Guest Star



Arthur J. Cochran


  

<<Ti fai pagare per ogni cosa. Finirai con il farti pagare anche per stare con noi.>> disse M mentre inseriva la retro e accendeva i fari dell’aeromobile.

Io lo fissai stranito, come se non stesse facendo altro che comportarsi come uno sciocco, ma una parte di me sapeva che lui aveva maledettamente ragione.

<<Ma che cosa stai dicendo?>> chiesi più a me stesso che a M

Era una notte come tante altre e la luna era tanto piena quasi da scoppiare. Io , M e gli altri avevamo deciso di fare una sorta di rimpatriata. Avevano deciso di andare in un posto sulla Comoravida la strada sopraelevata, quella che porta all’oceano. Non so chi altro ci sarebbe stato, ma l’importante era che mi vedessero tutti prima che prendessi il volo. Mi sarebbe dispiaciuto non poterli rivedere per l’ultima volta.

<<Dico che sei diventato prezioso. E questo non mi sta bene, perché noi altri valiamo qualcosa, o pensi di essere soltanto tu il centro del mondo?>>aggiunse M, mentre la sua fuoriserie sportiva avanzava spedita al di sopra di una stradina dissestata dove le buche si sarebbero sentite come granate inesplose.

<<Ti stai sbagliando di grosso amico mio. Sai non l’ho mai pensato davvero di valere più di tutti voialtri messi assieme. E se qualcuno mi cerca più del solito, e se qualcuno vuole stare con me più che con voialtri e perché io me ne devo andare.>> e dissi tutto ciò d’un fiato senza tentennamenti e mentre le parole mi risuonavano come armoniche, la nostalgia incominciò a risalire la china e a bussare alle porte d’acciaio che avevo edificato ad un passo dalla mia coscienza.

M non rispose. Le sue labbra dorate rimasero serrate come scrigni incatenati ed il suo sguardo fisso, oltre le colline frastagliate che stavano sopraggiungendo come meteore infuocate, dalla nebbia compatta che si stagliava rigida al di sopra della vegetazione.

<<Non tornerai più? E questo che ci vuoi dire vero?>>

Se non fosse M di sicuro avrebbe preso a piangere. Ma lui era abituato agli addii. Eppure un velo di tristezza precipitò dall’alto sul suo volto glabro e dai tratti femminili.

<<Non lo so, ma quello che è certo e che per molto tempo non ci rivedremo.>> risposi trattenendomi. Soffocai a stento un singulto che spingeva dalle profondità del mio ventre e dovetti chiudere gli occhi per poi riaprirli, spostando il mio sguardo dal volto di M a quello maestoso del panorama che ci circondava ovunque. Non ci saremmo mai più rivisti; non ero stupido sapevo che non mi avrebbero più fatto ritornare indietro, forse perché non avrebbero saputo come fare.

M non parlò più fino a quando con la sua aeromobile non fummo in prossimità del campo di grano che un tempo ci era appartenuto. Allora, voltandosi verso di me e lasciando i comandi ora in automatico del veicolo, disse <<Non ti dimenticherò mai. Questa notte ci ubriacheremo, faremo all’amore con le donne che vorranno e non penseremo ad altro che a quello che c’è stato come se dovesse rimanere così per sempre.>>

Quelle furono le sue ultime parole; non ci dicemmo più niente, nemmeno addio quando l’avrei abbracciato prima dell’alba.

Il campo di grano era immenso; si dilungava sino alle pendici delle colline ora quasi del tutto immerse dal crepuscolo che avvinghiava l’orizzonte. M parcheggiò la sua aeromobile poco lontano dai veicoli degli altri. Scendemmo e fummo subito un tutt’uno. Abbracci, risa e urla di giubilo. Era da un tempo infinito e remoto che non eravamo assieme per rendere omaggio e tripudio al passato.

Formammo un capannello nella semioscurità della notte incombente, rischiarati soltanto dai fari opachi dei veicoli futuristici. I nostri abbracci durarono infinitesimi cicli vitali e risollevammo le nostre anime come frangiflutti dove masse oceaniche si riversano scontrandosi su se stesse per risciacquarsi.

La donna di M, Ca, con i suoi dolci capelli spioventi, si avvicinò ai miei occhi rispecchiandosi e mi strinse forte tra le sue esili braccia. Mi baciò e sussurrò alle mie orecchie quanto mi aveva amato. Io ricambiai il suo affetto quasi straziante e mi distaccai per essere abbracciato da gli altri.

Parlammo e poi bevemmo botti di birra che Fa e Do avevano portato dalla loro riserva speciale. Brindammo al passato e spezzammo lance per il futuro che si distendeva come una landa irreale oltre le baluginanti promesse del domani.

Quando i fumi del bere ci avvinsero precipitammo in un baratro di gioia e ci stagliammo come giganti sulle nostre ombre stanche e diafane che si dilungavano magre e svilite tra le boscaglie inondate dalla vacuità di ritagli stellari distanti anni luce.

<<Dove sei diretto amico?>> chiese Sted ormai immerso a metà nel mondo dei sogni adombranti.

Lo fissai sorridendo e risposi <<Ovunque essi vogliano. Ovunque essi abbiamo deciso.>>

Poi mi voltai e Ca volle ancora un bacio appassionato dalle mie labbra turgide. L’ultimo bacio dell’uomo delle stelle.

<<Perché devi fuggire?>>mi chiese, quasi con le lacrime agli occhi

<<Non sto fuggendo. Devo andare perché così è scritto probabilmente>>le risposi, sforzandomi di mantenere acceso il sorriso che sfondava il mio volto pulito.

<<Non tornerai?>>

Rimasi in silenzio e avrei potuto dire qualsiasi cosa, ma lei non avrebbe voluto capire né tanto meno sentire. Si distanziò ancora con le braccia larghe come se stesse abbracciando il cielo.

Per un istante che durò per sempre, rimasi immobile e scoperto dalle loro attenzioni. Nemmeno i loro sguardi perforarono la corazza di isolamento che avevo edificato intorno a me senza volerlo.

Portai lo sguardo ammaliato dai torpori verso la sommità del vasto spazio che ci veniva contro. Le stelle lampeggiavano, pulsando tra ignoti sentieri brulicanti di fantasmi e metafore ataviche.

<<Vuoi?>> chiese Vol, l’uomo più anziano della ciurma. Il suo volto segnato dalle stagioni stentava un labile sorriso che mi investì di malinconia.

Allungai entrambe le braccia e con le mani presi dalle sue l’ennesimo boccale di birra spumeggiante. Presi ad ingollarla come se avessi la gola arsa più dei deserti al di là dell’oceano più prossimo.

<<Certo>>risposi con la bocca traboccante di dolce freschezza.

I sensi scemarono come i confini dell’orizzonte quando tra la notte ed il giorno non rimane altro che uno spiraglio accecante.

Non mi ci volle tanto prima che le forze mi decidessero di abbandonarmi. Il domani si stava apprestando e il futuro mi si dipanò dinanzi come schegge impazzite, riemerse da una dimensione disgregata.

Accavallai i pensieri e scomparii dentro me stesso. Mi vidi con una lucidità impressionante, mentre mi incamminavo oltre le recinzioni d’acciaio, tra schiere di soldati in uniforme, elmetti luccicanti e armi protoniche lungo le spalle livide.

Il razzo dalle code nerborute che affondavano nel terreno arido, quel razzo inscritto in un cerchio rosso, spesso quanto le arterie del presente, che mi avrebbe gettato oltre ogni punto di riferimento che potessi aver mai osato pensare.

La mia tuta spaziale brillava colpita da raggi solari che infierivano con vigore colossale dalle sponde mastodontiche dello spazio siderale che ribolliva come ammassi di entropie e idiosincrasiche profezie.

Il portellone era dischiuso al giorno furente ed i miei passi solcavano pesanti i refoli alcalini che affollavano come insetti brulicanti il resto del sentiero verso il mio particolare futuro. Alcuni uomini vestiti da civili mi fissavano attenti. In silenzio attendevano che mi accingessi ad iniziare la mia missione, ignorando ogni mia perplessità o ripensamento. Ero stato scelto tra tutti per andare. Ero stato insignito del merito di essere colui che avrebbe fertilizzato.
Mi volto e vedo l’infinito nulla che avanza.

L’oscurità si fa dura e poi evanescente.

Vedo gli occhi di Ca; sono talmente vicini che mi sembra di averli inghiottiti dentro i miei …

<<Adamo ? A che cosa stai pensando?>>

Non posso rispondere e finalmente scivolo nel delirio del sonno.

Il viaggio è in attesa del suo unico esploratore.