Meglio che niente
Moeb Lars aveva oltrepassato la barriera del tempo e della luce. Moeb Lars era l’ultimo superstite di un astrocargo mercantile della compagnia mineraria Nexus lontana dalla Terra oltre un miliardo d’anni luce. Moeb Lars era ibernato nella sua tuta pressurizzata e stava digradando verso una dimensione parallela che l’avrebbe portato laddove nessun altro essere senziente fosse mai giunto prima.
Era
schizzato fuori da una falla dei motori di poppa, mentre i suoi
dell’equipaggio venivano arsi vivi da fiamme lambiccanti. La Nexus si era
ritrovata fuori dalle rotte astrali ed era stata investita da una coda stellare
che l’aveva travolta e rovesciata. Lars era stato trascinato via dal destino
pochi istanti prima che l’astrocargo prendesse fuoco e fosse dilaniato da lame
d’energia atomica. Credette di
morire e collassò, sprofondando in uno stato comatoso e i suoi occhi non
registrarono le meravigliose striature purpuree dei pulviscoli stellari;
frammenti frastagliati di nebulose
primordiali, multicolori e strabilianti.
Dopo
un interminabile vorticare attorno alla gravità zero della nave incendiata, fu
sbalzato lontano oltre le stelle e si ritrovò lungo una rotta inesistente, dove
buchi neri e campi d’energia sembravano respingenti di un flipper galattico.
Sballottato
e sospinto da correnti ascensionali, come già detto, oltrepassò la barriera
del tempo e della luce e si ritrovò solitario pioniere di luoghi assurdi, dove
nulla era reale né tanto meno umano, tra pianeti giganti che ruotavano l’uno
accanto all’altro come trottole immense e stelle e nove e strenne di meteore
che sfrecciavano e bucavano lo spazio.
Vortici
ellissoidali e stratificati; onde di fuoco e d’acciaio; eclissi stellari ed
entropie cosmiche; Moeb Lars affondò nel centro dell’universo e scomparve nel
nulla.
Buf!
Quando
riaprì gli occhi, si ritrovò nella sua tuta pressurizzata, sdraiato su un
suolo costellato di sassi e fuliggine, erbacce verdastre ed insignificanti
organismi vitali. Attraverso il vetro opaco del casco i riflessi di tre stelle
purpuree lo accecarono per un istante prima che la retina potesse abituarsi alla
profondità dell’irrefrenabile sequenza multicolore di quel cielo maestoso
terso ed immacolato.
<<Dove
sono?>> disse e le labbra scarlatte erano secche come canyon marziani. E
la lingua sembrava uno strato di
fuliggine.
Anche
se la domanda corretta sarebbe dovuta essere Quando sono? Non avrebbe avuto
alcuna risposta. Si rese conto da subito di essere solo e sperduto in un luogo
che non gli apparteneva.
<<Che
strano posto è mai questo>> si disse mentre torceva il collo cercando di
guardare un po’ più in là del suo naso.
Ebbe
l’impressione e poi la certezza che anche sfilandosi il casco avrebbe
respirato aria pura. Così senza troppo indugiare lo fece e fu investito da
ondate di refoli caldi e pesanti, ma era ossigeno e poteva respirare.
<<Ovunque io sia, qui non vi è nessuno. Sono condannato
… oh, povero me, profugo sconosciuto…>> ma non ebbe ancora terminato
la frase che un’ombra maestosa lo coprì per intero. Moeb rimase con la bocca
aperta senza respirare e con gli occhi fuori dalle orbite.
Nemmeno si voltò. Rimase immobile.
Poi l’ombra maestosa che apparteneva ad una creatura indicibilmente
immensa ed orrenda si mosse di un po’ e lo inghiottì.
Moeb Lars l’unico umano ad aver raggiunto e trapassato i confini dell’Universo fu divorato dall’unico Crabbens ad aver raggiunto e trapassato i confini dell’Universo. Almeno dalla sua direzione.