stessa per morire e continuare a
replicarsi; grandissima pure la sceneggiatura che però Dick non amò
particolarmente. “Blade Runner” è un cult-movie che non può essere
dimenticato tant’è che a tutt’oggi è il punto di riferimento per altri film
sullo stesso stile ma non della stessa levatura artistica: per quanto Dick non
abbia amato la sceneggiatura del film tratto da un suo romanzo, probabilmente se
avesse avuto la fortuna di vivere un po’ più a lungo, forse il risultato
finale, quello cinematografico, l’avrebbe interessato. Chi può dirlo con
piena certezza? Se oggi il nome di Philip K. Dick è grande, la pellicola di
Ridley Scott ha giocato un ruolo non indifferente. Probabilmente se Dick avesse
avuto modo di supervisionare (e magari scrivere di suo pugno) la sceneggiatura,
oggi “Blade Runner” sarebbe una pellicola migliore. Qualcuno dice che Dick
ebbe modo di visionare la sceneggiatura finale, altri invece dicono il
contrario: fatto sta che Dick non vide mai la pellicola in quanto fu colpito da
infarto prima dell’uscita nelle sale del film. Il fatto è che molti fatti e
accadimenti intorno a “Blade Runner” non sono certi, e molto è frutto della
leggenda che si crea intorno alla realizzazione di un film di grandi pretese
come “Blade Runner”. Io, nella mia ingenuità, voglio credere alla voce che Dick ebbe modo di supervisionare la sceneggiatura finale,
ma ognuno, in questo caso, è libero di credere a ciò che trova più
conveniente. Con “Dune” (1984) per la regia di David Lynch la civiltà si
proietta addirittura nell’anno 10091… tratto dal romanzo di Frank Herbert,
il film ha una visione mistica, ascosa: è consigliabile leggere prima il libro
per poter godere del film, che purtroppo, per limiti artistici non ha saputo
rendere pienamente intelligibili gli
elementi mistici della trama. E come dimenticare George Lucas con la saga di “Star
Wars” iniziata nel 1977 e che ancora oggi attira migliaia di proseliti,
così tanti che alcuni ne hanno fatto persino una posticcia religione; e il
mercato americano di certo non si è risparmiato a vendere questa fede, una fede
per iconoclasti che trova discepoli a iosa anche in “Star Trek” e gli “X-Files”.
In
Inghilterra la SF, cinematograficamente parlando, ha avuto un impatto
decisamente più serio, forse grazie ad un regista del calibro di Stanley
Kubrick, “2001 A Space Odissey” (1968) è un grande film, perfetto in ogni
dettaglio; e non poteva che essere così con un cultore del perfezionismo
fotografico come Kubrick, e poi il film trae la sua sceneggiatura da un romanzo
del grandissimo scrittore Arthur C. Clarke.
“Alien”
è ormai diventata una saga che ha esasperato non pochi, anche gli stessi
cultori del genere; tuttavia il primo “Alien”
di Ridley Scott (1979, Gran Bretagna) con una spettacolare Sigourney Weaver è
una pietra miliare del genere e per spettacolarità scenografica e per gli
effetti speciali e per i contenuti: l’idea è quella di un organismo
extraterrestre che si insedia dentro gli organismi umani per svilupparsi e
nascere dall’uomo ormai ridotto a puro elemento nutritivo per la nuova entità
aliena. L’idea del primo “Alien” è semplicemente fantastica: per la prima
volta, metaforicamente, con chiarezza espressiva l’uomo è il rappresentante
dell’Umanità ma anche di una possibile civiltà extraterrestre: chi si deve
combattere, l’uomo, l’Umanità, in quanto capace di ospitare l’embrione
della civiltà extraterrestre o l’Alien una volta che ha compiuto il suo ciclo
evolutivo nutrendosi dell’Uomo? Un problema non da poco… peccato che un film
così bello sia stato rovinato dalle successive uscite cinematografiche (a
tutt’oggi se ne contano tre escludendo l’Alien del 1979). Impossibile non
ricordare poi vantare un film come “Fahrenheit 451” (1965) per la regia di François Truffaut; la
pellicola trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury.
Ritornando
negli USA chi non ricorda E.T. the
Extra-Terrestrial (1982) di Steven Spielberg? O 1997 Escape
from New York (1981) per la regia di John Carpenter? E Starman
(1984) per la regia di John
Carpenter…Terminator (1984)
per la regia di James Cameron… O ancora Back
to the Future (1985) per la regia di Robert Zemeckis? Doveroso è
ricordare almeno il primo “Robocop”
(1987) per la regia di Paul Verhoeven, “Stargate”
(1994) per la regia di Roland Emmerick…
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Ma
“Tron” (1982) per la regia
di Steven Lisberger con Jeff Bridges e Cyndy Morgan fu il primo film che utilizzò
per scenografie e costumi la computer grafica: il film non tratta di altri
mondi, parla del nostro mondo, quello dei computer, dei videogame: il film,
prodotto dalla Walt Disney, nell’82 diede corso ad una nuova generazione di
SF, quella che la tecnologia moderna produce quotidianamente e che noi neanche
ce ne accorgiamo tanto siamo presi a farne indiscriminato uso. Peccato che
l’idea di “Tron “non sia stata sviluppata ulteriormente negli anni
successivi se non con rare prove trash che poco o nulla hanno dato alla SF.
L’idea di “Tron”, se sviluppata ad hoc, oggi potrebbe essere un grande
remake… speriamo che qualche abile regista abbia l’idea di tornare alle idee degli anni Ottanta, anni Ottanta oggi rivalutati solo per i
contenuti trash… eppure “Tron” in pieni anni Ottanta sviluppò una visione
della SF assai originale e nulla affatto trash.
I più recenti lavori cinematografici di un certo rilievo per la SF sono “Jonny Mnemonic” di Robert Logo (un cyberpunk sulla falsariga di “Tron”, assai deludente), “12 Monkeys” di Terry Gilliam (1996), “Mars Attacks” (1996) di Tim Burton (tra gli interpreti Jack Nicholson – il film è una parodia della SF degli anni Cinquanta e Sessanta, di quella della Guerra dei Mondi), “Nirvana” (1997) di Gabriele Salvatores… Ultimamente A.I. (2001) per la regia di Steven Spielberg, che molti credevano un capolavoro (io compreso), in realtà si è rivelato essere un film bello, ma non un capolavoro.
Gli scrittori di fantascienza non sono “figli di nessuno”… e possiamo dimostrarlo con i fatti.