GHIACCIO MAUVE




Lukha Kremo Baroncinij - Nila Lucchini

Adesso Kumiko sta meglio, dorme sul supporto, è così carina; le sue attività vitali sono ridotte al minimo, e io con lei vivo in questo cubo, al sicuro.

Soltanto cinque minuti fa sgambettavo controcorrente tra i corpi in schiera della città sopravetro. Con scarsa speranza e debole nella carne, inseguivo il piacere caldo dal nome gelido, le mie gambe sospinte una dopo l’altra da Kumiko. Intorno i passi affrettati della gente scandivano il mio tempo. La folla ondeggiava e sbandava scomparendo nella foschia scura all’ombra di architetture verticali.

Pochi volti, dipinti in serie. Topi, grassi uccelli e insetti enormi, geneticamente immuni, saettavano tra gli interstizi delle gambe e si avventavano come sciacalli su qualsiasi cosa morbida fosse caduta. Il pavimento trasparente è chiamato il vetro, ma è in realtà composto di pannelli di polimetilmetacrilato, un polimero rigido e molto resistente, registrato col nome di Altuglas.

Voci tuonavano comandi poco chiari, i segnali si sovrapponevano fondendo tra loro i significati. Poco più in alto, dove di rado la mia vista giungeva, schizzavano le aerodinamiche di veicoli impazziti, che parevano sfiorarsi e giocare. Ancora più sopra i palazzi terminavano, e si apriva un grigio spazio libero, ma questo lo sapevo per sentito dire.

Ora non m’interessa più di tanto. È Kumiko che regola i miei interessi, che tara la mia volontà. Kumiko, piccola e carina sul suo supporto, calcola e decide. E quando c’è la necessità di ghiaccio, ogni priorità è annullata. Devo assumere ghiaccio per riscaldarmi, altrimenti la mia Kumiko morirebbe, e io con lei. Dopo il turno in miniera, la riserva di ghiaccio si esaurisce e non mi rimane molto tempo. Devo tornare sottovetro e aspettare il tutore nel mio cubo buio. L’uomo mi consegnerà la razione di acqua e cibo e la fialetta di ghiaccio che ci siamo guadagnate.

Ora Kumiko riposa, mi pare quasi di vederla, con gli occhietti socchiusi e la smorfietta di piacere sulle labbra. Sta sognando, Kumiko, e io con lei. Sono nel cubo, quattro mura senza intonaco. Osservo il mio corpo senza stupirmi. La carne ha la consistenza del legno zuppo, la pelle è dura e sfibrata, sono magrissima, il mio seno non esiste più, i capezzoli sono appiccicati alle costole.

Ma c’è caldo nel mio cuore, il ghiaccio scorre nelle vene, lo avverto, mi par quasi di vedere i cristalli dosati così con amore da Kumiko che si sciolgono nel plasma.

 

 

Accanto a me è arrivata Liala, la meretrice. Siamo diventate amiche perché, pur avendo dei corpi diversissimi, dentro siamo simili. Quando le altre compagne ci vedono assieme trattengono a fatica gesti di scherno. Porta lunghissime unghie smaltate e le sue poderose mammelle mi mettono allegria. Quando cerco di abbracciarla le falangi delle mie mani non riescono a incontrarsi dietro alle carni del suo bacino. A volte la aiuto a truccarsi e lei per scherzo mi applica un po’ di Rimmel. Ma la mia pelle è marrone e i trucchi per me sono inutili.

Liala lavora con tanti uomini. Mi dice che la penetrano e poi vengono. Poi passano la carta di credito sul lettore e se ne vanno. Altri praticano sesso orale, altri ancora sono feticisti o sadomaso. Quando io e Kumiko siamo nella nostra bolla di piacere, al termine di un lungo turno di lavoro, raccontiamo a Liala le avventure della giornata. Ma le sue storie sono molto più interessanti. Quando parla, muove le grosse labbra rosse e mi guarda attraverso le ciglia lunghe e ritte come fibre ottiche. Mi parla di glande, sperma e sculacciate, mi racconta come sono gli uomini, e poi mi fa strizzare le sue mammelle per mostrarmi come fanno. Le mie ossa affondano nelle sue morbidezze, e provo piacere.

Io invece le racconto di carotaggio e lubrificazione, di trivelle e pompe, le spiego la differenza tra minerali e pietre. E, invece di annoiarsi, Liala si mette a ridere e mi sussurra che anche lei è una miniera e conosce trivelle e lubrificazione.

Liala si è rivestita e si è sistemata come sempre vicino a me, nel buiore del cubo.

"Ciao Liala!"

"Mia cara..." Mi cinge con la mano e mi prende in braccio. Le sue unghie sono dolci armi da taglio. Poso la nuca tra le sue mammelle, mentre Kumiko socchiude un occhio.

"Cosa ha fatto oggi la mia piccola minatrice?" sorride. Gioca spesso sulle parole meretrice/minatrice. Le sorrido anch’io.

"Sei stanca?" mi chiede. Non rispondo. Sa bene quanto aspetto quel momento. Ci sdraiamo sulla brandina, anche lei assume ghiaccio, come tutte, quaggiù.

"E tu?"

"Un po’ di botte." dice con noncuranza. Alzo la testa, ha un segno rosso sul viso. Botte prese, non date. La accarezzo, le sue labbra rosse si allungano e comincia a fare le fusa. Si addormenta, fra poco anch’io dormirò. E anche gli ultimi vapori colorati si consumeranno, le ultime voci si accomiateranno e i vaghi bagliori svaniranno. Il mondo intero si chiuderà su di noi e, come un televisore che si spegne, tutto si risolverà in un puntino luminoso che si scioglie al calore dei nostri corpi.

 

 

Quando mi sintonizzo sul canale della vita, non capisco subito qual è il dolore, quale il piacere, a volte penso di preferire il rumore bianco, davvero.

Kumiko è sempre sul supporto applicato sulla mia spalla, i nostri sistemi nervoso e circolatorio sono comunicanti; ora è inquieta, sta analizzando il nostro plasma e prevede una ricerca di ghiaccio nelle prossime ore. Sono sveglia, l’uscita si è spalancata con un suono da fanfara e tutte le compagne si affrettano a tornare in città, sopravetro.

Liala non c’è più, è già in qualche locale a lavorare. Echi di voci che rimbalzano tra le mura, e buio. L’endorfina non è sufficiente, e se osservo Kumiko non è più carina, mi pare orribile, una congerie di ruggine. Una congerie di ruggine su un tronco di legno malato. Mi alzo ritta sulle ossa delle gambe, un bagliore mi schiarisce il volto scavato. Kumiko è agitata, ha avvertito la presenza di una persona. È il tutore.

Mi acquatto in un angolo, è facile per le mie ossa libere dalla carne raggomitolarsi in pochi decimetri cubici. Una voce cupa mi chiama, chiama il nome di una donna che corrisponde al mio. I passi indugiano, una luce rotea per la stanza, un lucore momentaneo mi scolpisce la rètina. Il tutore sembra ignorarci, gira sui tacchi, si allontana. Poi Kumiko preme sulla volontà. Il rapporto simbiotico si rafforza. Mi alzo sulle ossa delle mie gambe e avanzo verso la figura dell’uomo.

Si gira, mi abbaglia con la pila. Mi ha riconosciuta. Abbassa la luce e mi consegna la fiala.

Kumiko è eccitatissima. Nuovo ghiaccio in arrivo per noi. Sostanze fresche e ulteriori endorfine. La nostra simbiosi freme. Stringo tra le dita l’iniettore doppio, che permette un’ipodermoclisi e un’endovenosa in contemporanea. Carico l’iniettore col ghiaccio, scaldo la provetta a pressione, quindi apro la valvola e il ghiaccio liquefatto effluisce nel corpo della siringa, ha un aspetto rassicurante, è fosforescente, ha un colore mauve indefinibile, chissà, forse è soltanto il taglio. Tolgo la sicura, punto i due aghi in una zona idonea, dove trovare ancora una vena, poi vedo l’ago endovenoso infilarsi a fatica nella pelle dura, quindi anche il secondo, più arretrato. Premo lo stantuffo automatico e la sostanza accede al mio corpo.

Ora il ghiaccio è in noi, è l’unica cosa del mondo esterno a cui permettiamo di penetrare. E di nuovo Kumiko sta meglio, giace sul suo supporto, e pare più carina di prima.

 

 

La strada per il cantiere passa sottovetro e arriva al posto di blocco. Poi prosegue sopravetro, nel caos della città. La miniera, ormai circondata dalla metropoli, non è lontana, giusto un paio di semafori e di sottopassaggi. Quando arrivo, indosso la tuta, il casco, le cuffie e i proteggiocchi e m’incuneo nei pertugi dove solo io posso arrivare. Devo raggiungere le trivelle e controllare che siano a posto, devo lubrificare alcuni macchinari sotterranei, a volte devo trasportare il materiale e caricarlo sui nastri trasportatori, ma per questo la mia forza non vale un granché.

Oggi Kumiko è più euforica del solito, cerco di osservarla, di capire se la nostra bolla è a posto, ma la spalla mi duole. Entro in un cunicolo lungo la trivella, sul casco c’è la torcia che mi fa luce. A parte il sentore di zolfo, sembra di essere nel cubo. Ma non c’è il calore di Liala. Stringo le ossa delle gambe e avanzo.

Di colpo un dolore lancinante, un tentativo di urlo e odore di sangue, il casco mi cade. Cerco di capire, mi rannicchio, la trivella si è mossa. Dalla spalla mi cola un liquido leggermente denso. Kumiko è ferita! Schizzo indietro, non ho più il casco che mi fa luce, ma l’istinto mi fa risalire.

Fuori dal cunicolo ammucchio le ossa del mio corpo sul terreno argilloso. Qualcuno mi afferra e mi poggia su un telo bianco. Scorgo già le macchie scure del mio sangue. Kumiko mi trasmette dolore e disperazione. Poi più nulla.

 

 

Apro gli occhi. Sono viva. Al buio. Ma dall’odore riconosco il mio cubo. Una sensazione strana, mai provata. Cerco Liala, senza trovarla. Poi mi rendo conto di non sentire più Kumiko. La raggiungo con la palma della mano, non l’ho mai fatto, non ne avevo bisogno, abbiamo sempre comunicato internamente. Si trova ancora sul supporto, ma c’è una grossa ferita ancora aperta, il cuore le batte ancora, molto lentamente, ha perso i sensi. Nessun segno di cura.

Cerco di alzarmi, ma non ho forze sufficienti. Sensazione di panico, poi di rabbia, di voglia di reagire.

"Liala aiuto! Provo rabbia! Provo... sì, provo voglia di libertà, aiutami!" ma non può sentirmi. Quella voglia di libertà di cui qualcuno ci aveva parlato mentre noi ci sentivamo sornione nella nostra bolla di piacere, ora la provavo! Ci avevano raccontato di un Aldilà, di un’apparenza dietro alle cose, di un mondo metafisico. Tutte cose che noi compagne avevamo associato alla bolla che ci procurava il ghiaccio. E invece no. Un’altra cosa. Meno piacevole, forse, ma più forte. Forte come la volontà che mi dava Kumiko. Un desiderio che poteva farmi alzare e correre forte. Ma ora non potevo.

Una luce, il tutore. Avanza, il ticchettio delle suole di cuoio. Fascio di luci in faccia.

"Tutore, tutore! Mi aiuti!"

Impossibile vederne il volto, in controluce. Poggia la pila e si china. Le mani scartabellano un involucro ed estraggono una fiala.

"Ghiaccio?" chiedo. Non l’ho mai fatto, è la prima volta che non ne sento il bisogno, almeno per il momento. Il tutore non risponde. Mela porge e si alza, prende la torcia e gira i tacchi.

Osservo il colore della fialetta: non è fosforescente, nel buio dell’ambiente appare grigio scuro. Non è ghiaccio, ma eutanasina, quella roba che davano alle compagne che dovevano morire. Morire, cioè spegnersi, smettere di faticare, accedere a una definitiva bolla di piacere. Una sostanza che tutte avevano assunto con piacere, come se fosse stata del ghiaccio. Al momento della consegna della fiala, infatti, il loro simbionte aveva annichilito il desiderio di vivere necessario per lavorare. Ma la mia Kumiko ha perso i sensi, e ora io non voglio morire.

Attendo in silenzio. Non so cosa mi succederà. Osservo l’eutanasina, il suo grigio eterogeneo mi ricorda la polvere, quella che sarei diventata se avessi preso la fialetta. Mi passo le mani sulle braccia, le mie dita circondano l’omero, sto rabbrividendo.

"Liala! Liala!" intravedo le sue paillettes che catturano la scarsa luce residua. Al mio richiamo mi si precipita addosso.

"Cosa ti è successo?" mi abbraccia, poi ha come uno scossone: "Ma sei ferita! "

Il sangue sembra ormai rappreso, ma c’è ancora un grosso squarcio, tra la mia spalla e Kumiko, da cui fuoriesce del pus. Liala cerca di pulire la ferita. Le sue forti mani passano senza timori sui liquidi viscosi. Le racconto quello che so mentre tasta Kumiko per sincerarsi che sia ancora viva. Poi le dico dell’eutanasina, e allora si blocca. Non riesco a vedere la sua espressione, ma posso immaginarmela.

"Allora... ci dobbiamo salutare?"

Le afferro una mano con tutte e dieci le mie falangi: "C’è un problema..." le dico spaventata "Io... non voglio morire!"

Liala ricambia con delle carezze, sembra stupita, rimane silenziosa. E sento tutto il suo rispetto.

"E provo voglia di libertà, Liala, davvero..."

Rimaniamo così, a stringerci in silenzio, per qualche ora. Affondo le mie ossa nei suoi muscoli, entrambe traiamo piacere da questo gesto.

 

 

L’uscita si apre di nuovo, forse in città è notte perché non sembra entrare molta luce. È il tutore. Mi separo da Liala con un balzo, il cuore mi si mette a battere come un metronomo impazzito. L’uomo mi si avvicina a passi cadenzati, senza fretta. Spalanco gli occhi per vedere i suoi lineamenti, ma sotto un copricapo grigio vedo soltanto una macchia nera. Mi raggiunge e si china, trova la fialetta ancora intonsa.

Mi accorgo di tremare. L’uomo afferra la fiala e si rialza. Allora per un attimo mi sembra che Kumiko si sia risvegliata, perché provo un’irrefrenabile volontà di agire. Ma non proviene da lei: "Tutore... tutore, io... non voglio morire."

Il tutore si china nuovamente e un fioco lucore gli scolpisce un volto regolare, solcato da un naso lungo ed elegante, con un mento prominente. Mi arriva anche un impulso di attrazione, mai provato prima, ma per il momento non me ne accorgo.

Mi sta sorridendo, poi si lascia sfuggire una leggera risatina paterna. "E perché?"

"Non lo so, ma io non voglio sparire, voglio continuare a lavorare!" Il tutore si alza senza che io termini la frase, non sembra ascoltarmi. Sbuffa. Poi estrae un’arma.

Mi rannicchio di scatto in un angolo, implorante:

"Non mi uccida, tutore, non voglio...!" L’uomo carica l’arma con la fialetta. "La prego, mi lasci vivere! La prego!" Punta l’arnese scuro verso di me.

"Nooo!" cerco di fuggire, ma il cubo è così stretto e buio che non posso andare lontano. Poi sento lo sparo. Mi ha colpita. Mi abbandono sul pavimento freddo come la mia carne. Sento dei passi che si allontanano, poi il rumore dell’uscita che si chiude.

 

 

Liala mi sta cingendo col suo corpo e mi stringe. E tutto il calore che sto perdendo mi ritorna da lei. Mi sento debole.

"Sveglia, bambina mia, è ora di svegliarsi!" La sua voce è come il suono della fisarmonica dei suonatori ambulanti della città sopravetro. Mi basterebbe morire in quel modo, il mio desiderio di vivere sta scemando.

"Ha colpito Kumiko, sta morendo..." Questo significa che la mia simbionte sarebbe morta in poco tempo e mi avrebbe trascinato con lei dopo un paio d’ore. Respirai con affanno. Ero terminale.

"Sai Liala, so che è impossibile.", il battito cardiaco è rallentato, "Ma io voglio ancora rimanere in vita, anche senza Kumiko, con te." Ancora un lungo silenzio. Sento Liala che mi accarezza le ossa come fossero bastoncini di porcellana.

Poi mi dice: "Mia cara, mi è venuta un’idea." La lascio parlare più per il dolce suono che emette che per quello che mi sta per proporre. "Ho un cliente che fa il chirurgo... potrebbe reciderti la spalla e separarti per sempre da Kumiko. Se sei ancora in tempo, morirà soltanto lei...!"

Nonostante non abbia le forze, riesco ad alzarmi a sedere. Sto valutando il desiderio di vita residuo. Rinvengo qualche impulso dentro di me.

"Se ho la forza di arrivare, vuol dire che ho fatto la cosa giusta!" Liala mi aiuta ad alzarmi. Barcollo, ma riesco a camminare.

"L’alba dev’essere vicina. In quel momento l’entrata si aprirà, ma tu non andrai al cantiere. Ti recherai invece dal dottor C. Borg." Mentre mi spiega la strada e si raccomanda di memorizzare bene il tragitto, mi massaggia quel poco che mi rimane tra la pelle e le ossa. Provo a sentire Kumiko, il pus si è seccato, dopo ancora un’ora il suo cuore smette di battere. Addio Kumiko, ora sei nella bolla eterna.

 

 

Quando l’entrata scatta e la fanfara si mette a urlare, il mio cuore riprende a battere, quasi fosse rinato. È il mio momento. Liala me lo ricorda e mi dà tutto il coraggio che possiede. "Forza, oggi potresti diventare libera! Libera! Così potrai spiegarmi cosa si prova." Quindi prepara l’iniettore doppio per la propria dose quotidiana.

La saluto ed esco, prima che il tutore venga a prelevare il mio cadavere. Supero il posto di blocco e sono di nuovo tra le scarpe zampillanti della folla. Questa volta prendo una direzione nuova. I piccioni mi guardano con sospetto, quasi fossi una potenziale carogna - in fondo ho un cadaverino sulla spalla - ma poi sembrano stimare scarse le mie carni e svolazzano via in cerca di altra putrescenza. Mi muovo seguendo diligentemente le indicazioni di Liala. Una porta automatica mi permette di accedere a un elegante atrio moquettato; sulla destra vedo la porta del dottor Borg. Seguo le istruzioni della mia compagna. Suono. Si accende un videocitofono.

"Non ho appuntamento, ma è un caso di estrema urgenza, sono un’amica di Liala." La porta si apre.

Mi appare una donna con alcuni telefoni. "Prego, intanto le chiamo il medico." mi fa accomodare su una poltrona morbida come le tette di Liala, poi accorre il dottor Borg che, appena mi vede, si mette le mani nei capelli.

"La mia sembionte sta morendo. Io voglio vivere." Parole semplici ma efficaci. Il chirurgo chiama un’infermiera, mi adagiano su una barella e mi portano in una sala ingombra di attrezzatura chirurgica. Un liquido rappreso con grumi bianchi e scarlatti macchia il guanciale bianco. Come mi aveva descritto Liala, quella è la sala operatoria. Sento dire da una dottoressa che ne basterà molto poca, quella è l’anestesista. Un ago in vena e poi più nulla.

 

 

Apro gli occhi e intorno a me la stanza ondeggia. Sono in preda a una strana euforia. Poi mi accorgo che Kumiko non c’è più: al suo posto c’è una grossa fasciatura. Davanti a me, lo sguardo indagatore di un’infermiera m’inquieta. Una flebo è attaccata a un braccio.

"Come ti senti?" Mi sento e basta, rispondo. Mi sforzo, ma non riesco ancora a capire il significato della libertà. Aspetto di riprendere le forze.

Verso sera sono di nuovo in grado di camminare sulle mie gambette. Il dottor Borg mi porge qualcosa, una specie di fattura. Consegno l’appunto che mi ha lasciato Liala. Sopra c’è il numero della sua carta di credito. Saluto ed esco.

Sono di nuovo dispersa nella metropoli. Non mi sembra più così ostile. I suoni compongono un simpatico concertino sgangherato, le voci che escono dai giganteschi diffusori sembrano i consigli di un padre. Volgo lo sguardo in alto. Voglio vedere il cielo. Ma, sopra il mio teschio, mura e finestre vanno a immergersi in una nebbiolina grigia. Esili pallini d’acqua m’inumidiscono il viso. Non piove quasi mai qui in città. Si alzano i cappucci, gli uccelli volano bassi.

Girovago sui marciapiedi trasparenti, alla scoperta della libertà, ma un’angoscia si fa strada e cresce al mio interno, squarciandomi lo stomaco. I volti della gente tornano ostili, la luce diffusa si smorza, rigagnoli d’acqua mi bagnano le suole. Sento il bisogno di affrettare il passo. Comincio a sudare, ma provo freddo. Mi sento in una bolla, ma non è la calda bolla del ghiaccio, ma una muraglia terribile che mi cancella dal mondo. Palpitazioni. Dolori mestruali. Debolezza. Gli occhi cominciano a roteare.

Ora, come ai tempi di Kumiko, una volontà aliena mi travolge e mi sospinge le gambe una dopo l’altra, dirigendo il mio leggero corpicino verso il cubo. Alla ricerca di ghiaccio.

Mi muovo frenetica facendo tentennare le gambette, sono di nuovo sottovetro, il buiore torna padrone. Giungo davanti all’uscita e cerco il tutore con gli occhi incavati. Sembra aspettarmi: "Sei scappata." dice con noncuranza, senza guardarmi, armeggiando qualcosa.

"Ho bisogno... di ghiaccio." Non sembra avermi ascoltato. Estrae un’arma.

"Non mi uccidere, ti prego! Kumiko è morta, io voglio rimanere viva... e lavorare." Nessuna reazione. L’arma è carica di eutanasina.

"Hai capito?!" Finalmente l’uomo si ferma. Sembra scocciato. È bello, il suo viso mi attrae. Rabbrividisco.

"Perché ti ostini a crearmi problemi?" mi chiede con semplicità "Non posso lasciarti vivere, lo sai." Prende la mira, ma io mi volto, cerco di fuggire.

"Non crearmi problemi, ti prego, è una cosa veloce." ripete.

"Lasciami fuggire, non lo saprà mai nessuno." mi guardo intorno, a indicargli che nessuno ci sta guardando.

"Dovrei rischiare per un insignificante mucchietto di ossa?" si mette a ridere, l’arma sempre puntata.

"Sono un essere vivente, anche se ti faccio ribrezzo, sono una donna." Dopo questa parola l’uomo ride sonoramente, poi smette. Mi avvicino a lui.

"Lasciami andare." gli sorrido, lui indietreggia, poi lo raggiungo. Con un balzo mi punta l’arma alle tempie.

"Basta! Stai lontana da me!" io gli prendo la canna dell’arma e la massaggio come mi ha insegnato Liala. Gli uomini ne hanno una di carne in mezzo alle gambe. Poi prendo la canna in bocca e guardo il tutore con gli occhi imploranti:

"Spara!" Il tutore mi osserva con lo sguardo smarrito.

"Sparisci da questa città!"

 

 

Non ricordo quando, qualcuno mi aveva raccontato della Luna, la cosa più incredibile che avessi mai udito!


Milano, aprile 2002