Adriana 


Valeria Colombo


Mentre attraversava la strada lastricata di cubetti di porfido irregolari, quelli che sua madre ai tempi dell’università chiamava sampietrini, Adriana Rocchi si rese conto che c'era un uomo seduto al tavolino del ristorante che le guardava le gambe.

La giornata era una delle più buie di settembre inoltrato, un cielo tumefatto rifletteva il grigio delle ruote metalliche dei tram di Torino; Adriana, che indossava un tailleur di tweed, avanzava sul selciato a piccoli salti da una pozzanghera all'altra, divaricando con le gambe lo spacco della gonna longuette.

L'uomo, di mezza età, la guardava dal déhors di un ristorante chiamato Torero Innamorato, deserto dato il freddo. Adriana arrivò sul marciapiede opposto, estrasse dalla borsetta il badge personale di accesso all’edificio e si voltò un attimo a destra per controllare se l’uomo la guardasse ancora, poi entrò salendo al sesto piano.

Il titolare dell’ufficio non era ancora arrivato, per cui accese con calma il PC. Mentre si levava il blazer, si collegò alla posta elettronica scaricando un messaggio in attesa.

Rabbrividì. Era una comunicazione personale indirizzata a lei, non allo studio progettazione ambienti per cui lavorava.

"Mercoledì mattina, ore 11. I vestiti che indosserà saranno quelli dell'iniziazione. La parola d'ordine è "Volontariamente"."

Seguiva un indirizzo del quartiere di Borgo Po.

* * *

Il pomeriggio di lavoro passò in fretta. Adriana si mosse nello spazio virtuale di un progetto d'ambiente per una grossa villa sulla collina di Torino, preparato collettivamente dai suoi colleghi. Finì di mettere a punto gli ultimi particolari delle pareti, delle finestre e dei punti luce per la presentazione al cliente. Quando sfilò dagli occhi il visore LCD, le rimasero macchie iridescenti dietro la retina.

Rientrando a casa si accorse che suo marito era ancora fuori per lavoro, come accadeva di sovente. C'era un suo messaggio sulla segreteria telefonica: si sarebbe liberato solo alle 22.

Ora o mai più, pensò Adriana. Senza nemmeno bere un bicchiere d'acqua uscì di nuovo; prese al volo il 18 fino a via Po, svoltò due o tre volte per vie perpendicolari e si arrestò davanti alla vetrina di una boutique molto cara dove non aveva mai potuto servirsi.

Si decise a entrare, quasi con passo trionfante. Nelle sue intenzioni, avrebbe desiderato qualcosa di sobrio come d'abitudine: un'altra gonna longuette o un tailleur di tessuto maschile classico che contrastasse con la sua femminilità per esaltarla. Invece la commessa le propose un due pezzi elegante, blusa di raso lucido da indossare sopra una gonna plissettata di viscosa. Le piacque subito, soprattutto perché ricordava un abito indossato da Lady Lee in un thriller di qualche anno prima; l'unica cosa che la fece esitare fu il fatto che non era abituata a gonne così corte.

"Mi sembra un po' audace" disse per giustificarsi, pensando a ciò che avrebbe detto Federico; ma la commessa le fece tanti complimenti che la convinse a prenderlo. A dire la verità le piaceva sul serio vedersi con una minigonna da film anni '80; le piacque anche il contrasto fra il rigore del trench che la commessa le proponeva, corto e stretto ai fianchi da una cintura, e l’istintiva libertà della minigonna più corta dell'orlo dello spolverino.

Contenta dell'acquisto tornò subito a casa, ignorando volutamente il motivo che l'aveva spinta a fare quella spesa. Indossò i vestiti e rimase tutta la sera in casa con la sua minigonna per abituarsi. Era il tipo di abiti che avrebbe indossato solo per un'occasione come quella, perché il suo stile personale era decisamente meno audace.

Si fotografò accostando sullo schermo del PC di Federico la sua olografia con un'immagine di Lady Lee tratta dal promo del suo film "Sonde nel buio". La differenza, naturalmente, non era solo nel colore dei capelli: tuttavia, si rese conto con sottile piacere di somigliarle.

Provò un certo rimorso per l'entità della spesa, per la quale aveva utilizzato un conto personale non a conoscenza di suo marito: ma si disse che sarebbe capitato solo una volta nella vita, e comunque il solo anticipo del compenso superava di molto il prezzo dei vestiti. Per quanto riguardava le opinioni di Federico, comprese che non sarebbe stato indispensabile mostrargli il nuovo acquisto.

* * *

Il venerdì mattina dell'appuntamento, Federico le disse che non sarebbe rientrato a causa di un appuntamento di lavoro. Si recava a Grenoble, non sarebbe tornato probabilmente fino al mattino seguente, in alta velocità.

Adriana fece suonare un CD dei Motortunes, una raccolta di pezzi molto ritmata che conteneva messaggi subliminali sussurrati a mezza voce e minuti interi di note sincopate. Si vestì senza fretta a tempo di batteria elettronica, dopo essersi fatta una doccia accurata. Verniciò le labbra con un rossetto a pennellino, ripromettendosi di non usare mai più quei volgari stick da cosmetica da borsetta. Mise orecchini d'oro, infilò il completo che aveva nascosto in fondo all'armadio, piano superiore perché suo marito non potesse vederlo, e prese le scarpe; non aveva una vera scelta, ma dal momento in cui nella boutique aveva visto la blusa di raso aveva deciso di indossarla con le décolleté comprate il mese prima: tacco a spillo e listini di raso incrociati fino quasi alla caviglia, con le quali camminare era una scommessa di equilibrio. Raccolse i capelli scoprendo la nuca e indossò lo spolverino: ma guardandosi allo specchio le pareva un look troppo anonimo. Si allacciò in vita una cintura a catena dorata, e uscì tenendo in tasca la carta di credito.

* * *

Sulla porta c'era il nome di uno studio olografico. Adriana suonò, e quando si accese la lampada della telecamera dette la parola d'ordine.

"Volontariamente."

Quella segretezza aveva un po' il fascino del proibito, un po' la meschinità del sordido.

Entrò in un magazzino di materiale video. Strinse la borsetta sulla spalla quando arrivò un giovane con un visore a cristalli liquidi e capelli rasati a zero che indossava un camice da laboratorio.

"Chi è lei?" le domandò.

"Adriana Rocchi."

L'uomo aveva in mano un palmtop. Confrontò il viso di Adriana con quello mostrato dallo schermo, quindi la condusse in una stanza insonorizzata, con pareti di vetro oscurate da tende a pacchetto canna di fucile. Senza prestarle apparentemente attenzione, si dedicò ad accendere un castello di strumenti montato sopra un lettino a rotelle; Adriana, in disparte, attese imbarazzata con la borsetta fra le mani. Notò che l'uomo si voltava in silenzio a guardarle le gambe.

"Sono questi i vestiti?" domandò quando parve pronto.

Adriana annuì.

"Si spogli e posi gli indumenti qui. Faccia piano, cerchi di non rigare il vetro: costa probabilmente più di un mese del suo stipendio."

Adriana ubbidì. Slacciò la cintura dorata e il trench, piegandolo con cura sul vetro latteo della macchina simile a un grosso scanner che il fotografo le aveva indicato. Si sfilò blusa e gonna, posandole a fianco dello spolverino, e tornò verso l'uomo.

"Ma che fa?" disse quello bruscamente, tradendo una certa insicurezza. "Si levi tutto, slip e scarpe compresi."

Adriana ubbidì ancora, dicendosi che era lei a volerlo. Stringendo le mani al seno, completamente svestita, attese istruzioni.

L'uomo la fece sdraiare sul lettino ricoperto di una resina traslucida, tiepida, sotto una lampada tipo UVA montata su guida metallica. Le fece cenno di alzare le mani sopra il capo, e le passò i polsi dentro bracciali di cuoio morbido allacciati agli angoli del lettino

"È proprio necessario?" domandò frastornata Adriana.

"Indispensabile" rispose asciutto l'uomo guardandole il seno nudo, appiattito dai muscoli delle braccia stirati. Adriana alzò il capo per seguire i suoi movimenti quando girò intorno al lettino e le sollevò una caviglia.

"Cosa fa?" domandò preoccupata.

"E’ importante che non si muova," rispose conciso l'uomo.

Adriana si agitò. "Perché anche i piedi?" domandò con voce insicura.

Il tecnico si mise a ridere. "Senta, con quello che ha intenzione di fare si preoccupa se le allaccio le caviglie per lo scanning?"

Poco convinta, Adriana rilassò rassegnata le gambe. Il tecnico la allacciò con cavigliere di cuoio morbido, ma provando a liberarsi non riuscì a sfilare né le mani né i piedi.

Malgrado fosse senza vestiti, Adriana sentì caldo al collo per l'imbarazzo di trovarsi immobilizzata davanti a quell'uomo che non si faceva scrupolo di fissare lo sguardo sul suo corpo nudo.

Il tecnico prese da sotto il piano un barattolo di gelatina azzurra, trasparente, che spalmò con un guanto di lattice sugli avambracci di Adriana. Le spalmò poi anche il malleolo, il muscolo sartorio di entrambe le cosce, la base del collo, le tempie e appena dietro il condilo, sotto l'orecchio. La gelatina era tiepida e sembrava un linimento per ematomi da trauma. Ma quando il fotografo le guardò i capezzoli castani, dilatati dalla tensione dei muscoli, Adriana capì che non aveva ancora terminato di prepararla. Le spalmò i seni con concentrazione, con movimenti rotatori e viscosi che sembravano spremere il succo da frutti maturi.

Adriana lo fissò negli occhi come ipnotizzata dall'assurdità della situazione in cui si era cacciata volontariamente, dall'impossibilità di difendersi da quell'uomo che le carezzava con ostinazione il seno.

Quasi tremando per l'emozione, il tecnico ripose il barattolo. Abbassò un braccio snodabile dal castello di strumenti che sovrastava il lettino; raccolse uno ad uno degli elettrodi che impastò nella gelatina lungo tutto il corpo di Adriana. Tirò giù un altro braccio snodabile con un sottile tampone foderato di garza bianca che le appoggiò contro la gola, sotto la mascella. Regolando una farfalla, bloccò il capo di Adriana contro il lettino, il collo teso.

Adriana si agitò, ma senza reclamare. L'uomo le allargò i capelli intorno al capo, aprendoli a corona contro il piano traslucido del lettino, poi abbassò dalla macchina una sorta di spazzole a fibre ottiche, sottili e snodate a falangi, che le infilò a pettine nei capelli.

Adriana poteva muovere oramai solamente gli occhi, bloccata dal tampone; vide che il tecnico continuava a guardarle il basso ventre, e si domandò come avrebbe potuto difendersi se avesse voluto approfittare del fatto che era immobilizzata.

Ma non accadde. Lo vide armeggiare con una presa che sembrava un doppio jack acustico, oppure due assorbenti interni cuciti insieme. Un attimo prima di sentire le sue mani sulle parti intime, comprese la funzione dell'arnese. "Oh mio Dio" pensò mentre le dita guantate dell'uomo le aprivano la vulva. Inarcò la schiena, sollevando il bacino dal piano.

"Stia ferma, perdio!" esclamò irritato il tecnico, ritraendosi. Adriana si costrinse a rilassarsi e chiuse gli occhi sentendo introdursi il corpo estraneo. Un secondo dopo, il tecnico ripeté l'operazione sul suo ano.

Rilassandosi, si accorse di non provare fastidio. L'uomo cambiò i guanti di lattice e le introdusse in bocca una sorta di morso. "Stringa i denti." Le applicò quindi sulle palpebre due coroncine di sensori miniaturizzati.

"Tenga gli occhi aperti per dieci secondi" disse abbassando una olocamera telescopica contro le sue iridi.

Adriana si rilassò. C'era una luce pungente nello strumento ottico, ma durò solo dopo pochi secondi.

"Li chiuda, ora" strillò l'uomo da chissà dove.

Un rullo luminoso, caldo dieci volte più di una batteria UVA, cominciò a scorrere longitudinalmente al lettino sul suo corpo nudo. Serrando gli occhi, Adriana vedeva comunque quella luce bianca abbacinante che sembrava provenire anche da dietro il capo. Si chiese dove sarebbe stata conservata la registrazione matrice del suo corpo, tradotto in algoritmi, e se ne avrebbero fatto un uso improprio.

La lampada rullò quasi a contatto del suo corpo almeno otto volte in entrambe le direzioni, poi si spense e risollevò. Quando l'uomo le levò i sensori dalle palpebre, si accorse di avere il battito cardiaco accelerato, il respiro pesante e il corpo coperto da un velo di sudore.

"Sa una cosa?" disse l'uomo levando gli elettrodi, ma con lo sguardo fisso sul suo ventre nudo e fremente per gli spasmi dei muscoli intorpiditi, "vorrei essere uno di quelli che la avranno per le mani, fra qualche giorno."

* * *

Era una giornata di sole, ma le piogge dei giorni precedenti avevano abbassato la temperatura: Adriana sedeva da sola bevendo caffè con panna nel dehors di un ristorante con un enorme, eccentrico timone da veliero per cancello di ingresso. Dal livello del viale, in alto, ogni tanto qualche ozioso si fermava a guardare, perché Adriana aveva slacciato il trench e le sue gambe sembravano catalizzare l'attenzione. Si pentì di essersi piegata alle richieste anonime di chi le aveva procurato l'appuntamento: segretezza, obbedienza, abbigliamento osé.

Finalmente si fece avanti un uomo in soprabito e ascot, salendo dall'imbarcadero del battello mosca: lo guardò distrattamente, soprattutto perché le pareva un viso conosciuto. Ricordò appena lui giunse al suo tavolino: era l'uomo di mezza età che dal dehors del Toro Innamorato le guardava le gambe mentre saltava per evitare le pozzanghere, il giorno in cui aveva ricevuto il messaggio elettronico.

"Sono venuto per portarla con me" disse l'uomo. Adriana fece per alzarsi, ma lui la fermò con un gesto. "Non c'è fretta, può finire il suo caffè." Sedette poi davanti a lei, le mani in mano, mentre Adriana dondolava nervosamente il piede.

Di nuovo, l'uomo le guardava le gambe senza discrezione, e Adriana si sentì arrossire perché sapeva che le avrebbe dato istruzioni che era tenuta a eseguire.

"Perché si è messa in contatto con noi?" domandò l'uomo pacatamente, come se gli interessasse davvero. Aveva occhiali scuri e tempie appena brizzolate.

Adriana notò le sue mani grosse e forti. "Per la ragione che spinge tutte" rispose guardando il caffè e chiedendosi se fosse troppo tardi per desistere e tornare indietro.

"Chi è la sua referenza?"

"Un'amica. È in contatto con voi da circa un anno."

C'era una corrente d'aria ostinata che strisciava sul pavimento, salendo dal fiume: la sentiva sulla pelle, e si domandò se non fosse addirittura quella la ragione per cui il suo contatto stesse prendendo tempo. Senz'altro non era lui il cliente: doveva essere piuttosto un dipendente della società illegale che organizzava gli incontri.

"Sa che lei è veramente bella?" disse l'uomo ad Adriana, come se ci tenesse a farglielo sapere prima di alzarsi da tavola.

Adriana si sentiva tutta rossa per il freddo. Chiuse le falde del trench sui ginocchi e guardò il Po da sopra le lenti degli occhiali fotocromatici.

Con aria indifferente, l'uomo posò sul vassoietto di Adriana un involto di velluto. Sospirò, controllando che avesse finito il caffè. "Penseremo noi a pagare" disse "fuori dal cancello c'è un'automobile che aspetta."

Adriana sbirciò senza riuscire a vederla. Fece per alzarsi, ma ancora una volta l'uomo le fece cenno di sedere e aprì i lembi dell’involto di velluto sul tavolino: conteneva un paio di manette cromate, con stretti anelli adatti a polsi femminili.

"Prima di pagare il conto, le metterò queste" disse immediatamente l'uomo, senza darle il tempo di impallidire "poi la accompagnerò in auto. Vuole per cortesia mettere le mani dietro la schiena?"

Adriana si carezzò i polsi, pensando tra sé che Nadia non le aveva parlato di manette.

"E se non accettassi?"

"Credo sia tardi per tirarsi indietro; non pensa anche lei?"

Lentamente, come per prendere tempo, Adriana strinse con cura la cintura del trench, tastò in tasca la carta di credito e infine mise controvoglia le mani dietro la schiena. L’uomo raccolse dal tavolo le manette, quasi con devozione, e passando alle sue spalle le incatenò i polsi uniti all'altezza del coccige, senza che lei si alzasse dalla sedia. Adriana sentì il freddo del metallo sulla pelle.

L'uomo sorrise, più disteso. "Perfetto."

Camminando affiancati, con il trench dell’uomo sulle spalle di Adriana in modo da coprire le manette, uscirono dal dehors del ristorante. C'era una grossa berlina giapponese colore cobalto scuro e con i finestrini polarizzati; notando i cerchioni in lega simili a ruote dentate, Adriana si domandò come avessero il permesso di entrare in quell'area a traffico limitato.

L'uomo aprì la portiera posteriore e aiutò Adriana ad entrare sostenendola per un braccio. Sedette poi al suo fianco mentre l'autista partiva lentamente.

L'interno era spazioso e confortevole; Adriana si accomodò con le spalle e le braccia contro lo schienale, sistemando le mani incatenate nell'incavo della congiunzione con il sedile, dietro le anche. La vettura salì verso il viale.

"Dove stiamo andando?" domandò.

L'uomo le sfilò gli occhiali fotocromatici dalle tempie, riponendoli con cura nel portaoggetti del sedile anteriore, poi levò di tasca un altro paio di manette con anelli più grossi.

"Ora le incatenerò le caviglie. Si rilassi contro lo schienale e tenga i piedi uniti."

Adriana ubbidì, rossa di freddo e di vergogna. Si accorse di tremare: una vibrazione profonda e continua che le nasceva dalle viscere. L'uomo si chinò sulle sue cosce nude con gli anelli delle manette sganciati e le incatenò con cura le caviglie, in modo che i ginocchi rimanessero uniti, le gambe aderenti a formare un angolo retto parallelo al sedile. Finalmente si rialzò, lanciandole uno sguardo come quello che l'aveva sondata quel giorno al Torero Innamorato.

Adriana puntellò i gomiti sul velluto dello schienale per mettersi più comoda sentendo con fastidio che anche questo paio di manette era freddo. Si domandò quale impulso l'avesse spinta a mettersi nelle mani di quegli uomini, a lasciarsi incatenare mani e piedi sul sedile posteriore di un'automobile di lusso incuneata nel traffico di Torino.

Il suo contatto guardava con negligenza fuori dai finestrini; dall'esterno, non si poteva vedere dentro attraverso i vetri a specchio. Faceva freddo, Adriana avrebbe voluto domandare di regolare il condizionatore, ma l'atteggiamento di silenzio dei suoi accompagnatori sembrava definitivo.

Vide scorrere fuori dal finestrino, in un silenzio irreale, l'acqua grigia sotto ponte Umberto. Incatenata e sola in macchina nelle mani dei due uomini, si domandò se la sua scelta di contattarli fosse stata assennata: era stata Nadia a parlarle dell'esperienza, ma più per allusioni che apertamente. Infatti, non si aspettava le manette: quell'attenzione da voyeur per il suo corpo sì, come anche l'ostentazione di indumenti audaci e una pretesa di sottomissione passiva da parte sua.

L'automobile prese velocità sul lungofiume in direzione sud, ma prima di Moncalieri svoltò salendo in collina. L'uomo al suo fianco si levò allora l’ascot che portava al collo. "Da questo momento devo bendarla: è necessario che lei non veda dove la porteremo."

Le avvolse la seta intorno al capo, attento a non scioglierle la capigliatura e senza stringere. Adriana allargò i gomiti per fare più presa contro lo schienale; sentiva intorpidirsi i muscoli dei polpacci.

Seguirono una strada a curve per qualche minuto, poi Adriana si rese conto che una mano le stava sollevando l'orlo della gonna; Strinse i ginocchi, ma le sarebbe stato impossibile ritrarsi contro la portiera. La mano le scostò le falde del trench, sollevandole la mini a scoprirle le cosce; Adriana percepì il battito accelerato del proprio cuore, e sentì affluire al collo e al viso un rossore inopportuno.

Finalmente la vettura rallentò e si arrestò, e la gonna tornò al suo posto. Il suo contatto le tolse la benda dagli occhi, e battendo le palpebre Adriana vide che si trovavano sul retro di una grossa villa isolata in collina. C'erano altri tre uomini vestiti con eleganza ad attenderli in piedi, in un giardino all'italiana. L'uomo al suo fianco scese, mentre i tre nuovi arrivati si avvicinavano a semicerchio.

L’uomo la pressò sulla spalla verso la portiera aperta; e capì che non l'avrebbero aiutata a discendere. Allungò i piedi verso destra, goffamente, torcendo il bacino per spostarsi sul sedile. I quattro rimasero impassibili a seguire con attenzione i suoi sforzi. Rossa di vergogna, Adriana riuscì finalmente a posare le suole in terra. L'uomo del ristorante la sostenne per i gomiti, aiutandola a tenersi in piedi nel vento sottile di collina: non era facile rimanere in equilibrio con le braccia ammanettate e le caviglie serrate sui tacchi a spillo.

L'auto si avviò, l’autista la osservava mentre il cristallo del finestrino si stava risollevando.

Adriana abbassò gli occhi a terra, impotente, osservandosi le punte delle décolleté in fondo alle gambe dritte, nude, serrate. Le manette alle sue caviglie sembravano una protesi, un esoscheletro con il quale le sembrava che avrebbero potuto costringerla a convivere per il resto della vita.

"Cosa ci ha portato di bello questa volta, Carlo?" domandò rivolgendosi al suo contatto uno degli uomini che la attendevano.

"La signora Adriana F." rispose l'uomo chiamato Carlo con un gesto della mano, e lei si sentì sprofondare perché era incatenata peggio di un pericoloso criminale davanti a quegli uomini sulla sessantina che si deliziavano nel vederla rabbrividire di freddo.

"Adriana" ripeté uno dei tre. "Accompagni la signora in casa, non vede che sta tremando?"

Carlo si abbassò ai piedi di Adriana, sfiorandole i polpacci nudi con il soprabito. Le sganciò le manette con una piccola chiave a magnete, ritirandole in tasca. Precedette poi Adriana verso la casa, mentre i tre uomini la seguivano a breve distanza.

Attraversarono un salotto arredato in stile moderno per scendere in un seminterrato trasformato dal proprietario in una tavernetta con mobili rustici. Dissimulata dietro una libreria a parete, una porta di metallo dava sulla camera di tortura: entrarono tutti e cinque, chiudendo la porta alle loro spalle.

Diedero ad Adriana il tempo di guardarsi intorno: il locale era ampio, probabilmente metà della pianta interrata; c'erano divani di vimini su due pareti, con cuscini colore carta da zucchero. Un largo tavolo di mogano con cinghie di cuoio agli angoli occupava un lato della stanza, mentre alcune catene pendevano dal soffitto sull'altro lato, in prossimità del muro; una colonnina di pasta metallica damascata con oro a 24 carati di Toledo divideva a metà l'ambiente, ma lo strumento più agghiacciante era una grossa ruota dentata di ghisa del diametro di tre metri almeno, montata su una puleggia contro la parete di fronte. Sembrava un residuato della prima rivoluzione industriale trasformato in un pesante, geniale strumento di tortura.

Adriana cercò di ritrarsi, ma gli uomini avevano fatto cerchio intorno a lei.

"Cosa scegliete?" domandò Carlo, che sembrava in attesa di ordini.

"Il palo" disse subito il più giovane, che doveva avere comunque oltre cinquanta anni "sono rimasto favorevolmente colpito dall'ultima volta."

Il secondo uomo scosse il capo. "Le catene a muro danno i risultati migliori" disse "Non mi piace quando il paziente non è costretto a divaricare le gambe."

"Ma il contatto del metallo con la pelle nuda provoca nel paziente brividi deliziosi " insisté il giovane.

Il terzo uomo, che per la sua autorità sembrava il capo, mosse un passo verso il centro della sala. "C'è naturalmente una via di mezzo" disse additando la ruota dentata.

Adriana chiuse gli occhi, tremando, domandandosi come avessero potuto sapere della sua repulsione. Era inutile domandarsi se leggevano nella mente.

Raggiunsero una mediazione sulla ruota. "Prepari la signora Adriana," disse il capo.

Carlo la condusse al tavolo di legno, tremante di paura, e i tre le tennero dietro. "Appoggi il ventre" disse additando il bordo del tavolo.

Adriana ubbidì, accostandosi con l'inguine all'orlo. Trattenendola per le manette, Carlo la spinse sulle spalle fino a farla sdraiare prona, il ventre e il seno contro il tavolo e le gambe penzolanti. Adriana contrasse le dita delle mani, domandandosi sgomenta cosa avessero intenzione di farle. Carlo le mostrò un paio di forbicine d'oro passandole davanti ai suoi occhi, quindi le sollevò il trench e la minigonna di dietro.

Adriana contrasse involontariamente i muscoli, ma il capo aiutò Carlo premendole sui polsi incatenati per tenerle giù il busto. Rovesciarono il trench e la gonna sulle reni, scoprendola fino alla vita, quindi Carlo sollevò con due dita l'elastico degli slip su un fianco e lo tagliò di netto; fece scorrere l'indice all'interno dell'orlo, recidendo anche sull'altro fianco. Tornò poi a ricoprirla, e la lasciarono libera di rialzarsi. Rossa di umiliazione, Adriana non riuscì a vedere chi si fosse impossessato della sua biancheria intima.

La condussero poi alla ruota. Carlo le levò finalmente le manette, così che poté massaggiarsi la pelle arrossata dei polsi. La stavano guardando tutti.

"Devo... spogliarmi?" domandò Adriana con voce spezzata.

"Non è necessario" rispose il capo.

Carlo aveva già slacciato le cinghie di cuoio; sollevò le braccia di Adriana parallele a due raggi della ruota, e le allacciò un polso per volta stringendo con fibbie metalliche. Adriana sentì tirare le braccia verso l'alto, e le scapole premute contro il metallo del disco. L'uomo le legò poi le caviglie, a gambe divaricate, alla stessa angolatura delle braccia rispetto al corpo.

Adriana si ritrovò crocifissa, mani e piedi legati ai denti della corona metallica, il mozzo rotondo e ingombrante contro la spina dorsale all'altezza delle reni. Ricordò la propria stoltezza, il giorno in cui aveva acquistato la minigonna nella boutique, quando aveva pensato alla libertà di movimenti e a quell'altra libertà suggerita a chi guardava. In quel momento, sulla ruota dentata, comprese che aveva scelto lei stessa uno strumento di tortura che prometteva di soddisfare il voyeurismo dei suoi seviziatori.

Carlo toccò un interruttore elettrico e la ruota cominciò a girare con un movimento regolare, lento. Dopo tre giri sottosopra, i capelli di Adriana si sciolsero ricadendole davanti agli occhi e sul collo. Si accorse, squartata e crocefissa, che a ogni giro la gonna le scopriva il pube castano depilato con cura. Gli uomini si avvicinarono pericolosamente a contatto del suo corpo con le loro mani forti e minacciose.

* * *

Per prima venne la nausea, quando le sfilarono il casco. Non le domandarono neppure come si sentisse. Il tecnico che la aiutò a sganciare le braccia dai cavi e a scendere dal tappeto mobile che aveva simulato il movimento portava occhiali a specchio e capelli colorati di verde. "Può andare a levarsi la tuta in quello spogliatoio" le disse sbadigliando "mi raccomando, la metta nella teca per la disinfezione."

Adriana sedette un attimo sulla pedana della macchina di simulazione per recuperare l'equilibrio. Riempì i polmoni dell'aria viziata al silicone dei laboratori clandestini, quindi andò con gambe tremanti allo spogliatoio.

Nella tuta faceva un caldo torrido. Il tecnico le aveva già sfilato i guanti al momento di farla scendere dal trespolo ovale del simulatore; Adriana slacciò cinghiette e cerniere, curando di non staccare la miriade di cavi che percorreva l'esterno della tuta, dalla nuca ai polsi e alle caviglie con una concentrazione intorno ai seni e in corrispondenza del basso ventre.

Si infilò sotto una doccia troppo calda, ancora tremante per l’impressione dei lacci di cuoio e con il fastidio del mozzo di ghisa contro la spina dorsale. Lavò via l'umore della paura e ritornò a vestirsi.

Un tecnico la aspettava all'uscita dallo spogliatoio. "C'è un'apposita stanza per il relax" le disse con una premura vagamente forzata, della quale Adriana gli fu comunque grata. Si sentiva ancora in imbarazzo davanti a un uomo.

Ringraziò e si ritirò nella stanza, dove trovò un ambiente ben ventilato, quieto, con una vista piacevole su un giardinetto interno. Aveva a sua disposizione musica, stereovisione e riviste di moda. Sedette davanti alla finestra per qualche minuto, fino a che bussarono.

Entrò un tipo alto, con un palmtop dell'ultima generazione e un tic nervoso. "Sono lo psicologo della società" disse "se permette, dovrei porle alcune domande: è la prassi."

Era la cosa che Adriana avrebbe voluto di meno, ma si rassegnò. L'uomo preparò il suo portatile.

"Vedo che la sua referenza è la signora Rosati."

Adriana annuì, e le apparve l'immagine di Nadia incatenata mani e piedi alla ruota dentata.

"Può dirmi che cosa l'ha spinta a mettersi in contatto con noi? Se preferisce, posso fornirle una serie standard di risposte fra cui scegliere."

"Non è necessario" disse Adriana, quasi trovando aliena la propria voce "vi ho contattati semplicemente perché esisteva la possibilità. Spesso si fa qualcosa semplicemente perché è possibile. Un'emozione come un'altra, con il vantaggio di non lasciare segni."

"Materialmente no di certo" annuì lo psicologo, tentando di scherzare.

Ma com'era tutto reale, si disse Adriana. L'odore di metano dell'auto che l'aveva condotta in collina, il freddo perverso sulle sue gambe, l'impressione sottile della forbicina d'oro che le tagliava gli slip.

"Ha mai desiderato di interrompere la simulazione?"

Adriana fissò li salice piangente nel giardinetto. "Preferirei non rispondere."

L'uomo si schiarì la gola. "Naturale. Lei sa che non è stata effettuata alcuna registrazione della sua esperienza; d'altronde sarebbe impossibile, occorrerebbe una quantità enorme di memoria. Si è trattato di una interazione con altri soggetti a loro volta collegati nello stesso ambiente virtuale. Cosa prova per quegli uomini?"

"Hanno pagato cifre consistenti, al contrario di me. Sono dei drogati, gente che non avrebbe il coraggio di tentare un approccio con una donna fuori da una simulazione. Ad ogni modo, sapevo già prima di accettare che mi sarei trovata in interazione con individui reali."

"Giusto. Una valvola di sfogo; la legge per ora proibisce la nostra attività, giudicandola immorale. Noi invece riteniamo che vi sia una finalità etica nel deviare gli istinti peggiori, gli istinti violenti in una direzione innocua per la convivenza sociale. Quando sarà possibile una fruizione di massa delle nostre interazioni, gli indici di criminalità nelle nazioni industrializzate precipiteranno a livelli infimi."

Adriana si voltò a guardarlo negli occhi, accorgendosi che le stava fissando le lunghe gambe nude che teneva distese ad angolo acuto rispetto al pavimento. In quel momento non le importò neppure.

"Non penso lei abbia mai viaggiato in uno di quei suoi scenari" gli disse brusca, cercando di ferirlo "comunque, non ha il tempo per ragionamenti etici. Solamente, si lascia andare davanti a chi la lega e la maltratta, la espone al freddo e la umilia comportandosi come se lei fosse un oggetto, perché lei sa che finirà tutto, che sopravviverà a tutto e che quindi può permettersi di lasciarsi torturare, di sentirsi una donna-oggetto in un mondo bestiale e violento dal quale uscirà, comunque."

Lo psicologo annuì, imbarazzato. "Grazie" disse alzandosi.

* * *

Uscì dalla stanza relax; tre uomini stavano venendo verso di lei, diretti all'uscita: capì che erano i suoi partner della simulazione, perché non avevano il cartellino di identificazione del personale e camminavano con passo assente, quasi leggero.

"Sono loro che mi hanno seviziata," pensò Adriana, inchiodata. Rivisse in un secondo l'orrore di essere legata ai denti della ruota, l'umiliazione di non potersi coprire il ventre nudo, l'impressione delle mani di quegli uomini sulla pelle. "Fino a mezz'ora fa, quegli uomini mi stavano torturando in uno scantinato, quassù in collina; stavano torturando una donna legata e inerme. Che razza di uomini sono?"

E non le importò più se avevano pagato cifre enormi per avere fra le mani una giovane donna da seviziare, come aveva detto allo psicologo. Importava che erano dei mostri, dei malati, dei pericoli per la società. Rimase inchiodata ad aspettarli, li vide in volto uno ad uno. E il cuore le si fermò per qualche secondo, rifiutandosi di sopravvivere alla rivelazione di quei lineamenti inoffensivi, pacati, da uomini d'affari.

"Avete da accendere?" domandò appena la raggiunsero, trovando una scusa qualsiasi per fermarli. Imbarazzatissimi, gli uomini si scusarono dileguandosi verso l’uscita, senza nemmeno il coraggio di ricambiare il suo sguardo.

Adriana rimase ipnotizzata ad attendere che le lacrime evaporassero dalle guance, quindi percorse a ritroso l'atrio dei laboratori clandestini, uscendo fiera e a testa alta dal vestibolo dissimulato che dava su un magazzino di materiale elettrico dalle parti del cimitero.


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