FILOSOFIA, FANTASCIENZA E SCIENZA A CONFRONTO:

RAPPORTI DIFFICILI MA NECESSARI 



Giuseppe Iannozzi 


FILOSOFIA, ovvero amore del sapere, ormai il significato “originale” del sostantivo dovrebbe essere noto a tutti gli addetti ai servizi e non considerando che spesso e volentieri la si tira in ballo senza cognizione di causa. In questa sede, chiaramente, esaminerò solo l’amore per la conoscenza in un particolare contesto, quello della fantascienza; ovviamente in questo articolo non sarà possibile prendere in esame la filosofia in un contesto pienamente generale, piuttosto scopo di questo scritto è quello di evidenziare, per sommi capi, i rapporti tra filosofia e fantascienza là dove sono evidenti e portar luce su quei rapporti che invece sono ascosi o difficilmente identificabili.

Probabilmente non ci si è resi ancora conto che molte opere di fantascienza e non hanno una impronta filosofica  anche quando l’autore non lo dichiara esplicitamente: la fantascienza, quella intelligente, si è da sempre avvalsa dell’amore per la conoscenza per creare mondi possibili e mondi fantastici o anche solo una avventura ambientata nei recessi dello spazio o della nostra mente intesa come universo sconosciuto. Se oggi siamo in grado di “vedere” lo spazio e possibili forme di vita aliena, civiltà scomparse, il futuro, tutto è ciò è possibile attraverso la filosofia che spesse volte viene confusa come mero prodotto della fantasia del cervello umano. Comunemente con il termine FANTASIA intendiamo una opera prodotta dalla nostra mente; ma la FANTASIA è soprattutto una visione della mente, ovvero la potenza e la facoltà di immaginare, di rifare e ricreare con la mente cose sensibili. Il mondo sensibile potrebbe essere inteso come quella parte di spazio e di tempo che i nostri sensi sono in grado di percepire, ma il mondo sensibile non è solo quello reale che i nostri sensi umani riescono a sentire, esso è anche quello che i sensi sono in grado di immaginare o meglio di prevedere come possibile. Quindi, quando si parla di mondo sensibile si dovrebbe far riferimento e al mondo reale sensibile e al mondo sensibile possibile. La mente umana non è prigioniera dei suoi limiti conoscitivi, quando una cosa gli è sconosciuta e non è in grado di percepirla nettamente, allora abbatte i limiti che gli sono propri per spaziare nel territorio della fantasia: in pratica, l’uomo è una sorta di microuniverso inserito in una società di suoi simili, che condividono lo spazio e il tempo di un macrouniverso composito dal conosciuto e dal non conosciuto. Tradotto in termini volgari tutto ciò significa che l’uomo è un essere sognante: il sognante è la condizione che ci permette di non impazzire e di ricercare la nostra identità attraverso l’inquisizione delle cose possibili ma anche impossibili. Se l’uomo non fosse in grado di sognare lo si potrebbe paragonare a una cosa inanimata oggetto di speculazione da parte di una qualche possibile entità aliena senziente. Ma l’uomo sogna e quindi è sempre alla ricerca di un’altra entità senziente (aliena) a lui simile per conoscere se stesso; ciò detto, si può facilmente comprendere perché l’uomo ha la necessità e il dovere di immaginare. COSCIENZA, ovvero consapevolezza dei fini e del valore delle proprie azioni: anche la fantascienza comprende la coscienza, infatti questa produce fini e azioni con consapevolezza, almeno il più delle volte. La coscienza è molto importante nell’atto creativo soprattutto quando si parla di fantascienza: quando sulla carta l’artista immagina un “simulacro”, ad esempio, cerca di infondere in esso una coscienza simile a quella dell’uomo. I simulacri dovrebbero essere l’immagine dell’uomo, o meglio una copia dell’uomo: e la fantascienza si interroga se è possibile, almeno teoricamente, dar vita ad un uomo artificiale, ad un simulacro per l’appunto. Philip K. Dick ha fatto dei “simulacri” la sua filosofia narrativa raggiungendo vertici di paranoia visionaria quasi perfetti, ha creato universi che cadono a pezzi. I simulacri sono destinati a morire nel giro di breve tempo, forse perché mancano di INTENZIONALITA’ spontanea. Francesca Rispoli nel bellissimo saggio “Universi che cadono a pezzi”, edizioni Bruno Mondadori, evidenzia che 

“gli universi dickiani cadono a pezzi. I personaggi dei suoi romanzi sono prigionieri di un’illusione, quella di vivere in un mondo stabile e significativo. Questo mondo si trasforma invece, inesorabilmente, in un universo che cade a pezzi, dimostrandosi un’illusione di realtà generata dalla volontà di imporre un ordine all’esistenza. Già demistificante rappresentazione del mondo contemporaneo, dove niente può durare per sempre, la fantascienza di P. K. Dick diventa così una illuminante indagine sulle manifestazioni di un’esigenza esistenziale che è universalmente presente nell’uomo, ma che nella società contemporanea genera infinite contraddizioni: le stesse contraddizioni in cui i personaggi che popolano i suoi mondi immaginari rischiano di perdersi, ma che ognuno di loro cerca di superare”. 

L’esistenza dei personaggi dickiani ha un orologio biologico che non gli permette una vita uguale e lunga quanto quella degli uomini; per quanto i simulacri si sforzino di produrre “intenzionalità”, sono destinati a fallire. Solo per brevi momenti i simulacri dickiani acquistano una parvenza di intenzionalità fuzzy, ma la parvenza è destinata a scemare e ad essere sostituita dalla realtà, e la realtà è quella dell’uomo che rifiuta le copie di sé, i simulacri, e quindi li destina alla morte. L’Intenzionalità, ovvero il carattere di uno sforzo, applicazione o intendimento ad un fine, quindi un proposito deliberato, è una ispirazione divina che non può essere riprodotta dall’uomo al pari della coscienza. Per Dick intenzionalità e coscienza di un simulacro erano solo apparenza (o al massimo l’intenzionalità del simulacro era programmata dalla mano dell’uomo, quindi l’intenzionalità del simulacro era strettamente legata al destino del suo programmatore umano vizioso di vivere in una realtà composita da mille apparenze e nessuna certezza), apparenza che l’uomo reale poteva distruggere con un battito di ciglia dopo esser andato incontro a mille realtà fittizie parallele per viverle nella sua mente, nella sua psiche e poi annientarle. K. W. Jeter con “Blade Runner 2” e “La notte dei replicanti” ha ripreso il concetto filosofico dickiano dei simulacri e la conclusione della sua analisi intorno ai simulacri sembra essere che questi possono essere solo dei simulacri; ma si è anche spinto oltre (non che il suo maestro P. K. Dick a suo tempo non l’avesse già fatto) asserendo che spesse volte l’uomo reale per sfuggire alla realtà con un suo spontaneo atto di volontà decide di tradursi in simulacro.                         

Come si è analizzato fino ad ora la Fantascienza ha bisogno per tradursi in realtà della fantasia, della filosofia, della coscienza e dell’intenzionalità ma anche della psicologia e della scienza: insomma scrivere fantascienza non è un compito da poco come molti sono ancora propensi a credere.

Ma cosa ne pensano i luminari del nostro tempo?

Vediamo un po’ di spingerci oltre…

Eddy Carly lavora presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Padova: è stata “Fulbright researcher” all’Università di Berkeley-California (1996). Attualmente è membro della redazione dello SWIF (sito web italiano di filosofia) e collabora con la rivista “Le Scienze”. Tra le sue pubblicazioni vanno ricordate almeno Hannah Arendt, la condizione umana tra vita activa e vita contemplativa (Esi, Napoli 1993) e J. Searle, l’evoluzione di un filosofo analitico (in J. Searle, Il mistero della coscienza, Raffaello Cortina, Milano 1998).

“Le indagini sul sistema nervoso centrale, sulla corteccia  cerebrale, su neuroni e sinapsi si sono susseguite a un ritmo esplosivo. Ciononostante un consenso diffuso su come la mente effettivamente lavora, su che cosa sono gli stati mentali, che cos’è la coscienza, che cosa sono l’intenzionalità e la razionalità, sembra ben lontano dall’essere raggiunto. Scuole di pensiero e indirizzi di ricerca spesso discordanti e contrapposti continuano a dibattere il problema della mente e del cervello: mentalisti, materialisti, eliminativisti, dualisti e antidualisti si confrontano su un terreno fragile e sdrucciolevole, dove i confini non sono netti, ma se mai indefiniti e talvolta addirittura inesistenti. Da tale varietà di prospettive di indagine emerge tuttavia un unico interesse fondamentale: il rapporto tra i fenomeni mentali e la realtà, ovvero l’uomo e il suo porsi nel mondo. Un problema filosofico antico, che già Aristotele poneva nel De Anima chiedendosi che cos’è la psyche, l’anima, e in che rapporto essa sta con il nous, l’intelletto. La psyche è la forma di un corpo vivente, è l’”atto primo”, il principio in virtù del quale si compiono le varie attività vitali, ed essa è imprescindibile dal corpo, mentre il nous può esserne separato. Aristotele non giungeva a porre compiutamente il problema del rapporto mente-corpo, che solo con Descartes avrebbe avuto la sua piena formulazione, ma non poneva con grande forza la questione del rapporto uomo-mondo. Questione che ancora oggi, pur con il grande progresso delle scienze mediche, biologiche, fisiche e matematiche, della psicologia, delle scienze cognitive e delle neuroscienze, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, rimane insoluta, aperta.” (Eddy Carli, Cervelli che parlano – Il dibattito su mente, coscienza e intelligenza artificiale, interventi di Damasio, Davidson, Dennett, Dreyfus, Edelman, Fodor, Rorty, Searle, Stich, introduzione e cura di Eddy Carli – 2000 Bruno Mondadori)

Per Eddy Carli i rapporti uomo-mondo, mente-corpo, sono ancora agli albori e devono essere studiati ancora molto approfonditamente: è indubbiamente vero quanto dice la Carli, impossibile darle torto.

Oggi sappiamo ancora troppo poco circa il panorama uomo: purtroppo, nel XX secolo abbiamo assistito ad un notevole progresso tecnico, ma questo non si integrato con il progresso sociale dell’uomo soprattutto perché in ambito sociale scientifico il XX secolo ha subito una battuta di arrestamento o meglio di involuzione. E’ accaduto che l’uomo ha prodotto macchine e computer senza più interrogarsi su se stesso, così oggi abbiamo tante macchine a nostra disposizione, ma non le comprendiamo se non parzialmente. Oggi ci si interroga ancora sul funzionamento delle macchine che il XX secolo ha prodotto, e solo da un paio di decenni l’uomo si è ricordato di se stesso. L’uomo ha compreso di aver trascurato la sua umanità e così oggi stiamo assistendo ad una corsa riparatrice per comprendere la nostra psiche; un contributo inestimabile e preziosissimo è stato dato a questo proposito da Oliver Sacks, professore di neurologia allo Albert Einstein College of Medicine di New York. Sacks più di chiunque altro ha approfondito e scavato dentro e intorno al panorama uomo e ci ha restituito parte della nostra umanità: “L’immaginazione della natura, come ama pensare Freeman Dyson, è più ricca della nostra; egli parla, meravigliandosene, di questa ricchezza del mondo fisico e biologico, dell’infinita diversità di forme del mondo fisico e in quello dei viventi. Per me, come medico, la ricchezza della natura deve essere studiata nei fenomeni della salute e della malattia, nelle infinite forme di adattamento individuale attraverso cui gli organismi umani – le persone – adattano e ricostruiscono sé stessi quando vengono posti di fronte alle sfide e alle vicissitudini della vita. Difetti, disturbi e malattie possono, in questo senso, avere un ruolo di paradosso, portando alla luce risorse, sviluppi, evoluzioni e forme di vita latenti che, in loro assenza, potrebbero non essere mai osservati e nemmeno immaginati. E’ proprio il paradosso della malattia, questo suo potenziale “creativo”… Perciò se è vero che si può inorridire alla vista della devastazione prodotta dai disturbi o dalle malattie dello sviluppo, è vero anche che a volte è possibile considerarle eventi creativi, perché pur distruggendo particolari vie, certi modi di fare le cose, possono tuttavia forzare il sistema nervoso ad aprire nuove strade e ad escogitare nuovi modi, inducendolo a crescere e ad evolvere in maniera inaspettata. Quest’altra faccia dello sviluppo o della malattia è qualcosa che vedo, potenzialmente, quasi in ogni paziente…” (da Un antropologo su Marte di Oliver Sacks, 1995 Adelphi). Come bene evidenzia il professore la malattia non è sempre motivo di un handicap permanente: il cervello umano, a seguito di un trauma, è spesse volte in grado di sviluppare e forzare il sistema nervoso per aprire nuove vie di comunicazioni. Sappiamo benissimo che le cellule cerebrali una volta danneggiate sono inservibili, ma il cervello è un mondo vastissimo e molte aree non utilizzate in condizioni normali, in casi di necessità vengono per così dire risvegliate e istruite per far fronte ad un handicap. Poniamo il caso che un uomo si rompa il braccio destro e che per tutta la vita non sia mai stato educato a servirsi della braccio sinistro per svolgere attività quali mangiare, scrivere, ecc.; Sacks spiega che in una eventualità del genere, l’uomo con il braccio destro immobilizzato istruirà il braccio sinistro perché possa scrivere, mangiare, disegnare, ecc. In realtà non è il braccio che viene istruito, bensì una precisa area del cervello. Il problema è che molte aree del nostro cervello sono nella nostra scatola cranica e non sono state mai sfruttate, ma ciò non significa che queste aree siano materia grigia inutile, piuttosto è materia grigia che non sappiamo come funziona e di conseguenza non conosciamo quali imput potrebbe trasmettere al nostro corpo, il più perfetto dei robot biologici. Molto spesso la fantasia è l’unico mezzo di indagine che abbiamo per tentare di comprendere come funziona nella sua integrità il nostro cervello. E la fantasia di certo non manca a Gene Brewer che con “K-Pax” ha dato vita ad un romanzo “innovativo” in tutti i sensi. Gene Brewer è nato a Muncie, Indiana, nel 1937; laureatosi in biochimica alla University Of Wisconsis, biologo molecolare, dopo aver abbandonato il mondo della ricerca, si è dedicato relativamente tardi alla letteratura: ha atteso tredici anni prima di pubblicare il suo primo romanzo, “K-PAX”. Ma il risultato è a dir poco eccellente: Gene Brewer è scrittore dalle indubbie doti stilistiche e artistiche. Il suo esordio letterario ha il genuino sapore di un saggio di Oliver Sacks godibile come un romanzo di SF. Leggendo K-PAX impossibile non riconoscere influenze da scrittori di genere quali Philip K. Dick, Ursula LeGuin, Robert J. Sawyer, ma anche da autori classici come Raymond Carver, Walt Whitman; e poi, ovviamente, K-PAX, con perfetta poesia realistica, abbraccia una forte componente di introspezione psicologica freudiana sceverata da obsoleti e noiosi tecnicismi scientifici. Come ho evidenziato nella recensione al romanzo di Gene Brewer, “K-Pax”, pubblicata recentemente sul Corriere della Fantascienza, l’autore “investiga l’animo umano e lo esalta con poesia sociale, politica, una poesia che si rifà a quella di Walt Whitman, ma non dimentica di asserire tra le righe che l’essere umano è il vero alieno che la società moderna si rifiuta di (ri)conoscere e ammettere come realtà”. Ed ancora: 

“La Sf moderna minacciata dalla contaminazione dell’AvantPop, minacciata da un agonizzante cyberpunk, grazie a Gene Brewer incontra il più alto spessore comunicativo, quello relativo al panorama uomo. Basta leggere poche battute per rendersi conto di questa verità:

trob: “La malattia mentale è spesso nell’occhio di chi guarda. Troppo spesso su questo PIANETA è attribuita a chi pensa e si comporta in maniera diversa dalla maggioranza.”

gene: “Ma senza dubbio ci sono persone che non sono in grado di affrontare la realtà…”

trob: “La realtà è ciò che fai.”

[…]

trob: “Come ho detto in precedenza su K-PAX, non abbiamo nessuna religione, grazie a dio.”

[…]

trob: “Molti umani seguono la politica “occhio per occhio, vita per vita”. Molte delle vostre religioni sono basate su questa formula, che è famosa nell’UNIVERSO per la sua stupidità. Il vostro cristo e il vostro budda ebbero una visione diversa ma nessuno li ascoltò, neanche i cristiani o i buddisti. Su K-PAX il crimine non esiste, capisce?” E se ci fosse non verrebbe punito. Sembra che per i TERRESTRI questo sia impossibile da comprendere, ma è il segreto della vita, mi creda!”

gene: “Si farà rivedere? Non lo sapremo mai. Quanto mi piacerebbe potergli parlare ancora, solo per un attimo, per fargli tutte quelle domande che non ho avuto l’occasione di fargli prima… Potremmo, come lui, vedere la luce ultravioletta se lo volessimo con tutte le nostre forze? O volare? O creare un mondo migliore per tutti gli abitanti della Terra?”

La trama, per quanto semplice, è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un altissimo contributo alla ricostruzione dell’animo umano e alieno che ognuno di noi conserva gelosamente nella sua mente (e nel suo cervello). La semplicità è la comunicazione: situazioni scontate sono in realtà quell’evidenza che tutti i giorni noi ci troviamo davanti e rifiutiamo di accettare e riconoscere; per Brewer ciò che apparentemente è un fatto scontato è in realtà quello che maggiormente merita attenzione e quindi una seria analisi psicologica. Spesse volte domande e risposte sono forzate, quasi irreali, poco realistiche: ma Brewer non offre risposte certe, piuttosto semplici indicazioni sicure per la ricerca del Se, della proprio Ego. Questa è poesia, una poesia che non offre soluzioni, bensì solo indicazioni, perché questo è il vero (reale) compito della poesia quando è poesia. E Brewer maneggia la poesia con assoluta padronanza relegandoci un ritratto stupendo di trob, un uomo disturbato ma genuino, candido nella sua genialità di idiot savant così come nelle sue contraddizioni e ingenuità….

K-PAX è un rarissimo esempio di come dovrebbe essere la fantascienza moderna, umana, molto più umana: è sicuramente il miglior romanzo americano uscito negli ultimi dieci anni, un lavoro che non teme il tempo e nomi affermati del panorama letterario della Sf e non. K-PAX ha forse segnato un nuovo modo di concepire la fantascienza… anzi, ha sicuramente indicato la strada per concepire una fantascienza umana. Gene Brewer disegna perfettamente un “mondo possibile”, forse un mondo che esiste soltanto nella mente del suo personaggio, trob, ma non  per questo è meno reale, anzi proprio il fatto che trob è una sorta di visionario lo rende credibile agli occhi del lettore”.

Gene Brewer non ha bisogno di inventare un pazzo che vada in giro liberamente dentro un manicomio dicendo che “è pazzo e quindi il suo pianeta d’origine è K-Pax”: quello che Brewer inventa è un uomo a suo modo sano che va in giro all’interno di un manicomio asserendo di essere sano e di provenire da un altro pianeta. Chiaramente anche dichiarandosi sano, i dottori del manicomio non possono credere completamente al fatto che sia realmente sano; eppure, nonostante approfondite ricerche, sembra quasi che trob sia sano e per di più un uomo con una grande cultura e intelligenza. Alla fine, trob è semplicemente un essere umano, un uomo che ha molto sofferto e che per sfuggire alla crudeltà della realtà si è inventato un mondo tutto suo, perfetto, K-Pax. Gene Brewer sembra lasciarci quasi intendere che i mondi inventati dalla fantasia sono reali come quelli che noi costruiamo su Terra, la nostra quotidiana realtà di mondi invasi dalla guerra, dalla povertà, dalla crudeltà. I mondi inventati sono per Brewer una dimensione della mente dove è possibile correggere le imperfezioni dei mondi terrestri per dar corpo ad una realtà utopica. L’utopia inventata dalla mente umana è per Brewer reale quanto la realtà a cui noi tutti siamo abituati e che percepiamo con i nostri cinque sensi (e con l’istinto animale che ci è proprio). Inventare un mondo con la forza della fantasia significa popolarlo di “idee” e quindi organizzarle affinché diano vita ad una vita alternativa dove la mente possa rifugiarsi dai pericoli di quella che noi riteniamo essere la realtà.

La realtà che noi percepiamo per mezzo dei nostri sensi è solo una parte di quella realtà che vorremmo vedere: i nostri sensi hanno dei limiti e ci permettono di percepire forse solo un 5% dell’intorno, del panorama universo, mentre il restante 95% della realtà noi tentiamo di conoscerlo attraverso l’utilizzo di radiotelescopi, computer, simulazioni in laboratorio, raggi x, ecc. La fantasia non ha bisogno di avvalersi di mezzi tecnici per vedere la realtà nella sua interezza perché alla fantasia è sufficiente immaginare, e l’immaginazione diventa credibile assai più di quella porzione di realtà percepibile per mezzo di un radiotelescopio. Insomma per Brewer immaginare un altro mondo piuttosto che tentare di osservarlo (e trovarlo) attraverso la tecnica significa essere anche un filosofo e il filosofo vero non ha bisogno di dimostrazioni per asserire che la sua immaginazione è reale, perché egli sa che è reale e tanto gli basta e deve bastare a quanti intendono credere nella sua immaginazione. Il mondo è composito di mondi infiniti è sono tutti nella testa di chi ha il coraggio di osservarli con filosofia, con fantasia, questo sembra essere il messaggio ultimo che Brewer propaganda nel mondo della nostra realtà di vedute ristrette.

Gene Brewer sembra quasi rifarsi alla filosofia di Giordano Bruno che asseriva l’infinità dell’universo: “Io dico l’universo tutto infinito, perché non ha margine, termino, né superficie; dico l’universo non essere totalmente infinito, perché ciascuna parte di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell’infinità de l’universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all’infinito, possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello”, tanto diceva il filosofo Giordano Bruno (De l’infinito, universo e mondi, Dialogo primo). In sintesi: l’universo è infinito, ed è degno simulacro del sommo principio; il Dio infinito, in quanto infinito, nell’universo ci sono innumerevoli mondi come quello abitato dall’uomo… Poiché la divinità è insita nella materia, la mutazione delle forme non è la formazione di “altro essere” ma solo un diverso “modo di essere”; a tutto ciò soprassiede la provvidenza come principio d’ordine universale.  

La fantasia è l’universo per Brewer. Con Gene Brewer si può finalmente andare incontro alla fantascienza parlandone con tutto rispetto: Brewer è l’inizio della renaissance della fantascienza.

Oggi il mondo della filosofia come quello della scienza ancora è diviso tra aristotelici e cartesiani, tra chi crede nella res cogitans e chi nella res extensa. I materialisti filosofici credono che solo la res extensa ha importanza per il mondo filosofico scientifico e questi, spesse volte,  vengono ghettizzati, guardati con sospetto, trattati come degli eretici. A prevalere è la convinzione che la scienza debba rifarsi ad un modello aristotelico; questa convinzione è stata abilmente seminata nel mondo scientifico e filosofico dalla Chiesa che ha visto in Aristotele un filosofo poco pericoloso per le sue idee basate esclusivamente sull’interpretazione soggettiva della Bibbia e dei Vangeli. Il pensiero aristotelico è stato plagiato (e sfruttato) dalla Chiesa: quando questa si è resa conto che la scienza minacciava di sminuire le sue presunte verità assolute ha dovuto trovare un filosofo che si potesse adattare con facilità alle interpretazione cristiane circa la natura dell’uomo e il suo scopo nell’universo. La scelta è caduta su Aristotele e ancora oggi la Chiesa per affrontare la scienza continua a sfruttare le idee di Aristotele, idee che ovviamente sono state abilmente adattate alle presunte verità scientifiche cristiane interpretate sulle Sacre Scritture.

Il mondo scientifico/filosofico è per lo più di stampo aristotelico ed è questo il motivo principale per cui l’uomo moderno è ancora un barbaro che vive in una società medievale riccamente nascosta dalla tecnologia. La tecnologia che oggi l’uomo usa è un giocattolo: nessuno o quasi sa come funziona un televisore, figurarsi una centrale nucleare! Ovviamente non tutti sono degli ignoranti, ma chi sa come funziona la moderna tecnologia ha per così dire le “labbra cucite”. Non è comunque mistero che molte invenzioni moderne sono il risultato del caso: l’intenzione era quella di inventare un tostapane ma è venuto fuori un cellulare, che facciamo, lo buttiamo? No, mica siamo pazzi! Insomma molte scoperte sono frutto del caso e non dell’intenzione, ed essendo venute al mondo per caso ne conosciamo sì e no il funzionamento, magari lo intuiamo, ma ancora il nostro cervello si lambicca sopra queste invenzioni casuali. Il mondo scientifico moderno funziona così e purtroppo anche quello filosofico… "Chi ha infuso la vita nelle equazioni?Chi vi ha "soffiato il fuoco" ?", è l’inquietante interrogativo che si pone Stephen Hawking. Una possibile risposta potrebbe essere quella di Paul Davies il quale risponde a sua volta con un’altra domanda: "Da dove vengono le leggi della natura?" Ma Paul Davies aggiunge: "Queste leggi riflettono proprietà esistenti nella natura. Se non potessimo contare sul fatto che le regolarità sono reali, la scienza si ridurrebbe a una sciarada senza senso".

A rispondere a Hawking e a Davies ci pensa Giuseppe Tanzella-Nitti, docente di Teologia fondamentale al Pontificio ateneo della Santa Croce: "Abbiamo molto da dire all'uomo di scienza. Secondo l'enciclica Fides et ratio, gli scienziati possono appoggiarsi fiduciosi su un ordine naturale delle cose, che è intelligibile e razionale”.

E Lino Conti, docente di Storia del pensiero scientifico all'università di Perugia, citando un testo la Theologia naturalis del catalano Raimondo Sebunde, si toglie dall’impaccio: "digito Dei scriptum",  quasi a confermare che Il libro della natura contiene la dimostrazione scientifica dell'esistenza del Creatore. Sembrerebbe da questo scambio di virtuali battute fra teologi e scienziati che il dialogo fra filosofia e scienza è un dialogo aperto: "Sono lontani i tempi della contrapposizione anche virulenta: ora le nostre idee dell'uomo e del cosmo non sono più alternative", così dice Giuseppe Lorizio, professore di Teologia fondamentale alla Lateranense. E a far sembrare che il dialogo sia veramente aperto Tanzella-Nitti ci tiene a sottolineare che ”le leggi della natura esprimono la "fedeltà di Dio, la verità della sua alleanza con l'uomo… E non c'è determinismo per chi sa cogliere la sua simultanea trascendenza e immanenza".

A questo proposito è interessante leggere qualche stralcio da un articolo apparso su Il Sole 24 Ore nel febbraio 2000 a firma di Umberto Bottazzini: “… La questione della priorità, che vede schierati su fronti opposti i partigiani di Newton e di Leibniz, è solo un aspetto di una radicale divergenza di opinioni tra i due in materia di filosofia naturale. Diversa è la loro concezione dello spazio, del tempo, della gravità. In una parola (quella di Newton) "il primo procede solo fin dove lo conduce l'evidenza dei fenomeni e delle esperienze, arrestandosi non appena tale evidenza venga a mancare; il secondo è tutto imbevuto delle sue ipotesi, che avanza non già come proposizioni da doversi esaminare con l'esperienza, ma come verità cui si deve credere a occhi chiusi". La controversia è alimentata anche da divergenze di natura religiosa. Il Dio di Newton è, come ha detto Koyré, un Dio dei giorni feriali, che di fronte a certe irregolarità non spiegate nel moto dei pianeti deve ripetutamente intervenire a rimettere le cose a posto. Per Leibniz tutto ciò é un insulto alla perfezione divina. Dio è il Dio del Sabbath, che ha creato il migliore dei mondi possibili, un universo perfetto e stabile fin dal momento creazione, che non necessita di alcuna manutenzione… (Umberto Bottazzini sta recensendo un libro di Hellman, n.d.a.) In maniera emblematica, l'insorgere di controversie illumina il contrasto tra teorie rivali, e rivela la molteplicità di fattori che caratterizzano il processo della scoperta scientifica. "Persino definire una scoperta, o decidere quando essa ha avuto luogo, è spesso difficile", afferma Hellman.

In questo volume egli passa in rassegna dieci controversie, che forse non sono quelle "che hanno cambiato il mondo", ma che certo sono istruttive. La modalità del loro sorgere e della loro risoluzione, infatti, mette a nudo non solo divergenze intellettuali e contrasti teorici, ma anche un ruolo inaspettato del contesto in cui opera la scienza, degli aspetti culturali e sociali che sono legati alle pratiche scientifiche. Con le parole di Hellman. "questi episodi drammatici ci raccontano una scienza che è sia impresa umana sia attività organizzata". Un'impresa che chiama in causa convinzioni profonde, di natura filosofica e religiosa.”

Fede e ricerca: parlando di John Polkinghorne, Nino Matera sul quotidiano Il Giornale nel marzo di quest’anno ha tracciato un quadro assai interessante, dunque leggiamo qualche stralcio dell’articolo che ci pone di fronte a spinose questioni fideistiche: «Cos'è il tempo?». Sono passati circa sedici secoli da quando sant'Agostino si pose questa domanda. Per il vescovo d'Ippona il tempo era nato con il mondo: l'universo non era stato creato da Dio nel tempo (in tempore), ma con il tempo (cum tempore).  Per un lungo periodo, questa risposta è bastata all'Occidente cristiano, ma a un certo punto sono sorte delle complicazioni: la scienza non era più tanto d'accordo, e sembrò seguire altre strade, diverse da quelle della fede.

Quando però un certo Einstein scoprì che la materia e il tempo sono un tutt'uno, la scienza dovette ricredersi: Agostino aveva ragione.  E aveva fede.  E' quello che sostiene con pacata certezza John Polkinghorne, il fisico della Royal Society presidente emerito del Queens College di Cambridge che è anche un pastore anglicano…

Insomma il tempo... «... è indissociabile dallo spazio e dalla materia.  Ma è anche vero il contrario: il mondo è soggetto alla storia.  Sembra scontato, eppure per lungo tempo i cosmologi hanno pensato a un universo statico nelle sue caratteristiche fondamentali.  Ma la geologia e la biologia prima, poi anche la fisica hanno accettato il fatto che l'universo si evolve continuamente».

Da un punto di vista metodologico, è la scienza a guidare la fede, o questa illumina la prima secondo l'antico adagio: credo per capire (credo ut intellegam)?

«I teologi che si occupano di scienza sono passati oggi da una teologia naturale a una teo­logia della natura.  Non guardiamo più il mondo fisico alla ricerca delle prove dell'esistenza di Dio, ma pensiamo a Dio come a un aiuto che rende intelligibile il modo in cui vanno le cose nel mondo.  In certo senso, il rapporto si è ribaltato, come ho scritto in Credere in Dio nell'età della scienza (Cortina, pagg. 174).

Le due teorie principali sul destino del nostro universo, l'inflazione (per cui l'universo continuerà a espandersi per sempre) e la contrazione (fino al Big Crunch finale) non sono molto confortanti.  Come si pone il cristiano di fronte a queste ipotesi?

«Il problema di queste teorie è il senso di futilità o inutilità (del cosmo, di noi uomini) che ne deriva.  Da un punto di vista teologico, l'unico modo per rispondere è argomentare in maniera credibile (giacché è possibile) una speranza escatologica.  Il Cristianesimo deve riproporre la sua visione della fine e del senso di tutto, che è Dio Padre.  L'ultima parola sull'universo è infatti la Resurrezione».

Ma non occorrevano queste considerazioni “falsamente moderne” perché ci si rendesse conto che la mente non è semplicemente quella che all’uomo nella sua ristrettezza cognitiva può sembrare: come si è potuto leggere, oggi, ancora la mente è strettamente legata a Dio, ad una concezione aristotelica. Per quanto molti intendano far credere all’opinione pubblica che la Chiesa ha aperto un dialogo con il mondo della scienza, è evidente che ciò è falso: la scienza aristotelica concede un po’ del suo alla religione e la religione aristotelica concede un po’ del suo alla scienza, insomma uno scambio di informazioni superficiali che nulla o poco ci dicono dell’essere umano.

Le religioni inflazionano la scienza e la scienza si lascia inflazionare per pubblicizzare risultati tutt’altro che innovativi, risultati oziosi, ripetitivi, risaputi. L’onestà intellettuale scientifica è per pochi: Oliver Sacks è il più onesto di tutti, ma anche Damasio, Davidson, Dennett, Dreyfus, Edelman, Rorty, Searle, non scherzano, per rendersene conto basta leggere i loro lavori. Tuttavia prima che questi dottori moderni ci indirizzassero verso la comprensione della scienza e della filosofia moderna, nel 1500 già altri tentarono di aprire gli occhi ad una umanità invasata dai suoi pregiudizi: Giordano Bruno fu il primo iniziatore di una filosofia moderna, aperta. In uno stupendo saggio biografico il filosofo germanista Anacleto Verrecchia guarda all’uomo, al filosofo Giordano Bruno Nolano come nessun altro aveva osato fare fino ad oggi: la biografia di Verrecchia edita nel 2001 da Donzelli Editore è un atto di giustizia nei confronti di uno dei più grandi filosofi del mondo, un filosofo che ancor oggi viene disprezzato e messo ancora al rogo dagli ambienti ecclesiastici che ne negano in toto la dottrina. Verrecchia, a differenza di Matteo D’Amico che nel 2000 per i tipi della Piemme ha pubblicato una boriosa quanto irrispettosa biografia sul filosofo dicendo che il processo a Giordano Bruno è stato uno dei più rispettosi per i tempi che correvano, ci restituisce un uomo, un filosofo vero, un filosofo che ha indagato l’animo umano e lo spazio infinito con una acutezza superlativa, una acutezza che oggi è quasi impossibile ritrovare nei nostri moderni filosofi e scienziati. Il pensiero del Nolano è assai importante per l’uomo moderno e per la fantascienza come ho già avuto modo di evidenziare parlando di Gene Brewer e quindi di K-Pax.

Arrivando alle conclusioni, come si è potuto comprendere leggendo questo articolo la fantascienza ha molti legami con la filosofia e non solo con la scienza. Senza filosofia sarebbe impossibile creare una qualsiasi opera di fantascienza; spesse volte l’autore, in quanto artista, non è consapevole che il suo scritto implica una forte componente filosofica, ma ciò non significa affatto che la sua fantasia creativa non sia soggetta ad alcune regole proprie della filosofia. Riassumendo, la PHILOSOPHĬA è amore della conoscenza, la PHANTASĬA è la visione della mente, quindi la FANTASCIENZA è commistione fra le due, ovvero è sia scienza (conoscenza della scienza) sia fantasia.