Presentazione a
Il Pianeta dei venti di George R. R. Martin e Lisa Tuttle
Carlo Pagetti

 

1. La letteratura fantastica tra "evasione" e messaggio ideologico

Nel suo fondamentale intervento Sulle fiabe, pubblicato alla fine degli anni '30 e disponibile in Italia nel volume miscellaneo Albero e Foglia, J.R.R. Tolkien, rivalutando la narrativa fantastica contro le mode critiche del periodo, offriva una tesi rimasta famosa in difesa della letteratura cosiddetta d'evasione: "Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? Oppure, se non lo può fare, se pensa e parla di argomenti diversi che non siano carcerieri e mura di prigione? Il mondo esterno non è diventato meno reale per il  fatto che il prigioniero non lo può vedere. Usando Evasione in questo senso, i critici hanno scelto la parola sbagliata, e, ciò che più importa, confondono, non sempre in buona fede, l'Evasione del Prigioniero con la Fuga del Disertore. "

Ma l'intervento di Tolkien offre anche una prima precisa catalogazione del genere "fantasy", escludendo, ad esempio, dal canone testi importanti come Gulliver's Travels e Alice in Wonderland. Se è vero, infatti, che la narrativa fantastica ha una sua intrinseca e non più discutibile validità e dignità letteraria, ciò non significa che essa non si sottoponga a determinati statuti narrativi, circoscrivibili all'interno, appunto, di un "genere" che è possibile analizzare e definire (si pensi a un celebre saggio di Todorov sull'argomento). La narrativa fantastica ha una sua storia e una sua genealogia, costellata da alcuni capisaldi come, per fermarci a tempi recenti, quel Signore degli Anelli di Tolkien che, con le sue mappe e la sua prodigiosa capacità di invenzione geografica e di riferimenti mitologici, ha giocato un ruolo fondamentale in quanto modello, struttura, miniera di formule a cui attingere e da applicare.

Insomma, la "fantasy" non è una sorta di super-letteratura fornita di qualche mistico potere di attingere a una più alta "verità" spirituale -come vorrebbe far credere qualche suo interessato seguace -, e non è neppure un semplice calderone ribollente dei più elementari impulsi irrazionali, come ha tentato di dimostrare qualche critico che confonde marxismo e moralismo. Essa non è neppure, però, ne potrebbe essere, "evasione" e rifiuto dell'ideologia in assoluto. Rifiuta, semmai, il diktat delle formule narrative basate sul "realismo" e sull'analisi dell'uomo in quanto animale sociale o irripetibile soggetto psicologico, per proporre un modello diverso di rapporto tra finzione e realtà (vale a dire: tra la pagina e il suo lettore). Ma la favola, la struttura fiabesca che la sottende, con tutte le componenti allegoriche e mitologiche che di solito essa esibisce, offre comunque un'interpretazione della realtà, un "messaggio" cifrato ma ineluttabile sulle cose del mondo, la "società", se si vuole, la condizione dell'uomo in astratto e quella del lettore in concreto.

 

2. Windhaven: dal mito alla storia

 

Come i grandi cicli della narrativa fantastica che la letteratura inglese del '900 ha creato, Il Signore degli Anelli di Tolkien e la trilogia di Gormenghast di Peake, anche Windhaven descrive il passaggio da una visione mitica, edenica, della vita all'età dei conflitti e delle tensioni politico-sociali che costituiscono il "presente" dell'uomo. Se nel paesaggio della Terra di Mezzo tolkiniana, abitato da popoli favolosi, la terrificante forza corruttrice del Male si veste delle armature del mondo industriale, delle fucine infernali attivate dai seguaci di Sauron, se la terra al di là del tempo del castello di Gormenghast è fatalmente inquinata dalla spietata volontà di ascesa sociale di un piccolo ma astutissimo arrampicatore, in Windhaven l'epoca favolosa degli angeli dalle grandi ali artificiali volge lentamente al termine per volontà di una donna e dei suoi discepoli, che reclamano la possibilità prima di usufruire della tecnologia lasciata in eredità dagli abitanti delle stelle, poi di influenzare direttamente il corso degli eventi storici.

Al mondo vagamente idilliaco delle prime pagine (del resto abilmente identificato con la prospettiva pura e innocente di una bambina); risostituisce un'epoca di "progresso", perciò di contrasto, in cui il potere delle ali viene dato anche ai meritevoli, sopravvissuti a una dura selezione e opposti ai discendenti degli antichi signori del cielo. Da un universo immobile, fonda mentalmente feudale, di cavalieri erranti, si passa dunque a un sistema di tipo meritocratico attraverso urti e conflitti che però non sembrano mai assumere connotati apocalittici, anche perché la saggezza dei capi è pronta a riconoscere i vantaggi di una sia pur cauta liberalizzazione. Non è difficile leggere nella favola di Martin e della Tuttle l'ingegnosa esaltazione del modello politico americano, capace di una lenta evoluzione in senso democratico per l'impulso decisivo dato da personalità eccezionali in grado di modificare il corso della storia senza distruggere il suo tessuto. In questo senso, il Consiglio di Greater Amberly, dove la ribellione di Maris viene discussa per molte pagine, diviene il motore ideologico di tutto il romanzo, l'espressione di un empirismo riformistico, pronto a rinunciare a princìpi sorpassati in nome del buon senso, che la figura di Maris incarna alla perfezione, pur con esitazioni e oscillazioni "umane", anche di fronte al successivo individualismo rivoluzionario rappresentato dalla figura di Val.

È vero che la ribellione di Maris ha messo in moto un processo inarrestabile - il furto delle ali è paragonabile al peccato originale di Adamo ed Eva - ma senza Maris cosa sarebbe avvenuto? L'arcipelago di Windhaven non avrebbe conosciuto la Caduta - ma neppure la Storia - sarebbe rimasto una mappa fantastica; la storia dell'uomo inizia quando Adamo ed Eva incontrano il Serpente tentatore. Prima, c'è solo la Storia atemporale di Dio.

Nella struttura tripartita del romanzo, del resto, ogni sezione si articola attorno a una scena centrale che ribadisce e ripropone l'ideologia del discorso. Nella seconda parte le competizioni di Skulny rivelano la natura della trasformazione attuata da Maris e dalle sue Accademie meritocratiche. Il nuovo sistema è chiaramente di tipo capitalistico "puro", basato su forme di selezione diretta di vago sapore darwiniano: per i perdenti non c'è scampo, anche se, in generale, i dadi sono truccati. I detentori del potere feudale delle ali accettano la sfida perché i più deboli tra di loro cedano il posto a un ristrettissimo gruppo di vassalli, destinati a condividere il privilegio delle ali artificiali e a rafforzare l'ideologia complessiva del sistema. Certo, la vittoria di Val su Corm è traumatica, anche perché Val se ne infischia delle forme e delle convenzioni "cortesi" della vecchia aristocrazia alata. Ma si noti che l'individualismo romantico di Val riporta comunque all'ideologia della leadership incarnata in precedenza dallo stesso Corm. Insomma, è giusto che il capo sfidi direttamente un altro capo, senza accontentarsi di buttar fuori i suoi aiutanti. Del resto, personaggi come Maris o come Garth garantiscono che il passaggio delle consegne avvenga in modo indolore. Nel terzo episodio, quello narrativamente, a parere di chi scrive, meno compatto, il motivo del compromesso tra vecchie e nuove generazioni chiude armonicamente il discorso ideologico, ma non dovrebbe cancellare nel lettore la consapevolezza della nuova contraddizione che si è aperta nella e attraverso la favola di Windhaven.

Infatti, le ali non sono più solo un mezzo per valicare le grandi distanze oceaniche che dividono gli arcipelaghi di Windhaven, ma uno strumento di potere, un'arma ereditata da una tecnologia talmente avanzata da non essere in alcun modo riproducibile. Il passaggio dalla forma del messaggio (in precedenza memorizzato dai "flyers" senza che ne fosse afferrato il significato) alla sua sostanza, con la valutazione del suo contenuto da parte dei messaggeri, implica la presa di coscienza da parte di un gruppo egemonico che esso, qualora lo volesse, potrebbe dominare non solo il cielo, ma anche la terra. Il feudalesimo ha lasciato il posto a una sorta di aristocrazia meritocratica, aperta a forme di democrazia. Ma la nuova fase "storica"quella che il romanzo si limita a prefigurare -è destinata a vedere la formazione di una nuova classe egemone, ancora più abile dei vecchi e "disinteressati" signori feudali nell'amministrare le sue risorse. Si ricorderà allora, che la "democratica" Maris propone Accademie meritocratiche, ma non accademie scientifiche in grado di studiare le ali e di riprodurle su scala industriale...

Il sogno di Maris in punto di morte chiude la vita dell'eroina nel segno di un romanticismo ideologico che è anche degli autori della favola e che è esemplificato dalla presenza dei cantori, i mitizzatori per eccellenza della classe dominante. Ma la stessa Maris ha mostrato che i messaggeri celesti possono essere terribili Angeli Sterminatori, capaci di incutere terrore e di seminare la morte. Il "presente" non è ancora incominciato, ma bussa alla soglia di Windhaven.

 

3. Windhaven: dalla storia al mito

 

Quanto si è detto finora vuole confermare l'estrema perizia narrativa di Martin (probabilmente la mente dominante di tutta l'operazione) e della Tuttle. Da un altro punto di vista, ciò è confermato dall'intelligente utilizzazione di formule e convenzioni del romance e della tradizione fantasy. Nulla di "istintivo" o di "irrazionale" andrà cercato in un testo intelligentemente bilanciato nelle sue tre sezioni (ognuna corrispondente a un momento cruciale della vita dell'eroina e dello sviluppo "storico" di Windhaven), ricco di invenzioni nella rappresentazione di quella realtà speculare alla nostra -lontana eppure vicina - che è l'arcipelago di Windhaven, ove si colgono echi di Tolkien e della Le Guin, come di altri autori contemporanei, ma anche sapienti rinvii a motivi e figurazioni più antiche. Il romanzo alterna registri narrativi legati al romanzo di avventura, con non banali elementi di su spense (si vedano i tre giorni di gara, nella seconda parte), ma anche al gusto fantastico di raffigurare le creature celesti che si aggirano tra i venti e le nubi. I personaggi sono modellati secondo ben precisi schemi romantici, ma offrono una varietà di tipologie che ben riflette il discorso ideologico del testo: Maris, la donna saggia e audace nello stesso tempo; S'Rella, la discepola timida e coraggiosa, tenera e risoluta; Evan, l'uomo modesto ma ricco di esperienza e di comprensione,' Vai, tenebroso e sprezzante quanto un Satana dei Marvel Comics, ma splendido nelle sue doti aeree e nel suo cinismo intellettuale quanto un Lucifero prossimo alla caduta.

Nella ricchezza delle prospettive mitologiche e dei riferimenti mitici Windhaven conferma la capacità della cultura americana che, senza moralistico disprezzo, chiameremo "di consumo" (ma in senso molto specialistico), di trasmettere e riplasmare il retaggio della grande tradizione letteraria.

Non sarà forse il caso di cercare un esplicito influsso della Razza Ventura di Bulwer-Lytton, con i suoi poderosi angeli sotterranei, ma non può essere messo in discussione, a parere di chi scrive, il legame sottile che collega Windhaven a quel grande crogiuolo di miti che è la Tempesta di Shakespeare: si pensi ad Ariel, lo Spirito dell'aria, che, tra l'altro, è di solito recitato da un'attrice, o alla cornice dell'isola di Prospero, dove si oppongono storia e utopia, miti edenici e presenze diaboliche. Risalendo ancora alla più profonda tradizione del romance, "il nucleo strutturale di tutta la narrativa" -come l'ha definito il grande critico anglo-canadese Northrop Frye nella sua Scrittura secolare -troveremo in Windhaven suggestioni bibliche e derivazioni dalla mitologia greca, dal Paradiso Terrestre agli angeli celesti, dalla vicenda di Icaro a quella delle tante creature del mito trasformate in uccelli, fino ad approdare, con l'arcipelago di Windhaven, a quel periglioso Mediterraneo, costellato di isole, entro cui si aggirava la nave di Ulisse.


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