TRA LETTERATURA CLASSICA E SF:

CHI HA COPIATO DA CHI?


parte prima



Giuseppe Iannozzi

BREVISSIMA NOTA INTRODUTTIVA:

E’ IL CASO DI PARLARE DI CONTAMINAZIONI ARTISTICHE FRA GENERI LETTERARI?

In questo lungo articolo saggistico mi sono riproposto di esaminare le possibili contaminazioni fra letteratura classica e letteratura fantascientifica; ho preso in esame un discreto spettro di autori classici e di autori di Sf e ho cercato di evidenziare al meglio i punti di contatto che si possono riconoscere tra letteratura classica e di genere. Non è stato un lavoro facile, soprattutto perché sono stato necessariamente costretto a fare una selezione di opere e autori: molte opere avrebbero meritato approfondimenti migliori e maggiormente esaustivi rispetto a quelli presentati in questa sede, tuttavia questo articolo vuole essere solo un punto di partenza, un punto di partenza che potrà servire a quanti intenderanno approfondire l’argomento per proprio conto.

E’ quindi il caso di parlare di contaminazioni artistiche fra generi letterari?

La letteratura di genere ha preso a prestito dalla letteratura classica, o colta, qualcosa? E se sì, che cosa?

A queste domande, nel mio piccolo, ho tentato di rispondere.

UN RAFFRONTO DI MASSIMA TRA GLI AUTORI DI SF E NON… LE POSSIBILI CONTAMINAZIONI

George Orwell, impossibile non ricordare almeno le sue più grandi opere (in qualche caso, sporadico, conosciute anche dal pubblico moderno, un pubblico addormentato nel limbo di un grande fratello pubblicizzato a tutte le ore su ogni canale dell’umana esistenza): Senza un soldo a Parigi e a Londra (1933), Omaggio alla Catalogna (1938), Una boccata d’aria (1939) e i celeberrimi La fattoria degli animali (1945) e 1984 (1949). Orwell, testimone attento della storia, ricercatore sociale fra gli esclusi, intellettuale lucido che analizza il disagio dell’uomo contemporaneo soprattutto nel suo capolavoro 1984 ha disegnato un futuro possibile per questa nostra umanità, un futuro che oggi, in questo particolare momento storico, si è pienamente concretizzato.

Dal saggio introduttivo "L'ultima utopia" di Guido Bulla:

Lo strano caso di George Orwell e Mister Blair

"Quell'uomo non era moribondo, era vivo esattamente come noi. Tutti gli organi del suo corpo funzionavano: l'intestino digeriva, la pelle si rinnovava, le unghie crescevano, i tessuti si riformavano, ogni organo s'affannava in un lavorio insensato. Le sue unghie avrebbero continuato a crescere anche quando si sarebbe trovato in piedi davanti alla botola, anche quando, poi, precipitando nel vuoto, non avrebbe avuto più di un decimo di secondo da vivere. I suoi occhi vedevano la ghiaia gialla e le mura grigie, il cervello ancora ricordava, prevedeva, pensava. [...] Lui e noi eravamo un gruppo di uomini che camminavano insieme, che vedevano, udivano, percepivano, capivano lo stesso mondo; e fra due minuti uno schianto, e uno di noi non sarebbe più esistito: un cervello in meno, un mondo in meno."

Un mondo in meno: ecco cos'è in sintesi un uomo che se ne va. Questo è l'impiccato di uno dei primi e più noti racconti di George Orwell. Non sappiamo perché il prigioniero sia stato condannato, non sappiamo se sia un assassino o un patriota ne quali motivi abbiano indotto una giustizia terrena a decretarne la morte. Non un accenno alla sua vita interiore; di lui conosciamo solo qualche tratto fisico, disegnato con spesse pennellate dickensiane:

"Avevano portato fuori dalla cella un solo prigioniero. Era un indù, un ometto gracile e sparuto con la testa rasata e occhi acquosi e smarriti. Aveva baffi folti, esuberanti, assurdamente sproporzionati al suo corpo: dei baffoni da attore comico."

Qui si esaurisce il suo ritratto, refrattario a qualunque tentazione eroica; ogni dettaglio contribuisce a sottrarre a questa morte indecorosa anche il minimo sospetto di contaminazione celebrativa. Lo stesso titolo del racconto, "A Hanging" (Un'impiccagione, appunto, non Un impiccato, intende focalizzare l'interesse sull'esperienza dell'impiccagione anzi, più sottilmente, di un'impiccagione, una fra le tante che hanno luogo nella Birmania depredata dall'imperialismo britannico. L'ometto "gracile e sparuto" che fra pochi istanti, privo d'individualità e di gloria, penzolerà dalla forca, è un pretesto narrativo dietro il quale, con programmatica e quasi spietata freddezza, l'autore porta alla nostra attenzione le lacerazioni morali che dilaniano il colonizzatore.

È sempre difficilissimo parlare di letteratura, e lo diventa ancora di più nel momento in cui si constata come anche un personaggio (se cosi vogliamo definire l'impiccato) a cui viene negata ogni profondità di caratterizzazione assuma in pochi, rapidi tratti un'importanza e una centralità che gli derivano dal "semplice" fatto di essere circonfuso dell'alone della vita. Di essere un uomo: un mondo.

Capire chi sia stato l'uomo, il mondo George Orwell, è ugualmente impresa ardua, e non solo perché la sua condizione di scrittore, vocazione perseguita con precoce accanimento ("fin da piccolo, forse già dall'età di cinque o sei anni, sapevo che da grande avrei fatto lo scrittore"), implica comunque una sorta di vita "parallela"; lo è anche per la sua personalità inquieta, tormentata, per le sue vicende biografiche che intersecano alcuni dei nodi più controversi della storia del nostro secolo; lo è perché sulla sua opera, bersaglio di adorazioni e rifiuti tanto clamorosi quanto a volte aprioristici, si è ormai depositata una spessa coltre di valutazioni (e superstizioni) critiche; lo è infine perché l'adozione di uno pseudonimo innesta nel suo percorso artistico e umano ulteriori motivi di complessità.

"George Orwell" non è ancora nato nel momento in cui, firmandosi con il suo vero nome, Eric Arthur Blair, pubblica "Un'impiccagione" sulla rivista "Adelphi".

L'Orwell che nascerà due anni più tardi sarà una sorta di selettivo parassita: si nutrirà, per restituirla sotto forma di enunciazione pubblica, dell'esperienza di Blair, ne sarà la controfigura artistica e sociale; sarà, per dirla con Wayne Booth, il suo "scriba ufficiale". Personaggio pubblico dotato di uno stile, di una voce "media" e "democratica" che i suoi lettori riconoscono a prima vista, "Orwell" è la prima fìction di Blair; sarà l'unico delegato a redigere, grazie allo schermo e al bisturi dell'arte, quella biografia che Eric Arthur Blair, ricongiungendosi sul letto di morte con la propria identità, dispose per testamento che non fosse mai scritta.

Ex studente di Eton, ex agente della Polizia imperiale indiana, Orwell vuole vivere nelle sue opere e trasforma puntualmente l'esperienza in scrittura: offrendosi come reagente, affronta con consapevole e ostinato coraggio alcuni fra i problemi più urgenti della nostra epoca ed esplora le risposte che ad essi offre la sua coscienza.

Motivato dall'assillo di riscattare il proprio passato di agente dell'imperialismo, nelle prime opere Orwell unisce alla testimonianza sociale il diario intimo, la ricerca di un'emancipazione morale. Sottopone se stesso, le proprie proiezioni autobiografiche e i propri personaggi fittizi a prove durissime. È dotato di un istinto infallibile che lo porta negli ambienti e nei luoghi più drammaticamente stimolanti per uno scrittore: dall'India alla miseria dei plongeurs parigini e dei barboni inglesi, dalla desolazione del Nord minerario alle trincee della Catalogna, dalla Londra del Blitz all'Austria e alla Germania degli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, in "Senza un soldo a Parigi e a Londra" (1933) presta la propria voce a un sottoproletariato tanto sommerso da risultare invisibile.

1984, il capolavoro di G. Orwell insieme a La fattoria degli animali, è stato scritto nel 1948: il protagonista di 1984 è uno dei tanti schiavi della dittatura imperante rappresentata da un misterioso capo politico che nessuno ha mai visto. Nell’Inghilterra sconvolta dal Socing ("socialismo inglese"), nessuno è libero di pensare, di scrivere, di comunicare, di avere rapporti umani; la Psicopolizia spia chiunque sia sospettato di azioni sovversive ma anche chi è semplicemente pavido e quindi incapace di intraprendere una qualsiasi azione di ribellione. La Psicopolizia è in grado di leggere i pensieri, i sogni delle persone, nessuno è al sicuro; tutti si spiano a vicenda e i bambini sono educati per diventare degli spioni di mestiere. L’aspirazione della famiglia borghese è quella che un giorno i propri figli possano diventare personaggi inquietanti non dissimili da quelli che reggono le fila della Psicopolizia. Sistematicamente, il sistema cancella e riscrivere il passato nei giornali, nei libri, nei messaggi alla popolazione; i guai iniziano quando il protagonista decide di pensare con la propria testa e quindi mettere sotto processo il sistema. All’inizio pensa di nascosto cercando rifugio nel silenzio, ma ben presto si rende conto che un uomo da solo che sa pensare può fare poco o nulla, quindi si arrischia a cercare qualcuno che condivida la sua stessa idea critica contro il sistema. Per caso, per sfortuna o fortuna, inizia una relazione amorosa con una donna che condivide le sue stesse idee; ma qualcuno è a conoscenza di questa relazione d’amore sovversivo e non esita a far delazione al Grande Fratello. Il dramma si conclude… 1984 (o se preferite 1948) ha influenzato una schiera di importanti scrittori di genere e non: Philip K. Dick, Ray Bradbury, Lester Del Rey, probabilmente non sarebbero stati i grandi che invece sono (o sono stati) se George Orwell non avesse scritto 1984. In 1984 sono contenuti tutti i grandi temi della SF moderna: controllo delle masse, religione e politica come oppio per il popolo, controllo dei desideri e dei sogni umani, castrazione di ogni volontà d’indipendenza, uno stato di polizia fascista che mortifica e uccide e nasconde le sue perversioni, l’adulterazione della storia del presente e del futuro, insomma c’è abbastanza materiale da far apparire ridicoli gli X-Files di Chris Carter, che se hanno visto la luce è solo perché Orwell già li aveva immaginati (e vissuti sulla propria pelle) per Carter. Carter ha aggiunto solo gli effetti speciali a quanto 1984 ha così precisamente indicato come il nostro futuro, un futuro che Orwell ha profetizzato alla perfezione. Il 1984 di Orwell è il nostro tragico presente, e questa non è fantascienza, è realtà, una triste e tragica realtà che ben difficilmente l’umanità riuscirà a scrollarsi di dosso.

E con William Golding quanto espresso in 1984 da G. Orwell diventa ancora più inquietante, forse: William Golding nacque a St. Colomb Minor, in Cornovaglia e sempre in Cornovaglia, a Falmouth, morì nel 1993. Maestro elementare di simpatie steineriane, condusse una vita piuttosto sregolata fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, che combatté in qualità di ufficiale della Marina britannica. Dopo il congedo riprese a insegnare e soprattutto a scrivere, finché il grande successo ottenuto dal Signore delle Mosche gli consentì di abbandonare il lavoro e di ritirarsi, a partire dal 1962, a vivere in campagna in Cornovaglia. Nel 1983 ottenne il premio Nobel per la letteratura. Dopo Il Signore delle Mosche (1954), Golding scrisse numerosi romanzi, fra cui Le due morti di Christopher Martin (1956), Caduta libera (1959), La piramide (1967), Oscuro visibile (1979), e la trilogia costituita da Riti di passaggio(1980), Calma di vento (1987), Fuoco sotto coperta (1989) e il dramma teatrale Farfalla d’ottone (1958).

Nel suo romanzo più amato, più discusso da critica e pubblico, Il signore delle mosche, Golding racconta di un aereo che cade su un'isola deserta mentre è in corso un conflitto planetario; sopravvivono solo alcuni ragazzi, che si mettono subito all'opera per riorganizzarsi senza l'aiuto e il controllo degli adulti. Un che di alieno, ancestrale, una malattia della psiche insidia i sopravvissuti; ben presto si comincia a intuire che qualcosa comincia a non funzionare come dovrebbe: affiorano paure irrazionali e comportamenti asociali. Gli unici sopravvissuti sono dei ragazzini che si impegnano subito per organizzare la propria sopravvivenza e la propria vita comunitaria. Tuttavia, ben presto, i giovani si dividono in due gruppi distinti, uno dei quali, capitanato da Jack, finirà per scatenare il caos e la violenza. Questo gruppo di cacciatori superstiziosi adora il signore delle mosche, ossia una testa di maiale infissa su un palo e attorniata da nugoli di mosche. Il giovane Ralph, organizzatore del gruppo più pacifico e produttivo, riuscirà a salvarsi dalla furia assassina di Jack solo grazie all'arrivo di alcuni marinai.

Il Signore delle Mosche, prova d'esordio del grande scrittore, è anche il manifesto di William Golding, che ama riconoscersi e riassumersi in questa frase: "L'uomo produce il male come le api producono il miele".

Il Signore delle Mosche uscì in Inghilterra nel 1954 grazie alla calorosa raccomandazione del grande poeta T.S.Eliot, ma il grande successo giunse con l’edizione economica pubblicata negli Stati Uniti nel 1959, che divenne un vero e proprio oggetto di culto soprattutto tra i giovani della Beat Generation. Romanzo a tesi sulla naturalità antropologica/ancestrale del male, Il Signore delle Mosche, è soprattutto una realistica (naturalistica) analisi della psicologia infantile, con una profonda quanto sconsolata (e sconsolante) riflessione sui fondamenti antropologici della violenza e della brama di potere. In definitiva, i bambini non sono immuni dal male perché i bambini sono gli uomini del domani, quelli che come i loro genitori non si preoccuperanno di dar sfogo alle loro smanie di guerra, di potere, di prevaricazione dei diritti umani. Con questo romanzo Golding sembra quasi che voglia asserire (e ammettere) che l’innocenza infantile è solo un mito, o meglio una fantasia prodotta dalla società per credersi ancora capace di dar al mondo una umanità nuova, una generazione migliore rispetto a quelle precedenti dei padri. I bambini sono innocenti come gli adulti, l’innocenza quindi non esiste: esiste solo l’innocenza antropologica, quella dettata dall’istinto, che porta a uccidere e organizzarsi in tribù per far la guerra, quindi la guerra fra simili giustifica la vita, la morte, e soprattutto la sopravvivenza. E la sopravvivenza è crudele.

E la sopravvivenza è un tema caro anche al più classico scrittore, Herman Melville: Melville è oggi soprattutto ricordato per il suo capolavoro Moby Dick dove la Balena ("the Whale") sta appunto per il Tutto ("the Whole"); il romanzo è quindi una cronaca di avventure marine, ma soprattutto è un trattato esoterico, un epos dell'orrore e della meraviglia. In Italia, il capolavoro di Melville, la prima traduzione, quella storica e meglio riuscita, venne operata dal grande Cesare Pavese. "Il primo capitolo di Moby Dick comincia con una dichiarazione non umana, ma angelica. Call me Ishmael: chiamatemi Ismaele, non già mi chiamo Ismaele. Non ha importanza il nome del protagonista narratore, ma ciò che egli simboleggia. Ismaele è l'uomo che si sa dotato di una superiorità non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo è un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti; là impara a sopravvivere a questa morte, in perfetta solitudine, indurito contro le avversità". (ELÉMIRE ZOLLA)

"Tradurre Moby Dick è un mettersi al corrente con i tempi. Il libro - ignoto sinora in Italia - ha tacitamente ispirato per tutta la metà del secolo scorso i maggiori libri di mare. E da qualche decina di anni gli anglo-sassoni ritornano a Melville come a un padre spirituale scoprendo in lui, enormi e vitali, i molti motivi che la letteratura esoticheggiante ha poi ridotto in mezzo secolo alla volgarità.

Herman Melville, nato a Nuova York nel 1819 da una famiglia antica e nobilesca, morì a Nuova York nel 1891, dopo essere passato anche per gli impieghi statali, immiserito, sconosciuto e sdegnoso. Ma queste sue infelicità non ci toccano. È la solita sorte dei grandi, su cui piace ai posteri spargere eloquenza, salvo poi a trattare anch'essi i contemporanei nell'antichissimo modo. Questa infelicità di Melville anzi ha avuto qualche parte in Moby Dick. Benvenuto, quindi. Poi bisogna ricordare i quattro anni della giovinezza passati su navi baleniere e da guerra, nel Pacifico, nell'Atlantico, tra cacce, tifoni, bonacce e avventure d'inferno o d'arcadia, tutta materia che è stata colata, con un lento lavoro di assimilazione, nelle opere. E l'arcadia c'è in Typee, c'è in Omoo, c'è in Mardi, le storie ispirate dai mesi di vita che l'autore condusse in comune coi cannibali di un'isola oceanica. L'inferno è in WhiteJaeket - spigliato e spietato giornale della vita di bordo su una nave da guerra - e in Pierre, una truce storia morale fallita, che serve a mostrare a quale prezzo, e con quali fatiche l'autore di Moby Dick sia giunto al capolavoro." (Ottobre 1941, Cesare Pavese)

Moby Dick è fantasia, coraggio, è la metafora dell’uomo che affronta le forze della natura anche se non le conosce e non le comprende pienamente; quando la SF ci descrive possibili mondi alieni e le avversità e i problemi di questi mondi non fa altro che disegnare (in)consapevolmente il mito di Moby Dick e tutto ciò che il mito racchiude e significa.

Con Walter Scott si introduce forse il primo prototipo di eroe fantastico moderno: Walter Scott con il romanzo Ivanhoe ebbe un'influenza enorme in tutta Europa sin dal suo primo apparire nel 1819.Walter Scott diede origine alla voga del romanzo storico in cui, come avverrà ne I promessi sposi del Manzoni, l'invenzione fantastica si giova ampiamente dei sussidi della ricerca erudita allo stesso modo in cui la trama si serve più o meno liberamente degli eventi di un'epoca. Più che dall'analisi psicologica, Scott fa scaturire le qualità umane dei suoi personaggi, come pure i vizi e i difetti, dalla vita spirituale di un periodo storico, e con essa dal colore locale, dagli usi, dai costumi, dai pregiudizi che lo caratterizzano e lo rendono ancor oggi familiare. Ma Ivanhoe è anche uno dei più suggestivi romanzi di avventure i cui episodi e i cui eroi ed eroine restano stampati nella memoria come altrettanti prototipi di una narrativa colta e popolare a un tempo. Ciò non toglie che, nelle rocambolesche avventure di personaggi diversi, si manifesti l'intera vita di un popolo con le sue figure ascetiche e leggendarie, come il sassone Cedric e il nobile Robin Hood, o umili e basse, ma non per questo meno eroiche, come i servi e i buffoni. E a tener desto il fascino romanzesco di questo arazzo storico contribuiscono non poco le figure contrapposte, dai destini inconciliabili, della bionda Rowena e della corvina Rebecca che si dividono il cuore di Ivanhoe. E Ivanhoe non sarebbe opera di grande fantasia, non sarebbe una grande avventura fantasy? Gli eroi della fantasy classica e moderna sono un po’ tutti costruiti basandosi sullo stereotipo di Ivanhoe, è innegabile, almeno così mi sembra. Non penso che mi si possa smentire, almeno non tanto facilmente.


parte seconda