FILOSOFIA, FANTASCIENZA E SCIENZA A CONFRONTO:
RAPPORTI DIFFICILI MA NECESSARI
FILOSOFIA,
ovvero amore del sapere, ormai il significato “originale” del sostantivo
dovrebbe essere noto a tutti gli addetti ai servizi e non considerando che
spesso e volentieri la si tira in ballo senza cognizione di causa. In questa
sede, chiaramente, esaminerò solo l’amore per la conoscenza in un particolare
contesto, quello della fantascienza;
ovviamente in questo articolo non sarà possibile prendere in esame la filosofia
in un contesto pienamente generale, piuttosto scopo di questo scritto è quello
di evidenziare, per sommi capi, i rapporti tra filosofia e fantascienza là dove
sono evidenti e portar luce su quei rapporti che invece sono ascosi o
difficilmente identificabili.
Probabilmente non ci si è resi ancora conto che molte opere di fantascienza e non hanno una impronta filosofica anche quando l’autore non lo dichiara esplicitamente: la fantascienza, quella intelligente, si è da sempre avvalsa dell’amore per la conoscenza per creare mondi possibili e mondi fantastici o anche solo una avventura ambientata nei recessi dello spazio o della nostra mente intesa come universo sconosciuto. Se oggi siamo in grado di “vedere” lo spazio e possibili forme di vita aliena, civiltà scomparse, il futuro, tutto è ciò è possibile attraverso la filosofia che spesse volte viene confusa come mero prodotto della fantasia del cervello umano. Comunemente con il termine FANTASIA intendiamo una opera prodotta dalla nostra mente; ma la FANTASIA è soprattutto una visione della mente, ovvero la potenza e la facoltà di immaginare, di rifare e ricreare con la mente cose sensibili. Il mondo sensibile potrebbe essere inteso come quella parte di spazio e di tempo che i nostri sensi sono in grado di percepire, ma il mondo sensibile non è solo quello reale che i nostri sensi umani riescono a sentire, esso è anche quello che i sensi sono in grado di immaginare o meglio di prevedere come possibile. Quindi, quando si parla di mondo sensibile si dovrebbe far riferimento e al mondo reale sensibile e al mondo sensibile possibile. La mente umana non è prigioniera dei suoi limiti conoscitivi, quando una cosa gli è sconosciuta e non è in grado di percepirla nettamente, allora abbatte i limiti che gli sono propri per spaziare nel territorio della fantasia: in pratica, l’uomo è una sorta di microuniverso inserito in una società di suoi simili, che condividono lo spazio e il tempo di un macrouniverso composito dal conosciuto e dal non conosciuto. Tradotto in termini volgari tutto ciò significa che l’uomo è un essere sognante: il sognante è la condizione che ci permette di non impazzire e di ricercare la nostra identità attraverso l’inquisizione delle cose possibili ma anche impossibili. Se l’uomo non fosse in grado di sognare lo si potrebbe paragonare a una cosa inanimata oggetto di speculazione da parte di una qualche possibile entità aliena senziente. Ma l’uomo sogna e quindi è sempre alla ricerca di un’altra entità senziente (aliena) a lui simile per conoscere se stesso; ciò detto, si può facilmente comprendere perché l’uomo ha la necessità e il dovere di immaginare. COSCIENZA, ovvero consapevolezza dei fini e del valore delle proprie azioni: anche la fantascienza comprende la coscienza, infatti questa produce fini e azioni con consapevolezza, almeno il più delle volte. La coscienza è molto importante nell’atto creativo soprattutto quando si parla di fantascienza: quando sulla carta l’artista immagina un “simulacro”, ad esempio, cerca di infondere in esso una coscienza simile a quella dell’uomo. I simulacri dovrebbero essere l’immagine dell’uomo, o meglio una copia dell’uomo: e la fantascienza si interroga se è possibile, almeno teoricamente, dar vita ad un uomo artificiale, ad un simulacro per l’appunto. Philip K. Dick ha fatto dei “simulacri” la sua filosofia narrativa raggiungendo vertici di paranoia visionaria quasi perfetti, ha creato universi che cadono a pezzi. I simulacri sono destinati a morire nel giro di breve tempo, forse perché mancano di INTENZIONALITA’ spontanea. Francesca Rispoli nel bellissimo saggio “Universi che cadono a pezzi”, edizioni Bruno Mondadori, evidenzia che
“gli universi dickiani cadono a pezzi. I personaggi dei suoi romanzi sono prigionieri di un’illusione, quella di vivere in un mondo stabile e significativo. Questo mondo si trasforma invece, inesorabilmente, in un universo che cade a pezzi, dimostrandosi un’illusione di realtà generata dalla volontà di imporre un ordine all’esistenza. Già demistificante rappresentazione del mondo contemporaneo, dove niente può durare per sempre, la fantascienza di P. K. Dick diventa così una illuminante indagine sulle manifestazioni di un’esigenza esistenziale che è universalmente presente nell’uomo, ma che nella società contemporanea genera infinite contraddizioni: le stesse contraddizioni in cui i personaggi che popolano i suoi mondi immaginari rischiano di perdersi, ma che ognuno di loro cerca di superare”.
L’esistenza dei personaggi dickiani
ha un
orologio biologico che non gli permette una vita uguale e lunga quanto quella
degli uomini; per quanto i simulacri si sforzino di produrre “intenzionalità”,
sono destinati a fallire. Solo per brevi momenti i simulacri dickiani
acquistano una parvenza di intenzionalità fuzzy, ma la parvenza è destinata a
scemare e ad essere sostituita dalla realtà, e la realtà è quella dell’uomo che
rifiuta le copie di sé, i simulacri, e quindi li destina alla morte. L’Intenzionalità,
ovvero il carattere di uno sforzo, applicazione o intendimento ad un
fine, quindi un proposito deliberato, è una ispirazione divina che non può
essere riprodotta dall’uomo al pari della coscienza. Per Dick intenzionalità e
coscienza di un simulacro erano solo apparenza (o al massimo l’intenzionalità
del simulacro era programmata dalla mano dell’uomo, quindi l’intenzionalità del
simulacro era strettamente legata al destino del suo programmatore umano
vizioso di vivere in una realtà composita da mille apparenze e nessuna
certezza), apparenza che l’uomo reale poteva distruggere con un battito di
ciglia dopo esser andato incontro a mille realtà fittizie parallele per viverle
nella sua mente, nella sua psiche e poi annientarle. K. W. Jeter con “Blade Runner 2” e “La notte dei replicanti” ha ripreso il concetto filosofico dickiano
dei simulacri e la conclusione della sua analisi intorno ai simulacri sembra
essere che questi possono essere solo dei simulacri; ma si è anche spinto oltre
(non che il suo maestro P. K. Dick a suo tempo non l’avesse già fatto) asserendo
che spesse volte l’uomo reale per sfuggire alla realtà con un suo spontaneo
atto di volontà decide di tradursi in simulacro.
Come
si è analizzato fino ad ora la Fantascienza ha bisogno per tradursi in realtà
della fantasia, della filosofia, della coscienza e dell’intenzionalità ma anche
della psicologia e della scienza: insomma scrivere fantascienza non è un
compito da poco come molti sono ancora propensi a credere.
Ma
cosa ne pensano i luminari del nostro tempo?
Vediamo
un po’ di spingerci oltre…
Eddy
Carly lavora presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Padova: è
stata “Fulbright researcher” all’Università di Berkeley-California (1996).
Attualmente è membro della redazione dello SWIF (sito web italiano di
filosofia) e collabora con la rivista “Le Scienze”. Tra le sue pubblicazioni
vanno ricordate almeno Hannah Arendt, la
condizione umana tra vita activa e vita contemplativa (Esi, Napoli 1993) e J.
Searle, l’evoluzione di un filosofo analitico (in J. Searle, Il mistero della
coscienza, Raffaello Cortina, Milano 1998).
“Le indagini sul sistema nervoso centrale, sulla corteccia cerebrale, su neuroni e sinapsi si sono susseguite a un ritmo esplosivo. Ciononostante un consenso diffuso su come la mente effettivamente lavora, su che cosa sono gli stati mentali, che cos’è la coscienza, che cosa sono l’intenzionalità e la razionalità, sembra ben lontano dall’essere raggiunto. Scuole di pensiero e indirizzi di ricerca spesso discordanti e contrapposti continuano a dibattere il problema della mente e del cervello: mentalisti, materialisti, eliminativisti, dualisti e antidualisti si confrontano su un terreno fragile e sdrucciolevole, dove i confini non sono netti, ma se mai indefiniti e talvolta addirittura inesistenti. Da tale varietà di prospettive di indagine emerge tuttavia un unico interesse fondamentale: il rapporto tra i fenomeni mentali e la realtà, ovvero l’uomo e il suo porsi nel mondo. Un problema filosofico antico, che già Aristotele poneva nel De Anima chiedendosi che cos’è la psyche, l’anima, e in che rapporto essa sta con il nous, l’intelletto. La psyche è la forma di un corpo vivente, è l’”atto primo”, il principio in virtù del quale si compiono le varie attività vitali, ed essa è imprescindibile dal corpo, mentre il nous può esserne separato. Aristotele non giungeva a porre compiutamente il problema del rapporto mente-corpo, che solo con Descartes avrebbe avuto la sua piena formulazione, ma non poneva con grande forza la questione del rapporto uomo-mondo. Questione che ancora oggi, pur con il grande progresso delle scienze mediche, biologiche, fisiche e matematiche, della psicologia, delle scienze cognitive e delle neuroscienze, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, rimane insoluta, aperta.” (Eddy Carli, Cervelli che parlano – Il dibattito su mente, coscienza e intelligenza artificiale, interventi di Damasio, Davidson, Dennett, Dreyfus, Edelman, Fodor, Rorty, Searle, Stich, introduzione e cura di Eddy Carli – 2000 Bruno Mondadori)
Per
Eddy Carli i rapporti uomo-mondo, mente-corpo, sono ancora agli albori e devono
essere studiati ancora molto approfonditamente: è indubbiamente vero quanto
dice la Carli, impossibile darle torto.
Oggi
sappiamo ancora troppo poco circa il panorama uomo: purtroppo, nel XX secolo
abbiamo assistito ad un notevole progresso tecnico, ma questo non si integrato
con il progresso sociale dell’uomo soprattutto perché in ambito sociale
scientifico il XX secolo ha subito una battuta di arrestamento o meglio di
involuzione. E’ accaduto che l’uomo ha prodotto macchine e computer senza più interrogarsi
su se stesso, così oggi abbiamo tante macchine a nostra disposizione, ma non le
comprendiamo se non parzialmente. Oggi ci si interroga ancora sul funzionamento
delle macchine che il XX secolo ha prodotto, e solo da un paio di decenni
l’uomo si è ricordato di se stesso. L’uomo ha compreso di aver trascurato la
sua umanità e così oggi stiamo assistendo ad una corsa riparatrice per
comprendere la nostra psiche; un contributo inestimabile e preziosissimo è
stato dato a questo proposito da Oliver Sacks, professore di neurologia allo
Albert Einstein College of Medicine di New York. Sacks più di chiunque altro ha
approfondito e scavato dentro e intorno al panorama uomo e ci ha restituito
parte della nostra umanità: “L’immaginazione della natura, come ama pensare
Freeman Dyson, è più ricca della nostra; egli parla, meravigliandosene, di
questa ricchezza del mondo fisico e biologico, dell’infinita diversità di forme
del mondo fisico e in quello dei viventi. Per me, come medico, la ricchezza
della natura deve essere studiata nei fenomeni della salute e della malattia,
nelle infinite forme di adattamento individuale attraverso cui gli organismi
umani – le persone – adattano e ricostruiscono sé stessi quando vengono posti
di fronte alle sfide e alle vicissitudini della vita. Difetti, disturbi e
malattie possono, in questo senso, avere un ruolo di paradosso, portando alla
luce risorse, sviluppi, evoluzioni e forme di vita latenti che, in loro
assenza, potrebbero non essere mai osservati e nemmeno immaginati. E’ proprio
il paradosso della malattia, questo suo potenziale “creativo”… Perciò se è vero
che si può inorridire alla vista della devastazione prodotta dai disturbi o
dalle malattie dello sviluppo, è vero anche che a volte è possibile
considerarle eventi creativi, perché pur distruggendo particolari vie, certi
modi di fare le cose, possono tuttavia forzare il sistema nervoso ad aprire
nuove strade e ad escogitare nuovi modi, inducendolo a crescere e ad evolvere
in maniera inaspettata. Quest’altra faccia dello sviluppo o della malattia è
qualcosa che vedo, potenzialmente, quasi in ogni paziente…” (da Un antropologo su Marte di Oliver Sacks,
1995 Adelphi). Come bene evidenzia il professore la malattia non è sempre
motivo di un handicap permanente: il cervello umano, a seguito di un trauma, è
spesse volte in grado di sviluppare e forzare il sistema nervoso per aprire
nuove vie di comunicazioni. Sappiamo benissimo che le cellule cerebrali una
volta danneggiate sono inservibili, ma il cervello è un mondo vastissimo e molte
aree non utilizzate in condizioni normali, in casi di necessità vengono per
così dire risvegliate e istruite per
far fronte ad un handicap. Poniamo il caso che un uomo si rompa il braccio
destro e che per tutta la vita non sia mai stato educato a servirsi della
braccio sinistro per svolgere attività quali mangiare, scrivere, ecc.; Sacks
spiega che in una eventualità del genere, l’uomo con il braccio destro
immobilizzato istruirà il braccio sinistro perché possa scrivere, mangiare,
disegnare, ecc. In realtà non è il braccio che viene istruito, bensì una
precisa area del cervello. Il problema è che molte aree del nostro cervello
sono nella nostra scatola cranica e non sono state mai sfruttate, ma ciò non
significa che queste aree siano materia grigia inutile, piuttosto è materia
grigia che non sappiamo come funziona e di conseguenza non conosciamo quali imput
potrebbe trasmettere al nostro corpo, il più perfetto dei robot biologici. Molto
spesso la fantasia è l’unico mezzo di indagine che abbiamo per tentare di
comprendere come
funziona nella sua integrità il nostro cervello. E la fantasia
di certo non manca a Gene Brewer che con “K-Pax”
ha dato vita ad un romanzo “innovativo” in tutti i sensi. Gene Brewer è nato a
Muncie, Indiana, nel 1937; laureatosi in biochimica alla University Of Wisconsis, biologo molecolare, dopo aver abbandonato il mondo della ricerca, si
è dedicato relativamente tardi alla letteratura: ha atteso tredici anni prima
di pubblicare il suo primo romanzo, “K-PAX”.
Ma il risultato è a dir poco eccellente: Gene Brewer è scrittore dalle indubbie
doti stilistiche e artistiche. Il suo esordio letterario ha il genuino sapore
di un saggio di Oliver Sacks godibile come un romanzo di SF. Leggendo K-PAX impossibile non riconoscere
influenze da scrittori di genere quali Philip K. Dick, Ursula LeGuin, Robert J.
Sawyer, ma anche da autori classici come Raymond Carver, Walt Whitman; e poi,
ovviamente, K-PAX, con perfetta
poesia realistica, abbraccia una forte componente di introspezione psicologica
freudiana sceverata da obsoleti e noiosi tecnicismi scientifici. Come ho
evidenziato nella recensione al romanzo di Gene
Brewer, “K-Pax”, pubblicata
recentemente sul Corriere della
Fantascienza, l’autore “investiga
l’animo umano e lo esalta con poesia sociale, politica, una poesia che si rifà
a quella di Walt Whitman, ma non dimentica di asserire tra le righe che
l’essere umano è il vero alieno che la società moderna si rifiuta di (ri)conoscere
e ammettere come realtà”. Ed ancora:
“La Sf moderna minacciata dalla contaminazione dell’AvantPop, minacciata da un agonizzante cyberpunk, grazie a Gene Brewer incontra il più alto spessore comunicativo, quello relativo al panorama uomo. Basta leggere poche battute per rendersi conto di questa verità:
trob: “La malattia mentale è spesso nell’occhio di chi guarda. Troppo spesso su questo PIANETA è attribuita a chi pensa e si comporta in maniera diversa dalla maggioranza.”
gene: “Ma senza dubbio ci sono persone che non sono in grado di affrontare la realtà…”
trob: “La realtà è ciò che fai.”
[…]
trob: “Come ho detto in precedenza su K-PAX, non abbiamo nessuna religione, grazie a dio.”
[…]
trob: “Molti umani seguono la politica “occhio per occhio, vita per vita”. Molte delle vostre religioni sono basate su questa formula, che è famosa nell’UNIVERSO per la sua stupidità. Il vostro cristo e il vostro budda ebbero una visione diversa ma nessuno li ascoltò, neanche i cristiani o i buddisti. Su K-PAX il crimine non esiste, capisce?” E se ci fosse non verrebbe punito. Sembra che per i TERRESTRI questo sia impossibile da comprendere, ma è il segreto della vita, mi creda!”
gene: “Si farà rivedere? Non lo sapremo mai. Quanto mi piacerebbe potergli parlare ancora, solo per un attimo, per fargli tutte quelle domande che non ho avuto l’occasione di fargli prima… Potremmo, come lui, vedere la luce ultravioletta se lo volessimo con tutte le nostre forze? O volare? O creare un mondo migliore per tutti gli abitanti della Terra?”
La
trama, per quanto semplice, è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un
altissimo contributo alla ricostruzione dell’animo umano e alieno che ognuno di
noi conserva gelosamente nella sua mente (e nel suo cervello). La semplicità è
la comunicazione: situazioni scontate sono in realtà quell’evidenza che tutti i
giorni noi ci troviamo davanti e rifiutiamo di accettare e riconoscere; per
Brewer ciò che apparentemente è un fatto scontato è in realtà quello che
maggiormente merita attenzione e quindi una seria analisi psicologica. Spesse
volte domande e risposte sono forzate, quasi irreali, poco realistiche: ma
Brewer non offre risposte certe, piuttosto semplici indicazioni sicure per la
ricerca del Se, della proprio Ego. Questa è poesia, una poesia che non offre
soluzioni, bensì solo indicazioni, perché questo è il vero (reale) compito
della poesia quando è poesia. E Brewer maneggia la poesia con assoluta
padronanza relegandoci un ritratto stupendo di trob, un uomo disturbato ma
genuino, candido nella sua genialità di idiot
savant così come nelle sue contraddizioni e ingenuità….
K-PAX è un
rarissimo esempio di come dovrebbe essere la fantascienza moderna, umana, molto
più umana: è sicuramente il miglior romanzo americano uscito negli ultimi dieci
anni, un lavoro che non teme il tempo e nomi affermati del panorama letterario
della Sf e non. K-PAX ha forse
segnato un nuovo modo di concepire la fantascienza… anzi, ha sicuramente
indicato la strada per concepire una fantascienza umana. Gene Brewer disegna
perfettamente un “mondo possibile”, forse un mondo che esiste soltanto nella
mente del suo personaggio, trob, ma non
per questo è meno reale, anzi proprio il fatto che trob è una sorta di
visionario lo rende credibile agli occhi del lettore”.
Gene
Brewer non ha bisogno di inventare un pazzo che vada in giro liberamente dentro
un manicomio dicendo che “è pazzo e quindi il suo pianeta d’origine è K-Pax”:
quello che Brewer inventa è un uomo a suo modo sano che va in giro all’interno
di un manicomio asserendo di essere sano e di provenire da un altro pianeta.
Chiaramente anche dichiarandosi sano, i dottori del manicomio non possono
credere completamente al fatto che sia realmente sano; eppure, nonostante
approfondite ricerche, sembra quasi che trob sia sano e per di più un uomo con
una grande cultura e intelligenza. Alla fine, trob è semplicemente un essere
umano, un uomo che ha molto sofferto e che per sfuggire alla crudeltà della
realtà si è inventato un mondo tutto suo, perfetto, K-Pax. Gene Brewer sembra
lasciarci quasi intendere che i mondi inventati dalla fantasia sono reali come quelli
che noi costruiamo su Terra, la nostra quotidiana realtà di mondi invasi dalla
guerra, dalla povertà, dalla crudeltà. I mondi inventati sono per Brewer una
dimensione della mente dove è possibile correggere le imperfezioni dei mondi
terrestri per dar corpo ad una realtà utopica. L’utopia inventata dalla mente
umana è per Brewer reale quanto la realtà a cui noi tutti siamo abituati e che
percepiamo con i nostri cinque sensi (e con l’istinto animale che ci è proprio).
Inventare un mondo con la forza della fantasia significa popolarlo di “idee” e
quindi organizzarle affinché diano vita ad una vita alternativa dove la mente
possa rifugiarsi dai pericoli di quella che noi riteniamo essere la realtà.
La
realtà che noi percepiamo per mezzo dei nostri sensi è solo una parte di quella
realtà che vorremmo vedere: i nostri
sensi hanno dei limiti e ci permettono di percepire forse solo un 5%
dell’intorno, del panorama universo, mentre il restante 95% della realtà noi
tentiamo di conoscerlo attraverso l’utilizzo di radiotelescopi, computer,
simulazioni in laboratorio, raggi x, ecc. La fantasia non ha bisogno di
avvalersi di mezzi tecnici per vedere la realtà nella sua interezza perché alla
fantasia è sufficiente immaginare, e l’immaginazione diventa credibile assai
più di quella porzione di realtà percepibile per mezzo di un radiotelescopio. Insomma
per Brewer immaginare un altro mondo piuttosto che tentare di osservarlo (e
trovarlo) attraverso la tecnica significa essere anche un filosofo e il
filosofo vero non ha bisogno di dimostrazioni per asserire che la sua
immaginazione è reale, perché egli sa che è reale e tanto gli basta e deve
bastare a quanti intendono credere nella sua immaginazione. Il mondo è
composito di mondi infiniti è sono tutti nella testa di chi ha il coraggio di
osservarli con filosofia, con fantasia, questo sembra essere il messaggio
ultimo che Brewer propaganda nel mondo della nostra realtà di vedute ristrette.
Gene
Brewer sembra quasi rifarsi alla filosofia di Giordano Bruno che asseriva l’infinità
dell’universo: “Io dico l’universo tutto infinito, perché non ha margine,
termino, né superficie; dico l’universo non essere totalmente infinito, perché
ciascuna parte di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi innumerabili
che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio tutto infinito, perché da sé
esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio
totalmente infinito, perché lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte
infinitamente e totalmente: al contrario dell’infinità de l’universo, la quale
è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all’infinito,
possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello”, tanto
diceva il filosofo Giordano Bruno (De l’infinito, universo e mondi, Dialogo
primo). In sintesi: l’universo è
infinito, ed è degno simulacro del sommo principio; il Dio infinito, in quanto
infinito, nell’universo ci sono
innumerevoli mondi come quello abitato dall’uomo… Poiché la divinità è insita
nella materia, la mutazione delle forme non è la formazione di “altro essere”
ma solo un diverso “modo di essere”; a tutto ciò soprassiede la provvidenza
come principio d’ordine universale.
La fantasia è l’universo per Brewer. Con Gene Brewer si può finalmente andare
incontro alla fantascienza parlandone con tutto rispetto: Brewer è l’inizio
della renaissance della fantascienza.
Oggi
il mondo della filosofia come quello della scienza ancora è diviso tra
aristotelici e cartesiani, tra chi crede nella res cogitans e chi nella res
extensa. I materialisti filosofici credono che solo la res extensa ha importanza per il mondo filosofico scientifico e
questi, spesse volte, vengono ghettizzati,
guardati con sospetto, trattati come degli eretici. A prevalere è la
convinzione che la scienza debba rifarsi ad un modello aristotelico; questa convinzione
è stata abilmente seminata nel mondo scientifico e filosofico dalla Chiesa che ha
visto in Aristotele un filosofo poco pericoloso per le sue idee basate
esclusivamente sull’interpretazione soggettiva della Bibbia e dei Vangeli. Il
pensiero aristotelico è stato plagiato (e sfruttato) dalla Chiesa: quando
questa si è resa conto che la scienza minacciava di sminuire le sue presunte
verità assolute ha dovuto trovare un filosofo che si potesse adattare con
facilità alle interpretazione cristiane circa la natura dell’uomo e il suo
scopo nell’universo. La scelta è caduta su Aristotele e ancora oggi la Chiesa
per affrontare la scienza continua a sfruttare le idee di Aristotele, idee che
ovviamente sono state abilmente adattate alle presunte verità scientifiche
cristiane interpretate sulle Sacre Scritture.
Il
mondo scientifico/filosofico è per lo più di stampo aristotelico ed è questo il
motivo principale per cui l’uomo moderno è ancora un barbaro che vive in una
società medievale riccamente nascosta dalla tecnologia. La tecnologia che oggi
l’uomo usa è un giocattolo: nessuno o quasi sa come funziona un televisore,
figurarsi una centrale nucleare! Ovviamente non tutti sono degli ignoranti, ma
chi sa come funziona la moderna tecnologia ha per così dire le “labbra cucite”.
Non è comunque mistero che molte invenzioni moderne sono il risultato del caso:
l’intenzione era quella di inventare un
tostapane ma è venuto fuori un cellulare, che facciamo, lo buttiamo? No, mica
siamo pazzi! Insomma molte scoperte sono frutto del caso e non
dell’intenzione, ed essendo venute al mondo per caso ne conosciamo sì e no il
funzionamento, magari lo intuiamo, ma ancora il nostro cervello si lambicca
sopra queste invenzioni casuali. Il
mondo scientifico moderno funziona così e purtroppo anche quello filosofico… "Chi
ha infuso la vita nelle equazioni?Chi vi ha "soffiato il fuoco"
?", è l’inquietante interrogativo che si pone Stephen Hawking. Una
possibile risposta potrebbe essere quella di Paul Davies il quale risponde a
sua volta con un’altra domanda: "Da dove vengono le leggi della
natura?" Ma Paul Davies aggiunge: "Queste leggi riflettono proprietà
esistenti nella natura. Se non potessimo contare sul fatto che le regolarità
sono reali, la scienza si ridurrebbe a una sciarada senza senso".
A
rispondere a Hawking e a Davies ci pensa Giuseppe Tanzella-Nitti, docente di
Teologia fondamentale al Pontificio ateneo della Santa Croce: "Abbiamo
molto da dire all'uomo di scienza. Secondo l'enciclica Fides et ratio, gli
scienziati possono appoggiarsi fiduciosi su un ordine naturale delle cose, che
è intelligibile e razionale”.
E Lino
Conti, docente di Storia del pensiero scientifico all'università di Perugia, citando
un testo la Theologia naturalis del catalano Raimondo Sebunde, si toglie
dall’impaccio: "digito Dei scriptum", quasi a confermare che Il
libro della natura contiene la
dimostrazione scientifica dell'esistenza del Creatore. Sembrerebbe da
questo scambio di virtuali battute fra teologi e scienziati che il dialogo fra
filosofia e scienza è un dialogo aperto: "Sono lontani i tempi della
contrapposizione anche virulenta: ora le nostre idee dell'uomo e del cosmo non
sono più alternative", così dice Giuseppe Lorizio, professore di Teologia
fondamentale alla Lateranense. E a far sembrare che il dialogo sia
veramente aperto Tanzella-Nitti ci tiene a sottolineare che ”le leggi della
natura esprimono la "fedeltà di Dio, la verità della sua alleanza con l'uomo…
E non c'è determinismo per chi sa cogliere la sua simultanea trascendenza e
immanenza".
A
questo proposito è interessante leggere qualche stralcio da un articolo apparso
su Il Sole 24 Ore nel febbraio 2000 a
firma di Umberto Bottazzini: “… La questione della priorità, che vede schierati
su fronti opposti i partigiani di Newton e di Leibniz, è solo un aspetto di una
radicale divergenza di opinioni tra i due in materia di filosofia naturale.
Diversa è la loro concezione dello spazio, del tempo, della gravità. In una
parola (quella di Newton) "il primo procede solo fin dove lo conduce
l'evidenza dei fenomeni e delle esperienze, arrestandosi non appena tale
evidenza venga a mancare; il secondo è tutto imbevuto delle sue ipotesi, che
avanza non già come proposizioni da doversi esaminare con l'esperienza, ma come
verità cui si deve credere a occhi chiusi". La controversia è alimentata
anche da divergenze di natura religiosa. Il Dio di Newton è, come ha detto
Koyré, un Dio dei giorni feriali, che di fronte a certe irregolarità non spiegate
nel moto dei pianeti deve ripetutamente intervenire a rimettere le cose a
posto. Per Leibniz tutto ciò é un insulto alla perfezione divina. Dio è il Dio
del Sabbath, che ha creato il migliore dei mondi possibili, un universo
perfetto e stabile fin dal momento creazione, che non necessita di alcuna
manutenzione… (Umberto Bottazzini sta recensendo un libro di Hellman, n.d.a.) In
maniera emblematica, l'insorgere di controversie illumina il contrasto tra
teorie rivali, e rivela la molteplicità di fattori che caratterizzano il
processo della scoperta scientifica. "Persino definire una scoperta, o
decidere quando essa ha avuto luogo, è spesso difficile", afferma Hellman.
In
questo volume egli passa in rassegna dieci controversie, che forse non sono
quelle "che hanno cambiato il mondo", ma che certo sono istruttive.
La modalità del loro sorgere e della loro risoluzione, infatti, mette a nudo
non solo divergenze intellettuali e contrasti teorici, ma anche un ruolo
inaspettato del contesto in cui opera la scienza, degli aspetti culturali e
sociali che sono legati alle pratiche scientifiche. Con le parole di Hellman.
"questi episodi drammatici ci raccontano una scienza che è sia impresa
umana sia attività organizzata". Un'impresa che chiama in causa
convinzioni profonde, di natura filosofica e religiosa.”
Fede
e ricerca: parlando di John Polkinghorne, Nino Matera sul quotidiano Il Giornale nel marzo di quest’anno ha
tracciato un quadro assai interessante, dunque leggiamo qualche stralcio
dell’articolo che ci pone di fronte a spinose questioni fideistiche: «Cos'è il
tempo?». Sono passati circa sedici secoli da quando sant'Agostino si pose
questa domanda. Per il vescovo d'Ippona il tempo era nato con il mondo:
l'universo non era stato creato da Dio nel tempo (in tempore), ma con il tempo (cum
tempore). Per un lungo periodo,
questa risposta è bastata all'Occidente cristiano, ma a un certo punto sono
sorte delle complicazioni: la scienza non era più tanto d'accordo, e sembrò
seguire altre strade, diverse da quelle della fede.
Quando
però un certo Einstein scoprì che la materia e il tempo sono un tutt'uno, la
scienza dovette ricredersi: Agostino aveva ragione. E aveva fede. E' quello
che sostiene con pacata certezza John Polkinghorne, il fisico della Royal
Society presidente emerito del Queens College di Cambridge che è anche un
pastore anglicano…
Insomma
il tempo... «...
è indissociabile dallo spazio e dalla materia.
Ma è anche vero il contrario: il mondo è soggetto alla storia. Sembra scontato, eppure per lungo tempo i
cosmologi hanno pensato a un universo statico nelle sue caratteristiche
fondamentali. Ma la geologia e la
biologia prima, poi anche la fisica hanno accettato il fatto che l'universo si
evolve continuamente».
Da
un punto di vista metodologico, è la scienza a guidare la fede, o questa
illumina la prima secondo l'antico adagio: credo per capire (credo ut intellegam)?
«I
teologi che si occupano di scienza sono passati oggi da una teologia naturale a
una teologia della natura. Non
guardiamo più il mondo fisico alla ricerca delle prove dell'esistenza di Dio,
ma pensiamo a Dio come a un aiuto che rende intelligibile il modo in cui vanno
le cose nel mondo. In certo senso, il
rapporto si è ribaltato, come ho scritto in Credere in Dio nell'età della scienza
(Cortina, pagg. 174).
Le due
teorie principali sul destino del nostro universo, l'inflazione (per cui
l'universo continuerà a espandersi per sempre) e la contrazione (fino al Big
Crunch finale) non sono molto confortanti.
Come si pone il cristiano di fronte a queste ipotesi?
«Il
problema di queste teorie è il senso di futilità o inutilità (del cosmo, di noi
uomini) che ne deriva. Da un punto di
vista teologico, l'unico modo per rispondere è argomentare in maniera credibile
(giacché è possibile) una speranza escatologica. Il Cristianesimo deve riproporre la sua visione della fine e del
senso di tutto, che è Dio Padre.
L'ultima parola sull'universo è infatti la Resurrezione».
Ma
non occorrevano queste considerazioni “falsamente moderne” perché ci si
rendesse conto che la mente non è semplicemente quella che all’uomo nella sua
ristrettezza cognitiva può sembrare: come si è potuto leggere, oggi, ancora la
mente è strettamente legata a Dio, ad una concezione aristotelica. Per quanto
molti intendano far credere all’opinione pubblica che la Chiesa ha aperto un
dialogo con il mondo della scienza, è evidente che ciò è falso: la scienza aristotelica concede un po’ del
suo alla religione e la religione
aristotelica concede un po’ del suo alla scienza, insomma uno scambio di
informazioni superficiali che nulla o poco ci dicono dell’essere umano.
Le
religioni inflazionano la scienza e la scienza si lascia inflazionare per
pubblicizzare risultati tutt’altro che innovativi, risultati oziosi,
ripetitivi, risaputi. L’onestà intellettuale scientifica è per pochi: Oliver
Sacks è il più onesto di tutti, ma anche Damasio, Davidson, Dennett, Dreyfus,
Edelman, Rorty, Searle, non scherzano, per rendersene conto basta leggere i
loro lavori. Tuttavia prima che questi dottori moderni ci indirizzassero verso
la comprensione della scienza e della filosofia moderna, nel 1500 già altri
tentarono di aprire gli occhi ad una umanità invasata dai suoi pregiudizi:
Giordano Bruno fu il primo iniziatore di una filosofia moderna, aperta. In uno
stupendo saggio biografico il filosofo germanista Anacleto Verrecchia guarda
all’uomo, al filosofo Giordano Bruno Nolano come nessun altro aveva osato fare
fino ad oggi: la biografia di Verrecchia edita nel 2001 da Donzelli Editore è
un atto di giustizia nei confronti di uno dei più grandi filosofi del mondo, un
filosofo che ancor oggi viene disprezzato e messo ancora al rogo dagli ambienti
ecclesiastici che ne negano in toto la dottrina. Verrecchia, a differenza di
Matteo D’Amico che nel 2000 per i tipi della Piemme ha pubblicato una boriosa
quanto irrispettosa biografia sul filosofo dicendo che il processo a Giordano
Bruno è stato uno dei più rispettosi per i tempi che correvano, ci restituisce
un uomo, un filosofo vero, un filosofo che ha indagato l’animo umano e lo spazio
infinito con una acutezza superlativa, una acutezza che oggi è quasi impossibile
ritrovare nei nostri moderni filosofi e scienziati. Il pensiero del Nolano è assai
importante per l’uomo moderno e per la fantascienza come ho già avuto modo di
evidenziare parlando di Gene Brewer e quindi di K-Pax.
Arrivando alle conclusioni, come si è potuto comprendere leggendo questo articolo la fantascienza ha molti legami con la filosofia e non solo con la scienza. Senza filosofia sarebbe impossibile creare una qualsiasi opera di fantascienza; spesse volte l’autore, in quanto artista, non è consapevole che il suo scritto implica una forte componente filosofica, ma ciò non significa affatto che la sua fantasia creativa non sia soggetta ad alcune regole proprie della filosofia. Riassumendo, la PHILOSOPHĬA è amore della conoscenza, la PHANTASĬA è la visione della mente, quindi la FANTASCIENZA è commistione fra le due, ovvero è sia scienza (conoscenza della scienza) sia fantasia.