Giuseppe
Iannozzi
PREMESSA
Gli scrittori di fantascienza sono “figli di nessuno” ed è questo il motivo precipuo per cui la SF è in crisi… da sempre! Ecco perché…
4
GLI SCRITTORI ITALIANI E LA CRISI DELLA SF:
UNA QUESTIONE DI STILE, FORSE!

La
fantascienza italiana, purtroppo, per troppo tempo ha fatto riferimento ai
canoni artistici, culturali americani e come tutto risultato molte opere che
potevano essere originali hanno subito un naturale quanto ovvio deprezzamento
artistico. La letteratura americana ha profondamente inciso la cultura italiana
e spesse volte gli stilemi made in USA si sono sostituiti a quelli spontanei e
naturali della cultura italiana. Guardare alle avanguardie d’oltreoceano non
è cosa sbagliata; sarebbe invece assurdo trincerarsi in un nazionalismo
culturale, infatti l’adottare un qualsiasi nazionalismo significherebbe
precludere all’arte i suoi naturali sbocchi di comunicazione e di confronto
con la vera cultura scevra di (e da) pregiudizi. Tuttavia non poche volte
l’atteggiamento degli scrittori italiani è stato quello di abbandonare ab
imis ogni rapporto con le proprie radici culturali per scrivere letteratura
puramente emulativa; l’errore grossolano è stato quello di non coniugare e
mischiare sapientemente l’avanguardia d’oltreoceano con le radici
filologiche e culturali italiane. Gli artisti italiani si sono fatti cattivi
epigoni degli artisti americani producendo così prodotti letterari adatti al
tempo d’una stagione (o moda), prodotti che inevitabilmente sono stati subito
dimenticati una volta passata la moda del momento storico/culturale. Importante
è mantenere l’equilibrio tra innovazione d’oltreoceano e radici culturali:
solo così è possibile ottenere risultati originali pienamente artistici.
L’uso
della lingua italiana è sicuramente diverso da quello di un secolo fa: citando
Nicola Zingarelli credo di fare il punto su questo problema: "... Il fatto
è che il patrimonio della lingua è rifuso e identificato col patrimonio della
cultura e con la vita nazionale e sociale. La lingua è opera di civiltà, e non
di natura, come per lungo tempo si è creduto. Essa, se prende nome dal
mobilissimo organo della cavità orale, un organo spirituale congenito dotato di
sua propria vita e funzione, e che perciò nel popolino e nelle campagne serbi
la sua schiettezza e verginità; essa anzi si oscura e si confonde e si
immiserisce con l'ignoranza e la rozzezza delle menti, come è facile vedere a
chi la studi nelle sue origini e nelle svariatissime sorti; si dilata, fiorisce,
verdeggia, acquista metallo robusto e ampiamente sonoro con l'elevazione della
mente e dei bisogni e la attivissima vita sociale; si rinnova e arricchisce gli
uomini singolari di ingegno superiore. La scienza del linguaggio è riuscita a
disciplinare i fenomeni molteplici, a mettere ordine e leggi; ma ne risulta
tanto più evidente libertà di particolari svolgimenti e procedimenti, nei
quali deve sempre transigere così la rigida legge fonetica e morfologica come
la tradizionale grammatica. [...] parole nuove sono sorte e anche tramontate;
molte altre non si usano più. La guerra ha avuto il suo particolare
vocabolario; poi è venuto il vocabolario del dopo guerra. Veramente il
vocabolario altro non è se non una di quelle forme con cui l'uomo tende sempre
a mettere ordine e legge e carattere di immanenza ed eternità al vortice della
sua vita, ed a volgere in proprietà comune quello che è genio e anima e
sentimento di singoli uomini." La lingua italiana è soggetta giorno dopo
giorno ad introdurre nel suo vocabolario neologismi, modi di dire, parole
straniere, slang italiano e straniero, termini tecnici e scientifici, parole di
fantasia, parole nate nelle parlate di strada, ecc. Oggi, ad esempio, il
pronome, gli, ha valore maschile come femminile: sia parlando in strada, sia
scrivendo non si fa più distinzione fra maschile e femminile; tuttavia siamo
ancora ad un livello di avanguardia, poiché solo gli scrittori del panorama
underground usano simili accorgimenti stilistici, accorgimenti stilistici che
fanno strabuzzare gli occhi a tanti e tanti pedanti critici. E la critica
stupidamente nazionalista continua a negare che il vocabolario italiano deve
essere aggiornato introducendo parole straniere, slang, neologismi, ecc.
Purtroppo la chiusura mentale di molti ha ridotto la lingua italiana ad uno
strumento bassamente commerciale, uno strumento incapace di esprimere tutte le
sfumature della cultura italiana e straniera. La rigidità linguistica ha
sicuramente influito negativamente sulla fantascienza che ha bisogno di
fantasia, quindi di piena libertà espressiva: Ursula LeGuin scrivendo
fantascienza, fantasy, ha cercato (forse invano) di sottrarsi alla rigidità
scolastica-accademica della critica. Oggi che è artista affermata non meno
grande di Philip K. Dick riesce ad esprimere con ricchezza di linguaggio una
fantascienza politica e sociale estremamente coerente e viva, ma gli inizi non
furono certo felici. Dick, prima di darsi anima e corpo alla fantascienza,
produsse molti romanzi mainstream ma tutti furono rigettati dagli editori; oggi,
fortunatamente, Dick sta acquistando una fama postuma anche come scrittore non
di genere. Con coerenza ed impegno l’editrice Fanucci sta proponendo al
pubblico italiano quelle opere dickiane che negli anni Cinquanta in America non
trovarono alcuna simpatia. Anche in America, grazie all’esplosione dell’AvantPop,
il Dick scrittore non di genere è al centro di una grande rivalutazione:
peccato che la fama gli sia postuma.
L’AvantPop
ha portato una ventata di novità stilistica abbattendo la rigidità dei
costrutti narrativi e stilistici, anche se è da evidenziare che sta osando un
po’ troppo invadendo un po’ tutti i generi letterari, in primis il genere
fantascientifico. Le innovazioni letterarie sembrano provenire tutte
dall’America, eppure l’America ha due volti e uno è quello di una sicura
quanto superba ristrettezza artistica e letteraria; Stephen King nel corso della
sua carriera ha creato opere immortali ma anche emerite schifezze. Nel suo
saggio biografico “On Writing” il re dell’orrore rivela di essere
assolutamente contrario all’uso degli avverbi anche quando necessari. Le sue
ultime fatiche dimostrano una stanchezza stilistica e di contenuto non da poco,
penso che questa sia una verità ovvia nota un po’ a tutti.
Ritornando
sul suolo italiano, anche i dialetti sono al centro di una forte rivalutazione;
tuttavia le innovazioni linguistiche sono sempre guardate con sospetto, lo
stesso che viene usato contro la riscoperta dei dialetti e un uso artistico e
non tradizionale dell’italiano. La lingua italiana oggi è usata al minimo
delle sue potenzialità espressive: si ha disposizione un’orchestra e si usa
sempre e solo lo stesso strumento per tentar di dar vita ad un concerto. La
fantascienza ha bisogno di un linguaggio vivo in continuo movimento, un
linguaggio a passo coi tempi: sin tanto che ci si ostinerà ad usare le solite
mille abusate parole per scrivere, la SF rimarrà vittima di se stessa o
rischierà di essere digerita dall’AvantPop, e quando l’AvantPop passerà
come tutte le mode, allora anche la fantascienza morirà. Questo è un pericolo
reale da tenere in debita considerazione: la fantascienza deve fare un salto di
qualità, diventare letteratura a trecentosessanta gradi e strapparsi di dosso
la ridicola etichetta di letteratura popolare appiccicatagli addosso dalla
critica.
Sarebbe
ridicolo in questa sede stilare una sequela di opere mancate per mancanza di
stile o originalità, opere che quasi più nessuno ricorda, quindi guarderò
soltanto agli ultimi anni della produzione letteraria italiana fantascientifica.
Con l’esplosione del cyberpunk in America anche gli italiani si sono provati
con questo genere e in alcuni casi hanno raggiunto risultati discreti, anche se
ad onor del vero, ora che in America il cyberpunk è agonizzante, in Italia gli
scrittori stanno producendo i loro migliori esempi di letteratura dedicata al
filone cyberpunk.
Ottimi esempi di letteratura nostrana sono contenuti in
antologie come “I mondi di Delos 1 e 2”, “Sangue sintetico” a cura di
Roberto Sturm, ma anche in opere singole come “Retrofuturo” di Vittorio
Curtoni. Impossibile poi elencare tutti i bellissimi racconti presenti sulle
webzine italiane e l’impresa si farebbe ancora più ardua nel tentare di
rintracciare tutti i romanzi di fantascienza italiana usciti presso piccole case
editrici e difficilmente reperibili. Purtroppo è difficile reperire i testi di
autori di fantascienza emergenti presso le librerie: la cattiva e frammentaria
distribuzione è un fattore che sicuramente incide negativamente sulla
fantascienza. Per contro, e per nostra fortuna, in rete è molto più facile
trovare testi della nuova cultura fantascientifica.
Se
oggi molti autori italiani creano ottima SF, purtroppo non mancano esempi di
cattiva fantascienza che guardano con accanimento all’America e alla completa
emulazione dei suoi stilemi culturali; il romanzo “Il sicario” di Laura
Iuorio, vincitore della prima edizione del Premio Solaria, è purtroppo un
esempio di come non si dovrebbe scrivere fantascienza: […] Forse Il sicario non avrebbe mai visto la luce se nel 1997 non
avessi vinto il secondo premio al Concorso di Letteratura Fantastica Cristalli
Sognanti con un racconto scritto ben cinque anni prima. Fu proprio
quell'insperato successo a spingermi a tornare alla fantascienza, genere che
amavo ma per il quale fino ad allora non avevo visto opportunità. Il sicario è
nato infatti come racconto il 15 marzo del 1997, quando cominciai a scrivere
"Giustizia Esemplare". […] Originariamente, Sol Maio era un
terrestre in viaggio d'affari su un pianeta chiamato Venara 5, caratterizzato
dal fatto di avere una zona sempre in ombra e un'altra sempre illuminata. Oriane
era appunto un'esotica abitatrice della notte. […]Troppo Star Trek? Che cosa
significava? E poi, anche se fosse stato cosí, che male c'era in Star Trek? Mi
spiegò che non aveva capito la scelta di ambientare la storia in un mondo
alieno, quando sarebbe stata molto piú credibile e coinvolgente se si fosse
svolta sulla Terra. […] Alla fine decisi di scrivere una seconda versione
della storia… […] La Terra del futuro prese il posto di Venara 5, il mondo
di superficie e quello sotterraneo si sostituirono alle due zone, Oriane rimase
un'esotica creatura della notte, Lenora Kelley l'addetta di una sede
diplomatica. Mi accorsi, nel momento stesso in cui mi misi all'opera, che il
fatto di trasportare la storia sul nostro pianeta mi apriva enormi possibilità.
[…] Io … in quel periodo seguivo con passione X-Files. Il mio malinconico e
ironico killer aveva avuto fin dall'inizio il volto di David Duchovny.
[…] Non ricordo se sia venuto prima il personaggio o
l'"interprete" nel caso di Sol Maio, ma quello che è certo è che si
fondevano perfettamente nella mia mente. Scrissi la parola "fine" al
Sicario nel marzo del '98 (parallelamente, avevo sfornato un romanzo e diversi
altri racconti (dalla postfazione a Il sicario di Laura Iuorio). “ Il
sicario”, opera prima di Laura Iuorio, soffre di una certa ingenuità
di fondo: alcune situazioni sono scontate, i personaggi sono caratterizzati
basandosi essenzialmente sulla cultura televisiva, ma potrebbe sorgere il
sospetto che la giovane scrittrice abbia voluto citare fra le righe del suo
romanzo la cultura televisiva di Star Trek e degli X-Files con piena
consapevolezza. Il dubbio è d’obbligo, anche se è assai difficile credere
nel dubbio in un simile caso. Di tutt’altro spessore artistico-poetico è il
lavoro di Donato Altomare, vincitore dell’ultima edizione del premio Urania.
Solitamente si è abbastanza scettici nei confronti della SF made in Italy;
tuttavia, in questo caso, lo scetticismo non serve, perché Donato Altomare ha
scritto un romanzo che non ha nulla da invidiare ai grandi nomi della
Fantascienza statunitense, francese, inglese, tedesca. “Mater Maxima” è un
romanzo scritto con humour, con fervida immaginazione e cosa che non guasta
affatto è scritto in un ottimo italiano, poetico, energico, fantasioso.
“Mater Maxima” è un intelligente esempio di fantascienza moderna nostrana
che non rinnega le radici culturali italiane e che riesce ad inserire
all’interno del costrutto narrativo molti concetti chiave dell’avanguardia
d’oltreoceano. “Mater Maxima”, oltre ad essere un raro esempio di geniale
fantasia made in Italy, è anche esempio di buona poesia in un contesto
fantascientifico.
Altro
autore italiano di notevole pregio stilistico e di contenuti è Diego Cugia di
Sant’Orsola: da evidenziare che la sua carriera ha avuto inizio come autore di
satira in varietà radiofonici come Mocambo Bar scritto a quattro mani con uno
dei massimi cantautori italiani, Paolo Conte. In seguito, grazie a programmi
come Torno Subito e Viva la Radio è riuscito ad imporsi presso un pubblico
giovane. Tuttavia il grande consenso arriva con l’invenzione del radiofilm; il
format del tradizionale radiodramma è radicalmente cambiato, trasformato da
teatro da camera a cinema da ascoltare: grazie all’impiego di voci famose del
doppiaggio, basti citare Sergio Graziani, Emanuela Rossi, Ilaria Stagni, e
l’uso di effetti sonori presi a prestito dal repertorio del cinema americano,
il radiofilm è diventato una realtà targata dal personalissimo stile di Cugia.
Con i romanzi multimediali, “Il Mercante di Fiori”, “Domino” e “Alcatraz”,
Diego Cugia si consacra come autore eclettico, un successo di critica come di
pubblico. Pur non essendo uno scrittore di fantascienza a trecentosessanta
gradi, Diego Cugia è forse la risposta italiana attualmente più innovativa per
quella che potrebbe essere la necessaria evoluzione della fantascienza. I
personaggi di Cugia sono sempre legati ad un’attualità ferale e cruda,
spaventosamente contaminata da un pessimismo sociale/antropologico; ad esempio,
Maria, la protagonista del “Mercante”, è vittima del racket internazionale
della prostituzione; “Domino”, la piccola protagonista del romanzo omonimo,
subisce attivamente/passivamente una sofisticata quanto imbrogliata violenza
virtuale, poi la clonazione dell’anima. Jack Folla, DJ rinchiuso nel braccio
della morte in attesa dell’esecuzione, rappresenta un po’ l’espressione
virtuale del nostro Ego collettivo, quello più ascoso e difficile da partorire.
E’ “Jack Folla” a dare a Diego Cugia una notorietà notevole; se prima
Cugia era ascoltato più per curiosità che per vero interesse, “Jack Folla”
impone al pubblico l’uomo/artista come strumento multimediale di
comunicazione. Ormai Cugia ha abbattuto il muro
di gomma della comunicazione, proiettandosi in una dimensione espressiva
dove il minimalismo così come la cultura alta sono entrambi strumenti validi
per dar maggior voce alla propria voce. Tra le opere pubblicate: “Il Mercante
di Fiori” (Rai-Eri,1997), “Domino” (Rai-Eri, 1998), “Jack Folla Alcatraz”
(Mondadori, 2000). “No”, un romanzo crudo, ricco di commistioni
fantascientifiche, quasi impossibile dire se trattasi di un thriller o di un
romanzo di fantascienza; classificare, ingabbiare “NO” in una qualsiasi
catalogazione di genere significherebbe decontestualizzarlo, renderlo sterile.
“NO” è un romanzo, un atto di accusa contro l’odierna politica, che per
molti versi accoglie una visione pasoliniana della civiltà, ma è anche un
thriller e un romanzo di SF, forti sono difatti le influenze orwelliane,
dickiane che lo stile di Diego Cugia sa ottimamente amalgamare in un corpus
narrativo mai retorico e sempre originale. Diego Cugia non crede nella
Provvidenza, nel suo tocco miracoloso: la Provvidenza manzoniana per Cugia non
esiste se non come ‘caso’ e il caso non può migliorare il futuro di un
sistema sociale se la società non si espone in veste volitiva come protagonista
a gridare ‘no’ contro le ingiustizie, gli abusi, il lassismo ormai
all’ordine del giorno e in Italia e nel mondo.
Tuttavia
si possono trattare le ingiustizie sociali anche attraverso l’uso di un eroe
negativo, crudele… un Inquisitore. Prima di parlare di Valerio Evangelisti, è
bene fare una piccola digressione: la letteratura fantasy tradizionale ha quasi
sempre proposto eroi positivi: il cliché è il
buono contro il cattivo, tuttavia non sempre è stato così… James Branch
Cabell, con “Don Manuel di Poictesme”
e “Jurgen”, diede vita ad
eroi che non si possono di certo definire degli stinchi di santi: in “Jurgen”,
ad esempio, Cabell prende in esame molte figure della fantasia letteraria e
storica; il risultato è un romanzo moderno, dove “Jurgen”,
il protagonista, flirta con ogni donna che gli capita a tiro fino a diventare un
eroe quasi negativo. Quando apparve per la prima volta in America nel 1919, il
romanzo fu subito sequestrato a opera della Società per la Repressione del
Vizio. Cabell venne accusato di aver scritto un romanzo pornografico; ma
recentemente, Fernanda Pivano, ha detto di Cabell: “Non c’è dubbio che
nella giostra degli autori sconcertanti Cabell occupa un posto notevole. Da
Rabelais ai surrealisti non c’è letterato o mito letterario che non venga
scomodato per spiegarlo…” “Jurgen”,
all’inizio della sua avventura, era un personaggio pulito: tuttavia, entrando a contatto con la società, finisce con
il soccombere ad essa ed infine ne incarna la dissolutezza con
piacere. Ma prima di Cabell, Mary Shelley con il suo “Frankenstein”
ha dato vita ad un eroe che la società indicò come negativo: all’inizio il
ripugnante aspetto di Frankenstein racchiude un animo sensibile, tant’è che
legge le “Vite” di Plutarco, “Il Paradiso Perduto” di Milton, il
“Werther” di Goethe. Tuttavia la società vede in lui solo un mostro e
Frankenstein finisce con il diventare sul serio un mostro. Comincia così a
perpetrare delitti spinto dalla solitudine e infine scompare nelle tenebre. E
cosa dire del mito di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda? Thomas
Malory ha fornito sufficiente materiale a molti autori di fantasy: ad esempio,
Terence Hanbury White è famoso per aver scritto “Re
in Eterno”, un romanzo che partendo dall’iniziazione del giovane Artù
arriva a delineare un Re ormai maturo, segnato dalla crudeltà della vita e
della guerra, dal tradimento di Lancillotto che insidia Ginevra, moglie e Regina
di Artù, insomma un Re che bene incarna la dicotomia del Bene e del Male: Artù
vorrebbe perdonare Ginevra e Lancillotto ma non ne è capace e solo alla fine
riesce a risolversi per il bene del suo paese, un paese che è ormai un teatro
sanguinoso di guerra e confusione. Il
Re Artù di T. H. White rappresenta la dicotomia del Bene e del Male, quella che
qualsiasi uomo mortale deve risolvere nella sua anima per poter eternarla nel
Bene. J. R. Tolkien con “Il Signore
degli Anelli” si spinge ancora oltre: in un mondo fantastico ma
potenzialmente reale, il Male non si può estirpare e anche quando il valoroso
Hobbit riesce a sconfiggere le potenze aliene, l’Hobbit ha dovuto sacrificare
la sua innocenza ed è quindi costretto all’esilio volontario dalla sua Terra
per non corrompere gli altri Hobbit… Ormai Bilbo Baggins, l’Hobbit, ha
conosciuto il Male e per non portare questa consapevolezza tra gli animi degli
altri Hobbit deve rinunciare ad essere fra
i suoi simili: “…seduto accanto al fuoco, rifletto sul mondo che sarà,
quando l’inverno un giorno giungerà, ma della bella primavera io non vedrò
l’aspetto… mentre lì seduto aspetto sui tempi che fuggirono veloci, ascolto
in ansia ed aspetto il ritorno di passi e di voci…” Quando uscì “Il
Signore degli Anelli”, la critica accusò Tolkien di aver dato vita ad un mondo
senza speranza dove il Male anche quando viene sconfitto continua ad esistere.
Valerio
Evangelisti ha dato vita al ciclo di avventure incentrate sull’Inquisitore
Eymerich: il personaggio creato da Evangelisti è un eroe della cristianità,
della Chiesa? Eymerich incarna le debolezze umane, anche se una lettura
superficiale potrebbe far pensare ad un eroe crudele che vive della sua crudeltà,
o meglio della crudeltà che la Chiesa gli ha inculcato nel cuore. E’ invece
un personaggio turbato e chi non lo avesse ancora capito, leggendo l’ultimo
romanzo di Valerio Evangelisti, “Il
Castello di Eymerich”, non potrà non rendersene conto. “Il
Castello di Eymerich” è l’ultimo di una lunga serie: Valerio
Evangelisti, nato nel 1952, bolognese, nel 1994 vince il premio Urania con Nicolas
Eymerich inquisitore, fanno seguito “Le
catene di Eymerich” (1995), “Il corpo e il sangue di Eymerich” (1996),
“Il mistero dell’inquisitore Eymerich” (1996), “Cherudeck” (1997) e
“Picatrix, la scala per l’Inferno” (1998). I romanzi incentrati
sulla figura di Eymerich, il crudele inquisitore, hanno riscosso notevole favore
in Italia ma anche, e soprattutto, all’estero: tradotti in Francia, Spagna e
Germania, nel 1998 hanno valso a Evangelisti il Grand Prix de l’Imaginaire e,
nel 1999, il Prix Tour Eiffel, i più prestigiosi premi francesi dedicati alla
fantascienza e alla letteratura fantastica. Nella postfazione all’ultima
avventura dell’inquisitore, Valerio Evangelisti spiega che Eymerich “era
nato attorno al 1320 e morto nel 1399. Una sua biografia (Emilio Grahit y Papell,
El inquisidor Frai Nicolás Eymerich, Geroma, 1878) riporta anche il testo
inciso sulla sua lapide funeraria: Hic
jacet R. P. Fr. Nicolaus Eymerici, qui fuit predicator veridicus, inquisitor
intrepidus & doctor egregius. Nam ultra XI sacra volumina compilavit, &
etiam XL annis pro fide cattolica viriliter decertavit.” Inutili o quasi i tentativi di Valerio Evangelisti per
rintracciare la tomba dell’Inquisitore: “…Una scaletta pericolosa e
sconnessa, che parte dalle adiacenze del chiostro, conduce a una porticina
nascosta dai rampicanti, ermeticamente chiusa. Non esistono altre vie di
ingresso: né sui lati della costruzione, né sulla sommità, gremita di
turisti… Lascio Gerona un po’ a malincuore, ma con in mente l’immagine di
una scale semisommersa, in cui ogni gradino è una pietra tombale. Laggiù, nel
silenzio e sotto il pelo dell’acqua, è forse l’ultima vestigia della tomba
di Eymerich. A ben vedere, non si poteva immaginare sepolcro più adeguato.”
Valerio
Evangelisti trascina il lettore nella “sua storia” senza violentare
l’intelligenza del lettore, molto più semplicemente lo avvince con la sua stregoneria
letteraria, un merito questo non da poco! E’ il caso di dire che con Valerio Evangelisti la SF
italiana ha raggiunto vertici di pienezza artistica, una pienezza artistica che
non disdegna la storia, le ambientazioni fantasy, un moderato ambiente cyberpunk
spietatamente nostrano, e il risultato è fantascienza con la F maiuscola.
Valerio Evangelisti, personaggio colto, è riuscito a coniugare alla perfezione
i temi classici e sacri (e profani) della letteratura di genere con quelli della
letteratura alta; i suoi romanzi non sono mai banali, ma sono acute analisi
della società, della condizione umana e delle mille contraddizioni che questa
racchiude nella sua millenaria storia. Non credo sia azzardato paragonare
Valerio Evangelisti a Umberto Eco, anzi per certi versi Evangelisti è
addirittura superiore a Eco, infatti i romanzi incentrati sull’inquisitore
Eymerich hanno il pregio di divertire il lettore con perfetto rigore storico
senza scadere in dissertazioni filosofiche accessibili solo a pochi eletti. Chi
ha letto “Il nome della rosa” ancor oggi si interroga sul vero significato
del libro; in America, ad esempio, il romanzo di Umberto Eco è stato accolto
con grande entusiasmo ma allo stesso tempo, paradossalmente, è stato tacciato
anche come ottimo esempio di cattiva letteratura. Indubbiamente Umberto Eco non
merita l’ignominia di essere un cattivo scrittore, semmai è un ottimo
scrittore, tuttavia l’ottusità americana non ha saputo comprendere le
implicazioni filosofiche e sociali del romanzo e quindi ha evidenziato solo gli
aspetti avventurosi del suo lavoro. Valerio Evangelisti a differenza di Umberto
Eco è decisamente più accessibile sia stilisticamente sia per i contenuti:
questo non significa che Evangelisti scrive con leggerezza, piuttosto ha il
grande dono di saper scrivere con chiarezza essenziale e rendere accessibile
anche quella parte dello scibile umano più ascoso a tutti (o quasi). Il futuro
della fantascienza italiana ha subito un grande stravolgimento in positivo
grazie ad Evangelisti: il suo coraggio nel proporre al pubblico italiano un
personaggio come la figura dell’inquisitore che noi tutti conosciamo, un
personaggio contraddittorio, profondamente umano e crudele ma anche teneramente
confuso, è stato ricompensato e la fama di Evangelisti cresce giorno dopo
giorno. Sono dell’opinione che Valerio Evangelisti insieme a Diego Cugia siano
i due principali portavoce della rivoluzione della SF: se la fantascienza
classica non riesce più a provocare emozioni, quella di Evangelisti e di Cugia
è la strada nuova per investigare l’uomo e l’intorno che lo circonda,
quindi tutta la geografia umana. Oggi non è più possibile inventare
invenzioni, descrivere un mondo tecnologico futuro perché questo già
appartiene al tempo presente, quindi la fantascienza moderna dovrà investigare
l’animo umano dell’uomo del futuro. Il progresso tecnologico nel XX secolo
è stato grande, sicuramente maggiore del progresso sociale: il XX secolo è
stato un Medioevo che ci siamo appena lasciato alle spalle, quindi la
rivoluzione non potrà che partire dall’uomo. Compito della SF moderna sarà
quello di descrivere l’uomo del futuro e non le macchine che l’uomo del
futuro sarà in grado di realizzare.
Vorrei chiudere questo capitolo facendo riferimento a “Le fantasie della scienza” pubblicato dalla rivista Libri Nuovi che raccoglie gli atti del convegno che si è tenuto a Torino nel giugno 2000. Tra gli autori Danilo Arona, Vittorio Catani, Luigi Cerruti, Anna Feruglio Dal Dan, Piero Galeotti, Melania Gatto, Luca Masali, Silvia Treves e Nicoletta Vallorari. “Le fantasie della scienza” in ogni atto affronta un tema specifico: “Scienza e fantascienza, una questione di confini” di Melania Gatto, “Apparenza e realtà della comunicazione scientifica” di Luigi Cerruti, Ucronia, “Il presente che non è” di Luca Masali, “La fantascienza in Italia tra scienza e cultura umanistica” di Vittorio Catani, “Fondamenti scientifici della fantascienza” di Piero Galeotti, “Impatto sul pubblico dei generi contaminati” di Danilo Arona, “Fantascienza impura: linguaggi e temi meticci nell'immaginario di domani” di Nicoletta Vallorani, “Il mondo al di là delle colline. Fantascienza e diritti umani: convergenze possibili?”, di Anna Feruglio Dal Dan. La fantascienza sta attraversando un momento di crisi; la SF oggi è una commistione di stili, soprattutto le nuove leve si provano in contaminazioni non sempre riuscite. Gli atti raccolti nelle Fantasie della Scienza affrontano questo spinoso problema sotto ogni possibile prospettiva: la fantascienza è incapace di essere fantascienza? Perché? Sembra quasi impossibile, ma oggi scrivere SF significa quasi descrivere il presente piuttosto che ipotizzare il futuro: la scienza ha ormai una divulgazione tanto massiccia che è impossibile starle dietro. Le pubblicazioni scientifiche si ammonticchiano, notizie frammentarie vengono distribuite attraverso i canali di informazione: oggi, tutti, o quasi, si possono dire scienziati in provetta. I mass media hanno dato alla scienza un posto in prima pagina: tutti si improvvisano scienziati, tutti sono onniscienti e anche gli scrittori di SF moderni, spesse volte, si impelagano in spinose questioni di scienza abborracciando vaghe speculazioni, che sortiscono come solo effetto quello di detrarre onestà e alla scienza e alla fantascienza. La fantascienza può ancora essere veicolo di poesia e scienza? O piuttosto deve scegliere se trattar solo poesia o scienza? Per esempio è meglio la fantascienza classica, quella dei marziani verdi o quella A. C. Clarke o J. Ballard? O quella profetica di P. K. Dick? Ma è ancora possibile essere profeti del futuro in un mondo ipertecnologico…?
DALLA FANTARELIGIONE ALLA POLITICA NELLA SF E UN ACCENNO SULL’AVANTPOP
GLI SCRITTORI ITALIANI E LA CRISI DELLA SF: UNA QUESTIONE DI STILE, FORSE!
QUANDO LA SF E’ ARTE NELLE PAROLE DI ALCUNI TRA I PIU’ GRANDI SCRITTORI E STUDIOSI DI FANTASCIENZA
Gli scrittori di fantascienza non sono “figli di nessuno”… e possiamo dimostrarlo con i fatti.