ZERO

Giuseppe Iannozzi



[…]

she's the one for me

she's all I really need

oh yeah, she's the one for me

emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness

and cleanliness is godliness, and god is empty just like me

intoxicated with the madness, I'm in love with my sadness

bullshit fakers, enchanted kingdoms

The fashion victims chew their charcoal teeth

I never let on, that I was on a sinking ship

I never let on that I was down

you blame yourself, for what you can't ignore

you blame yourself for wanting more

she's the one for me

she's all I really need

oh yeah, she's the one for me

she's my one and only

(ZERO - album: Mellow Collie and the Infinite Sadness – words by Billy Corgan, The Smashing Pumpkins – 1995 Virgin Records America)



 

Prendono fuoco spazi siderali

in teche di rianimazione,

mentre m’illumino d’un infinito niente:

porta spalancata

nel cervello artificiale

interfacciato a te,

Alieno.

 

Viaggiato troppo a lungo

per riconoscere dove e quando;

la storia gioca fra i dovuti dove e il non conosciuto,

è ora di prenderne atto:

il Niente è sempre un eterno niente,

ferale memoria,

falsa memoria,

dati,

database,

questo io vampirizzato,

per un momento

URLATO

prima di…

questa interruzione

di pensiero coerente,

coerente nella sua incoerenza.

 

Il mio pianeta distrutto per dar vita al fuoco,

la mia gente sposata a bare,

i pensieri morti andati sfottuti, ingoiati dallo spazio:

ultimo sopravvissuto dei sopravvissuti,

non basta a far d’una desolazione il mio futuro.

 

Dicesti troppo,

dicesti il vero,

tacesti tutto il resto.

 

Un amore vero non può morire,

ma la morte mortale muore né più né meno come me, un tempo umano:

allora, dimmi se c’è senso dentro me!

No, il senso è un intruso,

una pubblicità tra la le connessioni fra me e te:

io che non riconosco me se non attraverso te,

te che non fai di me parte di te,

Alieno

Vampiro.

 

Eppure è la contraddizione

il territorio dello scontro.

Così io giaccio succube delle riflessioni riflesse nello spazio-tempo,

in specchio di negra luce.

 

Lo spazio,

pare infinito

nella sua piccolezza:

suppongo sia

una distorsione percettiva.

 

Lo spazio abitato,

sempre troppo poco,

sempre troppo affollato, stelle a milioni,

stelle come proiettili sparati su binari morti

a rincorrere visioni politiche sociali religiose.

Non è umano:

non puoi esser felice di vedermi

con quella tua buffa erezione meccanica,

tu che non hai occhi né luogo né un dove d’appartenenza,

tu così fuori e dentro ogni cosa,

come in me.

 

Io, uno fra mille,

mille in uno:

feretri scortano loro simili

e tutto è bianco,

e tutto è nero,

e tutto è quel che è

senza possibilità di redenzione.

 

Fu la guerra,

necessaria come il pane,

brutale come la comunione sepolta del popolo nella confessione del disastro:

un giorno l’erba era verde,

il sole e la luna

francescani amanti

mai s’incontravano

ma sempre fedeli

al giorno e alla notte.

 

Fu la storia,

necessaria come l’acqua,

irragionevole come sposa di migliaia di anni,

e il prete nero a raccomandare croci e benedizioni,

e il politico nero a inventare l’Umanità;

non era ieri,

ieri era oggi, oggi e sempre.

Fu l’Umanità sposata a se stessa,

vecchia puttana senza pietà a tessere inganni sul suo corpo

in vendita

in prestito,

poi,

rubata

violentata

accusata

sfruttata

emarginata

condannata,

ma sempre,

sempre,

sempre in vendita per un’illuminazione nel profondo atro niente,

sempre in vendita nell’immensità della sua piccineria.

 

Gli uomini,

le donne,

il sole e la luna,

furono sbadigli sopra gli sbagli degli anni impossibili

di ruote della tortura, di ruote della fortuna.

 

Poi venne come il sesso,

venne bagnata come una pioggia:

l’alba e il tramonto invertirono il loro corso,

le maree si ritirarono nei deserti per annegare la loro impotente rabbia,

e la vita divenne un cancro nell’abbraccio di lei, l’Atomica.

 

L’Atomica tanto simile a una supposta

fece cagar sangue a politica e religione,

e le costrinse in stesso letto incestuoso per stuprarle insieme:

fu l’orgasmo violentato dell’Undicesimo Comandamento nel nome di Ubik.

 

La pioggia cadde per giorni e giorni,

pareva non dovesse mai smettere di sbattere su ogni anima vivente,

su ogni cadavere già mutato in negra terra suppurante acido umano atomico.

 

E fu Andy Wharhol in ogni dove,

ombre seriali annegate nel cemento delle prigioni,

nell’asfalto delle strade.

 

MTV impazzì in questa notte come il giorno che bruciammo Chrome:

un inestinguibile videoclip occupò ogni frequenza di trasmissione.

 

Le macchine fecero Crash in orgasmi di ferite,

cominciarono a riprodursi dai loro cadaveri.

 

Fu una cosa seriale che travolse tutto e tutti.

 

Fine,

inopinata fine,

disperata

voluta

desiderata.

 

E poi tu, Alieno,

alieno neanche poi troppo

perché i pochi con il cervello ancora non andato in pappa

subito ti riconobbero.

E io in mezzo a questi pochi

così simili a orrori ambulanti redivivi personaggi di Irvine Welsh,

guardai nei tuoi occhi lo Spazio Promesso.

 

"Trainspotting!" gridasti.

"O Peep Show!"

E noi gridammo con te: "Trainspotting, Amen!"

 

Ed ora queste bare proiettate nello s p a z i o:

non l’avrei mai detto che potesse esser tanto piccolo

da contenersi nello spazio di una scatola.

 

Disconnetti, disconnetti, disconnetti!

 

Impossibile,

troppo tardi!

 

Meglio sarebbe stato l’oblio, punto e basta.

 

Queste tombe senza terra in cui sprofondare,

solo lo spazio per annegare in mare di stelle

e il fondo alla fine toccare,

testimoni d’un Infinito finito, tutto il resto un sacco di balle

se mai un resto ci fu da spiegare (o c’è da spiegare…)

o anche solo d’arrangiare

con la forza dell’illusione

e dell’anestetica confusione

delle filosofie di moda dall’inizio della nostra incivile civiltà,

della nostra vanità.

 

E sprofonda sprofonda sprofonda

il fondo è toccato:

ZERO.

 

Alieno,

alieno non lo fosti mai:

uno di noi,

più pazzo di noi,

ci spingesti dentro noi stessi

troppo a fondo

perché potessimo riemergere

sani di mente.

 

E io, pazzo quanto te,

più pazzo di te,

oltre la tua essenza,

oltre la mia,

io non sono più,

e sono in te

non riconosciuto da te,

ma da te disprezzato.

 

Io, il tuo specchio senza superficie,

io, il tuo riflesso senza riflesso,

una macchina il mio cervello artificiale,

la bara cerebrale che porto dentro la mia bara corporale.

 

Non poteva essere altrimenti,

non poteva essere altrimenti,

non poteva essere altrimenti…

 

E quanti come me,

non saprei dire…

 
E quanti non più come me,

non saprei dire…

 

E quanti né come me, né come non me,

non saprei dire…

 

Molte cose ignoro nella mia incoerente coerenza di quella che fu la mia gente,

ma non ignoro lo spazio, l’infinito,

ora che son cose piccine assai,

ora che son eternamente finite.

 

Ora che sono Zero come loro!

 

Viaggiato troppo a lungo,

ora costretto a riconoscere dove e quando;

la storia gioca fra i dovuti dove e il conosciuto,

è ora di prenderne atto:

il Niente è sempre un eterno niente,

ferale memoria,

falsa memoria,

dati,

database,

questo non-io vampirizzato…

 

I pensieri andati fottuti, ingoiati dallo spazio contenuto in me.

 

Incoerenza? Coerenza?

Non c’è differenza in questo non-tempo.

 

M’illumino d’un finito niente e tanto fa.

 

Il futuro non esiste,

non esisterà,

perché

non è mai esistito neanche nei sogni o negli incubi.

 

Dati, dati, dati… non è l’Io di Nessuno tranne di Zero.

Dati, sogni & incubi, un’unica cosa artificiale indecifrabile in… in…

 

Ma prima dell’Atomica,

prima tutto ebbe inizio con…

…con noi …con un dio calcolatore,

con Zero!



GIUSEPPE IANNOZZI 

Torino, 2-10 febbraio 2002