Intervista a William
Gibson
Larry McCaffery [1986]
Larry McCaffery
William Gibson
Nei tuoi lavori
i riferimenti alla musica rock e alla televisione son così frequenti
che a volte sembra che la tua scrittura sia influenzata da MTV tanto quanto
dalla letteratura. Che impatto hanno avuto gli altri media invece sulla
tua sensibilità?
Probabilmente un impatto
maggiore della narrativa. Il guaio delle domande sulle "influenze" è
che di solito sono formulate in modo tale che si è portati a parlare
della propria scrittura come se si fosse cresciuti solo in un mondo di
libri. Per esempio, io sono stato influenzato da Lou Reed nella stessa
misura in cui lo sono stato da qualsiasi scrittore di "narrativa". Come
epigrafe per Neuromante avevo intenzione di usare una citazione da una
vecchia canzone dei Velvet Underground: "Attento ai mondi dietro te", da
Sunday Morning.
Mi pare che il crollo
di ogni tipo di distinzione (tra cultura pop e cultura "seria", tra generi
e forme artistiche differenti e così via) abbia avuto un effetto
liberatorio sugli scrittori della tua generazione.
Sì, l'idea che
tutto ciò che sta là fuori possa diventare acqua per il tuo
mulino è stata molto liberatoria. Questo processo di imbastardimento
culturale mi sembra il nodo centrale del postmodernismo. Ne è risultata
una generazione di persone (tra cui alcuni artisti) che hanno gusti sfrenatamente
eclettici: il genere di persone a cui piace la musica punk e Mozart, che
di solito alla sera noleggia quei terribili film dell'orrore e di fantascienza
al 7-Eleven, ma poi magari ti chiama per andare a vedere la lotta nel fango
o le letture pubbliche di poesia. Se sei uno scrittore il trucco è
quello di tenere occhi e orecchie ben aperti per farci entrare tutte queste
cose, ma anche per riconoscere immediatamente quello che vorrai far emergere
nel tuo lavoro, e in che modo possa funzionare davvero in un determinato
contesto. So di non avere un senso della scrittura diviso in compartimenti
stagni, e non separo mai la letteratura dalle altre arti. Narrativa, televisione,
musica, film: tutte forniscono del materiale sotto forma di immagini, frasi
e codici che si insinuano nella mia scrittura in maniera deliberata o inconscia.
Al giorno d'oggi
la cultura sta subendo un processo di profonda trasformazione ad opera
della tecnologia, e in misura tale che la maggioranza delle persone non
incomincia nemmeno lontanamente a immaginare. Ecco perché forse
il pubblico americano è così affascinato dall'immaginario
e dal vocabolario fantascientifico. Perfino persone che non sanno nemmeno
il significato della parola "fantascienza" stanno reagendo a questa tendenza
in modo subliminale, nella pubblicità e in cose del genere.
Sì, come in Fuga
da New York, che non è mai stato un grande successo, ma che è
stato rifatto un miliardo di volte nei video rock. A proposito, io ho visto
quel film (che poi ha avuto una qualche influenza su Neuromante) quando
avevo cominciato a scrivere La notte che bruciammo Chrome. Mi aveva incuriosito
quello scambio di battute in una delle scene d'apertura, quando il direttore
dice a Jena Plisski "Sei tu che sei passato attraverso la contraerea a
Leningrado, non è vero?" Nel contesto è una frase buttata
lì a caso, ma in quel momento il film ha funzionato come la migliore
fantascienza, quando un riferimento casuale può sottintendere moltissime
cose.
Quando scrivi, in
che misura sei consapevole di sviluppare sistematicamente un'immagine o
una metafora? Prendi l'immagine del "pupazzo di carne" (meat puppet) in
Neuromante: sembra una metafora perfetta per suggerire il modo in cui la
morbida macchina del nostro corpo è manipolata da forze esterne,
anche se credo che tua sia arrivato a quella metafora dopo aver ascoltato
il gruppo rock che porta quel nome (i Meat Puppets, NdT).
No, l'ho letto da qualche
parte. Mi piacciono le cose fortuite. Mi capita di trovare una frase estemporanea,
come quella in Fuga da New York, e penso "Sì, quella funziona".
Così la metto nel mio testo e comincio a lavorarci sopra, e vedo
come si accorda con le altre cose che ho sottomano. Alla fine comincia
a svilupparsi, si dirama in modi imprevedibili. In parte questo processo
è consapevole, nel senso che io mi rendo conto di lavorare così,
ma il modo in cui queste cose vengono a inserirsi nel testo è intuitivo.
Non so quante persone scrivano in maniera diversa. Credo che qualche scrittore
lo faccia senza accorgersene, ma per quanto mi riguarda è come se
io fossi lì ad aspettare queste cose, per vedere dove portano e
in che modo potrebbero mutare.
Assomiglia a un
virus.
Ma è come
un virus. Anche se solo un certo tipo di ospite consente alla cellula di
continuare a espandersi in maniera ottimale. Puoi capire come la struttura
di un libro come Neuromante ad un certo punto sia diventata complicata.
Non nel senso di "ammirevolmente complessa", ma solo perché tutte
queste cianfrusaglie avevano cominciato ad agire e a infettarsi reciprocamente.
Forse possiamo parlare
un po' di come si sia sviluppato Neuromante. Con quei due racconti di La
notte che bruciammo Chrome (quello dallo stesso titolo e Johnny Mnemonico)
hai chiaramente gettato le fondamenta di quello che poi avresti fatto nel
romanzo.
Sì, anche se quando
ho scritto quei due racconti non ne ero consapevole. In effetti Johnny
Mnemonico è stata la terza cosa che ho scritto. L'averla venduta
è stato l'unico modo per vedere se era riuscita o meno. In seguito
ho scritto La notte che bruciammo Chrome, che ha suscitato più interesse
di qualsiasi cosa avessi fatto in precedenza. Comunque sentivo che ci sarebbero
voluti ancora altri quattro o cinque anni prima di cominciare a scrivere
un romanzo. Poi Terry Carr mi mise sotto contratto per scrivere un libro
che sarebbe stato Neuromante. Carr stava cercando della gente che gli sembrasse
promettente, e io dissi di sì quasi senza pensarci: così
mi sono trovato impegolato in un progetto per il quale non ero sicuro di
essere pronto. Difatti, una volta che ho cominciato a pensarci sopra seriamente
la sola idea mi terrorizzava. Ci avevo impiegato qualcosa come tre mesi
per scrivere un racconto, e cominciare una cosa del genere per me era un
passo da gigante.
Ma in particolare,
che cos'è che ti ha spinto a cominciare il libro?
Panico. Un panico cieco
e animalesco. E penso che tutta questa disperazione sia visibile molto
chiaramente in tutto il libro. Neuromante è alimentato da quella
mia terribile paura di perdere l'attenzione del lettore. Ecco perché
il libro cerca di essere come una corsa sulle montagne russe, e c'è
una trovata in ogni pagina. Una volta convinto che dovevo trovare qualcosa,
ho guardato i racconti che avevo scritto fino a quel momento, cercando
di capire che cosa avesse funzionato. Avevo Molly (in Johnny Mnemonico)
e funzionava; avevo un'ambientazione in La notte che bruciammo Chrome,
e mi sembrava che funzionasse. Decisi di mettere insieme queste cose. Durante
la stesura del libro ero convinto che, una volta pubblicato, me ne sarei
vergognato per sempre. E anche quando ebbi finito non riuscivo ad avere
un'idea chiara di quello che avevo fatto (e ancora adesso con ce l'ho,
se è per quello). Hai mai visto quegli incredibili dragoni che girano
per la folla a Chinatown? Io mi sento sempre come una di quelle persone
dentro il dragone. Lì sotto, loro non vedono niente di eccezionale.
Certo, ci sono dei colori vivacissimi, ma sanno anche che è tutto
molto fragile. Non vedono che un mucchio di vecchi giornali, cartapesta
e listelli di balsa.
Il mondo evocato
in Neuromante mi ha colpito perché assomiglia molto a quello che
si trova in Chandler e Hammett: squallido, intensamente vivido, pieno di
dettagli coloriti e gerghi esotici che in qualche modo sembrano realistici
e allo stesso tempo totalmente artificiali.
L'ultima volta che ho
letto Hammett è stato probabilmente quindici anni fa, ma mi ricordo
che mi aveva colpito molto in modo in cui era capace di forzare tutti questi
elementi quotidiani fino a renderli diversi; era una specie di naturalismo
americano, ma era anche come se avesse girato una specie di manovella per
rendere tutto come un'allucinazione, molto intensa. Lo si può vedere
all'inizio de Il falcone maltese, quando Hammett descrive tutte le cose
dell'ufficio di Spade; è tutto estremamente innaturale, tutto così
vivido e strano. Può essere stato Hammett a farmi interessare all'idea
di super-specificità, che è quasi sempre molto carente nelle
descrizioni di fantascienza. Gli autori di fantascienza hanno la tendenza
ad essere generici, e così spesso trovi qualcosa del tipo "Allora
si infilò la tuta spaziale". Questa specie di rifiuto dello specificare
è quasi una tradizione non scritta nella fantascienza; gli scrittori
sanno che, quando il loro personaggio arriva su qualche pianeta inconcepibilmente
strano e lontano, possono cavarsela dicendo: "Guardai fuori dalla finestra
e vidi l'impianto dell'aria". Che il lettore non sappia a cosa diavolo
assomigli l'impianto, o addirittura che cosa sia, non sembra importante.
Può darsi che sia stato Hammett a darmi l'idea di non scrivere in
quel modo, anche se scrivevo roba popolare. Comunque non ho mai letto molto
Chandler, e non mi è mai piaciuto granché quello che ho letto
perché dai suoi libri ho sempre ricavato come una sensazione puritana
e sgradevole. Anche se alla superficie è molto brillante, secondo
me il significato implicito non è molto attraente.
Lo slang futuristico,
il linguaggio della strada, il gergo tecnico e professionale che è
prodotto da questa cultura: ecco l'altra ragione per cui penso che Hammett
abbia dei punti di contatto con te riguardo la questione del vocabolario.
Sono convinto di aver
cercato di creare un argot molto verosimile. Ma la maggior parte di ciò
che nel dialogo sembra esotico o strano non l'ho inventato io. E' più
come un collage. Al giorno d'oggi ci sono così tante culture o sottoculture
in giro che se uno ha voglia di ascoltare può raccogliere frasi,
inflessioni e metafore un po' dappertutto. Molte delle cose che la gente
crede così futuristiche sia in Neuromante che in Giù nel
ciberspazio, probabilmente sono solo lo slang degli spacciatori di droga
di Toronto nel 1969, o i modi di dire dei biker. Io prendo in prestito
molte cose.
Alcune delle parole che usi in Neuromante
(come "flatlineare" o "programma virus") danno quasi una sensazione di
poesia.
Ma sono poesia.
"Flatlineare" nello slang degli autisti di ambulanze vuol dire morire.
L'ho sentito in un bar, forse vent'anni fa, e mi è rimasto impresso.
Piangendo, un autista ubriaco aveva detto: "E' flatlineata". Adopero moltissime
frasi che sembrano esotiche per tutti tranne che per quelli che le usano.
E' piuttosto strano, ma non ho utilizzato quasi mai gerghi particolari
presi da altri scrittori di fantascienza. "Programma virus" l'ho presa
da una ex operatrice di computer del W.A.C. (Woman's Army Corps, Corpo
delle ausiliarie dell'Esercito, NdT) che aveva lavorato al Pentagono. Una
sera l'ho sentita parlare con una sua amica di certi tizi che entravano
ogni giorno per cancellare le schede di tutti i videogiochi che la gente
aveva inserito nei propri sistemi. Quelli che lavoravano là si costruivano
delle piccole unità che s'infilavano qua e là per evitare
i cancellatori ufficiali: cosettine che si nascondevano e poi saltavano
fuori dicendo "Fregato!", prima di scomparire nella struttura logica (a
sentirmi mentre tento di spiegare la faccenda è subito chiaro che
non ho idea di come veramente funzionino i computer; per me è stato
un impatto notevole). Comunque ricordo che la ragazza del W.A.C. diceva
che la cosa che li preoccupava di più erano i "programmi virus".
Tra i fumi dell'alcool è suonato come un campanello, e le ho chiesto:
"A proposito, cos'è un programma virus?", così lei mi ha
fatto un riassunto. Ma solo dopo l'uscita del libro ho incontrato persone
che sapessero veramente che cosa fosse.
Quindi tu utilizzi il computer e la
scienza più per il loro valore metaforico, per il modo in cui "suonano"
i termini, che per una dimestichezza con il modo in cui operano.
Sto cercando delle immagini
che possano fornire una certa atmosfera. Mi sembra che al giorno d'oggi
la scienza e la tecnologia siano fonti utili per questo genere di cose.
Diciamo che mi interessa di più il linguaggio dei computer che non
gli aspetti tecnici, la maniera in cui realmente operano. Fondamentalmente
nei miei libri i computer sono semplicemente una metafora della memoria
umana. Mi interessano i come e i perché della memoria, i modi in
cui essa definisce chi e che cosa siamo, e come essa possa essere facilmente
soggetta a revisione. Quando stavo scrivendo Neuromante è stato
meraviglioso riuscire a collegare molti di questi interessi alla metafora
computer, ma lì la memoria del computer è molto più
simile alla memoria umana di quanto non sia in realtà. Quando ho
scritto Neuromante non sapevo che i computer avessero i disc-drive. Fino
allo scorso Natale non avevo mai avuto un computer, non potevo permettermelo.
Se la gente cominciava a parlarne mi veniva sonno. Poi mi sono comprato
un Apple II a una svendita, l'ho portato a casa, l'ho messo su e ogni volta
che il disc-drive entrava in funzione cominciava a fare un rumore orribile,
come di un tostapane che scoreggia. Quando ho chiamato il negozio e ho
chiesto cosa era che faceva quel rumore mi hanno risposto: "Oh, è
solo il meccanismo del drive, quell'affarino dentro che gira". Io mi ero
aspettato una cosa esotica e cristallina, una tastiera per ciberspazio
o roba del genere; e invece dentro c'era questo pezzettino di motore, quasi
vittoriano, come in un vecchio giradischi (che oltretutto scricchiolava!).
Quel rumore ha tolto un po' di fascino, ha reso tutto un po' meno sexy.
Solo la mia ignoranza l'aveva reso romantico.
Di primo acchito Neuromante colpisce
parecchi lettori per tutti i suoi elementi cyberpunk: gerghi esotici, droghe,
ciberrealtà, abbigliamento, eccetera. Anche se sotto molti aspetti
la trama è decisamente tradizionale: il gangster che è stato
messo fuori combattimento, è stato fregato e vuole vendicarsi facendo
il colpaccio. Legare questa ciberrealtà a un intreccio con una struttura
già consolidata deve essere stata una decisione cosciente.
Certo, è così.
Non stavo affatto esagerando quando prima dicevo che molte delle cose che
ho usato in Neuromante sono venute fuori per disperazione. Sapevo di essere
inesperto, e quindi avevo bisogno di un intreccio con una struttura tradizionale,
che avesse già dimostrato il suo potenziale di solidità narrativa.
Volevo usare diversi spunti, ma siccome non avevo un'idea precisa di dove
stessi andando a parare, la trama doveva essere qualcosa con cui avessi
dimestichezza, una struttura familiare. E poi, dal momento che ho scritto
Neuromante sotto la forte influenza di Robert Stone (che è un maestro
di un certo tipo di narrativa paranoica) non è poi così sorprendente
che sia venuto fuori qualcosa di simile a un film di Howard Hawks. Ma tutto
questo ha anche molto a che fare con il mio bisogno di sentire che stavo
agendo all'interno di una specie di rete di sicurezza. Non sono riuscito
a pensare a niente di più appropriato di questo mondo sotterraneo
da film noir, a cui attaccare tutta quella roba.
Spesso i primi romanzi di un autore
sono anche i più autobiografici. In Neuromante ti sei basato molto
su avvenimenti del tuo passato?
Neuromante non è
autobiografico in senso letterale in nessun modo, ma quando stavo tentando
di sviluppare questi personaggi naturalmente li ricavavo dal modo in cui
percepivo la gente. In parte questa mia percezione derivava dal ricordo
della mia adolescenza sballata, in parte anche dal constatare come i ragazzi
reagivano a tutta quella merda veramente orribile che c'era intorno a loro,
tutta quell'angoscia insensata e quella mancanza d'affetto.
Il libro ha subito molti cambiamenti
significativi, una volta che avevi sistemato quella rete di sicurezza di
cui parlavi prima?
Ho riscritto i primi
due terzi del libro una dozzina di volte. Quando sono riuscito a trovare
una mia visione del mondo, ho fatto moltissimi cambiamenti stilistici e
ho dovuto lavorare molto sulla trama per farla sembrare anche solo vagamente
plausibile. Ho dovuto tornarci sopra per aggiustare le coincidenze più
zoppicanti. Non ho mai avuto un'idea molto chiara di quello che sarebbe
successo alla fine; sapevo solo che doveva essere un finale grandioso.
Durante la revisione cerchi degli
effetti particolari nella tua prosa?
Di solito le mie revisioni
riguardano i passaggi che sono poco scorrevoli. Quando ho cominciato a
scrivere ho scoperto che se leggevo qualcosa per il piacere di farlo, man
mano che mi immergevo nella lettura all'improvviso mi rendevo conto che
si era persa una battuta, che il ritmo era scomparso, insomma la bacchetta
del direttore d'orchestra era caduta. E' difficile da spiegare, ma so che
quando sto rivedendo quello che ho scritto cerco i punti in cui ho perso
il ritmo. Di solito è questione di trovare il modo per condensare
la mia prosa, così che le parti individuali abbiano un maggior peso
specifico, siano più cariche di significato. Quando revisiono, il
testo quasi sempre diventa più breve. Mi rendo conto che questo
processo di condensazione finisce col distrarre qualche lettore. Ci sono
lettori di fantascienza "di genere" che considerano Neuromante e Giù
nel ciberspazio troppo densi, letteralmente impossibili da leggere; invece
sembra che altri lettori di fantascienza, che altrimenti non avrebbero
pazienza per la narrativa "seria", siano entusiasti di quello che sto facendo.
E Pynchon? Ha avuto un'influenza sul
tuo lavoro?
Pynchon è sempre
stato uno dei miei scrittori preferiti, ed ha sempre avuto una grandissima
influenza su di me. Sotto molti aspetti considero Pynchon come l'iniziatore
di un certo tipo di fantascienza mutante: il cyberpunk, fantascienza che
mescola surrealismo ed immagini della cultura pop con informazioni più
esoteriche di carattere storico e scientifico. Per me Pynchon è
una specie di eroe mitico, e ho il sospetto che se tu parlassi con molti
dei più recenti scrittori di fantascienza, scopriresti che tutti
hanno letto Gravity's Rainbow parecchie volte e ne sono stati molto
influenzati.
Qual è stata l'ispirazione
per l'idea del ciberspazio?
I ragazzini delle sale
giochi. Camminavo per Granville Street, lo Strip di Vancouver. Non avevo
mai usato molto i videogiochi, ed ero un po' imbarazzato perché
erano tutti molto più giovani di me; quando però mi sono
messo ad osservarli ho visto quanto fossero assorti in questi giochi: me
ne sono accorto dall'intensità fisica dei loro atteggiamenti. Era
come uno di quei sistemi chiusi in un romanzo di Pynchon: era un circuito
di feedback, con i fotoni che uscivano dallo schermo verso gli occhi dei
ragazzini, i neutroni che circolavano attraverso i corpi e gli elettroni
attraverso i computer. E chiaramente loro credevano nello spazio proiettato
dai giochi. Sembra che tutti quelli che lavorano con i computer sviluppino
una fiducia istintiva nell'esistenza di una specie di spazio reale dietro
lo schermo; quando le parole o le immagini spariscono dallo schermo ci
si chiede spontaneamente: "Dove se ne sono andate?". Be', se ne vanno dietro,
in un qualche posto che non riusciamo a vedere.
Da un punto di vista puramente tecnico,
di tecnica letteraria, la premessa del ciberspazio deve essere stata una
grande scoperta, perché crea un fondamento logico per molti "spazi"
narrativi diversi.
Quando sono arrivato
al concetto di ciberspazio, mentre stavo scrivendo La notte che bruciammo
Chrome, ne ho subito intravisto le potenzialità evocative. Quando
poi mi accinsi a scrivere Neuromante, riconobbi che permetteva molte nuove
mosse, perché i personaggi potevano essere risucchiati dentro realtà
apparenti: il che significa che tu li puoi piazzare in qualunque tipo di
ambiente o sullo sfondo di qualsiasi scenario tu voglia. Ho tentato di
attenuare questa caratteristica, perché se l'avessi esagerata avrei
posto le premesse per una trama di tipo troppo aperto: quel tipo di libertà
può essere pericolosa, perché non devi giustificare quello
che sta accadendo secondo la logica dei personaggi o della trama. In Giù
nel ciberspazio ho voluto rallentare un po' il ritmo e imparare a lavorare
sulla costruzione dei personaggi. Sapevo che per la maggioranza dei lettori
Neuromante assomigliava ad una corsa sulle montagne russe: si è
molto eccitati ma forse non si capisce bene dove ci si trova o perché
si è diretti in un dato posto. Comunque anche in Giù nel
ciberspazio ho voluto presentare un personaggio come Virek, che apparentemente
vive in un numero illimitato di realtà. Nella sua vita quotidiana
lui ha tutte queste esperienze mentali: se vuole può avere tutta
la città di Barcellona, e tutta un'altra serie di possibilità.
Anche se poi in realtà non è altro che un mucchio di cellule
in una vasca messa da qualche parte.
Philip K. Dick scriveva sempre di
persone come Virek, persone che hanno moltissime "realtà opzionali",
moltissime riproduzioni diverse e illusioni, tanto che comincia ad essere
difficile sapere quale realtà è più reale: quella
nelle loro menti o quella che sembra esistere all'esterno. E' un concetto
importante.
Certo, ed ecco perché
è così grande la tentazione di continuare e insisterci sopra,
una volta che si ha un concetto come quello di ciberspazio, che crea un
fondamento logico immediato. Forse in Giù nel ciberspazio ho calcato
un po' la mano, ad esempio con la madre di Bobby che è come drogata
dai serial TV e vive dentro di essi, ma è stato difficile resistere
alla tentazione. Tutti mi chiedono se Dick abbia avuto influenza su di
me, ma prima di cominciare a scrivere non ne avevo letto molto. Il mio
Dick è stato Pynchon. Ho sempre immaginato un mondo parallelo in
cui Pynchon vendeva i suoi primi racconti a Fantasy & SF e diventava
un altro Dick.
Una delle questioni sollevate dalla
tua opera è il modo in cui l'informazione (questa "danza dei dati",
come la chiami tu) non solo controlla la nostra vita quotidiana, ma rappresenta
forse il modo migliore che abbiamo per capire i processi fondamentali che
controllano le trasformazioni in atto nell'universo. Mi sembra significativo
il fatto che siano principalmente degli scrittori di fantascienza a preoccuparsene.
L'informazione è
la metafora scientifica dominante della nostra epoca, e quindi abbiamo
bisogno di confrontarci con essa. Non è che la tecnologia abbia
cambiato ogni cosa trasformandola in codici. I Newtoniani non vedevano
le cose in termini di scambio di informazione. Il che mi fa venire il sospetto
che Freud abbia molto a che fare con i motori a scoppio: entrambe sembrano
metafore simili.
Ripensando agli anni '60 e '70, sostanzialmente
la fantascienza "New wave" aveva una posizione pessimistica nei confronti
della tecnologia e del progresso. Anche se a volte le tue opere sono state
descritte come una esaltazione della tecnologia, io direi invece che ne
offrono una visione più ambigua.
Le mie opinioni nei riguardi
della tecnologia sono completamente ambigue. L'ambiguità mi sembra
l'unico modo di rapportarsi a ciò che sta accadendo oggigiorno.
Chi non ha più idee ambigue? Non si può essere un luddista,
ma allo stesso tempo non si può sposare la tecnocrazia. Quando scrivo
sulla tecnologia, scrivo di come essa abbia già influenzato le nostre
vite. Non uso l'estrapolazione nel modo in cui mi è stato insegnato,
in quanto scrittore di fantascienza. Avrai notato ovviamente che in Neuromante
c'è stata una guerra, ma non spiego con esattezza quale ne sia stata
la causa o chi l'abbia combattuta. Non ho mai avuto né la voglia
né la pazienza di lavorare sopra dettagli del tipo "chi sta facendo
qualcosa e a chi", oppure quando esattamente tutto ciò accade, o
cosa è successo degli Stati Uniti. Quel genere di letteralità
mi è sempre sembrata sciocca, mi toglie il piacere che provo a leggere
fantascienza. Il mio scopo non è tanto di fornire delle previsioni
specifiche o dei giudizi, quanto piuttosto quello di trovare un contesto
narrativo appropriato in cui esaminare le potenzialità multiformi
della tecnologia.
In che misura sei consapevole di operare
al di fuori del mainstream della fantascienza americana?
Gran parte di quello
che ho scritto finora è stata una reazione conscia nei confronti
di quello che era diventata la fantascienza (specialmente quella americana)
quando avevo cominciato a scrivere, alla fine degli anni '70. Leggevo fantascienza
molto saltuariamente (rispetto a quando ne leggevo molta, a quindici anni)
e quindi la mia posizione è istintiva. Ma negli anni '70 c'erano
poche cose che mi piacevano, almeno così mi sembrava. Quasi tutto
quello che trovavo mi sembrava troppo facile, e peggio ancora, per niente
interessante. Così, quando ho cominciato, direi che ho semplicemente
tentato di andare nella direzione opposta a quella della maggior parte
della roba che stavo leggendo, verso la quale avevo una forte repulsione
estetica. E in effetti capivo che stavo scrivendo cose talmente al di fuori
della produzione corrente che le mie più grandi speranze erano quelle
di diventare una specie di oscura figura di culto, un Ballard minore, o
qualcosa del genere. Credevo di fare delle cose che non sarebbero piaciute
a nessuno, all'infuori di pochi pazzi "artistici", e forse a qualcuno in
Inghilterra e in Francia.
In che modo descriveresti la direzione
che ha preso il tuo lavoro?
Quando mi sono messo
a scrivere, c'era qualcosa che mi ha bloccato a lungo: stavo cercando il
modo di presentare le cose che mi interessavano veramente. Sapevo che in
un testo (e in particolare in un testo fantastico) sono le mosse gratuite,
quei dettagli strani, intricati, arbitrari che contribuiscono a dare un
senso di stranezza. Allora mi sembrava importante un approccio che mi permettesse
delle mosse di questo tipo. Non pensavo che quello che stavo scrivendo
si sarebbe mani "inserito" o sarebbe stato accettato facilmente: per questo
mi interessava più che altro introdurre delle cose che erano importanti
per me. Quando Molly passa per la biblioteca dei Tessier-Ashpool vede che
possiedono il Grande Vetro di Duchamp. Ora, quel riferimento a Duchamp
non ha un gran senso da un punto di vista simbolico, profondo; in effetti
è irrilevante, ma è appunto proprio una di quelle mosse gratuite.
Mi sembrava giusto metterlo in quel posto: ecco delle persone molto ricche
su una stazione spaziale con questa grande opera d'arte che è lì
solo per prendere della polvere. In altre parole: mi piaceva quell'opera
e l'ho voluta inserire in qualche modo.
In che modo descriveresti
la direzione che ha preso il tuo lavoro?
Quando mi sono messo
a scrivere, c'era qualcosa che mi ha bloccato a lungo: stavo cercando il
modo di presentare le cose che mi interessavano veramente. Sapevo che in
un testo (e in particolare in un testo fantastico) sono le mosse gratuite,
quei dettagli strani, intricati, arbitrari che contribuiscono a dare un
senso di stranezza. Allora mi sembrava importante un approccio che mi permettesse
delle mosse di questo tipo. Non pensavo che quello che stavo scrivendo
si sarebbe mani "inserito" o sarebbe stato accettato facilmente: per questo
mi interessava più che altro introdurre delle cose che erano importanti
per me. Quando Molly passa per la biblioteca dei Tessier-Ashpool vede che
possiedono il Grande Vetro di Duchamp. Ora, quel riferimento a Duchamp
non ha un gran senso da un punto di vista simbolico, profondo; in effetti
è irrilevante, ma è appunto proprio una di quelle mosse gratuite.
Mi sembrava giusto metterlo in quel posto: ecco delle persone molto ricche
su una stazione spaziale con questa grande opera d'arte che è lì
solo per prendere della polvere. In altre parole: mi piaceva quell'opera
e l'ho voluta inserire in qualche modo.
E' precisamente questo genere di "marchi"
che creano una struttura e alla fin fine costituiscono la cosiddetta "visone"
di uno scrittore. Lo si può vedere in uno come Alfred Bester: i
suoi libri mi ricordano molto i tuoi.
Bester è stato
fin da subito un'apparizione folgorante. Quando è uscito Neuromante
molti recensori hanno detto che dovevo averlo scritto con una copia de
L'uomo disintegrato appoggiata vicino alla macchina da scrivere. A dire
la verità era da molto tempo che non leggevo Bester, ma lui era
uno di quegli autori di fantascienza che mi erano rimasti impressi, che
mi sembravano degni di essere imitati, forse più che altro perché
avevo la sensazione che scrivesse per divertimento. E penso di sapere il
perché: era un mewyorkese che non scriveva fantascienza per vivere,
e allora lui si lasciava veramente andare, non gliene fregava di nient'altro
che di divertirsi, di fare come gli pareva. Se vuoi capire come deve essere
stato fantastico essere vivo e giovane ed aver vissuto a New York negli
anni '50, allora leggi la fantascienza di Bester.
Il che significa che i libri di Bester
sono realistici nello stesso modo in cui lo sono molti romanzi cyberpunk:
ricreano cosa si prova veramente ad essere vivi in un dato luogo e in un
dato momento.
La mia fantascienza è
realistica nel senso che fin dall'inizio ho scritto di cose che vedo intorno
a me. Reagisco alle mie impressioni sul mondo. La mia narrativa amplifica
e distorce queste impressioni; a volte posso essere anche un po' strabico,
posso tentare di confondere un po' le cose, però tento di presentare
il modo in cui io effettivamente percepisco il mondo, almeno certi suoi
aspetti. Sto seduto all'aeroporto Fort Worth di Dallas, guardo fuori dalla
finestra e penso: "Che cos'è questo paesaggio?"; ci sono dei momenti
in cui noto qualcosa che mi fa dire immediatamente: "che cazzo sta succedendo
qui?". Sai di essere in un posto stranissimo, ma sai anche che questa stranezza
fa parte proprio del tuo mondo. Uno degli effetti liberatori che la fantascienza
ha avuto su di me quando ero ragazzo è stata proprio la sua capacità
di farmi sintonizzare su questi strani dati e di farmi capire che non ero
l'unico a percepire il mondo come mostruoso e folle. Nei primi anni '60,
quando ero un ragazzo, la fantascienza è stata l'unica fonte di
informazione sovversiva che avessi a disposizione.
Hai detto che in realtà non
leggevi molta fantascienza quando hai cominciato a scrivere. Com'è
che hai cominciato?
Per una serie di coincidenze.
Ero alla U.B.C. (University of British Columbia, NdT) e mi stavo laureando
in letteratura inglese (mi ero diplomato nel '76 o nel '77). Là
stavo al college, perché all'epoca era più facile che trovare
un lavoro. Potevo avere delle borse di studio e non dovevo lavorare davvero
molto come ricercatore: ho capito in fretta che sarei riuscito a prendere
i voti di cui avevo bisogno per continuare a ricevere la borsa di studio.
In quel periodo, per un paio di mesi avevo pensato seriamente alla fantascienza,
senza però credere che l'avrei mai scritta: all'epoca pensavo di
poter scrivere sulla fantascienza. Poi ho frequentato dei corsi sulla politica
estetica del fascismo. Stavamo leggendo un saggio di Orwell, "Raffles and
Miss Blandish", e questo professore chiedeva se esistessero o meno dei
romanzi fascisti. Mi ricordo di avere pensato: "Merda! Una traccia su questo
argomento me l'hanno data tutti quei libri di fantascienza che ho letto:
lo so io dov'è questa letteratura fascista!" Ho anche pensato di
scrivere il master su questo argomento. Dubito che il mio approccio sarebbe
stato così rivoluzionario, però mi ha fatto pensare seriamente
alla fantascienza, a cosa fosse, quali tradizioni la informassero e quali
avesse respinto. Problemi di forma/contenuto.
Ci sono stati altri corsi di letteratura
che possono aver influenzato il tuo concetto di fantascienza?
Mi ricordo un corso sul
naturalismo americano, basato sull'idea che ci fossero diversi tipi di
romanzi naturalistici. C'è la solita versione del romanzo naturalistico
mimetico, ma c'è anche un tipo di romanzo naturalistico deviante,
cose tipo i romanzi di Hammett o L'uomo dal braccio d'oro di Algren. Algren
cerca di fare una descrizione realistica di Chicago negli anni '40, ma
in realtà fa una descrizione molto più bizzarra di qualunque
cosa abbia mai fato io con Chiba City in Neuromante. E' pieno di gente
con i denti al neon, personaggi con le facce che cadono a pezzi, roba che
sembra uscita da qualche terribile incubo. Poi nella letteratura americana
c'è un'altra tradizione al limite del naturalismo, quella in cui
l'orrore e la paura giocano un ruolo evidente, al limite della follia,
quella che si trova nei libri di Herbert Selby. E collegati forse in qualche
modo a queste diramazioni contorte del naturalismo ci sono i libri di William
Burroughs, che hanno influenzato la fantascienza sotto ogni punto di vista.
Io appartengo alla prima generazione di scrittori americani di fantascienza
che ha avuto la fortuna di leggere Burroughs a quattordici o quindici anni.
So che l'avere avuto quello opportunità ha cambiato molto la mia
concezione di fantascienza (o di qualunque tipo di letteratura, se è
per quello) perché ho assorbito Burroughs nello stesso momento in
cui stavo leggendo fantascienza. Quello che lui stava facendo con l'intreccio
e il linguaggio, con i motivi fantascientifici di altri scrittori, è
stato letteralmente illuminante. Mi sembrava di vederlo, questo pazzo fuorilegge
che aveva raccolto la fantascienza e l'aveva usata per dare la caccia alla
società, quasi come un vecchio che si fosse messo a minacciare la
gente con un apribottiglie arrugginito in mano. Una volta avuta quell'esperienza,
non si è più gli stessi.
Quali sono adesso gli scrittori che
ammiri o ai quali ti senti più legato?
Sicuramente Bruce Sterling
è tra i mei preferiti. Butta fuori un numero di idee per pagina
superiore a chiunque altro. Ovviamente Delany ha influenzato il mio lavoro
e quello della maggioranza degli scrittori seri di fantascienza della mia
generazione. Marc Laidlaw ha scritto un libro che mi è piaciuto
veramente, Dad's Nuke [“Una famiglia nucleare”, NdC], Sterling, Rucker,
Shirley, naturalmente. Ammiro moltissimo il lavoro di Greg Bear, anche
se il suo approccio è più orientato verso la fantascienza
"hard". Uno che ho scoperto per caso recentemente, e i cui libri sono quasi
di fantascienza, è Madison Stuart Bell: "The Washington Square Ensemble"
e "Waiting for the End of the World" sono bellissimi.
Una delle scene di Neuromante con
una carica emotiva molto particolare è quella in cui Case tenta
di distruggere il nido di vespe. Secondo te cosa rende quell'immagine così
evocativa da un punto di vista emotivo?
Prima di tutto la paura
degli insetti! Quella scena nasce da una mia esperienza quando tanto tempo
fa ho distrutto un grandissimo nido di vespe. Non sapevo quello che c'era
dentro, non sapevo che avessero quel tipo di "imprinting", così
quando si è rotto sono rimasto sorpreso e spaventato da tutte quelle
vespe che uscivano (forse l'essere stato punto parecchie volte mi è
stato d'aiuto). Ho provato qualcosa del genere quando ho visto Alien per
la prima volta (e l'effetto è continuato anche quando l'ho rivisto):
ho capito subito che c'era un altro spaventato dagli insetti. E' un'esperienza
che può essere molto dura. A proposito, il lanciafiamme che usa
Case l'ho preso dal lavoro del Survival Research Laboratories di San Francisco:
sono artisti-meccanici punk che costruiscono cannoni Gattling ad alta velocità
e ad aria compressa, e sparano tubi fluorescenti attraverso lastre di compensato.
Fanno spettacoli in cui distruggono carcasse di animali con queste armi.
Sembra che quell'alveare gradualmente
assuma su di te significati e associazioni mentali di ogni genere. "Costruisci"
consapevolmente metafore come queste, in modo da renderla evocativa in
varie direzioni, oppure questo processo è così radicato nel
tuo inconscio che non riesci a descriverlo?
Funziona in tutti e due
i modi, ma molte delle cose che faccio sono più intuitive, come
se raccontassi delle balle fino a convincere me stesso e chiunque altro
che so realmente cosa sto facendo. Se mai mi capitasse di insegnare scrittura
creativa, quello che direi è questo: dire balle è la forma
mentale adatta se si vuole scrivere qualcosa che funzioni. OK, tu hai questa
immagine dell'alveare che in qualche modo hai tirato fuori, e vedi che
è un'immagine forte. Ma poi si deve avere la volontà di selezionarla,
di elaborarla e di riscriverla, tentando di ricollegare il tutto.
Certo, questo implica parecchie cose:
prima di tutto bisogna avere quel tipo di abilità intuitiva nel
riconoscere una metafora evocativa, quando ti capita di trovarla (e mi
pare che sia questa la capacità cruciale che distingue gli scrittori
ordinari da quelli veramente dotati); poi si deve essere in grado di chiarire
quello che potrebbe significare questa metafora, e infine capire in quali
modi usarla.
Una volta che ho scoperto
un'immagine, essenzialmente faccio un uso controllato del collage, che
mi serve per cominciare a guardarmi in giro, e per cercare come queste
cose potrebbero inserirsi nel resto del libro. Questo è uno degli
spunti che prendo dal lavoro di Burroughs e, in misura minore, di Ballard.
In effetti non ho mai usato molto il cut-up, solo qualche volta il fold-in
quando mi bloccavo o mi annoiavo a morte, per vedere quello che veniva
fuori. Ma ho capito quello che stava facendo Burroughs con questi metodi
aleatori e perché lo faceva, anche se i risultati non erano sempre
così interessanti. Pensavo: "Ok, questo è l'equivalente di
un collage, tagliuzzare delle cose e sbatterle da qualche parte. Ma cosa
succederebbe a passarci sopra un po' di pistola a spruzzo per ottenere
qualcosa di misto?" Così ho cominciato ad usare un po' i metodi
di Burroughs, e nello stesso tempo tentavo di togliere i margini per non
far vedere i punti di giunzione.
Questo approccio sembrerebbe fuori
luogo in un campo come quello della fantascienza, dove la maggior parte
dei lettori cerca delle connessioni razionali o scientifiche per far andare
avanti in maniera credibile le fantasie del futuro.
Come ho detto prima,
non mi interessa produrre quel tipo di letteralità che i lettori
di solito associano alla fantascienza. Può essere un'ammissione
suicida, ma il più delle volte non so di cosa sto parlando quando
si arriva alle spiegazioni scientifiche o razionali che si presume puntellino
i miei libri. Mi sembra che in parte la mia tecnica consista nell'abilità
di convincere la gente che io so veramente di costa sto parlando. Le mie
sono solo bugie convincenti: ma bugie che in qualche modo riescono a comunicare
le mie impressioni sulle cose, che io distorco per ottenere certi effetti.
Alcuni degli scrittori di fantascienza, che sono anche dei veri scienziati
di professione, sanno di cosa stanno parlando: ma per presentare tutto
un mondo che non esiste, e per renderlo reale, in qualche modo si deve
fingere di essere poliedrici. Ecco cosa significa scrivere bene.
L'ossessione dominante oggi di essere
in grado di riprodurre una serie apparentemente infinita di immagini, dati
e informazioni di tutti i tipi, ovviamente è collegata al capitalismo
(e alla sua tendenza all'efficienza); ma mi pare che derivi anche dalla
nostra paura della morte, dal desiderio di immortalità. I fini della
religione e della tecnologia, in altre parole, possono essere più
vicini di quanto si pensi.
Lo so. Ma non è
qualcosa che ha origine nella tecnologia moderna. Se si guarda un qualsiasi
tempio antico, costruito da persone che imparavano a lavorare la pietra
con la tecnologia allora disponibile, si scoprono delle macchine progettate
per dare l'immortalità. Le piramidi e i tumuli funerari sono macchine
del tempo. E mi sembra che questo tipo di applicazione della tecnologia
percorra tutta la cultura umana.
Sei andato al college solo verso la
metà degli anni '70. Cosa facevi negli anni '60?
Praticamente niente.
Sono cresciuto in una piccola città della Virginia. Mio padre era
imprenditore, e negli anni '40 fece un mucchio di soldi installando gabinetti
per gli Oak Ridge Projects (sembra un dettaglio alla Pynchon, ma è
vero). Quando ero bambino avevamo tutto queste insegne ufficiali in giro,
per dimostrare quanto fosse stretta la sorveglianza. Nel dopoguerra tirò
avanti con il piccolo boom edilizio del sud intorno alla Sun Belt, e morì
quando avevo circa otto anni. La mia famiglia aveva viaggiato molto perché
lui si doveva spostare per i lavori di costruzione, e mia madre aveva deciso
di tornare alla sua città in Virginia dove entrambi erano nati,
e dove io sono rimasto fino a sedici o diciassette anni. Per molti versi
ho avuto una fanciullezza tipica da lettore di fantascienza: un mucchio
di libri, molto studio e poco baseball. Poi sono andato in collegio a Tucson,
dove per la prima volta ho incontrato i ragazzi di città, e dove
ho visto la prima ondata di hippie che si riversava lì da San Francisco.
Erano più vecchi di me, e pensavo che fossero veramente forti. Alla
fine sono stato espulso dal collegio (che nel frattempo, mi hanno detto,
è diventato un club di tennis) perché avevo fumato dell'erba:
credo di essere stato il primo a farmi degli spinelli. Quando me ne sono
tornato in Virginia mia madre era morta e scoprii che ai miei parenti il
mio stile di vita non andava molto a genio. Per un po' vagabondai in giro,
e più o meno convinsi la commissione di leva a non prendermi (avrebbero
detto: ok, ti manderemo in Vietnam e faremo di te un uomo). Comunque non
mi hanno molestato, e così nel 1968 me ne sono andato a Toronto,
senza nemmeno sapere che il Canada sarebbe stato un paese così diverso.
C'era un ambiente underground, alternativo
a Toronto? Mi chiedo se può aver contribuito all'atmosfera dei tuoi
romanzi.
Sicuramente, se non altro
perché mi ha fornito un po' di quel linguaggio strano; ma descriverlo
come un ambiente alternativo sembrerebbe buffo a chiunque abbia conosciuto
me e quello che stava succedendo. Era veramente banale paragonato a quello
che stava succedendo in altri posti, una versione soft-core della scena
hippie, niente di pesante. Non credo che sarei sopravvissuto in un ambiente
dello stesso tipo a New York o a Los Angeles. Subivo proprio il fascino
del ragazzo di provincia per queste cose criminali. Non c'è dubbio,
comunque, che abbia lasciato un'impressione durevole su di me. Erano giorni
prodigiosi. Nessuno sapeva quello che stava per succedere.
A quel punto non avevi pensato di
diventare uno scrittore?
Solo qualche volta. Allora
non è che pensassi molto al mio futuro. Come moltissima altra gente,
sentivo di vivere in un'epoca in cui ogni cosa sarebbe cambiata molto radicalmente.
Perché programmare una carriera quando stava per arrivare la Rivoluzione?
Ero del tutto convinto che c'era qualcosa dietro l'angolo, che tutto sarebbe
stato completamente diverso, in un modo che potevo a malapena immaginare.
Quando mi sono accorto che niente sarebbe cambiato, e che anzi forse le
cose sarebbero peggiorate, mi sono ritirato. Me ne sono andato in Europa
e ho girovagato per un anno. Avevo una rendita che proveniva dalle proprietà
dei miei genitori: non molto, ma abbastanza per fare la fame confortevolmente.
Siamo ritornati in Canada perché mia moglie, Deb, voleva laurearsi,
e ci siamo sposati qui a Vancouver, in modo che lei potesse andare alla
U.B.C.. Quando Deb ha cominciato a laurearsi in linguistica, mi sono accorto
che tutta questa storia dell'educazione superiore era una bella fregatura.
Quando ci ripenso, e provo a immaginare cosa rispondere a chi mi chiede
cosa ho fatto prima di cominciare a scrivere, dico solo: "Beh, ho lavorato
per due settimane in un ristorante francese, per un po' sono stato in una
fabbrica di barche in fibra di vetro, e poi sono stato assistente in un
corso di storia del cinema (distribuivo i fogli durante le lezioni)". Ecco
come è andata. Non è un gran curriculum. Se non mi fossi
imbattuto nella fantascienza sarei totalmente inabile al lavoro.
Ed è stato quel corso all'Università
di cui hai parlato prima, che ti ha fatto pensare di scrivere fantascienza?
In fondo ho sempre saputo
che con la fantascienza avrei finito per provarci. Ma tutte le volte che
ci pensavo seriamente mi dicevo: Che stupidaggine! Non voglio andare in
giro e rispondere alla gente che me lo chiede "Oh, sono uno scrittore di
fantascienza". Me ne tenevo lontano perché pensavo che la fantascienza
mancasse di classe; pensavo di regredire, in qualche modo.
Cos'è che ti ha fatto entrare
nell'ordine di idee giusto, è stato il successo immediato?
Ho cominciato a divertirmi.
Pensavo di aver riconosciuto una parte di me stesso (una parte a cui di
rado ho accesso consciamente) che ha sempre amato la fantascienza, o almeno
ne ama l'idea, anche se a questa idea era collegato come un senso strisciante
di nostalgia. Effettivamente avevo cominciato, avevo scritto un racconto,
ma poi smisi perché non era successo niente. Avevo pubblicato il
racconto su una rivista sconosciuta, e non so cosa diavolo stessi aspettando:
una lettera da quelli del Pulitzer? Tu pubblichi qualcosa e aspetti che
succeda qualcosa. E invece niente. Poi incontrai John Shirley a una Convention:
era un personaggio strano, così diverso da tutta la gente che avevo
incontrato nel mondo della fantascienza; mi sembrò che il mondo
della fantascienza si fosse allargato all'improvviso. Quando mi ha chiesto
cosa facessi gli ho risposto: "Sono uno scrittore". E quando mi ha chiesto
"Stai scrivendo qualcosa ora?" io dissi: "Certo!". Era una bugia, ma dopo
cominciammo ad entrare in corrispondenza, e ho scritto della roba che poi
gli ho mandato.
Ti interessa scrivere cose che non
siano di fantascienza, per uscire un po' dal ghetto e per percorrere le
vie impervie del mainstream?
Sì. Ho un po'
paura di essere inchiodato a un'etichetta se faccio della fantascienza
una scelta esclusiva, ma per il momento quello che mi sembra importante
è trovare una via d'uscita a quello che sto facendo senza perdere
il senso di ciò che sto facendo. Voglio trovare la mia strada nella
narrativa mainstream, ma non voglio ricominciare daccapo. Riesco ad intravedere
il modo, ma questa uscita laterale dalla fantascienza verso qualcosa di
nuovo è diventata sempre più difficile. Gli scrittori di
fantascienza lo prendono come un dogma, il fatto che sia praticamente impossibile
uscire da questo ambito una volta che ci si è fatto un nome. Il
prestigio non è una cosa che si possa trasferire.
Vancouver (Canada),
14 agosto 1986
Da Mississippi
Review - traduzione di Fabio Zucchella
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