Il raccontastorie
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It’s
always something There’s
always something going wrong That’s
the only guarantee That’s
what this is all about
It’s
never ending attack Everything’s
a lie and that’s a fact Life
is a lemon and I want my money back […] There’s
desperation There’s
desperation in the air It
leaves a stain on all your clothes And
no detergent gets it out And
we’re always slipping thru the cracks Then
the movie’s over – fade to black Life
is a lemon and I want my money back (Jim
Steinman, Life is a lemon and I want my money back –
Bat Out Of Hell II) |
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Un
incidente di percorso, poteva capitare a tutti soprattutto in tempi
difficili come questi: era un problema non poi tanto grave come aveva
creduto in un primo momento, perché in fondo gli rimaneva ancora la
voglia di raccontare storie. Le
macchine riposavano, gli interruttori tutti Off:
non fosse stato per l’inquietudine che gli ispiravano quelle cose
metalliche tanto aliene al suo animo avrebbe potuto dire che era un bel
crepuscolo parzialmente offuscato da qualche nuvola quello che stava
calando su Metropolis. I grattacieli svettavano alti contro il cielo
come tante torri di Babilonia: alla fine, i subumani avevano raggiunto
Dio, si erano innalzati al suo stesso rango per parlare la sua lingua e
ad Esso si erano sostituiti. Ma la lingua della strada era ancora quella
della strada, quella dei coltelli e dei tradimenti: si mormorava, sempre
sottovoce, che la schiera dei subumani prima o poi, con le buone o con
le cattive, avrebbe definitivamente sottomesso la vecchia cultura degli
uomini. I subumani erano nati in laboratorio tanti secoli fa, quasi per
scherzo: il primo essere vivente sintetico morì dopo solo due mesi, ma
il secondo visse per quasi cinque anni. Non ci volle poi molto tempo
perché i subumani surclassassero in intelligenza e in capacità fisica
gli umani; i subumani erano esseri al di sopra della mortalità, erano
eterni e soprattutto avevano uno spirito
divino. Quando i primi subumani ormai perfetti in quasi ogni loro
parte sinteticamente umana e meccanica si resero conto della loro
superiorità anelarono presto ad avere uno spirito; fu così che diedero
battaglia agli uomini, li sottomisero, si accoppiarono con le loro donne
e i subumani che nacquero non furono più semplici creazioni partorite
dall’intelligenza umana. Finalmente ebbero uno spirito, uno spirito
che sarebbe rimasto immortale nei loro corpi. Così fu. Solo poche
famiglie patrizie degli umani sopravvissero perché i subumani avevano
ancora bisogno di loro, tutti gli altri furono sterminati o ridotti in
schiavitù o dimenticati nelle city-lager. Ora anche i Patrizi
rischiavano di condividere il destino della razza a cui appartenevano; i
subumani avevano già sterminato parecchie famiglie perché ormai
inutili. Ormai avevano acquisito dai Patrizi tutto lo scibile umano per
farlo proprio, li avevano ridotti a dei gusci di carne impotenti: quella
che per centinaia di anni era stata la cultura umana era passata
completamente ai subumani. Dunque, perché mantenere in vita i Patrizi?
I subumani avevano ormai da tempo le loro proprie femmine, quindi i
Patrizi potevano benissimo esser sfrattati per l’eternità presso
qualche campo di lavoro o dimenticati in qualche city. Ormai la quasi
totalità dei Patrizi era stata fatta fuori: solo pochi erano stati
graziati e gli ultimi, ancora detentori di un qualche potere, presto
avrebbero lasciato questo mondo. Metropolis era in fermento: la fine
degli ultimi Patrizi era sol più una noiosa questione che i subumani
avrebbero risolto nel giro di pochi giorni. Ma
a lui tutto ciò non poteva interessare: era nato in una città-lager
quando la razza umana era già stata condannata al suo destino e per
tutta la sua vita non aveva avuto altro desiderio se non quello di andar
per le strade a raccontare le sue storie. I subumani tolleravano i
‘cantastorie’ e li lasciavano pressoché liberi di sopravvivere,
purché non andassero in giro a raccontare storie
proibite del tempo passato. Jacobs non aveva mai raccontato storie
proibite, ma un giorno una storia del passato era uscita dal profondo
della sua anima come una tempesta e subito i subumani gli si erano
buttati addosso; era riuscito a sfuggire alle loro grinfie per puro
miracolo, ma adesso era confinato e dal territorio degli uomini e da
quello dei subumani. Impossibile pensare di tornare fra gli uomini:
questi subito avrebbero fatto la spia al Governo
Storico per ottenere in cambio una misera ricompensa, quindi per lui
non esistevano vie d’uscita. Questa era la realtà per quanto dura da
accettare. Era un ricercato a
tutti gli effetti. Le sue storie più nessuno le avrebbe ascoltate. Come
tutti gli uomini ancora in vita lasciati a pascolare nei sedimenti della
sopravvivenza, Jacobs non si distingueva dai suoi simili: non aveva una
fisionomia particolare, era una ‘cosa
incolore’ come usavano dire i subumani in segno di scherno. Il suo
corpo era completamente glabro: quando un uomo nasceva subito veniva
alterato il suo codice genetico affinché per tutta la vita non
producesse peli. I subumani erano convinti che i peli, qualsiasi fosse
la loro natura e scopo, erano fonte di malattie pertanto ogni neonato a
cui veniva concesso di vivere doveva essere sottoposto al trattamento di
depilazione genetica. Anche
Jacobs aveva subito quel trattamento: i pochi uomini presenti sulla
faccia della Terra erano quasi tutti uguali, forse qualcuno era più
tozzo, qualcun altro era uno spilungone, ma fondamentalmente
assomigliavano tutti a neonati troppo cresciuti con una epidermide
violentemente rosacea, innaturale. Sarebbe stato facile nascondersi,
smettere la professione di raccontastorie ma a fregarlo c’era il
codice di riconoscimento installato nel suo cervello: non avrebbe potuto
varcare più alcuna porta perché subito gli allarmi lo avrebbero
identificato. E poi, lui non poteva proprio rinunciare ad essere un
raccontastorie: piuttosto che essere un esule per il resto della sua
vita, mille volte avrebbe preferito la morte. Ma la morte non la poteva
ancora accettare: nel suo animo tante storie aspettavano solo di essere
raccontate; la sua morte fisica non avrebbe solo significato la fine
fisica di Jacobs, ma soprattutto la morte delle sue storie. E questo
proprio non poteva permetterlo. Dovette ricredersi: il problema era
grave, ben più grave di quanto avesse osato immaginare ora che ci
pensava con tutta serietà nascosto dal crepuscolo e dalle ombre di quel
parcheggio macchine. Immerso
com’era in queste personali riflessioni, confuso da quel mondo ostile
che si era rivelato più ostile di quanto avesse mai osato immaginare,
Jacobs non si era reso conto che non era solo. Tra i marchingegni
qualcosa si muoveva e non era una macchina! Quando Jacobs si rese conto
di esser spiato ebbe un tuffo al cuore. “Mi hanno trovato, questa è
la fine!” comprese. Non tentò neanche di fuggire, non ne aveva più
il tempo. “Succeda quel che deve succedere….”, si disse a
malincuore. “Le storie moriranno con me, questo è ciò che più mi
rammarica: della mia vita non rinnego nulla.” Non aveva ancora finito
di pensare queste cose che davanti a lui stava un subumano: era
bellissimo, come tutti quelli della sua razza, un vero figlio di Odino.
Il subumano lo fissava quasi con curiosità, come se si trovasse davanti
a un animale raro creduto estinto da tempo. Jacobs realizzò che il
subumano stava decifrando il suo codice di riconoscimento, poi,
sicuramente, lo avrebbe terminato senza dire neanche una parola. Ma con
sua grande sorpresa il subumano andò a sedersi accanto all’uomo.
Jacobs ebbe un brivido che gli corse lungo la schiena: almeno in
apparenza quel figlio di Odino non nutriva intenzioni ostili. Si era
rannicchiato accanto a lui e se ne stava tutto pensieroso come se lui,
l’uomo, non esistesse. Alla fine con voce triste, con tono quasi
effeminato, si rivolse all’uomo: “Tu sei un raccontastorie, non è
vero?” Jacobs
non poteva più fuggire. Fece un cenno col capo. Ecco
che adesso mi ammazza. “Sei
quello che ha raccontato quella storia su Gesù Cristo, non è vero?” “Inutile
tremare: non sono qui per terminarti. Per quel che mi riguarda tu sei
libero, peccato che gli altri non siano del mio stesso parere, quindi
guardati sempre le spalle.” Jacobs
non riusciva a credere alle sue orecchie: il subumano non era venuto per
terminarlo. Ma c’era da fidarsi? Jacobs non sapeva cosa pensare: era
risaputo che i subumani sono soliti uccidere gli uomini senza troppi
complimenti e senza mai dare giustificazioni, e questo qui invece gli
diceva che era ‘libero’ e che da lui non aveva nulla da temere e
come se tutto ciò non bastasse gli aveva anche detto di guardarsi le
spalle. Impossibile a credersi! I subumani, lui Jacobs lo sapeva bene,
non usavano nessuna gentilezza nei confronti degli uomini a maggior
ragione con i fuggitivi e i ricercati. Avrebbe
voluto domandargli qualcosa, qualsiasi cosa, ma la voce gli morì subito
in gola non appena tentò di parlare. No, non riusciva a fidarsi. Il
subumano non mancò di notare l’imbarazzo dell’uomo e con un sorriso
tirato sul volto rugoso di tristezza parlò lui per primo. “Io
sono Olaf detto Le Blonde della famiglia Mainpower. E tu?” “Io
sono Jacobs… Solo
Jacobs… Tell-me-a-story Jacobs” Il
subumano sospirò: sembrava profondamente afflitto. “Non
sono qui per terminarti, te lo ripeto. Ho altro a cui pensare e la tua
morte non mi sarebbe di alcun giovamento e, probabilmente, neanche la
desidero.” Jacobs
era senza parole: o stava sognando o era già morto e non se ne era reso
conto. In fondo la morte è una esperienza nuova ed unica per tutti di
cui non si può aver esperienza quando si è vivi… poteva benissimo
esser morto e vivere questa esperienza nuova, la morte. Eppure non gli
sembrava d’esser morto… “Gli
esseri umani sono così deboli!” osservò Olaf. “Forse è per questo
che oggi patisco la vostra debolezza dentro la mia anima, un tormento
che mai nessuno potrà comprendere!” Jacobs
si fece coraggio, parlò: “Che… che intendi dire?” “Vedi
che non ne sei capace!” Jacobs
avrebbe voluto farsi piccino piccino. Perché mai l’aveva offeso? Era
stato un impulso più forte di lui, ma in fondo non aveva fatto altro
che dire la verità. Ed intanto la collera del subumano gli stava di
fronte con i suoi due metri e passa di altezza: al subumano sarebbe
bastato un solo pugno per ridurre in fin di vita Jacobs, un povero
ometto del magro peso di cinquanta chili scarsi per un metro e
cinquantotto centimetri appena di altezza, niente muscoli, nessuna
preparazione atletica se non quella della lingua sempre troppo lunga.
Stranamente Olaf non lo uccise, tornò invece a sedersi accanto a lui e
sul suo volto la tristezza era ancora più marcata e Jacobs se ne
accorse bene. “Ti
domando scusa, non era mia intenzione…” esordì Jacobs. “Tu
sei strano, lasciatelo dire…” Il
subumano non fece una piega. “Hai ragione, lo dicono tutti. E sai di
chi sono innamorato? Di una vostra donna” “Ma
è impossibile?” gridò quasi scandalizzato il raccontastorie. “Non
si è mai sentita una cosa del genere!” Jacobs
non ci poteva credere: Olaf, un subumano, voleva prendere in sposa
Juliet, la figlia della più importante famiglia patrizia umana della
Terra. Sicuramente non era un amore per interesse se la famiglia
Mainpower si era opposta al loro amore così come Olaf gli aveva
lasciato bene intuire. Ma presto tutti gli uomini sarebbero stati fatti
fuori, questo lo si sapeva e anche la famiglia di Juliet avrebbe seguito
il destino concesso agli uomini dai nuovi padroni della Terra, i
subumani. “E
Juliet?” Non fu in grado di chiedere altro. “Lei
mi ama.” “Cazzo!
Un subumano che fa della poesia. Non ci posso credere.” Jacobs
continuava a scuotere selvaggiamente la testa pelata incredulo. “Il
mondo è strano, è strano davvero.” Una strana ebbrezza l’aveva
preso, un sentimento sconosciuto persino a lui, un qualcosa di nuovo che
mai in vita sua aveva mai provato e che non gli dispiaceva affatto. “Il
fatto è che Olaf ama Juliet e Juliet ama Olaf….” Spiegò il
subumano. “Senza razzismi di sorta… è così che dite voi, voi che
siete uomini. O almeno, un tempo, così raccontavate nelle vostre
poesie.” “Ma
allora sposatevi!” “Lei
è disperata.” “La
sua famiglia…?” Jacobs
non attese che Olaf terminasse la frase: sapeva cosa voleva dire, quindi
si alzò repentinamente e con naturalezza allungò la mano al subumano
che la strinse con delicatezza: aveva il volto rigato dalle lagrime. “Non
c’è bisogno di spiegare altro.” Olaf
abbozzò un sorriso triste: “E’ come la tragedia di Romeo e
Giulietta, una cosa del genere, non è vero?” Jacobs
assentì col capo. “Olaf,
oggi è un grande giorno. Per me non c’è speranza, non ci volevo
credere, ma sono consapevole che per me è solo una mera questione di
tempo. Prima o poi uno di voi mi troverà, mi riconoscerà
e mi farà fuori. E anche se riuscissi a restare tanto a lungo ai
margini della società per mantenermi vivo sarei comunque morto: se io
non racconto le mie storie, io sono morto. E’ la mia missione sulla
Terra. Non so se capisci…!” Olaf
strinse con affetto la mano dell’ometto, poi la lasciò andare:
capiva. “Io
sono finito. Ho raccontato la storia di Gesù Cristo perché… perché
me l’ha suggerita il cuore. E’ il cuore che racconta le storie, mica
il cervello! La testa non serve a un cazzo se uno non ha cuore. Quel
giorno, in piazza, ho raccontato la storia proibita e sono stato subito
iscritto nella lista dei ricercati: per me è finita, nessuno mi può
salvare. Per un momento mi sono illuso che avrei potuto nascondermi
ma… Non serve nascondersi. Poi ho incontrato te e se in un primo
momento mi son detto che era finita, tu mi hai ridato la speranza. Tu,
Olaf, non sei diverso, sei migliore di tutti i subumani e di tutti gli
uomini che hanno rinunciato alla loro umanità perché non si sono
ribellati quando potevano ancora avere una speranza di sopravvivenza.
Forse sarebbe stata possibile una convivenza pacifica fra uomini e
subumani… Certo, prima ci sarebbe stata una guerra e molti morti da
entrambe le parti. Ma così è la vita! Ma gli uomini hanno preferito
arrendersi. Le famiglie patrizie hanno servito la tua gente facendo loro
da leccapiedi e ora che la tua gente non ha più bisogno di loro il
verdetto è stato emesso senza possibilità di appello. La verità è
che la Terra non appartiene più alla razza umana, bisogna prenderne
atto.” Olaf seguiva attentamente il discorso dell’ometto: ancora non
era riuscito a capire, ma quel discorso gli sembrava che dovesse
rivelargli una qualche verità che lui ignorava. Lo ascoltava anche se
in cuor suo sapeva che Jacobs non avrebbe potuto mai legarlo per
l’eternità a Juliet, la sua felicità, il suo unico amore. “I
subumani sono i nuovi padroni di questo pianeta. Olaf, ci sono altri
come te? Altri che credono nell’amore così come ci credi tu?” “Tu
sei il solo dunque?” Jacobs sentì morirgli nel cuore la speranza… Olaf
taceva. “Il
solo?” ripeté l’umano. “Allora la Terra è sol più un grande
allevamento per delle macchine.” “Sei
un romantico!” lo corresse Jacobs. “Un
poeta?” Entrambi
rimasero in silenzio per un po’. Ormai tutto era buio, impossibile
distinguere una macchina dall’altra: si sapeva che erano lì, spente,
e questo doveva bastare a Olaf e Jacobs per comprendere che quella era
la realtà. “Il
buio è un luogo. Il buio è un luogo che è dovunque: la notte invade
sempre la Terra, prima una metà, poi l’altra e così per l’Eternità:
i poeti appartengono alla notte. Tu, Olaf, appartieni alla notte.” “Olaf,
ti sto dicendo che devi lottare.” Jacobs
gli sorrise benevolo: “Lottare… Lottare… Lottare… Tu devi
lottare peer quello che è giusto, per quello che il tuo cuore ti dice
che è giusto.” Olaf,
il suo volto sembrò illuminarsi: una nuova comprensione del mondo
circostante lo stava invadendo e la cosa gli piaceva. ”Sfidare”,
ripeté affascinato dal potere di quella singola parola. “Giusto,
sfidare…” Jacobs era contento, contento per lui. “Da
solo.” “No,
non da solo”, lo corresse il Tell-me-a-story. “Ma
io sono da solo!” Un
movimento. Olaf si gettò addosso a Jacobs raccogliendolo fra le sue
braccia, poi con un balzo felino salì sulla cima di un oscuro
macchinario. Jacobs era tutto frastornato: non aveva capito ancora cosa
stava accadendo. “Chi
siete?” urlò Olaf. “Fratello!” Olaf
fece una smorfia di disgusto. “Snake!” “Bravo,
mi hai riconosciuto.” “Chi
si nasconde dietro le tue spalle?” “Centro!” La
situazione era davvero brutta: Jacobs, per quanto frastornato perché
tutto si era svolto troppo velocemente per lui, comprese che quella era
veramente la fine. Ma non voleva che a rimetterci la pelle fosse anche
Olaf. “Dammi
in pasto a loro!” Olaf
corrugò la fronte: “Ti dovrei sacrificare?” “Scendi
da solo o dobbiamo tirarti giù a forza?” Snake e Shake erano
impazienti di versare sangue. “Non avete modo di salvarvi. Olaf
arrenditi! L’uomo è spacciato, questo è il suo destino. Tu invece
sarai rimesso al giudizio del Tribunale se ti arrendi con le buone,
altrimenti i nostri coltelli saranno il tuo giudice.” Olaf
analizzò la situazione: affrontare i Gemelli Siamesi non sarebbe
servito a nulla, poteva sconfiggerli, ma avrebbe comunque subito non
poche ferite. Ferito non sarebbe servito a nessuno, a nessuna causa e a
maggior ragione a se stesso. Era una situazione senza via d’uscita. Se
non ci fosse stata la necessità di difendere Jacobs, forse avrebbe
potuto tentare la fuga, ma di darlo in pasto a quei mostri non se la
sentiva proprio: il suo cuore gli
diceva che non era giusto. Se era destino che tutto finisse così,
lui non aveva armi o argomenti da opporre al fato. Jacobs
non ebbe esitazione alcuna: tirò un morso al braccio del subumano che
lo teneva avvinghiato contro il suo corpo, e Olaf che non si aspettava
un simile gesto allentò la presa su di lui così Jacobs scivolò via
dalle braccia del subumano. Neanche Jacobs stesso comprese bene come,
ma, dopo qualche ruzzolone, era a terra e davanti aveva gli occhi e i
ghigni assatanati dei Gemelli Siamesi. Olaf
comprese. “Fuggi
gran figlio di puttana! Racconta questa storia… La mia morte, non
lasciare che sia inutile. Via per Dio!” gridò
Tell-me-a-story a Olaf Le Blonde.. “Ma
guarda tu che strano frutto è caduto dal cielo!” osservò con
sarcasmo Snake, osservazione a cui fece subito eco quella uguale di
Shake. “Via!”
gridò ancora Jacobs. Ormai era spacciato: la morte non gli faceva più
paura, qualcun altro avrebbe raccontato le sue storie, Jacobs ne era
certo. Mentre
scappava con rapidi balzi sulle carcasse delle macchine per andare a
rapire la sua bella, la Luna gli fece l’occhiolino per un breve
istante da dietro la cortina di negre nubi che affollavano il cielo, un
cielo che prometteva tempesta e pioggia. Il suo cuore era confuso: del
futuro non nutriva certezza, non sapeva se avrebbe abbracciato ancora
Juliet, ma doveva almeno provarci. Doveva
provare a provare. Dietro
di lui sentiva già l’alito dei Gemelli Siamesi: non aveva importanza.
Aveva una storia d’amore nel cuore, una storia che doveva raccontare. Correva
lungo i vicoli di Metropolis senza curarsi dell’affanno e della
stanchezza: Juliet attendeva di esser rapita dal suo cuore innamorato. I
Gemelli Siamesi avevano perso le sue tracce, non sentiva più il loro
fiato. Per questa volta era salvo. Ma
la battaglia per il futuro era appena iniziata. Sorrise
tristemente mentre continuava a fuggire
incontro alla sua donna amata: si sentiva come Gesù anche se non
sapeva quasi nulla di lui tranne quello che aveva sentito in piazza per
bocca di Jacobs Tell-me-a-story… Se solo gli fosse stato permesso di
finir di raccontare la storia dell’Unto del Signore, forse Olaf, il
subumano, non avrebbe nutrito così tanta paura nel suo cuore. Ma finché c’è paura, significa che il cuore è vivo, è primitivo, è romantico. Confortato da questo pensiero continuò per la sua strada. |