Gene Wolfe

la memoria, l'acqua, il sogno




Marcello Bonati


 

Nato il 7 maggio '31 a New York, si è poi però presto trasferito, con la famiglia, a Houston, dove si è laureato in ingegneria meccanica, al ritorno dalla guerra di Corea, nei primi anni '50.

Nel ’56 si sposa con Rosemary Dietsch, "…una ragazza che conosceva da quando avevano entrambi quattro anni…" (I. Asimov).

Ha poi lavorato diversi anni come ingegnere, pubblicando vari saggi tecnici su riviste specializzate, una delle quali ha anche diretto.

Presbiteriano, si convertì in età adulta al cattolicesimo.

Esordisce nel '51, col racconto "The Grave Secret", seguito da "The Case of the Vanishing Ghost", nei numeri di "The Commentator" di gennaio e novembre, poi antologizzati entrambi in "Young Wolfe", che non abbiamo a disposizione in traduzione (per una consultazione agevolata).

Verso gli inizi degli anni ’80 fece parte, con Algis Budrys, George R.R. Martin, Alex e Phyllis Eisenstein, Chuck Ott e E. Michael Blake (…due giovani scrittori di talento che da allora sono divenuti quasi esclusivamente drammaturghi, l’Autore), del "Windy Writers Club", nel quale gli autori si leggevano le loro prime prove letterarie.

Nell''84 diventa scrittore professionista.

Vive nei dintorni di Chicago, con la moglie e quattro figli, Roy Emerson II, Madaleine, Therese Georgeanne e Matthew Dietsch, dai quali hanno avuto una nipote, Rebecca "Becca" Marie Spizzirri.

 

È una delle figure di maggior spicco della Sf contemporanea: "…considerato da molti critici uno dei migliori scrittori di fantascienza e fantasy oggi in circolazione…se non addirittura il migliore in assoluto." (Jack Dann & Gardner Dozois); "…il miglior scrittore di fantascienza contemporaneo ed è considerato dai critici uno dei più grandi autori americani." (David G. Hartwell); "Gene Wolfe possiede l’inestimabile incomunicabile dono di intessere storie popolate di personaggi veri." (James Frenkel); "…considerato da una parte della critica americana il miglior scrittore di fantascienza vivente…" (Ugo Malaguti); e, in particolare, "I più bravi scrittori Sf e Fantasy di racconti brevi: i migliori dieci contemporanei" (The Best Short Sf and Fantasy of 2001: A Summation, 2002): http://www.intercom.publinet.it/2002/migliori.htm.

 

In questi primi anni pubblica pochissimo; nel '65 un racconto "The Dead Man", in "Sir", ottobre, poi anche in "Weird Tales", primavera ’88, e antologizzato in "Young Wolfe" e "Weird Tales: Seven Decades of Terror", a cura di John Betancourt e Robert Weinberg (Barnes & Noble, '97), in una versione revisionata; così come nel ’66, "Mountains Like Mice", "If", Maggio, poi antologizzato in "Young Wolfe"; quattro nel ’67, "Trip, Trap", in "Orbit" n. 2, a cura di Damon Knight (Berkley Medallion), poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", "Screen Test" e "Volksweapon", "Mike Shayne Mystery Magazine", luglio e settembre, poi antologizzati in "Young Wolfe", e "The Green Wall Said", "New Worlds", agosto, poi antologizzato in "Young Wolfe"; nel ’68 due, "The Changeling", "Orbit" n. 3 (G.P. Putnam's), poi antologizzato in "The Best from Orbit", a cura di Damon Knight (Berkley, ’75), "Gene Wolfe's Book of Days", "Castle of Days", e "Spec-Lit", a cura di Phyllis Eisenstein (Columbia College Chicago, ’97) e "House of Ancestors", "If", giugno, poi antologizzato in "Endangered Species"; e nel ’69, ancora un racconto, "Paul's Treehouse", "Orbit" n. 5 (G.P. Putnam's), poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days", e in "Castle of Days", tutti non disponibili in traduzione.

Nel ’70, poi, esplode, con una quantità incredibile di opere pubblicate.

Il suo primo romanzo "Operation Ares" (Berkley, contributi critici: non tradotti: recensioni di Paul Kincaid, "Vector", gennaio ’78, Phil Stephensen-Payne, "Paperback Parlour", ottobre ‘78) (ambientato in degli States del futuro asservisti alla legge marziale, in cui un movimento rivoluzionario in parte situato in una base marziana tenta di rovesciare il governo), i racconti "Car Sinister", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", gennaio, poi antologizzato in "Best Sf: 1970", a cura di Harry Harrison e Brian W. Aldiss (G.P. Putnam's, ’71), "Car Sinister", a cura di Robert Silverberg, Martin H. Greenberg e Joseph D. Olander (Avon, ’79), "Gene Wolfe's Book of Days", e in "Castle of Days", "How the Whip Came Back", "Orbit" n. 6 (G.P. Putnam's) , poi antologizzato in "Against Tomorrow", a cura di Robert Hoskins (Fawcett, ’79), "Gene Wolfe's Book of Days", "Oxford Book of Sf Stories", a cura di Tom Shippey (Oxford University Press, ’92), e in "Castle of Days", "Eyebem", "Orbit" n. 7 (G.P. Putnam's), poi antologizzato in "Themes in Science Fiction", a cura di Leo P. Kelley (McGraw-Hill, ’72), e "Endangered Species", "Remembrance to Come", "Orbit" n. 6 (G.P. Putnam's), "A Method Bit in "B"", "Orbit" n. 8 (G.P. Putnam's), "The HORARS of War", in "Nova" 1, a cura di Harry Harrison (Delacorte), poi (Robert Hale, ’76), poi antologizzato in "A Pocketful of Stars", a cura di Damon Knight (Doubleday, ’71), "Combat Sf", a cura di Gordon R. Dickson (Doubleday, ’75, Ace, ’81), "Plan[e]t Engineering", "Supertanks", a cura di Joe Haldeman, Martin H. Greenberg e Charles G. Waugh (Ace, ’87), e in "Endangered Species", "King Under the Mountain", "If", novembre/dicembre, "Morning-Glory", in "Alchemy and Academe", a cura di Anne McCaffrey (Doubleday), poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel", "Of Relays and Roses", "If", settembre/ottobre, poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days", "The Packerhaus Method", in "Infinity" 1, a cura di Robert Hoskins (Lancer), poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel", "Thou Spark of Blood", "If", aprile, e la prima parte del ciclo "Arcipelago", il romanzo breve "The Island of Doctor Death and Other Stories", "Orbit" n. 7 (G.P. Putnam's), poi antologizzato anche in "Nebula Award Stories 6", a cura di Clifford D. Simak (Doubleday, ’71), "Best from Orbit", a cura di Damon Knight (Berkley, ’75), "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", "The Road to Science Fiction" n. 4, a cura di James E. Gunn (Mentor, ‘82, White Wolf, '97), e in "The Wolfe Archipelago", che, tutti, non abbiamo a disposizione in traduzione, mentre "Sonya, Crane Wessleman e Kittee" (Sonya, Crane Wessleman and Kittee; in "Artigli e fusa" (Magicats!, '84), a cura di Jack Dann e Gardner Dozois, ed. Salani, ’93, © '84, by Jack Dann e Gardner Dozois, edizione originale: (Ace); 349 pagine, 14,46 €; traduzione di Bernardo Draghi; 7 pagine, © ’70, ’78, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "Orbit" n. 8, a cura di Damon Knight (G.P. Putnam's), poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel"; altri contributi critici: introduzione di Jack Dann e Gardner Dozois, pag.237) è la prima che possiamo leggere; strana storia, nella quale si dice di un uomo che compra compagnia, sessuale, in forma di un(a) umanoide ottenuto dall’ingegneria genetica: "…il plasma germinale potrebbe provenire da un gibbone o da un cane." (pag. 244); ma lo fa in maniera molto indiretta, attraverso il racconto di un’amicizia vera, raccontato da uno strano ("…prese un autobus. Voi e io l’avremmo chiamato elicottero…ma Sonya lo chiamava autobus, e…il conducente lo chiamava autobus e aveva la mentalità dell’autista di autobus, che non ha niente a che vedere con quella del pilota di elicottero." (pag. 242)) narratore del futuro; che si rivolge a dei lettori…futuri.

Del '71, ancora, un solo racconto, "Schiavi d'argento" (Slaves of Silver, in "Sherlock Holmes nel tempo e nello spazio" (Sherlock Holmes Through Time and Space, '84), a cura di Isaac Asimov, M.H. Greenberg e Charles G. Waugh, ed. Mondadori, ’90, edizione originale: (Bluejay); 331 pagine, 11,36 € (prezzo remainders 30,99 €); traduzione di Maura Arduini, originariamente apparso in "If", marzo/aprile, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", © '71, by UPD Publishing Co., pag. 245, 18 pagine)-racconto che, come gli altri dell’antologia che lo ospita, è un omaggio fantascientifico al personaggio di Sharlock Holmes; e nel quale Wolfe fa un discorso sul linguaggio; raccontando di robot liberati dall’aspetto più socialmente inquietante ("I robot vengono montati quando l’offerta di lavoro eccede la domanda. Al contrario, quando i cibercittadini in eccesso non riescono a mantenersi perché l’offerta di lavoro cala, sono loro stessi a presentarsi nel salone di noleggio, dove vengono disativati e conservati in attesa che ci sia di nuovo bisogno di loro." pag. 250), dice, infatti, del pensiero, e, quindi, del linguaggio cibernetico e…sharlokiano, della similarità fra i essi; quel dire, così freddo e, appunto, asettico, di tutti gli Sharlock Holmes.

Le opere che non abbiamo a disposizione in traduzione del '71 sono i racconti "The Blue Mouse", in "The Many Worlds of Science Fiction", a cura di Ben Bova (E.P. Dutton), poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days", "Sweet Forest Maid", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", luglio, poi antologizzato in "Endangered Species", "Three Million Square Miles", in "The Ruins of Earth", a cura di Thomas M. Disch (Putnam), poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days" e "The Toy Theater", in "Orbit" n. 9 (G.P. Putnam's), poi antologizzato in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories".

Del ’72, invece, abbiamo un romanzo breve, ed il primo romanzo, dallo stesso titolo.

-"La quinta testa di cerbero" (The Fifth Head of Cerberus, in "Robot" n.19, ed.Armenia, ’77, 159 pagine, 0,41 € (prezzo remainders: 4,13-5,16 €), pag.42, 53 pagine, illustrato da Giuseppe Festino, e in "L'uomo duplicato", "Grandi opere" n.31, ed.Nord, '97, 640 pagine, 18.08 €, nella traduzione di Roberta Rambelli, pag.547, 74 pagine, originariamente apparso in "Orbit" n. 10 (G.P. Putnam's), poi antologizzato anche in "The Fifth Head of Cerberus", "Best Sf of the Year 2", a cura di Terry Carr (Ballantine, ’73), "Nebula Award Stories 8", a cura di Isaac Asimov (Harper & Row, ’73), "The World Treasury of Science Fiction", a cura di David G. Hartwell (Little Brown, '89), e in "The Legend Book of Science Fiction", a cura di Gardner R. Dozois (Legend, '91), finalista (3°) premio Hugo ’73, finalista (2°) Nebula '72, finalista (3°), premio Locus '73; altri contributi critici: "Il desiderio di trascendenza", di Vittorio Curtoni, "Robot" n.19, ed.Armenia, '77, pag.2)-il romanzo breve che è poi confluito nel suo primo romanzo, per vedremo poi; ottimo, sia per contenuti che per stile, racconta, infatti, di un tentativo di eternarsi per mezzo della clonazione, su di un lontano, ed esotico, pianeta colonizzato dai terrestri.

E lo fa in un’ottima prosa, che ci fa sentire molto vive le abitudini, e la vita tutta, di quella società, divenuta, ormai, qualcosa di molto lontano anche culturalmente.

Ciò di cui si dice, è il passaggio di un’adolescente all’età adulta, cosa detta infinite volte, in letteratura, ma che, qui, assume un sapore totalmente nuovo, e decisamente intrigante.

La metaforizzazione è piuttosto abilmente criptata, ma abbastanza riconoscibile (dipende, ovviamente, dal livello di maturazione del lettore!!), e, il tutto, anche per l’aggiunta di una ripresa di uno stilema della letteratura fantastica, quello del disvelamernto della vera identità, ad un ragazzo, ha un notevole effetto straniante.

Senz’altro una delle cose migliori scritte dal Nostro.

-"La quinta testa di cerbero" (The Fifth Head of Cerberus, "Sf narrativa d'anticipazione" n.44, ed.Nord, ’84; 206 pagine, 15,49 €; traduzione di Roberta Rambelli, © '72, by Gene Wolfe; edizione originale: (Scribner's (Ace), poi (Tor/Orb, ’94), ("Sf Masterworks" n. 8, Orion/Millennium, '99), finalista (3°), premio Hugo '73, finalista premio Nebula '72, finalista (11°) premio Locus '73; altri contributi critici: "Gene Wolfe e il numero cinque", di Carlo Pagetti, pag.I°, recensione di Vittorio Catani, "THX 1138" n.2, '85, pag.75; non tradotti: recensioni di Pamela Sargent, "Vector", maggio ’73, Chris Bailey, "Paperback Inferno", agosto ’83, Steve Jeffery, "Vector", luglio ’99; "Confonding the Skin and the Mask: Gene Wolfe’s The Fifth Head of Cerberus and the Politics of Ambiguity", di Peter Wright, e l'articolo di risposta "Desanctifying Victor Trenchard: some notes on Peter Wright's "Confonding the Skin and the Mask""di Robert Borski: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/5hborski.htm, e una recensione di Robert Borski: http://www.ultan.co.uk/; che ha un sito esclusivamente dedicatovi: http://webpages.charter.net/rborski/)-il romanzo dallo stesso titolo di quello breve precedente, è, in realtà, semplicemente la raccolta di tre opere, una delle quali, appunto, quello, che hanno come fondale la stessa ambientazione.

Gli altri due, ""Una storia" di John V. Marsch" ("A Story" by John V. Marsch" e "V.R.T." (V.R.T.), non sono stati tradotti separatamente, e sono stati pubblicati originariamente come parti di questo; il primo è poi stato antologizzato in "Future Primitive: The New Ecotopias", a cura di Kim Stanley Robinson (Tor, ‘94).

Il romanzo breve omonimo, che apre il libro, è esattamente riportato come nella sua versione pubblicata a parte; solo, ho notato, nell’edizione di "Robot", molto antecedente, manca un’intera, lunga frase, che poi, invece, si ritrova in "L’uomo duplicato", e qui: "…e un volume sbrindellato di racconti di Vernon Vinge che doveva la sua presenza lì, a quanto sospetto, allo sbaglio di un bibliotecario morto da parecchio tempo che aveva scambiato per "Winge" la sbiadita scritta V sul dorso." (pag.6, 553 "L’uomo duplicato", 47 "Robot").

Il primo degli altri, un racconto lungo, è forse la parte migliore; è, infatti, il racconto, grandemente immaginifico, della vita sul pianeta gemello a quello su cui si svolge il primo, la vita di quegli aborigeni di cui si accenna nelle lezioni del clone, impartite da un robot, e nella figura enigmatica ed inquietante della zia, che pare sempre (e probabilmente è), qualcos’altro.

E che, qua, Wolfe ci fa vivere, per così dire, dall’interno, dalle vive voci, e passioni, di quegli alieni, e di uno spartuto gruppo di terrestri giunto là: "…di recente oppure molto, moltissimo tempo fa." (pag. 97), e che, ormai, è diventato qualcosa di assolutamente…diverso.

Dalla lettura certamente non facile, per il tentativo palese dell’autore di dire di un’alienità, appunto, molto netta, che lascia poco spazio a collegamenti col nostro vivere e sentire, risulta, se si riesce, come risulta facile, a farsi ammaliare dall’atmosfera…aliena che l’autore crea, molto piacevole, ed affascinante.

L’altro, invece, è in una forma particolarissima; infatti, parte da un "testo 1" di un burocrate del pianeta del primo che legge gli appunti, il diario e le bobine lasciate dall’antropologo che avevamo visto giungere al bordello (perché era un bordello, la casa nella quale il clone si muoveva!) in quello.

Antropologo di cui, quindi, leggiamo le avventure, alla ricerca degli aborigeni; e la prigionia; si, perché è, appunto, prigioniero, sospettato di essere una spia, ed un assassino, vittima della miopia di chi vede, in lui, null’altro che una pedina in un gioco di potere, e che non tiene in alcuna considerazione il suo lavoro.

Frammentario, perché il burocrate è un burocrate svogliato, e legge "lo scartafaccio" un po’ qua e un po’ là, saltando e tralasciando.

Le parti migliori, di questo, sono senz’altro quelle in cui si racconta del viaggio di tre anni alla ricerca dei mitici alieni, che sono, anche, le più consistenti.

Nel complesso risulta un’opera molto discontinua, ma di sicura validità, soprattutto per le innovazioni stilistiche, e di contenuto, che tenta.

Le opere del '72 che non abbiamo a disposizione in traduzione: i racconti "Against the Lafayette Escadrille", poi antologizzato anche in "Gene Wolfe's Book of Days""Castle of Days" e "Space Dogfights, a cura di Charles G. Waugh e Martin H. Greenberg (Ace, '92), premio "Nebula" ’72, miglior racconto breve, che con "Loco Parentis" e "Robot's Story" forma "Mathoms from the Time Closed", in "Again, Daungerous Visions", a cura di Harlan Ellison (Doubleday), "Beech Hill", in "Infinity" n. 3, a cura di Robert Hoskins (Lancer), poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", "The Headless Man", in "Universe 2", a cura di Terry Carr (Ace), poi antologizzato in "Endangered Species", "It's Very Clean", in "Generation", a cura di David Gerrold (Dell), poi antologizzato anche in "Cybersex", a cura di Richard Glyn Jones (Raven, '96), "Mathoms From the Time Closet", in "Again, Dangerous Visions", a cura di Harlan Ellison (Doubleday), in cui vi è, anche, un saggio omonimo, poi ristampato in "Again, Dangerous Visions, Book 1", a cura di Harlan Ellison (Pan, ’77), "The Recording", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", aprile, poi antologizzato in "100 Great Fantasy Short Short Stories", a cura di Isaac Asimov, Terry Carr e Martin H. Greenberg (Doubleday, '84) e in "Storeys from the Old Hotel", "Alien Stones", "Orbit" n. 11 (G.P. Putnam's), poi antologizzato in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories" e "Machines That Think", a cura di Isaac Asimov, Martin H. Greenberg e Patricia S. Warrick (Holt Rinehart & Winston, '84), e "Tarzan of the Grapes", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", giugno, poi antologizzato in "Mother Was a Lovely Beast", a cura di Philip J. Farmer (Chilton, ’74).

Del ’73 abbiamo disponibili in traduzione ben cinque opere, quattro racconti ed un romanzo breve.

-"Terrabella" (Beautyland, in "Nostalgia e altri rancori", "Nova Sf*" n. 16, ed. Perseo libri, ’89, 268 pagine, 15,49 €, traduzione di Stefano Carducci, © ’79, by the Author, originariamente apparso in "Saving Worlds", a cura di Roger Elwood e Virginia Kidd, (Doubleday), poi antologizzato anche in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days"; 6 pagine, pag. 93; altri contributi critici: "Nostalgia dell’invisibile", di Ugo Malaguti, pag.20)-racconto, per così dire, sul cinismo; in un futuro nel quale si deve andare in giro con la maschera dell’aria, per via dell’inquinamento, un miliardario acquista e preserva una valle incontaminata, per venderne il contenuto agli uomini affamati di natura, ma la cosa non funziona, e, per non perderci, brucia tutto; ciò è raccontato dal miliardario ad un uomo che l’ha salvato da uno…scippo di maschera, e si conclude con queste, appunto, ciniche parole: ""Credevo che ti potesse interessare come ho fatto i soldi". E io gli risposi che non me ne fregava niente, finchè lì ce n’erano." (pag.99), che completano il rancore che, appunto, lo permea tutto.

-"La befana" (La befana, in "Il meglio di "Galaxy"/2" (The Best from Galaxy, Volume II, ’74), "Tascabili" n. 34, ed. Mursia, ’80, edizione originale: (Award); 230 pagine, 1,81 €; prezzo remainders: 10,33-12,91 €; traduzione di Iole Luisa Rambelli, © '73, by UPD Publishing Co., originariamente apparso in "Galaxy", gennaio/febbraio '73, poi antologizzato anche in "Best Sf: 1973", a cura di Harry Harrison e Brian W. Aldiss (G.P. Putnam's, ’74), "The Year's Best Science Fiction No. 7", a cura di Harry Harrison e Brian W. Aldiss (Sphere, ’75), "To Follow a Star: Nine Science Fiction Stories About Christmas", a cura di Terry Carr (Thomas Nelson, ’77), "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", "Gene Wolfe's Book of Days", "Castle of Days" e "Christmas Stars", a cura di David G. Hartwell (Tor, '92); 6 pagine, pag. 223)-in cui si dice del Natale, e della Befana, come uno sbiadito ricordo, raccontato da una vecchia, su di un pianeta abitato da…licantropi: "Quando…ebbe finito di leccarsi il pelo per ripulirsi, ululò davanti alla porta…" (pag.223); "…contrasse le labbra sui doppi canini…" (pag.227).

-"Westwind" (Westwind, in "Il meglio di "If"/2" (The Best from If, Volume II, ’74), "Tascabili" n. 35, ed. Mursia, ’80, edizione originale: (Award); 266 pagine, 1,81 €; prezzo remainders: 10,33-12,91 €; traduzione di Iole Luisa Rambelli, © '73, by UPD Publishing Co., originariamente apparso in "Worlds of If", luglio/agosto '73, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel"; 10 pagine, pag. 93)-una specie di favola surreale un po’ kafkiana, in cui in un regno dai confini non altrimenti meglio definiti, dei sudditi si incontrano, in una notte di pioggia battente, in un locale, per cercare cibo e riparo per la notte; si è appena concluso un discorso del sovrano, e capiamo che Westwind è un misterioso e favoleggiato suo emissario: "Ma ama soprattutto Westwind." (pag.97). E che molti si ritengono esserlo, l’unico, Westwind, mentre, invece…

-"Un articolo sulla caccia" (An Article About Hunting, in "Alieni nella notte", "Nova Sf*" n.17, ed. Perseo libri, ’89, 267 pagine, 15,49 €; traduzione di Stefano Carducci, © '79, by the Author, originariamente apparso in "Saving Worlds", a cura di Roger Elwood e Virginia Kidd (Doubleday, ’73), poi antologizzato anche in "Gene Wolfe's Book of Days", e in "Castle of Days"; 12 pagine, pag.197; altri contributi critici: "Il presente prossimo venturo", di Ugo Malaguti, pag.195, "Riviste", di Fabrizio Frattari, "Algenib notizie" n.5, '90, pag.15)-in forma, appunto, di articolo, non contiene alcun elemento che lo possa connotare quale fantastico; è, infatti, semplicemente il resocondo della caccia ad un’orso che si mangia le mele di una coltivazione.

"…ci sarà qualcuno che mi comprerà questa roba?", si chiede l’articolista alla fine, ed, in effetti…

-"La morte del dottor Isola" (The Death of Doctor Island, in "Mostri, e altri fratelli", "Nova Sf*" n. 4, ed. Perseo libri, ’85, 272 pagine, 15,49 €; traduzione di Ugo Malaguti, © '73, by Terry Carr, originariamente apparso in "Universe" n. 3, a cura di Terry Carr, (Random House), poi antologizzato anche in "Best Sf of the Year 3", a cura di Terry Carr (Ballantine, ’74), "Nebula Award Stories 9", a cura di Kate Wilhelm (Harper & Row, ’74), "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", "The Wolfe Archipelago", "The Best from Universe", a cura di Terry Carr (Doubleday, '84), "The Science Fiction Hall of Fame, Volume IV", a cura di Terry Carr (Avon, ’86), "Fugue State/The Death of Doctor Island" (Tor Double, ’90), "Modern Classic Short Novels of Science Fiction", a cura di Gardner Dozois (St. Martin's, ’94) e in "Visions of Wonder", a cura di David G. Hartwell e Milton T. Wolf (Tor, '96), premio "Locus" '74; 60 pagine, pag. 25)-l’unica opera che abbiamo a disposizione del ciclo che, con ogni probabilità, può essere detto la parte più significativa dell’opera del Nostro, racconta di una sorta di planetoide artificiale sul quale vengono portati dei malati di mente, per essere sottoposti ad una terapia decisamente particolare; là, infatti, l’assistenza medica gli si manifesta attraverso ogni forma di vita, quel dottor Isola del titolo, appunto.

I degenti sono perfettamente consapevoli del perché si trovano dove si trovano, ma hanno una scarsa conoscenza del luogo in cui devono agire, e, ciò, fa si che ci sia una sorta di dubbio ontologico, per così dire, limitato, e che produce un effetto di straniamento decisamente piacevole, con trovate decisamente dickiane, come quella dell’uccisione di una scimmietta per vedere se, dentro, ci siano dei relè, o cos’altro, che possano condurli ad una comprensione del dove che li possa portare alla fuga.

Vi si insiste, forse, un po’ troppo su disquisizioni psicologico/filosofiche trattate, invece che lasciare al racconto la possibilità di dirle, cosa che riesce a fare egregiamente.

Ciò che poi si dice rimane alquanto enigmatico, forse per il semplice fatto che non sia un’idea ben definita, ma un’idea vaga, delle idee vaghe, appena percepite, che riescono, per cui, appunto, a poter essere dette, unicamente, attraverso la narrazione, e non la trattazione filosofica.

Le opere che non abbiamo a disposizione in traduzione del '73: i racconti "Continuing Westward", "Orbit" n. 12 (G.P. Putnam's), poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel" e in "A Separate Star", a cura di David Drake e Sandra Miesel (Baen, '89), "Going to the Beach", in "Showcase", a cura di Roger Elwood (Harper & Row), "Hour of Trust", in "Bad Moon Rising", a cura di Thomas M. Disch (Harper & Row), poi antologizzato in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", "How I Lost the Second World War and Helped Turn Back the German Invasion", "Analog" maggio, finalista (6°) premio Nebula '73, poi antologizzato in "The Best of Analog", a cura di Ben Bova (Baronet, ’78), "Gene Wolfe's Book of Days", "Castle of Days", "Roads Not Taken: Tales of Alternate History", a cura di Gardner Dozois e Stanley Schmidt (Ballantine Del Rey, ’98) e in "Knights of Madness: Further Comic Tales of Fantasy", a cura di Peter Haining (Souvenir Press, '98), "Feather Tigers", "Edge Fll", poi antologizzato in "Worlds Far and Near", a cura di Terry Carr (Thomas Nelson, '74) e in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories" e in "Norton Book of Sf", a cura di Ursula K. Le Guin e Brian Attebery (Norton, ’93) e "Peritonitis", in "Frontiers 1; Tomorrow's Alternatives", a cura di Roger Elwood (Macmillan, Collier, ’74), poi antologizzato anche in "Endangered Species".

In quell’anno concesse anche un’intervista, raccolta da Malcolm Edwards, pubblicata da "Vector", nel numero di maggio, ed apparve una sua lettera, intitolata "Aldiss", nel numero di maggio/giugno di quella rivista.

Del ’74 non abbiamo a disposizione in traduzione nessun’opera; quelle che non lo sono sono i racconti "Cues", in "The Far Side of Time", a cura di Roger Elwood (Dodd/Mead), poi antologizzato anche in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", "The Dark of the June", in "Continuum 1", a cura di Roger Elwood (Putnam), poi antologizzato anche in "Changes", a cura di Michael Bishop e Ian Watson (Ace, ’83) e in "Endangered Species", "The Death of Hyle", in "Continuum 2", a cura di Roger Elwood (Berkley/Putnams), poi antologizzato anche in "Endangered Species", "Forlsen" in "Orbit" n. 14 (Harper & Row), finalista (22°) al premio "Locus" ‘75, miglior novelette, poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days", "From the Notebook of Doctor Stein", in "Continuum 3", a cura di Roger Elwood (Berkley/Putnams), poi antologizzato anche in "Endangered Species", "Melting", in "Orbit" n. 15 (Harper & Row), poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days", e "The Rubber Bend", in "Universe 5", a cura di Terry Carr (Random House, Popular Library, ’76), poi antologizzato anche in "Plan[e]t Engineering"e in "Storeys from the Old Hotel".

In quell’anno pubblicò anche un saggio, "Three Views of Tolkien: The Tolkien Toll-Free Fifties Freeway to Mordor and Points Beyond Hurray!", in "Vector", primavera.

Del ’75 abbiamo "L'eroe come licantropo" (The Hero As Werewolfe, in "Domani andrà meglio", (The New Improved Sun, '75, a cura di Thomas M. Disch, "Fantapocket" n. 18, ed. Longanesi, ’77, originariamente apparsovi (Harper & Row), poi antologizzato anche in "Best Sf of the Year 5", a cura di Terry Carr (Ballantine, ’76), "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", "The Best of Omni Science Fiction, No. 6", a cura di Don Myrus (Omni, ’83), in volume, "Short story paperback" n. 40 (Pulphouse, '91), "Tomorrow Bites", a cura di Greg Cox e T.K.F. Weisskopf (Baen, '95), "Aliens Among Us", a cura di Jack Dann e Gardner Dozois (Ace, 2000), e in "Supermen: Tales of the Posthuman Future", a cura di Gardner Dozois (St. Martin's Griffin, 2002); 218 pagine, 0,77 € (prezzo remainders: 7.75 €); traduzione di Tullio Dobner; 18 pagine, pag. 193; altri contributi critici: premessa, di Thomas M. Disch, pag.189)-cupissima storia nella quale si racconta di licantropi futuri, che si muovono in un’utopia positivo/negativa, nella quale, se si commette un atto fuori dal sistema, voci computerizzate dicono cose come: "Sono spiacente di dovervi trattenere, ma c’è ragione di credere che abbiate di recente deviato dallo schema di sviluppo ottimale. Nel giro di qualche minuto arriverò personalmente per un consulto; mentre aspettate, potrà esservi utile riesaminare cosa si intende per "sviluppo ottimale"." (pag. 209).

E che sono licantropi nel senso che, come dicono loro stessi, nei discorsi fra di loro che lo compongono quasi per intero, sono diventati uccisori, e mangiatori di umani (ma "umani" si autodefiniscono loro stessi, ad un certo punto, con un’evidente intenzionale confusione con gli umani), per ataviche devianze "dal normale sviluppo dell’umanità", si potrebbe dire: "Perlopiù è stata colpa del diabete. Sapevano ripararlo, quello, ma se c’erano altre grane, lasciavano perdere. Naturalmente, finito tutto, non ci furono più medicine per quelli restati fuori, eh?" (pag. 204), che utilizzando quella che è una delle cause realistiche delle leggende dei licantropi, dei vampiri, et similia, fa intuire, sospettare, che, in quel futuro, sia successo qualcosa, e che non tutti si siano potuti…salvare; restando umani; ma è solamente un’ipotesi così, senza alcun’altro riscontro testuale.

E cupo lo è sia per ciò che dice, di queste miserie umane ridotte ad uccidere, per cibarsi, e restare in vita, e per come, lo dice; in un linguagggio che, usando modalità del quotidiano basso, riesce a riflettere molto bene ciò che vuol significare.

Al centro della trama, un matrimonio, un’unione di sangue fra due di questi…umani.

Le opere che non abbiamo a disposizione in traduzione del '75 sono il romanzo "Peace" (Tor), poi (Berkley, ’'82), (Chatto & Windus, ’85), (NEL, ’89), (Tor/Orb, ’95), finalista (5°), premio Ditmar (Australia) ’86; ve ne è un estratto in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days"; contributi critici: non tradotti: recensioni di Mary Gentle, "Vector", ottobre ’85, William M. Schuyler jr. e Damien Broderick ("Thoughts on Gene Wolfe’s "Peace""), in "The New York Review of Science Fiction", gennaio e marzo ‘96 (n. 91, pagg. 16-17, in cui c’è, anche, di William M. Schuyler, Jr., "Tentative and Incomplete Chronology of Gene Wolfe’s Peace", pag. 17)) (Non del tutto Sf, ma neanche del tutto mainstream. La migliore classificazione potrebbe essere "ghost story". È la storia di un uomo, raccontata in confusi flashback, e mostra tutto lo stile di Wolfe-racconti nei racconti, nascosti giochi di parole, un’incredibile abilità, e un forte comunicare, ma, misteriosamente, in prima persona), e i racconti "Silhouette", in "The New Atlantis and Other Novellas of S.f.", a cura di Robert Silverberg (Hawthorne, Warner, ’76), poi antologizzato anche in "Endangered Species", finalista (9°) al premio "Locus" ‘76, miglior novella, "Straw", "Galaxy", gennaio, poi antologizzato in "Another World", a cura di Gardner Dozois (Follett, ’77), "Mercenaries of Tomorrow", a cura di Poul Anderson, Martin H. Greenberg e Charles G. Waugh (Critic's Choise, '85), "101 Science Fiction Stories", a cura di Martin H. Greenberg, Charles G. Waugh e Jenny-Lynn Waugh (Avenel, '86), "Storeys from the Old Hotel", e in "Dogs of War", a cura di David Drake e Martin H. Greenberg (Warner Aspect, 2002), "Civis Lapvtvs Svm", in "Dystopian Visions", a cura di Roger Elwood (Prentice-Hall), poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel", "Thag", in "Continuum 4", a cura di Roger Elwood (Berkley/Putnams), poi antologizzato in "Endangered Species", e "Tracking Song", in "In the Wake of Man", a cura di Roger Elwood (Bobbs-Merril), poi antologizzato anche in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories".

Del ’76 abbiamo due racconti:

-"Il miracolo nei tuoi occhi" (The Eyeflash Miracles, in "Storie del pianeta azzurro", "Grandi opere" n. 13, ed. Nord, ’87; 795 pagine, 20,66 €; traduzione di Gianluigi Zuddas, originariamente apparso in "Future Power", a cura di Jack Dann e Gardner Dozois (Random House, '76), poi antologizzato anche in "Best Sf of the Year 6", a cura di Terry Carr (Holt, Rinehart & Winston, ’77) e in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", finalista (4°), premio Nubula '76, finalista (5°) premio "Locus" '77, miglior novella; 64 pagine, pag. 531; altri contributi critici: premessa di Sandro Pergameno, pag. 531)-nel quale si racconta, in un futuro nel quale l’automatizzazione ha cambiato totalmente la struttura sociale della società: "…totale ridistribuzione del lavoro, con il conseguente nomadismo, che creò il presente metodo d’identificazione basato sul disegno retinico…" (pag. 539), di un ragazzo cieco in quanto frutto di esperimenti genetici, che è, per ciò che abbiamo visto, una non-persona: "…credo che le sue retine siano state distrutte. Di conseguenza non esiste affatto…Socialmente non è reale…è stato privato del’esistenza." (pag. 533). E che fa miracoli.

Che sia ciò che abbiamo detto lo si scoprirà solo verso la conclusione, ma non è la cosa più rilevante, di esso.

Infatti, ciò che lo rende veramente buono, è l’alternarsi, nella narrazione, di parti reali e di parti oniriche, sempre, per così dire, sfumate, nel senso che i confini, fra di loro, non sono mai netti, ma sempre, appunto, imprecisi, indefiniti. In essi, il ragazzo, innanzitutto, ovviamente, vede, ma, soprattutto, vive esperienze fiabesche, nelle quali si possono trovare degli echi di favole classiche, come il mago di Oz e Pinocchio, non trasposte, solo echi, come possono essere nell’immaginazione di un ragazzino; che ne sono, senz’altro, la caratteristica peculiare.

Poi, c’è una sorta di gioco di prestigio, dell’autore, che fa slittare, per così dire, i piani di realtà, inserendo, per così dire, anche il livello 0, il lettore, fra di essi, portandolo, quindi, a doversi necessariamente confrontare col racconto.

La parte di spiegazione scientifica di ciò che si è letto è senz’altro la meno divertente, ma è condotta, anch’essa, in maniera tale da non risultare eccessivamente noiosa.

-"Tre dita" (Three Fingers, in "Nuove costellazioni" (New Constellations: An Anthology of Tomorrow's Mythologies), a cura di Thomas M. Disch e Charles Naylor (Harper & Row, ’76) "Robot" n. 32, ed. Armenia, ’78, © '76, by Thomas Disch e Charles Naylor, originalmente apparsovi, poi antologizzato anche in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", traduzione; 192 pagine, 0,67 € (prezzo remainders: 4,13-5,16 €; di Giorgio Pagliaro; 6 pagine, pag. 12)-un altro degli abbozzi del Nostro ambientati in un futuro dai contorni non ben definiti, e con una forte carica horror; qui abbiamo un ragazzino che vive smerciando merce rubata alla mafia, e la prima parte è il normale racconto di quella sua vita, ma poi, abbastanza repentinamente, il racconto vira verso quell’atmosfera surreale che abbiamo visto, ed il ragazzino si trova a sperimentare, appunto, una situazione in cui non vi è più assolutamente nulla che la possa rimandare a qualcosa di reale, ma vivendola come se fosse la più normale; nulla ci viene detto, e tutto, del fondale di ciò che leggiamo rimane insaputo; chi sono i loschi personaggi che giustiziano in uno stranissimo modo il protagonista? Alieni, forse, o simboli della sua paura di essere ucciso dalla mafia: "…un guanto rosso e bianco che aveva quattro/tre dita." (pag. 17).

Vi si ritrova il tema del licantropo: "…il lupo della vecchia Europa; il lupo che faceva a pezzi le guardie davanti al Palazzo d’Inverno di St. Peterburg. Il lupo che fu ucciso dall’invenzione delle armi a ripetizione come il grande dio Pan dall’avvento di Cristo. Il lupo che ora la gente sa che non è mai esistito, e si è dimenticata di tutte le sue storie. Il lupo che rubava i porcelli dalle aie delle fattorie a mezzogiorno e rapiva i bambini quando si avventuravano nella foresta." (pag. 16).

Le opere che non abbiamo a disposizione in traduzione del '76: il romanzo, "The Devil in the Forest" ((Ace, Tor), finalista (3°) premio Ditmar (Australia) ’86: contributi critici: "Late Night Thoughts on Reading Gene Wolfe’s The Fevil in the Forest", di Frank C. Betrand, in "Science Fiction: A Review of Speculative Literature" n. 7. 1, ’85, pagg. 12-14), fantasy storico, liberamente ispirato al racconto tradizionale natalizio "Good King Wenceslas", il racconto "When I Was Ming the Merciless", in "The Ides of Tomorrow", a cura di Terry Carr (Little, Brown), poi antologizzato anche in "Plan[e]t Engineering" e in "Endangered Species".

Del '77 non abbiamo a disposizione in traduzione nessun'opera; in quell'anno pubblicò tre racconti "Many Mansions" e "To the Dark Tower Came", entrambi in "Orbit" n. 19 (Harper & Row), il primo poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days" e in "Castle of Days", e l'altro in "Storeys from the Old Hotel", e "The Marvelous Brass Chessplaying Automaton", in "Universe 7", a cura di Terry Carr (Doubleday), poi antologizzato in "Pawn to Infinity", a cura di Fred Saberhagen e Joan Saberhagen (Ace, ’82), "Plan[e]t Engineering" e in "Storeys from the Old Hotel" e il saggio "The Bellman's Wonder Ring", in "Clarion Sf", a cura di Kate Wilhelm (Berkley Medallion), e la poesia "The Computer Iterates the Greater Trumps", "Speculative Poetry Review", poi antologizzata in "Plan[e]t Engineering", "Burning with a Vision", a cura di Robert Frazier (Owlswic, '84) e in "For Rosemary", premio Rhysling ‘78, miglior "long poem".

Del ’78 abbiamo "Sette notti americane" (Seven American Nights, in "Il colore del male" (The Dark Descend, ’87), a cura di David G. Hartwell, "Le grandi antologie dell'horror" n. 1, ed. Armenia, ’89, edizione originale: (Tor), edizione Gb: "The Dark Descend: A Fabulous Formless Darkness" (HarperCollins, '91); 833 pagine, 15,49 €; traduzione di Adria Tissoni, originariamente apparso in "Orbit" n. 20 (Harper & Row), poi antologizzato anche in "Best Sf Novellas of the Year 1", a cura di Terry Carr (Ballantine Del Rey, ’79), "Best Sf Stories of the Year: Eighth Annual Collection", a cura di Gardner Dozois (Dell, ’79), "Best Sf Stories of the Year (1978)", a cura di Gardner Dozois (Elsvier-Dutton, ’79), "Nebula Winners 14", a cura di Frederik Pohl (Harper & Row, ’80), "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories", "The Dark Descent", a cura di David G. Hartwell (Tor, ’87), "Sailing to Byzantium/Seven American Nights", (Tor Double, ’89), e in "Not the Only Planet: Science Fiction Travel Stories", a cura di Damien Broderick (Lonely Planet, Australia, '98), finalista (5°) premio Hugo ’79, finalista (2°) premio Nebula ’78, finalista (3°) premio "Locus" '79, miglior novella; 37 pagine, pag. 579; altri contributi critici: premessa di David G. Hartwell, pag. 579; non tradotti: "Self-Referentiality in Gene Wolfe’s "Seven American Nights"", di George Aichele jr., "Journal of the Fantastic in the Arts" (http://ebbs.english.vt.edu/iafa/jfa/jfa.html) n.3. 2, pagg. 34-37)-scritto nello stesso stile diaristico di "La quinta testa di cerbero", il romanzo breve, racconta del viaggio di studio di un iraniano in degli States nei quali è rimasta solo l’ombra dell’antica grandezza: "…aberrazione genetica che distrusse l’America di un tempo." (pag. 581); "…un tempo gli americani furono i migliori sulla terra per quanto riguarda la produzione di sostanze allucinogene. Le conoscenze acquisite permisero loro di creare i preparati chimici che in seguito li distrussero…" (pag. 582); un’America abitata, quindi, da mostri deformi, nella quale si aggirano topi giganti, e persone che hanno ormai perso gran parte della loro umanita: "…la carestia colpì il loro paese e venne osservata la nota ed irreversibile alterazione a carico delle strutture cromosomiche della razza umana, (e) alcuni di essi divennero antropofagi. (…) nel corpo degli esseri umani che mangiavano si era accumulata una (gran) quantità di sostanze innaturali…" (pag. 597).

La trama è sorretta dalla solita storia d’amore, che avrà una conclusione tragica, proprio a causa di queste alterazioni genetiche.

Lo stile diaristico, qui, è caratterizzato, oltre che da una sua sensibile caratterizzazione dovuta al fatto che a compilarlo sia un maomettano, dall’essere inserito in una cornice appena accennata, che lo racchiude e ne rivela l’essenza.

Ciò che vi si dice è l’importanza dell’olfatto nella comunicazione; e, indirettamente, della possibilità che il linguaggio complesso ha di comunicare significati…sottili.

Le opere che non abbiamo a disposizione in traduzione del '78: la conclusiva parte del ciclo "Arcipelago", "The Doctor of Death Island", in "Immortals", a cura di Jack Dann e Gardner Dozois, (Harper & Row), poi antologizzato anche in "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories" e "The Wolfe Archipelago", e il racconto "Our Neighbour by David Copperfield", in "Rooms of Paradise", a cura di Lee Harding (Quartet Books, Australia, St. Martin's, ’79), poi antologizzato anche in "Endangered Species", finalista (6°) al premio "Locus" '79, miglior novella.

Del ’79, invece, una sola, il racconto "Il segreto di Babbo Natale" (War Beneath the Tree, "Omni" n. 13, ed. Peruzzo, '82, traduzione di Antonio Bellomi, illustrata da D. Roller Wilson, pagine 90, 1,55 € (prezzo remainders, 5,16 €), pag. 56, poi, nella traduzione di Alex Baldo, col titolo "Guerra sotto l'albero", in "Un fantastico Natale. 31 Natali alieni", a cura di Marzio Tosello, ed. Mondadori, ’88; 413 pagine, 11,36 €; © '82, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "Omni", dicembre, poi antologizzato in "Best Sf Stories of the Year: Tenth Annual Collection", a cura di Gardner Dozois (E.P. Dutton, ‘81), "Gene Wolfe's Book of Days", "Best Science Fiction Stories of the Year (1980)", a cura di Gardner Dozois (E. P. Dutton, ’81), "The Omni Book of Science Fiction 3", a cura di Ellen Datlow (Zebra, '85), "Endangered Species", "Christmas on Ganymede and Other Stories", a cura di Martin H. Greenberg (Avon, '90), e in "Castle of Days", finalista (4°) premio Nebula '80, finalista (4°) premio Locus '80, (17°) '81, miglior racconto breve; 5 pagine, pag. 409)-in cui si racconta della magia della notte di Natale, vissuta da un bambino del futuro, i cui giocattoli sono robot parlanti, sofisticatissimi; e finisce con un…bambino del futuro: "Sai, presto avrai un nuovo fratellino." (pag. 413, ed. Mondadori)

Le opere che non abbiamo a disposizione in traduzione del '79: il racconto "The Woman Who Loved the Centaur Pholus", "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", dicembre, poi antologizzato in "Isaac Asimov's Science Fiction Anthology 4", a cura di George H. Scithers (Davis, ’80), "Bestiary!", a cura di Jack M. Dann e Gardner Dozois (Ace, '85), e in "Endangered Species".

Dell’’80 abbiamo tre racconti:

-"L'indagatore di sogni" (The Detective of Dreams, in "Nuove avventure nell'ignoto" (The Fantasy Hall of Fame, ’98), a cura di Robert Silverberg e Martin H. Greenberg, 2° parte (1° in "Avventure nell’ignoto", "Millemondi" n. 26, "Millemondi speciale estate 2000"), "Millemondi" n. 29, "Millemondi primavera 2001", ed. Mondadori, 2001, edizione origionale: (HarperPrism); 362 pagine, 5,11 €; traduzione di Gaetano Luigi Staffilano, © '80, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "Dark Forces", a cura di Kirby McCauley (Viking Press), poi antologizzato anche in "Plan[e]t Engineering", "Masterpieces of Fantasy and Enchantment", a cura di David G. Hartwell (SFBC, '88), "Endangered Species" e in "The Night Fantastic", a cura di Poul Anderson e Karen Anderson (Daw, '91), finalista (6°) premio "Locus" '81, miglior racconto breve; 18 pagine, pag. 191; altri contributi critici: premessa di Robert Silverberg, pag. 191)-racconto che si svolge in un’atmosfera un po’ kafkiana, in un paese e in un’epoca che ricordano alquanto quelli di "Il processo", dai confini incerti, indefiniti, e con personaggi che si chiamano, tutti, "Herr D***", "barone H***", ecc., e le città e le nazioni "I***" e "J***"; e nel quale si racconta una storia che va ben oltre i limiti della razionalità; un uomo, infatti, un investigatore, viene assoldato per scoprire…chi tormenta, nei sogni, alcune persone; e, il racconto, è composto, prevalentemente, dai racconti, di questi loro sogni, delle vittime.

Il finale, a sorpresa, è altamente perturbante, anche perché il senso, ciò che l’autore abbia voluto dire, rimane alquanto sfuocato: il Signore dei Sogni, si scopre, infatti, è niente di meno che Gesù Cristo.

-"Il padre adottato" (The Adopted Father, "Isaac Asimov-Rivista di fantascienza" n. 3, ed. Siad, novembre ’81, © '81, by Davis Publications, Inc.; 160 pagine, 1,03 €, prezzo remainders: 6,2 €; traduzione di Vittorio Curtoni, originariamente apparso in "Isaac Asimov's Sf Magazine", dicembre, poi antologizzato in "Gene Wolfe's Book of Days", e in "Castle of Days"; 9 pagine, pag. 101)-in cui si racconta, in un futuro: "…in cui cento milioni di persone vivevano del sussidio di disoccupazione e il costo del lavoro era…astronomico." (pag. 102), di un uomo che adotta un bambino che trova, solo, nel suo appartamento, la madre morta nel suo letto, con la paura di essere portato via; ma c’è molto altro, ancora una volta, non nitido; una richiesta di dati ad un ospedale su delle nascite, che sembra non essere attinente, una richiesta di…essere adottato, come padre, da dei bambini, e altro.

Ciò che vi si dice, comunque, è, nettamente, l’essere padre, il sentimento della paternità, direi quasi; con quest’uomo che afferma che oggi (testo 1): "…nessuno è più in grado di divertirsi." (pag. 109), ponendosi, così, sulla stessa lunghezza d’onda del bambino, eccetera.

Nel finale si ha un’impennata fantascientifica, che lascia intendere qualcosa: "…si portò alle labbra la scatola di fiammiferi…:…per il momento non mandate i raggi energetici a riprenderci….pistola a radiazioni…" (pag. 110).

-"Kevine Malone" (Kevin Malone, in "Top fantasy" (Top Fantasuy, ’85), a cura di Josh Pachter, ed. Reverdito, ’89, © ’85, by Josh Pachter e Loeb Uitgevers bv, Amsterdam, edizione originale (Dent); 352 pagine, 14,46 €; traduzione di Claudio De Nardi, © '80, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "New Terrors" n. 1, a cura di Ramsey Campbell (Pan, Pocket, ‘82), poi antologizzato anche in "The Year's Best Fantasy Stories: 7", a cura di Arthur W. Saha (Daw, ’81), "Omnibus of New Terror", a cura di Ramsey Campbell (Pan, '85), e "Endangered Species"; 11 pagine, pag. 327, con una presentazione dell’autore: "…ricordo tutti i sogni fatti durante il sonno." (pag. 327))-incerto fra il realistico ed il surreale, racconta una storia davvero originale, di una giovane coppia che, in difficoltà economiche, risponde ad un annuncio, e si trova a vivere un’esperienza, appunto, dai toni quasi surreali; per dei lunghi mesi, infatti, si trovano a vivere in una grande, ricchissima villa, serviti e riveriti, e munificamente foraggiati, senza che nessuno, di quegli incredibili servitori, voglia spiegar loro nulla; fino a che la loro curiosità non riesce più a trovare un’argine, e…rovinano tutto.

E non è certo l’alone di fantasmaticità che aleggia in quel padrone al fine scoperto, ma l’atmosfera nel quale si svolge tutto ad essere fantastica.

Le opere che non abbiamo a disposizione in traduzione dell''80: la raccolta "The Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories" (Timescape, Pocket), poi (Tor/Orb, '97), comprendente: "Alien Stones", "Cues", "The Death of Doctor Island" ("La morte del dottor Isola"), "The Doctor of Death Island", "The Eyeflash Miracles" ("Il miracolo nei tuoi occhi"), "Feather Tigers", "The Hero as Werwolf" ("L’eroe come licantropo"), "Hour of Trust", "The Island of Doctor Death and Other Stories", "La Befana" ("La befana") , "Seven American Nights" ("Sette notti americane"), "Three Fingers" ("Tre dita"), "The Toy Theater", e "Tracking Song", finalista (4°), premio Locus ’81; contributi critici: non tradotti: recensioni di Joseph Nicholas, "Paperback Inferno", ottobre ’80, Ray Owen, "Vector", febbraio ’82, Stephen M. Davis, in "Sf Site", ottobre ’97: http://www.sfsite.com/10a/deth18.htm, i racconti "A Criminal Proceeding", in "Interfaces", a cura di Ursula K. Le Guin e Virginia Kidd (Ace, 2 edizioni, una economica, $2.50, l’altra lusso, $5.95), poi antologizzato anche in "Plan[e]t Engineering" e in "Storeys from the Old Hotel", "The God and His Man", "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", febbraio, poi antologizzato in "Endangered Species" e in "Aliens and Ufo's", a cura di Cynthia Manson e Charles Ardai (Smithmark, '93), "In Looking-Glass Castle", in "TriQuarterly" n. 49, a cura di Elliott Anderson e Jonathan Brent (IL: Northwestern University), poi antologizzato anche in "Top Science Fiction", a cura di Josh Pachter (Dent, '84), "Plan[e]t Engineering" e in "Storeys from the Old Hotel", e "Suzanne Delage", in "Edges", a cura di Ursula K. Le Guin e Virginia Kidd (Pocket, ’80), poi antologizzato in "Endangered Species", ed i saggi "Helioscope", in "Empire: For the Sf Writer Win", poi antologizzato in "Castle of Days" e "The Profession of Science Fiction", "Foundation" n. 18, poi in "The Profession of Science Fiction", a cura di Maxim Jakubowski e Edward James (Macmillan Press, '92)

Ora ci discosteremo per un po’ dall’impostazione cronologica di questo nostro saggio, per seguire il ciclo per il quale il Nostro è maggiormente conosciuto, comunemente detto "del Nuovo Sole".

Esso è, sostanzialmente, il racconto simbolico di un percorso di crescita, dall’infanzia alla maturità, e, come vedremo, oltre.

L’autore conduce il lettore in questo viaggio per vie oscure, criptate, e, alla fine di ogni passaggio, si rivolge al suo pubblico in maniera direi inequivocabile: "Se non intendi proseguire insieme a me, lettore, non ti posso biasimare. Non è una strada facile" ("L’ombra del torturatore", pag. 256); "Se non desideri seguirmi oltre, lettore, non ti rimprovero", )"L’artiglio del conciliatore", pag. 254); "Se non desideri immergerti nella lotta al mio fianco, lettore, non ti biasimo", ("La spada del littore", pag. 266); e, alla fine di quello che si può poter dire il volume conclusivo del ciclo vero e proprio: "La mia penna si arresta…lettore, e tu non camminerai più oltre con me. È tempo che ciascuno di noi viva la propria vita." (pag. 278, "La cittadella dell’autarca").

Lo stile nel quale le vicende sono narrate è molto originale; vi si usa, infatti, un linguaggio assolutamente discostato da quello del quotidiano, che ha toni quasi aulici, e costruzioni del periodo spesso decisamente sovrabbondanti.

A volte, vi si usano termini davvero assolutamente fuori da ogni tipo di utilizzo, e, quindi, possibilità di fruizione, come "orpimento" (pag. 165 di "La cittadella dell’autarca"), che significa pigmento d’oro, derivato da un solfuro d’arsenico di colore giallo usato in congeria e in cosmetologia.

L’autore usa, anche, anche se non in maniera macroscopica, uno degli stilemi più tipici del romance, ovvero quello nell’attribuirsi il ruolo del traduttore di un qualche testo dalla connotazione, qui, mitica.

In questo ’80 ne appare infatti il primo volume, "L'ombra del torturatore" (The Shadow of the Torturer, "Fantacollana" n. 48, "Narrativa" n. 81, "Saghe e cicli" n. 44 (comprendente tutti e cinque i volumi), ed. Nord, '83, '97, ‘98, 257 pagine, 20,66 €, edizione per collezionisti, 12,38 €, 63,01 €, "Sperling paperback" n. 477, ed. Sperling & Kupfer, '98, 258 + VI pagine, 7,49 €; traduzione, per tutte le edizioni, di Viviana Viviani, © '80, by Gene Wolfe, edizione originale: (Simon & Schuster), poi (Timescape, '81), (Arrow, ’86), (Easton Press, ’90), (Legend, ’91), e antologizzato in "Shadow & Claw", con "L’artiglio…" e in "The Book of the New Sun"; premio Hugo, nominations Below Cutoff, ’81, World Fantasy ’81, finalista premio "Balrog" ’81, British Science Fiction Award ‘81, finalista John W. Campbell Memorial Award, ’81, finalista (2°) premio "Locus" ’81, miglior romanzo fantasy, finalista (4°) premio "Locus Best" (all-time) ’87, finalista premio Nebula ‘80, 6° fra i tascabili più venduti negli States nell'aprile '81; altri contributi critici: recensione di Gilberto Coletto, "The Dark Side" n. 1/'84, pag. 60, recensione di Franco Forte, "La spada spezzata" n. 8, '83, pag. 50, e (?) "Intercom" n. 49, '83; non tradotti: recensioni di Paul Kincaid, "Vector", giugno ’81, David Langford, "Paperback Inferno", agosto ’81, Orson Scott Card, in "Destinies", a cura di James Baen (Ace, ’80), Frank Catalano, "Amazing Science Fiction", gennaio ’83, Jim Steel, "Paperback Inferno", giugno ’91, "Gene Wolfe at the Lake of Birds", di Michael Andre-Driussi, "Foundation: the Review of Science Fiction" n. 66, primavera ’96, pagg. 5-12; per gli altri contributi critici sull’intero ciclo, vedi "The Book of the New Sun")-nel quale iniziano le vicende di Severian, apprendista Torturatore, nel mondo science-fantasy ideato da Wolfe, un futuro "…post-storico…" (pag. 257) in cui la Terra, allora detta Urth, distorsione di Earth, vive un secondo Medioevo, ma che, inevitabilmente, è un’epoca oscura nella quale permangono segni evidenti delle tecnologie di un passato nel quale l’Uomo era anche riuscito a spezzare la gabbia gravitazionale del pianeta, e nel quale si conosce per certa l’esistenza di alieni intelligenti, anche se non vi fanno mai comparsa.

Vicende che iniziano, appunto, dall’epoca nella quale Severerian era apprendista, e che hanno una prima, grossa rottura quando questi, per amore, tradisce le tradizioni della sua Corporazione.

Si, perché in quel medioevo futuro, ci sono numerose corporazioni, alcune grandi e potenti, altre quasi estinte, che, per molti, rappresentano l’intero scenario della propria vita, restando praticamente all’oscuro di ogni altro aspetto del mondo.

E, così, Severian, ha l’opportunità di, invece, andare per il mondo, e vedere, e vivere molto di altro, che, qui, si comincia a raccontare.

Lo svolgimento è lento, e le vicissitudini vengono narrate nei loro più piccoli dettagli; ad un certo punto si dice: "Non sono sicuro che sia necessario narrare quei momenti in maniera tanto dettagliata, perché forse sono importanti solo per me. Forse avrei fatto meglio a dire semplicemente: un ufficiale dei Septentrion mi sfidò a duello e il bottegaio mandò la sorella per aiutarmi a raccogliere il fiore velenoso. (riassulto delle precedenti dieci pagine!!, n.d.a.)…i ricordi di lui che vissero per qualche tempo nel sangue dei suoi successori a questo punto sono svaniti (commentando una cronaca di quel tipo, n.d..a.). Quindi anche il mio ricordo è destinato a svanire. (pagg. 129-30), in cui si dice, cioè, del fatto di come una narrazione non superficiale ma che vada a scovare, e dire, anche di particolari che potrebbero sembrare insignificanti, abbia una possibilità di comunicare un messaggio molto maggiore che una, appunto, superficiale.

Ma, nonostante ciò, ed il fatto che il testo sia disseminato di parole inventate appartenenti unicamente a quel mondo, la lettura risulta scorrevole, ed è notevole la capacità di tenere avvinta l’attenzione del lettore, cosa che si fa con giochi di prestigio letterari, uno dei quali quello di inserire proposizioni che sembrano assurde, ma che trovano una loro spiegazione subito, o quasi subito, dopo: "La loro posizione viene registrata, così che non sia più possibile ripescarli." (pag.163).

E scorre forte, con una densità notevole, che ha la sua ragione non ultima nel toccare, a più riprese, l’argomento sesso, che si sa…

Una delle scene meglio riuscite è senz’altro quella nella quale Severian deve recarsi dal Maestro dei Curatori, un vecchio bibliotecario ormai cieco, nella quale si trova questa frase che mi sembra degna di menzione: "Abbiamo un cubo di cristallo…grande meno della prima falange del tuo pollice che racchiude più opere dell’intera biblioteca. Sebbene una cortigiana potrebbe appenderselo all’orecchio come ornamento, in tutto il mondo non esistono volumi bastanti a eguagliarne il contenuto." (pag. 46); che non è scritta in un romanzo scritto oggi!!

Nell’’81 esce il secondo volume, "L'artiglio del conciliatore" (The Claw of the Conciliator, "Fantacollana" n. 51, "Narrativa" n. 87, "Saghe e cicli" n. 44 (comprendente tutti e cinque i volumi), ed. Nord, '83, '97, ’98, 258 pagine, 20,66, edizione per collezionisti, 12,39, 63,01 €, "Superbestseller" n. 508, ed. Sperling Paperback, '98, 270 pagine, 7,49 €; edizione originale: (Simon & Schuster); poi (Arrow, ’86), (Legend, ’91), (Easton Press, ‘93), e antologizzato in "Shadow & Claw", con "L’ombra…" e in "The Book of the New Sun"; ne è stato editto un estratto, ed. Simon & Schuster, marzo '81, poi antologizzato in "Nebula Award Stories 17", a cura di Joe W. Haldeman (Holt, Rinehart & Winston, '83); premio Nebula ’81, premio "Locus" ‘82, miglior romanzo fantasy, premio Sf Chronicle ’82, finalista premio Ditmar ‘82, finalista premio Hugo ‘82, finalista premio Mythopoeic ‘82, finalista premio World Fantasy ’82; ve ne è un estrato in "Nebula Award Stories 17", a cura di Joe Haldeman (Rinehart & Winston, ’83); altri contributi critici: recensione di Adalberto Cersosimo, "Sf...ere" n.4/'84 (33); non tradotti: recensioni di Frank Catalano, "Amazing Science Fiction", gennaio ’83, di Paul Kincaid, "Vector", agosto ’81, di Judith Hanna, "Paperback Inferno", giugno ’82, e di Jim Steel, "Paperback Inferno", giugno ‘91; per gli altri contributi critici sull’intero ciclo, vedi "The Book of the New Sun")-nel quale le vicende di Severian hanno un’impennata notevole, portandolo a muoversi in situazioni molto più movimentate che nel precedente, e dalla connotazione sempre più incerta, imprecisa.

Come abbiamo detto, questo ciclo è, sostanzialmente, la narrazione simbolica, resa per mezzo di enigmi, quasi, si potrebbe dire, di una crescita personale, di un fuoriuscire di un individuo, verso la maturazione; e, in questo, si ha, appunto, dopo l’abbandono della sacra dimora del primo, l’incerto affaccendarsi nel mondo, reso dalle traversie poco capite e molto subite che il protagonista sperimenta.

Moltissimi gli elementi di interesse; forse il più rilevante è il tornare, ben più marcato e netto, di un particolare che era stato accennato nell’altro: "…io sono uno dei perseguitati da quella che viene definita memoria perfetta….credo che dipenda da essa l’esistenza del mio racconto…Quando torno con la mia mente al passato…il passato si risveglia tanto perfettamente che mi sembra di rivivere quel giorno lontano, un giorno vecchio e nuovo, immutato tutte le volte che lo recupero, e le sue immagini sono tanto reali quanto me." (pag. 58-la sottolineatura è mia); che, invece, ha una nortevole rilevanza nel comprendere il Nostro; abbiamo visto quanto ci dice nell’introduzione a "Kevine Malone": "…ricordo tutti i sogni fatti durante il sonno." (pag. 327).

Il carattere onirico del suo raccontare è indubitabile; spesso sembra proprio di sentire uno che stia tentando di dire di un suo sogno; particolarmente vivido.

E sogni, nella trama, i cui confini col reale sono talmente labili che non si capisce dove finisca l’uno e cominci l’altro.

Qui, poi, c’è anche il ritorno di quanto abbiamo visto in "Westwind", col racconto di un sogno, più, un incubo, ricorrente.

E le gigantesse; figure appunto oniriche che, anche se non ne abbiamo fino ad ora parlato, si ritrovano frequentemente nella sua opere; ad iniziare da "Il miracolo nei tuoi occhi", nel quale leggiamo: "Qualcosa stava tambureggiando bam bam bam fra le colline dietro la casetta…Cercò di vedere cosa fosse ma erano ricoperte da una fitta nebbia…-Cos’è quel rumore?-domandò all’uomo di rame.

-Quella è la gigantessa-rispose lui-Non…riesci…a…vederla? …la nebbia si stava sollevando. Parte di essa però non si muoveva: non era nebbia, sembrava piuttosto una montagna. Ma quando si mosse non fu più una montagna, bensì un’immensa donna vestita di foschia, alta il doppio delle colline fra cui stava in piedi. Impugnava una scopa, e…un grosso topo grosso come la motrice di un treno sbucò da una caverna in una delle alture. Bam fu il rumore che fece la scopa della gigantessa; ma il topo la evitò infilandosi in un’altra caverna….La donna era sua madre, ma lui capì che non poteva riconoscerlo…che in qualche modo la nebbia e la necessità di schiacciare il topo la seperavano da lui." (pagg. 546-7).

Già in "L’ombra del torturatore" erano a più riprese apparse, in varie circostanze e in diversi ruoli, ma qui le si evidenziano notevolmente; ad un certo punto, quando il protagonista stà precipitando in un qualche, dei vari, abissi psichici nei quali, di volta in volta, cade, ecco: "Le gigantesse levarono braccia simili a tronchi di sicomori e ogni dito terminava in un artiglio amaranto. Improvvisamente, io che fino ad allora ero stato cieco, capii per quale motivo Abaia mi avesse mandato quel sogno e avesse cercato di arruolarmi nella grande, finale guerra di Urth." (pag. 59).

E, in altro punto, in uno dei tanti sogni (ancora) raccontati: "…mi trasformai…nella figura infantile che avevo visto in fondo al mare. Le donne gigantesche, lo avvertivo, non erano molto lontane. La mazza si avventò." (pag. 208), in cui l’ultima frase può ricordare, e forse avere qualche attinenza significativa, con la scopa della gigantessa del racconto.

Verso la fine, poi, in un capitolo particolarmente surreale, in un ripetersi, quasi, di una situazione drammatica vista all’inizio del primo, leggiamo: "Attraverso l’acqua un volto mi stava guardando, il volto di una donna che avrebbe potuto sollevare Baldanders come un giocattolo. I suoi occhi erano color porpora, la bocca aveva labbra carnose, di un cremisi tanto scuro che dapprima pensai che non fossero neppure labbra. In mezzo a esse stava un esercito di denti aguzzi: i tentacoli verdi che le contornavano il volto erano capelli fluttuanti." (pag. 223).

Potrà essere una chiave di lettura.

Un altro punto che mi è parso significativo è un dire del linguaggio come di un qualcosa che…porti fuori dalla condizione della Bestia; e, forse, non è secondario, in quanto il dire, del Nostro, dei Lupi, e delle belve oscure della notte, che gli abbiamo visto frequente, e che si ritrova anche in questo ciclo, è sicuramente rimarchevole: "A cosa mi serve il dono della parola se non a far sì che io maledica me stesso? Buona madre di tutte le bestie, levamelo. Vorrei tornare ad essere quello che ero e gridare senza parole fra le colline. La ragione stessa dimostra che il raziocinio non può apportare che dolore…come sarebbe più conveniente dimenticare ed essere felici!" (pag. 200).

E, poco oltre, forse centralissimo, nel dire della figura mitica del Conciliatore: "…alcuni sostengono che fosse poco più di un ragazzo; altri che non fosse un uomo…non un cacogeno (alieno, n.d.a.), ma…un’intelligenza rispetto alla quale la nostra realtà non è altro che un teatrino di carta….(ha) il potere di riconciliare l’umanità con l’universo e l’universo con l’umanità, risanando antiche fratture….Lo si può incontrare sotto forma di un animale capace di usare la lingua degli uomini." (pagg. 216-7-la sottolineatura è mia).

E, poi, l’elemento alieni, che, qui è più calcato: "…animale…portato dalle stelle molto tempo fa…mangia le carogne…e dopo essersi nutrito di carne umana, per un certo tempo è in grado di capire il linguaggio e i costumi degli uomini. L’alzabo analettico si prepara con l’estratto di una ghiandola prelevata dal collo dell’animale." (pag. 74); "…il senso dello scorrere del tempo sia stato smussato dai rapporti con intelligenze che hanno subito o superato il paradosso einsteniano." (pag. 258), e in altri punti, anche non del tutto irrilevanti per la trama.

Per concludere, una curiosità, ma che ha la sua importanza; in un passo si dice, parlando di Thecla, la donna per l’amore della quale Severian rompe la sua fedeltà ai Torturatori: "Ero insieme a lei, e correvo in riva all’Acis quando eravamo bambini." (pag. 82), che, sebbene si tratti di una delle (tante) scene semi-oniriche che abbiamo detto, è significativo perche Thecla non aveva potuto giocare con lui, da piccola, cosa che, invece, è della moglie dell’autore.

Il terzo volume esce in quello stesso ’81, "La spada del littore" (The Sword of the Lictor, "Fantacollana" n. 53, "Narrativa" n. 95, "Saghe e cicli" n. 44 (comprendente tutti e cinque i volumi), ed. Nord, '84, '97, ‘98, 269 pagine, 20,66, edizione per collezionisti, 12,39, 63,01 €, "Superbestseller" n. 521, ed. Sperling Paperback, '99, 288 pagine, 7,49 €, traduzioni di Annarita Guarnieri, © '81, by Gene Wolfe, edizione originale: (Timescape), poi (Pocket, ’86), (Arrow, ’86), (Legend, ’91), e antologizzato in "Sword & Citadel", con "La cittadella dell’autarca", e in "The Book of the New Sun"; finalista British Science Fiction ‘82, finalista premio Balrog ‘83, premio British Fantasy ‘83, finalista World Fantasy ’83, finalista premio Nebula '82, premio Locus '83, miglior romanzo fantasy, premio Science Fiction Chronicles '83, finalista Hugo '83, 1° fra i rilegati più venduti negli States nel febbraio '82; altri contributi critici: non tradotti: recensione di Paul Kincaid, "Vector", giugno ’82, Frank Catalano, "Amazing", gennaio ’83, Judith Hanna, "Paperback Inferno", febbraio ’83, Jim Steel, "Paperback Inferno", febbraio ‘92; per gli altri contributi critici sull’intero ciclo, vedi "The Book of the New Sun")-qui, quel percorso di crescita interiore, umana, che abbiamo detto essere questo ciclo, giunge alla maturità, alla morte delle illusioni vissuta come fuoriuscita, superamento: "Severian, l’apprendista che ero stato, il giovane uomo…era scomparso. Ma non era morto….Non era morto, ma era svanito, così come una singola nota svanisce per non riapparire mai più quando diviene un’indistinguibile ed inseparabile parte di qualche melodia." (pagg. 208-9).

Morte vissuta, quindi, come necessaria per giungere ad uno stadio superiore di consapevolezza, nel quale, dal quale, vedere, e sentire, le illusioni del precedente come tali.

Questo, che è il nucleo concettuale, si esplica, nella trama, con un percepirsi, del protagonista, responsabile; responsabile come, nei precedenti, non era mai stato, e non ne aveva neanche, giustamente, avuto la possibilità; responsabilità morale, prevalentemente, nei confronti dei propri simili più deboli, bambini, donne, vecchi; forse l’episodio nel quale meglio si esprime ciò è quello, che è, anche, quello decisamente meglio riuscito, nel quale, dopo aver assistito allo sterminio di una famiglia che gli aveva dato ospitalità, si prende cura del bambino, unico scampato, come un padre, il padre del quale il piccolo ha bisogno: "Quando a qualcuno muore il padre, se ne deve trovare uno nuovo, se è una persona giovane come te. E sono io." (pag. 122).

Molti anche qui, come abbiamo avuto modo di capire, i motivi d’interesse; uno, per così dire, di trama, che aiuta un po’ il lettore ad ambientarsi nel mondo di questo ciclo; si spiega, infatti, un po’ meglio dove sia: "Nei tempi antichi…la terra di Urth era viva, e gli spostamenti del suo cuore vivo facevano eruttare le pianure come fontane e talvolta spalancavano di notte il mare fra isole che fino al precedente tramonto erano state un unico continente. Ora si dice che quel cuore sia morto e si stia raffreddando e riducendo all’interno del suo involucro di pietra…che si sia mummificato nell’aria immota e secca." (pagg. 91-2); "Il mondo si stà fermando come un orologio." (pag. 144); "…l’attività del sole diminuita…Il calore del sole diminuì di quasi due parti su mille nel giro di pochi anni, poi si stabilizzò. (pag. 184).

Gli altri sono…il vero voler dire, di questo, come degli altri libri; spunti densi, come abbiamo detto, su di uno solo dei quali si potrebbe scrivere un’intero romanzo maeistream, e che, invece, qui…

Un dire della distanza fra finzione e realtà, perquanto ambiguo, come quasi tutto quanto vi viene detto: "Ho notato che in libri come il mio (uno che aveva preso alla sua Thecla, n.d.a.), non sembra verificarsi mai questo tipo di posizione di stallo; gli autori sono tanto ansiosi di far procedere le loro storie…che non inseriscono mai simili incomprensioni né rifiuti di trattative… Nella vita non è così." (pag. 22); "Nei libri…queste cose avvengono convenzionalmente, per mezzo di fieri discorsi, ma la realtà delle cose a volte è differente." (pag. 223).

Così come lo è anche il seguente passaggio, anche se in maniera più sottile, e, forse, più significativa: "…vidi quel disegno come un insetto può vedere la superficie di un ritratto su cui sta strisciando….ma, sebbene mi arrestassi parecchie volte e mi sforzassi di capire cosa poteva essere rappresentato…non vi riuscii mai. Forse quel disegno rappresentava ciascuna di quelle cose, o forse nessuna, a seconda della posizione da cui lo si osservava e della predisposizione mentale dell’osservatore." (pag. 94); evidente parafrasi di quell’ambiguità che abbiamo detto, che avvolge tutto questo ciclo, e, se per questo, l’intera produzione del Nostro; i sogni significano quello che significano, e possono voler dire tutto, o nulla.

E, significativo, mi è parso anche quest’altro, in cui si da una definizione dell’Uomo non nuova, ma detta in maniera nuova: "…l’unica creatura vivente che uccidesse tutti e chiunque quando veniva ucciso uno della sua specie….il Pancreatore (Dio, altrove definito l’Increato, n.d.a.) gli aveva dato Urth e lui aveva rifiutato il dono." (pag. 134).

Ad un certo punto, poi, c’è un’osservazione esistenzialista nella quale il nichilismo è sfumato in un’aura quasi magica, poetica: "Mi sembra che il tempo sia una cosa che si erge altrettanto solida quanto una successione di pali di ferro, con il suo alternarsi interminabile degli anni; e noi fluttuiamo oltre…durante il nostro viaggio verso un mare da cui torneremo solo sotto forma di pioggia." (pag. 176).

E alla quale penso si possa abbinare quest’altra, sulla funzione dell’arte: "…l’assorbimento da parte del mondo materiale dei pensieri e degli atti di esseri umani che, per quanto non più vivi, hanno lasciato in quel mondo materiale, con attività che noi possiamo definire opere d’arte, sia che fossero edifici, canzoni, battaglie o esplorazioni, un’impronta tale che per qualche tempo dopo la loro scomparsa si può dire che il mondo prolunghi la loro vita.""(pag. 194).

Vi è, anche, anche se un po’ criptato, un ennesimo dire del profondo oscuro dell’Uomo; i lupi mannari…: "…esistono certi animali domestici molto più selvaggi e malvagi…nonostante comprendano il linguaggio dell’uomo e riescano talvolta a pronunciare qualche parola. Così (come) esiste una vena selvaggia molto più profonda negli uomini e nelle donne i cui antenati hanno vissuto nelle città fin dagli albori dell’umanità." (pag. 11).

Infine, mi ha colpito anche un’osservazione che, però, non sono riuscito a capir bene: "…un giorno, magari a causa di un colpo in testa, o magari senza alcun motivo determinato, la mia ragione e la mia immaginazione si scambieranno di posto…proprio come due amici che tutti i giorni vanno a sedersi sulla stessa panchina in un giardino pubblico, ed un giorno decidono di scambiarsi di posto, giusto per amor di novità." (pagg. 202-3); che potrebbe voler dire di una modalità di risolvere il dilemma ragione/sentimento; una modalità soft, per così dire, e che, quindi, potrebbe voler dire dello scrivere stesso; e che ricorda il clone protagonista di "La quinta testa di cerbero", che si sedeva su di una panchina in giardino pubblico con la sua spasimante, e, quindi, la contrapposizione, invece, apollineo/dionisiaco, uomo/donna; ma non saprei.

Il quarto volume esce nell’83, "La cittadella dell'autarca" (The Citadel of the Autarch, "Fantacollana" n. 55, "Narrativa" n. 102, "Saghe e cicli" n. 44 (comprendente tutti e cinque i volumi), ed. Nord, '84, '98, ’98, 281 pagine, 20,66, edizione per collezionisti, 12,39, 63,01 €, "Superbestseller" n. 746, ed. Sperling Paperback, '99, 288 pagine, 7,49 €, traduzioni di Annarita Guarnieri, © '82, by Gene Wolfe, edizione originale: (Timescape), poi (Arrow, ’86), (Legend, ’91), e antologizzato in "Sword & Citadel", con "La spada del littore", e in "The Book of the New Sun"; finalista Nebula '83, finalista premio Balrog ‘83, finalista premio British Science Fiction ‘83, finalista premio Sf Chronicle ’83, finalista (2°), premio Locus '83, miglior romanzo fantasy, finalista (17°), premio Locus '84, miglior romanzo Sf, finalista Science Fiction Chronicles Award '84, premio John W. Campbell Memorial ’84, premio Apollo ’85; altri contributi critici: recensione di Tullio Bologna, "Sf...ere" n. 40, '86, non tradotte, recensioni di Frank Catalano, "Amazing", gennaio ’83, di Paul Kincaid, "Vector", giugno ’83, e di Jim Steel, "Paperback Inferno", febbraio ’92, "Thinking about the Mandragora in Wolfe’s Citadel", di Robert Borski, "New York Review of Science Fiction" n. 131, luglio ’99, pagg. 16-18; per gli altri contributi critici sull’intero ciclo, vedi "The Book of the New Sun")-col quale si conclude la parte, per così dire, classica di questo ciclo, che, infatti, per alcuni anni, terminava qui.

E nel quale, nel processo di crescita interiore che abbiamo detto, si ha un netto salto, in quanto vi si simbolizza ciò che, dopo essere diventati adulti, si può fare di ulteriore, ma che non certo tutti fanno; fare qualcosa di eccezionale, diventare, qualcosa di eccezionale.

Qui, il protagonista, l’apprendista Torturatore, diviene Autarca, la massima carica politica di Urth.

Come ciò sia possibile, e come avvenga, lo lascio a chi non l’avesse ancor letto, anche perché, come al solito, molte sono le cose che si possono dire, di quest’opera, senza dover dire nulla della trama.

O quasi; infatti, all’inizio, l’autore dissemina vari riferimenti a Nessus, la Città da cui era partito, e nella quale, qui, farà ritorno.

Quel dire dei cacogeni, gli alieni, che abbiamo visto molto più intenso nel precedente, qui assume una consistenza ancor maggiore, ed aumenta in qualità, in chiarezza, se così si può dire di qualcosa di questo ciclo, così enigmatico e criptico come abbiamo ormai imparato essere.

Infatti, ve ne si riesce a definire molto meglio la natura, e gli scopi, cosa che, assieme ad un dire, anche qui, maggiore della natura per così dire ontologica di Urth, rende il tutto più…chiaro : "…il sole…si ridurrà di dimensioni dando meno energia ai suoi mondi. Alla fine, se qualcuno dovesse venire a stare fermo sul ghiaccio, lo vedrebbe solo come una stella luminosa… E così rimarrà per moltissimo tempo, forse fino alla fine del giorno universale… In quell’epoca, molta della tua gente sarà già andata via… Coloro che chiamate cacogeni li avranno pietosamente trasportati su mondi più ospitali. Molti altri partiranno prima della finale vittoria del ghiaccio." (pagg. 112-3); "Vodalus (una sorta di bandito che ha una notevole importanza per la trama, e che, appunto, ha come scopo quello di sovvertire la situazione politica di Urth per riportare l’umanità alle stelle, n.d.a.) ed il suo sogno di un impero rinnovato… Gli uomini di Urth, che salpano fra le stelle, che balzano da galassia a galassia, i signori delle figlie del sole…abbiamo portato con noi tutte le antiche guerre di Urth, e ne abbiamo scatenate di nuove sotto soli giovani." (pagg. 178-9).

Le altre, ancora una volta, sono osservazioni marginali, ma che, come ho già detto, sono alcune delle moltissime cose che vi vengono dette realmente; innanzitutto c’è un passaggio molto chiaro su quel lupo, la parte primordiale che ogniuno di noi porta in sé: "Ogni persona…è come una pianta: c’è una splendida parte verde, spesso dotata di fiori o di frutti, che cresce verso l’alto in direzione del sole, verso l’Increato. C’è anche una parte oscura, che cresce lontano da essa, sprofondando là dove la luce non arriva…l’esistenza del bene e del male in ogniuno di noi." (pag. 48).

Ad un certo punto, poi, c’è un passaggio nel quale si richiama una cosa che era stata detta in "L’ombra del torturatore", dell’arrovellarsi di Severian sulla natura premonitiva dei sogni, sulle sue, per così dire, possibilità di interagire con la veglia…e vicevera: "Era l’incubo che avevo avuto parecchi mesi prima, quando dividevo il letto con Baldanders, anche se nel mio sogno mi trovavo sul dorso della creatura. Non avrei saputo dire da cosa dipendesse quella differenza fra sogno e realtà." (pag. 183); col Tempo come grande incognita; e penso che, questo, sia piuttosto importante.

Vi è anche una nota, per così dire, ecologica, che dice, anche se nella forma criptica dell’opera, della solita distruttività di cui siamo capaci: "La scienza sterile del passato…non ha portato null’altro che all’esaurimento del pianeta ed alla distruzione delle sue razze. Era fondata sul semplice desiderio di sfruttare le energie grezze e le sostanze materiali dell’universo, senza alcuna considerazione per le loro attrazioni, le loro antipatie e gli eventuali destini." (pag. 187).

Per finire, vi si dice molto sullo scrivere, a cominciare da questa osservazione che sembra quasi avvalorare il nostro ritenere che la trama sia secondaria anche a queste piccole cose che vi vengono dette: "…non devi giudicare dal contenuto delle storie ma dal modo in cui ciascuna di esse è stata narrata." (pag. 59); e, poi, quest’altra, nella quale si afferma che, per l’umanità, l’elevarsi dal turbinio tumultuoso ed innafferrabile che lo circonda sia possibile solamente, realmente, per mezzo dell’opera d’arte: "…fra tutte le cose buone che ci sono al mondo, le uniche che l’umanità possa reclamare per se stessa (sono, n.d.a.; siano) le storie e la musica; il resto, pietà, bellezza, sonno; acqua, pulita e cibo caldo…sono tutte opere dell’Increato. Pertanto, le storie sono effettivamente cose davvero piccole nello schema dell'universo, ma è difficile non amare di più ciò che è nostro…" (pag. 72); fino a quest’ultima, quasi fantacommerciale: "…può darsi che tutti i miei vagabondaggi non siano stati altro che un’invenzione dei librai per procurarsi clienti…" (pag. 238).

Il romanzo conclusivo di questo primo ciclo di questa serie, "Urth del nuovo sole" (The Urth of the New Sun, ’87, "Narrativa" n. 115, "Saghe e cicli" n. 44 (comprendente tutti e cinque i volumi), ed. Nord, '98, traduzione di Gianluigi Zuddas, © '87, by Gene Wolfe, edizione originale: Gb: (Gollancz/Futura, '87); States: (Tor, '87), poi (Orbit, ’88), (Tor, ‘88), (SFBC, ’88), (Tor/Orb, '97); premio Sf Chronicle ’88, finalista premio Hugo ’88, finalista premio Nebula '88, finalista (3°) premio Locus '88, miglior romanzo Sf; 341 pagine, 13,43, 63,01 €; altri contributi critici: "Nota introduttiva", di Piergiorgio Nicolazzini, pag. I°; non tradotti: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 319, n. 8, vol. 20, agosto '87, Paul Kincaid e Martyn Taylor, "Vector", aprile ’88, Stephen M. Davis, "Sf Site", gennaio ‘98: http://www.sfsite.com/01a/urth24.htm; per gli altri contributi critici sull’intero ciclo, vedi "The Book of the New Sun")-come abbiamo detto venne molto dopo gli altri, e, per l’edizione italiana, poi, questa attesa fù ancor più lunga.

Nicolazzini, nella breve introduzione, dice, fra l’altro, che questo può essere letto anche come opera a sé stante, cosa che, però, mi pare decisamente in contraddizione, e meno vera di un’altra, che vi si dice, del fatto che, qui, si vadano a chiarire molti misteri rimasti insoluti nei precedenti.

Comunque; il romanzo parte, per così dire, in medias res, con il nostro Severian a bordo di un’astronave dai connotati alquanto misteriosi, e sulla quale succedono delle cose davvero ben oltre i limiti del credibile: "Tu sai com’è fatta la nave?"-…-Nessuno ne ha la minima idea, suppongo. Tutti hanno ipotesi che si comunicano a vicenda, ma alla fine viene sempre fuori che sono sbagliate." (pag. 24); "…navi come questa, ammesso che ce ne siano davvero altre…" (pag. 31).

Cosa che va avanti per un bel po’, sfidando la pazienza e la costanza del lettore, sospinto ad ogni a lasciare l’impresa.

Ma il cammino, ora, è più arduo, e, quindi, si vuole far proseguire solamente chi sia veramente interessato, una sorta di rinforzo di quanto si era detto in quei passaggi finali che abbiamo visto.

Poi, abbastanza bruscamente, il tono, ed il ritmo, cambiano, per tornare a quelli a cui ci eravamo abituati; ma per raccontare vicende che, ormai, hanno molto del trascendente, del mitico, direi quasi.

Infatti, qui, prevalentemente, si dice, appunto, del Nuovo Sole, di quella catastrofe/mutamento da millenni profetizzata, e pensata in mille maniere.

Il finale avrà un carattere mitico esasperato, e non potrebbe essere altrimenti, vista la materia trattata.

Ci sono alcuni collegamenti al precedente, uno temporale: "Ora il tempo trascorso è un secolo, o forse più. Chi può dirlo?" (pag. 8); si dice all’inizio, ma che rimane un’indicazione sfumata come tutto, in questo ciclo; e un riferirsi ad una cosa detta nell’appendice "del tradutore" a quello, del confondersi, di Severian, fra la navigazione acquatica e quella stellare: "…mi domandai cosa fosse a far volare la nave in quel modo, più veloce della notte, quando le sue vele erano ammainate e non poteva essere spinta avanti dalla luce." (pag. 105).

Ha proposito di questa nebulosità che si respira in tutta l’opera, qui ci sono un paio di chiarimenti; l’autore, dopo aver raccontato un bel po’ di accadimenti come abbiamo detto davvero incredibili, sembra rendersi forse conto di avere un pochino esagerato, e si rivolge così al lettore: "Se voi che forse un giorno leggerete queste parole avete conservato un minimo di rispetto per me, nonostante le follie che ho appena narrato, ora perderete anche quello…" (pag. 103).

E, verso la fine, ad un certo punto, dice una cosa che, forse, può essere illuminante sul senso che il Nostro ha voluto veicolare con tutto questo dire di avvenimenti incredibili: "…se fossi stato un appassionato di enigmi e misteri (e non lo ero) lì ce n’erano da levarsene la voglia per sempre." (pag. 332-la sottolineatura è mia).

Fra le cose che vi si dicono; un paio sullo scrivere, o, più in generale, il comunicare: "Ogni rumore che noi troviamo lo plasmiamo, cancellando le parti di esso non necessarie, e con ciò che ne resta diamo voce ai nostri pensieri" (pag. 132), nel dire degli Hierogrammati, "…coloro che registrano le scritture dell’Increato." (pag. 131). E "I linguaggi degli uomini sono più antichi delle terre ora sommerse, e mi sembra strano che in tutto questo tempo non siano stati trovati nomi anche per le pause fra le parole, che hanno ciascuna le sue particolari qualità, diverse come la loro lunghezza." (pag. 297), un passo che mi è parso davvero molto bello.

Quell’essere un cammino di crescita, del ciclo vero e proprio, qui viene solamente accennato all’inizio: "…l’orgoglioso fardello dell’età adulta era ricaduto sulle mie spalle e avevo saputo di non essere più un ragazzo." (pag. 7); non penso che la trascendenza che qui il protagonista vive possa essere considerata un ulteriore passo su quel cammino.

Vi si dice, ancora, e a più riprese, delle Gigantesse: "Idas…era stata una gigantessa…" (pag. 56); "La figura di una gigantessa alata apparve…vidi la gigantessa spalancare quelle ali bianche…"Le mie dimensioni sono un espediente…Io preferisco che i membri dell’equipaggio mi credano molto alta, affinchè non capiscano quanto spesso mi mescolo a loro. Ma ormai tu sai troppe cose di me per lasciarti imbrogliare così, e inoltre non meriti d’essere imbrogliato. È più conveniente se ora siamo di dimensioni compatibili"….la gigantessa alata…scomparve come una fiamma che si spegne." (pagg. 161-2-3), questo particolarmente significativo, in quanto, finalmente, pare che questa figura ossessiva ed incombente riesca ad assumere dei connotati umani, di qualcuno col quale poter rapportarsi; "Sieur, un altro gigante –Un altro gigante?…Una donna, Autarca! Una donna nuda!… Il corpo di guardia sta scortando qui la gigantessa in questione…La sua carne sembrava una massa così molle da potersi staccare dalle ossa per il suo stesso peso. Aveva mammelle grosse come barili, pendule e deformate senza il sostegno dell’acqua (la gigantessa in questione è un’ondina, creatura d’acqua, n.d.a.). Io fui certo che nessuno sarebbe mai riuscito a trasportarla nel fiume, e che se fosse morta lì nell’Hypogeum Amaranthine sarebbero occorsi cento uomini per smembrare il suo corpo e altri cento per scavare la fossa in cui seppellerlo." (pagg. 277-281-2), nel finale, quando il Nuovo Sole ha già cominciato a distruggere Urth; e "…vidi l’ondina poderosa come un kraken e grande quanto un vascello passare rapida alla superficie e sparire via fra turbini di luce dorata." (pag. 310), quando ormai la distruzione è avvenuta.

C’è, anche, quasi un omaggio alle regole della vecchia Sf, una spiegazione scientifica del fenomeno del Nuovo Sole, ammantata, come vediamo, da superstizioni ed ignoranza: "…un buco nero. Quando la materia diventa superdensa nell’universo sopra di noi, essa esplode nel nostro. Noi vediamo un fiorire di movimenti e di energia, e parliamo di una fontana bianca. Ciò che questa profetessa chiama Nuovo Sole è una fontana di questo genere. Il nostro sole ha nel suo cuore un buco nero. Per riempirlo, è stata portata attraverso il vuoto e per millenni una fontana bianca. Essa ruota mentre vola, e il suo movimento emette onde di gravità." (pag. 275); ciò che gli uomini di Urth, di ciò, riuscivano a dirsi.

Penso che sia giusto concludere con questo passaggio, nel quale penso sia riposto il senso dell’opera, per quanto rimanga indubbiamente oscuro: "Se il nuovo deve nascere, il vecchio va spazzato via." (pag. 280), nel quale penso si esprima il desiderio di oblio, cancellazione, di colui che troppo ricorda; i sogni.

Per concludere questo nostro commento a questo ciclo, mi pare che la cosa che emerga sia questo desiderio di oblio, la possibilità di raggiungere il limite oltre il quale l’impossibilità di non ricordare sia, per poter essere; dire, e pensare (sperimentare), molto (troppo), di talmente favoloso da poter oltrepassare il limite, da levarsene la voglia per sempre.

"A cosa mi serve il dono della parola se non a far sì che io maledica me stesso? Buona madre di tutte le bestie, levamelo. Vorrei tornare ad essere quello che ero e gridare senza parole fra le colline. La ragione stessa dimostra che il raziocinio non può apportare che dolore…come sarebbe più conveniente dimenticare ed essere felici!" ("L'artiglio del conciliatore", la sottolineatura è mia).

E la risposta del Nostro al dilemma dell’Uomo, fra ragione sentimento, stà forse proprio in quello scambiarsi di posto fra la ragione e l’immaginazione ("…un giorno, magari a causa di un colpo in testa, o magari senza alcun motivo determinato, la mia ragione e la mia immaginazione si scambieranno di posto…proprio come due amici che tutti i giorni vanno a sedersi sulla stessa panchina in un giardino pubblico, ed un giorno decidono di scambiarsi di posto, giusto per amor di novità." ("La spada del littore").

Lo scrivere come mezzo per far giungere gli altri a quel punto, e, quindi, darsi, per rendersi, come abbiamo visto, immortali.

Riprendendo, ora, la nostra impostazione cronologica, abbiamo da dire che nell’’81 uscirono anche, non ancora disponibili in traduzione, la seconda antologia del Nostro, "Gene Wolfe's Book of Days" (Doubleday, Arrow, ’85), poi antologizzata in "Castle of Days", comprendente: un’introduzione dell’autore e i racconti "The Adopted Father" ("Il padre adottato"), "Against the Lafayette Escadrille", "An Article About Hunting" ("Un articolo sulla caccia"), "Beautyland" ("Terrabella"), "The Blue Mouse", "Car Sinister", "The Changeling", "Forlesen", "How I Lost the Second World War and Helped Turn Back the German Invasion", "How the Whip Came Back", "La Befana" ("La befana"), "Many Mansions", "Melting", "Of Relays and Roses", "Paul's Treehouse", "Three Million Square Miles", "The War Beneath the Tree" ("Il segreto di Babbo Natale"), "St. Brandon", un estratto da "Peace", finalista (2°), premio Locus ’82, contributi critici: non tradotti: recensione di K.V. Bailey, "Paperback Inferno", febbraio ’86, e i racconti "The Tale of the Student and His Son", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", ottobre, "The Woman the Unicorn Loved", "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", giugno, poi antolgizzato in "Best Sf of the Year 11", a cura di Terry Carr (Timescape, '82), "Unicorns!", a cura di Jack Dann e Gardner Dozois (Ace, ’82), "Isaac Asimov's Wonders of the World (Anthology #6)", a cura di Kathleen Moloney e Shawna McCarthy (Davis, ’82) e in "Endangered Species", finalista premio Hugo ‘82, finalista (6°) premio Locus ‘82, miglior short stories, e "A Cabin on the Coast", in "Zu den Sternen", a cura di Peter Wilfert (Goldmann Verlag, Germania), poi in "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", febbraio, poi antologizzato in "Nebula Awards 20", a cura di George Zebrowski (Harcount Brace Jovanovich, ’85), "The Year's Best Science Fiction: Second Annual Collection", a cura di Gardner Dozois (Bluejay, ’85), "The Year's Best Fantasy Stories: 11", a cura di Arthur W. Saha (Daw, '85), "Endangered Species", "Little People!", a cura di Jack M. Dann e Gardner R. Dozois (Ace, '91) e in "Modern Classics of Fantasy", a cura di Gardner Dozois (St. Martin's, ’97).

Dell’’82 abbiamo a disposizione in traduzione un solo racconto, "L'ultima sensazionale storia del brivido" (The Last Thrilling Wonder Story, in "Isaac Asimov Science Fiction Magazine" n. 12, ed. Phoenix, ’95, 160 pagine, 3,36 €, prezzo remainders 6 €; traduzione di Barbara Corradi, originariamente apparso in "Isaac Asimov's Sf Magazine", giugno, poi antologizzato in "Endangered Species"; 22 pagine, pag. 89), sullo scrivere, e, in particolare, sugli effetti psicologici che ciò ha sullo scrittore; infatti, vi si racconta di un eroe tipo fumetti ("Une e novanta, centodieci chili, capelli rossi ricci, faccia rozza ma onesta, pugni come…spaccamarciapiedi." (pag. 89), che vive un’avventura stereotipata dopo…averne parlato con…Gene Wolfe.

A più riprese c’è questo dialogo autore/personaggio, nel quale emerge la volontà del secondo di essere una persona reale, e l’irrisione dell’altro a questa sua pretesa: "Non possono sentirmi. Sono dall’altra parte della pagina." (pag. 94); "Non c’è alcun Dio per te, Brick, e il tuo Diavolo non è stato creato da nessuno. Sono stato io che l’ho creato e sperdito da te. E se ancora vuoi avere un Dio, non me ne importa niente." (pag. 102); "Brick, non potrai mai essere reale. Non nello stesso modo in cui lo sono io. Quando il racconto terminerà tu rimarrai abbandonato sulla pagina." (pagg. 110).

Penso che, sicuramente, a tutti voi sia venuto in mente il nome di un altro grande della Sf; infatti la dickianità del racconto penso sia assolutamente indubitabile, così come impossibile non pensare ai suoi vari personaggi alla disperata ricerca di un’identità vera, primi fra tutti i replicanti di "Do Androids Dream…"; ed il finale, aperto, nel quale si ha una sorta di dubbio sul reale, lo conferma, anche se, ciò che vi si dice è, appunto, l’effetto psicologico che ha lo scrivere sull’autore: "Forse ha già avuto la sensazione di avermi avuto seduto di fianco al cinema, di avermi visto che le facevo un cenno di saluto alla partita di baseball, di aver udito la mia voce dietro qualche angolo di strada." (pag. 110).

E, qui, Wolfe, da par suo, ci mette anche il suo saper raccontare, che riesce a rendere avvincente ed intrigante perfino la storiella scialba, e stereotipata, che fa vivere al suo eroe.

E c’è, al di fuori di tutto questo discorso, una frase, buttata lì da uno dei personaggi, assolutamente ininerente, che spicca vivace proprio a ragione di ciò, e che rimane, come al solito, anche assolutamente…oscura: "Lui l’ha fatto con me…Quando ero ancora una bambina. All’incirca una volta alla settimana per un anno. Alla fine, la mamma lo scoprì e lo fece smettere. Non sono riuscita a perdonarlo. Speravo che…Ma ancora non ci riesco…Credo che non ci riuscirò mai." (pag. 104).

Nell''82 uscirono anche, di non tradotti, "The Castle of the Otter: A Book about the Book of the New Sun" (Ziesing Brothers), raccolta di saggi concernenti "Il libro del nuovo sole", nel quale, fra l'altro una bibliografia e un lessico, poi antologizzata in "Castle of Days" (contributi critici: recensioni di Robert Coulson, "Amazing", settembre ‘83, e di Algis Budrys, "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", gennaio ’84), i racconti "Cherry Jubilee", "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", gennaio, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", "Folia's Story: The Armiger's Daughter", "Amazing", novembre e "Last Day", in "Speculations", a cura di Isaac Asimov e Alice Laurance (Houghton Mifflin), poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel" e il saggio "How Science Will Conquer the World for Fantasy", "Fantasy Newsletter" n. 46, poi antologizzato in "Castle of Days".

Anche dell’’83 abbiamo solamente un racconto disponibile in traduzione, "Il gatto" (The Cat, in "Artigli e fusa" (Magicats!, ‘84), a cura di Jack Dann e Gardner Dozois, ed. Salani, ’93, © '84, by Jack Dann e Gardner Dozois, edizione originale: (Ace); 349 pagine, 14,46 €; traduzione di Bernardo Draghi, originariamente apparso sul "1983 World Fantasy Convention Program Book", '83, a cura di Robert Weinberg, (Weird Tales), poi antologizzato in "The Year's Best Science Fiction: First Annual Collection", a cura di Gardner Dozois (Bluejay, ’84) e "Endangered Species"; pag. 325, 9 pagine, con una breve presentazione dei curatori, pag. 323), che è anche l’unico racconto tradotto ambientato del mondo del ciclo del Nuovo Sole.

E l’autore, all’inizio, dice, molto chiaramente, che i lettori possono esserne solamente coloro che lo avessero letto: "Come ben sanno tutti coloro che conoscono le consuetudini della nostra Casa Assoluta (e qui posso dire che non spero né desidero altri lettori)…" (pag. 325).

Vi si racconta di una donna che sarà seguita per tutta la vita dalla forma spettrale del suo gatto amatissimo, per averlo voluto far passare per una porta magica mostratagli da Padre Inire.

Ma, ciò che vi emerge, è senz’altro un dire dell’oscurità, e dei mostri: "Chiunque abbia un cervello pensante ammetterà volentieri che creature dagli immensi poteri si muovono nell’oscuro universo…l’oscurità nella quale brancoliamo." (pag. 326).

Nell''83 pubblicò anche le antologie "The Wolfe Archipelago" (Mark V. Ziesing, due edizioni, una economica, 15.95 $, l'altra lusso, 30 $), comprendente una prefazione dell’autore e "The Death of Dr. Island" ("La morte del dottor Isola"), "Death of the Island Doctor", poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel", "The Doctor of Death Island", "The Island of Doctor Death and Other Stories", e "The Book of the New Sun, Volumes I & II" (Sidgwick & Jackson), prima raccolta dei romanzi del ciclo del Nuovo Sole, comprendente "The Shadow of the Torturer" ("L'ombra del torturatore") e "The Claw of the Conciliator" ("L'artiglio del conciliatore"), vedi "Shadow & Claw", e i racconti "Creation", "Omni", novembre, poi antologizzato in "The Omni Book of Science Fiction" n. 4, a cura di Ellen Datlow (Zebra, '85), dove, con "Re-Creation" e "The Sister's Account" formava "Procreation", poi antologizzato in "Endangered Species" e "The Ascent of Wonder", a cura di David G. Hartwell e Kathryn Cramer (Tor, '94), "My Book", "Amazing", maggio, poi antologizzato in "Endangered Species", "Redwood Coast Roamer", comprendente "On the Train", anche sul "New Yorker" del 2 maggio, "In the Mountains", "At the Volcano’s Lip" e "In the Old Hotel", "Amazing", maggio, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", "From the Desk of Gilmer C. Merton", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", giugno, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", e in "Castle of Days", "At the Point of Capricorn" (Cheap Street), poi in "Weird Tales", primavera ‘88, e "A Solar Labyrinth", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", aprile, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", e i saggi "Vunce Around der Momma’s Kitchen py Hans Katzenjammer", in "Quicks Around the Zodiac" (Cheap Street) e "A Few Points About Knife Throwing", "Fantasy Newsletter" n. 58, poi antologizzati in "Castle of Days" e "The Anatomy of a Robot", "Plant Engineering" del 21 luglio ’83, poi antologizzato in "Plan(e)t Engineering".

Sia dell’’84 che dell’’85 non abbiamo a disposizione alcun’opera in traduzione; nell’’84 pubblicò il romanzo "Free Live Free" (Mark V. Ziesing, edizione a tiratura limitasta e numerata), poi (Tor, '85), (Gollancz, '85), poi (Tor, ’86), (Arrow, ’86), (Legend, ’89), (Tor/Orb, '99), finalista premio British Science Fiction ‘85, finalista premio Ditmar ‘86, finalista (22°) premio Locus ‘85, finalista premio Nebula ‘86, finalista premio Prometheus ’86; contributi critici non tradotti: recensioni di Debbie Notkin, "Locus" n. 288, n. 1, vol. 18, gennaio '85, Paul Kincaid, "Vector", ottobre ’85, K. V. Bailey, "Paperback Inferno", dicembre ’86, e Jean-Louis Trudel: http://www.sfsite.com/09a/free64.htm, le antologie "Plan(e)t Engineering" (NESFA Press, 2 edizioni, una economica, 15 $, l'altra lusso, 30 $), comprendente i saggi "The Anatomy of a Robot", "The Books in The Book of the New Sun" e "Logology", le poesie "British Soldier Near Rapier Antiaircraft Missile Battery Scans for the Enemy", "Last Night in the Garden of Forking Tongues", poi antologizzata anche in "American Fantasy Fll", '86, ed entrambe antologizzate anche in "For Rosemary" e "The Computer Iterates the Greater Trumps", i racconti "A Criminal Proceeding", "The Detective of Dreams" ("L’indagatore di sogni"), "The Horars of War", "In Looking-Glass Castle", "The Marvelous Brass Chessplaying Automaton", "The Rubber Bend" e "When I Was Ming the Merciless", e "Bibliomen" (Cheap Street), poi, ampliata, di cui i contenuti qui (Broken Mirrors Press, '95), comprendente una prefazione dell’autore, i racconti "Adam(?) Poor(?)", "Anne Parsons", "Bernard A. French", "Captain Roy C. Mirk, B.A., M.A., Ph.D.", "Gertrude S. "Spinning Jenny" Deplatta", "Hopkins Dalhousie", "John Glaskin", "John J. Jons, Jr.", "John K. (Kinder) Price", poi in "Weird Tales", primavera '88, "Kirk Patterson Arthurs, Ph.D.", "Kopman Goldfleas", "Lieutenant James Ryan O'Murphy, NYPD", "Mary Beatrice Smoot Friarly, SPV", poi in "Weird Tales", primavera '88, "Paul Rico", "Peter O. Henry", "Rishi", "Seaman", "Sir Gabriel", "Skeeter Smyth", "The Woman Who Resigned" e "Xavier McRidy", e il saggio "Untitled Letter from the author to Mr. Hiroshi Hayakawa of Hayakawa Publishing Inc., Tokyo, Japan", premio Deathrealm ’95; contributi critici: recensioni di Don Webb, "The New York Review of Science Fiction", ottobre ‘94, Faren Miller, "Locus" n. 403, n. 2, vol. 33, agosto '94, di Mark R. Kelly, "Locus" n. 421, n. 2, vol. 36, febbraio ’96, e i racconti "Love, Among the Corridors", "Interzone" n. 10, inverno, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel" e in "Heads to the Storm", a cura di David Drake e Sandra Miesel, (Baen, '89), "Redbeard", "Masque" n. 1, a cura di J.N. Williamson, poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", e in "Dark Masque", a cura di J.N. Williamson (Kensington/Pinnacle, 2001), "The Map", ambientato nel mondo del ciclo del Nuovo Sole, in "Light Years and Dark", a cura di Michael Bishop, (Berkley, ’84), poi antologizzato anche in "The Year's Best Science Fiction: Second Annual Collection", a cura di Gardner Dozois (Bluejay, ’85), "Endangered Species", "The Furthest Horizon", a cura di Gardner Dozois (St. Martin's Griffin, 2000), e in "Exploring the Horizons", a cura di Gardner Dozois (SFBC, 2000), finalista (9°) 1985 premio Locus ’85, miglior short story, ed il saggio di David G. Hartwell "Gene Wolfe", ed i saggi, "Where I Get My Ideas", "The Science Fiction Sourcebook", a cura di David Wingrove, poi antologizzato in "Castle of Days", "Our Young Gamer", "Vector", febbraio, e "Algis Budrys I", in "Twentieth Century Science Fiction Writers", a cura di Curtis C. Smith (Macmillan), poi antologizzato, in una versione revisionata, in "Castle of Days".

E, in quell’anno, concesse un’altra intervista, "A Two-foot Square of Gene Wolfe", raccolta da Judith Hanna e Joseph Nicholas, pubblicata in "Vector", nel numero di febbraio, ed apparvero sue lettere nel numero di giugno di quella rivista, e nei numeri di agosto, ottobre e dicembre di "Paperback Inferno", rivista diretta da Joseph Nicholas.

Nell’’85 pubblicò la seconda raccolta dei romanzi del ciclo del Nuovo Sole, "The Book of the New Sun, Volumes III & IV" (Sidgwick & Jackson), , comprendente "The Sword of the Lictor" ("La spada del littore") e "The Citadel of the Autarch" ("La cittadella dell'autarca"), vedi "Sword and Citadel", e i racconti "Re-Creation" e "The Sister's Account", in "The Omni Book of Science Fiction" n. 4, a cura di Ellen Datlow (Zebra, '85), dove, con "Creation" formava "Procreation", "The Green Rabbit from S'Rian", in "Liavek", a cura di Emma Bull e Will Shetterly (Ace), poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel", "The Nebraskan and the Nereid", "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", dicembre, poi antologizzato in "Mermaids!", a cura di Jack Dann & Gardner Dozois (Ace, '86), e in "Endangered Species", "The Woman Who Went Out", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", giugno, e le poesie "To Melville" e "The Traveler", "Amazing", gennaio, poi antologizzate in "For Rosemary", un estratto da qualche suo romanzo, "The Boy Who Hooked the Sun" (Cheap Street), poi in "Weird Tales", primavera '88, e antologizzato in "The Year Best Fantasy; Second Annual Collection", a cura di Ellen Datlow e Terri Windling (St. Martin's, '89) e il saggio "Explaining Nancy Kress", in "Trinity and Other Stories" (Bluejay), poi antologizzato in "Castle of Days".

Dell’’86 abbiamo a disposizione in traduzione un romanzo e un racconto.

Il romanzo è "Il soldato della nebbia" (The Soldier of the Mist, "Il libro d'oro della fantascienza" n. 22, "Economica tascabile" n. 10, ed. Fanucci, ’89, ’93, traduzione di Daniela Galdo, Ornella Ranieri Davide, revisionata da Gianni Pilo, © '86, by Gene Wolfe; edizione originale: (Gollancz, 86), ed. Gb, ottobre, (Tor, '86), ed. States, settembre, poi (Tor, ’87), (Orbit, ’87), premio Locus '87, miglior romanzo fantasy, finalista premio Nebula ’87, finalista premio World Fantasy ‘87; 362 pagine, edizione "Il libro d'oro della fantascienza", 11,36 €, prezzo remainders 14,2 €, edizione "Economica tascabile" 5, 16 €, prezzo remainders 6 €; altri contributi critici: non tradotti: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 308, n. 9, vol. 19, settembre '86, Sue Thomason, "Vector", febbraio ’87, David V. Barrett, "Paperback Inferno", dicembre ‘87, "Some Greek Themes in Gene Wolfe's Latro", di Jeremy Crampton: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/latro.htm, sull'intero ciclo)-primo della serie "Latro", è ambientato in una Grecia antica nella quale "…Omero era morto da almeno quattrocento anni…" (pag. 8), ed è, principalmente, scritto come se fosse la traduzione di un antico papiro ritrovato, lo stesso espediente che abbiamo visto essere usato nel ciclo del Nuovo Sole.

E, quindi, è una sorta di lungo saggio di bravura, un tour de force letterario, dagli esiti, difficilmente, ottimi.

Wolfe, infatti, riesce a mantenere, per tutta l’opera, un’ottima tensione, avvinghiando l’attenzione del lettore con una modalità assolutamente originale; il leit motive del romanzo è che il protagonista, Latro, appunto, è un soldato che, ferito in battaglia, non ricorda assolutamente più nulla del suo passato, e scorda, anche, ciò che gli accade, dopo una sola giornata: "Dimentica tutto a causa del colpo che gli hanno dato durante la battaglia che si è svolta a sud della città" (pag. 24).

E, ciò, consente al Nostro di poter scrivere una storia alquanto particolare, come dicevo; una storia che non procede affatto regolarmente, ma fra i ricordi di volta in volta, ad ogni capitolo, che si devono riannodare, nel protagonista, che, a questo scopo, tiene una sorta di diario, il testo tradotto: "…devo prendere l’abitudine di scrivere tutto quello che posso…" (pag. 11); "…il ricordo andrà perso finchè non leggerò quello che sto scrivendo adesso." (pag. 15).

Che è, poi, un modo appunto originale di dire al lettore che non è la trama, che risulta, inevitabilmente, alquanto confusa, ad essere importante, ma che l’attenzione va rivolta ai giochi letterari che vi si fanno.

Vi si trovano, quindi, idee divertenti come quella della schiava che segue ben presto il protagonista che, un giorno, gli rivela che, in verità, ella non gli è stata donata da una Dea, come gli aveva detto, e che poi, qualche giorno dopo, può rimangiarsi ciò che ha detto e confermare la sua bugia.

Latro vagola in questa dimensione di ricordo/dimenticanza che è il motivo del titolo: "Dentro di me c’è la nebbia. Qui, dentro la mia testa." (pag. 36); "…tutto è celato dalla nebbia." (pag. 95); "Questo giorno è come una pietra tolta dalle mura di un palazzo e portata lontano, in terre dove nessuno sa a quale muro apparteneva. E penso che ogni altro giorno per me è stato uguale a questo." (pag. 236); "Un soldato nella nebbia perduto nella notte e nei suoi vapori mutevoli, pressochè immemore di come questa notte sia iniziata: ecco quel che sono." (pag. 355).

E che, ciò, abbia a che fare con il ricordare forte del nostro penso sia indubitabile: "…la tua condizione è particolarmente invidiabile." (pagg.69-70); e, in particolare sul sogno, che abbiamo visto essere ciò che il Nostro ricorda: "…sebbene i sogni che ricordavo vagamente fossero scomparsi, nulla li aveva sostituiti." (pag. 31); "…cercherò di dormire. E di fare un sonno senza sogni, spero. Privo di orrori." (pag. 51).

La trama, per quanto abbiamo detto essere importante, è incentrata sul viaggio che Latro intraprende per andare dalla Dea che gli è stato profetizzato potrà ridonargli la memoria: "Sei stato colpito accanto al Tempio della Grande Madre, e ad uno dei suoi Templi devi tornare. Allora la Dea ti indicherà la strada e, alla fine, il Dente del Lupo tornerà a lei che l’ha mandato." (pag. 21), ove quel Madre si contrappone alla figura del Dio che gli stà vaticinando, una sorta di gigantesso: "…un uomo dorato, più grande di qualsiasi essere umano." (pag. 20), figura indubbiamente paterna.

E, Latro, ha perduto si la memoria, ma in compenso ha guadagnato il dono di vedere gli dèi; a cominciare da questo Dio gigantesco: "Per loro io non ci sono."…"Come è possibile?"…"Solo il Solitario vede gli Dei…Per gli altri, ogni Dio non è visibile." (Idem); "Era un Dio e tu lo hai visto quando nessuno di noi lo vedeva. Poi, quando lo hai toccato, l’abbiamo visto tutti." (pag. 46)

"Il lupo che ulula ha causato la tua disgrazia!" (pag. 25); "Devi andare al Santuario e implorare il perdono della Dea per l’offesa che le hai arrecato, offesa della quale lei si è vendicata. Solo quando l’avrai fatto il Dio potrà curarti." (pag. 27); "Devi trovare la Grande Madre, e toccarla." (pag. 47), offesa della quale è assolutamente ignaro, ma che penso possa significare il danno che una memoria iperattiva può comportare alla Donna: "…vogliono che dimentichiamo." (pag. 47).

In questa prospettiva, quel toccare, che rende visibile la deità, assume una particolare significanza.

Il tema del lupo, poi, vi ha una rilevanza notevole, e particolarmente centrale, come abbiamo visto: "Vedrai lei nei suoi occhi oppure il lupo nero di Apia…tuttto ciò che è malvagio." (pag. 86); "Si è diffusa la voce che a bordo c’è un lupo mannaro…" (pag. 123), lupo che, poi, disseppelirà una morta, come si apprenderà dalle di lei stesse parole: "…chi ha scavato qui?"…"Un lupo." (pag. 131), anche se non è del tutto…chiaro; e, particolarmente significativo: "…i Neuriani…hanno la capacità di trasformarsi in lupi. O forse si trasformano in lupi senza volerlo. Qualcuno dice che non sono in grado di controllare la metamorfosi." (pag- 187).

Abbiamo detto che, questo tema, ha una particolare rilevanza per la trama; infatti, come si accenna fin dall’inizio, il Lupo è l’emblema della Dea che può riportare la memoria a Latro, e sarà un Lupo l’offerta sacrificale che, alla fine, egli le offrirà: "Questo animale è consacrato a mia madre, come certamente sapresti se non avessi dimenticato…il lupo ti assalirà ma non ne avrai paura. Sarà quello l’animale che mi offrirai." (pag. 340); "Famelico, il lupo si è trascinato verso di me. Ma non ne ho avuto paura…" (pag. 358), in cui mi pare di leggere una sorta di trasposizione del superamento dell’incapacità di…controllare la trasformazione.

Di quelle cosette che abbiamo visto essere dette nel ciclo del Nuovo Sole, quasi, non ce ne sono; vi si dice, infatti, di un tipico scontro fra atteggiamento razionalistico e, direi quasi, sovrannaturalistico, che, però, è inerente al vedere gli dèi, del protagonista: "…non si può sminuire del tutto l’importanza dei racconti di Magia….credo che ci sia qualcosa di reale dietro queste storie. Gli spiriti possono essere evocati dalla tomba. E vi esorto, in qualità di uomini dotati di ragione, a non farvi gioco di ciò che non capite…. nella pratica della mia professione…Ho spesso chiamato i morti e li ho interrogati al mio cospetto." (pag. 124), in cui mi pare particolarmente significativo quel passaggio, nel quale si assommano molti dei principali dubbi, per così dire, fideistici.

Sull’identità sconosciuta del protagonista, che non si svelerà neppure nel finale, si dice: ""…non so nemmeno se sono un comune mortale. Forse non lo sono. Forse no."-"Tu e la tua spada siete stati benedetti da Asopus…"" (pag. 158).

E un passaggio, guarda caso sulla memoria, nel quale si dice una cosa che si era già accennata anche altrove, e cioè del ricordo del corpo, che è, indubiamente, differente da quello della mente: "Per quanto molte siano le cose che ho obliato, ricordo distintamente il lampo dei suoi (una donna con la quale ha cavalcato, n.d.a.) denti nell’oscurità e il suo braccio intorno alla mia vita. E distintamente mi sovviene il profumo di lei, la fragranza muschiata di fiori selvatici di quella donna che nei miei pensieri si raffigurava come uno splendido prato d’estate, ove una serpe si insinua tra i fiori in boccio." (pag. 356).

E, se l’identità di Latro non si disvela, molto altro fa già dire che ce ne sarà un seguito; come vedremo.

Il racconto è "Saldo il conto e arrivo" (Checking Out, in "Altre vite" (After Live), a cura di Pamela Sargent e Ian Watson, , originariamente apparsovi, "Urania" n. 1130, ed. Mondadori, ’90, edizione originale: (Vintage); 160 pagine, 2,32 €, prezzo remainders 3,1 €; traduzione di Massimo Patti, © '86, by Gene Wolfe; poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel"; pag. 88, 3 pagine)-una sorta di incubo nel quale un uomo si sveglia in uno strano albergo, per poi non volersi rendere conto che, quello, non è affatto, un albergo, e che, egli, è morto.

Il finale vede l’uomo telefonare alla moglie per dirle "…saldo il conto qui all’albergo e torno…" (pag. 91), mentre, dall’altra parte "Non si sentiva neppure respirare." (Idem).

Agghiacciante, e splendido.

Nell''86, che non abbiamo a disposizione in traduzione, pubblicò un solo altro racconto, "Choice of the Black Goddess", in "Liavek: The Players of Luck", a cura di Emma Bull e Will Shetterly (Ace, ’86), poi antologizzato anche in "Storeys from the Old Hotel", due poesie, "How Beautiful with Springs", "Amazing", marzo, e "Why Private War", in "Now We Are Sick Sampler", a cura di Neil Gaiman e Stephen Jones (DreamHaven, poi '91), poi antologizzate in "For Rosemary", la seconda con un titolo differente, ed i saggi "An Idea That...", in "L. Ron Hubbard Presents Writers of the Future" n. 2, a cura di Algis Budrys (Bridge), poi antologizzato in "Castle of Days", e "A Few Minutes with: Gene Wolfe", in "American Fantasy Fll".    

Dell’’87 non abbiamo disponibile in traduzione nessun’opera; in quell’anno pubblicò i racconti, "The Peace Spy", "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", gennaio, poi antologizzato in "Endangered Species" e in "Isaac Asimov's War", a cura di Gardner Dozois (Ace, '93), "Empires of Foliage and Flower" (Cheap Street), poi in "Crank!" n. 2, inverno '94 (Bryan Cholfin), e in "The Best of Crank!", a cura di Bryan Cholfin (Tor, ’98), "In the House of Gingerbread", in "The Architecture of Fear", a cura di Kathryn Cramer e Peter D. Pautz (Arbor House), poi antologizzato in "Endangered Species", e "All the Hues of Hell", in "Universe", a cura di Byron Preiss (Bantam Spectra), poi antologizzato anche in "The Year's Best Science Fiction: Fifth Annual Collection", a cura di Gardner Dozois (St. Martin's, ’88), poi antologizzato anche in "Endangered Species", "The Most Beautiful Woman on the World", "Disclave program book", poi in "Strange Plasma" n. 1, '89, e antologizzato in "Endangered Species", "Parkroads: A Review", "Fiction Magazine", poi antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", e "The Ascent of Wonder: The Evolution of Hard Sf", a cura di David G. Hartwell e Kathryn Cramer (Tor, ’94), e gli articoli "The Ethos of Elfland", "Rod Serling's The Twilight Zone Magazine", dicembre, rivista diretta da Tappan King, per la TZ Publications, Inc. e "From a House on the Borderland", "Horrorstruck", poi antologizzati in "Castle of Days", e un estratto da qualche suo romanzo, "The Arimaspian Legacy" (Cheap Street).

Dell’anno seguente, l’88, abbiamo a disposizione in traduzione una sola opera, il romanzo "Dimensioni proibite" (There Are Doors, "Urania" n. 1150, ed. Mondadori, ’91, 208 pagine (comprendenti anche un racconto di Alan E. Nourse di 4), 2,32 €, prezzo remainders 3,1 €, traduzione di Claudia Verpelli e Silvia Lalìa, © '88, by Gene Wolfe, edizione originale (Tor, poi '89), poi (Gollancz, ’89), (Orbit, ’90), (Tor/Orb, 2001); altri contributi critici; non tradotti: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 333, n. 10, vol. 21, ottobre '88, Joan Gordon, "The New York Review of Science Fiction", aprile ’89, Paul Kincaid, "Vector", giugno ’89, L. J. Hurst, "Paperback Inferno", ottobre ’90, Mark Greener, "Vector", gennaio 2002, finaslista (3°) premio "Locus" '89, miglior romanzo fantasy)-il più dickiano dei romanzi del Nostro, è una sorta di lungo incubo, che il protagonista, dopo essere stato lasciato da una donna, sperimenta in maniera molto forte.

Ella gli lascia, infatti, un biglietto, nel quale gli dice di certe porte, e della loro pericolosità: "Ti può capitare di vederne una o più di una, magari per un solo istante… Non devi attraversarla. Se l’attraversi senza accorgertene, non voltarti. Se lo fai sarà finita. Cammina immediatamente all’indietro. (pag. 4).

Che è il Regolamento del gioco che, qui, l’autore fa; il romanzo, infatti, è disseminato in grande quantità di trabocchetti che potrebbero attrarre l’attenzione del lettore, farlo soffermare, tornare indietro, nel tentativo di capirli, cosa che, gli si dice appunto fin dall’inizio non deve fare.

Dicevo che è dickiano in quanto il protagonista, attraversata una di queste porte, si ritrova nel più classico dei Mondi Paralleli, nel quale tutto è molto simile al nostro, ma che non è affatto, il nostro.

La caratteristica che maggiormente lo differenzia è il fatto che, là, gli uomini, se fanno all’amore, muoiono; come certi ragni.

Sembra proprio di trovarsi in un posto molto simile a quello di "Ubik", soprattutto in una scena che si svolge in un albergo, e che ricorda molto, anche, il racconto "Saldo il conto e arrivo", che abbiamo appena visto, e nella quale, appunto, l’eroe si domanda se, per caso, non sia già morto, e che quella sia la spiegazione di quanto stà vivendo: "…chiedendosi se in realtà non fosse morto davvero. Si ricordava di aver sentito parlare del purgatorio quand’era bambino; anche allora non ci aveva creduto, ma forse aveva sbagliato a non crederci…" (pag. 73); "Pensò di essere lui stesso un fantasma, su un ascensore fantasma in un albergo fantasma…" (pag. 75); "In questo momento avrebbe potuto essere a casa, morto e putrefatto davanti al televisore, seduto nella poltrona che aveva comprato durante i saldi…" (pag. 87).

Ovviamente questa sorta di "domanda ontologica" è sempre, in lui, che si risponde, anche, in altri modi: "Gli era capitato di vedere alcuni film ambientati negli anni trenta e quaranta, e ora aveva l’impressione che (le) figure (di quel mondo) fossero personaggi di quelle pellicole…. Oppure si trovava da qualche parte nell’Europa dell’est, dove, abiti simili erano ancora diffusi." (pag. 51).

Fino a che non gli viene detta quella vera: "I Visitors sono persone che appaiono all’improvviso…. C’è un posto-o almeno così sembra-che assomiglia molto al nostro mondo, ma non è proprio uguale. O forse ci sono tanti posti come quello. Comunque, ci sono persone che a volte filtrano da lì." (pag. 96).

Da notarsi come, ad un certo punto, si definisca il nostro mondo: "C-Uno, la realtà rassicurante e moderata…" (pag. 49).

Verso l’inizio, poi, si dice una cosa che, ad un lettore di quest’opera che non sapesse dell’importanza della memoria, nella poetica del Nostro, penso che passi assolutamente inosservata: "Il fatto di riuscire a ricordare ogni particolare dei sogni del mondo reale lo mise in agitazione." (pagg. 30-1).

Tema che, poi, ovviamente, viene ripreso più volte, soprattutto da quando il protagonista riesce a tornare a…C-Uno.

E, poi, importantissima, c’è una bambola.

Una bambola che parla, e pensa, e discorre…

E nella quale si va ad addensare la pazzia del protagonista, che riesce, contemporaneamente, a parlarci e discorrerci come se niente fosse, e a pensarla come una cosa assolutamente impossibile: "Non gli capitava spesso di avere delle intuizioni improvvise, ma in quel momento ne ebbe una, e cioè che stava discutendo di una radice magica con una bambola." (pag. 159).

E che ha, indubbiamente, connotazioni, in un certo senso, fiabesche: "…andò a prendere la bambola, la portò in soggiorno e la tenne fra le mani come se fosse una bambina, ossessionato dalla sensazione che anche lui stava recitando in Tv, che dovesse la sua esistenza a qualche spettacolo senza spettatori, che lui e la bambola si erano persi, erano i bambini persi nel bosco della favola che sua madre gli aveva fatto vedere tanto tempo prima quando era molto piccolo." (pag. 144); cosa che è sicuramente da ricollegarsi con un altro dire, di molte pagine prima: "E a un tratto pensò al tempo in cui la televisione non lo assorbiva completamente, quando riceveva per bocca di sua madre tutti i consigli di cui avrebbe avuto bisogno per navigare in quello strano paese dove si trovava ora." (pag. 71), nel quale, forse, si può individuare la chiave di volta dell’opera.

La Donna perduta, nel mondo…C-Due è una Dea: "Rappresenta l’ideale femminino maledetto da Dio…" (pag. 41); e quello che, da un certo punto di vista forse superficiale potrebbe sembrare un semplice accenno al fatto risaputo che gli oggetti che si spostano da un Universo Parallelo ad un altro hanno un effetto di compensazione, fisico, in entrambe: "…le cose dopo un po’ ritornano al loro posto…. Le cose finiscono sempre per tornare al loro posto…" (pag. 107), mi è parso che, qui, abbia anche un altro significato, e cioè, semplicemente la complementarietà, unione completante, del Mascolino e del Femminino: "Immagina che il mio mondo sia come il mare… E che il tuo sia come la terra." (pag. 176).

E, ad un certo punto, a proposito delle esperienze allucinatorie che stà cominciando a vivere, il protagonista ricorda una cosa che gli aveva detto sua madre: "Una volta sua madre gli aveva detto che suo nonno beveva molto e che poco prima di morire aveva visto un bimbetto dai capelli d’ora…un bimbetto dai capelli d’oro che nessun altro aveva mai visto…. Nessun altro aveva più visto il bimbetto dopo la morte di suo nonno." (pagg.25-6).

Nell''88 pubblicò anche le antologie "Storeys from the Old Hotel", (Kerosina Books), poi (Tor, ‘92), (SFBC, '93), (Torb/Orb, '96), World Fantasy Award ‘89, parimerito con "Angry Candy", di Harlan Ellison, contributi critici: recensione di Tom Whitmore, "Locus" n. 338, n. 3, vol. 22, marzo '89, Helen McNabb, "Vector", giugno ‘89, comprendente "Storeys from the Old Hotel: An Introduction", e i racconti "Alphabet", "Beech Hill", "Checking Out" ("Saldo il conto e arrivo"), "Cherry Jubilee", "Choice of the Black Goddess", "Civis Lapvtvs Svm", "Continuing Westward", "A Criminal Proceeding", "Death of the Island Doctor", "The Flag", poi in "Strange Plasma" n. 2, '90, "From the Desk of Gilmer C. Merton", "The Green Rabbit from S'Rian", "In Looking-Glass Castle",  "Last Day", "Love, Among the Corridors", "The Marvelous Brass Chessplaying Automaton", "Morning-Glory", "The Packerhaus Method", "Parkroads: A Review", "The Recording", "Redbeard", "Redwood Coast Roamer", comprendente "On the Train", "In the Mountains", "At the Volcano’s Lip" e "In the Old Hotel", "The Rubber Bend", "Sightings at Twin Mounds", poi in "Ufo's : The Grea est Stories", a cura di Martin H. Greenberg (MJF Books, '96), "Slaves of Silver" ("Schiavi d'argento"), "A Solar Labyrinth", "Sonya, Crane Wessleman, and Kittee" ("Sonya, Crane Wessleman e Kittee"), "Straw", "To the Dark Tower Came", "Trip, Trap", e "Westwind" ("Westwind"), e "For Rosemary" (Kerosina Books, 2 edizioni, economica e hardcover), di poesie, comprendente il saggio "About These Pieces" e le, appunto, poesie "After The Runaway", "Book Report With Dragons", "British Soldier Near Rapier Antiaircraft Missile Battery Scans for the Enemy", "The Computer Iterates the Greater Trumps", "Connect The Dots", "December Twenty-Fourth Nineteen Fifty-Five", "February Twenty-Eighth", "A Flash of Insight", "For The Strawberry Girl", "How Beautiful with Springs", "January Nineteenth", "Last Night in the Garden of Forking Tongues", "Letters", "Looking Over The Valley", "Markets", "May Ninth", "Maybe We've Been Doing It Wrong, or You Can't Turn the Clock Back, But If You Put Off Winding It Long Enough It's The Same Thing", "Monday's Class", "Oh God Mother I Want To Ride The Turtle's Back Again", "Old People Die Like Toads", "On An Album Cover", "On The Bus", "Our Speaker Tonight", "Persian Yellow", "The Riddle", "Rosa Centifolia", "Rosa Damascena Bifera", "Rosa Gallica Officinalis", "Science-Fiction Poem", "Six A.M.", "Solar Myth", "The Talent", "To Be Continued", "To Melville", "To My Wife", "The Traveler" e "Why Private War, or "Why They Pinned This Name On My Progenitor", contributi critici: non tradotti: recensione di K. V. Bailey, "Vector", giugno ’89, e i racconti "The Other Dead Man", "Weird Tales", primavera '88, poi antologizzato in "Endangered Species", "Nebula Awards 24", a cura di Michael Bishop (Harcourt Brace Jovanovich, ’90), "The Ultimate Zombie", a cura di Byron Preiss e John Betancourt (Dell, '93), "Best of Weird Tales", a cura di John Betancourt  (Barnes & Noble, '95) e in "Eternal Lovecraft: The Persistence of H.P. Lovecraft in Popular Fiction", a cura di Jim Turner (Golden Gryphon Press, '98), "Alphabet", "Fiction Magazine", che abbiamo visto essere stato antologizzato in "Storeys from the Old Hotel", di quello stesso anno, "Lukora", in "Terry's Universe", a cura di Beth Meacham (Tor), poi antologizzato anche in "Endangered Species", "Game in the Pope’s Head", in "Ripper!", a cura di Gardner Dozois e Susan Casper (Tor), e in "The Year's Best Fantasy: Second Annual Collection", a cura di Ellen Datlow e Terri Windling (St. Martin's, '89), "The Tale of the Rose and the Nightingale (And What Came of It)", "Arabesques", a cura di Susan Shwartz (Avon), poi antologizzato in "The Year's Best Fantasy and Horror. Second Annual Collection", a cura di Ellen Datlow e Terri Windling (St. Martin's, '89), e in "Endangered Species", "Read Me", in "The Drabble Project", a cura di Rob Meadens e David B. Wake (Beccon Publications), e "Houston, 1943", in "Tropical Chills", a cura di Tim Sullivan (Avon), e i saggi "Cyberpunk Forum/Symposium", in "Mississippi Review" n. 47/48 e "Scribbling Giant", in "East of Laughter", di R.A. Lafferty (Morrigan); in quell’anno concesse anche un’intervista, raccolta da Darrell Schweitzer, "Weird Tales Talks with Gene Wolfe", e pubblicata su quel numero di "Weird Tales".

Ho trovato notizia, nel web, di una sua altra antologia, che sarebbe stata pubblicata quell'anno, ma di cui non vi è conferma in nessun'altra fonte: "Park Roads and Fainter Tracks" (Kerosina Books). 

Dell’89 abbiamo a disposizione in traduzione un romanzo ed un racconto.

Il romanzo è "Il soldato dell'Aretè" (The Soldier of Aretè, "Il libro d'oro della fantascienza" n. 45, ed. Fanucci, ’91, 356 pagine, 12,91 €; prezzo remainders: 16,14 €, traduzione di Ornella Ranieri Davide, revisionata da Gianni Pilo, © '90, by Gene Wolfe, , contratto firmato '87, edizione originale: (Tor, SFBC), poi (Tor, ’90), (NEL, ’90, ’91); finalista (3°) premio Locus '90, miglior romanzo fantasy, finalista World Fantasy '90; altri contributi critici; non tradotti: recensioni di Robert K.J. Killheffer, "The New York Review of Science Fiction", novembre ’89, Faren Miller, "Locus" n. 347, n. 6, vol. 23, dicembre '89, Paul Kincaid, "Vector", ottobre ’90, e di Phil Nichols, "Paperback Inferno", ottobre ‘91, "Some Greek Themes in Gene Wolfe's Latro", di Jeremy Crampton: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/latro.htm, sull'intero ciclo)-secondo del ciclo di Latro, che comincia con una "premessa del traduttore", visto che, ovviamente, anche questo è, per così dire, incorniciato in una sovrastruttura che lo fa essere, appunto, una traduzione di un altro, secondo papiro, che è : "…gravemente danneggiato nella parte centrale. (Con una) …perdita di una considerevole porzione del testo…" (pag. 5).

Ma, ciò, è davvero poco rilevante; prosegue, qui, il difficile esercizio di stile del Nostro, in questa prosa antica, piena zeppa di termini arcaici; per dirne uno, neanche fra i più desueti, "Immantinente" (Immediatamente, pag. 154), e dalla costruzione del periodo, come abbiamo detto, spesso assai lontana da quella del nostro scrivere; qui, diversamente dal precedente, c’è un "Glossario", nel quale sono riportati i significati delle parole di greco antico usativi, fra i quali, ovviamente, l’"aretè" del titolo: "Le virtù di un soldato, comprendenti la lealtà, l’amore per la disciplina, e il coraggio di fronte alla morte." (pag. 349); e vi sono delle note a piè di pagina, nel curatore Wolfe, cosa, questa, che, invece, anche se non ve ne avevo accennato, era già anche nel precedente.

Così come proseguono le avventure di Latro lo smemorato in quell’antica Grecia, sempre più intricate; per quanto riguarda la trama, direi queste le cose importanti: l’indovino Esegistrato rivela al protagonista che: "…è probabile che Tisameno (un suo lontanissimo cugino, n.d.a.), il quale mi odia, ti abbia fatto vittima di un incantesimo. Mi permetterai di spezzarlo, se ne sarò capace?" (pag. 37). E che, alla fine, Latro saprà la sua vera identità: "Mi ha chiamato Lewqys, e forse questo è il mio vero nome; stento a credere che un uomo possa chiamasi Latro…. Luhitu è la parola che ha usato per denominare il mio paese." (pagg. 335-6); "…Latros di Sparta…" (pag. 345).

Nella primissima pagina del romanzo vero e proprio, troviamo quel richiamo al precedente che abbiamo già visto nei romanzi appartenenti a cicli: "Allorchè mi provo a ricordare quel che è accaduto ieri, ritrovo soltanto confuse impressioni di camminate, discorsi indistinti, vaghe suggestioni di fatiche compiute. E allora mi sento come un vascello perduto nelle nebbie." (pag. 9).

Ma, la narrazione, poi, prosegue senza che vi si dicano grandi cose per tantissimo, quasi un po’ soporifera, fino a quasi tre quarti del volume; per, poi, cambiare velocemeente ritmo, e significanza; guarda caso, all’apparire di una Gigantessa: "Ho sentito in quell’istante la collina tremare sotto di me, quasi che una creatura più grossa di un bue selvatico si fosse levata ai suoi piedi. Ho aperto gli occhi ed ho scorto una donna gigantesca, due volte più grossa di un uomo…" (pag. 224); "Essa si è levata, spiegando ali possenti tali da superare il pennone d’una trireme. "Sicuramente mi riconosci, Latro," ha sussurrato col tono suadente d’una gatta enorme che fa le fusa.

Ho scrollato la testa.

"Sono tua madre, e la madre di tua madre. Per me e grazie a me rubasti i Destrieri del Sole, affinchè fossero restituiti a lui. (pag. 227, le sottolineature sono mie); in cui, anche, apprendiamo, finalmente, quale fosse l’offesa arrecata da Latro agli Dei.

Che fa parte di un capitolo importantissimo, il 28°, "Mnemosine", e che, assieme al successivo, "Le mura del palazzo", spicca decisamente sopra la restante parte dell’opera, nei quali il protagonista, guidato, ancora, dal saggio Esegistrato, sperimenta una terapia per lenire la sua mancanza di memoria cronica; che lo porta a vivere, non sognare, badate bene, un’esperienza in un luogo al di fuori della realtà, che, per certi versi, ricorda i mondi virtuali del cyberpunk, o quelli paralleli della Sf dickiana; nel quale, appunto, incontra la Gigantessa, qui detta proprio sua madre, per quanto, nel contesto, in senso figurato; molto più avanti si dice una cosa che può passare inosservata, ma che penso importante: "…questo è quanto rammento: il bacio di mia madre prima che mi addormentassi." (pag. 301).

E nel quale, essa, da figura interna, all’inizio, diventa esterna, alla fine: "…i miei pensieri sarebbero andati perduti se non fossi stato attento ad affidare ciascuno di essi alla custodia di una immagine all’interno o all’esterno del palazzo dei miei ricordi." (pag. 234); le posizioni psicologiche della figura materna nel bambino/ragazzo, e nell’uomo.

Significativamente, nella stessa pagina, troviamo un dire dei ricordi e dei sogni, in associazione: "Sarebbe cosa assai singolare se un uomo riuscisse a rammentare soltanto i suoi sogni…", e, ancora, uno sul potere dello scrivere: "(L’Uomo, n.d.a.) Giunto alla vecchiaia, ha la possibilità di prendere lo stilo e cominciare a scrivere di tutto ciò che ha veduto; se lo fa, a differenza dei più, non sarà divorato dalla terra nella quale il suo corpo giacerà quando il viaggio della vita sarà compiuto, giacchè, seppure morto, egli continuerà a parlare ai vivi…", senz’altro da associarsi a quest’altro: "Ci incontriamo e ci amiamo, e qualcuno, forse, edifica per noi una tomba. Ma ciò non ha importanza: qualcun altro la saccheggerà, ed il vento soffierà via le nostre ceneri. Allora saremo dimenticati." (pag. 167).

Due cose dette, al di fuori del discorso principale: una sorta di ripresa di quel distinguo fra memoria della mente e memoria del corpo che avevamo trovato nel precedente: "…la memoria e la conoscenza sono due cose distinte: "Ciò che il seme sa, il verbo scritto ricorda." (pag. 282).

E un dire sul Reale, con, di mezzo, ovviamente, le visioni dell’ultraterreno di Latro, che, anche, qui, proseguono, a partire da una sua visita alla propria casa, alla madre, che lo abbraccia, donatagli, appunto, da una Dea: "A volte la gente crede che le sue visioni siano soltanto visioni irreali…. Credo che dipenda da ciò che ciascuno intende per reale." (pagg. 171-2).

Il terzo romanzo del ciclo dovrebbe essere "Soldier of Sidon", ma non ve ne so dire altro.

Il racconto è "Come il vescovo giunse a Inniskeen" (How the Bishop Sailed to Innskeen, "Isaac Asimov Science Fiction Magazine" n. 3, ed. Phoenix, ’94, 192 pagine, 3,36 €, prezzo remainders: 6 €; traduzione di Francesca Indovina, originariamente apparso in "Spirits of Christmas", a cura di Kathryn Cramer e David G. Hartwell (Wynwood Press, ’89), (Tor, ’95), poi in "Isaac Asimov's Sf Magazine", dicembre '89, poi antologizzato in ; 7 pagine, pag. 68), ghost story d’atmosfera, si potrebbe dire, ma, in effetti, è quasi totalmente un racconto maeinstream, incentrato sul viaggio di uno studioso in una remota isola norvegese dal passato denso di storia, ma rimasta ora completamente disabitata; e sul racconto fra il fiabesco ed il realistico che una ragazza gli fa: "In quel posto, con il vento che soffiava attraverso la cappella di pietra diroccata, la storia di Hogan non sembrava né impossibile, né strana." (pag. 71).

Solo nel finale si inserisce l’elemento propriamente fantastico, e lo fa in modo tale che, al momento in cui realmente avviene, non ce ne si rende conto, ma solamente a lettura ultimata, dovendo quindi fare, il lettore, quasi obbigatoriamente, un passo indietro a rivedere quanto aveva letto.

Nell''89 pubblicò anche l’antologia "Endangered Species" (Easton Press), poi (Orbit, '90), (Tor, '90), comprendente un’introduzione dell’autore e i racconti: "All the Hues of Hell", "A Cabin on the Coast", "The Cat" ("Il gatto"), "The Dark of the June", "The Death of Hyle", "The Detective of Dreams" ("L'indagatore di sogni"), "Eyebem", "From the Notebook of Doctor Stein", "The God and His Man", "The HORARS of War", "The Headless Man", "House of Ancestors", "In the House of Gingerbread", "Kevin Malone" ("Kevin Malone"), "The Last Thrilling Wonder Story" ("L’ultima sensazionale storia del brivido"), "Lukora", "The Map", "The Most Beautiful Woman on the World", "My Book", "The Nebraskan and the Nereid", "The Other Dead Man", "Our Neighbour by David Copperfield", "The Peace Spy", "Peritonitis", "Procreation", comprendente "Creation", "Re-Creation" e "The Sister’s Account", "Silhouette", "Suzanne Delage", "Sweet Forest Maid", "The Tale of the Rose and the Nightingale (And What Came of It)", "Thag", "The War Beneath the Tree" ("Il segreto di Babbo Natale"), "When I Was Ming the Merciless", "The Woman Who Loved the Centaur Pholus" e "The Woman the Unicorn Loved"; finalista (5°), premio "Locus" ’90; contributi critici: recensioni di Tom Whitmore, "Locus" n. 338, n. 3, vol. 22, marzo '89, Fernando Q. Gouva, "The New York Review of Science Fiction", gennaio ’90 e di Martyn Taylor, "Paperback Inferno", agosto ‘90, i racconti "The Tale of the Four Accused", in "Arabesque 2", a cura di Susan Shwartz (Avon), "The Friendship Light", "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", ottobre, poi antologizzato in "The Best from Fantasy & Science Fiction: A 45th Anniversary Anthology", a cura di Edward L. Ferman e Kristine Kathryn Rusch (St. Martin's, '94) e un estratto da qualche suo romanzo, "Slow Children at Play" (Cheap Street) e i saggi "Avram Davidson: The Fish Unturned", "Weird Tales", inverno '88/'89 e in "The Roots of Fantasy: Myth, Folklore & Archetype", a cura di Shelley Dutton Berry (World Fantasy Convention 1989) e "The Adventures of Doctor Eszterhazy", di Avram Davidson (Owlswick, '91) e "Response to "The New Generation Gap"", in "The New York Review of Science Fiction", agosto, e nei volumi "A Separate Star" e "Heads to the Storm", entrambi a cura di David Drake e Sandra Miesel (Baen, entrambi), i suoi racconti "Continuing Westward" e "Love, Among the Corridors", ebbero una sua introduzione, poi confluite in "Kipling's Influence", in "Castle of Days"

In quell’anno ottenne anche il premio "Skylark", Edward E. Smith Memorial Award for Imaginative Fiction.

Anche del ’90 abbiamo a disposizione in traduzione un romanzo e un racconto.

Il romanzo è "Il castello fantasma" (Castleview, " I libri di fantasy" n. 1, nuova serie, ed. Fanucci, ’93, 250 pagine, 10,33 €, traduzione di Susanna Bini, © '93, by Gene Wolfe, edizione originale: (Tor, '90), poi (NEL, ’91), (Tor, ’91), (BOMC/QPBC, ’91), (NEL, ’92), (Tor/Orb, ’97), finalista (18°) premio Locus '91, miglior romanzo fantasy; altri contributi critici; non tradotti: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 349, n. 2, vol. 24, febbraio '90, John Clute, "The New York Review of Science Fiction", agosto ’90, e di Paul Kincaid, "Vector", aprile ’91, "A Second View of "Castleview"", di Joe R. Christopher, in "Quondam et Futurus: A Journal of Arthurian Interpretations" n. 3.3, ’93, pagg. 66-76)-ottimo esempio di quel tipo di romanzi che, iniziando in un mondo normale, progressivamente scivolano in uno fantastico.

Una famiglia va in un paese nelle vicinanze di Chicago, per comprare una casa, e, subito, scopre che Castleview, il suo nome, già viene da una leggenda, una…fiaba: "Dicono che si veda un castello in lontananza, a volte, proprio al tramonto." (pag. 11), anche se, ciò, ha, anche, la sua brava spiegazione razionale: "…una sorta di effetto atmosferico che interessa qualcosa di molto lontano facendolo parere più vicino." (pag. 12).

Poi, la narrazione scorre normale per un bel po’, anche se, disseminati qua e là, già si possono cogliere i primi accenni di quel qualcosa che si stà preparando: "…improvvisamente, follemente, Shields sentì di essere stato ad aspettare davanti al portale di una fortezza. Quell’uomo dai capelli grigi, un vecchio scudiero o un maestro d’armi, forse un maestro di cavalli, gli aveva appena condotto il destriero che avrebbe montato." (pag. 24); "…per un fuggevole istante il grazioso cervo le era parso un essere di soprannaturale terrore." (pag. 25); "…la gente ne parlava nella speranza di porre fine a quell’orribile immobilità, all’annosa quiete del legno e della pietra. Un lupo, una strega, avrebbero rappresentato un dannato sollievo…" (pag. 44), nel dire di quella leggenda, del paese.

Poi, penso significativamente al momento della prima esperienza erotica di una delle protagoniste, si dice una cosa sull’importanza della tradizione, della saggezza popolare che giunge all’oggi: "Quando le loro labbra si toccarono, comprese esattamente perché Biancaneve e la Bella Addormentata erano state risvegliate da un bacio, comprese quello che le vecchie nonne di ottocento anni prima avevano tentato di dirle, e seppe che gliel’avevano detto, che il loro messaggio cifrato le era pervenuto chiaramente attraverso gli anni…le loro parole non si erano perdute col crepitio dei ceppi nel camino." (pag. 46), in cui, già, ancora, si dice, appunto, delle fiabe, e, anche se con una sfumatura decisamente differente, di quel dire del Nostro sull’arte come apportatrice d’immortalità.

E, quindi, troviamo un dire che, al momento, sembra quasi esagerato, slegato dal resto, ma che ben presto si rivelerà non esserlo affatto: "…sembrava che la giallastra luce dell’atrio dovesse bruscamente rivelare qualche abominio, mostrare il volto scoperto dell’Inferno, o illuminare le sue mani imbrattate di sangue." (pag. 53).

Quando, poi, un’oscura creatura i cui "…occhi mandavano bagliori rossastri…" (pag. 72), fa la sua comparsa, le cose cominciano per davvero a prendere una…piega.

E il racconto prende la direzione di un thriller dai contorni scuri, sanguinolenti, con queste persone assolutamente normali, assolutamente non abituate a vivere esperienze così forti, che vi si trovano invischiate non senza un qualche certo…stupore, di stare vivendole: "Le donne di solito si strappano l’orlo della sottoveste, l’ho visto fare alla televisione. Ma deve essere di cotone, e la mia è di nylon."; "…catturata sotto la minaccia di un fucile, fuggita, e infine il rischioso salvataggio di un cow-boy ferito. Alla televisione ce ne sarebbe stato per un’intera stagione." (pagg. 89-90; le sottolineature sono mie), che dice del normale ripiegare, della psiche, a qualcosa di ben noto e sicuro, rassicurante, in situazioni simili.

Ma il primo, vero scivolamento della storia nel fantastico lo si ha solamente a pag. 115, quando una donna, su di un’auto, si mette a cantare : "…sembrava tutto in rima, ogni parola era come una sorella per le altre. La melodia non sembrava affatto una melodia, e lei non avrebbe mai potuto, nessuno avrebbe mai potuto suonare quegli accordi su una chitarra. Era come se ci fosse un altro universo di un’altra musica che scintillava invisibile tra le note che conosceva."; una donna che si rivelerà essere…qualcos’altro.

Canto che porta la mente di una protagonista (reale), in un qualche altro posto: "…un ragazzo su una solitaria spiaggia della Florida che soffiava in una conciglia a chiocciola. La conciglia era rotta sulla punta e aveva perso il proprio colore, e a lei non interessava. Mentre il ragazzo l’aveva bagnata fra le alte onde, immergendola dell’Atlantico e rigirandosela fra le mani per farne uscire la sabbia, lei l’aveva lasciato solo. Dopo essersi allontanata di molto lungo la spiaggia, aveva sentito la conchiglia che la chiamava, piena dell’orribile, eternamente insoddisfatta nostalgia per qualcosa che non aveva nulla di femminile, il lamento di una bestia i cui compagni erano tutti morti, e le cui consorti ancora non esistevano." (Idem).

E, poi, lo yeti: "…alto almeno il doppio (di un uomo, n.d.a.). Gli occhi erano rossi. Luccicavano, sa, come quelli di un animale. E puzzava terribilmente, come una carogna." (pag. 122); "Braccia più grosse di cosce umane…il fetore di carogna era soffocante, come se la creatura si stesse decomponendo." (pag. 141), e il primo accenno a quello che è, senz’altro, il piccolo popolo: "…bambini, o comunque sembravano bambini. Ma… continuavano a fare confusione ovunque, toccando questo e quello, e mostrandosi cose l’un l’altro." (pag. 127).

"…scagliata in alto dal tornado che avrebbe portato Dorothy a Oz" (pag. 167), prelude ad un intensificarsi, della fovolosità, o, meglio, ad una sua certa teorizzazione: "…Fede nelle Fate… la maggior parte della sicurezza e della sanità del nostro sicuro e sano piccolo mondo dipende dalla nostra incredulità nei confronti di chiunque non parli Inglese." (pagg. 172-3; la sottolineatura è mia); "…ci sono stati decine di migliaia di avvistamenti di quei giganti pelosi con i denti sporgenti…" (pag. 175), che, vi si dice, sono chiamati, in varie parti del mondo, con nomi diversi, pur essendo la stessa…cosa: "…Big Foot…il Grande Mostro delle Paludi…Big Mo…il Gigante di Ghiaccio, yeti…troll…" (idem); con un ripetersi, dunque, di quel dire degli archetipi, ripresentantesi, sotto forme differenti, in luoghi distanti, e culture differentissime; e, da notarsi, che sono…giganti.

Sacha, una delle (tante) protagoniste, viene data per morta, ma poi, già all’obitorio, da segni di vita; ma, da allora, la sua natura sembra mutata, sembra essere diventata qualcosa di più…licantropico, lupesco, insomma: "…il sorriso di un lupo, un ghigno di denti scintillanti e famelici occhi." (pag. 189), fino ad una scena nella quale sembrano davvero in azione le pulsioni oscure: ""Devi smontare, Sissy. Voglio baciarti."-Prima era solo spaventata, sola e infreddolita, timorosa di dover camminare e cavalcare tutta la notte senza nemmeno trovare la strada per la Verde Prateria (un luogo reale, del mondo reale, n.d.a.). Improvvisamente fu terrorizzata. …Una mano gelida toccò la sua, e le redini le caddero di mano. Qualcuno, Sancha?, le stava baciando un ginocchio, baciando la parte dove un ramo puntuto le aveva lacerato la pelle, lavando via il sangue a forza di baci." (pag. 220), seguita da un’altra delle spiegazioni che, abbiamo visto, Wolfe è solito inserire nei suoi romanzi: "…quella parte che vuole restare in vita a ogni costo. …Vuole pensare di essere tutta la ragazza, capisci? Così appena può sale a cavallo, o magari alla guida di una macchina, e si comporta come se fosse la persona vera, corpo e tutto. Soltanto che se gli si mette davanti uno specchio, questo gli fa vedere ciò che realmente è, e la fa scappare a rotta di collo." (pag. 222).

Ma, già, qua, il lettore si trova in un altrove decisamente tale, senza che gli sia stato possibile capire quando, ciò sia avvenuto; importantissimo.

L’essere sfumata, della narrativa di Wolfe, trova qui una delle sue migliori esplicazioni, quell’indeterminazione, sfuggevolezza del confine che separa la realtà dalla fantasia, il sogno dalla veglia, non poteva che trovare un suo naturale sbocco in un simile romanzo.

E, quindi, una decina di pagine dopo una normalissima scena ospedaliera, leggiamo di "…una ragazza alta in jeans e un vecchio Re con lo sguardo perso nel fuoco sopito…", che vagano su di un prato in cui "Alcune pietre erano di vetro." (pag. 194), in un posto in cui un castello c’è per davvero…e altro: "Torri simili, eppure diverse, da quella che avevano lasciato, si levavano attorno a loro, con le cime perdute nella nebbia agitata, qualcuna tanto in pendenza che sembrava dovesse cadere. Ma non c’erano bandiere che sventolavano, e le uniche voci erano quelle dei gabbiani." (pag. 195).

Vi è, poi, un’altra spiegazione, quando un esperto di "fatti strani" fa un discorsetto su certi accadimenti un po’ alla "L’ invasione degli ultracorpi": "…casi in cui un supposto marito, o una moglie, uno zio, una figlia, una sorella o un fratello sono stati scoperti essere impostori solo grazie a una parola o a un gesto non caratteristici. Un uomo ritorna presto da una fiera, adducendo una qualsiasi ragione o non adducendone affatto. La maglie e i bambini non sospettano di nulla finchè mangia con mostruoso appetito, o il gatto gli si rivolta contro. Quando il vero padre e marito torna, l’impostore non si trova da nessuna parte. …Favole. …Si… (ma) Qui non ci sono principesse, le persone coinvolte sono quasi sempre dei poveri contadini. Non ci sono anelli dei desideri o montagne di cristallo, e nemmeno palazzi incantati. C’è stato un inganno, un’impostura, apparentemente senza scopo. …ogni fenomeno è ristretto a un gruppo culturale…le fate irlandesi vengono viste solo in Irlanda (ecc., n.d.a., in cui, quasi, sembra ci si contraddica con quanto precedentemente detto a riguardo degli archetipi)." (pag. 199).

E, poi, si comincia ad andare forte per davvero; fa la sua ricomparsa Long Jim, che era stato raccontato, all’inizio, come un’altra delle leggende del paese, e che già, precedentemente era apparso realmente, come compagno di quella donna che, cantando il suo canto strano, aveva portato la mente di quella protogonista altrove; un uomo "…alto più di sei piedi…" (pag. 201).

E, quando i personaggi che sono scomparsi (perché la trama…gialla, reale, procede con la progressiva scomparsa di, appunto, molti personaggi), diventano troppi, quelli rimasti decidono di andare a riprenderli; di andare a riprenderli là, in quell’altrove così discosto, pauroso; senza che ciò sembri vada a scuotere alcunchè della loro parte razionale; che, fino ad allora, aveva opposto le sue più vive rimostranze, all’accostarsi di tutto quell’irrazionale; ora, invece, pare che ogni riserbo sia stato superato, e che la psiche, ormai, accetti tutto.

C’è una sorta di porta che, tipicamente, porta al mondo incantato, delle fiabe: "Qui siamo "sotto la collina" e se non fossimo passati proprio in mezzo a quei due particolari alberi non credo affatto che avremmo potuto arrivare fin qui."; "Alberi nodosi come quelli vengono solitamente chiamati querce degli elfi, oppure olmi delle streghe…" (pagg. 208-9).

E, una volta di là, il racconto ha, ovviamente, un’ulteriore impennata; subito, riecco il gigante peloso: "…un…beh, un gigante, se volete chiamarlo così. Un uomo terribilmente alto, o forse una donna. …tutta pelosa… un uomo enorme-era arduo giudicare con esattezza quanto fosse enorme-montava un enorme cavallo." (pagg. 209-10); e viviamo la carcerazione di alcuni degli scomparsi, tenuti prigionieri dal…piccolo popolo: "…un nano peloso che teneva in equilibrio un vassoio di legno; un gigante ancora più peloso si nascondeva nell’oscurità dietro di lui." (pag. 212); e, qui, abbiamo una delle scene più belle, del romanzo, nella quale la fovolistica si intreccia, e benissimo, con la poeticità del Nostro: "Il vino era come un prato in primavera, dove crescevano i fiori selvatici, ranuncoli e margherite, viole bianche e azzurre, rose canine, digitali, e cento altri. Li conosceva tutti. Uno scricchiolio le gorgheggiò all’orecchio, e il vento del sud le scompigliò i capelli. ...Seth (il suo compagno di prigionia, n.d.a.) era un gigante di bronzo con gli occhi che sembravano strappati al cielo d’estate…" (pag. 213), al suo bere del vino, appunto, datele dai nani.

E nella quale il gatto di casa della prigioniera arriva a liberarla in vesti molto particolari: "…il gatto entrò con la chiave nella zampa anteriore sinistra e un lungo bastone da passeggio dorato con una nappa ugualmente dorata nella destra." (pag. 213).

E poi la fata Morgana, i sui capelli: "…erano così sottili che un singolo capello era completamente invisibile; lo si poteva vedere solo quando era assieme a tanti altri." (pag. 214), e che è una ninfa: "…le ninfe sono delle fate del mare, e noi siamo fate del mare. Noi siamo le Oceanidi, figlie di Teti e Oceano, e viviamo sul fondo del mare." (pag. 215).

Si riprendono, dando loro un senso, i molti accenni alla leggenda arturiana che, precedentemente, erano stati disseminati, dalle sculture al museo del paese, che: "…rappresentava(no) tutto il ciclo di Malory…Le Morte d’Arthur." (pag. 78), ad un rimuginare di una protagonista proprio al loro riguado. "…la pietra era caduta dal Cielo, quindi era piuttosto ovvio che si trattava di un meteorite. …la storia esageratamente gonfiata di un Re dell’Alto Medioevo che aveva conquistato il trono imparando a estrarre dai meteoriti l’acciaio col quale poter forgiare le armi." (pag. 102); "…ho molte case in fondo al mare, altre in fondo ai laghi. …quando mio fratello era un bimbo, un meteorite incandescente con conficcata una spada cadde sulla terra. …esisteva un’altra civiltà oltre a quella a cui il vostro popolo ha dato il nome della sua divinità protettrice. È morta tanto tempo fa, e il suo popolo è perito con essa, quasi tutto. Questa spada era opera loro. Immagino che fosse rimasta parzialmente circondata dalla roccia fusa." (pag. 215); e l’essere una ninfa d’acqua, di lei, e le abitazioni acquatiche, unite al suo essere, decisamente, una figura materna, penso abbia la sua importanza.

Alla fine di un lungo dire, suo, di una leggenda, dice, alla protagonista reale a cui si stà rivolgendo qualcosa che pare significare un suo dover, in una quanche maniera, recuperarla.

Che sottende a significati di recupero della memoria, da parte del lettore.

Una ripresa dello scenario iniziale del mondo fatato ha, mi pare, poi, un ottimo effetto: "Si sovvenne del castello, che pareva abbandonato, se non fosse stato per le volteggianti figure scorte da lontano, la ragazzina che si era perduta, e il vecchio Re." (pag. 219), così come decisamente questo mostro che fa, improvvisa, la sua comparsa: "Un essere terrificante si sollevò in ginocchio… Così come gli incubi si fissano su un singolo dettaglio, e lo presentano immutato allo sguardo sconvolto dall’orrore del dormiente, Sissy rivide il volto deperito ridotto a un teschio, le mani scheletrite…" (pag. 223).

Il finale vede come sovrapporsi il mondo reale e quello fantastico, con degli effetti davvero ottimi, come la scena nella quale "…la vecchia signora Cosgriff in persona, con i suoi propri occhi, aveva visto degli spettrali Indiani sul sentiero di guerra in Pine Street a Castleview." (pag. 226): "…un…un qualcosa…un’intera masnada di cose…arrivò infuriando su dalla strada. C’era, lei aveva…una confusa impressione di cavalli e cani, di uomini e donne fatti vorticare dal vento, di lampi scoccati come frecce e lampi gettati come lance." (pag. 226).

O quella nella quale un personaggio reale ed uno fantastico hanno un tipico incontro al…giallo (il genere lettereario); e penso che il fatto che quello reale sia un asiatico non sia casuale, così come il fatto che il tranquillizzante, dei finali di quel genere, qui, appunto, non vi sia; affatto; e che finisce con quello fantastico che si trasforma in un altro mostro terrificante: "…una creatura dalla grossa testa con tre paia di occhi e arti sottili come tubi." (pag. 230).

O l’apparizione, quasi onirica, che alcuni hanno, passando per Castleview sulla loro automobile: "…un cervo fermo sotto un grande pino a una certa distanza dalla strada. Qualcosa, forse un bambino o una bambola infradiciata, cavalcava il dorso del cervo, e agitava una mano come per fare un segnale al loro passaggio." (pag. 235), ed altri, poi, solo accennata, e forse proprio per questo più efficace: "Una sagoma scura attraversò di scatto la strada. Roberts sbattè le palpebre, poi decise che si trattava solo di un coniglio." (pag. 241; la sottolineatura è mia).

La scena finale è catartica, con i personaggi reali e fantastici che si affrontano nella casa in vendita/castello: "…il grande cortile erboso da cui Sissy Stevenson era partita a cavallo con Long Jim. Il cortile non era più completamente deserto, sebbene la presenza di due disparati gruppi di persone (bizzarri come le folle intraviste nei sogni) lo facesse apparire ancora più deserto… Invisibili spettri di lotta e di paura, di ordalia e giuramento, e del finale Giudizio di Dio venivano evocati dalla presenza reale (dei personaggi reali, n.d.a.)… Tutti assieme non arrivavano alla dozzina, e rispetto alla folla degli spettri erano davvero molto pochi. Il gruppo che li fronteggiava era solo di poco più numeroso, e molti in esso sembravano essi stessi spettri, fantasmi o folletti, orchi o elfi…" (pagg. 236-7).

Nell’ultimo capitolo, in realtà un epilogo (anche se c’è, un "Epilogo"), fra le altre cose si dice una cosa che riprende un’altra, che si era detta nei romanzi del ciclo di Latro: "Torna indietro prima o poi. Torna sempre." (pag. 240); accidentalmente, contestualmente con tutt’altro significato, ma, mi pare, con lo stesso che aveva là.

E "Nel paese delle fate le cose non sono come qui. …Molte persone hanno creduto alle fate. È da lì che hanno cominciato a raccontare quelle storie." (pag. 241).

Ma la cosa veramente importante che vi si può leggere, la si trova, anch’essa, detta quasi accidentalmente, e vi si potrebbe non dare importanza, se non si fossero lette le altre opere del Nostro, in special modo l’inizio del primo romanzo del ciclo del Nuovo Sole, con Severian che quasi annega, viene salvato, ed altre: "Una volta quasi annegavo, quand’ero bambina, perciò ho paura dell’acqua." (pag. 62).

Il racconto è "Il signore della terra" (Lord of the Land, in "Lovecraft 2000" (Cthulhu 2000: A Lovecraftian Anthology, '95), a cura di Jim Turner, "I libri della mezzanotte" n. 3, ed. Sperling & Kupfer, ’99, edizione originale: (Arkham House), 358 pagine, 16,47 €, traduzione di Gian Paolo Gasperi, © '90, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "Lovecraft's Legacy", a cura di Robert E. Weinberg e Martin H. Greenberg (Tor, '90), poi antologizzato anche in "Best New Horror 2", a cura di Stephen Jones e Ramsey Campbell (Robinson, '91), e in "The Giant Book of Best New Horror", a cura di Stephen Jones e Ramsey Campbell (Magpie, '93) ; 15 pagine, pag. 253)-un ottimo horror che ricalca, nelle direttive editoriali, come abbiamo visto, gli stilemi lovecraftiani; e, effettivamente, lo fa: c’è una creatura spaventosa che sembra uscire da qualche oscuro universo; ma, Wolfe, non poteva che personalizzare fortemente la tematica, e, così, ecco che la narrazione, che parte in una quotidianità normale, ha una brusca, improvvisa impennata nel fantastico, nell’orrorifero, per…un sogno; un sogno del quale non si riesce a delimitare il confine.

Vi è una sorta di possessione, da parte del demone, del protagonista, del quale si scatenano le pulsioni profonde; oscure: "Cooper si inginocchiò e addentò uno dei vermi dal vomito puzzolente. Era biancastro, striato e macchiato di rosso, e destò in lui un desiderio mai provato prima. In bocca gli portò pace, salute, amore e la brama di qualcosa che non riusciva a definire." (pag. 265; le sottolineature sono mie); il tema del lupo, che, qui, ha una delle sue migliori esplicazioni.

Un’altra cosa che mi pare rilevante è un dire degli archetipi, in una maniera criptata, come abbiamo visto essere solito al nostro, ma qui abbastanza facilmente decifrabile: "…gran parte dei temi folkloristici erano, se non proprio esistiti da sempre, quanto meno molto antichi." (pag. 258), ma, di più, poi, quando dice di un’incredibile spiegazione razionale del ritrovare di un mito (quello del demone, una rivisitazione di un dio dell’antico Egitto) in America, lasciando intendere, appunto…

Un paio di annotazioni a margine: ad un certo punto, la nipote dell’uomo intervistato dal protagonista, uno studioso di folcklori, gli dice: "Credo che sia molto bello, quello che state facendo, scrivere tutte quelle storie prima che vadano dimenticate." (pag. 257).

E, in una pagina di un libro sulle divinità egizie letto dal protagonista, leggiamo: "…la valle senza luce e infestata dai demoni che si estendeva tra il tramonto del vecchio sole e il levarsi di quello nuovo." (pag. 258).

Nel '90 pubblicò anche il romanzo "Pandora by Holly Hollander" (Tor), poi (NEL, ’91), (Tor/Orb, ’93), contributi critici: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 358, n. 5, vol. 25, novembre '90, David Herter, "The New York Review of Science Fiction", ottobre ‘91, di Martyn Taylor, "Paperback Inferno", febbraio ’92 e di Jim England, "Vector", febbraio ’92, i racconti "The Haunted Boardinghouse", in "Walls of Fear", a cura di Kathryn Cramer (Morrow), poi antologizzato in "Strange Travelers", finalista (26°), premio "Locus" ’91, miglior novelette e "The Monday Man", in "Monochrome: The Readercon Anthology", a cura di Bryan Cholfin (Broken Mirrors Press, uscita in due edizioni, una lusso, a $25.00, e l’altra economica, a $9.95), il saggio "Notes from Clarion", in "Focus", febbraio, l’introduzione al romanzo di Raphael A. Lafferty "Argo" (United Mythologies Press), "Episodes of the Argo", poi edita anche in "Castle of Days", e una recensione a "Fish Whistle", di Daniel Pinkwater, in "The New York Review of Science Fiction", marzo.

Del ’91 non abbiamo a disposizione nessun’opera in traduzione, ma, in quell’anno, pubblicò la raccolta di lettere "Letters Home" (United Mythologies Press, due edizioni, una economica, 13.95 $, l'altra lusso, 45.00 $), raccolta delle lettere che l'autore scrisse alla madre dalla guerra di Corea, il racconto "The Seraph from the Sepulcher", in "Sacred Visions", a cura di Andrew M. Greeley, Michael Cassutt e Martin H. Greenberg (Tor), un estratto da qualche suo romanzo, "The Old Women Whose Rolling Pin is the Sun" (Cheap Street) e il saggio "Smiling, She Met the Dragon", "The New York Review of Science Fiction, agosto.

Del ’92 abbiamo a disposizione in traduzione due racconti, "Il marinaio che navigò verso il sole" (The Sailor Who Sailed After the Sun, in "Graal. La ricerca dell'alba" (Grails: Quests of the Dawn), a cura di Richard Gilliam, Martin H. Greenberg e Edward E. Kramer, ed. Salani, ’97, 320 pagine, 16,53 €; edizione originale: (NAL/Roc, ’94), traduzione di Maria Grazia Gini, orinariamente apparso in "Grails: Quests, Visitations and Other Occurences", a cura di Richard Gilliam, Martin H. Greenberg e Edward E. Kramer (Unnameable Press), poi in "The Year's Best Fantasy and Horror: Sixth Annual Collection", a cura di Ellen Datlow e Terri Windling (St. Martin's, ’93); 16 pagine, pag. 100)-una favola vera e propria, nella quale si racconta di una scimmia che, vistasi arrivare una nave sulla sua isola, chiede ed ottiene di "fare cambio" con un marinaio di quella; e così se ne parte da là, a vedere il resto del mondo, che ancora non ha visto.

Ciò, ovviamente, non passa inosservato; gli altri marinai, infatti: "…non poterono fare a meno di sospettare di aver a che fare con qualcosa di non umano, fosse anche del genere delle scimmie antropomorfe." (pag. 104); cosa che si era già accennata, nel ciclo del Nuovo Sole.

Ma la cosa sicuramente rilevante è un dire di una sorta di fratellanza fra animali: "…Jacko (la scimmia protagonista, n.d.a.) vide la balena per quello che era, e anche se stesso per quello che lui era. …Io sono un animale come te." (pag. 108).

Che, assieme all’assonanza fra il sentire della scimmia, e del marinaio, i cui sentimenti, infatti, sono praticamente lo specchio l’uno dell’altro, fanno dire, a questo, ancora, bel racconto, pieno di un’intensa poeticità che lo pervade, che l’uomo, in fondo, per quanto, alcuni, lo vogliano addirittura negare, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi, è…un’animale.

Il finale, sopisce i dubbi, più che legittimi, che si possa trattare di una qualche sorta di rielaborazione, trasposizone, del mito di Icaro; è, effettivamente, così, e, qui, stà, percui, a significare quanto, noi umani, "ci si sia allontanati troppo da casa", parafrasando quanto si dice nel bellissimo film di McTiernan "Nomads" (Usa, '85, con Lesley-Anne Down, Pierce Brosnan e Anna-Maria Monticelli; vedi "Scienziato vagabondo", di Giovanna Grassi, "Corriere della sera" del 1/9/'86, "Monster-guide '86", di Roberto D'Onofrio, "The Dark Side" n. 1/'87, pag. 83 e "Incubi", appendice a "Demoni", 10° cap. di "Storia del cinema dell'orrore/3", di Domenico Cammarota, "Futuro saggi" n. 20, ed. Fanucci, '93, pag. 251).

E "La leggenda di XI Cygnus" (The Legend of XI Cygnus, in "Millemondiestate 1993", "Millemondi" n. 43 (vecchia serie), ed. Mondadori, ’93, 368 pagine, 4,65 €; prezzo remainders: 10,33 €; traduzione di Micaela Acocella, © '92, by Mercury Press, originariamente apparso in "The Magazine of Fantasy & Science Fiction", ottobre/novembre; 5 pagine, pag. 180)-che racconta, coi toni tipici delle leggende, appunto, di una di un lontano pianeta: "Un piccolo pianeta che ruotava intorno alla stella…", e che: "…era dominato da un gigante." (pag. 180).

Gigante che è ciò su cui è incentrata la leggenda: "Era considerato un gigante anche fra i suoi compagni, anch’essi esseri enormi e grandi, e per questo motivo era chiamato Il Gigante. Come tutti loro, aveva la tendenza a essere tollerante e anche un po’ pigro, ma, allo stesso modo, poteva diventare molto cattivo." (Idem).

Leggenda che racconta di come egli fosse odiato dai nani che teneva come schiavi, per aver distrutto la loro civiltà, e decimato il loro popolo; e dei loro tentativi di eliminarlo.

Questo gigante maschio mi pare non avere molto a che fare con la figura della Gigantessa che abbiamo visto; e non è neppure una qualche forma di figura paterna; qualcosa ("Quando il Gigante ebbe unificato tutti i popoli sotto il suo potere…" (Idem)), e un po’ dell’atmosfera che vi si respira mi hanno fatto pensare che potrebbe significare la scomparsa delle credenze antiche alla comparsa del Cristianesimo; quel mondo abitato anche da Centauri, Silfidi, e Demoni; ma, ancora una volta, rimane molto oscuro.

Nel '92 pubblicò anche le antologie "Castle of Days" (Tor), che raccoglie "Gene Wolfe's Book of Days" e "The Castle of the Otter", più inediti, comprendente, un'introduzione dell'autore, i racconti "The Adopted Father" ("Il padre adottato"), "Against the Lafayette Escadrille", "An Article About Hunting" ("Un articolo sulla caccia"), "Beautyland" ("Terrabella"), "The Blue Mouse", "Car Sinister", "The Changeling", "Date Due", "Forlesen", "From the Desk of Gilmer C. Merton", "How I Lost the Second World War and Helped Turn Back the German Invasion", "How the Whip Came Back", "La Befana" ("La befana"), "Many Mansions", "Melting", "Of Relays and Roses", "Paul's Treehouse", "St. Brandon", un estratto da "Peace", "Three Million Square Miles" e "The War Beneath the Tree" ("Il segreto di Babbo Natale"), e i saggi "Achieving Dramatic Scenes: The Cat in the Starfleet's Attic", "Algis Budrys II", "Algis Budrys I", "Aussiecon Two Guest of Honor Speech", "Beyond the Castle of the Otter", "Cavalry in the Age of the Autarch", "The Ethos of Elfland", "Explaining Nancy Kress", "The Feast of Saint Catherine", "A Few Points About Knife Throwing", "Four Letters", "From a Chain Letter to George R.R. Martin and Greg Benford, Dated July 10, 1982", "From a House on the Borderland", "From a Letter to Ellen Kushner, Dated April 2, 1985", "From a Letter to Larry McCaffery, Dated October 1, 1987", "From a Letter to Nancy Kress, Dated September 21, 1987", "From a Letter to Patty Bowne, Dated Memorial Day, 1983", "From a Letter to Ron Antonucci, Dated June 22, 1983", "From a Letter to Sharon Baker, Dated February 25, 1983", "From a Letter to Sharon Butler, Dated November 11, 1983", "Hands and Feet", "Helioscope", "How Science Will Conquer the World for Fantasy", "An Idea That...", "Introduction for "Episodes of the Argo"", "Kipling's Influence", "Nebula Awards Speech, April 24, 1982", "Onomastics, The Study of Names", "The Outline of Sanity", "Peace of My Mind", "The Pirates of Florida and Other Implausibilities", discorso tenuto alla International Conference on the Fantastic in the Arts, '91, poi in "Quantum Science Fiction" n. 43/44, '93, "The Rewards of Authorship", "The Right of Things to Come", presentazione alla Science Fictgion Research Association, nel '78, "Secrets of the Greeks", "Sun of Helioscope", "These Are the Jokes", "Vunce Around der Momma's Kitchen py Hans Katzenjammer", "Where Castle?", "Where I Get My Ideas", "Words Weird and Wonderful" e "The Writer's Tool Kit" e "Young Wolfe" (United Mythologies Press), comprendente i racconti "The Case of the Vanishing Ghost", "The Dead Man", "The Grave Secret", "The Green Wall Said", "The Largest Luger", "The Last Casualty of Cambrai", "Mountains Like Mice", "Screen Test" e "Volksweapon", e il saggio "Orbital Thoughts" e la recensione a "The New Gothic: A Collection of Contemporary Gothic Fiction", a cura di Bradford Morrow e Patrick McGrath, "The New York Review of Science Fiction", gennaio.

Del ’93 non abbiamo a disposizione nessun’opera in traduzione, ma quell’anno pubblicò il primo romanzo del secondo ciclo del Nuovo Sole, detto del Lungo Sole, "Nightside the Long Sun" (Tor, due edizioni, una lusso, 21.95 $, l’altra economica, 4.99 $), (NEL, ’93, ‘94), poi antologizzato in "Litany of the Long Sun", giunto alle nominations Below Cutoff del premio "Hugo" ‘94, finalista (23°) premio "Locus" ‘94, finalista premio "Nebula" ’93, contributi critici: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 384, n. 1, vol. 30, gennaio '93, Robert K. J. Killheffer, "The New York Review of Science Fiction", giugno ’93, di David Langford, "Vector", febbraio ’94, e di Patrick O'Leary, "Sf Eye", autunno ’97; per i saggi riguardanti l'intero ciclo, i racconti "And When They Appear", in "Christmas Forever", a cura di David G. Hartwell (Tor), "Useful Phrases", in "Tomorrow Speculative Fiction", gennaio ’93, a cura di Algis Budrys (Pulphouse Publishing, Inc.), finalista (10°) premio "Locus" ’94, miglior Short Story, giunto alle nomination preliminari del premio "Nebula" ’93, poi entrambi antologizzati in "Strange Travelers" e il saggio "Response to John Kessel's "The Brother from Another Planet", "The New York Review of Science Fiction", aprile.

Del '94 non abbiamo a disposizione opere in traduzione; in quell’anno pubblicò il secondo ed il terzo romanzo del ciclo del Lungo Sole, "Lake of the Long Sun" (Tor), poi antologizzato in "Litany of the Long Sun", e (NEL, ’94, due edizioni, una economica, 4.99 $, una lusso, 16.99 $), (Tor, ’95), giunto alle nomination Below Cutoff del premio "Hugo" ‘95, e a quelle preliminari del premio "Nebula" ’94; contributi critici: recensioni di Faren Miller "Locus" n. 395, n. 6, vol. 31, dicembre '93, Pascal J. Thomas, "The New York Review of Science Fiction", giugno ’94, di David Langford, "Vector", febbraio ’94, e di Patrick O'Leary, "Sf Eye", autunno ’97; per i saggi riguardanti l'intero ciclo, e "Caldè of the Long Sun" (Tor), (NEL, poi ’95), poi (Tor, ’95), edizione inglese, la prima (Hodder & Stoughton, '94)antologizzato in "Epiphany of the  Long Sun", giunto alle nomination Below Cutoff del premio "Hugo" ‘95, finalista (9°), premio "Locus" ‘95, miglior romanzo Sf, finalista premio "Nebula" ’95; contributi critici: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 403, n. 2, vol. 33, agosto '94, Thomas A. Easton, "Analog", febbraio ’95, di David Langford, "Vector", luglio ’95, e di Patrick O'Leary, "Sf Eye", autunno ’97; per i saggi riguardanti l'intero ciclo, e, appunto, la prima raccolta dei romanzi di questo nuovo ciclo, "Litany of the Long Sun" (SFBC), poi (Tor/Orb, 2000), comprendente, come abbiamo detto, "Nightside the Long Sun" e "Lake of the Long Sun", ma, anche, quelle del primo, "Shadow & Claw" (Tor/Orb), poi (Orion/Millennium, 2000), comprendente "The Shadow of the Torturer" ("L’ombra del torturatore") e "The Claw of the Conciliator" ("L’artiglio del conciliatore"), vedi "The Book of the New Sun, Volumes I & II", e "Sword & Citadel" (Tor/Orb), comprendente "The Sword of the Lictor" ("La spada del littore") e "The Citadel of the Autarch" ("La cittadella dell’autarca"), vedi "The Book of the New Sun, Volumes III & IV", il racconto "Queen of the Night", in "Love in Vein", a cura di Poppy Z. Brite e Martin H. Greenberg (HarperPrism), poi antologizzato in "Strange Travelers", la recensione a "Angry Candy", di Harlan Ellison, "The New York Review of Science Fiction", maggio.

Del ’95 abbiamo a disposizione in traduzione un saggio e un romanzo breve, "Lo ziggurat" (The Ziggurat, in "Le meraviglie dell'invisibile" (Year's Best Sf), a cura di David G. Hartwell, edizione originale: (HarperPrism, ’96), "Millemondi autunno 1997", "Millemondi" n. 12, nuova serie, ed. Mondadori, ’97, 395 pagine, 4,65 €; traduzione di Riccardo Valla, © '95, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "Full Spectrum" # 5, a cura di Jennifer Hershey, Tom Dupree e Janna Silverstein (Bantam Spectra), poi antologizzato in "Strange Travelers",  finalista (7°) premio "Locus" '96, miglior novella, giunto alle nomination "Below Cutoff" del premio Hugo ’96; 74 pagine, pag. 321, preceduto da una breve presentazione dell’autore del curatore)-che inizia come un normalissimo racconto riguardante una "storia di relazione", anche se, già prima che si capisca ciò, avviene un furto un po’ strano; una storia di relazione come interessa al pubblico femminile.

E che, poi, improvvisamente, deraglia verso un incubo un po’ alla "Distretto 13" di Carpenter, all’inizio, per, poi, diventare, come vedremo, qualcosa di ancor completamente differente.

Delle figure piccole, sbucate da chissà dove, fermano e sequestrano l’auto con la quale la moglie si stà allontanando dalla casa del marito da cui si stà separando; e una delle figlie scompare.

Spari, uccisioni, viaggi in un tempesta di neve, e il racconto della bambina ritrovata; soprattutto.

Ella è stato portata in una sorta di ziggurat, appunto: "…un insieme di moduli cubici, sempre più piccoli, che effettivamente sembravano una di quelle antiche piramidi a gradini…" (pag. 376).

"…si era allontanata per non più di un paio d’ore, (ed) era convinta di essere stata via per una giornata: era stata portata nello ziggurat e aveva visto immagini che non era riuscita a capire, aveva dormito, era stata portata nel lago, dove erano accese alcune luci azzurre." (pagg. 364-5).

Figure che, poi, verrano…capite essere: ""Brownies…creature delle leggende inglesi: il "piccolo popolo". Erano piccoli e bruni (presumibilmente di carnagione scura), e in genere dispettosi e vandalici, ma a volte disposti a scambiare con cibo e vestiti i loro prodotti. Esseri del mondo delle fate… Attiravano i tuoi figli in un posto dove il tempo correva in modo diverso, troppo in fretta o troppo adagio." (pag. 364); "Per secoli, senza essere ascoltati, in Inghilterra, in Irlanda e in molti altri paesi c’erano stati uomini e donne che avevano parlato di una piccola razza di uomini che abitava in colline dove il tempo scorreva in modo diverso, anche se in Africa, dove la pelle era più scura della loro, il "piccolo popolo" aveva la pelle bianca. …Per gli africani, i membri di quella razza piccola e di pelle chiara erano gli Yumbo, e uscivano dalle loro colline per rubare il cibo." (pag. 381).

Ma ciò che vi si dice è della possibilità, per un uomo che abbia avuto una relazione particolarmente difficile con la propria madre, di sentire il mondo femminile per qualcosa di ostile: "…pericolose…" (pag. 382); e viceversa.

Vi è un lungo colloquio del protagonista col suo figlio maschio, che, per gli accordi della separazione, rimarrà con lui, in cui gli dice, appunto, delle donne; e un , improvviso, apparire della Gigantessa: "…l’immagine di un’enorme e rabbiosa gigantessa…" (pag. 379), che, poi, viene zittita dal protagonista: "L’immagine sul tavolo di lavoro continuava a gridare. Senza pensare, le gridò di stare zitta, poi, non avendo ottenuto alcun risultato, cominciò a battere i pugni sulla superficie dello schermo, che infine, all’improvviso, si spense." (pag. 380), che sembrerebbe simboleggiare il tentativo di esorcizzare quello spettro, dell’autore.

Queste brownies, poi, nel pensiero del protagonista/autore, verrebbero da: "Un paese privo di uomini, forse, o uno dove gli uomini erano temuti e odiati." (pag. 366); e la separazione è a motivo di presunte molestie del protagonista sulle figlie; e la morte per…affogamento di una brownie.

Vi si ritrovano, poi, due degli stilemi che abbiamo visto essere particolarmente apprezzati dal Nostro, il racconto nel racconto, e il riferirsi al mondo cinematografico come serbatoio dell’immaginario collettivo: ""Non è nulla signore. Mi sono rimesso a posto l’osso da solo.", diceva Danny Kaye in qualche vecchio film." (pag. 352).

Il saggio è, "Theodore Sturgeon" (About Theodore Sturgeon, in "Un dio in giardino. Il primo libro dei racconti" (The Ultimate Egoist), di Theodore Sturgeon, "I massimi della fantascienza" n. 37, ed. Mondadori, 97, edizione originale: (North Atlantic Books); 346 pagine, 16,53 €; traduzione di Riccardo Valla, 2 pagine, pag. 13)-una delle tre prefazioni al libro (le altre due sono di Ray Bradbury e Arthur C. Clarke); nel quale, prevalentemente, dice di suoi ricordi riguardanti le sue letture di Sturgeon, ma, anche, alla fine, di quel suo, come abbiamo visto, pensare lo scrivere come qualcosa che eterni la memoria dell’autore: "…si è soltanto allontanato da noi, lasciandoci la sua parte migliore: il suo amore, la sua saggezza, la sua padronanza della parola scritta e il suo piacere di scriverla." (pag. 13).

Nel '95 pubblicò anche il racconto "The Death of Koshchei the Deathless", in "Ruby Slippers, Golden Tears", a cura di Ellen Datlow e Terri Windling (Morrow AvoNova), poi antologizzato in "Strange Travelers", e il saggio "A Critic at the Crossroads: Gregory Feeley's "How Far to th'End of the World?", "The New York Review of Science Fiction", ottobre.

Del ’96 abbiamo a disposizione in traduzione un solo racconto, "Contando gatti a Zanzibar" (Counting Cats in Zanzibar, in "Le trappole dell'ignoto" (Year's Best Sf 2), a cura di David G. Hartwell, edizione originale: (HarperPrism, ’97), © ’97, by David G. Hartwell, "Millemondi estate 1998", "Millemondi" n. 16, nuova serie, ed. Mondadori, ’98, 400 pagine, 5,11 €; traduzione di Roberto Marini, © '96, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "Isaac Asimov's Sf Magazine", agosto, poi antologizzato in "The Year's Best Science Fiction: Fourteenth Annual Collection", a cura di Gardner Dozois (St. Martin's, ’97, due edizioni, una lusso, 29.95 $, l’altra, (St. Martin's/Griffin), economica, 17.95 $), e in "Strange Travelers", finalista (2°), premio Locus ‘97, miglior short story, giunto alle nomination "Below Cutoff", del premio Hugo ’97; 18 pagine, pag. 234, preceduto da una breve presentazione del curatore-racconto robotico, con evidenti riferimenti alle Leggi della Robotica di Asimov, ma nel quale, come ben raramente avviene in racconti di questo tipo, a valere non è l’idea, ma il come essa viene raccontata; e cioè, come abbiamo avuto modo di capire, con l’ottimo, alto stile del Nostro.

Un robot, un androide autocoscente, uno dei pochissimi esistenti, rintraccia la sua creatrice; o, meglio, una donna che, dopo aver lavorato a quel progetto, ne ha distrutto tutto; per riportarla a migliorarli, lei, unica che ha il segreto di come poterlo fare.

Come vedete, qui, come non è stato per molte sue opere, la trama ha la sua importanza; per la sua originalità.

E, anche, perché vi si dice del fantasma dell’annegamento, connesso a questo sentimento di maternità, anche se in questa trasposizione fantascientifica: "…andare in nave: essere in prigione, con l’aggiunta del pericolo di affogare." (pag. 235); ed il finale: "Sputò e cercò di respirare, ma aspirò solo acqua, in bocca e nelle narici; e l’acqua, l’amara acqua del mare, si richiuse sopra di lei." (pagg. 251-2).

Per quanto riguarda quei riferimenti alle Leggi della Robotica che abbiamo detto: "…(sei capace, n.d.a.) non di farmi del male, o di lasciare che me ne facciano." (pag. 241); "Devi salvarti, se puoi, non è vero? Non è uno dei tuoi istinti?" (pag. 249), anch’essi sono ripresi, e approfonditi, assieme ad altri Temi Classici della robotica: "Temi forse che vi superiamo di numero? Che vi scalziamo via? Siamo troppo costosi da costruire." (pag. 241), ma, di più, resi parte essenziale di "ciò che si vuol dire": "Non ti è mai capitato di pensare che a qualche livello te ne devi dolere? Che a qualche livello devi combattere contro questo comandamento, inventando dei sistemi per eluderlo? Questo è quanto facciamo noi, e ti abbiamo costruito noi." (pag. 243), nel dire della possibilità ventilata dalla protagonista che lui possa, cioè, tentare di diventare…umano; ciò che, in effetti, è, poi in fondo, il suo scopo.

Bello, poi, un passaggio nel quale si dice dell’impossibilità, per ogni automa costruito dall’uomo, di raggiungere la profondità dell’animo umano: "Non credo che tu capisca bene nemmeno per la metà di quanto credi, o di quanto credono quelli che hanno scritto il tuo software. Succede quando vuoi vivere. La vita è un mistero profondo quanto può esserlo ogni morte; però, oh quanto ci è dolce, questa vita che viviamo e vediamo!" (pag. 247).

Vi si dice, anche, da cosa venga il titolo; è una citazione da Thoreau, che, praticamente, significa fare qualcosa di assolutamente inutile.

Nel '96 pubblicò anche l’ultimo romanzo del ciclo del Lungo Sole, "Exodus from the Long Sun" (Tor), (Hodder & Stoughton, Gb, due edizioni, una lusso, 23.95 $, l’altra economica, 16.99 $), poi (Tor, ’97), (NEL, ’97) e antologizzato in "Epiphany of  the Long Sun", finalista (10°), premio "Locus" ‘97, giunto alle nomination preliminari del premio "Nebula" ’97; contributi critici: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 431, n. 6, vol. 37, dicembre ‘96, di Paul J. McAuley, "Interzone", dicembre ‘96, di John Clute, "The New York Review of Science Fiction", giugno ‘97, di Patrick O'Leary, "Sf Eye", autunno ‘97, di Paul Di Filippo, "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", dicembre ‘97, di Thomas A. Easton, "Analog", marzo ’97 e di David Langford, "Vector", settembre ’97; per i saggi riguardanti l'intero ciclo, i racconti "Ain't You 'Most Done?", in "Sandman: Book of Dreams", a cura di Neil Gaiman e Edward E. Kramer (Voyager), (HarperPrism), "Bed and Breakfast", in "Dante's Disciples", a cura di Peter Crowther e Edward E. Kramer (White Wolf), "Bluesberry Jam", in "Space Opera", a cura di Anne McCaffrey e Elizabeth Ann Scarborough (Daw), "How I Got Three Zip Codes", in "The Mammuth Book of Seriously Comic Fantasy", a cura di Mike Ashley (Robinson), "One-Two-Three For Me" e "To The Seventh", in "The Many Faces of Fantasy", a cura di Richard Gilliam (World Fantasy Convention 1996), poi antologizzati in "Strange Travelers", "The Man in the Pepper Mill", "The Magazine of Fantasy & Science Fiction", ottobre/novembre, finalista (10°), premio "Locus" ‘97, miglior novelette, "Try and Kill It", "Isaac Asimov's Science Fiction Magazine", ottobre/novembre, finalista (16°), premio "Locus" ‘97, miglior novelette, premio "Bram Stoker" ’96, giunto alle nomination preliminari del premio "Nebula" ‘97.

In quell’anno gli venne assegnato anche il premio "World Fantasy" per il complesso dell’opera.

Del ’97 abbiamo a disposizione in traduzione, ancora, un racconto ed un breve saggio; il racconto è "Piccolo zoo" (Petting Zoo, in "Il gioco infinito" (Year's Best Sf 3), a cura di David G. Hartwell, "Millemondi estate 1999", "Millemondi" n. 209, nuova serie, ed. Mondadori, ’99, edizione originale: (HarperPrism, ’98), © ’98, by David G. Hartwell; 430 pagine, 5,11 €; traduzione di Antonella Pieretti, © '97, by Gene Wolfe, originariamente apparso in "Return of the Dinosaurs", a cura di Mike Resnick e Martin H. Greenberg (Daw); 7 pagine, pag. 9, preceduto da una breve presentazione del curatore)-leggero, racconta di un qualche Disneyland in cui, fra gli intrattenimenti, c’è un Tyrannosaurus Rex guidato da una persona, un ragazzo; ma ciò che, prevalentemente, vi si dice, e che è anche fatto notare dal curatore nell’introduzione, è quanto, anche in un racconto di Sf, narrativa, come sappiamo, di idee, la trama possa essere secondaria, rispetto allo stile col quale viene narrata: "(la tuta termica di Roderick dette un fremito e si spense)" (pag. 12), in cui l’aver messo fra parentesi quell’elemento di trama, che in racconto di Sf normale sarebbe stato centrale, è indubbiamente significativo.

Il saggio è "La sorellina" (Kid Sister, in "La danza delle tenebre" (Dancing in the Dark), a cura di Stephen Jones, "I grandi tascabili" n. 631, ed. Bompiani, '99, edizione originale: (Vista); 256 pagine, 7,49 €; traduzione di Gianni Montanari, 5 pagine, pag. 367, preceduto da una breve presentazione del curatore)-un’antologia che raccoglie brevi brani, appunto, di svariati scrittori, registi, attori di genere horror, o affini, su loro esperienze col paranormale; quella che Wolfe racconta in questa è, più che altro, di una sensazione: "…non c’era nulla da vedere e nulla da dire, nessuna figura in ombra, niente risate spettrali. Ma la sensazione era opprimente…" (pag. 371), avuta nel viaggio di ritorno da un funerale, dopo aver dormito nella camera della morta, la cui lampada, che teneva accesa tutte le notti, si era…spenta assieme alla sua padrona.

Una sensazione dovuta, razionalmente, al verificarsi di una situazione appena raccontata, dalle probabilità decisamente scarse.

Nel '97 pubblicò anche la seconda raccolta dei romanzi del ciclo del Lungo Sole, "Epiphany of the Long Sun" (SFBC), poi (Tor/Orb, 2000), comprendente "Caldé of the Long Sun" e "Exodus From the Long Sun"; diciamo qui gli altri contributi critici riguardanti l'intero ciclo: di Michael Andre-Driussi: "The Quick and Dirty Guide to the Long Sun Whotl" (Sirius Fiction, ’97), "LS1: Characters of the Long Sun Whorl" (Sirius Fiction, ’97) e "LS2: Characters of the Long Sun Whorl" (Sirius Fiction, ’98); di Nick Gevers: "Five Steps Towards Briah: Gene Wolfe's The Book of the Long Sun", "Nova Express", autunno/inverno ‘98, vol. 5, n. 1, a cura di Lawrence Person, pagg. 7-11, ora in: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/briah.htm, "The Reader as Augur: Beginnings and Endings in Gene Wolfe’s "The Book of the Long Sun": http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/augur.htm; "The Rhetoric of an Impossible Object: Gods, Chems, and Science Fantasy in Gene Wolfe’s "Book of the Long Sun"", di John Gerlach, "Extrapolation" n. 40.2, estate ’99, pag. 153, scaricabile da: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/www.northernlight.com , e c’è un’intero sito dedicato a chat di discussione su di esso, "Whorl": http://www.urth.net/whorl/archives/v11.html; i racconti "Flash Company", in "The Horns of Elfland", a cura di Ellen Kushner, Delia Sherman e Donald G. Keller (Penguin/Roc) finalista (17°), premio "Locus" ’98, miglior short story, "No Planets Strike", "The Magazine of Fantasy & Science Fiction", gennaio, poi antologizzato in "The Best from Fantasy & Science Fiction: The Fiftieth Anniversary Anthology", a cura di Edward L. Ferman e Gordon Van Gelder (Tor, '99), poi entrambi antologizzati in "Strange Travelers", finalista premio "Hugo" ‘98, finalista (8°), premio "Locus" ’98, miglior short story, e "Wolfer", in "Wild Woman", a cura di Melissa Mia Hall (Carroll & Graf), e una recensione a "At the City Limits of Fate" di Michael Bishop, "Sf Eye", autunno.

In quell’anno concesse anche un’intervista, raccolta da Elizabeth Counihan, "A Picture of Gene Wolfe", apparsa nel numero di maggio di "Interzone".

Del ’98 non abbiamo a disposizione nessun’opera in traduzione; in quell’anno pubblicò quasi solamente la raccolta completa dei romanzi del ciclo del Nuovo Sole, "The Book of the New Sun" (SFBC), finalista (3°), premio "Locus" ’98, miglior ramanzo fantasy di tutti i tempi dopo il ’90.

A riguardo di quel ciclo sono stati pubblicati molti saggi, che diciamo qui: di Michael Andre-Driussi: i volumi "Lexicon Urthus: A Dictionary for the Urth Cycle" (Sirius Fiction, ’94), "Addiction, Errata, &cetera: vol. 1-2-3" (Sirius Fiction, ’95, ’96, ‘98) e "NS1: a Synopsis of Severian’s Narrative" (Sirius Fiction, ’98), e i saggi "A Closer Look at the Brown Book: Gene Wolfe’s Five-Faceted Myth", "New York Review of Science Fiction" n. 54, febbraio ’93, pagg. 14-19, "Posthistory: 101", "Extrapolaton" n. 37.2, estate ’96; di Robert Borski: "Catherine and Beyond: A Search for Maternal Roots in Gene Wolfe’s "Book of the New Sun"", "New York Review of Science Fiction" n. 128, aprile ’99, pagg. 6-7, "Masks of the Father: Paternity in Gene Wolfe’s "Book of the New Sun"", "New York Review of Science Fiction" n. 138, febbraio 2000, pagg. 1, 8-16, "Khaibits and Other Shadows: Looking for Severa in "The Book of the New Sun", "New York Review of Science Fiction", n. 158, ottobre 2001, pag. 11-16; di Peter Wright: "Grasping the God-Games: Metafictional Keys to the Interpretation of Gene Wolfe’s "The Fiction of the New Sun"" e "God-Games: Cosmic Conspiracies and Narrative Sleights in Gene Wolfe’s "The Fictions of the New Sun", entrambi in "Foundation: The Review of Science Ficton" n. 66, primavera ’96, pagg. 39-59 e 13-39, "Mapping a Masterwork: A Critical Review of Gene Wolfe's The Book of the New Sun": http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/botns.htm; "The Evidence of Things Not Shown: Family Romance in "The Book of the New Sun"", di Gregory Feeley, "New York Review of Science Fiction" nn. 31-32, marzo-aprile ’91, pagg. 1-12; "The Mercy of the Torturer: The Paradox of Compassion in Gene Wolfe’s World of the New Sun", di Lillian M. Heldreth, in "Modes of the Fantastic: Selected Essays from the Twelfth International Conference on the Fantastic in the Arts", a cura di Robert A. Latham e Robert A. Collins (Greenwood, ’95), pag. 186-94; "Remembering the Future: Gene Wolfe’s "The Book of the New Sun", di Peter Malekin, in "Selected Essays from the 5th International Conference on the Fantastic in the Arts", a cura di Donald E. Morse (Greenwood, ’87), pagg. 47-57; "Terminus Non Est: Gene Wolfe’s "The Book of the New Sun"", di C.N. Manlove, "Kansas Quarterly" n. 16.3, ’84, pagg. 7-20; "The Autarch’s Tale: Roses and Forests in Gene Wolfe’s "The Book of the New Sun"", di Arthur Morgan, in "Association of University English Teachers of South Africa (AUETSA) Conference Papers", ’88, pagg. 136-144; "Severian as Christ Figure", di Stephen Palmer, "Vector" n. 162, agosto ’91, in http://stephenpalmer.net/wolfe.html; e "Torture and Confession in Wolfe’s "Book of the New Sun", di Jeremy Crampton: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/confession.htm.

In quell’anno pubblicò, di altro, solamente il racconto "The Night Chough", in "The Crow: Shatteres Lives & Broken Dreams", a cura di J. O'Barr  e Ed Kramer (Ballantine/Del Rey, poi '99), ed introdusse, anche, il volume di Avram Davidson "The Avram Davidson Treasury" (Tor), e concesse un’altra intervista, raccolta da Lawrence Person, "Suns New, Long, and Short: An Interview with Gene Wolfe", apparsa nel numero di "Nova Express" che abbiamo detto.

Del ’99 è l’ultima opera che abbiamo a disposizione in traduzione, il racconto "L'albero è il mio cappello" (The Tree Is My Hat, in "666" (999: New Stories of Horror and Suspance, '99), a cura di Al Sarrantonio, " I libri della mezzanotte" n. 6, ed. Sperling & Kupfer, 2000, edizione originale: (Avon); 322 pagine, 16,99 €; traduzione di Francesco Di Foggia, © '99, by Gene Wolfe, originariamente apparsovi, poi antologizzato in "The Year's Best Fantasy and Horror: Thirteenth Annual Collection", a cura di Ellen Datlow e Terri Windling (St. Martin's Griffin, 2000); 26 pagine, pag. 90, preceduto da una breve presentazione del curatore-che è una sorta di racconto di fantasmi esotico, con, a protagonista, un uomo in vacanza per motivi di salute; allucinazioni.

Ambientato, appunto, in un’isoletta della Polinesia, ha per fondale gli splendidi scenari di là, descritti con la consueta maestria del Nostro; la trama racconta di una sorta di fantasma: "…un uomo piccolo…troppo piccolo per essere uno degli adulti del villaggio. Certamente non era un bambino ed era troppo pallido per essere nativo dell’isola." (pag. 92); dai "…denti affilati…" (pag. 95); "Ti è mai balenato per la testa che il tuo piccolo amico Hanga possa essere un fantasma? " (pag. 104) che si mostra al protagonista, per poi, in una scena che ha molto dell’onirico, diventare suo fratello di sangue: "…uno di quei cambiamenti tipici dei sogni. Lui si è raddrizzato ed era alto almeno quanto me." (pag. 106).

Hanga, nella lingua di quei posti, significa "squalo", e, ad un certo punto, di punto in bianco, senza che nulla lo giustifichi, al protagonista, si dice: "Immagino che ti prendano in giro per il tuo nome."

"Fin dalla scuola elementare. Ma non mi dà noia." La verità, invece, è che ha volte mi infastidisce eccome." (pag. 99).

Il finale è un’esplosione di violenza atavica, senza spiegazioni, e letale; che mi pare possa significare quel venire a galla degli istinti primordiale del lupo che abbiamo visto.

E, sull’isola, il protagonista ha una relazione con una donna indigena che pare l’incarnazione del femminino, e che è una "…gigantesca donna di colore…" (pag. 110).

Oltre a ciò, che mi pare l’importante, c’è, ancora, una "storia nella storia", ovviamente, di fantasmi: "L’uomo a cui avevo dato un passaggio era stato ucciso da uno squalo il giorno in cui mi ero messo in viaggio, quattro giorni prima di quando lo invitai a salire sulla mia jeep." (pag. 105), alquanto tipico.

La scena finale viene resa realistica dalla difficoltà, ostentata dal protagonista, nel redigere quelle ultime pagine del suo diario, stile, che abbiamo visto essere già utilizzato altre volte, dal Nostro ("La quinta testa di cerbero", ecc.), nel quale è narrato; ed è incentrato, appunto, sulla furia distruttiva del fratello oscuro, dalle caratteristiche inquietanti: "Non c’era nessuno nella direzione in cui stava indicando. O meglio, non c’era nessuno che io, Langi o i bambini riuscissimo a vedere…. Lo sportello si era aperto da solo… Da quel momento Mary (la moglie del protagonista, che ha, significativamente, lo stesso nome della madre dell’autore, n.d.a.) ha passato tutto il tempo a parlare con qualcuno che né lui né suo fratello riuscivano a vedere o sentire."; "Penso che possa rendersi visibile solo a una persona alla volta ed è per questo che compariva e scompariva in continuazione. È vero, esiste davvero. (Dio sa se esiste!) Non in modo assolutamente fisico, come un sasso, per esempio, ma fisicamente in altri modi che non riesco a capire. Forse come la luce e le radiazioni. Si mostrava a ciascuno di noi a turno, per meno di un secondo." (pagg. 113-4).

Che si palesa, classicamente, sotto le spoglie del suo, per così dire, animale totemico: "…è comparso lo squalo. Era grande come una barca, accompagnato da un vento forte quanto una corrente oceanica, che ci spingeva verso l’acqua." (pag. 113).

Nel '99 pubblicò anche il primo romanzo del ciclo "The Book of the Short Sun", "On Blue's Waters" (Tor, poi 2000), giunto alle nomination Below Cutoff del premio Hugo 2000, finalista (8°), premio "Locus" 2000, miglior romanzo Sf; contributi critici: recensione di David Langford, "Nova Express", recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 465, vol. 43, n. 4, ottobre ‘99, di Gary Wilkinson, "Vector", gennaio 2000, di Jonathan Strahan, "Locus" n. 470, vol. 44, n. 3, marzo 2000, e "Harmonies and Mysteries: a review of Gene Wolfe’s On Blue’s", di Nigel Price: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/obw.htm, e i racconti "Wrapper", finalista (23°), premio "Locus" ‘99, miglior short story, "Has Anybody Seen Junie Moon?", in "Moon Shots", a cura di Peter Crowther e Martin H. Greenberg (Daw), poi antologizzato in "Year's Best Sf 5", a cura di David G. Hartwell (HarperCollins/Eos, 2000), "A Traveler in Desert Lands", in "The Last Continent: New Tales of Zothique, a cura di John Pelan (ShadowLands Press), e "A Fish Story, "The Magazine of Fantasy & Science Fiction", ottobre/novembre, poi antologizzato in "The Mammuth Book of Best New Horror: Volume Eleven", a cura di Stephen Jones (Robinson, 2000).

Nel 2000 ha pubblicato il romanzo "In Green's Jungles" (Tor, poi 2001), secondo del ciclo "The Book of the Short Sun", finalista (5°), premio "Locus" 2001; contributi critici: recensione di David Langford, "Vector", luglio 2000, l’antologia "Strange Travelers" (Tor), poi (Tor/Orb, 2001); comprende: "Ain't You 'Most Done?", "And When They Appear", "Bed and Breakfast", "Bluesberry Jam", "Counting Cats in Zanzibar ("Contando gatti a Zanzibar"), "The Death of Koshchei the Deathless", "Flash Company", "The Haunted Boardinghouse", "How I Got Three Zip Codes", "No Planets Strike", "One-Two-Three For Me", "Queen of the Night", "To The Seventh", "Useful Phrases" e "The Ziggurat" ("Lo ziggurat"), finalista (5°), premio "Locus" 2001; contributi critici: "Gene Wolfe’s "Strange Travelers"", di Paul Witcover, "New York Review of Science Fiction" n. 138, febbraio 2000, pagg. 1, 4-6, recensione di Iain Emsley, "Vector", luglio 2000, e una recensione di Michael Andre-Driussi: http://artsweb.bham.ac.uk/jlaidlow/ultan/st.htm, i racconti "The Fat Magician", in "Such a Pretty Face", a cura di Lee Martindale (Meisha Merlin Publishing, Inc., Scholastic LucasBooks), "Pocketsful of Diamonds", in "Strange Attraction", a cura di Edward E. Kramer (Bereshith/ShadowLands Press), "The Walking Sticks", poi antologizzato in "Year's Best Fantasy", a cura di David G. Hartwell e Kathryn Cramer (HarperCollins/Eos, SFBC, 2001) e "The Eleventh City", in "Graven Images", a cura di Nancy Kilpatrick e Thomas S. Roche (Ace), pubblicò l'articolo commemorativo della morte di Joseph Thomas Mayhew "Joe and Me", "Locus" n. 474, n. 1, vol. 45, luglio, ed introdusse le antologie "Other Voices, Other Doors" (Fairwood Press), di Patrick O’Leary, e "My Favorite Fantasy Story", a cura di Martin H. Greenberg (Daw).

Nel 2001 ha pubblicato il romanzo "Return to the Whorl" (Tor, poi 2002), terzo del ciclo "The Book of the Short Sun"; contributi critici: recensioni di Faren Miller, "Locus" n. 481, vol. 46, n. 2, febbraio 2001, di Gary Wilkinson, "Vector", luglio 2001 e di Robert K.J. Killheffer, "The Magazine of Fantasy & Science Fiction", ottobre/novembre 2001, e la raccolta di essi, "The Book of the Short Sun" (SFBC), comprendente, appunto, "On Blue’s Waters", "In Green’s Jungles" e "Return to the Whorl", i racconti "In Glory Like Their Star", "The Magazine of Fantasy & Science Fiction", ottobre/novembre, "Queen", in "Realms of Fantasy", a cura di Shawna McCarthy, dicembre, vol. 8, n. 2, "Viewpoint", in "Redshift: Extreme Visions of Speculative Fiction", a cura di Al Sarrantonio (Penguin/Roc), e "Copperhead", solamente nel web: http://www.scifi.com/scifiction/originals/originals_archive/wolfe/wolfe1.html, ed il saggio "The Best Introduction to the Mountains", "Interzone", dicembre, ora in: http://home.clara.net/andywrobertson/wolfemountains.html

Del 2002 so di un racconto, "The Waif", "The Magazine of Fantasy & Science Fiction", gennaio, e di un saggio, "Shadows of the New Sun" (Liverpool University Press, marzo).

 

Ora che abbiamo dato un’occhiata alle opere del Nostro che si possono leggere in traduzione, dovremmo riuscire a dirne qualcosa; ma la cosa non è assolutamente facile.

Come abbiamo visto, infatti, la caratteristica che maggiormente contraddistingue la sua produzione è il suo sfumata, indistinta, nel senso che, la maggior parte delle volte, il senso, ciò che l’autore, sembra proprio, stà tentando di comunicare, sembra sfuggire, anche se si ha la sensazione che sia lì, a portata di mano, forse nascosto dietro a qualche nuvola di sogno.

Sogni che sono, indubitabilmente, la chiave di volta per interpretarlo; assieme a quella frase davvero esplicativa nell’introduzione a "Kevin Malone": "…ricordo tutti i sogni fatti durante il sonno.".

Secondo me, uno degli elementi che rendono così buona la narrativa di Wolfe è, appunto, l’oniricità che la pervade, anche quando sembrerebbe che, di sogni, non si stia assolutamente parlando: "…l’alternarsi, nella narrazione, di parti reali e di parti oniriche, sempre, per così dire, sfumate, nel senso che i confini, fra di loro, non sono mai netti, ma sempre, appunto, imprecisi, indefiniti." (dal commento a "Il miracolo nei tuoi occhi").

1)-

Cosa che gli rende indispensabile costellare le sue narrazioni di a volte un po’ tediose spiegazioni, teorizzazioni, discorsi o meditazioni filosofiche.

Quasi un tentativo di razionalizzare l’irrazionalizzabile, di tentare di trovare un bandolo dove proprio non c’è.

2)-

La memoria, poi; che, anche in opere che non l’hanno a protagonista assoluta, come i romanzi del ciclo di Latro, è sempre presente come elemento fondamentale, e, il più delle volte, con una connotazione psicotica: "…io sono uno dei perseguitati da quella che viene definita memoria perfetta….credo che dipenda da essa l’esistenza del mio racconto…Quando torno con la mia mente al passato…il passato si risveglia tanto perfettamente che mi sembra di rivivere quel giorno lontano, un giorno vecchio e nuovo, immutato tutte le volte che lo recupero, e le sue immagini sono tanto reali quanto me." (da "L’artiglio del conciliatore").

3)-

Quel "…tornare ad essere quello che ero e gridare senza parole fra le colline…" ci ricorda un altro dei temi dell’opera del Nostro, il lupo, che ha, come abbiamo detto, la significanza dell’estrinsecarsi delle pulsioni profonde, oscure: "…un passaggio molto chiaro su quel lupo, la parte primordiale che ogniuno di noi porta in sé: "Ogni persona…è come una pianta: c’è una splendida parte verde, spesso dotata di fiori o di frutti, che cresce verso l’alto in direzione del sole, verso l’Increato. C’è anche una parte oscura, che cresce lontano da essa, sprofondando là dove la luce non arriva…l’esistenza del bene e del male in ogniuno di noi.". (dal commento a "La cittadella dell’autarca").

E nel quale mi pare che si dica dell’importanza del saper controllarle, le proprie pulsioni profonde, anche per potersi meglio rapportare con le donne: "…il Lupo è l’emblema della Dea che può riportare la memoria a Latro, e sarà un Lupo l’offerta sacrificale che, alla fine, egli le offrirà: "Questo animale è consacrato a mia madre, come certamente sapresti se non avessi dimenticato…il lupo ti assalirà ma non ne avrai paura. Sarà quello l’animale che mi offrirai."; "Famelico, il lupo si è trascinato verso di me. Ma non ne ho avuto paura…", in cui mi pare di leggere una sorta di trasposizione del superamento dell’incapacità di…controllare la trasformazione." (dal commento a "Il soldato della nebbia").

Trasformazione che, avevamo visto, non era affatto controllata da una razza di sub-umani che avevamo incontrato poco prima.

4)-

La Madre, dunque; indubbiamente la figura della Gigantessa, la più ricorrente nell’opera del nostro, e la più caratteristica, ha i connotati di una figura materna; per quanto terribile; e, molto spesso, spaventosa; sinceramente penso che debba essere accaduto qualcosa, fra l’autore e sua madre, nell’infanzia; qualcosa che gli ha reso difficile la vita di relazione, o, quanto meno, gliel’abbia resa tale almeno in un periodo della sua vita, visto che, come sappiamo, è felicemente sposato, con figli e nipoti.

Ricorderete quanto abbiamo detto nel commento a "Il soldato dell’Artè", di quella gigantessa che, nel "Palazzo della memoria", da figura interna diventa figura esterna?

Io penso che potrebbe stare a significare proprio una particolare difficoltà avuta dall’autore a superare lo sganciamento psicologico da lei: "…da figura interna, all’inizio, diventa esterna, alla fine: "…i miei pensieri sarebbero andati perduti se non fossi stato attento ad affidare ciascuno di essi alla custodia di una immagine all’interno o all’esterno del palazzo dei miei ricordi."; le posizioni psicologiche della figura materna nel bambino/ragazzo, e nell’uomo."

E quel: "…questo è quanto rammento: il bacio di mia madre prima che mi addormentassi."

5)-

Vi sono dei riferimenti a violenze, qualcosa che sembrerebbe quasi sconfinare nella pedofilia, anche se sempre vaghissimi, e fra le cose più criptate che vi si trovano: "E c’è, al di fuori di tutto questo discorso, una frase, buttata lì da uno dei personaggi, assolutamente ininerente, che spicca vivace proprio a ragione di ciò, e che rimane, come al solito, anche assolutamente…oscura: "Lui l’ha fatto con me…Quando ero ancora una bambina. All’incirca una volta alla settimana per un anno. Alla fine, la mamma lo scoprì e lo fece smettere. Non sono riuscita a perdonarlo. Speravo che…Ma ancora non ci riesco…Credo che non ci riuscirò mai.". (dal commento a "L'ultima sensazionale storia del brivido")

E qualcosa, di vaghissimo, ma che aleggia forte per tutto "Dimensioni proibite"; soprattuto quando racconta di quella bambola, che abbiamo detto.

"…la separazione è a motivo di presunte molestie del protagonista sulle figlie." ("Lo ziggurat").

Nulla di sufficiente per poter dir nulla, ma…

E l’acqua; onnipresente, e, spesso, minacciosa, o, comunque, contenente qualcosa che fa paura; a cominciare, macroscopicamente, dal finale del ciclo del Nuovo Sole, nel quale la vecchia Terra (il vecchio), viene sommerso dalle acque, quasi in una trasposizione del tema biblico del Diluvio Universale, cosa che consente il sorgere del Nuovo Sole, il nuovo che ha bisogno, appunto, che il vecchio soccomba, scompaia definitivamente per poter essere.

Ciclo che inizia, guarda caso, con Severian che, nuotando con degli amici, rischia di annegare.

L’annegamento indubbiamente simbolico di "Contando gatti a Zanzibar", la morte che arriva dallo squalo in una incredibile/impossibile onda in "L'albero è il mio cappello", e tutto il resto che abbiamo visto.

In "Il castello fantasma", poi, abbiamo visto che viene buttata lì una frase: "Una volta quasi annegavo, quand’ero bambina, perciò ho paura dell’acqua.".

Torniamo ora un momento a parlare dei sogni; il ricordare forte, la difficoltà a dimenticare, a lasciarsi dietro il passato, abbiamo detto; da cui il pensare che, i sogni, possano interagire in maniera eccessiva con la propria vita, quasi i sogni "che diventano realtà" in "La falce dei cieli" della Le Guin: "…l’arrovellarsi di Severian sulla natura premonitiva dei sogni, sulle sue, per così dire, possibilità di interagire con la veglia…e vicevera: "Era l’incubo che avevo avuto parecchi mesi prima, quando dividevo il letto con Baldanders, anche se nel mio sogno mi trovavo sul dorso della creatura. Non avrei saputo dire da cosa dipendesse quella differenza fra sogno e realtà."; col Tempo come grande incognita. (dal commento a "La spada del littore").

Che il suo scrivere possa essere motivato dal desiderio/necessità di liberarsi, dai sogni, mi sembra più che plausibile.

Anche in considerazione di quanto scrive "…del linguaggio come di un qualcosa che…porti fuori dalla condizione della Bestia; e, forse, non è secondario, in quanto il dire, del Nostro, dei Lupi, e delle belve oscure della notte, che gli abbiamo visto frequente, e che si ritrova anche in questo ciclo, è sicuramente rimarchevole: "A cosa mi serve il dono della parola se non a far sì che io maledica me stesso?… (il Conciliatore) ma…un’intelligenza rispetto alla quale la nostra realtà non è altro che un teatrino di carta….(ha) il potere di riconciliare l’umanità con l’universo e l’universo con l’umanità, risanando antiche fratture….Lo si può incontrare sotto forma di un animale capace di usare la lingua degli uomini." ("L’artiglio del conciliatore").

6)-

Altra caratteristica della narrazione di Wolfe che mi è sembrata importante è quel, anche se limitato, scrivere opere usando uno stilema, più che altro del racconto horror, ma anche di molta Sf impegnata, Dick, per esempio, del racconto che inizia normale e che poi, più o meno lentamente, scivola verso qualcosa di totalmente altro, per lo più spaventevole o comunque inquietante.

7)-

Vi è, poi, un dire non particolarmente insistito, ma che mi è parso significativo, per così dire, sullo scetticismo, la forma mentis indubbiamente più diffusa oggi, ma che, anche, nasconde molta paura di volersi confrontare realmente con la realtà.

Quasi un confrontarsi fra razionalismo e irrazionalismo, che, in qualche modo, potrebbe anche ricollegarsi a quella soluzione del dilemma ragione/sentimento che abbiamo detto.

E che arriva anche a dire, anche se, ancora, poco…numeroso, su una sorta di neo-paganesimo, di nostalgia, o ribellione all’appiattimento del cristianesimo.

8)-

E, ancora, un ripetuto accennare agli archetipi, sotto forma del ritrovarsi di leggende molto similari negli angoli più sperduti della Terra.

Che, penso, potrebbe essere inerente al tema del lupo, che, indubbiamente, è una sorta di archetipo, come, anche, più volte ci ha fatto notare.

9)-

Una cosa piuttosto importante, e di cui abbiamo detto davvero poco o nulla, è l’abitudine, del Nostro, di inserire i tipicissimi "racconti nei racconti", cosa che, ovviamente, avviene più di frequente nei romanzi, ma che Wolfe, come abbiamo visto, riesce a fare anche nella sua produzione breve.

Racconti che, anche se apparentemente molto slegati dalla narrazione principale, ne sono sempre profondamente legati, da, ancora, quei misteriosi vincoli di significanza che avvolgono la sua opera.

E c’è una sorta di raggruppamento possibile, dei racconti, o di alcuni, almeno, entro "generi" ben definiti: racconti diaristici, "La quinta testa di cerbero", "Sette notti americane", "L’albero è il mio cappello; racconti robotici: "Schiavi d'argento", "Il segreto di Babbo Natale", "Contando gatti a Zanzibar"; racconti kafkiani: "Westwind", "L'indagatore di sogni"; ghost story: "Come il vescovo giunse a Inniskeen", "L'albero è il mio cappello".

Ma la narrativa di Wolfe, forse, non la si può dire che così; per frammenti di idee ed intuizioni, possibilità di collegamenti fra questo e quello che paiono balenare limpidissime, per poi rivelarsi inconsistenti, od essere (o sembrare) avvalorate: "…vidi quel disegno come un insetto può vedere la superficie di un ritratto su cui sta strisciando….ma, sebbene mi arrestassi parecchie volte e mi sforzassi di capire cosa poteva essere rappresentato…non vi riuscii mai. Forse quel disegno rappresentava ciascuna di quelle cose, o forse nessuna, a seconda della posizione da cui lo si osservava e della predisposizione mentale dell’osservatore."; evidente parafrasi di quell’ambiguità che abbiamo detto, che avvolge tutto questo ciclo, e, se per questo, l’intera produzione del Nostro; i sogni significano quello che significano, e possono voler dire tutto, o nulla."

(dal commento a "La spada del littore").

 

Articoli generici sull’autore non tradotti:

-"Gene Wolfe and the Tale of Wonder: The End of the Apprenticeship", di Rod French, "Science Fiction: A Review of Speculative Literature" n. 5.2, ‘83, pagg. 43-47

-"Gene Wolfe", di Algis Budrys, "World Fantasy Convention Program Book", a cura di Robert Weinberg, '83

-"Variation and Design: The Fiction of Gene Wolfe", di Thomas D. Clareson, in "Voices for the Future III", a cura di Thomas D. Clareson e Thomas L. Wymer, ’84, pagg. 1-29

-"Gene Wolfe", di Joan Gordon (Starmont House, ’86)

-"Gene Wolfe", di Elliott Swanson, "Interzone" n. 17, ’86

-"Strokes", di John Clute (Serconia Press, ’88)

-"Profile: Gene Wolfe", di David G. Hartwell, "Weird Tales"

-"Gene Wolfe-The Legend, the Man", di Don Lee, "Amazing Experiences", novembre ’90

-"Gene Wolfe", di Charles N. Brown, "Locus" nn. 276-365, nn. 1, vol. 17, gennaio ’84, 6. Vol. 26, giugno ’91

-"Gene Wolfe: Urth-Man Extraordinary", di Phil Stephensen-Payne e Gordon Benson jr. (Galactic Central Publications, ’91)

-"Three Dreams, Seven Nights, and Gene Wolfe’s Catholicism", di Kathryn Locey, "The New York Review of Science Fiction" n. 95, luglio ’96, pag. 1, 8-12

 

Le migliori home pages in rete (ve ne sono molte, tante scarsissime), mi sono sembrate:

http://www.scifan.com/writers/ww/WolfeGene.asp, e

http://members.tripod.com/templetongate/genewolfe.htm

 

Speciale "Weird Tales"

Indici alfabetici

Altre opere trattate

Anni

Opere principali

Tradotte:

"Artiglio del conciliatore (L’)" (The Claw of the Conciliator)

"Castello fantasma (Il)" (Castleview)

"Cittadella dell'autarca (La)" (The Citadel of the Autarch)

"Dimensioni proibite" (There Are Doors)

"Ombra del torturatore (L’)" (The Shadow of the Torturer)

"Quinta testa di cerbero (La)" (The Fifth Head of Cerberus)

"Soldato dell'Aretè (Il)" (The Soldier of Aretè)

"Soldato della nebbia (Il)" (The Soldier of the Mist)

"Spada del littore (La)" (The Sword of the Lictor)

"Urth del nuovo sole" (The Urth of the New Sun)

Non tradotte:

"Bibliomen"

"Book of the New Sun (The)"

"The Book of the New Sun, Volumes I & II"

"The Book of the New Sun, Volumes III & IV"

"Book of the Short Sun (The)"

"Caldè of the Long Sun"

"Castle of Days"

"Castle of the Otter (The)"

"Devil in the Forest (The)"

"Endangered Species"

"Epiphany of the Long Sun"

"Exodus from the Long Sun"

"For Rosemary"

"Free Live Free"

"Gene Wolfe's Book of Days"

"In Green's Jungles"

"Island of Doctor Death and Other Stories and Other Stories (The)"

"Lake of the Long Sun"

"Litany of the Long Sun"

"Nightside the Long Sun"

"On Blue's Waters"

"Operation Ares"

"Pandora by Holly Hollander"

"Peace"

"Plan(e)t Engineering"

"Return to the Whorl"

"Shadow & Claw"

"Storeys from the Old Hotel"

"Strange Travelers"

"Sword & Citadel"

"Wolfe Archipelago (The)"

"Young Wolfe"

 

Altre opere trattate

Racconti

"Albero è il mio cappello (L’)" (The Tree Is My Hat)

"Articolo sulla caccia (Un)" (An Article About Hunting)

"Befana (La)" (La befana)

"Come il vescovo giunse a Innskeen" (How the Bishop Sailed to Innskeen)

"Contando gatti a Zanzibar" (Counting Cats in Zanzibar)

"Eroe come licantropo (L’)" (The Hero As Werewolfe)

"Gatto (Il)" (The Cat)

"Kevine Malone" (Kevine Malone)

"Indagatore di sogni (L’)" (The Detective of Dreams)

"Leggenda di XI Cygnus (La)" (The Legend of XI Cygnus)

"Marinaio che navigò verso il sole (Il)" (The Sailor Who Sailed After the Sun )

"Miracolo nei tuoi occhi (Il)" (The Eyeflash Miracles)

"Morte del dottor Isola (La)" (The Death of Doctor Island)

"Padre adottato (Il)" (The Adopted Father)

"Piccolo zoo" (Petting Zoo)

"Quinta testa di cerbero (La)" (The Fifth Head of Cerberus)

"Saldo il conto e arrivo" (Checkink Out)

"Schiavi d'argento" (Slaves of Silver)

"Segreto di Babbo Natale (Il)" (War Beneath the Tree)

"Sette notti americane" (Seven American Nights)

"Signore della terra (Il)" (Lord of the Land)

"Sonya, Crane Wessleman e Kittee" (Sonya, Crane Wessleman and Kittee)

"Terrabella" (Beautyland)

"Tre dita" (Three Fingers)

"Ultima sensazionale storia del brivido (L’)" (The Last Thrilling Wonder Story)

"Westwind" (Westwind)

"Ziggurat (Lo)" (The Ziggurat)

 

Saggi

"Sorellina (La)" (Kid Sister)

"Theodore Sturgeon" (About Theodore Sturgeon)

 

Anni

'51; '65; '66; '67; '68; '69; '70; '71; '72; '73; '74; '75; '76; '77; '78; '79; '80; '81; '82; '83; '84; '85; '86; '87; '88; '89; '90; '91; '92; '93; '94; '95; '96; '97; '98; '99; 2000; 2001; 2002

 

Speciale "Weird Tales"

"Weird Tales" n. 290, n. 1, vol. 50, primavera ‘88

 

"The Dead Man", pag. 9

"Profile: Gene Wolfe", di David G. Hartwell, pag. 13

"At the Point of Capricorn", pag. 14

"Mary Beatrice Smoot Friarly, SPV", pag. 16

"John K. (Kinder) Price", pag. 20

"The Boy Who Hooked the Sun", pag. 21

"Weird Tales Talks with Gene Wolfe", di Darrell Schweitzer, pag. 23

"The Other Dead Man", pag. 30