Giuseppe Iannozzi


PREMESSA

Gli scrittori di fantascienza sono “figli di nessuno” ed è questo il motivo precipuo per cui la SF è in crisi… da sempre! Ecco perché…


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GLI SCRITTORI ITALIANI E LA CRISI DELLA SF:

UNA QUESTIONE DI STILE, FORSE!

  

 

La fantascienza italiana, purtroppo, per troppo tempo ha fatto riferimento ai canoni artistici, culturali americani e come tutto risultato molte opere che potevano essere originali hanno subito un naturale quanto ovvio deprezzamento artistico. La letteratura americana ha profondamente inciso la cultura italiana e spesse volte gli stilemi made in USA si sono sostituiti a quelli spontanei e naturali della cultura italiana. Guardare alle avanguardie d’oltreoceano non è cosa sbagliata; sarebbe invece assurdo trincerarsi in un nazionalismo culturale, infatti l’adottare un qualsiasi nazionalismo significherebbe precludere all’arte i suoi naturali sbocchi di comunicazione e di confronto con la vera cultura scevra di (e da) pregiudizi. Tuttavia non poche volte l’atteggiamento degli scrittori italiani è stato quello di abbandonare ab imis ogni rapporto con le proprie radici culturali per scrivere letteratura puramente emulativa; l’errore grossolano è stato quello di non coniugare e mischiare sapientemente l’avanguardia d’oltreoceano con le radici filologiche e culturali italiane. Gli artisti italiani si sono fatti cattivi epigoni degli artisti americani producendo così prodotti letterari adatti al tempo d’una stagione (o moda), prodotti che inevitabilmente sono stati subito dimenticati una volta passata la moda del momento storico/culturale. Importante è mantenere l’equilibrio tra innovazione d’oltreoceano e radici culturali: solo così è possibile ottenere risultati originali pienamente artistici.

L’uso della lingua italiana è sicuramente diverso da quello di un secolo fa: citando Nicola Zingarelli credo di fare il punto su questo problema: "... Il fatto è che il patrimonio della lingua è rifuso e identificato col patrimonio della cultura e con la vita nazionale e sociale. La lingua è opera di civiltà, e non di natura, come per lungo tempo si è creduto. Essa, se prende nome dal mobilissimo organo della cavità orale, un organo spirituale congenito dotato di sua propria vita e funzione, e che perciò nel popolino e nelle campagne serbi la sua schiettezza e verginità; essa anzi si oscura e si confonde e si immiserisce con l'ignoranza e la rozzezza delle menti, come è facile vedere a chi la studi nelle sue origini e nelle svariatissime sorti; si dilata, fiorisce, verdeggia, acquista metallo robusto e ampiamente sonoro con l'elevazione della mente e dei bisogni e la attivissima vita sociale; si rinnova e arricchisce gli uomini singolari di ingegno superiore. La scienza del linguaggio è riuscita a disciplinare i fenomeni molteplici, a mettere ordine e leggi; ma ne risulta tanto più evidente libertà di particolari svolgimenti e procedimenti, nei quali deve sempre transigere così la rigida legge fonetica e morfologica come la tradizionale grammatica. [...] parole nuove sono sorte e anche tramontate; molte altre non si usano più. La guerra ha avuto il suo particolare vocabolario; poi è venuto il vocabolario del dopo guerra. Veramente il vocabolario altro non è se non una di quelle forme con cui l'uomo tende sempre a mettere ordine e legge e carattere di immanenza ed eternità al vortice della sua vita, ed a volgere in proprietà comune quello che è genio e anima e sentimento di singoli uomini." La lingua italiana è soggetta giorno dopo giorno ad introdurre nel suo vocabolario neologismi, modi di dire, parole straniere, slang italiano e straniero, termini tecnici e scientifici, parole di fantasia, parole nate nelle parlate di strada, ecc. Oggi, ad esempio, il pronome, gli, ha valore maschile come femminile: sia parlando in strada, sia scrivendo non si fa più distinzione fra maschile e femminile; tuttavia siamo ancora ad un livello di avanguardia, poiché solo gli scrittori del panorama underground usano simili accorgimenti stilistici, accorgimenti stilistici che fanno strabuzzare gli occhi a tanti e tanti pedanti critici. E la critica stupidamente nazionalista continua a negare che il vocabolario italiano deve essere aggiornato introducendo parole straniere, slang, neologismi, ecc. Purtroppo la chiusura mentale di molti ha ridotto la lingua italiana ad uno strumento bassamente commerciale, uno strumento incapace di esprimere tutte le sfumature della cultura italiana e straniera. La rigidità linguistica ha sicuramente influito negativamente sulla fantascienza che ha bisogno di fantasia, quindi di piena libertà espressiva: Ursula LeGuin scrivendo fantascienza, fantasy, ha cercato (forse invano) di sottrarsi alla rigidità scolastica-accademica della critica. Oggi che è artista affermata non meno grande di Philip K. Dick riesce ad esprimere con ricchezza di linguaggio una fantascienza politica e sociale estremamente coerente e viva, ma gli inizi non furono certo felici. Dick, prima di darsi anima e corpo alla fantascienza, produsse molti romanzi mainstream ma tutti furono rigettati dagli editori; oggi, fortunatamente, Dick sta acquistando una fama postuma anche come scrittore non di genere. Con coerenza ed impegno l’editrice Fanucci sta proponendo al pubblico italiano quelle opere dickiane che negli anni Cinquanta in America non trovarono alcuna simpatia. Anche in America, grazie all’esplosione dell’AvantPop, il Dick scrittore non di genere è al centro di una grande rivalutazione: peccato che la fama gli sia postuma.

L’AvantPop ha portato una ventata di novità stilistica abbattendo la rigidità dei costrutti narrativi e stilistici, anche se è da evidenziare che sta osando un po’ troppo invadendo un po’ tutti i generi letterari, in primis il genere fantascientifico. Le innovazioni letterarie sembrano provenire tutte dall’America, eppure l’America ha due volti e uno è quello di una sicura quanto superba ristrettezza artistica e letteraria; Stephen King nel corso della sua carriera ha creato opere immortali ma anche emerite schifezze. Nel suo saggio biografico “On Writing” il re dell’orrore rivela di essere assolutamente contrario all’uso degli avverbi anche quando necessari. Le sue ultime fatiche dimostrano una stanchezza stilistica e di contenuto non da poco, penso che questa sia una verità ovvia nota un po’ a tutti.

Ritornando sul suolo italiano, anche i dialetti sono al centro di una forte rivalutazione; tuttavia le innovazioni linguistiche sono sempre guardate con sospetto, lo stesso che viene usato contro la riscoperta dei dialetti e un uso artistico e non tradizionale dell’italiano. La lingua italiana oggi è usata al minimo delle sue potenzialità espressive: si ha disposizione un’orchestra e si usa sempre e solo lo stesso strumento per tentar di dar vita ad un concerto. La fantascienza ha bisogno di un linguaggio vivo in continuo movimento, un linguaggio a passo coi tempi: sin tanto che ci si ostinerà ad usare le solite mille abusate parole per scrivere, la SF rimarrà vittima di se stessa o rischierà di essere digerita dall’AvantPop, e quando l’AvantPop passerà come tutte le mode, allora anche la fantascienza morirà. Questo è un pericolo reale da tenere in debita considerazione: la fantascienza deve fare un salto di qualità, diventare letteratura a trecentosessanta gradi e strapparsi di dosso la ridicola etichetta di letteratura popolare appiccicatagli addosso dalla critica. 

Sarebbe ridicolo in questa sede stilare una sequela di opere mancate per mancanza di stile o originalità, opere che quasi più nessuno ricorda, quindi guarderò soltanto agli ultimi anni della produzione letteraria italiana fantascientifica. Con l’esplosione del cyberpunk in America anche gli italiani si sono provati con questo genere e in alcuni casi hanno raggiunto risultati discreti, anche se ad onor del vero, ora che in America il cyberpunk è agonizzante, in Italia gli scrittori stanno producendo i loro migliori esempi di letteratura dedicata al filone cyberpunk. Ottimi esempi di letteratura nostrana sono contenuti in antologie come “I mondi di Delos 1 e 2”, “Sangue sintetico” a cura di Roberto Sturm, ma anche in opere singole come “Retrofuturo” di Vittorio Curtoni. Impossibile poi elencare tutti i bellissimi racconti presenti sulle webzine italiane e l’impresa si farebbe ancora più ardua nel tentare di rintracciare tutti i romanzi di fantascienza italiana usciti presso piccole case editrici e difficilmente reperibili. Purtroppo è difficile reperire i testi di autori di fantascienza emergenti presso le librerie: la cattiva e frammentaria distribuzione è un fattore che sicuramente incide negativamente sulla fantascienza. Per contro, e per nostra fortuna, in rete è molto più facile trovare testi della nuova cultura fantascientifica.

Se oggi molti autori italiani creano ottima SF, purtroppo non mancano esempi di cattiva fantascienza che guardano con accanimento all’America e alla completa emulazione dei suoi stilemi culturali; il romanzo “Il sicario” di Laura Iuorio, vincitore della prima edizione del Premio Solaria, è purtroppo un esempio di come non si dovrebbe scrivere fantascienza: […] Forse Il sicario non avrebbe mai visto la luce se nel 1997 non avessi vinto il secondo premio al Concorso di Letteratura Fantastica Cristalli Sognanti con un racconto scritto ben cinque anni prima. Fu proprio quell'insperato successo a spingermi a tornare alla fantascienza, genere che amavo ma per il quale fino ad allora non avevo visto opportunità. Il sicario è nato infatti come racconto il 15 marzo del 1997, quando cominciai a scrivere "Giustizia Esemplare". […] Originariamente, Sol Maio era un terrestre in viaggio d'affari su un pianeta chiamato Venara 5, caratterizzato dal fatto di avere una zona sempre in ombra e un'altra sempre illuminata. Oriane era appunto un'esotica abitatrice della notte. […]Troppo Star Trek? Che cosa significava? E poi, anche se fosse stato cosí, che male c'era in Star Trek? Mi spiegò che non aveva capito la scelta di ambientare la storia in un mondo alieno, quando sarebbe stata molto piú credibile e coinvolgente se si fosse svolta sulla Terra. […] Alla fine decisi di scrivere una seconda versione della storia… […] La Terra del futuro prese il posto di Venara 5, il mondo di superficie e quello sotterraneo si sostituirono alle due zone, Oriane rimase un'esotica creatura della notte, Lenora Kelley l'addetta di una sede diplomatica. Mi accorsi, nel momento stesso in cui mi misi all'opera, che il fatto di trasportare la storia sul nostro pianeta mi apriva enormi possibilità. […] Io … in quel periodo seguivo con passione X-Files. Il mio malinconico e ironico killer aveva avuto fin dall'inizio il volto di David Duchovny.  […] Non ricordo se sia venuto prima il personaggio o l'"interprete" nel caso di Sol Maio, ma quello che è certo è che si fondevano perfettamente nella mia mente. Scrissi la parola "fine" al Sicario nel marzo del '98 (parallelamente, avevo sfornato un romanzo e diversi altri racconti (dalla postfazione a Il sicario di Laura Iuorio). “ Il sicario”, opera prima di Laura Iuorio, soffre di una certa ingenuità di fondo: alcune situazioni sono scontate, i personaggi sono caratterizzati basandosi essenzialmente sulla cultura televisiva, ma potrebbe sorgere il sospetto che la giovane scrittrice abbia voluto citare fra le righe del suo romanzo la cultura televisiva di Star Trek e degli X-Files con piena consapevolezza. Il dubbio è d’obbligo, anche se è assai difficile credere nel dubbio in un simile caso. Di tutt’altro spessore artistico-poetico è il lavoro di Donato Altomare, vincitore dell’ultima edizione del premio Urania. Solitamente si è abbastanza scettici nei confronti della SF made in Italy; tuttavia, in questo caso, lo scetticismo non serve, perché Donato Altomare ha scritto un romanzo che non ha nulla da invidiare ai grandi nomi della Fantascienza statunitense, francese, inglese, tedesca. “Mater Maxima” è un romanzo scritto con humour, con fervida immaginazione e cosa che non guasta affatto è scritto in un ottimo italiano, poetico, energico, fantasioso. “Mater Maxima” è un intelligente esempio di fantascienza moderna nostrana che non rinnega le radici culturali italiane e che riesce ad inserire all’interno del costrutto narrativo molti concetti chiave dell’avanguardia d’oltreoceano. “Mater Maxima”, oltre ad essere un raro esempio di geniale fantasia made in Italy, è anche esempio di buona poesia in un contesto fantascientifico.

Altro autore italiano di notevole pregio stilistico e di contenuti è Diego Cugia di Sant’Orsola: da evidenziare che la sua carriera ha avuto inizio come autore di satira in varietà radiofonici come Mocambo Bar scritto a quattro mani con uno dei massimi cantautori italiani, Paolo Conte. In seguito, grazie a programmi come Torno Subito e Viva la Radio è riuscito ad imporsi presso un pubblico giovane. Tuttavia il grande consenso arriva con l’invenzione del radiofilm; il format del tradizionale radiodramma è radicalmente cambiato, trasformato da teatro da camera a cinema da ascoltare: grazie all’impiego di voci famose del doppiaggio, basti citare Sergio Graziani, Emanuela Rossi, Ilaria Stagni, e l’uso di effetti sonori presi a prestito dal repertorio del cinema americano, il radiofilm è diventato una realtà targata dal personalissimo stile di Cugia. Con i romanzi multimediali, “Il Mercante di Fiori”, “Domino” e “Alcatraz”, Diego Cugia si consacra come autore eclettico, un successo di critica come di pubblico. Pur non essendo uno scrittore di fantascienza a trecentosessanta gradi, Diego Cugia è forse la risposta italiana attualmente più innovativa per quella che potrebbe essere la necessaria evoluzione della fantascienza. I personaggi di Cugia sono sempre legati ad un’attualità ferale e cruda, spaventosamente contaminata da un pessimismo sociale/antropologico; ad esempio, Maria, la protagonista del “Mercante”, è vittima del racket internazionale della prostituzione; “Domino”, la piccola protagonista del romanzo omonimo, subisce attivamente/passivamente una sofisticata quanto imbrogliata violenza virtuale, poi la clonazione dell’anima. Jack Folla, DJ rinchiuso nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione, rappresenta un po’ l’espressione virtuale del nostro Ego collettivo, quello più ascoso e difficile da partorire. E’ “Jack Folla” a dare a Diego Cugia una notorietà notevole; se prima Cugia era ascoltato più per curiosità che per vero interesse, “Jack Folla” impone al pubblico l’uomo/artista come strumento multimediale di comunicazione. Ormai Cugia ha abbattuto il muro di gomma della comunicazione, proiettandosi in una dimensione espressiva dove il minimalismo così come la cultura alta sono entrambi strumenti validi per dar maggior voce alla propria voce. Tra le opere pubblicate: “Il Mercante di Fiori” (Rai-Eri,1997), “Domino” (Rai-Eri, 1998), “Jack Folla Alcatraz” (Mondadori, 2000). “No”, un romanzo crudo, ricco di commistioni fantascientifiche, quasi impossibile dire se trattasi di un thriller o di un romanzo di fantascienza; classificare, ingabbiare “NO” in una qualsiasi catalogazione di genere significherebbe decontestualizzarlo, renderlo sterile. “NO” è un romanzo, un atto di accusa contro l’odierna politica, che per molti versi accoglie una visione pasoliniana della civiltà, ma è anche un thriller e un romanzo di SF, forti sono difatti le influenze orwelliane, dickiane che lo stile di Diego Cugia sa ottimamente amalgamare in un corpus narrativo mai retorico e sempre originale. Diego Cugia non crede nella Provvidenza, nel suo tocco miracoloso: la Provvidenza manzoniana per Cugia non esiste se non come ‘caso’ e il caso non può migliorare il futuro di un sistema sociale se la società non si espone in veste volitiva come protagonista a gridare ‘no’ contro le ingiustizie, gli abusi, il lassismo ormai all’ordine del giorno e in Italia e nel mondo.

Tuttavia si possono trattare le ingiustizie sociali anche attraverso l’uso di un eroe negativo, crudele… un Inquisitore. Prima di parlare di Valerio Evangelisti, è bene fare una piccola digressione: la letteratura fantasy tradizionale ha quasi sempre proposto eroi positivi: il cliché è il buono contro il cattivo, tuttavia non sempre è stato così… James Branch Cabell, con “Don Manuel di Poictesme” e “Jurgen”, diede vita ad eroi che non si possono di certo definire degli stinchi di santi: in “Jurgen”, ad esempio, Cabell prende in esame molte figure della fantasia letteraria e storica; il risultato è un romanzo moderno, dove “Jurgen”, il protagonista, flirta con ogni donna che gli capita a tiro fino a diventare un eroe quasi negativo. Quando apparve per la prima volta in America nel 1919, il romanzo fu subito sequestrato a opera della Società per la Repressione del Vizio. Cabell venne accusato di aver scritto un romanzo pornografico; ma recentemente, Fernanda Pivano, ha detto di Cabell: “Non c’è dubbio che nella giostra degli autori sconcertanti Cabell occupa un posto notevole. Da Rabelais ai surrealisti non c’è letterato o mito letterario che non venga scomodato per spiegarlo…” “Jurgen”, all’inizio della sua avventura, era un personaggio pulito: tuttavia, entrando a contatto con la società, finisce con il soccombere ad essa ed infine ne incarna la dissolutezza con piacere. Ma prima di Cabell, Mary Shelley con il suo “Frankenstein” ha dato vita ad un eroe che la società indicò come negativo: all’inizio il ripugnante aspetto di Frankenstein racchiude un animo sensibile, tant’è che legge le “Vite” di Plutarco, “Il Paradiso Perduto” di Milton, il “Werther” di Goethe. Tuttavia la società vede in lui solo un mostro e Frankenstein finisce con il diventare sul serio un mostro. Comincia così a perpetrare delitti spinto dalla solitudine e infine scompare nelle tenebre. E cosa dire del mito di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda? Thomas Malory ha fornito sufficiente materiale a molti autori di fantasy: ad esempio, Terence Hanbury White è famoso per aver scritto “Re in Eterno”, un romanzo che partendo dall’iniziazione del giovane Artù arriva a delineare un Re ormai maturo, segnato dalla crudeltà della vita e della guerra, dal tradimento di Lancillotto che insidia Ginevra, moglie e Regina di Artù, insomma un Re che bene incarna la dicotomia del Bene e del Male: Artù vorrebbe perdonare Ginevra e Lancillotto ma non ne è capace e solo alla fine riesce a risolversi per il bene del suo paese, un paese che è ormai un teatro sanguinoso di guerra e confusione.  Il Re Artù di T. H. White rappresenta la dicotomia del Bene e del Male, quella che qualsiasi uomo mortale deve risolvere nella sua anima per poter eternarla nel Bene. J. R. Tolkien con “Il Signore degli Anelli” si spinge ancora oltre: in un mondo fantastico ma potenzialmente reale, il Male non si può estirpare e anche quando il valoroso Hobbit riesce a sconfiggere le potenze aliene, l’Hobbit ha dovuto sacrificare la sua innocenza ed è quindi costretto all’esilio volontario dalla sua Terra per non corrompere gli altri Hobbit… Ormai Bilbo Baggins, l’Hobbit, ha conosciuto il Male e per non portare questa consapevolezza tra gli animi degli altri Hobbit deve rinunciare ad essere fra i suoi simili: “…seduto accanto al fuoco, rifletto sul mondo che sarà, quando l’inverno un giorno giungerà, ma della bella primavera io non vedrò l’aspetto… mentre lì seduto aspetto sui tempi che fuggirono veloci, ascolto in ansia ed aspetto il ritorno di passi e di voci…” Quando uscì “Il Signore degli Anelli”, la critica accusò Tolkien di aver dato vita ad un mondo senza speranza dove il Male anche quando viene sconfitto continua ad esistere.

Valerio Evangelisti ha dato vita al ciclo di avventure incentrate sull’Inquisitore Eymerich: il personaggio creato da Evangelisti è un eroe della cristianità, della Chiesa? Eymerich incarna le debolezze umane, anche se una lettura superficiale potrebbe far pensare ad un eroe crudele che vive della sua crudeltà, o meglio della crudeltà che la Chiesa gli ha inculcato nel cuore. E’ invece un personaggio turbato e chi non lo avesse ancora capito, leggendo l’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti, “Il Castello di Eymerich”, non potrà non rendersene conto. “Il Castello di Eymerich” è l’ultimo di una lunga serie: Valerio Evangelisti, nato nel 1952, bolognese, nel 1994 vince il premio Urania con Nicolas Eymerich inquisitore, fanno seguito “Le catene di Eymerich” (1995), “Il corpo e il sangue di Eymerich” (1996), “Il mistero dell’inquisitore Eymerich” (1996), “Cherudeck” (1997) e “Picatrix, la scala per l’Inferno” (1998). I romanzi incentrati sulla figura di Eymerich, il crudele inquisitore, hanno riscosso notevole favore in Italia ma anche, e soprattutto, all’estero: tradotti in Francia, Spagna e Germania, nel 1998 hanno valso a Evangelisti il Grand Prix de l’Imaginaire e, nel 1999, il Prix Tour Eiffel, i più prestigiosi premi francesi dedicati alla fantascienza e alla letteratura fantastica. Nella postfazione all’ultima avventura dell’inquisitore, Valerio Evangelisti spiega che Eymerich “era nato attorno al 1320 e morto nel 1399. Una sua biografia (Emilio Grahit y Papell, El inquisidor Frai Nicolás Eymerich, Geroma, 1878) riporta anche il testo inciso sulla sua lapide funeraria: Hic jacet R. P. Fr. Nicolaus Eymerici, qui fuit predicator veridicus, inquisitor intrepidus & doctor egregius. Nam ultra XI sacra volumina compilavit, & etiam XL annis pro fide cattolica viriliter decertavit.”  Inutili o quasi i tentativi di Valerio Evangelisti per rintracciare la tomba dell’Inquisitore: “…Una scaletta pericolosa e sconnessa, che parte dalle adiacenze del chiostro, conduce a una porticina nascosta dai rampicanti, ermeticamente chiusa. Non esistono altre vie di ingresso: né sui lati della costruzione, né sulla sommità, gremita di turisti… Lascio Gerona un po’ a malincuore, ma con in mente l’immagine di una scale semisommersa, in cui ogni gradino è una pietra tombale. Laggiù, nel silenzio e sotto il pelo dell’acqua, è forse l’ultima vestigia della tomba di Eymerich. A ben vedere, non si poteva immaginare sepolcro più adeguato.”

Valerio Evangelisti trascina il lettore nella “sua storia” senza violentare l’intelligenza del lettore, molto più semplicemente lo avvince con la sua stregoneria letteraria, un merito questo non da poco!  E’ il caso di dire che con Valerio Evangelisti la SF italiana ha raggiunto vertici di pienezza artistica, una pienezza artistica che non disdegna la storia, le ambientazioni fantasy, un moderato ambiente cyberpunk spietatamente nostrano, e il risultato è fantascienza con la F maiuscola. Valerio Evangelisti, personaggio colto, è riuscito a coniugare alla perfezione i temi classici e sacri (e profani) della letteratura di genere con quelli della letteratura alta; i suoi romanzi non sono mai banali, ma sono acute analisi della società, della condizione umana e delle mille contraddizioni che questa racchiude nella sua millenaria storia. Non credo sia azzardato paragonare Valerio Evangelisti a Umberto Eco, anzi per certi versi Evangelisti è addirittura superiore a Eco, infatti i romanzi incentrati sull’inquisitore Eymerich hanno il pregio di divertire il lettore con perfetto rigore storico senza scadere in dissertazioni filosofiche accessibili solo a pochi eletti. Chi ha letto “Il nome della rosa” ancor oggi si interroga sul vero significato del libro; in America, ad esempio, il romanzo di Umberto Eco è stato accolto con grande entusiasmo ma allo stesso tempo, paradossalmente, è stato tacciato anche come ottimo esempio di cattiva letteratura. Indubbiamente Umberto Eco non merita l’ignominia di essere un cattivo scrittore, semmai è un ottimo scrittore, tuttavia l’ottusità americana non ha saputo comprendere le implicazioni filosofiche e sociali del romanzo e quindi ha evidenziato solo gli aspetti avventurosi del suo lavoro. Valerio Evangelisti a differenza di Umberto Eco è decisamente più accessibile sia stilisticamente sia per i contenuti: questo non significa che Evangelisti scrive con leggerezza, piuttosto ha il grande dono di saper scrivere con chiarezza essenziale e rendere accessibile anche quella parte dello scibile umano più ascoso a tutti (o quasi). Il futuro della fantascienza italiana ha subito un grande stravolgimento in positivo grazie ad Evangelisti: il suo coraggio nel proporre al pubblico italiano un personaggio come la figura dell’inquisitore che noi tutti conosciamo, un personaggio contraddittorio, profondamente umano e crudele ma anche teneramente confuso, è stato ricompensato e la fama di Evangelisti cresce giorno dopo giorno. Sono dell’opinione che Valerio Evangelisti insieme a Diego Cugia siano i due principali portavoce della rivoluzione della SF: se la fantascienza classica non riesce più a provocare emozioni, quella di Evangelisti e di Cugia è la strada nuova per investigare l’uomo e l’intorno che lo circonda, quindi tutta la geografia umana. Oggi non è più possibile inventare invenzioni, descrivere un mondo tecnologico futuro perché questo già appartiene al tempo presente, quindi la fantascienza moderna dovrà investigare l’animo umano dell’uomo del futuro. Il progresso tecnologico nel XX secolo è stato grande, sicuramente maggiore del progresso sociale: il XX secolo è stato un Medioevo che ci siamo appena lasciato alle spalle, quindi la rivoluzione non potrà che partire dall’uomo. Compito della SF moderna sarà quello di descrivere l’uomo del futuro e non le macchine che l’uomo del futuro sarà in grado di realizzare. 

Vorrei chiudere questo capitolo facendo riferimento a “Le fantasie della scienza” pubblicato dalla rivista Libri Nuovi che raccoglie gli atti del convegno che si è tenuto a Torino nel giugno 2000. Tra gli autori Danilo Arona, Vittorio Catani, Luigi Cerruti, Anna Feruglio Dal Dan, Piero Galeotti, Melania Gatto, Luca Masali, Silvia Treves e Nicoletta Vallorari. “Le fantasie della scienza” in ogni atto affronta un tema specifico: “Scienza e fantascienza, una questione di confini” di Melania Gatto, “Apparenza e realtà della comunicazione scientifica” di Luigi Cerruti, Ucronia, “Il presente che non è” di Luca Masali, “La fantascienza in Italia tra scienza e cultura umanistica” di Vittorio Catani, “Fondamenti scientifici della fantascienza” di Piero Galeotti, “Impatto sul pubblico dei generi contaminati” di Danilo Arona, “Fantascienza impura: linguaggi e temi meticci nell'immaginario di domani” di Nicoletta Vallorani, “Il mondo al di là delle colline. Fantascienza e diritti umani: convergenze possibili?”, di Anna Feruglio Dal Dan. La fantascienza sta attraversando un momento di crisi; la SF oggi è una commistione di stili, soprattutto le nuove leve si provano in contaminazioni non sempre riuscite. Gli atti raccolti nelle Fantasie della Scienza affrontano questo spinoso problema sotto ogni possibile prospettiva: la fantascienza è incapace di essere fantascienza? Perché? Sembra quasi impossibile, ma oggi scrivere SF significa quasi descrivere il presente piuttosto che ipotizzare il futuro: la scienza ha ormai una divulgazione tanto massiccia che è impossibile starle dietro. Le pubblicazioni scientifiche si ammonticchiano, notizie frammentarie vengono distribuite attraverso i canali di informazione: oggi, tutti, o quasi, si possono dire scienziati in provetta. I mass media hanno dato alla scienza un posto in prima pagina: tutti si improvvisano scienziati, tutti sono onniscienti e anche gli scrittori di SF moderni, spesse volte, si impelagano in spinose questioni di scienza abborracciando vaghe speculazioni, che sortiscono come solo effetto quello di detrarre onestà e alla scienza e alla fantascienza. La fantascienza può ancora essere veicolo di poesia e scienza? O piuttosto deve scegliere se trattar solo poesia o scienza? Per esempio è meglio la fantascienza classica, quella dei marziani verdi o quella A. C. Clarke o J. Ballard? O quella profetica di P. K. Dick? Ma è ancora possibile essere profeti del futuro in un mondo ipertecnologico…?

 

  1. DALLA FANTARELIGIONE ALLA POLITICA NELLA SF E UN ACCENNO SULL’AVANTPOP

  2. DALLA SF ALL’AVANTPOP, UN PASSO AZZARDATO!

  3. LA SF COME OPERA CINEMATOGRAFICA

  4. GLI SCRITTORI ITALIANI E LA CRISI DELLA SF: UNA QUESTIONE DI STILE, FORSE!

  5. E CHI NON CREDE AGLI EXTRATERRESTRI?

  6. INTERVENTI SULLA CRISI DELLA SF

  7. QUANDO LA SF E’ ARTE NELLE PAROLE DI ALCUNI TRA I PIU’ GRANDI SCRITTORI E STUDIOSI DI FANTASCIENZA

  8. MANIFESTO (VIRTUALE) PER UNA FANTASCIENZA MODERNA


 CONCLUSIONE:

 Gli scrittori di fantascienza non sono “figli di nessuno”… e possiamo dimostrarlo con i fatti.