Marcello Bonati
recensioni

Brian W. Aldiss

CRIPTOZOICO 


(Cryptozoich, '67)
traduzione di Stefano Carducci
"Biblioteca di Nova Sf*" n.2, ed. Perseo libri, ’89
251 pagine, 22. 000 £-precedentemente apparso col titolo di "An Age", '67


Brian W.Aldiss è senz'altro da considerarsi, assieme a James G.Ballard, l'autore più importante della "new wave" ed in questo romanzo ne dà la prova. Se, infatti, il termine "inner space" è stato coniato da Ballard, qui Aldiss dà un esempio di narrativa dell'inner space davvero magistrale. Né, d'altro canto, bisogna trascurare il fatto che questo romanzo è del '67, anni in cui apparve anche "Counterclock World" di Philip K.Dick (1).Malaguti, nella prefazione, fa notare come la turbinosità della trama ricordi quelle di A.E.Van Vogt e tutti sappiamo quanto quel tipo di struttura abbia poi influenzato quella di Dick. Anche questo è un romanzo sul Tempo, non sui Viaggi nel Tempo, si badi bene, ma sul Tempo.Sul Tempo interiore. "...la mente sotterranea, com'era, è la nostra vecchia mente naturale.La mente superficiale è una più tarda...aggiunta all'homo sapiens, la cui funzione principale è di struttarare il tempo e celare tutti i tristi pensieri animali della mente sotterranea.Gli estremisti affermano che il tempo che scorre è un'invenzione della mente superficiale."(pag.41). Negli anni '90 del XXI° secolo si è trovata una droga ed una disciplina mentale che permettono di andare indietro nel tempo in un viaggio che è solo mentale, senza possibilità di interagire in alcun modo con quelle epoche:"La CSD...era un simbolo dell'idrosfera, il vino sacrificale che appresentava gli oceani dai quali era sorta la vita, gli oceani che ancora scorrevano nelle arterie dell'uomo, gli oceani che ancora regolavano e rendevano abitabile il suo mondo esterno, gli oceani che ancora fornivano il cibo ed il clima, gli oceani che erano il sangue della biosfera." (pag.43). Ma il vero novum è un altro, o meglio, visto che è vanvogtiano, altri. Quello che lo caratterizza maggiormente comunque è che, praticamente, si scopre che in realtà, oggettivamente, il tempo scorre al contrario...Conterclock World,appunto! "La mente sotterranea...è il nucleo antico, dal punto di vista storico, del cervello...la ragione dell'esistenza (della mente superficiale) (è) distorcere e celare all'umanità la vera natura del tempo...ciò che consideriamo lo scorrere del tempo in realtà si muove nella direzione opposta a quella apparente." (pag.188). Una donna del futuro, in realtà del passato, rivelerà ciò: "Una volta liberati dalla mente superficiale tu-tutti quanti-non soffrirai di incertezza, perchè conoscerai il futuro.(...)...quel passato (il nostro "futuro") è stato estremamente lungo, una dozzina di ere Criptozoiche poste l'una sull'altra a ricoprire innumerevoli epoche.
La crescita della mente superficiale è stata una cosa rapida ed è durata soltanto due o tre generazioni.
La mente superficiale è nata dal primo serio disturbo mentale che abbiamo mai conosciuto...Quel disturbo è stato provocato dalla comprensione che si stava avvicinando la fine della Terra...questa inversione è la più grande misericordia...per nascondere a voi il dolore più grande...il dolore di essere pienamente cosciente delle tue gloriose facoltà che scivolano via una alla volta, generazione dopo generazione.(...)...la mente superficiale è scesa come uno schermo a proteggere l'umanità dalla comprensione dell'orrore totale di questa definitiva decadenza." (pagg.217-8-9).
E la cosa sembrerebbe finita qui.
Invece ecco che Aldiss ribalta completamente la prospettiva nel finale, venendoci a dire che gran parte (da un certo punto del 5° cap. del 1° libro) della narrazione, altro non è che un diario del protagonista, impazzito ed internato.Anche in questo, mi pare quasi inutile dirlo, c'è molto dei modi di Dick, anche se manca l'ultimo elemento destabilizzante, del dubbio su quale sia e se poi esista una realtà oggettiva.
L'inner space, quindi, è il vero scenario delle gesta del protagonista, anche se il lettore non si rende conto del passaggio dalla realtà fenomenica a quella allucinatoria ed interiore, visto che la prima era, già in partenza, per buona parte costituita dal viaggio mentale, in un'atmosfera decisamente surreale.
Quindi il Tempo che scorre al contrario è solo allucinazione soggettiva spiegata psicoanaliticamente, mentre in Dick era realtà fenomenica sperimentata collettivamente e socialmente.
A completare il volume un buon saggio del traduttore che parte da un'analisi di "Risvegli" di Oliver Sacks.(2)
 
(1)-"Redivivi S.p.a.", "Andromeda" n.4, ed.Dall'Oglio, '72 e "Ritorno dall'aldilà", "Il libro d'oro della fantascienza" n.27, ed.Fanucci, '88 [^]
(2)-ed.Adelphi, '87 [^]


da "Oltre..." n.4, anno II°, dicembre '92



RAPPORTO SULLA PROBABILITÀ "A" 
(Report on Probability A, '68)
traduzione di Stefano Carducci
nel volume ominimo "Nova Sf*" n.9, ed. Perseo libri, ’87
113 pagine; 271 pagine, 15. 000 £-originariamente apparso in "New Worlds", marzo '67


"Considerato al suo apparire come un capolavoro" ("Pagina due", Malaguti), questo breve romanzo di Aldiss è di tipo sperimentale, non certo rientrante nei canoni della Sf classica, un pò, credo, sulla scia dello sperimentalismo ad ogni costo di quegli anni della New Wave.
E, forse, è una delle poche cose decenti che quella moda ci abbia lasciato.
Il racconto è imperniato sull'osservazione, da parte di non meglio identificate entità extra spazio-temporali, del nostro mondo, o, meglio, di una infinitesimale parte di esso, le insignificanti storie di personaggi che non sono tali, ma unicamente simboli, ed identificati, infatti, proprio da null'altro che una lettera.
Queste storie hanno un comune denominatore, un quadro, che viene a più riprese descritto, e che è ciò su cui in realtà è incentrato il racconto, che è, in effetti, un discorso sull'arte.
Rimane, direi, più che altro un documento interessante per capire quel periodo della nostra letteratura, che non ha lasciato altre tracce se non alcune opere notevoli di Ballard e, appunto, di Aldiss, e poco altro, veramente.


DRACULA SIGNORE DEL TEMPO 
(Dracula Unbound, '91)
traduzione di Alessandro Zabini
"Le ombre" n. 9, ed. Nord, ’93
203 pagine, 24. 000 £


Davvero divertente, questo romanzo di Aldiss fà un pò il verso al suo altro "Frankenstein liberato" (Frankenstein Unbound,'73).Vi si racconta di rocambolesche avventure attraverso il tempo, con tutta una strampalata teoria su di esso, un treno temporale esilarante, e molte altre idee innovative e ben estese.
Il fulcro attorno al quale si muove, ovviamente, sono i vampiri: "I Rapidi sono i non morti, i vampiri, che dominano il mondo nei suoi ultimi giorni....Arrivano dai pianeti morti...dalla Luna e da Mercurio." (pag.68-69).
Ha una trama ad intreccio circolare, rilassante, e a me ha ricordato un pò "Danza macabra" di Dan Simmons, nell'enunciazione della diversità dei vampiri, contrapposta alla crudeltà gratuita degli umani: "...avete ucciso molto più di noi, e in moltissimi modi.I vostri crimini e i vostri peccati sono infiniti, e per giunta commessi volutamente e consapevolmente.Noi, invece, non possiamo fare a meno di fare quello che facciamo." (Aldiss, pag.172); "Allo stesso modo degli esseri umani di cui si nutriva, il vampiro rispondeva alle sue oscure pulsioni.Ma a differenza delle sue meschine prede umane, il vampiro portava i suoi sordidi scopi alle sole possibili conclusioni che potevano giustificare tali azioni: il raggiungimento dell’immortalità"; "...non capisco se in giro c’è tanta altra gente dotata dell’Abilità oppure se questo mattatoio è semplicemente il moderno stile di vita. (...) Senza l’abilità, perfino coloro che si nutrono di vite umane non possono assaporare il flusso di emozioni che intercorre tra il carnefice e la vittima..." (Simmons, pag.30-24).
Sicuramente da consigliarsi, anche perchè, come tutti i romanzi di Aldiss, è anche un ipercomplesso gioco linguistico che tiene desta l'attenzione in maniera intelligente, divertendo.

Altri contributi critici:
 "Dracula un mito immortale", di Brian Aldiss, da "Trillion Years Spree: the History of Science Fiction", '73, "Cosmo Sf" n.1, ed.Nord, '93


James G. Ballard


COCAINE NIGHTS

Quest'ultimo romanzo di Ballard mi è risultato un pò deludente; è, decisamente, una delle sue opere minori, fra le quali includerei anche "Il giorno della creazione" (The Day of Creation, '87).

Un giallo senza la struttura del giallo, lo direi, in sintesi; un uomo va in Spagna alla notizia che il proprio fratello è in galera accusato di aver provocato la morte di cinque persone in un incendio, e il romanzo è la narrazione di ciò che gli capita colà; si infiltra nell'organizzazione criminale che vi spadroneggia, e che, egli crede, nasconde il vero assassino.

Ma, appunto, non è un giallo, e la narrazione procede con pochi agganci all'accadimento scatenante, mentre vi si affastellano innumerevoli motivi della poetica ballardiana; innanzitutto quella sindrome da spiaggia presente, più che altrove, nell'antologia "Il gigante annegato" (The Terminal Beach, '64): "... una specie di malattia cronica: stress da spiaggia" (pag. 199), e, poi, il luogo della mente "piscina": "La sassola manovrata dall'autista spaziava sulla superficie della piscina, con il cucchiaione pieno di rottami, reliquie di un regno sommerso recuperate dal profondo: bottiglie di vino, cappelli di paglia, una fusciacca, sandali di cuoio, splendevano al sole mentre l'acqua ruscellava via." (pag. 113).

Vi sono, poi, numerose frasi che non possono che ricordare la poetica di "Deserto d'acqua" (The Drowned World, '): "Stanno ascoltando il sole. . . Aspettano un nuovo genere di luce. " (pag. 207); "Gli innaffiatoi oscillavano in mezzo ai prati evocando arcobaleni nell'aria iperilluminata, divinità locali che eseguivano la loro danza al sole. " (pag. 228); "Zone addormentate della tua mente, che per anni non avevi frequentato, tornano ad essere importanti. " (pag. 236), e una che mi ha ricordato, invece, "Foresta di cristallo" (The Crystal World, '66): "... una zona pienamente accessibile solo a un neuroscienziato. . . Le facciate bianche delle ville e dei condomini erano come blocchi di tempo che si fossero cristallizzati a fianco della strada. " (pag. 74).

Gran parte della narrazione è incentrata sul tentativo di risvegliare gli animi degli abitanti di un complesso residenziale di quella località, che si erano ridotti ad uno stato larvale: "Non c'era espressione nei loro occhi, come se le vaghe ombre sulla tela che ricopriva le pareti avessero da tempo, e con successo, sostituito i loro pensieri. . . Sono come una razza aliena di un pianeta oscuro, che non riesce a sopportare la nostra luce. " (pag. 209), che è, forse, la cosa veramente centrale di esso: ". . . un negozio non affittato, un antro di cemento che sembrava un segmento spaziotemporale abbandonato..." (idem).

La droga, la pornografia, sono gli elementi costanti che si ritrovano lungo tutta la narrazione; ma, oltre alla pornografia, di cui viene descritto, nei dettagli, un video in cui una delle protagoniste viene ripresa mentre subisce un vero e proprio stupro, vi è anche una lunga scena di buon erotismo, molto ben scritta.

Ma, ripeto, non siamo certo ai livelli dei romanzi della quadrilogia degli elementi, nè a quelli, totalmente differenti, ma ugualmente buoni, di "La mostra delle atrocità" e "Crash".

La cosa che vi ho maggiormente apprezzato è la pacatezza del narrare, che ingenera un buon feeling di rilassamento, forse proprio in contrapposizione allo stato mentale che ingenera la cocaina.


Altri contributi critici:

IL PARADISO DEL DIAVOLO



Con questo romanzo del ’94 si torna al Ballard migliore, quello di "Deserto d’acqua" e dei racconti di "The Terminal Beach", per intenderci.

Infatti, incorniciato in una trama dai connotati tradizionali, si cela un altro di quei mondi surreali, nei quali la fantasia dello scrittore si sbizzarrisce, a trovare situazioni ed azioni veramente al limite, ma, sempre, ottimamente "razionalizzabili", "riconducibili" (ma, attenzione, fino ad un certo punto!).

E nei quali, se si è dei buoni lettori, ci si può perdere senza paura, quasi che quelle "pazzie" fossero, in un certo senso, rese fruibili senza colpa, proprio per il loro essere così ben strutturate.

La storia in sé è semplice, quasi banale; una dottoressa che, quasi da sola, vuole intraprendere una crociata ambientalista per salvare un’isoletta dagli esperimenti nucleari francesi, per salvare gli albatros, a cui, dapprima, si uniscono solamente un ragazzino e un locale (è un’isoletta delle Hawaii).

Poi, l’iniziativa si espande, fino a che, appunto, ci si ritrova nel tipico "luogo mentale" ballardiano.

L’atollo di "Terminal" [In "Il gigante annegato" (The Terminal Beach, ’64), "Urania" n. 764, ed. Mondadori, ’78, pag. 115], diviene sia: ". . . l’atollo di Eniwetock, il luogo più sacro all’immaginazione di Neil. . . " (pag. 74), che: ". . . Eniwetock e Bikini, luoghi sacri dell’immaginario del Ventesimo secolo. " (pag. 40), mentre i bunker di "Un pomeriggio a Utah Beach" [In "Ora zero" (The Venus Hunter, ’80), "Urania" n. 908, ed. Mondadori, ’81, con "Ultime notizie dall’America" (Hello America, ’81)], diventano: "Il cemento grigio ferro e il geroglifico formato dalle feritoie ricordavano a Neil i cupi bunker che suo padre e lui avevano esplorato a Utah Beach sulla costa della Normandia, relitti del Vallo Atlantico nazista la cui tracotante immobilità sfidava il tempo. " (pag. 24-5).

Nella prima parte, apprendiamo che la dottoressa è stata espulsa dall’ordine dei medici per aver praticato l’eutanasia; e, una volta sull’isola, comincia uccidere ad uno ad uno tutti i componenti della missione; prima gli uomini"Saint-Esprit non è una riserva per gli albatros, è una riserva per le donne-o potrebbe esserlo. Noi siamo la specie più minacciata di tutte. . . (Gli uomini) Sono ragazzi. . . e giocano ai loro giochi di ragazzi. . . Ci sono troppi uomini, Neil. Il fatto è che oggi non ci servono così tanti uomini. Il più grande problema che ha di fronte il mondo non è che ci sono troppo poche balene, o troppo pochi panda, è che ci sono troppi uomini" (pag. 212), ma, poi, anche le donne: "Non erano abbastanza forti. In una riserva, solo i forti possono sopravvivere" (pag. 286-7); "Avevano bisogno di riposo, Neil. Tutti, anche il piccolo Nihal. " (pag. 286); "La morte, per lei, era una porta segreta che poteva assicurare la salvezza agli esseri umani minacciati e stanchi. " (pag. 290).

Pare che le femministe americane si siano molto arrabbiate, per questo libro, sinceramente, a me sembra proprio che sia un libro assolutamente dalla parte della Donna; forse, le femministe americane sono un po’ più fanatiche delle nostrane, un po’ troppo simili alla protagonista; chissà!!

L’edizione è buona, il traduttore lo conosciamo tutti; peccato manchi un qualunque apparato critico, tranne i soliti estratti esaltanti in quarta.

Compratevelo comunque; ne vale veramente la pena.

Altri contributi critici:


altre recensioni

Rubén Darìo

LA LARVA
Rubén Darío, pseudonimo di Félix Rubén Garcìa Sarmiento (Metapa, Nicaragua, 18/1/1867, Leòn, Nicaragua, 6/2/'16), è stato il maggiore esponente del modernismo, in poesia, : ". . . fu principalmente un poeta, uno dei più grandi di lingua spagnola. . . (e questo forse ha) impedito di valutare appieno la singolarità della sua opera in prosa. " (Angela Pagano, "Presentazione", pag. 9); apportò notevoli innovazioni metriche e linguistiche, alla poesia spagnola.
I suoi racconti, che cominciò a scrivere a Buenos Aires, incominciarono ad apparire su quotidiani argentini, e, poi, su riviste francesi e spagnole, per essere poi raccolti in due dei volumi della sua "Obras completas", "Cuentos y crònicas", '18, e "Primeros cuentos", '24; li si possono trovare tutti, assieme a tutta la saggistica ad essi relativa, in "Cuentos", a cura di Ernesto Mejia Sanchez, Fondo de Cultura Econòmica, Mèxico-Buenos Aires, '50.
Fra le sue opere, da ricordare "Azul", 1888, "Prosas profanas", 1896, "Cantos de vida y esperanza", '5, "El canto errante", '7, e "Poemas de otoño y otros poemas", '10.

-"Racconto di Natale" (Cuento de Noche Buena), in cui un buon frate, nel camminare accanto ad una foresta in cui si dice vi siano ". . . cenacoli di fattucchiere, riunioni di fate e di silfi e tante altre cose propiziate dal potere potere del Maligno. . . " (pag. 19), incontra dei Re Magi, e, con essi, va ad una stalla con un Bambin Gesù; lo aspettano al convento, per suonare l'organo, in quella notte, ed esso si mette a suonare da solo.

-"Thanathopia" (Thanathopia), in cui si racconta dell'incontro di un ragazzo con la propria matrigna, che si rivela, però, essere una matrigna morta, ma che gli parla, gli fà cenno.

-"L'incubo di Honorio" (La pesadilla de Honorio), decisamente onirico, in cui un uomo vede sfilare davanti a sè, dapprima le infinite anime, di tutti i caratteri e tipi, e, poi, una moltitudine di maschere, di tutte le culture e di tutte le epoche.

-"Il caso della signorina Amelia" (El caso de la señorita Amelia), in cui, approfittando del raccontare di una bambina che ". . . è rimasta all'infanzia e che ha interrotto il suo percorso vitale. " (pag. 51), si dice di un sapiente che, dopo aver studiato tutte le religioni, le dottrine, le conoscenze del mondo, è giunto alla conclusione che l'unica cosa veramente importante è. . . l'amore.

-"Verònica" (Verònica), in cui un frate/scienziato è incuriosito dalla recente scoperta dei raggi x, credendo che, con essi, si possano dimostrare alcuni misteri della fede, e, così, ricondurre alla fede i miscredenti.
Vi appare, fugacemente, il Demonio stesso.
Darío, nel '13, nè scrisse una versione riveduta, intitolata "La strano morte di frate Pedro", in cui vi riversava la sua conversione al cristianesimo; infatti, il viso del Cristo non era più "... terribile... ", ma diventava "... dolce... ".

-"Il Salomone nero" (El Salomòn negro), in cui si immagina un colloquio fra Salomone e questa sua controparte negativa, che controbatte alle asserzioni virtuose degli animali chiamati a raccolta dalla sua positiva, e che, nel finale, si rivela essere quello che, dal tenore del suo dire, si era potuto intuire; è Friedrich Nietzsche.

-"D. Q. " (D. Q. ), in cui si racconta dell'attesa disillusa della battaglia finale dell'esercito spagnolo contro quello yankee, e, soprattutto, del misterioso portabandiera, che forse era il leggendario Quijano.

-"La larva" (La larva), in cui, approfittando del raccontare di un incontro spaventoso di un adolescente nella sua prima truffaldina uscita dalle mura domestiche, si dice di cose misteriose e strane, e, più che altro, di come questo fosse, e sia, nel sentire comune dei popoli sudamericani: "Sono nato in un paese in cui, come in quasi tutta l'America, si praticava la stregoneria e i fattucchieri comunicavano con l'invisibile. Il carattere misterioso autoctono non scomparve con l'arrivo dei conquistatori. Invece aumentò nella conia, assieme al cattolicesimo, l'uso di evocare le forze occulte, il demonismo, il malocchio. " (pag. 72-3; le sottolineature sono mie), in cui si dice, forse, di una delle tipiche eccezioni che confermano la regola; quasi sempre, l'arrivo del cristianesimo, ha divelto le credenze magiche, e, sinceramente, non so fino a che punto questa affermazione di Darìo possa corrispondere a verità.

-"Racconto di Pasqua" (Cuento de Pascuas), in cui si racconta una storia complicata quanto flebile, con gran profusione di simboli misterici, che ne sono gli unici elementi che lo caratterizzano quale racconto fantastico; divertente il finale, in cui, in un certo senso, ci si fà beffe di tutto quel sproloquiare di cose solo larvatamente sensate: "Non è bene dormire immediatamente dopo aver mangiato-concluse il mio buon amico dottore. " (pag. 95).

-"Huitzilopotxtli-leggenda messicana" (Huitzilopotxtli), in cui si racconta di come la sconfitta di un condottiero messicano sia stata dovuta al suo aver voluto evocare degli antichi dèi, e vi si descrive un tempio di uno di questi antichi dèi: "Due teste di serpente, che erano come braccia o tentacoli del blocco di pietra, si congiungevano nella parte superiore, su una specie di enorme testa scheletrica, che era circondata da una sfilza di mani mozzate, su una collana di perle, e sotto a questa, vidi, completamente vitale, un movimento mostruoso. . . . quello era un altare di Teoyaomiqui, la dea messicana della morte. In quella pietra si agitavano serpenti vivi. . . . ai piedi del blocco ofidico, un corpo si muoveva, il corpo di un uomo. " (pag. 104-5).

Che la letteratura sudamericana fosse ricca di scrittori di letteratura fantastica, lo sapevamo, ma è stato con vero piacere che ho letto questa bella antologia; io, sinceramente, non è che ne sappia poi tanto, di poesia, e così questo Darìo mi era sconosciuto; ma è stata veramente un'esperienza emozionante, che vi consiglio vivamente di provare.
Certo non sono racconti molto vicini al nostro modo di sentire, ma che, forse, proprio per questo risultano piacevoli.


Ursula K. LeGuin

LA ROSA DEI VENTI

L'antologia "The Compass Rose" della Le Guin [premio Locus '83, premio Ditmar international '86 (Australian Sf Achivement Award); solamente due racconti inediti] comprende ". . . materiali non sempre e non del tutto omogenei. . . "; è ". . . sperimentale e "aperta". . . " [C. Pagetti, "Rose invernali, ovvero innesti leguiniani", introduzione al volume, pag. III ]; io, a lettura appena ultimata, vi ho ravvisato, in effetti, la presenza di materiali molto diversificati; ciò che secondo me li diversifica è il loro disporsi in un'ideale scala graduata che va dalla fantascienza al mainstream.
Per evidenziare ciò ho scelto tre racconti che si pongono uno ad una estremità, uno all'altra, e uno in mezzo.
Il primo è "The Patways of Desire" ["Le vie del desiderio", pag. 160; finalista premio Nebula '79, categoria racconto] ; in esso si trovano molti degli stilemi base della fantascienza tou-cour, quali, innanzi tutto, un mondo alieno, con indigeni, e una squadra d'esplorazione terrestre.
Il linguista della missione, da molti indizi, pare ravviare, nel linguaggio degli indigeni, delle radici molto evidentemente derivate dall'inglese moderno, per quanto essi siano i primi terrestri ad essere scesi su quel mondo: "Nessuno era mai venuto dalla Terra a questo sistema solare, prima di noi. E questa gente parla inglese. " (pag. 167)
Prima, immediata deduzione, quella che, in effetti, essi non siano i primi, che anche qualche altro terrestre sia sbarcato prima di loro, e abbia influenzato il linguaggio locale: ". . . sono stati influenzati, corrotti, da qualche contatto con qualcuno del Servizio Spaziale di cui non sappiamo nulla, di cui non ci hanno parlato. " (pag. 168); deduzione, questa, che facilmente viene accettata dal lettore, in quanto ormai codificata, nel nostro genere letterario, quale soluzione più frequentemente di situazioni simili.
Ma la Le Guin non la avvalla, e, scartatala, ecco che, poco più sotto, ne propone un'altra, decisamente più originale, che ne costituisce la vera e propria caratteristica saliente, il "novum" suviniano: ". . . se siamo i primi, allora siamo noi. Stiamo influenzando i ndif. Parlano nel modo in cui noi, inconsciamente, ci aspettiamo che parlino. Telepatia. Sono telepati. " (idem).
E' evidente che con questo già si entra in un ambito molto meno razionale di quello che si sarebbe verificato se la Le Guin avesse sviluppato il seguito della trama partendo dalla prima idea; proseguendo, il racconto si allontana sempre più dall'ambito razionale, per esplicitarsi, alfine, come uno dei tipici psicomiti leguiniani, per cui, se, in termini contestuali, l'intera civiltà di quella luna aliena non sarebbe altro che il frutto delle fantasticherie di un ragazzo terrestre, risulta chiaro il tipo di emergenza che la Le Guin propone: esplicitato; come se, in effetti, volesse rivolgersi direttamente al lettore, dicendogli: "guarda che è solo un frutto della mia fantasia"; "Stai dicendo che siccome un ragazzo scrive assurdità su un quaderno a. . . a Topeka, incomincia a esistere un pianeta lontano trentun anni luce, con tutte le sue piante e i suoi animali e i suoi abitanti. Anzi, è sempre esistito. "(pag. 188)
Un racconto, in definitiva, che si pone all'estremità fantascienza della nostra scala ideale, per quanto connotato di tutte le caratteristiche essenziali della poetica leguiniana, qualificandosi come psicomito, e contenendo le contrapposizioni natura-cultura e, soprattutto, razionalità-irrazionalità che la caratterizzano nel suo insieme.
Il secondo racconto è "The First Report of the Shipwrecked Foreigner to the Kadath of Derb" ["Prima relazione dello straniero naufragato al Kadath di Derb", pag. 81], ed è quello che porrei nel mezzo della nostra ipotetica scala graduata; vediamo ora di vederne il perchè.
La sua struttura esterna, macroscopica, è tipicamente fantascientifica; un astronauta terrestre, accidentalmente naufragato su un pianeta alieno abitato, a colloquio con un'autorità temporale locale.
Ma ciò che viene comunicato nel testo avrebbe potuto, con tutta facilità, essere comunicato attraverso una struttura mainstream, o meglio, l'impalcatura fantascientifica rimane unicamente tale, cioè non contiene alcun fattore di novum, nessun accadimento straordinario. In effetti questo racconto non è altro che uno sperticato elogio della bellezza della natura del nostro pianeta.
Dicevo che ciò avrebbe potuto essere espresso attraverso un'altra struttura narrativa, come, che so, un monologo interiore di un personaggio inserito in una qualsivoglia opera maeinstream, ma appare evidente che, inserito in questo contesto, nell'immaginario del fruitore può più facilmente avere un effetto di visione globale; un pò come vedere il nostro pianeta da una stazione orbitante invece che dal balcone di casa nostra.
Il terzo, quello che porremo all'estremità mainstream, è "Two Delays on the Northern Line" ]"Due ritardi sulla linea nord", pag. 47].
Qui nulla è minimamente fantascientifico, nè la struttura esterna, l'ossatura, nè il contenuto; è un racconto, suddiviso in due parti molto ben distinte, che ha come tema la morte, in particolare gli effetti di essa sugli affetti di che rimane, così come, d'altronde, anche un altro racconto contenuto in questa antologia, "L'obolo", anche se la visitato in una chiave decisamente più ortodossa, ovvero per mezzo di una struttura tipicamente horror.
La morte, come un qualche cosa di terribile, con la sua ineluttabilità, la sua totale mancanza di senso, diviene elemento che irrompe nella quotidianità, perturbandola.
Per concludere, dunque, direi che all'estremità maeinstream si trovano dei racconti che, avendo come fulcro un elemento perturbante, si pongono poco oltre il limite del racconto horror, anche se non lo sono, in quanto sono privi delle strutture che caratterizzano quel tipo di narrazione, e che, chiaramente, i restanti racconti si possono tutti inserire fra i due estremi.

Altri contributi critici:


IL GIORNO DEL PERDONO

Bellissimo romanzo/antologia, questo, ultima delle opere della maggiore scrittrice americana, e non solo, di Sf, una raccolta di quattro racconti lunghi/romanzi brevi, apparsi originariamente sulla "Isaac Asimov's Sf Magazine", facenti parte di quel ciclo Hainita che comprende le opere migliori di lei.
Quattro storie, quindi, strettamente collegate fra di loro, per ambientazione, si, ma, soprattutto, per il tema di cui trattano; la liberazione, dall'oppressione, sia dalla tirannia sia dal Maschio Sciovinista, e, forse, unicamente da quest'ultimo; vi si racconta, infatti, di schiavi e sfruttamento, di Padroni crudeli e spietati che difendono il loro potere con ogni mezzo, lecito e non, ma, alla fin fine, credo, il tema unico che li unisce, come, daltronde, unisce tutta quanta la produzione della Le Guin, è quello dell'oppressione dell'Uomo sulla Donna, lo sciovinismo, che, nonostante le conquiste indubbie che il femminismo ha ottenuto, imperversa ancor oggi in gran parte del cosidetto Occidente civilizzato.
La Le Guin, da quanto mi è dato di capire dalla lettura delle sue opere, credo abbia subito violenza sessuale; traspare, direi, piutosto evidente in molte sue opere, ma, forse, in questa in particolare; ed il titolo originale penso non possa che avvalorare ciò.
In tutti e quattro i racconti, infatti, traspare la tipica mancanza di desiderio delle donne che abbiano subito violenza sessuale, che, alla fine, viene superato, in, appunto, quattro maniere diverse: "Non avevo desiderato nè uomo nè donna sin dai tempi di Shomeke, questa è la verità. Avevo voluto bene a delle persone, e le avevo toccate con amore, ma mai con desiderio. Il mio cancello era rimasto chiuso.
Ora si era aperto. Ora mi sentivo venir meno tanto da non poter quasi camminare al solo tocco della sua mano. " (pag. 231-"Liberazione della donna").
Sempre in quest'ultimo racconto, la Le Guin si sofferma ripetutamente su un aspetto direi piuttosto importante della questione; non bisogna scordarsi, infatti, che ella è un'anarchica, una così detta radicale, e, in questa sua analisi del rapporto oppressore/oppresso, non poteva mancare questa considerazione: ". . . è attraverso la nostra sessualità che siamo tutti, uomini e donne, più facilmente resi schiavi. (. . . )Le politiche della carne sono le radici del potere. " (pag. 179); e : "È nei nostri corpi che perdiamo o diamo inizio alla libertà, nei nostri corpi che subiamo o poniamo fine ala schiavitù. " (pag. 233).
La Palusci, nell'introduzione, fà notare che ". . . ogni personaggio deve lasciarsi alle spalle qualcosa di sè, dei proprio pregiudizi, per acquisire una consapevolezza più vasta. " (pag. 9).
C'è, poi, come in molte altre opere di lei, un richiamo molto forte al valore della Cultura per ottenere la Libertà, come, direi, mezzo per affrancarsi dall'ignoranza in cui il Potere relega e, appunto, giungere ad una consapevolezza più allargata.
Sempre nell'ultimo dei racconti, vi è una certa qual riverberanza del capolavoro di lei "I reietti dell'altro pianeta" (The Dispossessed: An Ambiguous Utopia, '74); infatti anche in esso vi sono due pianeti vicini, uno, per così dire, conservatore, ed uno progressista, uno in cui vige ancora lo schiavismo e le donne non hanno alcun diritto, e l'altro in cui una rivoluzione ha modificato questo stato di cose.
Veramento molto bello, è assolutamente indispensabile per chiuque voglia comprendere l'opera di questa Grande della letteratura americana.

Dario Ranocchiari, TRA LO SPAZIO LONTANO E LE TERRE INTERIORI. Viaggio fantascientifico, viaggio fantastico (e viaggio antropologico). Ovvero: perché andare da A ad A per la via più aspra e tortuosa


 


Michael Moorcock

LA FORTEZZA DELLA PERLA



Con questo romanzo Moorcock ripone mano al suo famosissimo ciclo di Elric, di cui l’ultimo romanzo risale, addirittura, al ’77.

Un ciclo che si compone delle seguenti opere:
 

La fortezza della perla è il più classico dei romanzi fantasy, incentrato, cioè, su di una quest, ma, in un certo qual senso, direi, che quasi lo si potrebbe definire un romanzo dell’inner space; infatti, la quest che vi si svolge avviene in un luogo di cui, veramente, è poco chiara l’ontologia.

"Non so bene cosa fossero i luoghi in cui abbiamo viaggiato, e le creature che vi abbiamo incontrato. Non so quanta parte del Reame dei Sogni fosse creata da Varadia e quanta da te. È stato come essere spettatore in un duello di cantastorie. " (pag. 249-la sottolineatura è mia), fa dire, ad un certo punto, Moorcock ad uno dei suoi personaggi; ed è, forse, qui, che si cela il vero senso di questo racconto; davvero, si riesce a sognare dei bei momenti di quiete, e non è poco.

Come in ogni ciclo che si rispetti, poi, vi sono i soliti ripescaggi di personaggi dei precedenti romanzi.

Già edito negli USA il secondo, La vendetta della rosa, ’91, di prossima pubblicazione sempre presso la Nord.



Fanno parte di questo ciclo e rimangono tuttora inediti in Italia:
i romanzi: e le antologie:
I GUERRIERI D'ARGENTO

(The Phoenix in Obsidian, ’70)
traduzione di Sebastiano Fusco e Riccardo Valla
"Urania fantasy" n. 31, ed.Mondadori, ’90
143 pagine, 6. 000 £-poi, col titolo di "The Silver Warriors", '73


Questo "I guerrieri d'argento" è il secondo volume della cosiddetta serie di "John Derek" e di "The Eternal Champion", di cui il primo, proprio "Il campione eterno", è stato pubblicato nel n.28 di "Urania fantasy", nel settembre '90.
Si tratta dell'ennesimo episodio di quella che si può considerare l'unitaria produzione fantasy di Moorcock, che vede un unico individuo sballottato da un universo all'altro, avanti e indietro nel tempo, cambiando di volta in volta nome, ma restando un Campione, un Eroe a cui varie popolazioni chiedono aiuto per affrontare frangenti disperati.
In specifico, in questo episodio l'Erekose che aveva combattuto in "Il campione eterno" viene sbalzato in una Terra morente in cui il Sole è all'ultimo stadio e che si stà ricoprendo di ghiacci, e deve combattere i guerrieri d'argento, abitanti della Luna precipitata millenni prima sul nostro pianeta.
Ricompaiono oggetti e personaggi di un'altra serie, quella di Elric di Melnibonè, e, per la precisione, la Spada Nera e Jermays lo Storpio: "...ci siamo già incontrati una volta o due.Esattemante come te, io non esisto nel tempo come lo intende la maggioranza della gente...(...) In passato ti sono stato d'aiuto." (pag.80).
Da ricordare che entrambi questi volumi erano già stati tradotti in "Fantascienza Book Club" n.2, ed.Sevagram, sotto il titolo complessivo di "Il campione eteno", nell''84, e che il terzo volume della serie, "The Dragon in the Sword" è stato recentemente ('99) edito dalla Fanucci, col titolo "La spada del guerriero".
da "Algenib notizie" n.7-febbraio '91


LE CRONACHE DI CORUM

traduzione di Lidia Lax e Diana Georgacodis
"Oscar fantasy" n.12, ed.Mondadori, ’90
513 pagine, 12. 000 £


Sicuramente molti di voi ricorderanno la prima trilogia del ciclo di Corum, edita dalla Sugar tra il '73 e il '74, ovvero "Il signore del caos" (The Knight of the Swords, '71), "La regina delle spade" (The Queen of the Swords, '71) e "Gli Dei perduti" (The King of the Swords, '71), rispettivamente nei numeri 2, 7 e 11 della collana "Delta".
Questo "Le cronache di Corum" racchiude i tre romanzi della seconda trilogia, finora inediti, "Il toro e la lancia" (The Bull and the Spear, '73), "La quercia e l'ariete" (The Oak and the Ram, '73) e "La spada e lo stallone" (The Sword and the Stallion, '74).
Si tratta, come tutti i romanzi dei vari cicli fantasy di Moorcock, delle ennesime avventure di una della manifestazioni del Campione Eterno, come abbiamo detto a proposito de "I cavalieri d'argento"; in questo caso l'eroe è il Principe Corum Jhaelen Irsei.
Nel primo romanzo Corum viene evocato in un mondo futuro, rispetto a quello ove si trovava, da quei discendenti dei Mabden, come sono chiamati gli Uomini del ciclo, della razza, cioè, di sua moglie ormai morta, e per la quale ha combattuto nella prima trilogia.
Sono essi, infatti, in grave pericolo, poiché i Fhoi Myore, "Sette giganti deformi, due dei quali femmine (che) hanno strani poteri, controllano le forze della natura, le bestie e forse addirittura i demoni" (pag.47) e che "Erano precipitati attraverso una lacerazione del tessuto tra i piani.Ora tentavano di ricreare il Limbo sulla Terra" (pag.147), li attaccano.
Il clou della storia è, tipicamente, una quest, ovvero la ricerca della Landa Bryionak, che, sola, può evocare il Nero Toro di Crinanass, che è letale agli odiati nemici.
Da notare che la Lancia Bryionak assume una delle caratteristiche della Spada Nera, l'arma di Elric di Melnibonè: "...la lancia lasciò il corpo dell'uomo e ritornò a posarsi sul palmo aperto della mano d'argento che automaticamente si serrò attorno all'asta." (pag.146).
Nel secondo i Mabden, stuzzicati dalla visita di un re di un'altra nazione, decidono di unire tutte le popolazioni rimaste e di attaccare i Fhoi Myore.
Ma scoprono che ciò non è praticamente possibile senza il loro Arcidruido, il re dei vari re, tenuto prigioniero dal nemico e sotto un potente incantesimo.
Tutta la vicenda, quindi, si incentra sul tentativo di Corum di salvataggio dell'Arcidruido Armegin.
Due le cose da notare; innanzitutto un accenno a Tanelorn, la mitica città eterna che starebbe al centro del Multiverso, dei diversi piani, e che avrebbe svariate manifestazioni in ogni livello: "Non sempre Tanelorn è una città.A volte è una cosa, a volte è semplicemente un'idea.(...) C'è chi afferma che questo tempio è una manifestazione dei vari piani dell'esistenza." (pag.224-5).
E poi una notevole dissertazione sul cattivo uso che spesso si fa di leggende e superstizioni: "...vi sono molti che usano leggende e superstizioni per i propri fini.Costoro le coltivano non per il loro intrinseco valore ma per i vantaggi che possono ricavarne.I poveri e gli infelici che non possono amare la vita cercano qualche cosa al di là di essa, qualche cosa a cui guardare come a una soluzione migliore di questa vita.Essi...corrompono le conoscenze che gli capita di scoprire...Ma la conoscenza che tu ci hai portato, Corum, è di ben diversa qualità: essa dilata il nostro apprezzamento per la vita." (pag.326-7).
In "La spada e lo stallone" si assiste allo scontro finale tra i Mabden e i Fhoi Myore; vincono i primi, grazie ad un aiuto magico che Corum è riuscito ad ottenere in una lunga avventura.E i Fhoi Myore vengono rispediti per sempre nel Limbo da dove erano venuti.
Da notare che in questo terzo romanzo a Corum viene foggiata una spada, Traditrice, per molti versi sorella della Spada Nera di Eric di Melnibonè: "Gli pareva di essere attirato nella luna; vi scorgeva dei volti...vedeva una spada non dissimile da quella che teneva in pugno, ma quella era nera mentre la sua era bianca" (pag.387); "...ebbe visioni di spade...in particolare di un'altra, una lama nera che, ...sembrava avere una personalità complessa..." (pag.389).
E il finale non lascia dubbi sul fatto che questa seconda trilogia sia anche l'ultima: "E Corum morì" (pag.513).
da "Algenib notizie" n.8-marzo '91


 
Charles Platt



CREPUSCOLO SULLA CITTÀ

(Twilight of the City, '77)
traduzione di Vittorio Curtoni
"Urania" n.811, ed.Mondadori, ’79
197 pagine, 900 £ (prezzo dei remainders: 8-15.000 £)


Charles Platt, inglese, direttore di "New Worlds" nei nn.193-4 (agosto-settembre '69), e 197-200, (febbraio-aprile '70), e collaboratore di molte altre.Verso la metà degli anni '70 parte per gli States ed esordisce, nel '66, sul n.167 di "New Worlds", con la prima puntata di "Garbace World" (L'asteroide dei paria) ("Galassia" n.161, "Bigalassia" n.37, ed.La tribuna, '72, '77), unica altra sua opera tradotta qua da noi.
Nell'86 diventa direttore di una collana di Sf per l'editore Franklin Watts.
Questo, revisione di "The City Dweller", '70, è ambientato in un tipico scenario catastrofico, qui dovuto ad un immane crack economico mondiale, e l'azione vi è suddivisa fra un prima e un dopo decisamente stridenti; ricchezza e lusso, distruzione e catastrofe.
Ha fare da asse portante, tanto per cambiare, una storia d'amore, ma, qui, forse più significativa che altrove; infatti, è fra il protagonista, un compositore di musica all'ultimissima moda, molto in, fagocitato dall'establisment culturale, e una ragazza dei quartieri poveri, una derelitta, una paria; e si svolge in maniera tale da, appunto, evidenziare i contrasti sociali, lui così distante dalla vita vera, lei così partecipene.
Poi, coll'aumentare del caos, la vicenda precipita verso un finale cruento, in cui si propone un dilemma etico-morale del tipo "il fine giustifica i mezzi?".
Scritto decisamente bene, frequentemente porta il lettore il territori dell'animo in cui si riesce a respirare un'aria davvero piacevole.
E c'è, anche, un po’ di sesso (neanche poco).
Di Charles Platt, abbiamo a disposizione anche "Intervista a Philip K.Dick", "Internation Science Fiction" n.5, '86, pag.3, e il saggio "I segreti dell'heroic fantasy-rivelati!" (Secrets of Heroic Fantasy-Revelealed!), da "Science Fiction Guide" n.11, marzo '88, "The Dark Side" n.33, '90, pag.36, e "Intercom" n.138/139, '94, pag.78; so di un suo racconto non tradotto, "Starhaven", in "The Magazine of Fantasy and Science Fiction", gennaio 82, e di due libri di interviste "Dream Makers:The Uncommon People Who Writes Sf" (Berkley, '80), col quale è giunto in finale all'Hugo '84, e "Dream Makers Encyclopedia", (Berkley, '81).
Il volume comprende il racconto di Ramsey Campbell "L'altra casa" (The Proxy, '79).


Joan D. Vinge

NEL FANTASTICO MONDO DI OZ (Return to Oz, '85)


Joan D.Vinge non è certo nuova ad opere di carattere favolistico, come testimonia il ciclo "della regina" ["La regina delle nevi" (The Snow Queen, '80), "Altri mondi" n.4, ed.Mondadori, '86; finalista Nebula '80; "Summer Queen", 4° Locus '92, finalista Hugo '92; "Winter's Queen"], ma, qui, decisamente, ciò arriva ben oltre.
È, infatti, questo, un vero e proprio sequal al famosissimo "Il meraviglioso mondo di Oz" di L.Frank Baum ("Bur ragazzi", ed.Rizzoli, ed.C'era una volta; vedi; "Euforia, meraviglia e psicosi: che trucchi il mago di Oz", di Sandro Modeo, "Il corriere della sera" del 21/6/'98); le vicende che vi si narrano cominciano dalla Dorothy tornata alla sua famiglia, nel Kansas, che non le credono, non le possono credere, e che, per cui, la portano da un medico.
E, poi, si viene catapultati, nuovamente, nel favoloso mondo di Oz, a vivere avventure splendide e mirabolanti.
La Vinge riesce a trattare l'argomento, certamente non semplicissimo, davvero bene, rendendo un'atmosfera bella di fiaba, sospesa nel sogno, in una trama avvincente e, come in ogni fiaba che si rispetti, semplicissima.
Vi si ritrovano tutti i principali personaggi del capolavoro originale, trattati, direi, amorosamente, quasi fossero diventati qualcosa di talmente importante, nell'immaginario collettivo, da richiedere, appunto, un trattamento particolare.
E, ad un certo punto, c'è una considerazione sull'umanità delle persone di metallo, chi, qui, non mi arrischierei a definire robot, che mi è sembrata di sapore decisamente dickiano: "…se Tik-Tok non era vivo, mentre ricambiava il suo sguardo con tanta lealtà e tanto affetto, in che cosa consisteva allora la vita?" (pag.144).
La traduzione lascia, in alcuni punti, un po’ a desiderare, con la resa di costruzioni un po’ complesse in maniera decisamente approssimativa, ma, nel complesso, è abbastanza buona.
Direi che la Vinge, di suo, vi aggiunge un certo qual sentimento di avversione verso quell'atteggiamento, purtroppo così comune, negli adulti (o presunti tali), di avversione per ogni cosa che concerna l'immaginazione, che, poi, altro non è, in realtà, che incapacità di comprensione, reale, del mondo reale nel quale, appunto realmente, i bambini vivono.
Se lo riusciste a trovare, cosa per nulla semplice, vi consiglierei senz'altro di acquistarlo; divertente e rilassante, più che altro, penso, per chi avesse letto il libro del Baum.

Vernon Vinge

UNIVERSO INCOSTANTE


Romanzo vincitore del premio Hugo '93, racconta del tipico naufragio di un'astronave d'esplorazione umana su di un pianeta alieno; qui, si tratta di un pianeta abitato da una razza di canidi ad intelligenza gestalt, ovvero composta da individui formati da più singoli dalla mente comune, con una società sviluppatasi fino ad un livello medioevale.
All'attacco dei nativi, allo sbarco, sopravvivono solo due membri dell'equipaggio non ibernati, una ragazza ed un bambino, fratelli.
Tutta quanta la trama si incentra proprio nelle mille ed una avventure che, su Artiglio, quel pianeta alieno, ed altrove, si innestano per recuperarli.
La capacità di Vernon Vinge di catturate l'attenzione del lettore per tutte le cinquecento e passa pagine, è davvero ammirabile; a parte una trama solamente in apparenza complessa, ma in realtà estremamente lineare, egli costella la narrazione di trovate umoristiche che non possono che sollevare il sorriso: "Io sono molto abile come bugiardo; potrei farvi credere che sono vegetariano anche parlando con un pesce in bocca. " (pag. 487).
Decisamente, ciò che, alla fin fine risulta, è il discorso sulla difficoltà di convivenza fra esseri profondamente differenti, quali, appunto, gli umani e gli aggruppi, quegli esseri gestalt: ". . . c'era qualcosa di perverso in un animale singolo capace di pensare da solo. " (pag. 418).
Gli aggruppi hanno anche una pecca: ". . . non potevano collaborare da vicino senza perdere le loro capacità mentali. " (pag. 540).
Sull'argomento, non posso non ricordare il bellissimo "Nascita del superuomo" (More Than Human, '53), di Theodore Sturgeon ["Cosmo oro" n. 14, ed. Nord, '74].
Forse, una minore lunghezza, però, avrebbe giovato alla sua fruibilità, scoraggiando forse meno alla lettura, anche se, a dire il vero, davvero poco di non strettamente funzionale all'economia della trama vi si trova.



NAUFRAGIO SU GIRI

(The Witling, ’76)
traduzione di Mara Arduini
"Urania" n.1144, ed.Mondadori, ’91
159 pagine, 4.500 £-originariamente apparso in "Analog", maggio-agosto '86


Questo romanzo è senz'altro da inserire nelle opere di science-fiction classica, la Space Opera.
Siamo infatti nel tipico futuro lontanissimo in cui l'umanità ha colonizzato migliaia di pianeti.
L'idea, poi, del naufragio di esploratori su un pianeta di alieni non è certo nuova.
Ma l'idea portante è un'altra, ovvero quella del teletrasporto, di cui sono dotati questi alieni umanoidi.
La storia che Vernon Vinge (marito della forse più famosa Joan) ci costruisce su è piena di cospirazioini, intrighi di Palazzo e simili, ma notevole è la puntigliosità con cui tratta tutti gli aspetti del teletrasporto, fino a renderlo il più scientifico possibile.
In appendice, fra le altre cose, un'intervista all'autore fatta appositamente per questo volume, e, anche se non c'entra, un'ottima presentazione di Renato Pestriniero fatta dalla brava Nicoletta Vallorani, con un racconto inedito.
da "Alpha Aleph" n.2-marzo '93



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