RITRATTO DELL’ARTISTA:
LA VITA, LE OPERE, IL PENSIERO, LE OSSESSIONI
DI
PHILIP KINDRED DICK
Philip
K. Dick dopo la morte avvenuta nel 1982 è oggetto di continue rivalutazioni
culturali: molti critici e semplici appassionati si stanno impegnando nel
tentare di scrivere la sua biografia, una impresa per niente facile. Philip non
era una personalità tanto facile da capire in vita, figurarsi riuscire a
“scrivere sulla sua vita” dopo la sua morte, quando si hanno a disposizione
mille indizi per mille verità tutte uguali e nel contempo diverse. La biografia
sicuramente meglio riuscita è quella di Lawrence Sutin, Divine
invasioni: la vita di Philip K. Dick (1989), quella che maggiormente
analizza oggettivamente l’artista e l’uomo senza scadere in inutili e
ipocriti sentimentalismi o razionalismi dottorali e aridi.
Si
è detto tante volte che Philip ha assunto (specialmente) nel suo periodo
giovanile cocktail di droghe e che ormai negli anni Settanta il suo cervello
aveva subito danni irreversibili; e chi sostiene questa tesi riesce a vedere
nelle sue ultime opere solo dei prolungati lamenti allucinati. Per contro, molti
scorgono nell’ultima produzione dickiana la vera essenza dell’uomo e
dell’artista. Insomma, i pareri sono discordi: la rivalutazione del lavoro
dickiano oggi è assai difficile; su quali basi ci si dovrebbe basare per
definire la sua produzione? Ed esistono delle basi? Ad esempio, Philip era
dell’opinione che un lavoro come “Le
tre stimmate di Palmer Eldritch” non era degno della sua migliore
produzione, e contro Palmer Eldritch, soprattutto nella seconda metà degli anni
Settanta, cominciò ad avvertire una sorta di odio: infatti diceva del romanzo
che era stato scritto quando era sotto l’effetto di allucinogeni e parlava
troppo di Dio, riteneva che fosse un libro addirittura pericoloso per sé e per
chi lo leggeva. Degli oltre cinquanta romanzi, innumerevoli racconti, Philip
salvava di tutto ciò poco più di cinque romanzi, quelli che riteneva essere i
più veri… ma non credo sia opportuno dire in questa sede i titoli che P. K.
Dick avrebbe salvato.
P.
K. Dick non ha mai negato la povertà che ha dovuto superare (e sopportare),
perché uno scrittore di SF era (ed è purtroppo ancor oggi vero) sottopagato
rispetto ad uno scrittore classico, guardato con sospetto e additato come pazzo;
Dick era un pessimista anche se gli era praticamente impossibile ammetterlo. Ma
in alcuni casi sapeva esser anche ironico, infatti in alcuni suoi scritti si
descrive come un vecchio freak perennemente innamorato delle donne pur non
negando il rapporto difficile con il sesso femminile.
Per
Dick gli scrittori di fantascienza sono tutti amici fra di loro, anche se vedono
il mondo in modo diverso; ma si spinge oltre asserendo che chi scrive SF non è
solo un autore che conosce il solo panorama della SF, infatti per P. K. Dick lo
scrittore di fantascienza è una persona che ha letto i classici (come lui
stesso ha fatto) partendo da Platone per arrivare a Pascal ma anche ad Hemingway
e Faulkner, scegliendo di scrivere SF perché in un certo senso essa è rivoluzionaria,
capace di guardare al passato, al presente, al futuro interrogandosi “e
se questa cosa si fosse sviluppata in modo diverso?”. Sembra quasi che per
P. K. Dick il mondo sia costituito di “realtà possibili”, presupposto
essenziale per scrivere un buon romanzo di fantascienza. E la vita di Philip K.
Dick fu soprattutto contrassegnata da
realtà possibili, forse solo da queste, purtroppo!
In
questa sede si è tentato di spiegare la vita di P. K. Dick, si è solo tentato
per i motivi espressi nell’incipit di questa premessa: Lawrence Sutin ha
scritto la biografia migliore che si potesse scrivere sull’artista e
sull’uomo, queste mie righe sono dunque solo un umile omaggio all’artista e
all’uomo, niente di più.
1.
La vita di Philip Kindred Dick
Philip
Kindred Dick è stato sicuramente autore di fantascienza che ha contribuito a
definire i canoni della moderna SF; il suo misticismo commisto ad un innato
pessimismo ha fatto di P. K. Dick una figura di grande spessore artistico e
umano. Nessun altro autore ha saputo disegnare un futuro inquietante quanto
quello di P. K. Dick; volenti o nolenti, tutti i maggiori scrittori di SF, sono
stati influenzati dalla sua statura artistica, dalla sua visione del mondo
futuro, dalla sua poesia. Durante la vita, il grande poeta maledetto della
Fantascienza è stato relegato in un angolo buio della cultura americana; poi,
dopo la sua prematura scomparsa, il suo nome è diventato una leggenda: da
autore quasi underground, è stato assurto da critica e pubblico a vero e
propria icona, guru della SF. Se P. K. Dick avesse goduto della fama di cui gode
oggi, forse, molte paranoie non sarebbero state covate nel suo spirito; a più
riprese, Dick evidenziò che gli scrittori di fantascienza in America, come nel
resto del mondo, erano considerati poco o nulla: le difficoltà economiche,
nonostante pubblicasse a ritmo vertiginoso, furono certamente uno dei motivi
scatenanti della sua pazzia poetica. Non
poche volte ha scritto per una squallida questione economica: riusciva quasi
sempre a sbarcare il lunario, ma non si può dire che sia mai stato tranquillo
economicamente. Ma chi pensa che
per P. K. Dick i problemi siano iniziati nel momento in cui decise di essere uno
scrittore di fantascienza si sbaglia: i suoi problemi iniziarono già al momento
della nascita; gemello di una bambina, Jane Kindred, perse la sorella dopo 41
giorni per mancanza di cure dovuta a una estrema indigenza famigliare. La morte
di Jane Kindred segnò profondamente la personalità di Dick: i simulacri, i
doppi, nascono dalla fantasia dickiana nell’estremo disperato tentativo di
esorcizzare la morte, ma i simulacri evidenziano anche la falsità della realtà,
una realtà che Dick accusava come un peso, tanto è che gli ultimi anni della
sua vita furono contrassegnati da un profonda rivolta spirituale che lo portò
quasi ad isolarsi dal mondo, divenne quasi un misantropo e un misogino.
A
quattro anni i suoi genitori divorziarono; il rapporto del giovane Dick con la
madre fu sempre conflittuale: in età matura non riuscirà mai a definire un
rapporto stabile con una donna.
La
sua vita fu anche segnata da diversi problemi fisici e psicologici: asma,
tachicardia e agorafobia.
Portati
a termine gli studi superiori incontrò e sposò Jeanet Marlin; fu una unione di
breve tempo e a dir poco sincopata; Dick visse con Jeanet poco più di 6 mesi,
divorziarono e non si incontrarono mai più. Per Dick questo fallimento amoroso
fu solo l’inizio di una tempesta sentimentale che nel corso degli anni non gli
avrebbe dato tregua.
Frequentò
dei corsi di tedesco e di filosofia presso l’università di Berkeley: durante
questo periodo conobbe Kleo Apistolides; nel 1950 si sposarono. Dick incontrò
la SF quasi per caso: un giorno, recandosi dall’edicolante, acquistò una
rivista, solo quando l’ebbe fra le mani e la sfogliò si rese conto che non
era quella rivista che lui voleva; era una rivista di fantascienza, e invece di
rimanerne infastidito, ne rimase completamente ammaliato. Dick aveva deciso: o
sarebbe diventato uno scrittore di SF o non sarebbe stato nient’altro.
Nel
1952 si scelse un agente, Scott Meredith, e quasi subito vendette il suo primo
racconto, The Little Movement: un
racconto sui robot, il primo di una lunga serie. Dick subito si pone la domanda:
qual è il posto dell'uomo
nell'universo?, Cos'è un uomo? In cosa differisce un uomo da un robot?
La
vendita del racconto, l’esaltazione, lo stimolò a tal punto che ormai per lui
era chiaro che la sua vita sarebbe stata tutta dedicata ad essere uno scrittore
a tempo pieno; matura così l’idea di abbandonare l'impiego in un negozio di
dischi; tra il 1952 e il 1955
scrisse oltre 70 racconti, soprattutto mainstream, in quanto era questa la
strada che in quel particolare momento storico della sua vita lo interessava
maggiormente. Durante gli anni Cinquanta scrisse la bellezza di undici romanzi
al di fuori del genere fantascientifico; la sua delusione fu a dir poco grande,
tutti i suoi scritti ricevettero un secco rifiuto alla pubblicazione. Solo più
tardi, Confessions
Of a Crap Artist fu pubblicato: non ottenne un grande successo, ma oggi il
suo valore artistico è indiscutibile, è un libro chiave per comprendere la
poliedrica e affannata vita di Dick. Il successo lo ottenne soprattutto grazie
ai romanzi di fantascienza; come si è già detto Dick fu un autore estremamente
prolifico, ma scrivere SF non bastava alle sue tasche un po’ bucate, un po’
sfortunate. La SF ieri come oggi rende poco ai suoi autori, anche ai più
affermati.
La
seconda guerra mondiale e la guerra fredda influenzarono prepotentemente P. K.
Dick; l’autore nutriva una forte avversione nei confronti della guerra, della
violenza e dell'autorità in generale; sono questi argomenti che ricorrono
spesso nelle sue opere maggiori. La sua natura pessimista incise profondamente
sul suo stile: duro e crudo quanto cupo, le sue storie sono tutte orientate sui
pericoli del futuro in netta contrapposizione con i suoi contemporanei tutti (o
quasi) votati a magnificarne le possibilità. Philip K. Dick, ad esempio, non
poteva assolutamente soffrire scrittori come Bradbury, uno scrittore che a suo
giudizio non era né carne né pesce, perché leggendolo non riusciva a
liberarsi dall’idea, forse preconcetta, che Bradbury fosse incapace di
schierarsi socialmente e politicamente. Ben presto l’America benpensante gli
cucì addosso la nomea di comunista.
Il
1954 è forse l'anno più prolifico, forse uno dei più importante nella
carriera di Dick: scrisse ventinove racconti e il primo romanzo, Solar
Lottery (a dirla tutta, il primo tentativo di scrivere un romanzo risale a
prima del 1954: lo scritto aveva come titolo Return
to Lilliput, ma purtroppo il manoscritto è andato perduto). Sempre nel
’54 Dick e la moglie fecero amicizia con Poul e Karen Anderson, e in piena era
maccartista l'FBI lo contattò per un impiego da informatore nel Messico. Dick
cominciò da questo momento in poi a sentirsi perseguitato e spiato dall’FBI.
La
situazione economica a dir poco disastrosa non aiutò di certo P. K. Dick a
liberarsi dai suoi demoni, dalle sue paranoie; queste si accentuarono, poi nel
1955 uscì Solar Lottery e pubblicò
altri dodici racconti raggiungendo una certa celebrità, una umile rassegnata
stabilità economica.
Nel
1958 abbandona la vita della metropoli per Pt. Reyes Station; qui fa la
conoscenza con Anne Rubenstein che sposerà l'anno successivo, dopo il divorzio
da Kleo; finalmente, dopo tanto penare, sembrerebbe che la sua vita cambi in
meglio assumendo un carattere da focolare familiare: alle tre figlie precedenti
della moglie si aggiunge la nascita di sua figlia, Laura Archer. Gli anni '60
sono per Dick un ennesimo periodo burrascoso: Dick matura l’idea che scrivere
deve essere anche analisi del proprio Ego; il suo stile diventa più intimo e
diventa sempre più pressante la domanda che
cos'è che fa di un uomo un uomo? Nel 1962 pubblica The
Man in the High Castle: un vero capolavoro questo che nel 1963 fu premiato
con il premio Hugo. Adesso P. K. Dick è un autore di SF di tutto rispetto;
tuttavia le sue condizioni economiche non migliorano di molto. Negli anni '60
scrive diciotto romanzi e qualcosa come venti racconti; Dick è diventato
(consapevolmente!) schiavo della scrittura. Si impone un ritmo di scrittura
schiavizzante, oltre sessanta pagine al giorno; il lavoro lo porta via dalla
famiglia e nel 1964 un altro divorzio. Minato nello spirito e nel fisico P. K.
Dick cerca scampo nell’illusione delle droghe, soprattutto anfetamine.
Inevitabile,
presto Dick cade vittima colpevole di una profonda depressione;
nel 1966, in un periodo estremamente oscuro, sposa Nancy Hackett, una
donna schizofrenica che lascerà quattro anni dopo. Nancy lascerà nell’anima
di Dick una ferita grandissima, una ferita che aprirà il baratro più oscuro,
intimo, mistico, della sua vita. E’ tempo per un'altra donna, Kathy DeMuelle:
Kathy riuscirà ad arrestare, almeno momentaneamente, la profonda depressione di
Dick; tuttavia ormai Dick è troppo segnato dalla vita per riuscire a sperare
ancora in un sogno, per poter anelare ad una tranquilla felicità domestica. Gli
anni Settanta sono per l’autore un periodo sterile intriso di paranoia e
dominato dalla droga. Alla fine anche Kathy rinuncia a rendere felice Philip K.
Dick; un viaggio in Canada e
l'incontro con Tessa Busby; Dick ci prova ancora, non si arrende nonostante
sappia che tanto sarà inutile, e nel 1973 sposerà la donna che gli darà un
figlio, Christopher. Dick divorzia da Tessa nel 1976. Nel 1974, e precisamente
il 2 Marzo, la vita di Dick cambia radicalmente: Dick dice di aver avuto una
esperienza mistica: abbandona
l’uso delle droghe e avverte i giovani del pericolo che corrono nel farne uso.
Dick è quasi irriconoscibile a molti dei suoi estimatori. Febbricitante come
non mai, la sua vena artistica sembra essersi rinnovata: riprende a scrivere con
ritmo incessante, confusionario, ma i romanzi che riesce a tirare fuori dalla
sua fantasia sono molto diversi rispetto
alla sua produzione degli anni Sessanta. Il suo interesse per i racconti è
completamente scemato: l'ultimo racconto Frozen
Journey viene pubblicato su Playboy nel 1980. Tutti gli sforzi artistici
dell’ultimo Dick sono tesi verso un sogno ambizioso, una trilogia di romanzi
con evidenti tendenze mistiche, la
trilogia di Valis che comprende
i romanzi, Valis, The Divine Invasion e
The Trasmigration of Timothy Archer. La
trilogia di Valis, ultimo lavoro
portato a termine da P. K. Dick, è sicuramente il più enigmatico e criptico
dei suoi scritti. Inizia a scrivere The
Owl in Daylight, ma il romanzo rimarrà incompiuto; poco prima dell'uscita
del film Blade Runner, tratto dal suo romanzo Ma
gli androidi sognano pecore elettriche?, Dick muore per un attacco di cuore
il 2 marzo 1982, all'età di 53 anni.
2.
LE OPERE E LE OSSESSIONI DELL’ARTISTA ATTRAVERSO LE SUE PAROLE
Brani
tratti da interviste, diari, libri di P. K. Dick contenuti per la massima parte
in Divine Invasions: A life of Philip K. Dick di Lawrence Sutin edito da Fanucci,
2001, da Se vi pare che questo mondo sia brutto, Joe Protagoras è vivo e Vita
breve e felice di uno scrittore di fantascienza di P. K. Dick editi da
Feltrinelli (1999, 2000, 2001), Trilogia di Valis di P. K. Dick edizione
Mondadori, 2001.
Questo collage di stralci di interviste e diari di P. K. Dick è il tentativo di proporre al lettore una sorta di lunga intervista impossibile con l’autore: è forse il modo migliore per comprendere l’uomo e l’artista senza dover ricorrere all’interpretazione (soggettiva/pseudo-oggetiva) di critici e biografi, il modo migliore perché ognuno possa farsi la sua idea personale.
“Avevo
dodici anni quando lessi la mia prima rivista di SF… Si chiamava Stirring
Science Stories e pubblicò, credo, solo quattro numeri. L’editore era Don
Wollheim, che in seguito (nel 1954) avrebbe comprato il mio primo racconto… e
molti altri, dopo quello. Mi imbattei nella rivista per caso; stavo cercando, in
realtà Popular Science. Ne fui
colpito. Racconti scientifici? Di colpo, vi riconobbi la magia che avevo trovato
nei libri di OZ, non più, però, associata alle bacchette magiche, bensì alla
scienza.[…] In ogni caso, nella mia opinione, magia divenne uguale a
scienza… e scienza (del futuro) uguale a magia.[…] Voglio scrivere delle
persone che amo, inserite in un mondo di finzione inventato da me e nel mondo in
cui realmente viviamo, perché esso soddisfa le mie esigenze; non sono al passo
coi tempi. Dovrei attenermi alla realtà, ma non l’ho mai fatto: in questo
consiste la SF. Se volete attenervi alla realtà, andatevi a leggere Philip Roth
o gli scrittori mainstream da best-seller dell’establishment letterario
newyorchese […] Per questo mi piace la SF, amo leggerla e scriverla. Lo
scrittore di SF non intravede semplici possibilità, bensì possibilità
bizzarre. Non un banale ‘E se?’, bensì un ‘Oddio! E se…’ in preda
alla frenesia e all’isteria. I marziani sono sempre sul punto di arrivare.[…]
Credo di aver paura che la morte sia una cosa che una persona lascia avvenire,
più che essere qualcosa che uno fa: per esempio, non si uccide, ma si fa a me
di garantire la vita. Pertanto sono portato a pensare che la vita venga a una
persona (a me) da fuori, è la visione di un bambino; non parlo ancora di
omeostasi. Naturalmente la vita, originariamente, viene dalla madre; ma tale
simbiosi ha una fine. Dopo di che la vita è sostenuta da Dio, non da altre
donne […]
Cos’ha
la SF di così attraente? Cos’è in fondo la SF? Attira lettori, editori,
scrittori. E nessuno di loro fa soldi. Quando penso a questo, rivedo mentalmente
il paragrafo iniziale di Scacchiera
sterminata di Henry Kuttner, con la maniglia che strizza l’occhio al
protagonista. Quando penso a questo, vedo anche – fuori dalla mia mente,
accanto alla mia scrivania – una raccolta completa di Unknown
Worlds, oltre a numeri di Astounding che
risalgono persino al 1933… questi ultimi protetti da un mobile di
trecentocinquanta chili a prova d’incendio, isolati dal mondo, dalla vita.
Dunque, preservati dal degrado, dalla consunzione. Fuori dal tempo… Dopo mia
moglie e mia figlia è la cosa più importante che possiedo, o credo di
possedere. […] Più o meno quando avevo la tua età (P. K. Dick sta scrivendo
alla figlia Laura, 1974 – N.d.C.) ci andavo per metà del tempo, e per
l’altra me ne stavo a caso. Hanno dimostrato che il sistema scolastico (…)
isola i ragazzi dal mondo reale, fornisce loro delle competenze che non sono più
richieste, li equipaggia malissimo ad affrontare la vita quando, o se,
riemergono dalla scuola. In un certo senso, meglio ci si adatta alla scuola e
minori sono le possibilità di adattarsi in seguito al mondo così com’è. Per
cui, immagino, peggio ti adatti alla scuola e più sarai in grado di affrontare
la realtà quando ti sarai infine liberata della scuola, se mai accadrà. Ma io
credo di avere ciò che nell’esercito chiamano ‘atteggiamento disfattista’,
il che significa ‘datti da fare o sgombra’. Io ho sempre scelto di
sgombrare. […] La lotta primordiale per liberarmi da mia madre (quando lasciai
le superiori) fu il momento/la situazione/l’atto in cui, e grazie a cui,
proclamai infine la mia indipendenza e la mia identità, come adulto e come
uomo… Più grande il dolore, più grande la vittoria… Gli anni
immediatamente successivi a quando lasciai mia madre furono i più felici della
mia vita. […] Non avevo mai baciato una ragazza, non mi radevo. Leggevo Astounding
Stories per divertirmi. A ventuno anni, sono già sposato e divorziato, mi
rado ogni giorno e per divertirmi leggo James Joyce & Le
guerre persiane di Erodoto & L’Anabasi
di Senofonte… A quindici anni pensavo di sapere cosa volevo dalla vita, adesso
no. A quindici anni ero un gran casino psicologico. Lo sono ancora, ma in
maniera diversa. […] Ricordo, ero un adolescente e andavo da uno psichiatra
– avevo dei problemi a scuola – e gli dissi che avevo incominciato a
domandarmi se il nostro sistema di valori – ciò che è giusto e ciò che è
sbagliato – fosse vero in senso assoluto o se non fosse semplicemente
relativo, dal punto di vista culturale. E lui mi disse: ‘Questo è un sintomo
della tua nevrosi, il fatto che dubiti di ciò che è giusto e di ciò che è
sbagliato.’ Per cui presi una copia della rivista inglese Nature,
che è la rivista più autorevole
al mondo . E lì c’era un articolo in cui si diceva che in pratica tutti i
nostri valori derivano essenzialmente dalla Bibbia, e non si possono verificare
empiricamente, ricadendo perciò nella categoria di ciò che non si può provare
né dimostrare. Glielo feci vedere e lui si arrabbiò molto, dicendomi:
‘Considero queste cose nient’altro che merda
pura. Merda pura’. E io lì, un
teenager negli anni Quaranta, e lui lì, uno psichiatra: ora, ci ripenso e
capisco che quest’uomo viveva cementato in un atteggiamento semplicistico.
Voglio dire, il suo cervello era morto,
per quanto ne capivo. […] Allora riuscivo a capire la differenza tra il mondo
reale e quello di cui parlavo. Avevo l’abitudine di vangare il giardino, e non
c’era nulla di fantastico o di ultradimensionale nell’erbaccia… a meno che
non si sia uno scrittore di SF, nel qual caso ben presto si comincia a guardare
con sospetto anche l’erbaccia… Un giorno la maschera dell’erbaccia cadrà
e la su vera identità sarà rivelata. Per allora il Pentagono sarà pieno di
erbacce, e sarà troppo tardi… I miei primi racconti avevano premesse del
genere. In seguito, quando la mia vita personale si complicò e si riempì di
sfortunate circonvoluzioni, le preoccupazioni in merito alle erbacce andarono
perdute chissà dove. Mi abituai all’idea che il più grande dolore non
proviene direttamente da un lontano pianeta, ma dagli abissi del cuore.
Naturalmente, possono succedere entrambe le cose; vostra moglie e vostro figlio
potrebbero lasciarvi, e voi potreste starvene seduti tutti soli nella vostra
casa vuota senza nulla per cui vivere, ed in aggiunta a tutto questo i marziani
potrebbero penetrare dal tetto e portarvisi via. […] Con poche eccezioni, i
racconti da me inviati alle riviste erano mediocri. Gli standard erano bassi nei
primi anni Cinquanta. Mancavo, per ignoranza, di molte abilità essenziali per
scrivere… la questione del punto di vista, per esempio. Però, vendevo. Tiravo
avanti abbastanza bene, e alla Convention Mondiale di fantascienza del 1954 fui
prontamente riconosciuto e segnalato… Ricordo che, mentre una persona scattava
una fotografia a A. E. Van Gogt e
me, qualcuno disse ‘il vecchio e il nuovo’. Ma che miseri meriti aveva quel
‘nuovo!’… Van Gogt scriveva romanzi: io no. Forse, quello era il punto:
dovevo provare a scriver un romanzo di SF.
[…] E’ nei racconti di fantascienza che accade l’azione; è nei
romanzi di fantascienza che accade il mondo… Quando uno scrittore costruisce
qualcosa della lunghezza di un romanzo, esso lentamente incomincia a
imprigionarlo, a togliergli la libertà; i suoi stessi personaggi assumono il
controllo e fanno ciò che vogliono fare – non ciò che a lui piacerebbe. Da
una parte questa è la forza del romanzo, dall’altra è il suo punto debole.
[…] Sono violentemente di parte e settario, e tendo a vivere come se
possedessi il verbo divino – o non te ne sei accorta? Non è che io sia più
santo di te, ma è che sono ricolmo dell’ira morale divina – una cosa
indubbiamente tremenda, a causa di tante sofferenze umane. L’immagine che ho
di me è di questo gentile saggio con l’aria del santo, pieno di sapienza
libresca – e in realtà sono come un mediocre funzionario comunista che si
alza e si mette ad attaccare i ‘pidocchi omosessuali tracanna-sangue e viscidi
dell’Occidente infestato dal whisky’. In teoria sarei un relativista, ma in
molte situazioni sono un assolutista, e sfortunatamente il tuo ambiente e la tua
visione del mondo tirano fuori da me questo secondo lato, più spesso che no…
C’è anche una certa virtù, in questa iracondia a carattere morale, visto che
mi permette di inscenare, di portare avanti determinate convinzioni che vanno in
senso contrario a ogni forma di profitto pratico – e ciò mi fornisce
l’energia psichica necessaria a essere realmente un idealista, invece di una
persona che ha semplicemente pensieri idealistici. Beethoven era fatto alla
stessa maniera. […] Il metodo intuitivo – potrei dire la gestalt – grazie
al quale lavoro ha una certa tendenza a far sì che io ‘veda’ l’opera
intera, subito. Evidentemente esiste una qualche convalida storica di questo
metodo: Mozart, per fare il nome di un artista particolare, lavorava a questo
modo. Per lui, il problema era semplicemente buttare giù il tutto. Se avesse
vissuto abbastanza a lungo, l’avrebbe fatto; altrimenti, no… L’idea è lì,
nella prima annotazione stesa di fretta; non muta mai – solo, emerge per fasi
e per gradi. Se ritenessi che la prima annotazione frettolosa avesse già in sé
l’idea intera, sarei un poeta, non
un romanziere; credo che mi ci vogliano 60.000 parole per realizzare la mia idea
originaria, nella sua più completa interezza. […] Con Alto
Castello e Noi marziani pensavo
di aver colmato il divario tra i romanzi sperimentali mainstream e la
fantascienza. D’improvviso avevo trovato il modo di fare tutto ciò che
volevo, da scrittore. Avevo in mente un’intera serie di libri, una visione di
un nuovo tipo di fantascienza che partisse da quei due romanzi. Poi Noi
marziani fu rifiutato dalla Putman, e da ogni altro editore serio cui
l’avevo mandato. […] Scrivevo a una velocità pazzesca: produssi dodici
romanzi in due anni.. il che probabilmente costituisce un record. Non sono più
riuscito a rifarlo: lo stress era enorme, il premio Hugo però stava lì a
testimoniare che quanto avevo voglia di scrivere era ciò che un buon numero di
lettori aveva voglia di leggere. Stupefacente, no? […]
Be’, ho preso una citazione dalla brochure delle pillole che prende da
sette anni (o sono nove? La mia mente mi sembra stranamente confusa, in un certo
senso), cloridrato di semoxidrina, che, vengo a sapere ora, è cloridrato di
metanfetamina (cioè un altro nome della metedrina) perché, vedi, nell’ultimo
rifornimento – ora sono a sei dosi da 7.5 mg al giorno, e 7.5 mg è la dose più
forte – il farmacista si è scordato di togliere la brochure che
l’accompagnava, per cui dopo tutti questi anni sono riuscito a leggere gli
effetti collaterali, ecc, di queste pillole. Una frase posta subito dopo il
sottotitolo, TOSSICITA’ PER GLI ESSERI UMANI, mi ha particolarmente colpito.
Dice più o meno così, secco: l’overdose può, in aggiunta, causare
allucinazioni, deliri, collasso vascolare e morte…[…] Un giorno me ne
camminavo sulla strada di campagna, diretto alla mia baracca, con la prospettiva
di scrivere per otto ore, completamente isolato da ogni altro essere umano;
alzai gli occhi al cielo e vidi una faccia. Non la vidi realmente, però
c’era, e non era una faccia umana; era un immenso volto che esprimeva la
perfetta malvagità. Mi rendo conto adesso (e penso di essermene vagamente reso
conto all’epoca) di cosa mi abbia spinto a vederla: i mesi di isolamento, di
privazione dei contatti umani, in effetti la deprivazione sensoriale... Comunque
la faccia esisteva. Era immensa, riempiva un quarto di cielo. Aveva scanalature
vuote al posto degli occhi. Era metallica e crudele e, cosa peggiore di tutte,
era Dio. Andai alla mia chiesa… e parlai col prete. Lui giunse alla
conclusione che avevo visto Satana e mi diede l’unzione – non l’estrema
unzione, solo un’unzione risanatrice. Non servì a niente: la faccia rimase in
cielo. Tutti i giorni dovevo camminare sotto quello sguardo. […]
L’assunzione di anfetamine, quel punto, credo mascherasse il vero perché dei
miei vuoti di memoria, del mio comportamento strambo e dei miei disturbi alla
percezione. Avevo quei disturbi a causa di shock traumatici, e a causa di
meccanismi più profondi, e lo stesso valeva per le amnesie. Ma se non avessi
preso la roba, avrei dovuto fronteggiare tutto ciò da solo, e avrebbe dovuto
fronteggiarlo altra gente, pertanto era più facile far passare il tutto in una
maniera tanto semplice. ‘Va be’, è il tilt da anfetamine.’ […] Con gli
acidi non avevo mai avuto autentiche prese di coscienza, ma con la messalina fui
sopraffatto da sensazioni terribilmente potenti – da emozioni, direi. Avvertii
un irresistibile amore per le altre persone, e questo è ciò che misi nel
romanzo (Scorrete lacrime); esso
studia diversi tipi di amore e alla fine termina con l’apparizione di un
ultimo tipo, di cui non avevo mai saputo nulla. Dico cioè, ‘alla domanda
Cos’è reale? la risposta è: questa specie di amore irresistibile.’ […]
Io so che siamo sotto la protezione di una potente intelligenza extraterrestre e
se uno vuole chiamarla Dio, benissimo. Se un altro vuole chiamarla diversamente,
benissimo. Nel mio libro viene chiamata VALIS, che sta per Vast Active Living
Intelligent System. Preferisco questa parola a Dio. E questo VALIS interviene
nelle faccende umane, per regolarle, coordinarle […] Dato che una categoria
come quella del tempo è quasi impossibile da definire e forse è illusoria,
forse è illusorio anche il cambiamento. Forse siamo nel 70 dopo Cristo, forse
viviamo ancora sotto l'Impero Romano... Ho una fortissima sensazione che ci
troviamo in una specie di labirinto costruito per noi, che ci stiano
valutando... Esiste una realtà molto prossima alla nostra, una realtà diversa
che ormai punzecchia la nostra e che probabilmente farà irruzione presto. Noi
scopriremo allora che ci troviamo in un mondo che possiede più dimensioni di
quelle che avevamo immaginato… […] Ora ho una vita regolare, nessuno, qui
(nella Orange County), sa che un tempo ero un tossico hippie (come direbbero
loro)… e tuttavia soffro per la perdita della mia ex moglie e della bimba nata
da quel matrimonio, bimba che mi piacerebbe tantissimo rivedere, ma non posso…
la mia speranza è che la soluzione alla morte dei vecchi schemi e dei vecchi
elementi esistenziali (se c’è) risieda principalmente nella creazione di
nuovi. […] Durante ogni matrimonio ero il borghese che porta a casa lo
stipendio, e quando il matrimonio falliva (grazie a dio) nella fogna di una vita
semi-illegale; droghe, pistole e coltelli e così tanti crimini… non che fossi
io a compierli, ma quantomeno mi circondavo di persone che li facevano;
abbracciavo la compagnia di persone veramente immorali, suppongo come antidoto
al mondo razionale, privo di spina dorsale, tranquillo, della classe media, nel
quale mi avevano costretto a stare le mie mogli; separato dai miei figli e dalle
miei mogli non avevo responsabilità nei confronti di nessuno, se non di me
stesso, e sguazzavo nelle fogne; eppure, per essere giusto con me stesso, presi
qualcosa proprio da quelle fogne, le vite di giovani che altrimenti sarebbero
andate perse… Sono uscito di lì solo perché, ancora una volta, mi sono
sposato e ogni notte devo chiudere a chiave la porta di casa, per paura che
qualcuno mi porti via ciò che possiedo di prezioso. Ero più felice quando
vivevo con quelli che prendevano (cioè, rubavano) le cose di valore. […] Ora
non sono più la stessa persona. La gente dice che sembro diverso. Ho perso
peso. Ho pure guadagnato dei soldi facendo le cose che mi dice di fare Jim, più
soldi che mai, e in un periodo assai breve, facendo cose che non ho mai fatto, né
mi sarei immaginato di fare. Cosa ancor più strana, però, ora bevo birra ogni
giorno, e mai vino. Un tempo bevevo solo vino, e mai birra. Ora la tracanno. Il
motivo per cui bevo è che Jim sa che il vino mi fa male… [….] E’ anche
evidente che ho fatto sapere al mondo (con Valis) di aver passato dei brutti
anni, nel corso dell’ultimo decennio. I futuri biografi troveranno il lavoro
già svolto, prima ancora di incominciare. La mia vita è un libro aperto, e io
stesso l’ho scritto. […] Solo adesso, mentre per la prima volta nella mia
vita mi sto mettendo economicamente a posto, sto diventando sano di mente,
libero da tormenti psicotici…[…] I miei romanzi (e i miei racconti) sono
labirinti (concettuali). & anch’io mi trovo in un labirinto intellettuale,
quando tento di capire la nostra condizione (chi siamo & come guardiamo al
mondo & il mondo in quanto illusione, ecc.) perché questa
condizione è un labirinto, che riporta sempre a se stesso, & appaiono
falsi indizi, quali la nostra ‘ribellione’… Il fatto che dopo quattro anni
e mezzo di strenua esegesi, nel corso dei quali sono giunto a queste conclusioni
(per non parlare dei 27 anni di opere pubblicate), ora io sia segnato, vicino a
morire – il che mi rende impossibile mettere questa gnosi in una forma
pubblicabile – è condizione che si può dedurre dalla mia stessa esegesi,
& mostra come io sia sul giusto percorso intellettuale, ma senza alcun
vantaggio personale. […] Ho voluto io stesso vivere in questa condizione, qui,
nel fluire finale della mia esistenza. Lo so, e me ne assumo la responsabilità.
L’unica cosa che mi chiedo è Perché? Perché voglio restare così isolato?
Cosa ne ricavo? Un sacco di tempo per scrivere & pensare. BFD, ‘big
fucking deal’, ‘bella fregatura’… Penso alle persone che ho amato (‘dilexi’,
la parola latina è ‘ebbi amato’), ma ora dove sono? Disperse, morte, mi è
ignoto dove siamo e come stiamo.. E’ terribile; dovrei vivere il presente, e
legarmi al tempo futuro. Be’, mi lego al tempo; prevedo la pubblicazione di
Valis. ‘E’ pazzo’, sarà la reazione del pubblico. ‘Prendeva delle
droghe, ha visto Dio. BFD….[…] Ogni giorno il mondo si fa più piccolo. Più
lavoro, meno vivo… […] Sto rivedendo una lettera inviatami di recente da
Michael Bishop. A Michael il mio nuovo romanzo Valis
piace, ma è venuto a sapere che Ursula Le Guin ne è rimasta tremendamente
turbata, ‘non solo per la sua disamina di argomenti metafisici forse
insolubili… ma anche per la sua conduzione dei personaggi femminili – ognuno
dei quali, sostiene lei, in fondo è (non riesco a ricordare la frase esatta)
una figura mortifera odiosa e inaffidabile…
[…] E’ veramente una lotta – la persona diventa consapevole del
fatto che ogni cosa per la quale lotta diviene un costo. Il costo sale sempre di
più, e colma il vuoto, sempre. In seguito sale ancora. Si tratta di qualcosa
che non ho capito di me. Per quanto io pesi che la mia scrittura stia
migliorando di continuo, la mia vigoria fisica non è più quella di un tempo…
riesco ancora a scrivere bene ma il costo – vedo un grafico nella mia mente,
in cui la linea dei costi incontra e sorpassa quella del profitto. E’
inevitabile.”
UNA
POSSIBILE CONCLUSIONE… !
Nel
suo saggio Universi che cadono a pezzi,
la fantascienza di Philip K. Dick, Francesca Rispoli (Francesca Rispoli
collabora con l’Ufficio per le Attività Cinematografiche del Comune di
Venezia per la redazione di testi del mensile Circuito
Cinema) analizza non tanto la vita dello scrittore quanto la sua opera
letteraria: il suo saggio prende in considerazione quasi tutti i
romanzi di Dick, ne spiega la nascita e ne riassume i contenuti per sommi
capi. L’attenzione della Rispoli è tutta incentrata sugli universi
dickiani che cadono a pezzi: I
personaggi dei suoi romanzi sono prigionieri di un’illusione, quella di vivere
in un mondo stabile e significativo. Questo mondo si trasforma invece,
inesorabilmente, in un universo che cade a pezzi, dimostrandosi un’illusione
di realtà generata dalla volontà di imporre un ordine all’esistenza. Già
demistificante rappresentazione del mondo contemporaneo, dove niente può durare
per sempre, la fantascienza di P. K. Dick diventa così una illuminante indagine
sulle manifestazioni di un’esigenza esistenziale che è universalmente
presente nell’uomo, ma che nella società contemporanea genera infinite
contraddizioni: le stesse contraddizioni in cui i personaggi che popolano i suoi
mondi immaginari rischiano di perdersi, ma che ognuno di loro cerca di superare.
Il
conclusione il rinnovato interesse da parte della critica nei confronti di P. K.
Dick si può forse spiegare guardando all’attuale momento storico che la
società mondiale sta attraversando: il fondamentalismo religioso, la volgare
globalizzazione, il terrorismo dilagante in ogni dove, hanno fatto di Dick un
poeta visionario, che nelle sue opere ha descritto un futuro che oggi,
purtroppo, è un inquietante presente. E’ il caso di dire che gli universi
dickiani cadono a pezzi prima che si abbia il necessario tempo per tentare una
possibile (impossibile) interpretazione: non si ha tempo di considerare una
realtà che subito questa viene sostituita da una sua gemella, ma la sorte che
toccherà anche a questa è quella di essere barbaramente decostruita per dar
corpo ad altre realtà alternative.