GLI ADORATORI DI UN DIO DELLA PIOGGIA
(The Prayers of a Rain God)


Richard Paul Russo 

Janet lo osservò che tremava nel chiarore della luna che entrava obliquamente dalla finestra. Garret stava sognando di nuovo, la stessa "visione che si ripeteva ora tre o quattro volte alla settimana. Lo riconosceva dal viso contratto, dal sudore sul collo e dai respiri irregolari, bruschi, come se fosse a corto di fiato...

Rivolgono a lui una preghiera per la pioggia.

Incorporeo si libra sopra di loro, al di sopra delle vaste distese di roccia e sabbia sterili, degli sporchi terrapieni e di una foresta morente poco lontana. Il sole è feroce e succhia tutta l'umidità dell'aria. Alcune esili piante ancora crescono, lunghe e sottili, e fragili. Un alveo fluviale secco serpeggia attraverso roccia e sabbia, poi sfocia in quello che una volta era un enorme lago. Alcune piccole pozze di acqua rimangono disseminate tra il letto del fiume e il lago e i gusci abbandonati di alcuni piccoli vascelli a vela giacciono sulla spiaggia inclinata.

Qui, alla foce del fiume asciutto, si sono raccolti cinquanta o sessanta in tutto, e lo pregano.

Non sono umani, anche se chiaramente intelligenti. Bipedi, con una pelliccia appena accennata con sfumature che vanno dal ruggine all'orange al marrone chiaro (uno, più alto, è nero scuro) stanno sull'orlo del lago sterile e alzano i visi verso di lui.

Gli occhi sono piccoli, rientrati, i nasi lunghi, rigidi e stretti. Se anche avessero delle orecchie, sono nascoste tra i ciuffi di pelo fine che copre le teste. Le bocche strette si aprono e si chiudono mentre parlano a lui, alcuni alzano le braccia lunghe e malferme al sole e al cielo, le dita distese. Nei gesti e nei visi riconosce la supplica a lui, il loro dio.

Sta morendo, il suo popolo. Sussurrano e cantano alla bocca del fiume, rivolgendo a lui la preghiera per la pioggia, e per la vita.

Garret si svegliò nel panico, la gola secca e contratta. Boccheggiò in cerca d'aria nell'oscurità, si sporse freneticamente e gettò lontano coperta e lenzuolo, Janet gli strinse la mano e la tenne al petto.

"Garret," sussurrò. "E' tutto a posto, sono qui." La sua voce calmò e scacciò la paura.

Si volse e nella luce della luna poté vedere il viso di lei, la pelle levigata, gli occhi grandi che lo fissavano. Lei lasciò andare la mano e gli asciugò il sudore sulla fronte.

"Acqua?" disse.

Garret annuì. Sporse le gambe fuori dal letto dalla sua parte e si mise a sedere. Un leggero tremore gli attraverso la mano, poi svanì. Riempì il bicchiere con l'acqua dalla brocca di vetro che aveva iniziato a tenere sul comodino. Il chiarore della luna si riflesse attraverso l'acqua chiara e Garret svuotò velocemente il bicchiere. Lo riempì, inghiottì l'acqua fredda e ripose il bicchiere sul comodino. Era ancora assetato, ma si sentiva gonfio e nauseato.

Garret guardò fuori attraverso le tende di pizzo alla luna quasi piena. Non poteva scacciare i sentimenti di paura e responsabilità. E colpa.

"Il sogno?" chiese Janet.

"Non è un sogno," rispose. Lo scambio stava diventando un rituale teso. Janet insisteva nel chiamarli sogni e lui si rifiutava di dar loro quel nome. Garret aprì la finestra e fece entrare l'aria fredda della notte; ancora sentiva il caldo del mondo riarso che gli succhiava l'umidità.

Forse era ora di tornare nello spazio. Solo un piccolo viaggio, ancora sulla luna o anche la spola fino ad una delle stazioni. Qualcosa che gli desse qualche prospettiva. Scosse la testa. Prospettiva su che cosa? Delle persone, esseri intelligenti, stavano morendo su qualche altro mondo e un viaggio sulla luna non li avrebbe certo aiutati. Nulla lo avrebbe fatto. Tranne la pioggia.

Era appena sera ma Garret era già a letto. Janet sedeva in cucina a bere del tè. Pensò di prepararsi qualche bevanda, un Jack e ghiaccio, ma non le andava veramente. Accese la minuscola radio da tavola e la sintonizzò su una stazione di musica classica. Qualcosa che non riconobbe, come al solito, stava suonando. La musica tranquilla era sufficientemente alta da non farle sentire Garret che russava o si agitava a letto.

Janet si chiese se avrebbe avuto di nuovo il sogno, la sua visione. Non sapeva più cosa pensare al riguardo. I sogni di lui li stavano dividendo uno dall'altra, anche se lottavano per restare vicini. Sentì che stava combattendo una battaglia persa.

C'era sempre stata una qualità distante da Garret, anche prima che fossero sposati. Janet aveva provato spesso che la mente di lui era accordata solo parzialmente al mondo che lo circondava, quella parte dei suoi pensieri era in qualche altro luogo... in un'altra stanza, in un'altra città, su qualche altro mondo. Era sembrato abbastanza appropriato che avesse scelto il programma spaziale per la sua carriera, che si fosse impegnato a diventare un astronauta. E lei non si era meravigliata del suo successo.

Così Garret aveva iniziato ad andare nello spazio, facendo molti viaggi all'anno verso le due stazioni e la luna, addestrandosi duramente e a lungo mentre si facevano programmi per avventurarsi verso Marte ed oltre. Janet aveva avuto pochi problemi ad aggiustarsi alle sue lunghe assenze; sembravano una parte naturale del carattere di Garret. E lei stessa era occupata, insegnando tedesco alla State. Non c'era stata una vera distanza tra di loro, e i suoi viaggi nello spazio non avevano aggiunto nessuna nuova barriera.

Poi venne la seconda missione su Marte, che si era svolta senza difficoltà, un grosso successo. Garret ne faceva parte, era stato via quasi due anni ed era tornato a casa da lei relativamente immutato... finché non arrivarono i sogni. Ora lo sentiva completamente alla deriva che si allontanava da lei, nonostante i loro sforzi. Era diventato ossessionato dalle visioni.

Janet guardò all'orologio a muro. Erano quasi le undici. Spense la radio, pose la tazza nell'acquaio e andò in camera.

Garret dormiva in maniera pacifica dalla sua parte, un braccio fuori dalle coperte, la testa tra i due cuscini. Se stava sognando era un sogno normale.

Si spogliò, si mise la camicia da notte che le arrivava alla ginocchia e si infilò nel letto accanto a lui. Si girò su un fianco, la schiena verso di lui, si spostò con cautela contro il suo corpo. Nel sonno lui si mosse più vicino cosicché i corpi aderirono e pose un braccio sopra di lei che lei tenne al petto, con entrambe le mani strette alle dita. Mentre sprofondò nel sonno lasciò che lacrime gocciolassero liberamente sul cuscino.


La siccità continua. Il sole e il calore rimangono.

La gente sotto di lui, questi esseri intelligenti e pelosi, si muovono lentamente intorno al villaggio vicino al letto del fiume asciutto. Ora lui riesce a distinguere i maschi dalle femmine, anche se le differenze non sono immediatamente ovvie.

Le abitazioni sono fatte di legno e pietra, piccole strutture rettangolari costruite contro dei terrapieni rocciosi o dei piccoli cumuli di terra. Alcune grosse fosse di cottura sono poste ad intervalli regolari tra le costruzioni. La maggior parte delle fosse di cottura sembra abbandonata.

La foresta distante è ora un labirinto scheletrico di fini tronchi essiccati e rami senza foglie. Occasionalmente un piccolo animale dalla pelle luminosa fugge sul terreno, di fretta, di riparo in riparo. Disseminati in quasi tutte le direzioni stanno gli scheletri di animali più grossi, le ossa pulite e sbiancate; non è rimasta più la carcassa, nessun brandello di carne o pelle in nessuno di essi.

Qualcuno del suo popolo vaga per il letto del fiume in cerca di cibo o di piccole bolle d'acqua. Un maschio, l'unico essere dalla pelliccia nera, cerca più su, a monte, e periodicamente conficca un lungo dito nel letto asciutto, in cerca di umidità.

Verso mezzogiorno la maggior parte delle attività cessa. Tutti i membri del villaggio si raccolgono letargicamente presso il letto del fiume, poi camminano lentamente verso il lago. Mentre camminano molti di loro arruffano il pelo intorno al collo e sotto le braccia, nell'apparente tentativo di mantenersi freschi.

Sull'orlo del lago formano dei gruppi, tutti rivolti verso il letto asciutto del lago. I più giovani formano una doppia fila in testa, ognuno alla distanza di un braccio da quelli da ambo le parti. Gli adulti poi formano due mezzi cerchi dietro di loro, quello con la pelliccia nera al centro dell'ultima fila.

Una cantilena inizia dai fanciulli ed è ripresa dagli adulti. L'essere scuro allarga le braccia verso il cielo, si allunga verso il suo dio e mugola, la voce incrinata e angosciata. Molti altri alzano le braccia e la preghiera aumenta di intensità.

"Voglio portarvi la pioggia," pensa Garret. "Sto provando."

Ma sa che non sentono i suoi pensieri e si sente impotente. Di che utilità è un dio che non può fare niente per il suo popolo? A che serve un dia che lascia il proprio popolo morire?

Lui e Janet passeggiavano per la parte est del Golden Gate Park un lunedì pomeriggio. Sulle loro teste delle nuvole scure rotolavano via, minacciando pioggia. Garret e Janet indossavano vestiti caldi, giacconi, sciarpe e stivali. Nel campo da gioco dei bambini quasi deserto sedevano su una panchina rivolta verso l'area principale di gioco. Due ragazzini, di circa sette o otto anni e infagottati con parka e manopole si spostavano in maniera instabile attraverso un ponte di catene e copertoni mentre una donna se ne stava nelle vicinanze, osservando e fumando una sigaretta.

"Devi fare qualcosa," disse Janet. "Sta andando sempre peggio, non meglio. Non dormi più abbastanza la notte, sei sempre stanco. Va bene, per ora è tutto OK, ma quando la tua licenza sarà finita e dovrai tornare..." Si fermò e rabbrividì. "Non sta facendo bene per niente alla nostra relazione, anche."

Garret chiuse gli occhi e poggiò la testa indietro. Provò a volere che le nuvole al di sopra si aprissero, lasciassero andare uno scroscio, o almeno qualche goccia. Non venne giù niente acqua.

"Capisco che a te appaiano come sogni," disse. La cercò a tentoni e poggiò una mano sul suo ginocchio. "Anche io penserei che non sono altro, tranne che..." Aprì gli occhi, si scosse e la guardò. "C'è dannatamente troppa logica in essi. E uno schema regolare. Se fossero semplicemente ripetitivi, ma non lo sono. La siccità avanza, tutto sta morendo, peggiorando. Ogni 'sogno' rappresenta un leggero progresso rispetto al precedente e non tornano mai indietro."

Janet infilò entrambe le mani nelle tasche del giaccone. "Che cos'altro potrebbero essere? Visioni? Una porta su un'altra realtà? Un contatto telepatico con un altro mondo. Gesù, Garret, abbiamo già visto tutto questo e niente era sensato. Ogni idea sembrava assurda."

Lui si alzò ed iniziò a camminare avanti e indietro di fronte alla panchina. Diverse volte fu sul punto di iniziare a parlare, ma non ce la fece. Alla fine inspirò profondamente e smise di camminare.

"Ascolta, qualcosa che non ti ho detto. La prima volta che è accaduto, la prima volta che ho avuto questa... 'visione', comunque tu la voglia chiamare, non ero addormentato. Ero sveglio e non stavo sognando." Si fermò, ma lei rimase zitta, in attesa. "Non ero neppure qui, sulla Terra." Ricominciò a camminare. "E' successo appena dopo che eravamo usciti dall'orbita di Marte. Ero sveglio, eravamo tutti svegli. Tutto d'un tratto ero... là. Su questo mondo estraneo, al di sopra del mondo, guardando giù a dei ruscelletti morenti che evidentemente una volta erano stati fiumi, ad uno stagno che una volta era stato un grosso lago, ad una foresta morente. Guardando giù ad una razza morente di esseri intelligenti. Passò molto tempo... delle ore, sembrava, mentre osservavo quelle creature aliene che si muovevano nel loro mondo cercando di sopravvivere. Quando finì e tornai 'indietro' nella nave, nessuno aveva fatto caso a niente. Praticamente il tempo non era passato. Non mi ero trovato in nessun tipo di trance e di sicuro non mi ero addormentato per sognare."

Se ne stette a guardare i due ragazzini che avevano smesso di giocare sul ponte e che stavano lottando sulla sabbia. Inizio a piovere leggermente e la donna chiamò i due ragazzini. Corsero via verso di lei e tutti e tre si allontanarono in fretta.

"Non lo hai detto a nessuno, vero?"

Garret scosse la testa. Trovava difficile voltarsi a guardarla direttamente, ma cercò di farlo. Alcune ciocche di capelli si erano bagnate e le si erano attaccate al viso. Il viso era così pulito e liscio e i suoi occhi erano così grandi e aperti. L'acqua gocciolava dai capelli.

"La cosa più pazza," iniziò. "La cosa più dura, la parte più assurda di tutto ciò è che pregano. Pregano me, il loro dio." Guardò giù alle sue mani aperte, poi di nuovo a lei. "Sono il loro dio."

Garret se ne stette tra la pioggia ad osservare Janet, aspettando che rispondesse, dopo qualche minuto lei si alzò, gli mise un braccio sotto al suo, premendo con sicurezza.

"Andiamo a casa" disse.

Non avevano parlato per ore. Dopo essere rientrati dalla pioggia e fattisi separatamente una doccia, Janet aveva composto il fuoco mentre Garret si era dato da fare con il cibo. Si era seduta di fronte al fuoco con un romanzo di Heinrich Boll e sorseggiava un Jack Daniels. La fiamme attiravano il suo sguardo e aveva fissato più tempo a guardarlo che a leggere.

Non sapeva cosa pensare riguardo a Garret. Non era un uomo irrazionale. Non si era dato al misticismo, o all'astrologia, o a credenze in poteri paranormali, o sogni che predicevano il futuro, o a qualsiasi altra cosa, era uno scettico, nel vero senso della parola. Indagare ogni cosa, sempre con mente aperta ma col bisogno di essere convinto logicamente. Garret non prendeva mai niente per fede.

Eppure era chiaro che credeva in ciò che aveva detto. Lo credeva fermamente, tanto da causargli dolore.

Garret entrò nella stanza e si sedette nella sedia più vicina a Janet. Lei mise da parte il libro e lo guardò.

"Ho preparato un pasticcio," disse. "Dovrebbe essere pronto fra un'ora circa." Respirò profondamente una volta. "Janet, pensi che... non abbiamo mai discusso una spiegazione. L'abbiamo evitata discretamente," disse sorridendo. "Ma pensi che abbia perso il contatto con la realtà? Che abbia perso il mio equilibrio?"

"Tu lo credi?"

"No." La risposta era ferma e sicura.

"Non lo penso neppure io," disse Janet. "Ma è una possibilità, e deve essere considerata."

Annuì e stettero zitti per un bel pezzo. Janet sorseggiò il liquore e lo finì mentre Garret fissava il fuoco morente. Lui si alzò dalla sedia per aggiungere un ceppo.

"Un dio?" Lei disse.

Garret si strinse nelle spalle. "Capisco come deve suonare. Ma io sono una... presenza sopra di loro, e loro mi pregano." Si alzò e si rivolse verso da lei. "Lo so, Janet, dal profondo del cuore. Non c'è dubbio in me. Posso non essere d'aiuto per loro, ma mi pregano e sono il loro dio."

Janet scosse lentamente la testa. "Sei un essere umano, Garret; non hai nessun potere speciale. Non è forse più ovvio che tu abbia stabilito qualche specie di contatto e stai semplicemente osservando questo mondo?"

Distolse lo sguardo e lo fissò nel fuoco. "pensi che voglia essere un dio? Pensi che abbia scelta?"

Ritornò il silenzio. Janet scosse la testa lentamente osservandolo. "Non sei un dio," disse.


Per la prima volta è notte.

Può distinguere a malapena i contorni delle costruzioni del villaggio al di sotto. Nella fioca luce della luna sembra che la maggior parte degli abitanti sia addormentata.

Un grosso fuoco brucia nel letto del fiume. A badare il fuoco è il grosso essere dalla pelliccia nera. Piazza le estremità di lunghi pezzi di legno nel fuoco, formando un cerchio dei pezzi attorno all'orlo. Le estremità sembrano essere ricoperte con qualcosa di infiammabile, perché come una viene piazzata nel fuoco, un piccolo scoppio di fiamme e scintille erutta da essa. Cinquanta o sessanta di questi pezzi di legno circondano il fuoco.

L'essere scuro raccoglie uno dei pezzi, ora una torcia con una estremità che brucia luminosamente, e si dirige lungo il letto del fiume, verso valle per venti passi. Pianta la torcia nella terra secca. La torcia brucia con forza, le fiamme si agitano debolmente nella brezza. Torna al fuoco, raccoglie un altro pezzo e lo porta più a valle, una alla volta, a uguale distanza.

La figura solitaria continua la procedura, portando due torce per volta, dirigendosi a ogni viaggio sempre più a valle per piantarle. Da sopra sembra che il corso del fiume venga lentamente tracciato dal fuoco, una linea lunga e sinuosa di torce equidistanti a segnarne il cammino.

Alla fine il corso del letto del fiume è tracciato dal fuoco per tutta la lunghezza fino al lago asciutto. Una volta che la torcia conclusiva è piantata, l'essere dalla pelliccia nera torna verso il fuoco, raccoglie tante torce quante ne può portare con sicurezza, poi le porta sull'orlo del lago. Le pianta con cura in un piccolo cerchio alla fine della linea di torce.

Tutte le torce continuano a bruciare senza dar segno di spegnersi. La figura solitaria e scura gira intorno al cerchio di fuoco sull'orlo del lago, dondolandosi da una parte e dall'altra. Dopo un po' entra all'interno del cerchio, alza faccia e braccia al cielo e mugola. Allorché non arriva risposta, abbassa la testa. Poi di botto si getta in una posizione inginocchiata sopra un tratto di terra scura all'interno delle fiamme e conficca un dito, poi la mano intera, nel terreno. Stancamente scuote la testa da un lato e dall'altro, poi affonda viso e bocca nel terreno. Sotterra il viso profondamente, sempre di più, poi di botto si libera e fissa in su, al cielo notturno. La bocca, il naso e i piccoli occhi sono coperti da sabbia asciutta e secca.

L'essere scuro si alza lentamente in piedi, solleva due palme aperte, poi violentemente sputa nella sabbia ai suoi piedi.

Garret si svegliò tossendo, incapace di respirare. Si eresse, la bocca e la gola secche e sabbiose. Boccheggiò in cerca d'aria e sentì Janet che si sporgeva su di lui mentre continuava a tossire. Dopo un minuto o due la tosse diminuì e respirò più facilmente. Garret si pulì la bocca e sentì della sabbia sulle dita.

Guardò la propria mano, poi sentì l'interno della bocca con la lingua. Altra sabbia. Si girò e vide chiazze di sabbia sul cuscino e sul lenzuolo. Stese la mano in direzione di Janet, spingendola verso di lei.

"Sabbia! Dimmi che questo non è reale. Ho della sabbia sulla bocca, giù nella gola, e da dove diavolo viene? Da un mondo abbandonato da dio, ecco da dove!" Pestò la mano sul cuscino e si girò contro di lei per prendere la caraffa d'acqua. Iniziò a riempire il bicchiere, poi si fermò ad osservare la caraffa, l'acqua chiara e lucente. Collera e frustrazione gli esplosero dentro, premendo in cerca d'uscita e per la prima volta nella sua vita ebbe paura di sfogarla su Janet. Roteò indietro la caraffa, poi la gettò violentemente contro la parete di fronte. Il vetro si frantumò e l'acqua si sparse per il muro e sul pavimento. Garret sprofondò la testa tra le mani e stette seduto sul bordo del letto per lungo tempo, premendosi le palme il più forte possibile contro il cranio.

Garret aveva smesso quasi completamente di parlare. Lei aveva provato ad offrire un'altra spiegazione per la sabbia (erano vicino al parco e alla sabbiera) ma non volle ascoltarla. Passò la maggior parte dei giorni fuori a passeggiare, anche se Janet non sapeva dove andasse. Sonnecchiava nel pomeriggio, andava a letto abbastanza presto e dormiva fino a tardi. Smise di preparare i pasti, così Janet subentrò nella cucina anche se nessuno dei due mangiasse più molto. Garret aveva i sogni ogni volta che si addormentava, ora, e a lei parve che stesse tentando di rimanere perennemente addormentato in un costante stato di sogno.

Lei fu due volte sul punto di trasferirsi, nella certezza di non riuscire più a sopportare la situazione, ma non era stata capace di lasciarlo solo. Ora aspettava semplicemente che la cosa si arrestasse o che Garret deteriorasse fino al punto di aver bisogno di essere ricoverato da qualche parte per curarsi.

Quando un giorno gli parlò a lungo, fu colta dalla sorpresa.

Garret aveva accumulato un fuoco dentro di sé così le chiese di venire nella stanza sulla strada per poterle parlare. Il suo tono e i suoi modi sembravano razionali, come se niente di strano gli stesse accadendo.

"Per primo," iniziò "vorrei scusarmi. Posso immaginare benissimo cosa hai passato e non lo meriti. Ma non posso farci niente. Non cercherò di convincerti che qualcosa cambierà. Non cambierà nulla. Eventualmente tutto ciò potrebbe peggiorare."

"Sai di qualcosa che sta per succedere?"

Garret scosse la testa. "No. Probabilmente non lo capiresti, ma io non fermerei tutto questo ora anche se lo potessi. Non come pensi tu. IO... io mi sento responsabile. Responsabile per delle vite. Stanno morendo per causa mia."

Janet chiuse gli occhi e scosse la testa. Non voleva più tornare su tutto ciò.

"Va bene," disse Garret. "Lasciamo stare questa parte della faccenda. Ma c'è qualcos'altro che devo dirti. Qualcosa che ho bisogno che tu mi prometta."

Janet aprì gli occhi e lo fissò. "Continua."

"Se mi succede qualcosa e finisco all'ospedale, dentro qualche macchina di mantenimento in vita, o qualcosa di simile, bene, so che ne abbiamo già parlato e che tutti e due sentiamo di non voler essere tenuti in vita da delle macchine, non alla lunga. Che se uno di noi si trovasse in questa situazione, vorrebbe che l'altro facesse staccare dai dottori i sistemi di sostegno in vita."

"Che sta per succedere, Garret?"

"Non lo so, te l'ho detto. Ma se qualcosa dovesse succedere, voglio che tu mi prometta che NON FARAI staccare il sostegno in vita. Voglio essere mantenuto in vita. DEVO essere tenuto in vita."

"Garret, dimmi cosa sta per succedere."

"Promettimelo, Janet."

"Garret..."

"Janet."

Scivolarono nel silenzio. Dopo un tempo lunghissimo Janet rimase seduta ad osservare il fuoco, logora e svuotata, sicura di averlo ormai perso definitivamente.

Lo ha fatto.

Quasi.

Alte nuvole bianche si muovono tranquillamente attraverso il cielo e gli esseri pelosi escono barcollando dalle abitazioni per guardare verso le nuvole. Sotto shock, impauriti, procedono a lunghi balzi verso il letto del fiume, si fermano al centro e voltano le spalle a monte, come se si aspettassero apparisse l'acqua.

Quello dalla pelliccia nera rimane in disparte, fissando lo sguardo al cielo. Non c'è niente pioggia, nessun cenno di umidità; Garret ancora non ce la fa e la figura solitaria sotto di lui sembra riconoscerlo.

Presto, pensa Garret. Lo prometto.

E quasi come se l'essere scuro lo senta e non creda, perché ancora una volta volge la testa di lato e con fierezza sputa dell'acqua preziosa sulla terra prima di distogliersi dal cielo e dalle nuvole per tornare al villaggio.

Il contatto cessò.

Garret entrò in uno stato di panico depressivo, contenuto a malapena. Era riuscito a guadagnare sempre più il controllo del proprio sonno, di più ogni giorno, così da potersi spostare a piacere dentro e fuori dallo stato di sogno che lo portava al suo mondo. Stava ottenendo il controllo del mondo stesso, abbastanza per creare le nuvole, e fra non molto avrebbe portato la pioggia; era certo di ciò. Ma ora...

Aveva programmato di porsi in uno stato di coma permanente, in modo da rimanere in costante contatto col proprio mondo. Così da poter divenire completamente il loro dio e salvarli. Ma se non poteva ritornare, non poteva portar loro la pioggia. sarebbero morti. Doveva fare qualcosa e doveva essere fatto presto.

Ma che era successo? Cosa era andato storto?

Non c'erano risposte.

Ancora una volta Janet fu sul punto di trasferirsi.

I sogni di Garret si erano bloccati, e per alcuni giorni lei aveva sperato che tutto sarebbe tornato normale, ma invece la situazione peggiorò. Ora Garret aveva problemi per addormentarsi anche per un'ora alla volta.. Iniziò a bere più pesantemente e mentre il bere spesso lo faceva dormire, il sonno non gli portava i sogni che desiderava. Il Seconal prescrittogli non era migliore. Così passava la maggior parte della giornata mezzo ubriaco, cercando di dormire, a volte facendo jogging o corsa per stancarsi. Niente funzionava.

Ma Janet rimase. Rimase a mantenere la casa unita, cucinò e si curò che mangiasse e lo tenne quando scoppiava in lacrime per la frustrazione mugolando sulle morti che stava causando. Janet si convinse che Garret aveva definitivamente perso il contatto con la realtà, ma ancora non riusciva a decidersi a farlo trasportare via, come qualche animale impotente.

Poi un giorno smise di bere e smise di prendere pillole per dormire. Ancora le parlava solo di rado, ma prese a mangiare più regolarmente, iniziò a fare esercizi e smise di cercare di dormire tutto il giorno. Sia fisicamente che mentalmente sembrava che Garret stesse rimettendosi in sesto e allorché ebbe la sua prima notte di sonno completamente priva di disturbi dopo settimane, Janet iniziò a pensare che le loro traversie erano finite.

Poi il sogno tornò.

Stanno morendo.

Una delle giovani è stata trovata morta accanto a una pila di pietre, e gli abitanti del villaggio le si raccolgono intorno. C'è un'esitazione prima dell'azione, come se stessero rivolgendo alla giovane femmina un momento di cordoglio. L'essere dalla pelliccia nera sussurra qualche parola, poi prende un coltello e inizia a tagliare la giovane morta. Altri due tengono delle coppe mentre viene fatto sgocciolare il sangue, per salvare il prezioso liquido. Quando tutto il sangue è stato estratto, l'essere scuro inizia a spellare e a tagliare la carne.

Garret vuole smettere di osservare, girarsi così da non dover guardare. Ma non può, perché è il loro dio e un dio vede tutto.

Un fuoco è stato acceso nella più vicina fossa di cottura e una grossa griglia è stata posta sopra di esso. Tutti gli abitanti del villaggio si accalcano attorno al fuoco. Il fumo si alza dalla griglia mentre vi viene posta la carne.

Mai una volta qualcuno del suo popolo ha guardato a lui sia per preghiera che per rabbia; è come se egli non esistesse più. Non ci sono nuvole nel cielo, nessuna traccia di umidità nell'aria. Garret si sente di nuovo inutile, un dio abbandonato, impotente.


C'era solo una possibilità di salvare il suo popolo.

Garret non aveva più tempo per riguadagnare il controllo del suo sonno e dei suoi stati di sogno. Ci sarebbero volute delle settimane e per allora sarebbero morti tutti.

Prese una delle capsule di Seconal che si erano versate sul comodino. Se la mise in bocca, bevve dell'acqua e inghiottì la capsula. Garret ne inghiottì un'altra, poi stette seduto senza muoversi per alcuni minuti.

Aveva calcolato la cosa nel modo più preciso possibile. La dose di Seconal che avrebbe preso lo avrebbe fatto sprofondare in uno stato di coma, ma se Janet avesse agito con velocità, non gli avrebbe causato la morte. Una volta in coma, Garret era certo che, ad un livello subcosciente, sarebbe stato capace di mantenere lo stato. Fino a quando sarebbe stato collegato ad un sistema di mantenimento in vita, sarebbe andata bene.

Garret inghiottì altri Seconal. Attese ancora, guardando fuori della finestra alla debole luce di un quarto di luna nascosto.

Janet. Quello era ciò che faceva più male, ciò che le aveva fatto e ciò che ancora doveva passare. Nelle ultime settimane aveva pensato troppo poco a lei, l'aveva presa per scontata in molte occasioni. Se sarebbe potuto essere diverso... ma sapeva di non avere scelta. Era forte e sarebbe sopravvissuta. Ma questa era l'unica possibilità che il suo popolo aveva per sopravvivere.

Garret prese i rimanenti Seconal e finì l'acqua. Caricò la suoneria della sveglia e mise la lettera in evidenza sopra di essa. La lettera era per Janet. Le diceva quello che aveva fatto, quello che lei doveva fare e le ricordava la sua promessa.

Iniziava a sentirsi intontito, ma poteva essere solo il suo stato mentale piuttosto che il Seconal. Garret si stese sul letto e fissò il soffitto. La stanza era fredda e si coprì con la coperta.

Alla fine tutto il suo corpo iniziò a sentirsi pesante, come se stesse sprofondando nel letto. Non combatté contro la cosa, non provò a muoversi o a restare sveglio. sarebbe occorso poco.

Avrebbe portato la pioggia al suo popolo. Garret si sentì quasi certo su questo, ora, e fu felice del pesante scivolare nel sonno. Avrebbe portato la pioggia e avrebbe salvato le loro vite.

E' quasi l'alba. Janet sedeva sulla sedia ai piedi del letto d'ospedale, abbastanza sveglia anche se non aveva dormito tutta la notte. Le luci dei monitor alla parete si muovevano silenziosamente secondo schemi regolari... blu, verde, bianco. Non c'era nessuna luce rossa di richiamo, nessun suono indicante pericolo.

Il viso di Garret appariva rilassato, anche se occasionalmente si contraeva come se fosse preoccupato. Lei non poteva dire che stesse sognando.

Ancora non credeva che lui fosse stato in contatto con un altro mondo, ma sperava che, almeno nella sua mente, fosse riuscito a raggiungerlo. E avrebbe mantenuto la promessa che gli aveva fatto, non avrebbe mai permesso che disattivassero i sistemi di mantenimento in vita, almeno finché avrebbe avuto lei la scelta. Si era adattata alla qualità distante il lui quando si erano incontrati all'inizio; in seguito si era adattata alle lunghe assenze durante le sue missioni spaziali e le sessioni di allenamento; ed ora si sarebbe adattata allo stesso modo a questo, senza preoccuparsi di quanto sarebbe durato.

Quando il sole fece la sua prima apparizione alla finestra, Janet si alzò dalla sedia e uscì per tornare a casa a dormire.

Lo stanno pregando di nuovo.

Lo stanno pregando affinché finisca la pioggia.

Sta piovendo ormai da ventitré giorni, senza smettere giorno e notte. Il fiume è gonfio e straripa periodicamente, il lago è già al di sopra del suo livello massimo e sta ancora salendo. Il villaggio è stato spazzato via e molti degli abitanti con esso. Quelli che sopravvivono si allontanano dal fiume e si dirigono verso la foresta morta.

Ma anche la foresta si sta allagando e non c'è terra solida su cui stanziarsi o costruire. L'essere dalla pelle nera li sta conducendo tutti in una lunga carovana verso le terre più alte, ma le montagne più vicine sono lontane settimane. Sembra estremamente improbabile che, a meno che la pioggia non smetta, qualcuno di loro riesca a sopravvivere per raggiungere almeno i piedi delle colline.

Tre volte al giorno l'essere scuro ferma la marcia e conduce gli abitanti del villaggio in preghiera. Garret sa che le loro preghiere sono inutili. Ha perso ogni controllo, se mai ne ha avuto realmente. Janet aveva ragione, non è un dio.

Guarda impotente la sua gente morire mentre lo prega invano. Tirano avanti su una terra che è diventata una palude, attraverso i fiumi e laghi che si sono formati da poco e alberi sradicati. E ogni volta che lo pregano, Garret prega allo stesso modo, prega qualsiasi dio che possa sentirlo; prega che possa morire in modo che il suo popolo possa vivere.

Le piogge continuano a riversarsi dal cielo incupito.

Con i ringraziamenti ad A.G.



Richard Paul Russo, The prayers of a rain god, The Magazine of Fantasy and Science Fiction, #5, 1987
tr.it. Santoni Danilo