Meglio che niente



Arthur J. Cochran


Moeb Lars aveva oltrepassato la barriera del tempo e della luce. Moeb Lars era l’ultimo superstite di un astrocargo mercantile della compagnia mineraria Nexus lontana dalla Terra oltre un miliardo d’anni luce. Moeb Lars era ibernato nella sua tuta pressurizzata e stava digradando verso una dimensione parallela che l’avrebbe portato laddove nessun altro essere senziente fosse mai giunto prima.

Era schizzato fuori da una falla dei motori di poppa, mentre i suoi dell’equipaggio venivano arsi vivi da fiamme lambiccanti. La Nexus si era ritrovata fuori dalle rotte astrali ed era stata investita da una coda stellare che l’aveva travolta e rovesciata. Lars era stato trascinato via dal destino pochi istanti prima che l’astrocargo prendesse fuoco e fosse dilaniato da lame d’energia atomica.  Credette di morire e collassò, sprofondando in uno stato comatoso e i suoi occhi non registrarono le meravigliose striature purpuree dei pulviscoli stellari; frammenti frastagliati  di nebulose primordiali, multicolori e strabilianti.

Dopo un interminabile vorticare attorno alla gravità zero della nave incendiata, fu sbalzato lontano oltre le stelle e si ritrovò lungo una rotta inesistente, dove buchi neri e campi d’energia sembravano respingenti di un flipper galattico.

Sballottato e sospinto da correnti ascensionali, come già detto, oltrepassò la barriera del tempo e della luce e si ritrovò solitario pioniere di luoghi assurdi, dove nulla era reale né tanto meno umano, tra pianeti giganti che ruotavano l’uno accanto all’altro come trottole immense e stelle e nove e strenne di meteore che sfrecciavano e bucavano lo spazio.

Vortici ellissoidali e stratificati; onde di fuoco e d’acciaio; eclissi stellari ed entropie cosmiche; Moeb Lars affondò nel centro dell’universo e scomparve nel nulla.

 Buf!

 Quando riaprì gli occhi, si ritrovò nella sua tuta pressurizzata, sdraiato su un suolo costellato di sassi e fuliggine, erbacce verdastre ed insignificanti organismi vitali. Attraverso il vetro opaco del casco i riflessi di tre stelle purpuree lo accecarono per un istante prima che la retina potesse abituarsi alla profondità dell’irrefrenabile sequenza multicolore di quel cielo maestoso terso ed immacolato.

<<Dove sono?>> disse e le labbra scarlatte erano secche come canyon marziani. E la lingua sembrava  uno strato di fuliggine.  

Anche se la domanda corretta sarebbe dovuta essere Quando sono? Non avrebbe avuto alcuna risposta. Si rese conto da subito di essere solo e sperduto in un luogo che non gli apparteneva.

<<Che strano posto è mai questo>> si disse mentre torceva il collo cercando di guardare un po’ più in là del suo naso.

Ebbe l’impressione e poi la certezza che anche sfilandosi il casco avrebbe respirato aria pura. Così senza troppo indugiare lo fece e fu investito da ondate di refoli caldi e pesanti, ma era ossigeno e poteva respirare.

          <<Ovunque io sia, qui non vi è nessuno. Sono condannato … oh, povero me, profugo sconosciuto…>> ma non ebbe ancora terminato la frase che un’ombra maestosa lo coprì per intero. Moeb rimase con la bocca aperta senza respirare e con gli occhi fuori dalle orbite.

         Nemmeno si voltò. Rimase immobile.

         Poi l’ombra maestosa che apparteneva ad una creatura indicibilmente immensa ed orrenda si mosse di un po’ e lo inghiottì.

         Moeb Lars l’unico umano ad aver raggiunto e trapassato i confini dell’Universo fu divorato dall’unico Crabbens ad aver raggiunto e trapassato i confini dell’Universo. Almeno dalla sua direzione.