LEZIONE DI LETTERATURA


Massimo Cardellini


     Non si sentiva affatto bene. La vista gli mancava infatti quasi del tutto tanto da non riuscire a scorgere nitidamente la prima fil di banchi distante appena una decina di metri dalla cattedra. Aveva lottato duramente contro il desiderio di interrompere la sua prolusione. Non voleva che quella che si stava profilando come la sua ultima lezione venisse ricordata a causa del suo malore. Con uno sforzo di volontà sarebbe sicuramente riuscito a portarla a termine.

    Il più, in fondo, era già stato fatto. Trattandosi della lezione introduttiva al corso monografico, aveva avvertito l’uditorio che nelle prime settimane avrebbe fatto precedere alla lettura e traduzione dei testi, delle lezioni miranti alla ricostruzione del contesto storico e culturale in cui essi erano sorti.

    In mezz’ora era già riuscito a delineare i tratti peculiari delle antiche società dell’era subfotonica interplanetaria della madrepatria Terra. Successivamente, sempre cercando di essere quanto più conciso ed esauriente, aveva effettuato un’ampia panoramica delle tappe più significative delle prime esplorazioni e terraformazioni del sistema solare e cercato di descrivere le più vistose trasformazioni socioeconomiche, scientifiche e culturali verificatesi di epoca in epoca.

    A questo punto i suoi studenti, come egli sapeva ormai da lunga e consolidata esperienza, dovevano essere praticamente esausti per via della mole di dati che egli sapeva abilmente coordinare con maestria nei suoi, non a caso, celeberrimi corsi. Poteva quindi approfittare della stanchezza degli ascoltatori per tentare di dissimulare la propria.

    Devo escogitare un buon espediente, aveva pensato. E per una vecchia volpe come me, si disse sorridendo per la metafora che pochi avrebbero potuto capire anche in quel tempio del sapere dedito allo studio delle antichità, ciò non dovrebbe essere difficile.

    Si trovava a metà strada, tra i banchi ad emiciclo e la cattedra, che doveva essere situata da qualche parte alle sue spalle perché era sua abitudine passeggiare durante l’esposizione delle sue lezioni. Indietreggiando lentamente e continuando a parlare alla platea per informarla della sua intenzione di voler alleviare la pesantezza della lezione con la lettura ed il commento di alcuni componimenti poetici, riuscì a raggiungerla sua comoda poltroncina.

    “Prendete perciò il testo impostando i seguenti dati: R. She. Hai. 1534/GK” ordinò l’ultracentenario docente.

    Benché non fosse in grado di vederli, immaginò gli studenti inserirsi nella banca dati didattica attraverso le loro unità sussidiarie informatiche individuali inserendo l'interfaccia presente ad ogni banco dopo aver però inserito la loro tessera universitaria plurifunzionale.

    L'anziano insegnante protese il braccio a prendere il libro sul ripiano della cattedra che recava i seguenti titolo e sottotitolo:

 

 

      HAIKAI COSMICI

 

      Antologia di componimenti poetici

      di ignoti astronavigatori della Prima Era

      delle Esplorazioni Extrasolari

 

      Scelti e commentati da Riccardo Shebsk

 

    Dalla quarta di copertina si apprendeva che la scoperta di quegli antichi testi, nonché la dotta prefazione e le note esplicative, erano sempre dovute a Riccardo Shebsk, Direttore della VI sezione dell'Istituto di Letteratura comparata delle civiltà paleoindustriali terrestri della Università interfederale di Io, Giove. Una riproduzione fotografica accanto al testo di copertina dava modo di capire, a chi possedesse un occhio fisionomista, che l’attempato docente, lo scopritore dei testi poetici ed il curatore erano la stessa persona, separati naturalmente da un buon arco di tempo.

    La chiara fama del docente, se mai ve ne fosse stato bisogno, era validamente attestata dall’esistenza di quel costoso ed obsoleto oggetto. Il libro a stampa, infatti, veniva commissionato da molti secoli o da coloro che potevano permetterselo economicamente o più propriamente dai Consigli di facoltà delle università più prestigiose che avevano la possibilità di editarli a proprie spese. Quindi, o per vanagloria o come forma di riconoscimento definitivo ed irreversibile della statura scientifica raggiunta dai docenti ritenuti di maggior rilievo ed ulteriore esempio del tradizionalismo corporativo accademico.

    Infatti, proprio per la sua apparente e costosa gratuità, cioè per la sua evidente inutilità in un contesto culturale che aveva abbandonato il supporto cartaceo del testo scritto, questa prassi non poteva che riscuotere un successo formidabile dal momento che, ricorrendo a questo arcaico metodo di trasmissione della cultura, tutta la sua millenaria valenza simbolica andava a riverberarsi su coloro che ne venivano beneficiati. La solennità della cerimonia di consegna, il prestigio conferito a chi riusciva ad assicurarselo che avveniva dopo molti decenni di duro lavoro di ricerca, la risonanza della notizia su tutti i mezzi di informazione, ne facevano una meta ambita da parte degli studiosi di tutte le facoltà universitarie del sistema solare.

    Riccardo Shebsk, non solo era stato lo scopritore di quegli antichi componimenti poetici ed il loro più valido interprete, ma anche il fondatore della prima cattedra di Letteratura Terrestre comparata. Era stato sempre lui ad aver definito haikai, anche se con intento più ironico che scientifico, le brevi poesie da lui individuate negli archivi delle potenti compagnie che erano state promotrici delle ormai mitologiche esplorazioni extrasolari. Con quel termine aveva voluto in realtà sottolineare la somiglianza fra le brevi poesie da lui scoperte e le poesie zen cinesi e giapponesi i cui primi esempi risalivano ai tempi della scoperta, da parte degli europei della fine del Rinascimento, del continente americano.

    Dopo aver sfogliato con studiata lentezza alcune pagine come se fosse alla ricerca di ben precisi componimenti, il venerando docente si soffermò su di una che finse di rileggere mentalmente e poi impostò dei dati su una tastiera collegata alla banca dati didattica di modo che i partecipanti al corso potessero seguirlo sui loro monitor.

    Lesse quindi con intonazione appropriata:

 

 

          Cosmo:

          Gelida lacrima nera

          Di materico dolore

 

    Dopo una lunga pausa, calcolata affinché l’uditorio decrittasse efficacemente i versi per poterli assaporare appieno: “Siamo chiaramente alla presenza del tema basilare degli haikai composti dai più antichi astronavigatori che per primi si affacciarono sul mare Oceano della Via Lattea. Probabilmente l’immensità del vuoto cosmico e, forse ancor più, la loro appartenenza a sette mistico-esoteriche, li induceva a comporre brevi poesie incentrate sulla loro esperienza di conoscenza del cosmo, forse per esorcizzare il terrore dell'ignoto. Dello stesso tenore sono poi questi celebri haikai”:

 

Cosmo:

Infinita sinfonia

Di un'unica nota

 

Via Lattea:

Calda rugiada  

Di freddi astri

 

Vuoto infinito:

Gioiello tempestato

Di tremule galassie

 

    Tre haikai di fila da assimilare non erano certo cosa da poco, specialmente per gli studenti frequentanti per la prima volta il suo corso. Dette loro modo di afferarne il senso nella sua interezza emotiva aspettando alcuni minuti prima di passare alla lettura di altri.

    Si sentiva già meglio benché un indefinibile e persistente senso di inquietudine non accennava ad abbandonarlo. Non riusciva a vedere altro che luci accecanti e udire soltanto il suono della propria voce. Anche questo era alquanto strano dal momento che le sue lezioni erano solitamente molto affollate. Non gli erano mai capitati studenti così pieni di ossequio.

    “Ad haikai dalle intonazioni estatiche e vitalistiche,” riprese infine quando ebbe giudicata sufficiente la pausa accordata per la comprensione dei brevissimi componimenti, “si può accostarne altri di opposto sentire che giungono addirittura ad identificare il cosmo come un'entità cannibale”:

 

 

Stelle:

Cosmico plancton

Nel ventre di chi?

 

 

    “Uno degli haiku più ortodossi, sotto il profilo dottrinario di molte di quelle sette a cui appartennero la quasi totalità dei primi esploratori extrasolari, e, non a caso, uno dei più antichi, può essere di sicuro individuato nel seguente”:

 

 

Eoni

Attimi appena

Nella cosmica divinità

 

 

    “Questi ultimi haikai danno comunque un’idea esaustiva dell’angoscia che il contatto con l’infinito creava a questi primi navigatori che solcarono lo spazio al di fuori del sistema solare a bordo delle loro enormi unità a propulsione subfotonica. Tra un intervallo e l’altro della sospensione criogenica che, ricordiamolo, erano essi stessi a programmare, i piloti erano tenuti, più per proforma che per reale necessità, a redigere i libri di bordo dove, come oggi ben sappiamo, grazie soprattutto alle mie intuizioni ed ancor più alle mie ricerche, essi amavano spesso appuntare a margine dei rapporti, che probabilmente, non venivano letti un gran che, le loro impressioni ed emozioni più forti e profonde sotto forma di brevissimi ma folgoranti componimenti. Abbiamo già accennato, nella premessa storica, che queste missioni non contemplavano soltanto scopi economici immediati, ma anche di ricerca scientifica e sperimentazione di nuove tecnologie astronautiche.”

    Benché l’anziano docente si sentisse meglio, la vista tardava ancora a ristabilirsi ed un forte senso di nausea invece a persistere. Ancora pochi Haikai da leggere e commentare e poi avrebbe potuto congedare anzitempo gli studenti essendo riuscito ad impostare in modo soddisfacente la prima lezione.

    “Il tentativo di domare verbalmente il terrore dell’immensità,” riprese poi senza preavviso l’insegnante, “non più vacuo concetto poetico ma effettiva presenza totalizzante, cioè, unico orizzonte quotidiano, è presente in tutti gli haikai da me scoperti ed analizzati in decenni di studi e ricerche nei libri di bordo conservati presso gli archivi delle antiche multinazionali e posteriormente dei Ministeri per la ricerca cosmico-mineraria dell’era dell’economia pianificata dei Regimi Corporativi Interplanetari. Va da sé che il passo successivo non poteva che essere l’esplicitazione della propria nullità di fronte all’infinità dello spaziotempo, atteggiamento indotto naturalmente dai lunghi tempi di permanenza nel cosmo, dell’ordine a volte di alcuni decenni.

    “Non dimentichiamoci inoltre che questi brevi componimenti vennero scritti da piloti volontari, la maggior parte dei quali seguaci, come abbiamo già detto, di credenze religiose a carattere mistico-esoterico a forte impronta panteistica, a cui sia le multinazionali che i Ministeri, dovettero inevitabilmente affidarsi per la difficoltà di reperire elementi umani disposti ad affrontare l’esperienza deprivante dei lunghi viaggi spaziali non ritenuti tali dai capi spirituali di queste variegate fedi di origine soprattutto terrestre e che essi facevano compiere dai loro adepti come rito di iniziazione di primo livello.

    “Giustamente, alcuni storici hanno effettuato un parallelismo tra questi mistici navigatori ed i padri del deserto i quali, nei primi secoli dell’era detta cristiana, si ritirarono nelle più sperdute lande desertiche per ricercare Dio e su cui sorsero numerose leggende: Cosmo o Sahara, siamo sempre in presenza di deserti La ricerca del contatto con la divinità si concludeva perciò molto spesso, per non dire quasi sempre, nella pura e semplice ma dolorosa scoperta di sé”:

 

Io

Io

Io

 

    “Oppure in una titanica identificazione di se stessi con il cosmo”:

 

Tenebroso vuoto

Fulgido silenzio

Io-Cosmo

    “A questo punto il mistico pilota poteva rassegnarsi a quanto era riuscito a scoprire dalla propria lunga e sofferta esperienza meditativa oppure scegliere di impazzire e quindi venire destituito dai suoi incarichi dal vigilante computer di bordo e posto coercitivamente in sospensione vitale sino a missione compiuta. Oppure, come è accaduto numerose volte, anche se come ben sapete molti studiosi tendono ancora a negarlo, egli poteva infrangere il nulla in cui si sentiva integralmente immerso in una fantasmagorica ma in realtà palingenetica esplosione termonucleare, sempre ché fosse riuscito ad eludere il sofisticato sistema di sicurezza gestito dal tirannico computer di bordo posto a protezione del carico e dei dati scientifici e sperimentali registrati.

    “Il proprio annichilimento veniva vissuto dal mistico non soltanto come una vittoria nei confronti dell’autorità a cui interessavano unicamente i profitti o i risultati scientifici e tecnologici, ma soprattutto come il conseguimento del dominio sull’obsoleto io, ora definitivamente sconfitto e destinato a diventare altro con il ritorno agli elementi del corpo, anzi con la sua trasformazione in energia pura, pallido simulacro della divinità cosmica.

    “Di fronte ad un obiettivo tanto ambizioso, cosa erano mai le materie prime o i dati registrati se non lurida materia da cui egli si era affrancato per sempre? Infine, creare il proprio ritorno nel flusso cosmico, da cui dal suo punto di vista dottrinario la vita era giunta nei primordi, era vincere quella misteriosa e forse negativa entità con cui si era stati a contatto per troppo lungo tempo ed a cui si dà solitamente il banale nome di ‘io’ e che ora è visto come impedimento al ricongiungimento diretto con la divinità.

    “Immolarsi nella mimesi del divino Big Bang, evento attraverso cui, come ben dovreste sapere, a quei tempi si riteneva avesse avuto origine l’intero cosmo, si rivelava essere quindi non soltanto la realizzazione di un desiderato impulso mistico, quanto molto più semplicemente lo scopo esoterico, e perciò noto, sin dall’inizio della loro missione, agli astronavigatori.

    “Manifestando l’autenticità della loro fede attraverso un atto di testimonianza salvifica, essi rafforzavano anche allo stesso tempo l’autorevolezza dei membri carismatici delle loro rispettive sette di appartenenza in tutti i sistemi colonizzati o terraformati.

    “Inoltre, la forte valenza simbolica di un gesto del genere, anche se piuttosto rari in quanto avrebbero compromesso altrimenti il rinnovo dei futuri contratti di reclutamento presso i movimenti religiosi a cui il pilota suicida apparteneva, non poteva mancare certo di consolidare il legame ideologico-politico tra i vertici gerarchici di questi movimenti misteriosofici ed i ceti sociali medio alti da cui in genere provenivano i loro quadri dirigenti così avidi di gesta eroiche.

    “Alcuni storici hanno visto una forte correlazione tra questi movimenti esoterici ed il culto misterico del mitraismo dell’antica età imperiale romana. Come a quei remoti tempi, infatti, le enormi distanze che separavano i membri della classe burocratica statuale e militare, strutture su cui si reggeva appunto l’impero romano ma anche le prime civiltà terrestri interplanetarie anch’esse così fortemente espansionistiche, indussero i membri di queste sette esoteriche impegnati negli apparati burocratico-amministrativi ad abbracciare una fede che non facesse riferimento a luoghi sacri dislocati geograficamente ma piuttosto a quella dimensione atemporale e aspaziale come poteva essere il riferimento al cielo nel caso del mitraismo romano o all’io profondo come appunto nel caso delle sette di cui stiamo trattando in rapporto agli haiku cosmici.

    “Mi si perdoni la lunga parentesi psicoideologica e storico-sociologica, la ritengo però necessaria per il conseguimento di una corretta comprensione dei brevi componimenti

    “Bene, torniamo ora ai nostri haikai,” disse infine l’anziano docente, calibrando ancora una volta ad arte una lunga pausa che doveva sembrare di ripiegamento in sé prima di riuscire a sintonizzarsi di nuovo con lo spirito edificante delle antiche poesie.

    “In alcuni casi,” riprese poco dopo con calma, “l’esperienza di ricerca interiore del pilota poteva essere vissuta per quello che in fondo essa era realmente, e cioè un sofferto ma edificante, se non esaltante, esilio”:

 

Silenzio e tenebre

Lungo esilio

Della mia chiassosa anima

 

 

    “Un risultato tipico era però anche l’annientamento o l’umiliazione piuttosto che l’esaltazione del proprio io”:

 

Vuoto e tenebre

Fuori di me

Dentro di me

 

“Ed ancora”:

 

Persi, io e utero

In estranei labirinti:

Mente e cosmo

 

 

    “In quest’ultimo haiku, l’astronave viene addirittura paragonata all’antica sede biologica dell’embrione umano, sintomo di un sin troppo evidente regresso psicoemotivo filogenetico che deve aver accompagnato l’intera esperienza mistico-estatica di questo antico anonimo pilota. Tratto comune dell’esperienza degli astronavigatori rimaneva però la profonda coscienza della propria finitudine, per non dire nullità”:

 

 

Granello di una spiaggia senza fine

Che espandendosi si disgrega

In Superammassi Galassie Stelle

 

 

    “ Essi potevano però anche conseguire una forma di armonia contemplativa, immagine della perfezione del cosmo”:

 

 

Stelle:

Scintillanti note

Di uno spartito senza fine

 

 

    “Oppure esaltarsi in un inebriante gigantismo ontico”:

 

 

Eteree galassie

Solido nulla

Sono forse io il tramite vostro?

 

    Per tutto il tempo in cui il venerando docente aveva letto e commentato gli antichi componimenti, un cantuccio della sua mente si era estraniato osservando quanto più poteva attorno a sé con sguardo critico, senza però riuscire a comprendere cosa stesse accadendogli. Non sapeva dire neanche chi lui fosse in realtà né cosa fosse il luogo in cui si trovava da quasi un’ora ma soprattutto gli era del tutto incomprensibile quanto andava dicendo.

    Il suo stato di smarrimento non aveva fatto altro che aumentare con il procedere di quella che gli sembrava essere un’attività di insegnamento. Gli venne l’idea di congedare finalmente il suo attento uditorio che ora percepiva come ombre evanescenti, quando di colpo il buio, fulmineo, piombò su di lui.

    Quello che era stato il professor Shebsk dell’Università di Io, Giove, tornò ad irrigidirsi sulla comoda poltroncina scura e ad assumere un apparente aspetto sereno. Lo sguardo tornò alla consueta fissità come se fosse concentrato a scrutare qualcosa posta a grande distanza.

    Tra i banchi ad emiciclo, nella quasi totale oscurità, vaghe entità cominciarono a muoversi e comunicare tra di loro. Agli occhi dell’anziano docente esse sarebbero apparse delle forme più fantasiose: nuvole di fumo che non volevano saperne di dissolversi; multicolori e silenti scariche elettrostatiche, quasi degli ectoplasmi; colori o suoni indefinibili, inclassificabili; altri al limite una leggera increspatura nell’aria, quasi una vibrazione: se soltanto avesse potuto vederle.

    Allontanandosi dalla sezione di Civiltà a tecnologia primitiva del Museo intergalattico della Via Lattea, quegli esseri postbiologici non mancarono di scambiarsi commenti e comunicarsi le proprie impressioni di fronte ad un esemplare vivente così arcaico osservato nel pieno delle sue funzioni professionali da cui non pochi di essi discendevano.

    Le scene di vita quotidiana erano senz’altro le più apprezzate. Per questo gli esemplari che ne erano i protagonisti, una volta clonati, venivano conservati con cura più che amorevole per la conoscenza e l’erudizione delle future generazioni e specie intelligenti del cosmo intero, esistenti o di là da venire negli eoni che sarebbero scaturiti dal Tempo.