La Fantascienza

(il mondo fantastico)

è anche poesia!

 

- … PASSANDO DA VIRGILIO, OMERO, DANTE, ARIOSTO FINO A VIRGINIA WOOLF…

ARRIVANDO A M. Z. BRADLEY, J.R.R. TOLKIEN, D. ADAMS, G. BENFORD… -




Giuseppe Iannozzi




1 - PROTOFANTASCIENZA: OMERO & Co.  COME JULES VERNE!

2 - IL FANTASTICO MODERNO: MA DOV’E’ LA POESIA?

SCOPRIAMOLA INSIEME ATTRAVERSO ALCUNI AUTORI MOLTO POETICI O CHE ALMENO TENTANO DI ESSERLO

 

…e allora iniziamo il viaggio nella poesia, almeno tentiamoci: potremmo incontrare piacevoli sorprese, forse anche qualcuna sgradevole, ma è un viaggio che deve essere affrontato, ma non chiedetemi se è per il nostro bene, non ora almeno: per il momento immaginiamoci come Dante che s’inoltra per una selva oscura, e io sarò il vostro Virgilio, ma non pretendete da me troppo, io sono un Virgilio virtuale, o meglio ancora immaginatemi come un vecchio bibliotecario che vi illustra pregi e difetti di alcuni libri e autori che conosce. Il viaggio forse non avrà come meta il Paradiso, ma un capolinea temporaneo, questo sì, ve lo posso assicurare. Dopo il capolinea, forse, toccherà ad ognuno di voi proseguire da solo la strada verso la conoscenza della poesia in un contesto prettamente fantastico, ma prima di congedarci vi dirò sicuramente come la penso io, magari mi riuscirà pure di fornirvi qualche dritta giusta. Da parte mia non c’è nessuna presunzione di far poesia in questo nostro viaggio, piuttosto ho solo la necessità di spiegare la poesia così come io la conosco e la ricordo, nulla di più.

 

Mi ricordo, sì, io mi ricordo…

 

Terence Hambury White (1906 – 1967), scrittore nato in India ha scritto parecchi libri fantastici tra cui val la pena di ricordare almeno Mistress Masham’s Repose (1964) e The Elephant and the Kangaroo (1947); tuttavia il suo capolavoro rimane il ciclo di romanzi dedicati al mito arturiano, ovvero The Once and Future King (1958) da cui sono stati tratti un musical e due film come Camelot e La spada nella roccia. A proposito di The Once and Future King il famoso critico americano Lin Carter si è così espresso: “Il miglior romanzo fantasy dei nostri tempi, anzi il migliore che sia stato scritto in assoluto, è sotto tutti i punti di vista Re in eterno di T. H. White”.  Solitamente gli americani sono pronti a sciorinare lodi sperticate a tutti (o quasi), ma questa volta Carter ha detto il vero: Re in eterno di T. H. White è indubbiamente il più poetico e fantastico romanzo dedicato al mito di Re Artù e ai suoi cavalieri. Il romanzo, ovviamente, guarda da vicino all’opera poetica di Thomas Malory, Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri, che è la base letteraria per chiunque intenda cimentarsi a raccontare (a romanzare) le vicissitudini arturiane. Thomas Malory, grande romanziere, nel nono anno del regno di Edoardo IV, al tempo della Guerra delle Due Rose, poeta ma anche avventuriero, fu condannato per violenza e rapine, e in carcere scrive La Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri; la sua opera fu pubblicata nel 1485 da William Caxton, il primo stampatore britannico. L’opera di Malory raggruppa otto romanzi in prosa tratti dal più celebre ciclo di leggende mediaevali – gli incantesimi di Merlino e di Morgana la fata, gli amori di Lancillotto e Ginevra e Tristano e Isotta, la ricerca del Sangrail, le avventure dei cavalieri erranti più famosi nel mondo -; l’opera di Malory divenne ben presto popolarissima nonostante la complessità strutturale delle narrazioni cicliche francesi, in cui i temi si alternavano l’uno all’altro quasi rincorrendosi  e ripetendosi. Malory con il suo lavoro sostituisce una prosa continua e coerente grazie a uno stile chiaro per quanto contorto segnando così il trapasso dal romanzo medioevale a quello moderno. T. H. White in Re in eterno è rimasto assai fedele all’opera di Malory conservando così tutta la poesia che le vicende di Re Artù e dei suoi compagni contengono nel loro spirito. Anche Marion Zimmer Bradley, autrice forse più conosciuta dal grande pubblico rispetto a T. H. White, con il ciclo di Avalon ha rinverdito il ciclo arturiano; tuttavia la prosa della Bradley è alquanto piatta e scevra di poesia: in termini molto volgari, si può tranquillamente dire che la Bradley ha fatto della poesia arturiana un piatto commerciale adatto ad un solo pubblico adolescente.

Un altro grande scrittore fantasy è stato Michael Ende: il grande scrittore tedesco ha dato vita ad uno dei massimi capolavori della letteratura fantasy contemporanea, La storia infinita; Michael Ende, oggi, rappresenta un punto fermo nell’immaginario dei giovani. Lo scrittore tedesco con La storia infinita ha saputo dar vita ad un mondo accattivante, non meno articolato e profondamente poetico simile a quello di Tolkien. Le allegorie che Ende ha saputo creare sono un preciso affresco poetico, a volte pessimista, della società moderna: con il suo capolavoro letterario Ende ha indicato precisamente una società incapace di rinnovarsi sempre più votata a perdere i propri sogni, l’idealismo, la capacità di saper ascoltare il proprio io interiore. Se Tolkien con Il Signore degli Anelli ha dato vita ad un mondo dove Male e Bene sono in lotta eterna fra di loro ricorrendo ai miti delle leggende germaniche, Michael Ende non gli è di certo inferiore per forza espressiva e capacità narrativa-poetica. Michael Ende (1929 – 1995), figlio di un pittore surrealista, fu un attento osservatore della società; amava l’Italia di un amore smisurato tanto da trascorrere proprio nel nostro paese gran parte della sua vita, e in Italia le sue storie a sei anni dalla sua scomparsa continuano a destare non poca ammirazione da parte di intellettuali e semplici amanti della letteratura fantastica.

T. H. White, Michael Ende e J.R.R. Tolkien sono i maggiori, i più grandi, scrittori del panorama fantastico: le loro opere non sono semplice prosa, sono poesia tradotta in prosa; e per compiere una operazione così impegnativa occorre necessariamente conoscere la poesia, la tradizione poetica, ma soprattutto occorre essere dei poeti. Questi tre autori, pur scrivendo romanzi in prosa, in ogni loro pagina inseriscono una vitalità poetica rara mai banale, riadattata semmai alla realtà del loro tempo, ma non la riducono mai ad un elemento decorativo o commerciale come invece usa fare la Bradley. Un discorso più ampio merita J. R.R. Tolkien che è il più popolare e dotto scrittore fantastico internazionale del secolo passato che ci siamo appena lasciato alle spalle. John Ronald Reul Tolkien nasce a Bloemfontein, nel Sud Africa, il 3 gennaio 1892, da genitori inglesi nativi di Birmingham. Dopo la morte del padre, John Ronald Reul si trasferisce in Inghilterra, presso Sarehole, vicino a Birmingham. Il giovane Tolkien eredita l'amore per le lingue e le antiche leggende dalla madre, una donna che molto ha influenzato il giovane Ronald nella sua visione del mondo; la sua educazione viene presto affidata alle amorevoli cure di un sacerdote cattolico degli Oratoriani, P. Francis Xavier Morgan. Nel 1915 Tolkien consegue il titolo di Bachelor of Arts presso l' Exeter College di Oxford. Fronte della Somme, Francia, marzo 1916: le truppe britanniche sono acquartierate fra casematte e trincee fangose; il ventiquattrenne Tolkien, pur preoccupato della guerra in corso, non riesce a resistere alla tentazione di metter mano ai suoi taccuini: comincia così a ritoccare e perfezionare un linguaggio personalissimo di sua invenzione, la lingua delle fate. J. R. R. Tolkien, pur scontrandosi con l’atrocità della guerra, apparentemente sembra che non questa lo preoccupi più di tanto: è immerso nel suo mondo di sogni e non ha intenzione alcuna di trovar rifugio nella realtà. La realtà che Tolkien fugge è quella degli intrighi puerili, la politica, gli affari, la vita consumata nei salotti letterari; per il giovane Tolkien la realtà reale è altra cosa: autentica per lui è quella realtà che trova sfogo nel mondo degli elfi e delle fate, il loro linguaggio fantastico. Nel 1914, durante una visita al rettore dell’Exter College di Oxford, si dirà molto annoiato di questo colloquio: Tolkien non ha l’animo di un dandy, questo è sicuro, è un gentleman ma è fondamentalmente umile.

Dopo aver combattuto nella Prima Guerra Mondiale, J. R. R  Tolkien torna ad Oxford: subito diventa Master of Arts nel 1919 e inizia a collaborare all'Oxford English Dictionary. Al tempo dei patti di Monaco, quando Hitler è diventato una pericolosa icona del mondo occidentale e non, Tolkien risponde: “…temo di non aver capito chiaramente che cosa intendete per arisch. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indossano, persiano, gitano o altri dialetti derivati. Ma se Voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato… Sono sempre stato solito considerare il mio nome germanico con orgoglio e ho continuato a farlo anche durante il periodo dell’ultima deplorevole guerra, durante la quale ho servito l’esercito inglese.” Il successo di critica e pubblico aveva già arriso al gentleman Tolkien: la pubblicazione de Lo Hobbit l’aveva  proiettato nel cuore di molti amanti del mondo fantastico e la sua buca delle lettera tracimava di missive che insistentemente chiedevano maggiori spiegazioni e dettagli circa la mitica Terra di Mezzo. In una lettera indirizzata a Christopher Tolkien del 1944, J. R. R. Tolkien fa il punto circa la politica di moda dei suoi giorni: “Non riesco a vedere differenze fra il nostro stile popolare e i decantati ‘idioti militari’. Sapevamo che Hitler, oltre ad altri difetti, era un piccolo furfante volgare e ignorante; ma sembra  che ce ne siano molti altri che non parlano tedesco, e che, nelle stesse circostanze, mostrerebbero di avere molte delle altre caratteristiche di Hitler.” A dirla tutta, J. R. R. Tolkien era inorridito dall’eventuale utilizzo ideologizzato dei mondi fantastici da lui creati; Tolkien nutriva profonda convinzione dell’Eternità, del confronto fra il Bene e il Male. Le favole, a suo avviso, avevano tre volti interpretativi: quello mistico che guarda al soprannaturale, quello magico dedicato alla natura e infine lo specchio di scorno e di pietà che offrono all’uomo. 

Chi pensa a J.R.R. come personaggio della Terra di Mezzo è in errore: quello è il porto della fantasia e come ogni porto finisce per essere autonomo: "Io in realtà," scrive Tolkien a Amy Ronald nel 1969, "non appartengo alla storia che ho inventato, e non voglio appartenervi."

Tolkien, oltre che scrittore di grande prestigio, fu anche insegnante di lingua e letteratura anglosassone dal 1925 al 1945, e quindi di lingua e letteratura inglese fino al suo ritiro dall'attività di insegnante. A proposito del Signore degli Anelli, Tolkien spiega in una lettera del 10 aprile 1958: “… il messaggio: in realtà non ce n’è uno, se con questo si intende lo scopo consapevole, nello scrivere Il Signore degli Anelli, di predicare o di fornire una visione della verità che mi sia stata rivelata! Ho voluto scrivere una storia avvincente in un’atmosfera e su uno sfondo che io personalmente trovo interessanti… Benché sia stato solo leggendo il libro (con un atteggiamento critico) che sono diventato consapevole della predominanza della morte… Ma di sicuro la Morte non è un Nemico! Io ho detto, o intendevo dire, che il ‘messaggio’ riguardava il terribile pericolo di confondere la vera immortalità con la longevità senza limite. La libertà del tempo e l’aggrapparsi al tempo. La confusione è opera  del Nemico, e una delle cause principali del disastro umano… Gli elfi definiscono la morte il dono di Dio (agli uomini). La loro tentazione è diversa: una pigra malinconia, appesantita dalla memoria, che li conduce a tentare di fermare il tempo.”

Nel 1969, in una lettera indirizzata a Amy Ronald, il professore spiega: “… a proposito del mio nome. E’ John: un nome molto usato e molto amato dai cristiani e dato che sono nato nel giorno di San Giovanni Evangelista lo considero il mio patrono – anche se né mio padre né mia madre, all’epoca, avrebbero pensato a qualcosa di così romano come darmi un nome perché quello era di un santo. Sono stato chiamato John perché nella mia famiglia c’era la consuetudine che il primogenito del figlio maggiore si chiamasse John. … Per quanto riguarda il titolo di Maestro: io non lo sono. Nel suo significato più alto sarebbe presuntuoso e profanatorio adoperare un simile titolo; nel significato meno alto è vanitoso. Io sono un ‘professore’ – o almeno lo ero e nei momenti di maggiore ispirazione meritavo quel titolo – e adesso è comunque (benché non nella Oxford della generazione precedente alla mia) un appellativo che si usa abitualmente.”  Sempre nel 1969, rispondendo ad una lettera di Camilla Unwind, Tolkien spiega la sua visione del mondo religioso, della ragione della sua fede: “… Io penso che le domande sugli scopi siano veramente utili solamente quando si riferiscono a scopi di cui siamo consapevoli o obiettivi degli esseri umani, o all’uso delle cose che essi stessi fanno. Quanto alle ‘altre cose’ il loro valore è in loro stesse: esse sono, esisterebbero anche se non esistessimo noi. Ma dato che esistiamo una delle loro funzioni è quella di essere contemplate da noi. Se noi esaminiamo nella scala degli esseri viventi le ‘altre cose viventi’, come per esempio, diciamo, alcune piccole piante, esse presentano una forma e una organizzazione : un ‘modello’ è riconoscibile (con qualche variazione)  nella loro specie e nelle loro discendenti… Se chiediamo perché Dio ci ha incluso nel suo disegno, non possiamo rispondere che con la constatazione che l’ha fatto. Se Lei non credi in un Dio, la domanda ‘Qual è lo scopo della vita?’ non può nemmeno essere posta e non può avere risposta. A chi o a che cosa rivolgerebbe la domanda? Ma dato che in uno strano angolo dell’Universo (o in più strani angoli) si sono sviluppate delle cose che hanno una mente che si pone delle domande e cerca di rispondervi, Lei potrebbe rivolgersi a una di queste strane cose. Essendo io una di queste, potrei avventurarmi a dire (parlando con assoluta arroganza per conto dell’Universo): ‘Io sono come sono. Non ci si può far niente. Puoi continuare a cercare di scoprire che cosa sono, ma non ci riuscirai mai. E perché vuoi saperlo, proprio non lo so. Forse il desiderio di sapere per il puro gusto di sapere è legato alle preghiere che alcuni di voi rivolgono a quello che chiamate Dio. Nella forma più alta queste preghiere sembrano semplicemente lodare Dio per la sua esistenza e per aver fatto quello che ha fatto come l’ha fatto.’ Quelli che credono in un Dio, in un Creatore, non pensano che l’Universo per se stesso sia degno di venerazione, benché lo studio devoto dell’Universo possa essere uno dei modi per onorare il Creatore. E dato che in quanto creature viventi siamo (in parte) all’interno di esso e parte di esso,  le nostre idee di Dio e i modi in cui le esprimiamo saranno in gran parte derivate dall’osservazione del mondo che ci circonda.”

J. R. R. Tolkien muore a Bournemouth il 2 settembre 1973.

Tolkien in opere immortali come Il Signore degli Anelli, Le avventure di Tom Bombadil (trattasi di una raccolta di sedici liriche), Il cacciatore di draghi, Albero e Foglia, ha sempre tenuto molto da conto la poesia: la sua genialità non sarebbe stata tale se non avesse usato sapientemente la poesia come mezzo espressivo scevro di messaggi politici (religiosi e sociali). Oggi, purtroppo, Tolkien è un autore molto discusso e di moda; dico purtroppo, perché l’autore è stato vilmente integrato in una cultura letteraria capitalistica. Chiaramente la critica e soprattutto il figlio Christopher Tolkien sono rimasti a dir poco indignati e offesi: J.R.R. Tolkien scriveva per divertire il suo pubblico e non per ammaestrarlo a qualsivoglia ideologia di destra o di sinistra. Fatto sta che oggi Tolkien è stato ridotto a un qualcosa di commerciale e ideologico, ne è prova lampante il film di Peter Jackson che ha ridotto Il Signore degli Anelli a un grande colossal di propaganda new age.

Lo scrittore francese Michel Rio, autore di romanzi memorabili, vera poesia tradotta in prosa, nei suoi capolavori Merlino e Morgana  tratta la materia poetica con assoluta delicatezza e con profondo spirito filosofico, addirittura erudito. Michel Rio è forse il Tolkien moderno che l’Europa aspettava da tanto tempo e che l’Europa non ha ancora saputo riconoscere. In patria l’autore ha vinto prestigiosi premi ed è considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei; in Italia, la sua opera è poco o nulla conosciuta: un peccato davvero grande, perché Michel Rio scrive con l’immaginazione di Tolkien e la poesia di Italo Calvino.

Morgana, ad esempio, è figura controversa, affascinante presentata dal M. Rio nel suo lato più umano: non incantatrice terribile e potente, ma donna bellissima e inquieta che dedica la vita alla ricerca scientifica e alla comprensione filosofica del mistero dell'esistenza umana. La sua ricerca la conduce alla ribellione nei confronti della fine che è ineluttabile per tutti gli esseri; non accentando la fine, la morte, Morgana dà origine alla sua crudeltà e alla sua incapacità di provare sentimenti; e solo Merlino, suo mentore e guida, amante incapace di dire alla donna un “ti amo”, riesce comunque a farle provare brevi e fulminanti emozioni umane, che gettano la donna in momenti di assoluto panico esistenziale, solo momenti che subito svaniscono nel suo essere. Morgana vive e muore la sua mortalità dibattendosi in un'esistenza i cui meccanismi arcani sfuggono alla sua comprensione.

Un esempio dell’altissima poesia in prosa di Michel Rio:

"Non amo che due creature, Merlino e Artù, mio padre e mio fratello. L'uno mi ha respinto, pur amandomi. Io, pur amandolo, ho respinto l'altro”; "La tua bellezza, Artù, - disse Morgana - accende il mio desiderio. Io non sono carne sottomessa all'appetito dell'uomo. Ti desidero come un uomo desidera una donna e, in questo almeno, siamo uguali. Non mi offro a te. Ti prendo".

Morgana è una Venere in bellezza e la sua intelligenza ha l’ardire e la spericolatezza di quella di un filosofo come Giordano Bruno. Morgana è creatura perfetta, la sua perfezione non ha eguali, è impossibile da imitare e non si riesce  a credere a quanto sia bella neanche quando si mostra in pubblico. Morgana nutre una debolezza per la bellezza del fratello: ama di un amore incestuoso il fratello Artù. Sinteticamente si potrebbe dire che Morgana è la notte mentre Artù è il sole, l’uno necessario all’altra come la luce alle tenebre, come l’ordine al caos. La storia d’amore di Morgana e Artù, una delle possibili tracce all’interno del romanzo, avviluppa a questa la storia dell’amore tra Morgana ed il suo maestro, Merlino. Morgana e il suo sapere, Morgana e il suo elaborare teorie sul Sole, la Terra e i pianeti, Morgana che a quattro anni piange sui misteri del mondo e a dodici anni elabora teorie: "Se è stato il tuo dio a creare tutte le cose e tutti gli esseri, e a stabilire per loro una legge, perché la legge fondamentale è diventata mangiare o essere mangiati? E perché si aspetterebbe dall’uomo che inventi o osservi una legge contraria? Perché avrebbe creato il sesso, il desiderio e il piacere, per poi imporre la castità? Non sarà che il tuo dio fa guerra a se stesso?". Morgana, il potere nella sua bellezza così come nella sua intelligenza perversamente dolce. Morgana, sovrana di un regno in cui l’ordine nasce dal caos, in cui l’odio produce felicità e devozione e amore profondo e sincero da parte di sudditi e popolo tutto. Morgana, apparentemente serena e nello spirito dilaniata da mille inconfessati (e inconfessabili) sentimenti, quindi  fragile e disarmata, ma anche soave e ribelle, bella e ammaliante come "un astro, improvvisamente scaturito dal nulla". Morgana, Morgana, sempre Morgana "in guerra contro il genere umano" fino alla morte, fino all’inevitabile morte, anche per lei esempio di grande intelligenza e bellezza dove la bellezza è intelligenza e viceversa.

Questa è la Morgana di Michel Rio, una Morgana umana, poetica, una descrizione di una donna tradotta in poesia di altissimo pregio: Michel Rio conosce la poesia ed è autore non meno grande di Calvino, non meno erudito di Tolkien, non meno fantastico di Michael Ende.

In questo quadro di autori fantasy, Neil Gaiman, pur non essendo poeta a tout court nelle sue opere, merita comunque di essere menzionato. Indiscutibilmente Neil Gaiman è una delle figure chiave dell'evoluzione del fumetto anglosassone, protagonista indiscusso insieme ad Alan Moore del Rinascimento Inglese: durante gli anni Ottanta Gaiman ha saputo rinverdire la produzione culturale fumettistica d'oltreoceano, operazione riuscita proponendo al pubblico personaggi già collaudati ma creandone nel frattempo di nuovi soprattutto per conto della DC Comics. Sandman è il personaggio maggiormente conosciuto di Gaiman: il protagonista Morfeo e i suoi fratelli (gli Endless, o Eterni) sono figure classiche del mondo fantasy che felicemente si sposano con la mitologia classica e la cultura dark (o gotica). Oggi Neil Gaiman rappresenta per il mondo fantasy un moderno Oscar Wilde in tutti sensi decadente, raffinato, colto ma soprattutto divertente. Dopo il grande successo della serie dedicata al Signore dei Sogni, altro colpo da maestro è quello del ’93 con L'alto costo della vita, la prima serie dedicata a Death, la sorellina di Sandman: anche questa fatica di Gaiman diventa subito un  bestseller tra i mature readers. Il successo di Death è tale che qualche anno dopo Gaiman dà vita a The time of your life, un proseguo di Death che agli ammiratori di Gaiman non è dispiaciuto affatto. Il segreto del successo di questa storia è forse da ricercarsi nella sua delicatezza, ma i fenomenali disegni di Chris Bachalo, già realizzatore di una serie di sketch per la serie psichedelica Shade the changing man, hanno contribuito non poco al successo di Death: è il caso di dire che il merito commerciale/di pubblico è da divedersi fra Gaiman e Bachalo, indubbiamente.

Neverwhere è la prima esperienza con la televisione per Gaiman: l’autore scrive la sceneggiatura di una serie televisiva ambientata nei sotterranei di Londra, successivamente diventa anche il suo primo vero romanzo, un romanzo fantasy che è un piccolo capolavoro, e oggi si può sicuramente asserire che è uno dei migliori romanzi fantasy apparsi prima dell’inizio del Duemila. Portato a termine Neverwhere, Gaiman scrive The day of the dead, un episodio della serie televisiva americana di fantascienza Babylon 5. Neil Gaiman, spero che in futuro sappia regalarci opere con un più ampio spirito poetico: la poesia che oggi ci offre è ancora, per così dire, di carattere underground, fumettistico, insomma non è quella di Michel Rio o di Tolkien. Ma il ragazzo si farà le ossa. Rimane comunque assodato che la poetica di Neil Gaiman, in un contesto underground-fumettistico, è la migliore che si possa trovare in circolazione.

Abbandonando il pianeta fantasy, atterriamo ora sul pianeta della fantascienza con un lavoro di Tim Powers, Invito al palazzo del deviante; questo non è un romanzo esaltante: la trama come il finale sono scontati. Il romanzo, pur avendo vinto il premio Philip K. Dick nel 1996, convince poco; scritto con stile preciso, la trama manca di carattere: questo lavoro di Tim Powers manca di veri e nuovi spunti di riflessione, sembra quasi che Tim Powers si sia limitato a riciclare e a montare idee dickiane condendole con qualche effetto speciale stereotipato tipico della narrativa cyberpunk.

Le bombe hanno devastato Los Angeles e la Terra è stata ricondotta ad uno stato sociale barbarico. La povertà ha trovato rifugio nelle droghe che invadono la società e nel fanatismo della religione professata da Norton Jaybush, un’entità aliena di cui si ignorano identità e natali. Il Palazzo del Deviante, club privato, ha la triste fama di esser ricovero di alienanti perversioni ideologiche e corporali; tuttavia molti si rivolgono al misterioso culto religioso fondato da Norton Jaybush perché è l’unica speranza di continuare ad essere e poco importa se il prezzo da pagare è la propria anima. Greg Rivas, una sorta di moderno cavaliere errante, quando era ancora un diciottenne, si era unito ai seguaci di Norton Jaybush, ma dopo tre anni di militanza era riuscito ad abbandonare il gregge dei fanatici religiosi; dopo tredici anni viene assoldato per recuperare la figlia di un ricco possidente che si è unita ad un gruppo di religiosi. Greg, ovviamente, alla fine riesce nel suo scopo, ma la sua anima è stata irrimediabilmente contaminata da qualcosa di oscuro: come ne Il Signore degli Anelli di J. R.R.  Tolkien, anche Greg Rivas non potrà liberarsi per il resto della sua vita dall’orrore che ha scoperto uccidendo l’alieno Norton Jaybush: una volta sgozzato il nemico, questi sputa una sorta di pietra, l’anima della sua malvagità che Greg raccoglie e porta con sé. La pietra non può essere distrutta, non può essere nascosta; l’anima di Norton Jaybush prigioniera della pietra invita Greg Rivas a congiungersi ad essa e solo la forza di volontà gli permette di non ingoiare la pietra per diventare un altro Norton Jaybush. La responsabilità che si è assunto custodendo l’anima/pietra dell’alieno costringe Rivas ad un eterno esilio insieme alla donna che ama, o crede di poter amare, donna che un tempo era una seguace di Jaybush. Non mancano i sintomi per una ricetta poetica, ma questi sono così blandi ed evidenti (per non dire riciclati) che non mi sembra il caso di tentare una ricerca maggiormente approfondita circa gli elementi poetici delle opere di Tim Powers, rischierei solo di tirar picconate contro un solido muro fatto di nulla.
Tutto altro caso, altra genialità e levatura artistica invece per Gregory Benford: nato il 30 gennaio 1941 a Mobile, Alabama, fisico di professione, per buona parte della sua vita ha insegnato presso l’University Of California (Irvine); per conto della prestigiosa Enciclopedia Britannica ha redatto molte voci relative alla fisica. Quanti amano la SF ricordano il suo nome soprattutto per il mirabile romanzo Timescape del 1980 vincitore del premio Nebula.

Gregory Benford ha ammesso senza reticenze che non è mai riuscito a leggere tutta l’opera di Isaac Asimov (e lo credo bene, Asimov non conosce la poesia nelle sue opere, mentre Benford è di ben altra pasta, un sognatore con i piedi saldamente a terra!); Benford, pur essendo un fisico, non ama la fantascienza tecnica sullo stile di Asimov o di Clarke, e non manca di stupirsi come il pubblico riesca a leggere fantascienza basata esclusivamente su aspetti tecnici (o pseudo-tecnici). Benford è un poeta della SF, il suo stile narrativo lirico ricorda un moderno Jack London o il più classico Melville. E’ raro che uno scrittore di SF sia anche un poeta, anzi, il più delle volte è impossibile coniugare la poesia con le tematiche fantascientifiche, ma Gregory Benford in questi anni di onorata attività letteraria ha dato prova di non essere semplicemente uno scrittore di SF per un pubblico abituato a comprare romanzi al supermarket: i suoi libri sono profondamente lirici e londoniani tanto che è difficile considerarlo solo uno scrittore di SF; i suoi romanzi sono quanto di meglio la SF americana abbia prodotto in questi ultimi decenni. Benford non ha nulla in comune con William Gibson o I. M. Banks che, temo, non sappiano neanche che cosa sia la poesia e lo stile… ma è solo una opinione, magari qualcuno crede che Gibson sia un grande poeta… Forse Gibson è oggi autore più rinomato rispetto a Benford, ma se un nome nella storia della SF americana dovrà restare, alla fine la critica dovrà riconoscere a Benford un posto d’onore.

Un oscuro infinito (AGAINST INFINITY) è uscito in America negli anni Ottanta: il romanzo racconta la storia di un ragazzo impegnato nella ricerca dell’Aleph, un oscuro artefatto ‘alieno’ che sul suolo di Ganimede si sposta, muta forma, incontra macchine e uomini a volte con semplice spirito curioso, altre con intento omicida; l’Aleph, la scoperta del mistero che si cela al suo interno, spiegherà agli uomini la loro umanità dimenticata, la loro dimensione più umana, fragile, istintiva, ma svelerà loro anche come questa umanità ‘riesumata’ sia in realtà una maschera, una ipocrisia: l’uomo considerato sotto un aspetto antropologico è votato alla paura dell’Infinito, l’uomo si interroga su se stesso, inventa risposte teologiche e filosofiche e scientifiche, ma dietro tutto questo rimane la paura, le risposte che l’uomo inventa non sono mai pienamente esperibili, eppure proprio queste risposte ‘inventate’ sono, forse, la base dei sentimenti umani, dello spirito.

Un oscuro infinito è una metafora sulla vita e il mistero che la circonda: l’autore non fornisce risposte sicure, se ne guarda bene, e quando spiega un mistero della vita lo fa con precisione poetica, una precisione astratta così come deve essere la vera liricità filosofica.

Un altro grande della SF moderna, potremmo dire on the road, è Douglas Adams che bene conosceva la poesia e l’ironia e soprattutto la loro importanza: Guida Galattica per gli Autostoppisti di Douglas Adams è un romanzo esilarante: con una ironia solo di primo acchito banale, Adams costruisce un mondo filosofico sofisticato che il lettore non fatica ad assorbire come una spugna. E’ un vero peccato che Douglas Adams sia ancor oggi ritenuto un autore minore, meriterebbe assai più considerazione e rispetto; i suoi scritti sono un vero spasso per chi ama la fantascienza ma anche per tutti coloro che amano la letteratura in generale. Oltre alla Guida Galattica per gli Autostoppisti (1980), Douglas Adams ha anche scritto Ristorante al termine dell’Universo (1980), La vita, l’Universo e tutto quanto (1982), Addio e grazie per tutto il pesce (1984), Praticamente innocuo (1992) e Sicuro, sicurissimo, perfettamente sicuro (racconto del 1986); le peripezie attraverso la Galassia di Arthur Dent e Ford Prefect sono un ciclo avventuro che meriterebbe davvero di essere riconsiderato almeno dagli amanti della SF. Pochi, forse nessuno, scrive più come Douglas Adams.

D. Adams con le sue opere magistrali, con i suoi personaggi impegnati a solcare i cieli dell’Universo quasi fossero autostrade terrestri, dà vita ad un mondo beat sulla falsariga di quelli percepiti da Jack London e Jack Kerouac; ovviamente Douglas Adams adotta una poesia ironica ben diversa da quella di London (una lotta tesa sempre alla sopravvivenza) e di Kerouac (una lotta tesa sempre ai limiti della sopravvivenza che si imbastardisce in un istinto autodistruttivo di ricerca spirituale), infatti D. Adams guarda all’universo e alla sua pienezza e rifugge il nulla di Kerouac. Per D. Adams, l’Universo è una grande autostrada da percorrere senza affanni, perché questa ha da offrire ai suoi viaggiatori innumerevoli sorprese, tutte divertenti e ai limiti dell’impossibile. D. Adams fa riflettere con poetica ironia, non è autodistruttivo come Kerouac e non è arrabbiato come Allen Ginsberg. Nel 1956 Allen Ginsberg pubblicò Urlo, la raccolta poetica che alla sua uscita scandalizzò l’America e condannò al carcere il suo editore; la fama di Ginsberg scoppiò improvvisa: una voce rabbiosa si era alzata contro il conformismo borghese americano e ne era nata una poesia nuova, capace di coniugare la potenza onirica e visionaria alle immagini dell’universo urbano e tecnologico. A quasi mezzo secolo di distanza - in Urlo come in Kaddish e negli altri versi raccolti in Jukebox all’idrogeno - il lettore d’oggi rivedrà l’America on the road e sentirà risuonare, ancora vive e attuali, la protesta, lo scandalo e la potenza sovversiva di un grande poeta beat. Douglas Adams descrive un universo urbano e tecnologico con ironia e rifugge la rabbia e quando la rabbia si palesa nei personaggi da lui creati, questa è incorniciata e investita con una sensuale autoironia che manda a quel paese tutti quanti per essere presto dimenticata in una nuova avventura attraverso le strade dell’Universo.

E poi c’è Edmund Cooper, autore grandissimo nel suo genere che pochi ricordano troppo preoccupati a seguire la falsa poesia di Bruce Sterling, William Gibson e compagni. E. Cooper è nato nel 1926 in Inghilterra, ha studiato presso la Grammar School di Manchester e prima di diventare scrittore professionista si è provato per diverso tempo in svariate attività concernenti il commercio marittimo. La sua carriera letteraria ebbe inizio nel 1951 con il racconto The Unicorn; grazie al successo di critica ottenuto con questo suo primo racconto, Cooper decise di intraprendere l'attività letteraria a tempo pieno riuscendo a portare a termine qualcosa come una quindicina di romanzi di fantascienza. Oltre a scrivere romanzi, Cooper ha svolto con estremo senso critico l'attività di recensore librario per il giornale inglese Sunday Times. Tra i suoi romanzi più importanti vanno almeno ricordati: The Uncertain Midnight, Seeds of fight, Transit e The Cloud Walker (1973), romanzo che fu candidato al Premio Hugo nel 1974 e che è sicuramente la sua opera più conosciuta e meglio riuscita.

Edmund Cooper è stato scrittore tout court: colto, quasi un erudito, cosciente dei limiti umani ha sempre dimostrato un grande senso di umanità. Cooper è stato uno degli autori più affermati in Inghilterra, e Kieron, L’Uomo della Terza Fase, romanzo sulla rinascita della scienza in un mondo che ha visto l'olocausto atomico e il ritorno alla barbarie e all'oppressione religiosa, è una pietra miliare della sf, un romanzo inossidabile che ancor oggi non manca di suscitare grandi emozioni presso la critica e il pubblico moderno. The Cloud Walker è opera di grande impegno morale quanto sociale con una robusta trama pregna di un pessimismo positivista (molte pagine ricordano il migliore P. K. Dick ma anche la filosofia di Friedrich Wilhelm Nietzsche e di Bertrand Russell): indubbiamente, ci troviamo di fronte a un romanzo ricco di fantasia visionaria, a tratti poetica, paragonabile a quella di Lester Del Rey. Cooper possiede una notevole padronanza della materia narrativa: i suoi romanzi migliori mostrano una intelligente fusione di motivi vecchi e nuovi del genere, spesso affrontati con mano inventiva. Cooper è morto nel 1982. La materia poetica di Cooper è prega di filosofia altamente umana come dimostra nel suo capolavoro The Cloud Walzer: la fantascienza di Cooper è visionaria, addirittura migliore di quella di P.K. Dick, decisamente più resistente e genuinamente emotiva. Il pessimismo poetico di Cooper alla fine si risolve in una visione del futuro non propriamente felice, ma neanche completamente pessimista cosa che invece accade con P.K. Dick. Edmund Cooper è come Icaro e come Icaro immagina, sogna, spera ma è più accorto di Icaro e non lascia che le sue ali di cera si sciolgano sotto il calore del Sole, e se qualche volta gli accade di precipitare, subito si mette in discussione ed inventa nuove ali che il Sole non potrà intaccare. Insomma, l’universo di Cooper non cade a pezzi come quello di Dick.

Con Joseph H. Rosny, definito dalla critica come "il più visionario dei naturalisti, e il più naturalista dei visionari", la poesia è primitiva, ovvero genuina, nulla affatto imbastardita dalla teoretica moderna o dalla poesia concettuale. Joseph H. Rosny è nato a Bruxelles nel 1856 ed è morto a Parigi nel 1940; oggi si è in molti a vedere in Rosny insieme a Verne e Wells uno dei più maggiori e importanti precursori della fantascienza moderna. Joseph H. Rosny tra le sue opere ha lasciato un autentico capolavoro, La Guerra del Fuoco, un classico che è sicuramente tra i più tradotti nel mondo e che non risente dell’usura del tempo. Da La Guerra del Fuoco è stato tratto l’omonimo film diretto dal regista premiato con l’Oscar, Jean Jacque Annaud. J. H. Rosny ha elaborato uno stile di narrazione che è allo stesso tempo fantascienza e poesia primitiva, quel tipo di poesia che tutti gli uomini (o quasi) hanno nell’animo e che gli fa immaginare mondi lontani, primitivi, di quando l’umanità scopriva con grande meraviglia la magia del fuoco, un fuoco che è un miracolo di un dio lontano, inaccessibile, incomprensibile alla mente umana, e per questo tanto più vero di quello oggi propagandato dalla cristianità e dai partiti politici che ad essa si sentono legati per convenienza. J. H. Rosny insieme a James Oliver Curwood autore di opere immortali come Nomads of the north e Kazan è il più grande antropologo poetico della fantascienza classica. Famose sono le sue opere Gli Xipéhuz, ritenuto il primo vero racconto di fantascienza moderna, Un altro mondo, Nel mondo dei varianti, La morte della terra, opere nelle quali J. R. Rosny avanza ipotesi fantasiose quanto suggestive circa l’esistenza di mondi e di vita diversi da quella umana. Ne La Guerra del Fuoco l’autore disegna un ritratto di una umanità barbara che guerreggia coi suoi simili per una pura questione di sopravvivenza; l’uccisione di un altro individuo nell’umanità disegnata da Rosny è un fatto naturale squisitamente darwiniano, poetico nella sua spietatezza. Con Rosny così come con Curwood l’umanità, il mondo animale, è un universo alieno che dobbiamo indagare e spiegare attraverso una maggiore conoscenza dei nostri impulsi arcaici, quelli più veri e che la società ipertecnologica ha dimenticato a tutto vantaggio della precarietà delle mode e di una scienza sempre più spinta a creare volgari, inutili mostri genetici come la pecora Dolly. Rosny non poteva certamente immaginare che un giorno l’umanità sarebbe giunta a clonare animali ed esseri umani: se oggi fosse ancora vivo, probabilmente, additerebbe la follia dell’umanità come una umanità schiava di se stessa incapace di comprendere la magia del fuoco, e quindi la lotta per la sopravvivenza; infatti, ad ascoltare le notizie scientifiche, sembra che il vivere quotidiano moderno sia tutto impegnato a distruggere l’istinto di sopravvivenza dell’umanità invece di eternarlo nel mito e nella poesia. Rosny ne La Guerra del Fuoco ci restituisce una umanità vera, mitica, barbara, violenta, darwiniana, la vera umanità: oggi, il capolavoro di Rosny è una lettura più che mai attuale, un romanzo che induce a riflettere su noi stessi dimentichi della realtà per dar corpo ad una realtà virtuale (o clonata) scevra e di poesia e di valori artistici, sociali, umani, politici.    

Dopo aver parlato di Rosny, è impossibile non parlare di James Oliver Curwood che è stato geniale autore che ha saputo descrive il selvaggio Nord americano con adamantino spirito poetico. La sua opera più famosa è Kazan, un autentico capolavoro sulla scia romantica-avventurosa di Jack London, ma Curwood non è Jack London, perché Curwood ha un suo proprio stile, originale.

Nomadi nel Grande Nord è la meravigliosa storia di due cuccioli, un cane e un orsetto senza genitori costretti a crescere insieme e a imparare a sopravvivere alle insidie delle selvagge foreste del Nord. In questo  romanzo la natura è pervasa da un grande spirito poetico che Curwood ha saputo tradurre con perfetto equilibrio stilistico e narrativo: ... se con la vostra canoa percorrete il fiume Pas, andate dritti a nord e risalite il Rat River o il corso d’acqua del Grassberry, e, scendendo il Reindeer River, costeggiate il lato orientale del lago omonimo, giungerete presto a Cochrane e al Posto di Ritrovo del Lago Bain, che è una delle regioni più belle di tutto il Canada del Nord. Lì, trecento fra Indiani, Meticci e Canadesi andavano a vendere le pellicce. E fra loro non c’era uomo, donna o bambino, che non conoscesse la storia di Neewa, l’orso addomesticato del Lago Bain, il favorito dell’Angelo Bianco, così come tutti chiamavano la moglie del capo del Posto L’orso portava un collare ben lustro e vagabondava a suo agio in compagnia di un gran cane; però, siccome era diventato grosso e grasso, non si allontana mai molto dal Posto. Una legge, rispettata da tutti, imponeva che non si dovesse molestarlo o fargli male e che nessuna trappola per orsi dovesse essere piazzata a meno di cinque miglia dai magazzini della Compagnia. Al sopraggiungere dell’inverno, epoca in cui gli orsi vanno in letargo, Neewa si rintanava in una caverna profonda e tiepida, scavata apposta per lui sotto i magazzini della Compagnia. Ma ogni giorno, al cadere della notte, Miky, il cane suo amico e compagno, scendeva e andava a dormire in sua compagnia.

Curwood è magistrale, molte pagine sono di una limpidezza poetica primitiva che lasciano nell’animo del lettore una pace interiore ancestrale, una pace che questa civiltà moderna sempre più frettolosa e stressata ha dimenticato. Ma è anche opera di rara romantica tristezza: il romanzo di James Oliver Curwood non è solo la felice conclusione di una delicata storia d’amicizia e d’amore fra due animali, ma è anche una splendida metafora sulla vita e come questa dovrebbe esser vissuta, affrontata.

Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle è un classico della fantascienza uscito nel lontano 1963: quando uscì il romanzo di Boulle nel ’63, la critica ne parlò subito bene definendolo un libro dai toni ironici squisitamente swiftiani. Pierre Boulle è autore anche noto per un altro grande capolavoro, Il ponte sul fiume Kwai (1962). Pierre Boulle, nato nel 1912 e morto nel 1994, ha trascorso gran parte della sua vita in Malesia dove è stato a stretto contatto con la natura del luogo nonché con le tematiche sociali ad esso legate; la Malesia ha lasciato maturare nella coscienza di Boulle un’innegabile attrazione nei confronti della natura animale ed umana, ed, ovviamente, non ha potuto sottrarsi al compito di analizzare il comportamento umano così come quello animale per arrivare alla conclusione che, spesse volte, l’essere umano dotato di raziocinio finisce con l’assumere atteggiamenti, positure e paure belluine. Insomma, la Malesia è stata per Boulle una grande fonte d’ispirazione per la sua immaginazione; “… Da quel giorno, grazie a Zira, la mia conoscenza del mondo e del linguaggio scimmiesco fecero rapidi progressi. Essa faceva in modo di vedermi da sola ogni giorno, con la scusa di test particolari, e incominciò a educarmi, insegnandomi la sua lingua e imparando allo stesso tempo la mia, con una rapidità stupefacente.” Impossibile non notare come questa situazione sia tanto simile a quella descritta da D. De Foe in  The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner, Written by Himself”: Robinson Crusoe impara a comunicare con Venerdì e quest’ultimo apprende il linguaggio da Robinson, l’uomo inglese.  Nel 1941, L. Sprague De Camp e P. Shuyler Miller nel romanzo “Genus Homo” (trad. italiana Gorilla Sapiens) immaginarono un gas capace di rallentare il metabolismo e quindi permettere ad un gruppo eterogeneo di uomini di riuscire a dormire per circa un milione di anni; al loro risveglio scoprono che gli animali sono in grado di parlare e le scimmie sono diventate la nuova razza predominante sulla Terra. Gli uomini, ovviamente, non possono non rimanere sconcertati da quanto vedono: il futuro non gli piace nulla affatto, e d'altronde come dargli torto! Le scimmie vedono negli uomini un raro esempio zoologico da studiare; tuttavia, trattandosi di primati dotati di scientifico raziocinio, almeno una parte di essi si adopera affinché gli uomini non vengano sottomessi da quelle scimmie che invece li vorrebbero sottomettere, ingabbiare, studiare come animali. La poetica di Pierre Boulle per certi versi è simile a quella di James Oliver Curwood ma anche molto vicina a quella di Rosny e di Edmund Cooper. Negare che Il pianeta delle scimmie non abbia nulla di poetico è pura bestemmia: in molti brani è riconoscibile un po’ della poesia di William Golding con particolare riferimento a Il signore delle mosche. Boulle attinge la materia dai grandi del passato così come dai contemporanei per dar corpo alla sua poesia fantascientifica; occorre riconoscere che la poesia di Boulle è un po’ uno zibaldone, ma ciò non toglie che l’autore ha conoscenza piena del significato e dell’importanza della poesia per rendere credibile una opera di fantascienza.

Diverso è il registro poetico degli autori AvantPop: Mark Leyner, ad esempio, guarda alla cultura americana degli anni Novanta, una cultura invasa da sponsor e spot che girano in vertiginosa continuazione su MTV alternandosi ai videoclip; per Leyner, l’America è quella dei manga giapponesi, della facile autoironia dei Simpsons, del mangiare precotto, degli scandali sessuali ospitati dai talk-show, delle guerre lampo e delle facili emozioni precostruite da Hollywood. E la poesia che Leyner costruisce è dichiaratamente quella di Andy Warhol, ovviamente riveduta e corretta. Rimanendo sul terreno dell’AvantPop, emerge il nome di Douglas Coupland, uno scrittore atipico e che da subito ha ottenuto successo e consenso unanime da critica e da pubblico. Generazione X e Generazione Shampoo diventano la bibbia della nuova avanguardia letteraria: qui non si parla né di Bertrand Russell né di Bill Clinton né di Tagore, insomma non si parla di niente eppure si parla di tutto perché Coupland attinge la sua cultura direttamente dal tubo catodico del televisore, dal mondo che lo circonda simile ad una cartolina pubblicitaria, e finisce con il raccontare i fatti semplici della vita, quelli immediati. Qualcuno potrebbe pensare che Coupland sia un altro Kerouac vestito per correre sulla strada: non è così. Coupland non ha nulla in comune con quella che fu la Beat Generation: lui scrive punto e basta ma non nutre intenzioni rivoluzionarie, molto più semplicemente si limita ad esporre ciò che la società cerca invano, o quasi, di fargli accettare. Espone i fatti, le cose della vita con estrema semplicità giocando esclusivamente sulla sua sensibilità annoiata, disgustata che la società ha prodotto nel suo animo: per questo con Memoria Polaroid nel 1996, una raccolta di impressioni istantanee come suggerisce il titolo, Douglas Coupland viene indicato come il nuovo portavoce dell’avanguardia letteraria americana. Il suo stile sobrio, spontaneo, riesce a far breccia nel roccioso cuore americano: Coupland viene subito assorbito, suo malgrado, nel meccanismo che trasforma un vero scrittore in un produttore di bestseller; i suoi romanzi vengono soprattutto letti da ragazzi che la scuola l’hanno vissuta poco e male e riconoscono in Coupland il loro padre. La società americana, quella dei giovani, si può distinguere in tre livelli generazionali: gli sbandati e i drogati, che non ci pensano su due volte a metterti il coltello contro il pomo d’Adamo, i borghesi figli di borghesi, che aspirano solo a diventare come i loro padri votati alla famiglia e alla Chiesa ed in ultimo quelli che sentono di non appartenere né ai borghesi né alle frange della bad generation… e proprio a quest’ultima categoria si rivolge Douglas Coupland: è già un buon risultato ma comunque commerciale. Molto più serio il progetto di avanguardia di Larry McCaffery che insieme a W. T. Vollmann, Euridice, S. Wright e M. Leyner diventano i portavoce dell’AvantPop underground, quello che l’America non riesce a digerire se non a piccole dosi; Euridice, ad esempio, con il suo romanzo F/32, che nulla ha da invidiare agli scritti del più noto e classico Henry Miller, esplora la sessualità femminile così come mai è stato fatto e per questo viene condannata dal perbenismo americano. Come lei, tanti altri autori si muovono nel nuovo scenario dell’AvantPop e Mark Leyner insieme a Larry McCaffery si possono considerare i veri padri di questa scuola. Se Larry McCaffery ha dato voce all’AvantPop, Mark Leyner ha amplificato questa voce fino all’esasperazione, una esasperazione pura e genuina che traduce la vita di tutti i giorni in un lirismo esemplare, moderno. Leyner scrive poesia guardando all’underground culturale con rispetto critico, così ogni sua pagina risulta essere provocatoria quanto bella.

Tommaso Pincio, il suo primo romanzo, M., è stato pubblicato da Cronopio, nel 2000 per Fanucci pubblica Lo spazio sfinito, un primo tentativo di AvantPop poetico tutto italiano.

Negli anni Cinquanta immaginati da Tommaso Pincio il senso del meraviglioso si è impossessato della vita quotidiana: personaggi come Jack Kerouac, Marylin Monroe, Arthur Miller e Neal Cassady vivono in un mondo terribilmente bello o terribilmente brutto, ed è la malinconia per il nulla, il vuoto, a renderlo tale. Lo spazio sfinito tratteggia il lento orbitare dei miti popolari nello spazio della vita e della Storia, osserva le costellazioni delle merci quotidiane, delle icone di massa, e il modo in cui queste ci attraversano come atomi nella materia, lasciando un segno, un calore, un vuoto. I personaggi di Tommaso Pincio, i Kerouac e le Marylin, umanissimi e artefatti, famosi ma insoliti, attraversano i generi letterari, il romanzo storico, la fantascienza, il romance sentimentale, per entrare a forza nella nostra memoria passando per l'immagine che già abbiamo di loro, conservata nei nostri affetti, nel nostro passato. E intorno al loro c'è lo Spazio pieno di misteri, e la casa sulla cascata e sull'orlo della sparizione, e New York, vuota e notturna...

Lo spazio sfinito è una eccentricità visione di un passato imbevuto di poesia, comunque niente di eccezionale, purtroppo.

Adesso il terreno di confronto fra poesia e mondo fantastico è quello dei generi dark, horror e noir: H. P. Lovecraft ci ha abituato ad un mondo dominato da numi malvagi che vogliono la corruzione dell’umanità, numi che esistono nell’intorno quotidiano e di cui noi, mortali, ignoriamo l’esistenza o fingiamo di non riconoscere. H. P. Lovecraft per primo ha descritto un mondo ascoso dove le tenebre non sono solo il sudario che avvolge la Terra ma anche il lenzuolo funebre che fascia l’anima di ogni singolo essere presente su questa terra di dolore cosmico. La visione lovecraftiana del mondo non è sicuramente delle più ottimiste, ma è proprio questo che affascina ancor oggi il lettore moderno. Con Il Talismano (scritto in collaborazione con Peter Straub), It, L’Ombra dello Scorpione, Stephen King ha riesumato le tematiche lovecraftiane per adattarle ad un horror facilmente commerciabile; tuttavia, It e almeno Il Talismano rimangono nel loro genere “commerciale”  dei lavori non facilmente imitabili, che se nulla di nuovo aggiungono alla letteratura d’essay, almeno non la deprezzano.

“La vida  es demasiado pobre para non ser también inmortal”, ovvero “la vita è troppo povera per non esser anche immortale” ebbe a dire il famoso scrittore argentino Jorge L. Borges  ed ancora nell’Elogio dell’ombra, la sua poesia sempre sospesa fra un grande senso di umanità visionario e misticismo gotico, Borges ci dice che “Nella vita son sempre state troppe le cose; / Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare; / il tempo è stato il mio Democrito. / Questa penombra è lenta e non fa male; / scorre per un mite pendio / e somiglia all’eterno”, un concetto poetico che bene si coniuga con il sentimento dell’ultimo romanzo di Carlos Eduardo Feeling, Il male minore. E’ giudizio di Sergio Pent, che ha firmato la postfazione all’ultima fatica di C. E. Feeling, che “il significato di questo romanzo va cercato, secondo noi, nella incapacità umana di definire le proprie angosce; oltre i limiti – le Recinzioni – della ragione, non siamo più in grado di riconoscerci e di appartenerci, e la soglia del Mistero si può spalancare come un abisso, concretizzando tutte le più ancestrali paure. Definire questo lavoro di Feiling… come un divertissement, significherebbe sminuirlo di tutte le simbologie che hanno caratterizzato da sempre la narrativa latinoamericana… l’atmosfera ci sussurra  che è lecito andare oltre le supposizioni… Eppure, viene da dire, questo non sembra un noir, piuttosto un romanzo a tinte fosche che ci fa riaffiorare a un passato in cui le ombre maligne delle presenze mefitiche create dal Solitario di Providence – il sommo Lovecraft – o dal suo quasi coetaneo Abraham Merritt, causavano turbamenti inafferrabili alle nostre serate adolescenti… Feiling è un altro tardo epigono del romanzo gotico? Anche qui, le case infernali di Richard Matheson, le ghost story di Peter Straub, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Eppure no…”.

La letteratura latinoamericana vanta nomi illustri di scrittori, che pur non affrontando apertamente il genere dark come loro stile, hanno dato vita ad un immaginario folcloristico che affascina e spaventa allo stesso tempo; ad esempio, Paradiso dello scrittore cubano José Lezama Lima affronta con raffinato lavoro linguistico il mito di Faust nella vita quotidiana: “Che cos’è Paradiso…? E’ mia madre, è la mia famiglia, è l’amicizia. E poi c’è la presenza di Oppiano Licario: una specie di dottor Faust, un ente tibetano, l’uomo che vive nella città delle stalattiti, l’Eros dell’assoluta lontananza”, spiega Lima. Paradiso di Lima richiese più di dodici anni di lavoro e venne pubblicato nel 1966 all’Avana: un romanzo forte, cupo, che subito fece arricciare il naso ai benpensanti americani e solo grazie al tempestivo interessamento di Fidel Castro fu evitato il sequestro e la condanna dell’opera, una opera massima della cultura latinoamericana, che meriterebbe di esser riletta con attenzione dalle nuove generazioni di letterati europei e non.

Dell’amore e di altri demoni insieme a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez  sono altri due notevoli esempi di come la cultura latinoamericana è sempre riuscita a dosare nelle giuste proporzioni elementi fantastici e reali nella propria cultura letteraria: inquadrare lo stile artistico di Carlos Eduardo Feiling è pressoché impossibile, anche se si ha la tentazione di accostarlo a nomi quali Borges e Lovecraft. Sicuramente Feiling ha risentito – e non poco – dell’influenza di entrambi così come di Edgard Allan Poe e Stephen King; tuttavia collocare Feiling tra gli autori horror o dark non è completamente possibile: Feiling, ho l’impressione che rifiuti di indossare la veste dello scrittore di settore.

Il male minore di Carlos Eduardo Feiling è stato pubblicato in Argentina  nel 1996. Carlos Eduardo Feiling con El mal menor ha rinverdito la tradizione culturale latinoamericana con una espressione personalissima di quel mondo lovecraftiano dominato da atri numi, che spalancano porte verso un mondo maligno di zolfo e corruzione gnostica. Se H. P. Lovecraft è stato il grande insuperabile maestro del pessimismo cosmico, Feiling con Il male minore non gli è da meno: ma Lovecraft e Feiling sono due scrittori distinti, e anche se Feiling è stato influenzato da Lovecraft, l’originalità poetica dello scrittore argentino è indiscutibile.

Per quanto riguarda il noir, Dorothy Porter, scrittrice australiana tra le più innovative della nuova scena poetica australiana, è ormai vittima della sua fama come poeta, infatti ogni suo romanzo è scritto in versi. Dorothy Porter è nata a Sydney nel 1954 e si è laureata in scienze dell'educazione nello stesso anno in cui è stata pubblicata la sua prima collezione di poesie, Little Hoodlum. Ha insegnato poesia e scrittura alla University of Technology di Sydney. La sua ultima opera, Akhenaten  è stata accolta con un discreto calore dal pubblico e dalla critica, tuttavia la sua opera migliore a tutt’oggi rimane La Maschera di Scimmia. Dorothy Porter vive attualmente a Melbourne.

“La maschera di scimmia è il suo ottavo libro. Chi ha detto che la poesia epica non esiste più? Ha solo cambiato indirizzo: non sta più nell'antica Grecia o nella penisola italica, ma a Sydney in Australia. E non canta più di dame, cavalieri, arme ed amori, ma delle atmosfere cupe, dei caratteri ambigui e dei personaggi disperati e violenti del noir, e lo fa con un ritmo teso e veloce come quello di un testo rap. Jill è una detective specializzata nella ricerca di persone scomparse, lesbica "tutta muscoli", "illetterata" e "stupida", che quando si innamora ha "un cuore vistoso quanto un culone in tuta rosa". Deve trovare Mickey, sensibile e timida diciannovenne, che scrive poesie ed "è troppo tutto per essere vera". Ma Mickey, come nella migliore tradizione del noir, è morta. Inizia così un viaggio serrato e teso da una parte all'altra di un Paese in cui le distanze si misurano a spiagge, tra poeti coglioni, poetesse new age con l'anellino al naso, giovani avvocati progressisti e ambigui cristiani rinati, piedipiatti a posto e agenti investigativi dalle dita tozze come la loro coscienza, marxisti post moderni e marpioni protettori di poetesse... E Diane, Diane dalle belle gambe, incessantemente intellettuale. Una storia appassionante e realistica ricca di suspense e colpi di scena, che ha una particolarità fondamentale: è scritta in versi. Brevi componimenti in versi liberi in cui tutto, dalle virgole ai titoli, è importante e ricco di significato, e che si incatenano l'uno all'altro con la forza narrativa di un romanzo in prosa. Una specie di rap ritmato e veloce, che ha la capacità di raccontare storie vietate, tenere e violente del romanzo di genere unisce quella propria della poesia di andare a fondo nei cuori e rappresentare i sentimenti. Un romanzo straordinario”, dall’introduzione a La Maschera di Scimmia, Carlo Lucarelli

Dorothy Porter maneggia con estrema sicurezza e vivacità la materia poetica: La Maschera di Scimmia, il capolavoro poetico della Porter, si legge come un poema epico moderno, intelligibile come un romanzo, forse di più (!). Il suo stile nero ricorda quello del grande James Ellroy ma anche il più raffinato Léo Malet e in alcuni punti la poesia dell’autrice ha la freschezza immediata del migliore Ray Bradbury, che nel 1985 si è provato con un noir eccellente, La morte è un affare solitario (recentemente il romanzo La morte è un affare solitario di Bradbury è stato pubblicato da Fazi Editore nella stupenda traduzione di Enrico Bistazzoni con una intelligente postfazione di Alessandro Zaccuri). 

La Maschera di Scimmia, è la storia di una indagine su una persona scomparsa: una detective australiana di nome Jill Fitzpatrick dovrà fare i conti con macchine che esplodono, morte, sesso, tradimenti e ciliegina sulla torta da cliché, una femme fatale. In alcuni momenti la poesia è un po’ stucchevole e bassamente volgare: Dorothy Porter descrive il sesso, la degradazione, la morte, la povertà con tinte bukowskiane, ma il risultato non è minimamente paragonabile alla poetica di Charles Bukowski, piuttosto la sua poetica è molto più vicina a quella patinata della rocker americana Alanis Morrissette (almeno in alcuni punti, quelli che devono maggiormente impressionare il lettore e tradurlo subito sul luogo del misfatto, in casi come questo la Porter rinuncia a uno stile troppo colto - alto -  e si concede uno stile più terra terra). Le cadute di tono nella poetica della scrittrice ci sono e sono evidenti; tuttavia la Porter ci indica la strada di come sia possibile fare del noir ricorrendo alla poesia: forse è già tanto, forse è troppo poco.

In ultima analisi, per il filone grottesco, in questo saggio si esamina J. T. Leroy: l’autore è nato nel 1980, e il suo battesimo letterario l’ha avuto su alcune riviste underground del panorama americano. La sua carriera come scrittore è iniziata intorno ai sedici anni sotto lo pseudonimo di Le Terminator. Sarah, pubblicato in America, è stato tra i romanzi di esordio più venduti nel 2000.

Con la sua ultima fatica, The Heart is Deceitful Above All Things, J. T. Leroy racconta gli antefatti del suo esordio letterario, Sarah, un lavoro pallido e noioso all’inverosimile. Come per Sarah, basato su vicende autobiografiche, storia del dodicenne Cherry Vanilla, figlio della prostituta Sarah, che, in competizione con sua madre, inizia una grottesca carriera di lucertola (prostituta da parcheggio), anche Heart is Deceitful Above All Things è uno scritto autobiografico. L’America (ma non solo!) ha fame di eroi e di antieroi letterari e cinematografici, ha bisogno di dimenticare se stessa imitando se stessa, l’America della Beat Generation e degli anticonformisti. L’America fa la respirazione bocca a bocca a se stessa e così un autore come J. T. Leroy viene indicato come un novello Burroughs. Fatto sta che Heart is Deceitful Above All Things, per quanto grottesco e anticonformista, è piatto, decisamente piatto: le perversioni dell’America, dell’infanzia e dell’adolescenza umana, vengono descritte nel nome della redenzione spirituale attraverso il dolore: per Leroy, il dolore solo può purificare l’anima della nuova generazione umana e se fallisce è perché gli adolescenti sono più marci e ingannevoli del dolore. Il riscatto che Leroy indica all’America è quello che si può ottenere attraverso il dolore, quello tanto amato dalla Chiesa. Rispetto a Sarah, Heart is Deceitful Above All Things è costruito con maggiore abilità stilistica: si sente che dietro (e dentro la scrittura) c’è tutto l’impegno di Leroy e di una nutrito staff di persone, insomma si avverte la netta sensazione che Heart is Deceitful Above All Things è un lavoro commerciale, studiato a tavolino con estrema perizia, un prodotto collettivo per il mercato editoriale.

La trama: baby doll, orsetti di peluche, lacrime di pietra, rossetti fiammanti, carbone avvelenato, polvere di cristallo, meteoriti, sangue, metallo gelido, ma anche mutandine con i pizzi, Tampax che assorbono il male, candeggina per lavare via i peccati, Bugs Bunny, Peter Pan, fruste, siringhe e bambole. In Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, Leroy indica una devozione che si mescola senza soluzione di continuità alla dipendenza, la preghiera all’allucinazione, la tenerezza allo sfacelo, insomma descrive gli stati d’animo e le perversioni della sua adolescenza come se vestisse i panni di Iceberg Slim, re, poeta del ghetto americano più gretto e triste. Poi qualche pallida infiltrazione poetica copiata da William Burroughs e Irvine Welsh, e il gioco è fatto.

Jeremiah ha quattro anni; scopre che i suoi veri genitori non sono quelli, amatissimi, che lo hanno cresciuto fino a quel momento. La madre naturale del bambino è Sarah, una ragazza ancora adolescente che ha ottenuto la tutela del bambino; Sarah subito introduce il figlio nel mondo dei vizi, della coca, della prostituzione, della pedofilia. Jeremiah accetta le regole che gli vengono imposte, i travestimenti, la vita randagia da uno stato all’altro, nel cuore di un’America marginale, fatta di roulotte fatiscenti e parcheggi per camionisti, ma anche di immense notti stellate nel deserto, fra la disperazione degli spostati che si fabbricano la droga in cantina e la precotta dolcezza materna delle cameriere nei diners. Ma poi i nonni materni riescono ad ottenere la custodia (temporanea) di Jeremiah e gli infarciscono la testa di stronzate sull’origine del peccato e via così; il bambino, neanche poi tanto bambino, finisce con l’assaporare nel dolore della fede l’unica sua ragione di vita, quella che gli permette di avere una erezione vera, la quintessenza dell’eros. Così comincia a peccare per meritarsi il castigo, una bella dose di cinghiate e lavacri in acqua con candeggina. Ma Sarah non è disposta a lasciare il figlio ai nonni e lo strappa dalle loro grinfie; Jeremiah cresce, vede Sarah impazzire mentre la sua adolescenza materna sfuma in una ruga di troppo, vede la madre prostituirsi ai camionisti e stuzzicato dalla madre, che lo vedrebbe bene come una femmina, Jeremiah comincia a travestirsi da donna e a sedurre gli amanti della madre.

Heart is Deceitful Above All Things racconta tutto questo: alla fine è quasi impossibile distinguere la madre dal figlio (o dalla figlia), è impossibile dire se sia più perversa Sarah o Jeremiah: madre e figlio/a finiscono con il confondersi in una unica persona.

Heart is Deceitful Above All Things, sospeso tra favola nera e racconto di vita vissuta attraverso gli occhi di un bambino (e poi di un quasi adolescente), non ha nulla della grandezza poetica di W. Burroughs né della tragicità espressiva di Iceberg Slim: come già evidenziato, il romanzo è un prodotto commerciale squisitamente americano, di una America mai sazia di sfornare antieroi (e/o eroi) usa e getta.

 

La poesia esiste nel genere fantastico (fantasy, fantascienza, horror, noir), purtroppo non tutti gli autori la sanno gestire al meglio, mi sembra che ciò sia chiaro a tutti, e forse non c’era neanche bisogno che io ve lo facessi notare così apertamente. Dunque, siamo al capolinea ed è venuto quasi il momento di congedarci, ma prima lasciate che vi dica come la penso io, prestatemi attenzione ancora per qualche minuto, non ve ne pentirete, poi ognuno proseguirà la sua recherche e magari uno o più di voi riuscirà a trovare (o a raggiungere) il Paradiso, o forse qualcuno tornerà all’Inferno. Comunque vadano le cose, Paradiso e Inferno sono facce della stessa medaglia (forse, solo forse!), quindi, Signori e Signore, niente isterismi, please!

 

3- FACCIAMO IL PUNTO: LA POESIA DIMENTICATA NELLA FANTASCIENZA MODERNA!

4- CONCLUSIONI