La cupola


Vittorio Baccelli



Corre oggi la festa dell’antico dio Eros, in tutto l’Impero si celebra alla grande il nome di questa remota divinità del pianeta originario: è però una ricorrenza che per scelta più non m’interessa.

Ho lasciato alle spalle da decenni le avventure amorose, poi pure quelle di sesso m’hanno mortalmente annoiato.

Sarà forse un effetto secondario del prolungamento della giovinezza?

Forse sì ne è la conseguenza, o più semplicemente ho amato così tante volte che la cosa in sé ha perso ogni attrazione. O ancora più terra terra: ho fatto tante mai di quelle scopate, con donne sempre diverse (ma sempre uguali), che ne ho la nausea.

Oggi dunque è la celebrazione del vecchio dio, è la festa dell’amore e tutti sono felici e s’inviano regali e messaggi.

Per evitare ogni rottura di palle mi sono alzato all’alba e teletrasportato su un lontano pianeta che conosco benissimo perché coi miei amici questo era, tanto, tanto tempo fa, uno dei nostri punti d’incontro e di svago.

Sto passeggiando lungo i bastioni di una antica rocca fortificata, abbandonata da tempi immemorabili, ma per me foriera di graditi ricordi.

Ammiro lo scorrere lento delle nubi, mi sdraio su una panchina di pietra e sono piacevolmente riscaldato da un sole che rilascia vaghi riflessi arancione.

Ad un tratto vedo apparire tre e-mail volanti in fila indiana che come lucciole si dirigono verso di me: maledette bastarde, sono riuscite a seguirmi fin qui!

- Oggi sono disconnesso del tutto, neppure la piastra neurale è attivata, non voglio contatti.

Dico questo ad alta voce come se parlassi con qualcuno, in effetti sto inutilmente parlando ai tre puntini luminosi lampeggianti che mi stanno girando attorno, grido allora "RIFIUTATE!" ma proseguono il loro ballo, adesso attorno alla mia testa, come se niente fosse.

Esclamo "IN MEMORIA!" e cazzo! non succede niente, sono e-mail d’urgenza rottenculo e se non le apro non se ne andranno.

Attivo quindi la matita-raggio ed assorbo tutta l’energia delle tre, che finalmente prima smettono di lampeggiare e poi si dissolvono del tutto.

Scacciate le intrusioni, mi risdraio sulla panchina e cullato dal tiepido sole m’addormento per qualche tempo.

Nel sonno mi sento osservato ed apro di scatto gli occhi.

Davanti a me una prostituta con la gamba destra amputata mi osserva sorridendo.

- Scopiamo, bell’addormentato nel bosco?

- Voglio star solo, vattene!

- Non ci penso nemmeno, cocco.

Ed i suoi vestiti olografici si smaterializzano con voluta calma, sulla pelle tatuaggi di ragni con teste umane.

- Per dieci crediti ti farò impazzire del tutto.

- Non m’interessa il sesso. Son venuto qui per stare in pace.

- Sei gay? Allora guarda.

I tatuaggi sul moncherino divengono più brillanti, le teste dei ragni sembrano ora facce umane in movimento e tutte insieme s’accendono e si spengono ammiccando in un’unica direzione: il suo delta di venere.

La sua fessura m’attira lo sguardo, quasi mi calamita verso di lei ed il suo organo sessuale si trasforma, da linea rosa e vogliosa in membro eretto circondato da folta peluria nera.

- Vattene!

- …………

Ed oltre a non rispondermi ride, ride pure, ‘sta stronza…

Estraggo per la seconda volta la matita-raggio, la punto verso di lei ed alla potenza minima, le sottraggo energia.

Lancia un urlo e di colpo si trasforma in una piccola storpia nuda, coi capelli scarmigliati e lunghissimi, che le sfiorano il suolo.

Le gambe, anche se sottili e rachitiche, ci sono entrambe, tatuaggi tribali sono disseminati su tutta la sua pelle

- Non dovevi farlo!

Mi urla e schizza via in maniera strana, saltellando come un grande ragno, scappando non prima d’aver raccolto da terra una grossa pietra ed avermela scagliata contro.

Mi ha appena sfiorato, ho solo un piccolo, ma lungo sgraffio sulla fronte.

Questo non è più il posto tranquillo di un tempo.

Mi alzo e decido di fare una passeggiata lungo il perimetro della fortificazione.

Arrivo fin dove, sotto si scorge il lago, un piccolo laghetto sul conto del quale nel passato sono state scritte innumerevoli storie e sul quale sono fiorite leggende.

Giungo fino al ciglio erboso e lascio la mente indugiare libera sui ricordi di gioventù, quando con gli amici qui sostavamo a lungo con donne e droghe: era il nostro punto segreto di ritrovo.

Lì vicino, c’era la cupola di legno e materiale plastico. L’avevamo scoperta proprio noi, l’avevamo liberata dai materiali ferrosi arrugginiti che ne occupavano la superficie interna e l’avevamo pian piano trasformata in un salotto munito di tutti i comfort. Ci sarà ancora?

M’incammino tra la vegetazione, speranzoso nella ricerca. Ed eccola! Tale e quale, fin troppo ben tenuta, con erba tagliata attorno ed aiuole curate.

Mentre mi sto avvicinando la porta si apre ed esce una giovane donna che mi sta fissando appoggiata alla porta.

Il vocabolo "madre" mi viene spontaneo alla mente, ma lei è giovane e bella, solo ora mi accorgo che è nuda, soltanto ai piedi ha delle scarpe color argento con tacchi altissimi, come portavano alcune donne nell’antichità…

- Madre….mormoro ed i miei occhi si soffermano vogliosi sui suoi due piccoli

ed eretti seni con invitanti capezzoli dipinti in viola.

- Figlio mio….finalmente sei giunto, era tanto che ti aspettavo…

In fondo, ma molto in fondo ai miei pensieri qualcosa sta dicendo "…ma quale madre, idiota, non vedi che è giovanissima….potrebbe essere tua figlia…."

C’è confusione ora nelle mie meditazioni, ma ho la sensazione di essere tornato a casa, ed il desiderio della vicinanza con la madre mi avvolge e calma il mio spirito inquieto.

C’è ritorno…c’è affetto…c’è amore…c’è anche voglia sessuale….finalmente tornata dopo grande tempo…

Entro e mi avviluppa con le sue amorose mani, sento la sua carne familiare nuda contro la mia pelle ed una sensazione totalizzante d’amore avvolgente m’ingloba.

Rotoliamo nell’erba del prato, il mio membro è eretto, duro come una pietra, ma si scioglie negli orgasmi plurimi all’interno del suo corpo fasciante, comodo, spazioso….

La mente si culla e s’annulla nell’immensa sensazione dell’amore materno e creatore.

Ogni pensiero si ferma, ogni muscolo collassa, fino alla cessazione dell’essere e tutto si dissolve e si scioglie nella preparazione di nuove esistenze.

La madre-amante riprende allora la sua originale forma aracnoide: ha prima disciolto e poi assimilato l’ospite-figlio-amante: ne è rimasta volutamente incinta.

Entra e sigilla con le sei zampe chitinose l’ingresso alla cupola utilizzando i fili si seta che le sue glandole secernono e si prepara a deporre le uova.