
L’elenco telefonico di Atlantide
Tullio Avoledo
Sironi Editore, Milano, 2003
pagine 527
euro 17.00
Il romanzo di esordio di Avoledo si presenta con le
aspettative di un titolo misterioso e suggestivo; si
snoda agevolmente per le prime duecento pagine in una
vicenda mainstream, intreccio di personaggi comuni e
di fatti di ordinaria quotidianità italiana; assume
per le seguenti trecento toni fantastico-fantascientifici
di complotto universale; fino a dichiararsi, a poche
pagine dalla fine, un Urania pubblicato nel posto sbagliato
e dall’editore sbagliato e far tornare i conti su tutto,
titolo compreso.
Il protagonista, Giulio Rovedo, friulano, sposato con
un figlio, impiegato nell’ufficio legale di una piccola
banca di provincia, nel giro di poche settimane si trova
immerso in un turbinio di eventi che arrivano a sconvolgergli
la vita lavorativa e privata. La potente Bancalleanza,
costola finanziaria della multinazionale Covenant Foundation,
si appresta ad assorbire la piccola banca per cui lavora
Rovedo, che si trova suo malgrado invischiato in intrighi
tra colleghi, dinamiche di mobbing, sabotaggi informatici
e, parallelamente, in una crisi famigliare e personale
innescata da riflessi della situazione lavorativa.
In questo clima di incertezza Rovedo si muove sempre
più innervosito ed incerto, i suoi punti di riferimento
cadono uno ad uno vittima di strani personaggi incontrati
per caso: uno pittoresco compagno di viaggio in treno
che parla di strani ritorni di divinità egizie; un hacker
un po’ esaurito che farnetica di universi paralleli
dove il nazismo ha avuto la meglio; il nuovo capo del
personale, donna con intraprendenza tale da fargli andare
in crisi il matrimonio; un vicino di casa dalla vita
sregolata, alcolizzato e perennemente malandato e guarito
da una fonte d’acqua miracolosa nelle cantine del palazzo
Nobile…
Le debolezze e le idiosincrasie di Rovedo, personaggio
colorito, sgradevole, sarcastico e tutt’altro che politically
correct, sono il trait d’union dei vari eventi: la vicenda
subisce un’accelerazione improvvisa, le tante sotto-trame
solo accennate prendono vita, sparano fuochi d’artificio
in tutte le direzioni, ne nascono continui intrecci,
riferimenti incrociati, traiettorie inaspettate; si
intuiscono tasselli di un puzzle dalle trame universali
a tratti irreale, surreale, incredibile; grondante di
riferimenti mitologici, storici, culturali; carico di
vicende umane, grottesche, intricate.
Il senso di vertigine che si trova ad affrontare il
lettore, catturato da un caleidoscopico intrecciarsi
di eventi, tra ricerche dell’Arca dell’Alleanza, ritorno
di divinità egizie, microchip emozionali, miraggi del
Sacro Graal, battaglie tra Bene e Male, assume forme
oniriche, anche grazie ai continui accenni, ai ripetuti
flash-back e déjà vu che, in modo sorprendente ed affascinante,
la scrittura di Avoledo cerca e induce (anche con i
numerosi “ammiccamenti” delle continue citazioni fantastiche,
cinematografiche e fantascientifiche); con culmine nel
gran finale, dove ripetuti colpi di scena ribaltano
le prospettive e danno ai fatti narrati una chiave di
lettura spiazzante.
Repentinamente tutti i tasselli vengono riordinati,
le apparenti incongruenze incontrate nella lettura assumono
un aspetto di instabile logicità, lasciando il lettore
stordito e contemporaneamente soddisfatto, assuefatto
dal godimento per il traboccante piacere nella lettura,
per la facilità con cui si è sentito portar per mano
in un scenario turbolento, vivace e variopinto, metafora
della apparente ordinarietà e delle dinamiche nascoste
che governano il nostro quotidiano.
Marco Mocchi
Intervista a Tullio Avoledo di Marco Mocchi