Il raccontastorie 




Giuseppe Iannozzi


It’s always something

There’s always something going wrong

That’s the only guarantee

That’s what this is all about

                       

It’s never ending attack

Everything’s a lie and that’s a fact

Life is a lemon and I want my money back

[…]

 

There’s desperation

There’s desperation in the air

It leaves a stain on all your clothes

And no detergent gets it out

 

And we’re always slipping thru the cracks

Then the movie’s over – fade to black

Life is a lemon and I want my money back

 

(Jim Steinman, Life is a lemon and I want my money back –  Bat Out Of Hell II)


Un incidente di percorso, poteva capitare a tutti soprattutto in tempi difficili come questi: era un problema non poi tanto grave come aveva creduto in un primo momento, perché in fondo gli rimaneva ancora la voglia di raccontare storie.

Le macchine riposavano, gli interruttori tutti Off: non fosse stato per l’inquietudine che gli ispiravano quelle cose metalliche tanto aliene al suo animo avrebbe potuto dire che era un bel crepuscolo parzialmente offuscato da qualche nuvola quello che stava calando su Metropolis. I grattacieli svettavano alti contro il cielo come tante torri di Babilonia: alla fine, i subumani avevano raggiunto Dio, si erano innalzati al suo stesso rango per parlare la sua lingua e ad Esso si erano sostituiti. Ma la lingua della strada era ancora quella della strada, quella dei coltelli e dei tradimenti: si mormorava, sempre sottovoce, che la schiera dei subumani prima o poi, con le buone o con le cattive, avrebbe definitivamente sottomesso la vecchia cultura degli uomini. I subumani erano nati in laboratorio tanti secoli fa, quasi per scherzo: il primo essere vivente sintetico morì dopo solo due mesi, ma il secondo visse per quasi cinque anni. Non ci volle poi molto tempo perché i subumani surclassassero in intelligenza e in capacità fisica gli umani; i subumani erano esseri al di sopra della mortalità, erano eterni e soprattutto avevano uno spirito divino. Quando i primi subumani ormai perfetti in quasi ogni loro parte sinteticamente umana e meccanica si resero conto della loro superiorità anelarono presto ad avere uno spirito; fu così che diedero battaglia agli uomini, li sottomisero, si accoppiarono con le loro donne e i subumani che nacquero non furono più semplici creazioni partorite dall’intelligenza umana. Finalmente ebbero uno spirito, uno spirito che sarebbe rimasto immortale nei loro corpi. Così fu. Solo poche famiglie patrizie degli umani sopravvissero perché i subumani avevano ancora bisogno di loro, tutti gli altri furono sterminati o ridotti in schiavitù o dimenticati nelle city-lager. Ora anche i Patrizi rischiavano di condividere il destino della razza a cui appartenevano; i subumani avevano già sterminato parecchie famiglie perché ormai inutili. Ormai avevano acquisito dai Patrizi tutto lo scibile umano per farlo proprio, li avevano ridotti a dei gusci di carne impotenti: quella che per centinaia di anni era stata la cultura umana era passata completamente ai subumani. Dunque, perché mantenere in vita i Patrizi? I subumani avevano ormai da tempo le loro proprie femmine, quindi i Patrizi potevano benissimo esser sfrattati per l’eternità presso qualche campo di lavoro o dimenticati in qualche city. Ormai la quasi totalità dei Patrizi era stata fatta fuori: solo pochi erano stati graziati e gli ultimi, ancora detentori di un qualche potere, presto avrebbero lasciato questo mondo. Metropolis era in fermento: la fine degli ultimi Patrizi era sol più una noiosa questione che i subumani avrebbero risolto nel giro di pochi giorni.

Ma a lui tutto ciò non poteva interessare: era nato in una città-lager quando la razza umana era già stata condannata al suo destino e per tutta la sua vita non aveva avuto altro desiderio se non quello di andar per le strade a raccontare le sue storie. I subumani tolleravano i ‘cantastorie’ e li lasciavano pressoché liberi di sopravvivere, purché non andassero in giro a raccontare storie proibite del tempo passato. Jacobs non aveva mai raccontato storie proibite, ma un giorno una storia del passato era uscita dal profondo della sua anima come una tempesta e subito i subumani gli si erano buttati addosso; era riuscito a sfuggire alle loro grinfie per puro miracolo, ma adesso era confinato e dal territorio degli uomini e da quello dei subumani. Impossibile pensare di tornare fra gli uomini: questi subito avrebbero fatto la spia al Governo Storico per ottenere in cambio una misera ricompensa, quindi per lui non esistevano vie d’uscita. Questa era la realtà per quanto dura da accettare. Era un ricercato a tutti gli effetti. Le sue storie più nessuno le avrebbe ascoltate.

Come tutti gli uomini ancora in vita lasciati a pascolare nei sedimenti della sopravvivenza, Jacobs non si distingueva dai suoi simili: non aveva una fisionomia particolare, era una ‘cosa incolore’ come usavano dire i subumani in segno di scherno. Il suo corpo era completamente glabro: quando un uomo nasceva subito veniva alterato il suo codice genetico affinché per tutta la vita non producesse peli. I subumani erano convinti che i peli, qualsiasi fosse la loro natura e scopo, erano fonte di malattie pertanto ogni neonato a cui veniva concesso di vivere doveva essere sottoposto al trattamento di depilazione genetica. Anche Jacobs aveva subito quel trattamento: i pochi uomini presenti sulla faccia della Terra erano quasi tutti uguali, forse qualcuno era più tozzo, qualcun altro era uno spilungone, ma fondamentalmente assomigliavano tutti a neonati troppo cresciuti con una epidermide violentemente rosacea, innaturale. Sarebbe stato facile nascondersi, smettere la professione di raccontastorie ma a fregarlo c’era il codice di riconoscimento installato nel suo cervello: non avrebbe potuto varcare più alcuna porta perché subito gli allarmi lo avrebbero identificato. E poi, lui non poteva proprio rinunciare ad essere un raccontastorie: piuttosto che essere un esule per il resto della sua vita, mille volte avrebbe preferito la morte. Ma la morte non la poteva ancora accettare: nel suo animo tante storie aspettavano solo di essere raccontate; la sua morte fisica non avrebbe solo significato la fine fisica di Jacobs, ma soprattutto la morte delle sue storie. E questo proprio non poteva permetterlo. Dovette ricredersi: il problema era grave, ben più grave di quanto avesse osato immaginare ora che ci pensava con tutta serietà nascosto dal crepuscolo e dalle ombre di quel parcheggio macchine.

Immerso com’era in queste personali riflessioni, confuso da quel mondo ostile che si era rivelato più ostile di quanto avesse mai osato immaginare, Jacobs non si era reso conto che non era solo. Tra i marchingegni qualcosa si muoveva e non era una macchina! Quando Jacobs si rese conto di esser spiato ebbe un tuffo al cuore. “Mi hanno trovato, questa è la fine!” comprese. Non tentò neanche di fuggire, non ne aveva più il tempo. “Succeda quel che deve succedere….”, si disse a malincuore. “Le storie moriranno con me, questo è ciò che più mi rammarica: della mia vita non rinnego nulla.” Non aveva ancora finito di pensare queste cose che davanti a lui stava un subumano: era bellissimo, come tutti quelli della sua razza, un vero figlio di Odino. Il subumano lo fissava quasi con curiosità, come se si trovasse davanti a un animale raro creduto estinto da tempo. Jacobs realizzò che il subumano stava decifrando il suo codice di riconoscimento, poi, sicuramente, lo avrebbe terminato senza dire neanche una parola. Ma con sua grande sorpresa il subumano andò a sedersi accanto all’uomo. Jacobs ebbe un brivido che gli corse lungo la schiena: almeno in apparenza quel figlio di Odino non nutriva intenzioni ostili. Si era rannicchiato accanto a lui e se ne stava tutto pensieroso come se lui, l’uomo, non esistesse. Alla fine con voce triste, con tono quasi effeminato, si rivolse all’uomo: “Tu sei un raccontastorie, non è vero?”

Jacobs non poteva più fuggire. Fece un cenno col capo.

Ecco che adesso mi ammazza.

“Sei quello che ha raccontato quella storia su Gesù Cristo, non è vero?”
L’uomo fece un altro cenno col capo.

“Inutile tremare: non sono qui per terminarti. Per quel che mi riguarda tu sei libero, peccato che gli altri non siano del mio stesso parere, quindi guardati sempre le spalle.”

Jacobs non riusciva a credere alle sue orecchie: il subumano non era venuto per terminarlo. Ma c’era da fidarsi? Jacobs non sapeva cosa pensare: era risaputo che i subumani sono soliti uccidere gli uomini senza troppi complimenti e senza mai dare giustificazioni, e questo qui invece gli diceva che era ‘libero’ e che da lui non aveva nulla da temere e come se tutto ciò non bastasse gli aveva anche detto di guardarsi le spalle. Impossibile a credersi! I subumani, lui Jacobs lo sapeva bene, non usavano nessuna gentilezza nei confronti degli uomini a maggior ragione con i fuggitivi e i ricercati.

Avrebbe voluto domandargli qualcosa, qualsiasi cosa, ma la voce gli morì subito in gola non appena tentò di parlare. No, non riusciva a fidarsi. Il subumano non mancò di notare l’imbarazzo dell’uomo e con un sorriso tirato sul volto rugoso di tristezza parlò lui per primo.

“Io sono Olaf detto Le Blonde della famiglia Mainpower. E tu?”

“Io sono Jacobs… Solo Jacobs… Tell-me-a-story Jacobs”

Il subumano sospirò: sembrava profondamente afflitto.

“Non sono qui per terminarti, te lo ripeto. Ho altro a cui pensare e la tua morte non mi sarebbe di alcun giovamento e, probabilmente, neanche la desidero.”

Jacobs era senza parole: o stava sognando o era già morto e non se ne era reso conto. In fondo la morte è una esperienza nuova ed unica per tutti di cui non si può aver esperienza quando si è vivi… poteva benissimo esser morto e vivere questa esperienza nuova, la morte. Eppure non gli sembrava d’esser morto…

“Gli esseri umani sono così deboli!” osservò Olaf. “Forse è per questo che oggi patisco la vostra debolezza dentro la mia anima, un tormento che mai nessuno potrà comprendere!”

Jacobs si fece coraggio, parlò: “Che… che intendi dire?”
Olaf gli sorrise: “Tu non puoi aiutare te stesso, figurati se puoi soccorrere il mio cuore!”
Silenzio. Jacobs non aveva mica capito! I subumani, per quanto ne sapeva lui, non avevano mai avuto un cuore, o meglio erano incapaci di amare con piena sincerità seppur muniti di una anima.

“Vedi che non ne sei capace!”
Jacobs Tell-me-a-story, dopo questa osservazione di Olaf, rimase profondamente ferito nell’orgoglio: “Se tu ti spiegassi, magari potrei capire!”
”Capire? Non c’è niente da capire” gli rispose con sgarbo il subumano. Ma subito un’ombra di pentimento gli attraversò il volto. E aggiunse: “Il fatto è che sono innamorato di una donna.”
Jacobs non riuscì quasi a trattenersi dal ridere: un subumano innamorato, adesso era sicuro di aver sentito l’inimmaginabile. Tuttavia si trattenne e represse il riso nelle sue viscere, si schiarì la gola e cercò di venire a capo di quel mistero. “Non vedo dove stia il problema: ti piace una donna, prendila! Voi subumani fate così…”
”Non ti permetto di parlare così!” Olaf era scattato in piedi profondamente adirato. “Tu, uomo, credi che noi subumani non siamo in grado di amare sinceramente, non è vero? Non è forse vero?”

Jacobs avrebbe voluto farsi piccino piccino. Perché mai l’aveva offeso? Era stato un impulso più forte di lui, ma in fondo non aveva fatto altro che dire la verità. Ed intanto la collera del subumano gli stava di fronte con i suoi due metri e passa di altezza: al subumano sarebbe bastato un solo pugno per ridurre in fin di vita Jacobs, un povero ometto del magro peso di cinquanta chili scarsi per un metro e cinquantotto centimetri appena di altezza, niente muscoli, nessuna preparazione atletica se non quella della lingua sempre troppo lunga. Stranamente Olaf non lo uccise, tornò invece a sedersi accanto a lui e sul suo volto la tristezza era ancora più marcata e Jacobs se ne accorse bene.

“Ti domando scusa, non era mia intenzione…” esordì Jacobs.
”Niente. Hai detto la verità: i subumani quando amano una donna se la prendono. Ma per Olaf questo non è amare.”
Dopo questa confessione Jacobs non aveva bisogno di ulteriori conferme: il subumano doveva essere pazzo. O innamorato davvero.

“Tu sei strano, lasciatelo dire…”

Il subumano non fece una piega. “Hai ragione, lo dicono tutti. E sai di chi sono innamorato? Di una vostra donna

“Ma è impossibile?” gridò quasi scandalizzato il raccontastorie. “Non si è mai sentita una cosa del genere!”    
”Infatti. E’ per questo che ora sono qui con te. La mia famiglia è profondamente addolorata per questo, almeno così direste voi. Il fatto è che la mia famiglia vorrebbe che non fossi mai nato, questa è la verità. Come dire che mi vorrebbe morto piuttosto che vedermi legato a Juliet.” Fece una pausa, poi aggiunse: “Anzi già ora la loro intenzione è quella di gettarmi in pasto allo sfasciacarrozze!”

Jacobs non ci poteva credere: Olaf, un subumano, voleva prendere in sposa Juliet, la figlia della più importante famiglia patrizia umana della Terra. Sicuramente non era un amore per interesse se la famiglia Mainpower si era opposta al loro amore così come Olaf gli aveva lasciato bene intuire. Ma presto tutti gli uomini sarebbero stati fatti fuori, questo lo si sapeva e anche la famiglia di Juliet avrebbe seguito il destino concesso agli uomini dai nuovi padroni della Terra, i subumani.

“E Juliet?” Non fu in grado di chiedere altro.

“Lei mi ama.”
”Ne sei sicuro?”
”Sicuro come il sole e la luna che mai si incontrano!”

“Cazzo! Un subumano che fa della poesia. Non ci posso credere.” Jacobs continuava a scuotere selvaggiamente la testa pelata incredulo. “Il mondo è strano, è strano davvero.” Una strana ebbrezza l’aveva preso, un sentimento sconosciuto persino a lui, un qualcosa di nuovo che mai in vita sua aveva mai provato e che non gli dispiaceva affatto.

“Il fatto è che Olaf ama Juliet e Juliet ama Olaf….” Spiegò il subumano. “Senza razzismi di sorta… è così che dite voi, voi che siete uomini. O almeno, un tempo, così raccontavate nelle vostre poesie.”
Jacobs comprese: provava affetto sincero per Olaf, non lo vedeva come un subumano, ecco perché si sentiva così pieno il cuore di… ma sì, di felicità antropologica.

“Ma allora sposatevi!”
”La mia famiglia si oppone. Per loro sono già morto. Sono un traditore come te.”
”E Juliet?”
Una lacrima scivolò sul volto di Olaf ed insieme scomparve l’ultima luce crepuscolare su di loro.

“Lei è disperata.”

“La sua famiglia…?”
”Non si oppone. E’ evidente. Dal nostro amore gli uomini avrebbero tutto da guadagnarci. E’ la mia gente che non vuole: un matrimonio così è una minaccia. Capisci? Significherebbe dare agli uomini…”

Jacobs non attese che Olaf terminasse la frase: sapeva cosa voleva dire, quindi si alzò repentinamente e con naturalezza allungò la mano al subumano che la strinse con delicatezza: aveva il volto rigato dalle lagrime.

“Non c’è bisogno di spiegare altro.”

Olaf abbozzò un sorriso triste: “E’ come la tragedia di Romeo e Giulietta, una cosa del genere, non è vero?”

Jacobs assentì col capo.

“Olaf, oggi è un grande giorno. Per me non c’è speranza, non ci volevo credere, ma sono consapevole che per me è solo una mera questione di tempo. Prima o poi uno di voi mi troverà, mi riconoscerà  e mi farà fuori. E anche se riuscissi a restare tanto a lungo ai margini della società per mantenermi vivo sarei comunque morto: se io non racconto le mie storie, io sono morto. E’ la mia missione sulla Terra. Non so se capisci…!”

Olaf strinse con affetto la mano dell’ometto, poi la lasciò andare: capiva.

“Io sono finito. Ho raccontato la storia di Gesù Cristo perché… perché me l’ha suggerita il cuore. E’ il cuore che racconta le storie, mica il cervello! La testa non serve a un cazzo se uno non ha cuore. Quel giorno, in piazza, ho raccontato la storia proibita e sono stato subito iscritto nella lista dei ricercati: per me è finita, nessuno mi può salvare. Per un momento mi sono illuso che avrei potuto nascondermi ma… Non serve nascondersi. Poi ho incontrato te e se in un primo momento mi son detto che era finita, tu mi hai ridato la speranza. Tu, Olaf, non sei diverso, sei migliore di tutti i subumani e di tutti gli uomini che hanno rinunciato alla loro umanità perché non si sono ribellati quando potevano ancora avere una speranza di sopravvivenza. Forse sarebbe stata possibile una convivenza pacifica fra uomini e subumani… Certo, prima ci sarebbe stata una guerra e molti morti da entrambe le parti. Ma così è la vita! Ma gli uomini hanno preferito arrendersi. Le famiglie patrizie hanno servito la tua gente facendo loro da leccapiedi e ora che la tua gente non ha più bisogno di loro il verdetto è stato emesso senza possibilità di appello. La verità è che la Terra non appartiene più alla razza umana, bisogna prenderne atto.” Olaf seguiva attentamente il discorso dell’ometto: ancora non era riuscito a capire, ma quel discorso gli sembrava che dovesse rivelargli una qualche verità che lui ignorava. Lo ascoltava anche se in cuor suo sapeva che Jacobs non avrebbe potuto mai legarlo per l’eternità a Juliet, la sua felicità, il suo unico amore. “I subumani sono i nuovi padroni di questo pianeta. Olaf, ci sono altri come te? Altri che credono nell’amore così come ci credi tu?”
Olaf non sapeva. Tentò di abbozzare una risposta, poi lasciò che il vento gli carezzasse i lunghi biondi capelli.

“Tu sei il solo dunque?” Jacobs sentì morirgli nel cuore la speranza…

Olaf taceva.

“Il solo?” ripeté l’umano. “Allora la Terra è sol più un grande allevamento per delle macchine.”
”Non ne sono sicuro, ma forse qualche giovane la pensa come me. Non è che certe cose vengano dette ai quattro venti, sono cose pericolose anche per i più coraggiosi. Il coraggio, poi, il più delle volte è follia… Io sono stato audace.” Olaf si batté il petto con il pugno, un gesto genuino, primitivo che non passò inosservato agli occhi di Tell-me-a-story.

“Sei un romantico!” lo corresse Jacobs.

“Un poeta?”
”Potremmo dire di così. Perché no? Un romantico.”

Entrambi rimasero in silenzio per un po’. Ormai tutto era buio, impossibile distinguere una macchina dall’altra: si sapeva che erano lì, spente, e questo doveva bastare a Olaf e Jacobs per comprendere che quella era la realtà.

“Il buio è un luogo. Il buio è un luogo che è dovunque: la notte invade sempre la Terra, prima una metà, poi l’altra e così per l’Eternità: i poeti appartengono alla notte. Tu, Olaf, appartieni alla notte.”
”Non capisco.”
”Oggi sei il solo che si è ribellato… Ma tu sei giovane, sei forte, sei un essere romantico, sei la nuova razza che dovrà vivere su questa Terra. Le grandi imprese le hanno compiute gli uomini solitari e romantici, questo raccontano le mie storie, quelle proibite dalla tua gente. Tu devi fare in modo che la tua solitudine sia la tua forza: devi lottare per un mondo migliore, cercare dei seguaci… prendere Juliet, la tua amata, con la forza, strapparla a quegli imbecilli degli uomini. Olaf e Juliet dovranno essere una sola coniugazione vivente ed insieme lotteranno per un mondo migliore. Gli uomini sono stati sconfitti dalla loro debolezza, perché fondamentalmente ipocriti. Ma Olaf è diverso: Olaf è ingenuo, è pulito il suo animo è come quello di un bambino, come quello dei nostri antenati che paura nutrivano del fuoco. Ma poi i nostri antenati sono diventati amici del fuoco. Capisci?”
Olaf non disse nulla.

“Olaf, ti sto dicendo che devi lottare.”
”Lottare?”

Jacobs gli sorrise benevolo: “Lottare… Lottare… Lottare… Tu devi lottare peer quello che è giusto, per quello che il tuo cuore ti dice che è giusto.”
”La mia famiglia me lo impedirà”, ribatté il subumano con un tono così ingenuo che quasi fece andar in bestia Tell-me-a-story.
Jacobs non smise di sorridere a Olaf anche se dentro sentiva che il suo animo si stava incarognendo di fronte a tanta ingenuità: “Questo lo so bene. Tu devi sfidare la famiglia Mainpower. Sei l’ultimo dei romantici, cacciatelo bene in testa, nel cuore e nelle palle. Hai inteso bene amico?”

Olaf, il suo volto sembrò illuminarsi: una nuova comprensione del mondo circostante lo stava invadendo e la cosa gli piaceva. ”Sfidare”, ripeté affascinato dal potere di quella singola parola.

“Giusto, sfidare…” Jacobs era contento, contento per lui.

“Da solo.”

“No, non da solo”, lo corresse il Tell-me-a-story.

“Ma io sono da solo!”
”In questo momento sei uno solo contro tutti, ma domani, se tu oggi combatterai bene, al tuo fianco avrai tanti altri che condivideranno i tuoi stessi ideali e che saranno pronti a morire nel loro nome.”

Un movimento. Olaf si gettò addosso a Jacobs raccogliendolo fra le sue braccia, poi con un balzo felino salì sulla cima di un oscuro macchinario. Jacobs era tutto frastornato: non aveva capito ancora cosa stava accadendo.

“Chi siete?” urlò Olaf.

“Fratello!”

Olaf fece una smorfia di disgusto. “Snake!”

“Bravo, mi hai riconosciuto.”
Silenzio.

“Chi si nasconde dietro le tue spalle?”
”Non riesci ad indovinarlo?”
”Snake and Shake. Vi chiamano così. O anche i Gemelli Siamesi.”

“Centro!”
”Cosa ci fate da queste parti… ?”
Risata grottesca. “Lo sai. Due piccioni e neanche una fava sprecata per questa caccia. Siamo stati fortunati a beccarvi insieme. Noi siamo troppo bravi e il nostro Dio benedice le nostre azioni.” Snake scoppiò in una risata viscerale subito imitato da Shake: il suono delle loro risate venne inghiottito dal metallo delle macchine che lo tradusse all’orecchio degli ascoltatori in qualcosa di macabro, di alieno, senza né vita né amore, solo odio, odio allo stato puro, l’odio gratuito che solo delle macchine senzienti possono provare contro la vita. E Snake e Shake erano macchine programmate per dare la morte, cyborg, mercenari al soldo dei subumani: “Quel bastardo di Jacobs e la femminuccia Olaf Le Blonde in un sol colpo faranno una brutta fine!”
”Se fossi in voi non ne sarei così sicuro…”
”Sei da solo… “ gli berciò addosso Snake subito imitato da Shake.

La situazione era davvero brutta: Jacobs, per quanto frastornato perché tutto si era svolto troppo velocemente per lui, comprese che quella era veramente la fine. Ma non voleva che a rimetterci la pelle fosse anche Olaf.

“Dammi in pasto a loro!”
Olaf non intese: “Che dici mai?”
”Diamogli un’esca. Io sono l’esca. Poi scappa e vai dalla tua Juliet e fai quel che il tuo cuore ti suggerisce.”

Olaf corrugò la fronte: “Ti dovrei sacrificare?”
”No, non sacrificare. Un’esca. Capisci?”
”Sacrificare”, ripeté Olaf. Non era convinto che sacrificare l’uomo, Jacobs, potesse essere una soluzione.

“Scendi da solo o dobbiamo tirarti giù a forza?” Snake e Shake erano impazienti di versare sangue. “Non avete modo di salvarvi. Olaf arrenditi! L’uomo è spacciato, questo è il suo destino. Tu invece sarai rimesso al giudizio del Tribunale se ti arrendi con le buone, altrimenti i nostri coltelli saranno il tuo giudice.”

Olaf analizzò la situazione: affrontare i Gemelli Siamesi non sarebbe servito a nulla, poteva sconfiggerli, ma avrebbe comunque subito non poche ferite. Ferito non sarebbe servito a nessuno, a nessuna causa e a maggior ragione a se stesso. Era una situazione senza via d’uscita. Se non ci fosse stata la necessità di difendere Jacobs, forse avrebbe potuto tentare la fuga, ma di darlo in pasto a quei mostri non se la sentiva proprio: il suo cuore gli diceva che non era giusto. Se era destino che tutto finisse così, lui non aveva armi o argomenti da opporre al fato.

Jacobs non ebbe esitazione alcuna: tirò un morso al braccio del subumano che lo teneva avvinghiato contro il suo corpo, e Olaf che non si aspettava un simile gesto allentò la presa su di lui così Jacobs scivolò via dalle braccia del subumano. Neanche Jacobs stesso comprese bene come, ma, dopo qualche ruzzolone, era a terra e davanti aveva gli occhi e i ghigni assatanati dei Gemelli Siamesi.

Olaf comprese.

“Fuggi gran figlio di puttana! Racconta questa storia… La mia morte, non lasciare che sia inutile. Via per Dio!” gridò Tell-me-a-story a Olaf Le Blonde..
Olaf avrebbe voluto replicare, gettarsi in aiuto dell’amico umano, perché ormai per Olaf Jacobs era un amico. Ma qualcosa dentro di lui lo frenò: l’uomo era spacciato… Si era sacrificato perché lui, Olaf, costruisse un nuovo mondo o che almeno ci tentasse.

“Ma guarda tu che strano frutto è caduto dal cielo!” osservò con sarcasmo Snake, osservazione a cui fece subito eco quella uguale di Shake.

“Via!” gridò ancora Jacobs. Ormai era spacciato: la morte non gli faceva più paura, qualcun altro avrebbe raccontato le sue storie, Jacobs ne era certo.
Olaf si voltò giusto un attimo: i Gemelli Siamesi stavano dilaniando il corpo dell’amico umano. No, non avrebbe dimenticato la storia di come Jacobs, un uomo, un amico,  gli aveva salvato la vita: la storia della loro sincera breve amicizia sarebbe diventata una leggenda per il Futuro, questo lo giurò sul suo cuore.

Mentre scappava con rapidi balzi sulle carcasse delle macchine per andare a rapire la sua bella, la Luna gli fece l’occhiolino per un breve istante da dietro la cortina di negre nubi che affollavano il cielo, un cielo che prometteva tempesta e pioggia. Il suo cuore era confuso: del futuro non nutriva certezza, non sapeva se avrebbe abbracciato ancora Juliet, ma doveva almeno provarci.

Doveva provare a provare.

Dietro di lui sentiva già l’alito dei Gemelli Siamesi: non aveva importanza. Aveva una storia d’amore nel cuore, una storia che doveva raccontare.

Correva lungo i vicoli di Metropolis senza curarsi dell’affanno e della stanchezza: Juliet attendeva di esser rapita dal suo cuore innamorato.

I Gemelli Siamesi avevano perso le sue tracce, non sentiva più il loro fiato. Per questa volta era salvo.

Ma la battaglia per il futuro era appena iniziata.

Sorrise tristemente mentre continuava a fuggire incontro alla sua donna amata: si sentiva come Gesù anche se non sapeva quasi nulla di lui tranne quello che aveva sentito in piazza per bocca di Jacobs Tell-me-a-story… Se solo gli fosse stato permesso di finir di raccontare la storia dell’Unto del Signore, forse Olaf, il subumano, non avrebbe nutrito così tanta paura nel suo cuore.

Ma finché c’è paura, significa che il cuore è vivo, è primitivo, è romantico. Confortato da questo pensiero continuò per la sua strada.