Verranno a chiederti dei miei occhi! 




Giuseppe Iannozzi


“E dietro ai microfoni porteranno uno specchio

per farti più bella e pensarmi già vecchio

tu regalagli un trucco che con me non portavi

e loro si stupiranno

che tu non mi bastavi,

digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani

dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni

per ritornare dopo l’amore

alle carezze dell’amore

era facile ormai

non sei riuscita a cambiarmi

non ti ho cambiata lo sai.

 

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre

come fiori regalati a maggio restituiti in novembre

i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro

i tuoi occhi assunti da tre anni

i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo

o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo

e troppo stanchi per non vergognarsi

di confessarlo nei miei

proprio identici ai tuoi

sono riusciti a cambiarci

ci son riusciti lo sai.”

 

Verranno a chiederti del nostro amore, Fabrizio De André


Sono nato cieco e ho visto più di quanto un essere umano possa vedere in tutto il corso della sua vita. No, non ne vado fiero: la mia conoscenza è fasulla, questo l’ho sempre saputo. Il mio ologramma nello specchio mi rimprovera giorno dopo giorno, mi seduce, stupra le mie ambizioni, si fa beffe di me: è impietoso. Ed io non posso fare a meno di odiarlo con tutto me stesso.

Il primo vagito ha segnato la morte di mia madre: ho avuto occhi solo per il pianto sin dalla nascita. Le promesse non sono state mantenute: l’Assistenza sociale mi ha sempre disprezzato, nessuno sa che farsene di un cieco, questa è la verità. La Chiesa mi ha confortato con il peso della Fede: gli Inseminatori di Anime hanno legato sulle mie spalle la Croce del nostro Salvatore, mi hanno consigliato di viaggiare, di non fermarmi mai per nessun motivo. Ed io ho dato loro ascolto perché così era stato deciso. La Fede è diventata presto la mia vista, un ologramma innestato chirurgicamente dentro la mia anima: Lei, la Fede si è sostituita alla mia Anima.

“Dio mio! Anima, Fede, Vista, una sola cosa artificiale dentro di me, una cosa che io chiamo Morte. Sono morto ma ancora vivo. Perché?”.

Dio, mio Dio! Io ho visto il mondo così come nessun uomo l’ha mai visto: la Morte si è sostituita al mio Io. E quando ho rinnegato la Fede, la mia Anima ormai era corrotta, per sempre costretta a vedere l’odio e l’amore nudi. Io conosco l’Amore, conosco l’Odio: ed essi sono di carne, ossa e sangue. Entrambi hanno sembianze umane: cranio calvo, lineamenti effeminati, membra sottili ma non hanno sesso. Li vedo sempre nei miei sogni: copulano perché non sanno fare altro. Sono stomachevoli, tragicamente falsi.

L’altro giorno sono salito a bordo di un mezzo pubblico: un vecchio piangeva, una donna rideva, una bambina chiedeva perché alla madre ma lei rimase muta, poi nell’aria volò un ceffone materno. Silenzio.

“Non si deve disperare. La vita va avanti!”

Il vecchio non degnò d’un’occhiata la donna che gli aveva parlato: ostinato continuava a spargere lagrime senza neanche tentare di nettare le copiose lagrime che gli solcavano il rugoso volto. Uno spettacolo indecente. Poi è sceso e la normalità ha ripreso il sopravvento. Io so che cosa è la normalità: l’indifferenza.

Sono sceso mezzo ubriaco: la mia Anima continuava a proiettare nella mia mente le immagini di quei due fottuti stronzi che scopavano in un orgia di buio viscoso. Non so quante volte mi sono cacciato le dita dentro le orbite vuote nel vano tentativo di accecare la mia Anima, ma sempre ho incontrato il muro di carne del mio essere. Ho raschiato dentro le orbite vuote fino a farle sanguinare, ma il cristiano destino non mi ha concesso il sollievo di una mortale infezione. Le mie lagrime sono sempre state fiumi di sangue. Ho rinnegato la Fede, ma non è servito a niente: non sono riuscito a sfuggire al mio Io tradotto in ologramma.

 

Io ho amato con tutto me stesso, almeno ho tentato. Ho sfidato la mia Anima per te, solo per te. Ma non è servito. Ma è stato bello, per un attimo, credere che fosse possibile amare senza esser costretti ad amare sul serio perché era l’Anima a volerlo. Io ho amato invano.

Ricordo le tue carezze, la pietà, il gioco di crederci insieme. Le nostre menti erano fuse in un unico orgasmo; eppure, consumato quello che noi chiamavamo ingenuamente ‘amore’, il dubbio si insinuava nel sangue, nelle nostre vene, ed io prendevo a piangere per te, per me. Sempre io lasciavo che le mie vuote orbite stillassero sangue. L’Anima ha rovinato la nostra umanità. Eppure, col senno di poi, dubito che mai ci sia stata umanità fra di noi. 

“Sembri stanco”, osservavi distrattamente mentre ti stiravi le membra fra le lenzuola.

Ed io rimanevo muto. Non sapevo dire se fossi stanco sul serio: sentivo un peso dentro di me, ma il mio corpo non l’ho mai conosciuto veramente, non l’ho mai visto allo specchio nella sua semplice nudità. L’Anima è il mio corpo, un’Anima chirurgica, un prodotto della scienza; Lei era lì davanti a me e io non riuscivo a credere che quella cosa fosse il mio Io. Io avevo paura del mio Io perché non era mio. Maledico gli Inseminatori di Anime che hanno manipolato la mia cecità per farmi dono della Fede, mille volte li maledico. Non gli darò la soddisfazione di riciclare quella cosa che loro chiamano Anima, Fede, Terzo Occhio. Non permetterò che un altro abbia a soffrire le mie stesse pene. No, Milady, compagna di una notte a pagamento, un altro cieco non avrà questa Anima in prestito. La mia morte sarà soltanto un affare personale. Ho preso la mia decisione: il bioserramanico scorticherà via questa cosa trapiantata dentro il mio corpo. Poca importa se morirò, forse non morirò neanche. Lo ignoro. Ma so che devo farlo. Milady, quella notte ti ho raccontato di quel vecchio che piangeva, tu mi ascoltasti con i soldi in mano, non dicesti niente, ma io sono convinto che tu hai provato qualcosa anche se non so dire cosa di preciso. In fondo un uomo ha il diritto di morire o di credere di morire nel modo che più gli conviene: la legge mi perseguiterà per questo mio atto, non avrò sepoltura. Il mio corpo sarà bruciato nella Fossa Comune, sarà trasformato in farina umana, sarà poi distribuito all’Assistenza Sociale che lo distribuirà agli indigenti affamati: io vivrò nei loro stomaci, morirò nelle loro feci, sarò concime per qualche orto. E’ un gioco sporco. Loro sapevano. Non posso fuggire. Ma sono deciso a farlo. Devo tentare a non vedere più questo mondo schifoso. Perdonami se puoi. Quando riceverai questa lettera, i miei pochi risparmi saranno tuoi: questa è l’eredità che ti lascio. La password di accesso al mio conto corrente la troverai acclusa a questo mio ultimo messaggio. Amami ancora… per l’ultima volta, io ti prego, amami! Le mie vuote orbite non saranno per te più motivo di imbarazzo o ribrezzo Milady.

 

“Eccolo qui!”

Il flic si avvicinò al compagno: disteso tra i cassonetti e l’immondizia giaceva un corpo nudo e vecchio. “Era un cieco!”, osservò l’altro flic. “Un altro che non ha retto…”

“La diagnosi: si è scorticato l’Anima che gli era stata trapiantata.”

I due flic si guardarono l’un l’altro per un istante alzando all’unisono le spalle.

“Che fine ha fatto l’Anima?”
”L’ha distrutta. Lo fanno in pochi. Ma questo l’ha distrutta.” Il flic raccolse da terra il bioserramanico e lo porse al compagno che lo esaminò con lo scanner in dotazione.

“Ha fatto un lavoro pulito: la lama non taglierebbe neanche il burro dopo il lavoretto che questo pazzo si è fatto”, osservò il flic riponendo lo scanner nella custodia appesa alla cintura d’ordinanza. “Deve aver sofferto come un cane: un lavoro così preciso significa morire lentamente fra indicibili orrori.”
”E tu che ne sai? Tu non hai Fede…”

“Io non ne so niente, ma gli Inseminatori di Anime dicono che fa molto male.”

L’altro non disse nulla: non gli serviva sapere se fosse vero o meno. Loro erano lì perché c’era stata una chiamata: semplicemente eseguivano degli ordini. Una donna aveva chiamato alla Centrale di Smaltimento: “C’è un Suicida. Dovete trovarlo prima che la materia biologica inizi il processo di necrosi irreversibile. Io ho fatto il mio dovere di cittadina.” Non aveva lasciato le sue generalità, non era obbligatorio e alla Centrale di Smaltimento non si erano presi il disturbo di rintracciare l’origine della chiamata. I Suicidi erano casi all’ordine del giorno, una brutta seccatura, punto e basta.

“Alla Fossa Comune!”

“Alla Fossa Comune!”, ripeté l’altro continuando ad osservare le orbite vuote del Suicida, orbite piene di sangue.

Sollevarono il corpo e subito la lasciarono cadere pesantemente a terra.

“Che cazzo fai?”, berciò il flic dell’Amore.

“Mi è sembrato che si muovesse…”, rispose il flic dell’Odio. “Una impressione. Nulla di più.”

Si accinsero a raccogliere nuovamente il cadavere.

“Sta sorridendo. Prima non sorrideva”, notò il flic dell’Odio.

“E anche se fosse?” Il flic dell’Amore gettò un’occhiata di rimprovero al compagno; questi si ricompose subito e il suo volto tornò ad essere quello di sempre.

Il cadavere fu sbattuto dentro l’Inceneritore mobile.

Il sole si era già coricato nella cecità del crepuscolo dietro la linea dell’orizzonte: una nuvola di fumo si mischiò all’aria fredda della prima sera. Sentore di carne bruciata e schiamazzi ubriachi di una umanità invisibile annunciavano l’inizio di un’altra notte di Amore/Odio a pagamento.