Stringhe

[strings]




Maureen McHugh

traduzione Italiana Salvatore Proietti


 

“Drizzale da questa parte quelle orecchie, piccolina”.

Kisna-Kit ha orecchie a punta che spuntano dai capelli biondi. Tira fuori un cappello floscio dallo zaino e se lo caccia in testa in modo da nasconderle. Non è un costrutto lei, non si fa allettare dagli ambulanti che le offrono quattro soldi per un lavoretto di strada. Il cappello gliele copre bene le orecchie, ma adesso i suoni della città, sotto il cielo viola, arrivano soffocati. Sempre quel colore qui in città, a Wheredau. Color lavanda alla luce dell’alba-tramonto, con spruzzi di violetto più scuro; viola scuro di notte, con le nuvole lilla, più chiare, che riflettono la luce del terreno.

La città del porto, sul mondo viola dove le astronavi vanno su e fuori, ovunque l’energia del vortice stellare spinga i trasporti. In alto, il cielo è luminoso, come un’aurora boreale, pieno di nastri spettrali all’alba-tramonto, brillante negli altri momenti. Ancora più splendente, lontano, il gigantesco sole bianco-azzurro con la coda avvolta intorno al suo compagno invisibile, il buco nero.

I tacchi alti di Kistna-Kit fanno tip-tap lungo la strada che porta al club. Al lavoro. Ciabatta per i gradini, infila dentro la testa.

“Kit!” chiama l’uomo alla porta, “che hai in testa?”

“Un cappello”, dice seccata.

“E copri quei bei capelli? Quelle squisite orecchie provocanti?”

Si toglie il cappello. Sente le orecchie che penzolano perché non vuole toglierselo il cappello. Il viso non dice come si sente, ma le orecchie, le stupide orecchie, lo dicono sempre. Se giochi a poker, mettiti sempre il cappello, okay? Tip-tap fino allo spogliatoio, per cambiarsi.

“TEST!” grida il portiere.

Tip-tap indietro, le orecchie piatte sui capelli. In piedi davanti a lui, allunga la mano. La tocca con l’elettrodo; il contatto manda la luce blu.

“Okay”, dice, “niente modifiche, niente virus.”

Ma che cosa pensano, che sarebbe capace di uscire e aggiungersi qualcosa senza dirglielo? Farsi una coda? Un paio di zoccoli come un diavolo? Modificarsi quando non c’è motivo perché lei è nata fortunata, con orecchie come le sue? O che si potrebbe prendere un virus che le smantella le cellule? Non sono una ragazza da strada, proprio per niente—tip-tap fino allo spogliatoio pieno di vestiti da ballocanto. È razzavera, lei. Una bella ragazza con le orecchie provocanti, ma razzavera, e ha un bel lavoro. Dovrà venire qualcuno dal passaggio, che le paga da bere, la vede fare il ballocanto, e le offre di portarla via da Wheredau. Ci sarà un contratto su una grossa nave da trasporto; come quella ragazza, Scherzo Livrey, cantante razzavera a Dneibruja, e lei aveva solo la pelliccia. Roba di nessun interesse. La pelliccia è come i capelli, solo ce n’è di più, non come Kit, nata con le orecchie. Belle orecchie. Orecchie che stanno dritte.

Il portiere era un mentepiccola e si voleva dare un’aria di gerarchia, flettendo il lardo. Stupido portiere. Non ha altro che lavoro, così vuole potere. La mette alla prova. Così quel club può dire che hanno una ragazza razzavera, senza modifiche. Col certificato in archivio.

“Gambe belle”, disse Cardamon cantando, “che hai con le orecchie piatte?”

“Giusto il portiere”. Butta la borsa sulla seggiolina.

“‘È solo il portiere’, gattina. Non parlare dialetto”.

Kit storce la bocca.

“Fa’ pratica. Carina come sei devi parlare bene, così sei pronta quando arriva la botta fortunata”. Cardamon, una dolce signora piena d’energia, con belle scaglie luccicanti che le scendono sul naso e le attraversano le guance come una spruzzata di diamanti. Razzavera, ma modificata. Modificata per nascondere l’età. Vecchia signora Cardamon, donna saggia che conosce tutti i trucchi, la zia fuori-parentela di Kit. Con la fronte alta, lunghi capelli color ruggine ombreggiati di nero.

Kit spinge via la borsa, si mette sulla sedia e si toglie le scarpe coi tacchi. Oh, i piedi. Si siede a gambe incrociate, le ginocchia larghe, tenendosi le piante dei piedi nelle palme delle mani.

“Non mettertele al lavoro, dolcissima”.

Non mettersi i tacchi alti? Con tutto quello che ha dovuto fare per avere il lavoro, non mettersi i tacchi alti? Perfino una testa dura come il portiere del club, che le fa sempre il test per le modifiche, la vuole coi tacchi alti, così andando e venendo per strada la gente la sente fare tip-tap e sa che c’è uno spettacolo. Cardamon è una dolce vecchia signora, ma troppo vecchia per sapere che meraviglia mettersi i tacchi alti e sentirsi davvero una ragazza da ballocanto.

Kit si mette il trucco. Ha la fronte alta, con una mascella piccola che va dritta verso l’alto, dove ci sarebbero le orecchie se non spuntassero sotto i capelli. Porta i capelli biondi in modo da coprire il punto dove ci sarebbero le orecchie se fossero standard. Basta come bellezza per una grossa nave da trasporto?

Le orecchie si protendono in avanti, e lei sorride. Certo che sì.

 

Jon-Cat viene a vedere lo spettacolo coi suoi amici.

Li riconosce come portuali—sono tutti così standard. I portuali non fanno tante modifiche. Capelli castani, spinti via dal viso; pelle bruna, un po’ più scura di Cardamon. Kit canta per lui, con dolcezza, ancheggiando. Musica piena di fumo, tanto triste. La guarda con occhi sgranati, ma è imbarazzato. Buon segno, il viso roseo del portuale. Durante l’intervallo va a sedersi con lui, rispondendo alla sua sorpresa con un sorriso timido. È allora che le dice che si chiama Jon-Cat. Lei gli dice che si chiama Kistna ma tutti la chiamano Kit. Lui dice che sono tutti e due gatti e che sono fatti l’uno per l’altra.

Nel numero successivo canta, non più così timida, con gli occhi e le orecchie puntati verso di lui. Canzoni dolciamare, del tipo “perché mi hai lasciato?”, e gira il viso come se provasse dolore. Lo guarda dall’alto del palco mentre Cardamon sinuosa scuote i fianchi, ma non sembra interessato in quello stile corpofurbo. Se lo fosse, Kit sa che non potrebbe competere. Lei è l’innocenza, è quella la sua carta vincente. Cardamon è fatta di joss ed è solo domenica mattina e sa di non riuscire mai a tenere a sé il suo uomo. Cardamon è una lamia.

Un giorno anche Kit sarà una lamia, ma non ancora, oggi è ancora una Giulietta con la testa fra le nuvole.

Le offre del joss,poi da bere.

“Il joss no”, scuote la testa, le orecchie guizzano all’indietro. “Non va bene per il ballocanto”. Sorride. Le paga un drink in un bicchiere lungo e sottile.

Il club si è riempito di fumo di joss e di chiacchiere. Lui e i suoi amici parlano del porto. Parlano del loro elenco di locali sicuri. Parlano del viaggio, delle ventidue dimensioni arrotolate. Lo chiamano click il viaggio fra le stelle, e parlano di quanti click hanno fatto. Kit immagina le dimensioni che sbocciano come fiori in nome di quel momento. “Com’è?” chiede lei.

Ridono. “Niente”.

“È veloce”, dice uno, “finisce prima che te ne accorgi”.

“Non ci fai caso?” chiede delusa.

Ci pensano, si guardano, nel timore di parlare della loro religione, del loro mestiere, delle cose ufficiose che tutti sanno e la scienza non sa spiegare. “Certe volte, dopo, ti ricordi com’è”.

John-Cat dice: “Ha il sapore di una musica di fiati”.

“Ha un odore morbido come il velluto”.

“Ha il colore di una donna che ride a voce bassa”.

“Al tocco è liscio come il blu del tuo vestito”.

Sono ubriachi.

Kit storce la bocca, le orecchie si abbassano.

“Non si riesce a spiegarlo”, dice Jon-Cat, pensoso.

Torna dopo essersi cambiata, con una gonna corta e stivali pitonati chiari. Porta Jon-Cat fuori dal retro, e si incamminano verso casa sua. È alta come lui, che ride del cappello. “Perché ti copri quelle belle orecchie?”

A letto, quando è ora di parlare, dopo, le parla assopito di casa sua. A tanti click di distanza. Lei pensa al salto, da una stella all’altra. “Wheredau è così strano”, dice lui. “Una serra sotto schermi antiradiazioni. Perché la gente si cambia?”.

“Per essere come i razzavera”, dice lei, ruotando le orecchie per raccogliere la sua voce.

“Che vuol dire?”

“Sono nata così. Le mie orecchie sono geneticamente mie”, dice. “Forse i miei bambini le avranno se tutto il resto è a posto”. Di solito non lo è. Quasi mai-mai. Ma forse sì.

“Tua mamma aveva le orecchie?”

No, le sue orecchie stavano nascoste nei lunghi spazi dei cromosomi di sua mamma, quelli alternati, messi in allarme da eventi ambientali e dalla cromolingua di suo papà. Probabilmente i figli di Kit non avrebbero manifestato una cromolingua alternata.

Sua mamma non aveva le orecchie, non ne sapeva niente fino alla sua nascita. Sua mamma aveva gli occhi rossi, ma quelli erano modificati. I razzavera erano nati diversi. I modificati si facevano diversi. E gli standard, come Jon-Cat—bè, Jon Cat era dolce, così a lei non importava se lui era semplice.

“Certe volte, in passato, si è dovuto modificare la gente. Modificazioni genetiche. O non si sarebbero avute le stringhe alternate nei cromosomi”, dice lui.

“È sbagliato”, dice, con aria cupa. Non si dovrebbero modificare gli umani. Basta la distanza per la deriva genetica. L’umanità si frammenta. La gente con la testa sulle spalle non incoraggia una cosa del genere. “Cardamon parla come te”.

Cardamon non gli piace. “Non potrebbe mai innamorarsi come noi, è troppo vecchia”, dice lui. Kit gli posa la testa sul petto. Lui le accarezza i capelli, gioca con le sue orecchie, un lungo solletico di piacere.

“Voglio un bambino”, Kit dice a Cardamon.

“Dolcissima”, dice Cardamon, “sei una bambina mia più dei miei due figli, perché non aspetti qualche anno? C’è tutto il tempo per i bambini. Come farai ad avere il tuo colpo di fortuna se ti devi portar dietro un bambino?”

Kit sa che non c’è problema coi bambini. Tante hanno un bambino alla sua età.

“Gambelunghe, tu non sai niente di bambini. Quando si lavora di notte è così difficile”. Ma Cardamon sospira perché capisce che Kit si è messa in testa l’idea. E anche Cardamon sa tutto del lavoro, pensa al bambino, al dolce odore di latte e ai soffici capelli, e le si piegano le braccia per tenerlo.

“Sarai mai la zia di un bambino?” chiede Kit. Sussurrando .

“Certo”, dice Cardamon. Stringe Kit in un abbraccio forte. “Ma è meglio che aspetti un po’, dolcezza”.

Kit vede Jon-Cat tutte le notti e quando non canta lo porta in giro per Wheredau. Al bazaar mangiano spiedini e guardano i draghi della sabbia, color lavanda, sonnolenti e pieni di scaglie per colpa dei parassiti. Si ferma a guardare i giocattoli: stelle marine che le guizzano intorno alle mani, gomitoli da bambini, per giocarci e arrotolarseli addosso. Jon-Cat le compra degli uccelli, per farli volare sopra di loro quando sono a letto e cantano canzoni per bambini.

Casa sua è piena delle sue cose, delle cose di lui, della luminescenza spettrale delle stelle marine. Gli uccelli canterini gli illuminano dolcemente il viso mentre dorme. Pensa alle lunghe stringhe che gli si arrotolano nelle cellule, si chiede cosa potrebbero dire alle lunghe stringhe che si arrotolano nelle sue. Perché scegliere Jon-Cat come padre del bambino? Perché è così premuroso e buono e dolce.

Suo papà era un portuale. C’è qualcosa nei porti, ne è sicura, che farà del suo bambino un razzavera. Si rannicchia addosso a Jon-Cat, che nel sonno si volta verso di lei. Gli fa il solletico con le dita, le sue orecchie lo sfiorano, avanti e indietro. Lui apre sonnolento gli occhi e sorride. Dentro i suoi occhi ci sono ventisei dimensioni, e ventidue sono arrotolate strette. Stringhe descrivono l’universo e stringhe le sono arrotolate nelle cellule. Cos’è che rende i portuali importanti? Forse è il  click che darà il la al dispiegarsi dei codici alternati nelle stringhe genetiche.

“Jon-Cat”, dice.

“Cosa?”

“A chi si dà il permesso di salire sulla nave?”

“Che vuoi dire? L’equipaggio?”

“Posso venire sulla nave con te?”

Storce il naso. “Trovare lavoro al porto? Non ti piacerebbe, Kit. C’è sempre gente che ti dice cosa fare. È tutto gerarchia, e tu non lo sopporti”.

“No, solo un viaggio”, dice lei.

“Un viaggio? Le navi di linea costano troppo”.

“Non una nave di linea”. Si siede dritta e gli uccelli le lampeggiano intorno alle orecchie come orecchini bioluminescenti. “Come quando lavori sul cargo. Potrei solo venire a vedere? A vedere dove lavori?”

“Vuoi venire al porto?” dice lui. “Okay”.

Lei sorride, poi bacini-bacini, gli fa il solletico finchè non ride. “La mia stella marina ti acchiapperà”, lo ammonisce, con le dita che guizzano, fanno il solletico e stuzzicano.

Le afferra la mano e si mette le sue dita in bocca mormorando: “I giocattoli migliori”. Ridendo, facendo l’amore.

 

Le dà il passi-porto, un clip che invia la sua identità al porto quando glielo mette sul dito. Roba di gerarchia. Kit è spaventata, eccitata.

Scendono dal treno in cima alla collina e guardano giù, il porto. È in una enorme valle a forma di disco. Il numore della navetta che atterra le fa appiattire le orecchie, cerca nella borsa e si mette il cappello.

Niente tip-tap mentre camminano fino al porto. Anche se si fosse messa i tacchi alti nessuno li avrebbe potuti sentire, col rombo dei motori. “Che rumore”, dice.

“Hanno i tappi nelle orecchie per cancellare il rumore”, dice Jon-Cat. “Oh, aspetta, non per orecchie come le tue”. Si ferma. “Non possiamo andare avanti. Sarebbe troppo forte”.

Lei si ferma. Non andare? Il rumore le rimbomba nelle ossa. “Posso mettermeli”, dice.

“Sono fatti a misura”, dice, facendo il gesto di metterseli. “Non andranno bene per orecchie come le tue”.

“Non mi importa”, dice lei.

“Kit”, dice Jon-Cat, esasperato. “Diventa proprio forte prima di entrare”.

Lei alza le spalle, continuando a camminare.

Lui fa un salto, le afferra il braccio. “Andiamo. Non è altro che un porto vecchio e sporco, davvero non c’è granché da vedere. Le navette sono la cosa più interessante e tu le hai già viste. Possiamo guardare da qui. Poi potrai tornare in città e io andrò al lavoro”.

Lei guarda atterrare la navetta, annerita dalle bruciature. Il rumore viaggia nel terreno e la scuote, con un bum che le svuota i polmoni. Tutto qua? Farà liberare le stringhe delle cellule, svolgendole e riavvolgendole in modo diverso?

Inutile prendersi in giro. Deve provare un click.

“Vediamo se i tappi vanno bene”, dice lei.

Lui è esasperato. “Okay”, dice.

Il cancello si apre, riconoscendola dal passi-porto che è buono solo per oggi. Vicino alla porta c’è una scatola grigia piena di tappi per le orecchie. Jon-Cat gliene passa due. Non le piace avere cose nelle orecchie. Si toglie il cappello e sente le orecchie piatte sulla testa. Guarda i tappi che ha in mano. “Da che parte?”, chiede.

“Non c’è alto o basso”, dice lui, gridando nel rumore. “Mettiteli e basta”.

Lei armeggia nell’orecchio e lo infila. Poi l’altro. Non sono a posto, il rumore è uguale. La sensazione è buffa. Jon-Cat si mette i suoi e dice qualcosa. Vede le labbra che si muovono ma non lo sente nel rombo dei motori.

Lui se ne accorge. “Se non riesci a metterli non restiamo”, grida.

Oh che fastidio. “Possiamo entrare”, dice.

“No”, dice lui. “Diventa troppo forte, ti può danneggiare l’udito”.

I tappi la irritano al punto che scuote la testa, forte, come un cane che si sgrulla. Uno cade ma uno va a posto.

È strano; un orecchio è pieno di rumore e uno è vuoto. Come se fosse diventata sorda da un orecchio. Recupera l’altro tappo da dove era rimbalzato colpendo il recinto, e se lo ficca dentro. È goffo, tutto quello spingere e infilare. D’improvviso il rumore se ne va.

Ha un fremito e scuote la testa; sarebbe bello se i tappi non dessero quella sensazione strana. “A posto”, dice.

“Sono a posto?”, chiede Jon-Cat.

Fa di sì, e involontariamente scuote la testa per farli andare fuori posto, ma per fortuna non succede. “Come funzionano?” chiede. “Sento te ma non i motori”.

“Seguono le frequenze del rumore dei motori e lo escludono, e lasciano passare gli altri suoni”, dice Jon-Cat, che non è un tipo da spiegazioni.

Jon-Cat ghigna. “Hai l’aria poco contenta, Kit”.

“Sono strani”.

“Ti ci abituerai”.

Lei non è convinta, ma una volta dentro se li toglierà.

La superficie del porto è come vetro, ma consumata, annerita, con cicatrici e crepe. Guarda la navetta nera che decolla, sente il rombo ma non sente rumore. Ha la bocca aperta mentre la guarda salire, le tremano i denti ma non il suono non è nemmeno un sussurro.

Jon-Cat ride, lo sente chiaramente. “Andiamo, Orecchiona”, dice.

Attraversano la pista navette butterate, in qualche punto corrose con crepe che sembrano ragnatele. Navette annerite salgono in cielo e atterrano. Kit pesta il piede sui punti crepati e sente il suono che fa. Jon-Cat scuote la testa.

È quasi triste quando scendono fino alla città sotto il porto, ma vuole togliersi i tappi. Ma Jon-Cat dice, “Non toglierli, ci serviranno per andare alla nave”.

La gente del porto è dappertutto, tutti standard, la maggior parte come Jon-Cat, con la pelle, gli occhi e i capelli bruni. Si mette il cappello, con voglia di ostentazione. La gente la guarda e le dispiace per loro, normali come sono. “Perché non si modificano?”, sussurra a Jon-Cat.

Lui alza le spalle. “Non gli va molto”.

La luce è forte, e manda ombre di ogni tipo sotto gli occhi e il naso di tutti, ombre dai bordi affilati. Prendono un carrello e Jon-Cat lo guida per i corridoi. I corridoi sono di diversi colori—gialli, blu, grigi, color ruggine—all’inizio è interessante, ma è tutto proprio uguale a parte i colori. Scuote le orecchie; spera di potersi togliere i tappi e sbadiglia, stanca per la noia.

Salgono delle scale fino a una porta, dove aspettano mentre il pavimento romba senza rumore, poi la porta si apre sulla pista, ma adesso sono vicino a un’enorme navetta nera con le ali mozze. È proprio grande. Non si era resa conto di quanto fosse grande la pista finchè non fu lì, sempre sentendoci poco, nella dolce ombra color carboncino della grossa navetta.

“La Febrin Dirac”, dice Jon-Cat con evidente orgoglio. Questa è la sua nave.

Non le piace. Non le piacciono le sue fiancate bruciacchiate, o il suono vuoto dei suoi piedi sul ponte tremolante. Non le piacciono la luce forte subito dopo l’entrata, l’enorme impalcatura in acciaio su cui camminano e il piccolo sedile aperto che li spinge verso l’appuntita prua dellla navetta. Si fermano alla fine e guardano dietro di loro l’ampio spazio per il carico, pieno a metà. La nave è piena di ombre e strani suoni, e trema costantemente sotto i piedi, vibrando dolcemente qualunque cosa lei tocchi. Le mani le si riempiono di una polvere grigia, diversa dalla polvere, color lavanda, del deserto. Polvere aliena. Il boccaporto che hanno usato è una luce che brilla come una stella.

Prende la mano di Jon-Cat e lui sorride, orgoglioso. Poi la porta nel quartieri dell’equipaggio, color ruggine. I quartieri sono pieni di spigoli, con luci brillanti come sotto il porto. Le voci si mischiano agli echi che vengono dalle pareti.

“Questo è il mio capoequipaggio, CC Cambri. Questa è Kistna-Kit”.

“Sei l’amica di Jon-Cat a Wheredau”, dice la donna. “Benvenuta a bordo.”

È questa è la donna che dovrà convincere? Scuote la testa, alla ricerca di qualcosa da dire; le viene in mente solo: “È proprio grande!”

CC Cambri ghigna e annuisce. “Vieni a vedere il resto”.

Ci sono i compagni di Jon-Cat; alcuni li conosce dal club, alcuni no, ma sono tutti standard, tutti quanti. Le dicono cosa fanno, un fruscio di parole senza senso, come se i tappi per le orecchie escludessero il significato insieme al suono. Jon-Cat è responsabile del sistema ambientale e assiste al timone, ma oggi stanno tutti caricando. Le danno una sedia, e li vede sistemare cavi per i grossi container squadrati, per poi operare le macchine che li sollevano e li spostano, facendoli ondeggiare come se fossero vuoti.

Lei prova a chiedere se può essere d’aiuto, ma Jon-Cat sorride e le dice di stare seduta a guardare. Si lanciano richiami incomprensibili, cantilenando cose come “Stress 4. Stress 5. Stress 4. Stress 4. Stress 5. Stress 6. Stress 7—blocca a tribordo, bloccalo! A tribordo! Stress 7, stress, 7, no, così basta, sta cadendo. Stress 6. Okay. A babordo. Bene così. Stress 5”. Jon-Cat, con le mani nei waldo, osserva concentrato, e fa piccole cose con le dita.

Cerca di sembrare interessata. È spaventata. E annoiata. Non sapeva che ci potesse essere qualcosa che allo stesso tempo la facesse sentire a disagio e la annoiasse. Si fa il più possibile piccola, le viene sonno per la tensione. CC Cambri controlla tutti i container, toccandoli con un disco che manda un sibilo dolce, “42 kilobar, a posto. In uscita: Alba Sitabkahayan”. Poi lo segna col clip sul suo monitor. Sembra molto piccola nell’ampia ombra della stiva.

Jon-Cat spiega a Kit che dopo il click devono trasferire tutto il materiale sull’Alba Sitabkahan, un’altra navetta da carico.

Kit aspetta prima di chiedere se può andare con loro, ma il momento non viene mai. Si chiede se sia rimasta seduta ad annoiarsi tutta una giornata per niente. Finalmente si fa tardi e si fermano, e arriva il turno successivo. Kit è stanca e sbadiglia, anche se non ha fatto nulla. È così riconoscente di poter andar via che è quasi felice di non aver avuto la possibilità di chiedere se può fare un volo.

“Vuoi far parte dell’equipaggio?” la stuzzica Jon-Cat.

Prima di poter mentire, le sue orecchie danno la risposta.

 

Kit cammina per il suo appartamento, cantando canzoni tristi, da locale pieno di fumo.

I know it’s time to say good-bye

That what we had was something fine

But wine is meant to savor once

And a man like you moves on…

Jon-Cat è al lavoro, caricando. Domani pomeriggio decollerà con la sua grossa nave, e allora click. Starà via per sei giorni, volerà e poi scaricherà. Click, click, via e poi ritorno. Kit decide di dare una pulita al suo appartamento ma si ritrova di malumore, a giocare con le stelle marine. Non danno luce di giorno.

È difficile concentrarsi al lavoro, ricordarsi di fare il sorriso dolce e aguzzare le orecchie. Prima dello spettacolo Cardamon le dice che forse è arrivato il momento di smettere di fare la ragazza fissa, e di iniziare a lavorare in più di un club. Non ci pensa nemmeno; l’idea di andare a chiedere lavoro basta a farla sentire stanca. Le si abbassano le orecchie. Le stupide orecchie.

“Che c’è, dolcissima? Ancora il portiere che ci prova?”

Kit alza le spalle e si avvolge la fascia intorno al petto.

Jon-Cat viene al secondo spettacolo, porta qualcuno dei suoi, cinque membri dell’equipaggio, il suo migliore amico Gamow e CC Cambri. Kit si sente triste, balla lento, canta canzoni fatue come piume, canzoni che parlano di amanti, di momenti di sonnolenza. Cardamon canta canzoni sagge e buffe che parlano di far l’amore facendo finta di parlare d’altro, di torte da mangiare e lavoro in ufficio, ma piene di doppi sensi. Kit si siede con Jon-Cat e pensa che forse non avrà un belbambino, forse è troppo giovane. Le fanno male i piedi.

Tutti le chiedono se le è piaciuta la Febrin Dirac. Gli dice quanto era grande. Le dicono storie su altre navi, navi più grandi. Sulle volte che si è srotolata la dimensione sbagliata e le navi sono scomparse.

“Com’è in un’altra dimensione?” chiede.

Alzano le spalle. Se qualcosa sta in un’altra dimensione per più di un istante scompare o torna ridotta in particelle. E sono poche a tornare. Alcuni di loro pensano che le altre dimensioni sono il posto dove si va quando si muore. Fantasmi nascosti in quelle curve strette.

Dopo lo spettacolo vanno in un locale e bevono ancora.

“Come siete finiti a imbarcarvi?” chiede Kit.

Jon-Cat si siede vicino a lei,, tenendole la mano, ascoltando quelli che dicono perché. Per soldi. Perché ci lavorava la madre. Il cugino. Perché vivevano vicinissimo al porto. Dicono storie su gente che conoscono che non avrebbe dovuto fare quel lavoro, discutono su come si chiamava la nave su cui si trovava questo, sul porto dov’era stazionato quell’altro. Kit vuole racconti; la Febrin Chandrasekhar, la Febrin Scherk, che differenza fa per il racconto su quale nave si trovassero? Le orecchie guizzano quando discutono, e sente i suoni e la musica del club.

Jon-Cat le paga da bere bene. Stanno tutti bevendo, o sono immersi nelle nebbie del joss.

“Se non foste stati portuali, cosa sareste?” chiede Kit.

Nessuno sa che dire. Alla fine, Gamow dice: “Forse lavorerei su una nave di linea”. È ubriaco e parla con molta attenzione.

CC scuote la testa. Lei è lenta e seria, come succede sotto joss. “Su una nave di linea sei sempre in un equipaggio, non è una scelta”.

“Saremmo tutti delle nullità per una grossa ditta”, dice Jon-Cat.

“Sarei dove si potesse viaggiare”, insiste Gamow.

CC, Jon-Cat e tutti gli altri fanno di sì. “Ricordate Hevri?”

“Con tutti quei cosi volanti?” dice Jon-Cat. “Kit, ti sarebbe piaciuto. Avevano ali enormi come aquiloni e avevano colori bellissimi. Era bello anche il gas in cui vivevano. Come si chiamavano?”

“Wheredau è così bello quando spunta”, dice Gamow. “Bello come !Qisa. Perché le sabbie viola sembrano come gli oceani di !Qisa”.

“Wheredau è bello, ma è sempre al tramonto”, dice CC. “Perché lo fanno sempre al tramonto? Se dovessi fare io un mondo, gli darei la luce del giorno ogni tanto”.

“Mi piace la luce”, Jon-Cat dice con aria difensiva.

“Vorrei viaggiare”, dice Kit, la mano sul mento. Vorrebbe proprio. Sarebbe interessante, vedere e dare un’occhiata. “Mi piacerebbe viaggiare con voi”. Non pensa nemmeno più al bambino. Pensa agli oceani. Non ha mai visto tanta acqua libera. “Dove andate voi, c’è l’acqua?”

Jon-Cat dice, “Porterò un’im”.

“Un’im non è la stessa cosa. Kit ne ha viste prima, vero?”

Kit alza le spalle. Ne hanno viste tutti. Non le guarda quelle sui posti stranieri. Più che altro guarda i serial. Ma ne ha vista qualcuna e le ha studiate a scuola, ovviamente.

“CC”, dice Gamow, “non potremmo portarla con noi? È un viaggio breve. La ditta non lo saprebbe mai”.

Sono tutti ubriachi, pensa Kit. Sembra un’osservazione giusta. CC pondera l’idea. “Certo”, dice infine, “ma perché no?”

Assonnato dopo altre tre ore, Jon-Cat è in attesa al cancello. Le tocca il dito col contatto del passi-porto, che poi si infila in tasca, e le fa strada nel porto. Coi tappi nelle orecchie. Il terreno trema tutto anche così presto la mattina. E sulle loro teste, nel cielo luminoso, Waht, il sole gigante bianco-azzurro, fa scorrere un maelstrom di energia stellare dentro il suo compagno, il buco nero.

“Hai le orecchie piene di sonno”, la stuzzica Jon-Cat, prendendole la mano.

È tutto corri-corri. Non le piace ma ha troppo sonno per mettersi a discutere. E comunque, qui è tutto gerarchia. E via che salgono nel rombo silenzioso della pista. Su per l’ascensore e attraverso lo scheletro metallico del passaggio. La nave attende, gravida col suo carico. Una volta dentro, Jon-Cat spinge la porta con la spalla. “Tieniti e stai qui. C’è un oblò. Non decolliamo prima dell’apogeo”.

È piccola—una cabina per due. La cuccetta in basso è disfatta. Fa presa coi piedi, si arrampica in cima e trova una cuccetta rifatta con cura, e uno scaffale pulitissimo affollato di cose che riconosce essere di Jon-Cat.

È come dice Jon-Cat, come si dice nello spettacolo, un lungo tempo di noia, poi il tremore, poi il peso, poi niente peso e poi normale un’altra volta. Così dorme ancora un po’.

Jon-Cat la sveglia e la porta in sala Navigazione dove le fa vedere il suo Wheredau, color ametista chiaro, in orbita circumpolare al di sopra della stella gigante bianca e blu col suo compagno il buco nero intrappolato nella sua coda. Spiega lui: “Il buco nero porta via materia dalla stella grande che poi gli ruota intorno. Rilascia una tremenda quantità di energia. Prendiamo quell’energia per forzare l’apertura di una dimensione arrotolata, la numero undici a esser precisi, la dimensione che usiamo noi, e rispuntiamo fuori vicino a Penzias. Poi trasferiamo il carico, atterriamo, prendiamo una spedizione per Wheredau, e torniamo”. Le mostra com’è fatto Penzias. È bianco-azzurro.

Poi le dice che si stanno preparando al click. Sotto di loro, la gigante bianca-azzurra lancia la sua roba stellare mentre vanno a spirale verso il suo compagno invisibile. La roba stellare gli brilla intorno mentre virano verso la singolarità. Non c’è niente da sentire, solo la luce. Jon-Cat guarda il contatore e le tiene la mano. “Pochi secondi”, dice.

Lei trattiene il respiro ma non c’è un salto. Come guardare le im. Adesso ci sono stelle diverse, e niente roba stellare. Non è nemmeno carino da vedere, come la stella bianca-azzurra con la lunga coda arrotolata. Stelle e basta.

Dov’è il blu che sembra velluto? Forse non è successo ancora. Guarda Jon-Cat.

Sorride e alza le spalle. “È tutto qua”.

Lei non sa che dire. Tutto qua? “Non è successo niente”, dice. “E tutte quelle cose che avete detto?”

“Certe volte, dopo”, dice lui, “è come se ti ricordassi qualcosa di più. Solo per un momento, così breve che non è davvero un ricordo. Ti ricordi di aver ricordato”.

“Io non mi ricordo niente”, dice petulante.

“Ti piacerà quando atterreremo”, promette lui. “Ti farò vedere Penzias. Ti divertirai”.

Lui ha un’aria così convincente e la spara così grossa che lei inizia a piangere. Ha gli occhi stretti, le orecchie piegate all’indietro.

“Kit”, dice lui, “Kit, che c’è? Avevamo speranze troppo grandi?”

Le parla come se fosse una bambina piccola che non ha ricevuto il regalino. Lei scuote la testa. “Pensavo che avrebbe fatto qualcosa”, dice. “Pensavo…sembra così stupido”.

“Dimmi”, dice lui.

“Pensavo che poteva…che poteva fare un razzavera”.

“Di che cosa stai parlando?”

Si sente di schifo. Le sembra una cosa stupida da dire a voce alta. Le orecchie le si piegano e si appiattiscono, dichiarando il suo imbarazzo. “Pensavo che passando per un click, poteva darmi una sistemata ai cromosomi. Mio padre era portuale e io sono razzavera”.

Lui non capisce.

“Sto pensando, forse, voglio un bambino”.

Lui impallidisce. “Che cosa?”, dice.

“Tante ragazze hanno già un bambino, ma ho paura per il ballocanto, di non trovare lavoro”, dice lei, le parole tutte corricorri. “Ma poi penso che è ora, mi capisci? Sono pronta. Così tu mi parli del click e mi metto a pensare a mio padre che è portuale—”

“Kit”, dice lui, “Non posso sposarmi. Voglio dire, mi piaci tanto, ma non starò a Wheredau per tanto tempo. E non ti ci vedo a bordo di una nave. Voglio dire, guarda come ti fa stare. E nemmeno ci conosciamo da così tanto tempo.”

Perché parlare di matrimonio? Lei è troppo giovane per sposarsi, ha Cardamon. Quello è certo. “Non voglio sposarmi”, dice.

“Non capisco”, dice lui.

“Voglio solo un razzavera”, singhiozza.

Ma ha smesso di abbracciarla e la guarda. Non è il suo dolce Jon-Cat. “Volevi usarmi per restare incinta?”

“Pensavi che saresti stato così buono, sei così buono e sei portuale e pensavo sarebbe venuto un razzavera, forse, mi capisci?”. Le orecchie le si aprono verso di lui, nella speranza di una comprensione.

“Me lo avresti detto?”, chiede.

Non ci aveva pensato per niente. “Certo”, dice.

“Ma non me lo avresti chiesto”, dice lui.

“Tu non hai detto niente di bambini”, dice lei. Gli uomini lo dicevano quando volevano parte di un bambino. Come faceva a saperlo? Non è pronta per un bambino in comune. Le donne hanno bambini in comune con gli uomini quando li conoscono da anni. “Ne vuoi uno?”, dice sottovoce.

“No!”, dice lui.

Sollievo. “Oh, meno male. Voglio dire, pensavo di no, e poi parti da Wheredau, capisci, così sarebbe difficile averlo  in comune”.

“Volevi un mio bambino ma non vuoi che io ci abbia niente a che fare?”

“Non è il tuo bambino”, dice lei. “Tu non lo vuoi um bambino”.

“Che progetti avevi per prenderti cura del nostro bambino?”

“Ci possiamo pensare io e Cardamon. Cardamon è mia zia fuori-parentela”. Cosa crede, che non sia responsabile? “Ho cose da parte. Ho un buon lavoro, c’è zia e sono abbastanza grande!”

Lui è furioso. Si rende conto troppo tardi della rabbia che lo consuma. Non capisce perché.

“Tu e una cantante da locale volevate crescere il mio bambino? Tu pensi che lascerei che mio figlio venisse cresciuto da una coppia di ragazze da bar?”

“Non un bambino in comune”, dice rassegnata. “Il mio bambino”.

“Ma il padre sarei io, giusto? E forse ti saresti ricordata di dirmelo e forse no, giusto? E io potrei trovarmi a non sapere mai che ho un bambino, giusto? Per che tipo di uomo mi prendi?”

“Non gridare!” dice lei.

“Non gridare! Tu pensavi di usarmi come stallone e mi dici di non gridare?” Sta tremando. L’avrebbe picchiata?

“Non c’è motivo di restare qua se gridi con me”, dice, e corre via da lui, senza meta per i corridoi finchè non trova quello coi letti dentro. Si arrampica sulla cuccetta in alto, tremando, in attesa che lui la trovi.

Aspetta, sentendosi in trappola.

Jon-Cat non viene a cercarla, e quella è la peggior delusione.

 

Kit è in sala mensa, con una tazza di cha. C’è CC Cambri e le orecchie di Kit dicono a tutto il mondo che sta male. Stupide orecchie. “Avete litigato tu e Jon-Cat?”, chiede CC Cambri.

Che può dire. Annuisce. Jon-Cat gliel’ha detto. Le sarebbe piaciuto di no, ma loro sono la sua famiglia. A Cardamon lo avrebbe detto.

“Ti va di parlare?”, dice CC.

Kit scuote la testa. Sono tutti portuali e saranno tutti dalla sua parte. Le piacerebbe poter parlare a Cardamon.

“Davvero vuoi che Jon-Cat sia il padre del bambino?”

Kit fa di sì.

“Perché?”

Kit alza gli occhi. CC Cambri ha un’aria di disapprovazione.

Kit non capisce. “Perché si è arrabbiato?” chiede Kit. “L’ho scelto perché è buono. È in salute. È gentile. Potrò guardare il bambino per il resto della sua vita e vedere il viso di Jon-Cat e sarò felice.”

“Ma Jon-Cat?”, chiede CC Cambri.

“Che cosa?”, dice Kit. “Non sapevo che volesse un bambino in comune. Non me l’ha detto”.

CC Cambri si siede; meglio così, perché non le piace guardare dal basso in alto. È tutto gerarchia quando devi alzare gli occhi. CC Cambri ha l’aria pensierosa. “Kit, per i portuali tutti i bambini sono bambini in comune”.

“Perché?”, chiede Kit. È stupido.

CC Cambri alza le spalle.

“Dai”, dice ancora Jon-Cat. Sono passate ore dal planetfall. Si è cacciata nella cuccetta per tutto il tempo, e adesso capisce cosa c’è di così orribile nell’essere in prigione.

“Non mi sento bene”, dice lei.

“Sei arrivata fin qui”, dice lui. “Non te lo devi perdere, anche se te lo meriteresti”.

Le dà una giacca, grossa nera e lucida, una cosa brutta, troppo grande di spalle e troppo corta di braccia, coi polsi che escono fuori. Cerca di essere brusca ma è eccitata.

Fuori l’aria è umida, umida sul viso e dentro il naso, e lei fa per proteggersi. Il vetro nero della pista, con le sue crepe a ragnatela, è scivoloso. Lo stanno lavando? Ci sono pozzanghere. Sta piovendo. “Sta piovendo”, dice. Non ha mai visto la pioggia. “Che brutto”, dice.

Jon-Cat ride. “Proprio così”.

Corrono per il campo, schizzandosi nelle pozzanghere, e l’acqua le macchia gli stivali. Nel sotterraneo il porto sembra Wheredau. Stessi colori, stesse piante. Forse è perché i portuali riescano sempre a sentirsi a casa.

Strano essere arrivata fin qui per vedere le solite cose.

Fuori dal porto, però, niente è lo stesso. Colline verdi in lontananza, coperte di velluto verde. È tutto piante, umide, luccicanti, che crescono dappertutto. C’è odore di fiori.

“Chi si prende cura di tutte le piante?”, chiede.

“Crescono e basta”, dice Jon-Cat. “Su questo pianeta crescono e basta, senza nessuno che se ne prenda cura. Ah, è la pioggia che le innaffia”.

“Piove sempre?”

“Piove un sacco”.

Salgono sul bus navetta. Ronzando, ondeggia e e le dà il voltastomaco, ma fuori ci sono palazzi bianchi e gialli, tutti bassi e pieni di curve. Sugli angoli e alle estremità, hanno facce dalla bocca aperta da cui spuntano lingue lunghe e strette fatte d’acqua piovana, color argento. Cascatelle. Da ogni palazzo.

“Che cosa ci fanno con tutta l’acqua?”, chiede.

Jon-Cat ride. “Non ci fanno niente”.

“Si può bere?”, chiede.

“Certo”. Jon-Cat dice.  “Ma quasi nessuno lo fa. Di solito si vuole un’acqua più pulita della pioggia”

Che non significa niente per lei. Ma non conta. Scendono dalla navetta e lui la porta ai negozi nel sotterraneo. Le luci sono brillanti, come essere sul palco. È pieno di uccelli rossi in gabbia, dalle piume lunghe. Le donne hanno tutte capelli stupendamente scolpiti, capelli da uccello e capelli metallici, alcuni con colori che non ha mai visto sui capelli, e si chiede se sono modificati, ma poi c’è il negozio di parrucche. Nel negozio ci sono tutte parrucche bianche. Capelli corti, capelli lunghi, capelli che si ammassano in forme favolose, capelli che lasciano spazio per spille e piume. E file di penne per cambiar colore. Colori da uccello, rossi, metallo, tutti i colori.

Jon-Cat la porta dentro e le  commesse fanno oooh e aaah per le sue orecchie. Una ragazza ha la pelle bruna e una luccicante criniera di capelli in giallo e ambra e strisce marrone scuro. Una ragazza ha una fantastica testa di capelli tutti elaboratamente intrecciati come vimini, ed è verde come le foglie. In testa ha un fiore e delle foglie.

Sarebbe meraviglioso avere capelli così per il ballocanto. Ma nessuno sa che fare per le  orecchie, anche se le ragazze si mettono sedute e cercano di farle mettere una parrucca. Sono attente a trovarne una che scenda giù sul davanti, dove sarebbero le orecchie normali, in modo che non sia ovvio che le sue non lo sono. È peggio del cappello, e la fa ridere; non ci sente e la parrucca bianco-argento (che sembra viola e blu in qualche punto) la trasforma in un’estranea.

Si dimentica di essere arrabbiata con Jon-Cat.

Vede una donna con un bambino in braccio. Se Jon-Cat non vuole un bambino, allora è un imbroglio cercare di averne uno da lui; ma Jon-Cat è portuale, e se ne andrà presto. Camminano oltre i negozi di materiali per il teatro, brillanti e illuminati, guardano gli uccelli scarlatti e color argento, e per tutto il tempo lei pensa al dolce bambino di Jon-Cat. Lui che se ne va via, strano pensare a quello. Le mancherà, ma quella brutta arrabbiatura l’ha spaventata e quando se ne sarà andato via non dovrà sentire la paura e la vergogna che prova quando gli sta vicino. Oh, non sa più se è bene avere un bambino con Jon-Cat, oppure no.

CC Cambri ha detto che tutti i portuali fanno solo bambini in comune. Che cosa difficile.

Fuori ha smesso di piovere ed è tornato il sole ed è troppo, troppo splendente. Con gli occhi duri, intenso, doloroso. Le orecchie si fanno piatte. Rientrano per prendere degli occhiali da sole; ma non avendo orecchie sui lati della testa non c’è modo di metterli, e finisce a tenerseli sul naso con la mano, con l’aria ovviamente sciocca. Stupide orecchie.

Se avesse un lavoro su una nave di lusso, come quella ragazza, Scherzo Livrey, si sentirebbe imbarazzata per le orecchie? Forse è per quello che ha avuto successo Scherzo Livrey, perché la pelliccia non è poi così diversa da questa gente. Ma le orecchie, qui in mezzo a questa gente coi capelli come fiori, le orecchie sono strane.

Jon-Cat la porta sulla navetta e poi scendono sul parco verde e vanno su per le pallide colline sabbiose e c’è il mare.

Oddio.

È come il deserto di sabbia ma è duro e luccica come vetro, col sole intenso. Si tiene gli occhiali da sole sul naso e rotea in alto gli occhi contro la dolorosa luce del sole, così forte che riesce quasi a sentire il bianco lamento della luce ma non riesce a fare a meno di guardare. Non ha niente a che fare col deserto perché il movimento del deserto è così lento, e qui, tutto in movimento. Il mare non sembra vivo, solo in perpetuo, stolido movimento. È meraviglioso.

Si siedono sulla spiaggia e Jon-Cat la bacia. “Mi dispiace”, dice. “Non sapevo che volessi un bambino. Ero solo sorpreso, tutto qua”.

Lei annuisce.

“Ma un bambino vuol dire molto per me”, dice. Se avessi un bambino, vorrei starci insieme”.

Lei annuisce come se fosse d’accordo. Tutto aperto, l’oceano. Anche qualcosa dentro di lei è aperto.

“Mi dispiace di averti chiamata ragazza da bar”, dice Jon-Cat. “Sei molto di più”.

“Tutto a posto”, dice Kit. Sta cercando di essere carino. Parole dolci da portuale, lo dicono sempre alle ragazze, ma il ballocanto è un lavoro duro. Non capisce. E anche quello è tutto a posto. Nemmeno lei capisce lui.

Stanno seduti, con la sabbia sulle gambe e l’oceano col suo azzurro, duro e soffice.

“Sei come una ragazzina, in tante cose”, dice Jon-Cat.

“No, per niente”, dice Kit. “Mi guadagno da vivere da sola. Sono abbastanza grande da avere un bambino se volessi”.

Gli occhi gli si fanno sottili.

“Non con te”, dice lei, arrabbiata con lui. “Ho un buon reddito. Sono una ragazza seria. Io e Cardamon stiamo così bene insieme, non sono una stupidina che passa da una cosa all’altra e non sa tenere le amicizie”.

“Okay”, dice lui, perplesso. Non capisce. Come se fosse una ragazza stupida, che va da una zia all’altra, senza sapere come trovare conforto. Ma lei e Cardamon stanno così bene insieme. Cardamon dice che Kit è sveglia e saggia. E lei vuol bene a Cardamon, la sua zia fuori-parentela. Il loro rapporto è forte e felice. Jon-Cat è dolce ma nessun ragazzo è importante come una famiglia zia-ragazza.

“Che cosa faremo quando torniamo insieme?”, dice Jon-Cat.

Potrebbe dire che faranno le stesse cose che facevano prima. Sarebbe facile. Ma si rende conto, con un po’ di paura, che non lo farà. Forse perché è un po’ arrabbiata con lui. “Non lo so”, dice.

Lui ha l’aria ferita. Voleva che dicesse cose consolanti, cose facili.

“Non lo so”, dice ancora, ansiosa ma anche meravigliata. Fa paura dire la verità. Ma è lei che dice la verità. Si sente più grande. Più forte.

Si stanno separando adesso. Per quanto dolce lui sia. “Saremo amici”, dice, ferma. Fa un respiro profondo. Sente rimorso, ma con una specie di senso di liberazione. Niente stringhe di cromolingua a collegarli. Niente legami fra loro. È una canzone diversa adesso, una canzone dolceamara. Ma è lei a cantarla.


Collegamenti

 

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