CRIPTOZOICO
(Cryptozoich,
'67)
traduzione
di Stefano Carducci
"Biblioteca
di Nova Sf*" n.2, ed. Perseo libri, ’89
251
pagine, 22. 000 £-precedentemente apparso col titolo di "An Age",
'67
Brian W.Aldiss è
senz'altro da considerarsi, assieme a James G.Ballard, l'autore più
importante della "new wave" ed in questo romanzo ne dà la prova.
Se, infatti, il termine "inner space" è stato coniato da Ballard,
qui Aldiss dà un esempio di narrativa dell'inner space davvero magistrale.
Né, d'altro canto, bisogna trascurare il fatto che questo romanzo
è del '67, anni in cui apparve anche "Counterclock World" di Philip
K.Dick (1).Malaguti,
nella prefazione, fa notare come la turbinosità della trama ricordi
quelle di A.E.Van Vogt e tutti sappiamo quanto quel tipo di struttura abbia
poi influenzato quella di Dick. Anche questo è un romanzo sul Tempo,
non sui Viaggi nel Tempo, si badi bene, ma sul Tempo.Sul Tempo interiore.
"...la mente sotterranea, com'era, è la nostra vecchia mente naturale.La
mente superficiale è una più tarda...aggiunta all'homo sapiens,
la cui funzione principale è di struttarare il tempo e celare tutti
i tristi pensieri animali della mente sotterranea.Gli estremisti affermano
che il tempo che scorre è un'invenzione della mente superficiale."(pag.41).
Negli anni '90 del XXI° secolo si è trovata una droga ed una
disciplina mentale che permettono di andare indietro nel tempo in un viaggio
che è solo mentale, senza possibilità di interagire in alcun
modo con quelle epoche:"La CSD...era un simbolo dell'idrosfera, il vino
sacrificale che appresentava gli oceani dai quali era sorta la vita, gli
oceani che ancora scorrevano nelle arterie dell'uomo, gli oceani che ancora
regolavano e rendevano abitabile il suo mondo esterno, gli oceani che ancora
fornivano il cibo ed il clima, gli oceani che erano il sangue della biosfera."
(pag.43). Ma il vero novum è un altro, o meglio, visto che è
vanvogtiano, altri. Quello che lo caratterizza maggiormente comunque è
che, praticamente, si scopre che in realtà, oggettivamente, il tempo
scorre al contrario...Conterclock World,appunto! "La mente sotterranea...è
il nucleo antico, dal punto di vista storico, del cervello...la ragione
dell'esistenza (della mente superficiale) (è) distorcere e celare
all'umanità la vera natura del tempo...ciò che consideriamo
lo scorrere del tempo in realtà si muove nella direzione opposta
a quella apparente." (pag.188). Una donna del futuro, in realtà
del passato, rivelerà ciò: "Una volta liberati dalla mente
superficiale tu-tutti quanti-non soffrirai di incertezza, perchè
conoscerai il futuro.(...)...quel passato (il nostro "futuro") è
stato estremamente lungo, una dozzina di ere Criptozoiche poste l'una sull'altra
a ricoprire innumerevoli epoche.
La crescita della mente
superficiale è stata una cosa rapida ed è durata soltanto
due o tre generazioni.
La mente superficiale è
nata dal primo serio disturbo mentale che abbiamo mai conosciuto...Quel
disturbo è stato provocato dalla comprensione che si stava avvicinando
la fine della Terra...questa inversione è la più grande misericordia...per
nascondere a voi il dolore più grande...il dolore di essere pienamente
cosciente delle tue gloriose facoltà che scivolano via una alla
volta, generazione dopo generazione.(...)...la mente superficiale è
scesa come uno schermo a proteggere l'umanità dalla comprensione
dell'orrore totale di questa definitiva decadenza." (pagg.217-8-9).
E la cosa sembrerebbe finita
qui.
Invece ecco che Aldiss ribalta
completamente la prospettiva nel finale, venendoci a dire che gran parte
(da un certo punto del 5° cap. del 1° libro) della narrazione,
altro non è che un diario del protagonista, impazzito ed internato.Anche
in questo, mi pare quasi inutile dirlo, c'è molto dei modi di Dick,
anche se manca l'ultimo elemento destabilizzante, del dubbio su quale sia
e se poi esista una realtà oggettiva.
L'inner space, quindi, è
il vero scenario delle gesta del protagonista, anche se il lettore non
si rende conto del passaggio dalla realtà fenomenica a quella allucinatoria
ed interiore, visto che la prima era, già in partenza, per buona
parte costituita dal viaggio mentale, in un'atmosfera decisamente surreale.
Quindi il Tempo che scorre
al contrario è solo allucinazione soggettiva spiegata psicoanaliticamente,
mentre in Dick era realtà fenomenica sperimentata collettivamente
e socialmente.
A completare il volume un
buon saggio del traduttore che parte da un'analisi di "Risvegli" di Oliver
Sacks.(2)
(1)-"Redivivi
S.p.a.", "Andromeda" n.4, ed.Dall'Oglio, '72 e "Ritorno dall'aldilà",
"Il libro d'oro della fantascienza" n.27, ed.Fanucci, '88 [^]
(2)-ed.Adelphi,
'87 [^]
da
"Oltre..." n.4, anno II°, dicembre '92
RAPPORTO
SULLA PROBABILITÀ "A"
(Report
on Probability A, '68)
traduzione
di Stefano Carducci
nel
volume ominimo "Nova Sf*" n.9, ed. Perseo libri, ’87
113
pagine; 271 pagine, 15. 000 £-originariamente apparso in "New Worlds",
marzo '67
"Considerato al suo apparire
come un capolavoro" ("Pagina due", Malaguti), questo breve romanzo di Aldiss
è di tipo sperimentale, non certo rientrante nei canoni della Sf
classica, un pò, credo, sulla scia dello sperimentalismo ad ogni
costo di quegli anni della New Wave.
E, forse, è una delle
poche cose decenti che quella moda ci abbia lasciato.
Il racconto è imperniato
sull'osservazione, da parte di non meglio identificate entità extra
spazio-temporali, del nostro mondo, o, meglio, di una infinitesimale parte
di esso, le insignificanti storie di personaggi che non sono tali, ma unicamente
simboli, ed identificati, infatti, proprio da null'altro che una lettera.
Queste storie hanno un comune
denominatore, un quadro, che viene a più riprese descritto, e che
è ciò su cui in realtà è incentrato il racconto,
che è, in effetti, un discorso sull'arte.
Rimane, direi, più
che altro un documento interessante per capire quel periodo della nostra
letteratura, che non ha lasciato altre tracce se non alcune opere notevoli
di Ballard e, appunto, di Aldiss, e poco altro, veramente.
DRACULA
SIGNORE DEL TEMPO
(Dracula
Unbound, '91)
traduzione
di Alessandro Zabini
"Le
ombre" n. 9, ed. Nord, ’93
203
pagine, 24. 000 £
Davvero divertente, questo
romanzo di Aldiss fà un pò il verso al suo altro "Frankenstein
liberato" (Frankenstein Unbound,'73).Vi si racconta di rocambolesche
avventure attraverso il tempo, con tutta una strampalata teoria su di esso,
un treno temporale esilarante, e molte altre idee innovative e ben estese.
Il fulcro attorno al quale
si muove, ovviamente, sono i vampiri: "I Rapidi sono i non morti, i vampiri,
che dominano il mondo nei suoi ultimi giorni....Arrivano dai pianeti morti...dalla
Luna e da Mercurio." (pag.68-69).
Ha una trama ad intreccio
circolare, rilassante, e a me ha ricordato un pò "Danza macabra"
di Dan Simmons, nell'enunciazione della diversità
dei vampiri, contrapposta alla crudeltà gratuita degli umani: "...avete
ucciso molto più di noi, e in moltissimi modi.I vostri crimini e
i vostri peccati sono infiniti, e per giunta commessi volutamente e consapevolmente.Noi,
invece, non possiamo fare a meno di fare quello che facciamo." (Aldiss,
pag.172); "Allo stesso modo degli esseri umani di cui si nutriva, il vampiro
rispondeva alle sue oscure pulsioni.Ma a differenza delle sue meschine
prede umane, il vampiro portava i suoi sordidi scopi alle sole possibili
conclusioni che potevano giustificare tali azioni: il raggiungimento dell’immortalità";
"...non capisco se in giro c’è tanta altra gente dotata dell’Abilità
oppure se questo mattatoio è semplicemente il moderno stile di vita.
(...) Senza l’abilità, perfino coloro che si nutrono di vite umane
non possono assaporare il flusso di emozioni che intercorre tra il carnefice
e la vittima..." (Simmons, pag.30-24).
Sicuramente da consigliarsi,
anche perchè, come tutti i romanzi di Aldiss, è anche un
ipercomplesso gioco linguistico che tiene desta l'attenzione in maniera
intelligente, divertendo.
Altri
contributi critici:
"Dracula
un mito immortale", di Brian Aldiss, da "Trillion Years Spree: the History
of Science Fiction", '73, "Cosmo Sf" n.1, ed.Nord, '93
COCAINE
NIGHTS
COCAINE NIGHTS
(Cocaine Nights, '96), di James G. Ballard
traduzione di
Antonio Caronia
"Romanzi e racconti"
n. 86, ed. Baldini & Castoldi, '97
317 pagine-30.
000 £
Quest'ultimo
romanzo di Ballard mi è risultato un pò deludente; è,
decisamente, una delle sue opere minori, fra le quali includerei anche
"Il giorno della creazione" (The Day of Creation, '87).
Un giallo senza la struttura
del giallo, lo direi, in sintesi; un uomo va in Spagna alla notizia che
il proprio fratello è in galera accusato di aver provocato la morte
di cinque persone in un incendio, e il romanzo è la narrazione di
ciò che gli capita colà; si infiltra nell'organizzazione
criminale che vi spadroneggia, e che, egli crede, nasconde il vero assassino.
Ma, appunto, non è
un giallo, e la narrazione procede con pochi agganci all'accadimento scatenante,
mentre vi si affastellano innumerevoli motivi della poetica ballardiana;
innanzitutto quella sindrome da spiaggia presente, più che
altrove, nell'antologia "Il gigante annegato" (The Terminal Beach,
'64): "... una specie di malattia cronica: stress da spiaggia" (pag. 199),
e, poi, il luogo della mente "piscina": "La sassola manovrata dall'autista
spaziava sulla superficie della piscina, con il cucchiaione pieno di rottami,
reliquie di un regno sommerso recuperate dal profondo: bottiglie di vino,
cappelli di paglia, una fusciacca, sandali di cuoio, splendevano al sole
mentre l'acqua ruscellava via." (pag. 113).
Vi sono, poi, numerose frasi
che non possono che ricordare la poetica di "Deserto d'acqua" (The
Drowned World, '): "Stanno ascoltando il sole. . . Aspettano un nuovo genere
di luce. " (pag. 207); "Gli innaffiatoi oscillavano in mezzo ai prati evocando
arcobaleni nell'aria iperilluminata, divinità locali che eseguivano
la loro danza al sole. " (pag. 228); "Zone addormentate della tua mente,
che per anni non avevi frequentato, tornano ad essere importanti. " (pag.
236), e una che mi ha ricordato, invece, "Foresta di cristallo"
(The Crystal World, '66): "... una zona pienamente accessibile solo a un
neuroscienziato. . . Le facciate bianche delle ville e dei condomini erano
come blocchi di tempo che si fossero cristallizzati a fianco della strada.
" (pag. 74).
Gran parte della narrazione
è incentrata sul tentativo di risvegliare gli animi degli abitanti
di un complesso residenziale di quella località, che si erano ridotti
ad uno stato larvale: "Non c'era espressione nei loro occhi, come se le
vaghe ombre sulla tela che ricopriva le pareti avessero da tempo, e con
successo, sostituito i loro pensieri. . . Sono come una razza aliena di
un pianeta oscuro, che non riesce a sopportare la nostra luce. " (pag.
209), che è, forse, la cosa veramente centrale di esso: ". . . un
negozio non affittato, un antro di cemento che sembrava un segmento spaziotemporale
abbandonato..." (idem).
La droga, la pornografia,
sono gli elementi costanti che si ritrovano lungo tutta la narrazione;
ma, oltre alla pornografia, di cui viene descritto, nei dettagli, un video
in cui una delle protagoniste viene ripresa mentre subisce un vero e proprio
stupro, vi è anche una lunga scena di buon erotismo, molto ben scritta.
Ma, ripeto, non siamo certo
ai livelli dei romanzi della quadrilogia degli elementi, nè a quelli,
totalmente differenti, ma ugualmente buoni, di "La mostra delle atrocità"
e "Crash".
La cosa che vi ho maggiormente
apprezzato è la pacatezza del narrare, che ingenera un buon feeling
di rilassamento, forse proprio in contrapposizione allo stato mentale che
ingenera la cocaina.
Altri
contributi critici:
-
trafiletto di Mario Fortunato,
"L'espresso" del 4/9/'97;
-
recensione di Roberto Nistri,
"Il paradiso degli orchi" n. 18, '97, pag. 65;
-
"Ricambi umani per ricchi",
di Sandro Modeo, "Corriere della sera" del 6/7/'97
IL
PARADISO DEL DIAVOLO
Il paradiso
del diavolo (Rushing to Paradise, ’94) di James G. Ballard
traduzione di
Antonio Caronia
"Romanzi e racconti"
n. 136, ed. Baldini & Castoldi, ’98
393 pagine,
30. 000 £
Con questo romanzo del ’94
si torna al Ballard migliore, quello di "Deserto d’acqua" e dei racconti
di "The Terminal Beach", per intenderci.
Infatti, incorniciato in
una trama dai connotati tradizionali, si cela un altro di quei mondi surreali,
nei quali la fantasia dello scrittore si sbizzarrisce, a trovare situazioni
ed azioni veramente al limite, ma, sempre, ottimamente "razionalizzabili",
"riconducibili" (ma, attenzione, fino ad un certo punto!).
E nei quali, se si è
dei buoni lettori, ci si può perdere senza paura, quasi che quelle
"pazzie" fossero, in un certo senso, rese fruibili senza colpa, proprio
per il loro essere così ben strutturate.
La storia in sé è
semplice, quasi banale; una dottoressa che, quasi da sola, vuole intraprendere
una crociata ambientalista per salvare un’isoletta dagli esperimenti nucleari
francesi, per salvare gli albatros, a cui, dapprima, si uniscono solamente
un ragazzino e un locale (è un’isoletta delle Hawaii).
Poi, l’iniziativa si espande,
fino a che, appunto, ci si ritrova nel tipico "luogo mentale" ballardiano.
L’atollo di "Terminal" [In
"Il gigante annegato" (The Terminal Beach, ’64), "Urania" n. 764, ed. Mondadori,
’78, pag. 115], diviene sia: ". . . l’atollo di Eniwetock, il luogo più
sacro all’immaginazione di Neil. . . " (pag. 74), che: ". . . Eniwetock
e Bikini, luoghi sacri dell’immaginario del Ventesimo secolo. " (pag. 40),
mentre i bunker di "Un pomeriggio a Utah Beach" [In "Ora zero" (The Venus
Hunter, ’80), "Urania" n. 908, ed. Mondadori, ’81, con "Ultime notizie
dall’America" (Hello America, ’81)], diventano: "Il cemento grigio ferro
e il geroglifico formato dalle feritoie ricordavano a Neil i cupi bunker
che suo padre e lui avevano esplorato a Utah Beach sulla costa della Normandia,
relitti del Vallo Atlantico nazista la cui tracotante immobilità
sfidava il tempo. " (pag. 24-5).
Nella prima parte, apprendiamo
che la dottoressa è stata espulsa dall’ordine dei medici per aver
praticato l’eutanasia; e, una volta sull’isola, comincia uccidere ad uno
ad uno tutti i componenti della missione; prima gli uomini"Saint-Esprit
non è una riserva per gli albatros, è una riserva per le
donne-o potrebbe esserlo. Noi siamo la specie più minacciata di
tutte. . . (Gli uomini) Sono ragazzi. . . e giocano ai loro giochi di ragazzi.
. . Ci sono troppi uomini, Neil. Il fatto è che oggi non ci servono
così tanti uomini. Il più grande problema che ha di fronte
il mondo non è che ci sono troppo poche balene, o troppo pochi panda,
è che ci sono troppi uomini" (pag. 212), ma, poi, anche le donne:
"Non erano abbastanza forti. In una riserva, solo i forti possono sopravvivere"
(pag. 286-7); "Avevano bisogno di riposo, Neil. Tutti, anche il piccolo
Nihal. " (pag. 286); "La morte, per lei, era una porta segreta che poteva
assicurare la salvezza agli esseri umani minacciati e stanchi. " (pag.
290).
Pare che le femministe americane
si siano molto arrabbiate, per questo libro, sinceramente, a me sembra
proprio che sia un libro assolutamente dalla parte della Donna; forse,
le femministe americane sono un po’ più fanatiche delle nostrane,
un po’ troppo simili alla protagonista; chissà!!
L’edizione è buona,
il traduttore lo conosciamo tutti; peccato manchi un qualunque apparato
critico, tranne i soliti estratti esaltanti in quarta.
Compratevelo comunque; ne
vale veramente la pena.
Altri
contributi critici:
-
segnalazione di Lia Volpatti
e Leda Di Malta, "Carnet" del 1/5/98, ed. De Agostini/Rizzoli
-
trafiletto di Eugenio Tassini,
"Max" del 1/10/98, ed. Rizzoli, pag. 116
-
"Ballard: il femminismo ha fatto
crash", di Ranieri Polese, "Corriere della sera" del 18/10/'98
altre recensioni
LA
LARVA
La larva di
Rubén Darìo
traduzione di
Angela Pagano
"Riflessi" n.
47, ed. Theoria, ’87
Rubén Darío, pseudonimo
di Félix Rubén Garcìa Sarmiento (Metapa, Nicaragua,
18/1/1867, Leòn, Nicaragua, 6/2/'16), è stato il maggiore
esponente del modernismo, in poesia, : ". . . fu principalmente un poeta,
uno dei più grandi di lingua spagnola. . . (e questo forse ha) impedito
di valutare appieno la singolarità della sua opera in prosa. " (Angela
Pagano, "Presentazione", pag. 9); apportò notevoli innovazioni metriche
e linguistiche, alla poesia spagnola.
I suoi racconti, che cominciò
a scrivere a Buenos Aires, incominciarono ad apparire su quotidiani argentini,
e, poi, su riviste francesi e spagnole, per essere poi raccolti in due
dei volumi della sua "Obras completas", "Cuentos y crònicas", '18,
e "Primeros cuentos", '24; li si possono trovare tutti, assieme a tutta
la saggistica ad essi relativa, in "Cuentos", a cura di Ernesto Mejia Sanchez,
Fondo de Cultura Econòmica, Mèxico-Buenos Aires, '50.
Fra le sue opere, da ricordare
"Azul", 1888, "Prosas profanas", 1896, "Cantos de vida y esperanza", '5,
"El canto errante", '7, e "Poemas de otoño y otros poemas", '10.
-"Racconto di Natale" (Cuento
de Noche Buena), in cui un buon frate, nel camminare accanto ad una foresta
in cui si dice vi siano ". . . cenacoli di fattucchiere, riunioni di fate
e di silfi e tante altre cose propiziate dal potere potere del Maligno.
. . " (pag. 19), incontra dei Re Magi, e, con essi, va ad una stalla con
un Bambin Gesù; lo aspettano al convento, per suonare l'organo,
in quella notte, ed esso si mette a suonare da solo.
-"Thanathopia" (Thanathopia),
in cui si racconta dell'incontro di un ragazzo con la propria matrigna,
che si rivela, però, essere una matrigna morta, ma che gli parla,
gli fà cenno.
-"L'incubo di Honorio" (La
pesadilla de Honorio), decisamente onirico, in cui un uomo vede sfilare
davanti a sè, dapprima le infinite anime, di tutti i caratteri e
tipi, e, poi, una moltitudine di maschere, di tutte le culture e di tutte
le epoche.
-"Il caso della signorina
Amelia" (El caso de la señorita Amelia), in cui, approfittando del
raccontare di una bambina che ". . . è rimasta all'infanzia e che
ha interrotto il suo percorso vitale. " (pag. 51), si dice di un sapiente
che, dopo aver studiato tutte le religioni, le dottrine, le conoscenze
del mondo, è giunto alla conclusione che l'unica cosa veramente
importante è. . . l'amore.
-"Verònica" (Verònica),
in cui un frate/scienziato è incuriosito dalla recente scoperta
dei raggi x, credendo che, con essi, si possano dimostrare alcuni misteri
della fede, e, così, ricondurre alla fede i miscredenti.
Vi appare, fugacemente,
il Demonio stesso.
Darío, nel '13, nè
scrisse una versione riveduta, intitolata "La strano morte di frate Pedro",
in cui vi riversava la sua conversione al cristianesimo; infatti, il viso
del Cristo non era più "... terribile... ", ma diventava "... dolce...
".
-"Il Salomone nero" (El Salomòn
negro), in cui si immagina un colloquio fra Salomone e questa sua controparte
negativa, che controbatte alle asserzioni virtuose degli animali chiamati
a raccolta dalla sua positiva, e che, nel finale, si rivela essere quello
che, dal tenore del suo dire, si era potuto intuire; è Friedrich
Nietzsche.
-"D. Q. " (D. Q. ), in cui
si racconta dell'attesa disillusa della battaglia finale dell'esercito
spagnolo contro quello yankee, e, soprattutto, del misterioso portabandiera,
che forse era il leggendario Quijano.
-"La larva" (La larva), in
cui, approfittando del raccontare di un incontro spaventoso di un adolescente
nella sua prima truffaldina uscita dalle mura domestiche, si dice di cose
misteriose e strane, e, più che altro, di come questo fosse, e sia,
nel sentire comune dei popoli sudamericani: "Sono nato in un paese in cui,
come in quasi tutta l'America, si praticava la stregoneria e i fattucchieri
comunicavano con l'invisibile. Il carattere misterioso autoctono non scomparve
con l'arrivo dei conquistatori. Invece aumentò nella conia, assieme
al cattolicesimo, l'uso di evocare le forze occulte, il demonismo, il malocchio.
" (pag. 72-3; le sottolineature sono mie), in cui si dice, forse, di una
delle tipiche eccezioni che confermano la regola; quasi sempre, l'arrivo
del cristianesimo, ha divelto le credenze magiche, e, sinceramente, non
so fino a che punto questa affermazione di Darìo possa corrispondere
a verità.
-"Racconto di Pasqua" (Cuento
de Pascuas), in cui si racconta una storia complicata quanto flebile, con
gran profusione di simboli misterici, che ne sono gli unici elementi che
lo caratterizzano quale racconto fantastico; divertente il finale, in cui,
in un certo senso, ci si fà beffe di tutto quel sproloquiare di
cose solo larvatamente sensate: "Non è bene dormire immediatamente
dopo aver mangiato-concluse il mio buon amico dottore. " (pag. 95).
-"Huitzilopotxtli-leggenda
messicana" (Huitzilopotxtli), in cui si racconta di come la sconfitta di
un condottiero messicano sia stata dovuta al suo aver voluto evocare degli
antichi dèi, e vi si descrive un tempio di uno di questi antichi
dèi: "Due teste di serpente, che erano come braccia o tentacoli
del blocco di pietra, si congiungevano nella parte superiore, su una specie
di enorme testa scheletrica, che era circondata da una sfilza di mani mozzate,
su una collana di perle, e sotto a questa, vidi, completamente vitale,
un movimento mostruoso. . . . quello era un altare di Teoyaomiqui, la dea
messicana della morte. In quella pietra si agitavano serpenti vivi. . .
. ai piedi del blocco ofidico, un corpo si muoveva, il corpo di un uomo.
" (pag. 104-5).
Che la letteratura sudamericana
fosse ricca di scrittori di letteratura fantastica, lo sapevamo, ma è
stato con vero piacere che ho letto questa bella antologia; io, sinceramente,
non è che ne sappia poi tanto, di poesia, e così questo Darìo
mi era sconosciuto; ma è stata veramente un'esperienza emozionante,
che vi consiglio vivamente di provare.
Certo non sono racconti
molto vicini al nostro modo di sentire, ma che, forse, proprio per questo
risultano piacevoli.
LA
ROSA DEI VENTI
La rosa dei
venti (The Compass Rose, 82) di Ursula K. Le Guin
traduzione di
Roberta Rambelli
"Sf d'anticipazione"
n.45, ed. NORD, ’84
L'antologia "The Compass Rose"
della Le Guin [premio Locus '83, premio Ditmar
international '86 (Australian Sf Achivement Award); solamente due racconti
inediti] comprende ". . . materiali non sempre e non del tutto omogenei.
. . "; è ". . . sperimentale e "aperta". . . " [C. Pagetti, "Rose
invernali, ovvero innesti leguiniani", introduzione al volume, pag. III
]; io, a lettura appena ultimata, vi ho ravvisato, in effetti, la presenza
di materiali molto diversificati; ciò che secondo me li diversifica
è il loro disporsi in un'ideale scala graduata che va dalla fantascienza
al mainstream.
Per evidenziare ciò
ho scelto tre racconti che si pongono uno ad una estremità, uno
all'altra, e uno in mezzo.
Il primo è "The
Patways of Desire" ["Le vie del desiderio", pag. 160; finalista
premio Nebula '79, categoria racconto] ; in esso
si trovano molti degli stilemi base della fantascienza tou-cour, quali,
innanzi tutto, un mondo alieno, con indigeni, e una squadra d'esplorazione
terrestre.
Il linguista della missione,
da molti indizi, pare ravviare, nel linguaggio degli indigeni, delle radici
molto evidentemente derivate dall'inglese moderno, per quanto essi siano
i primi terrestri ad essere scesi su quel mondo: "Nessuno era mai venuto
dalla Terra a questo sistema solare, prima di noi. E questa gente parla
inglese. " (pag. 167)
Prima, immediata deduzione,
quella che, in effetti, essi non siano i primi, che anche qualche altro
terrestre sia sbarcato prima di loro, e abbia influenzato il linguaggio
locale: ". . . sono stati influenzati, corrotti, da qualche contatto con
qualcuno del Servizio Spaziale di cui non sappiamo nulla, di cui non ci
hanno parlato. " (pag. 168); deduzione, questa, che facilmente viene accettata
dal lettore, in quanto ormai codificata, nel nostro genere letterario,
quale soluzione più frequentemente di situazioni simili.
Ma la Le Guin non la avvalla,
e, scartatala, ecco che, poco più sotto, ne propone un'altra, decisamente
più originale, che ne costituisce la vera e propria caratteristica
saliente, il "novum" suviniano: ". . . se siamo i primi, allora siamo noi.
Stiamo influenzando i ndif. Parlano nel modo in cui noi, inconsciamente,
ci aspettiamo che parlino. Telepatia. Sono telepati. " (idem).
E' evidente che con questo
già si entra in un ambito molto meno razionale di quello che si
sarebbe verificato se la Le Guin avesse sviluppato il seguito della trama
partendo dalla prima idea; proseguendo, il racconto si allontana sempre
più dall'ambito razionale, per esplicitarsi, alfine, come uno dei
tipici psicomiti leguiniani, per cui, se, in termini contestuali, l'intera
civiltà di quella luna aliena non sarebbe altro che il frutto delle
fantasticherie di un ragazzo terrestre, risulta chiaro il tipo di emergenza
che la Le Guin propone: esplicitato; come se, in effetti, volesse rivolgersi
direttamente al lettore, dicendogli: "guarda che è solo un frutto
della mia fantasia"; "Stai dicendo che siccome un ragazzo scrive assurdità
su un quaderno a. . . a Topeka, incomincia a esistere un pianeta lontano
trentun anni luce, con tutte le sue piante e i suoi animali e i suoi abitanti.
Anzi, è sempre esistito. "(pag. 188)
Un racconto, in definitiva,
che si pone all'estremità fantascienza della nostra scala ideale,
per quanto connotato di tutte le caratteristiche essenziali della poetica
leguiniana, qualificandosi come psicomito, e contenendo le contrapposizioni
natura-cultura e, soprattutto, razionalità-irrazionalità
che la caratterizzano nel suo insieme.
Il secondo racconto è
"The First Report of the Shipwrecked Foreigner
to the Kadath of Derb" ["Prima relazione dello straniero naufragato
al Kadath di Derb", pag. 81], ed è quello che porrei nel mezzo della
nostra ipotetica scala graduata; vediamo ora di vederne il perchè.
La sua struttura esterna,
macroscopica, è tipicamente fantascientifica; un astronauta terrestre,
accidentalmente naufragato su un pianeta alieno abitato, a colloquio con
un'autorità temporale locale.
Ma ciò che viene
comunicato nel testo avrebbe potuto, con tutta facilità, essere
comunicato attraverso una struttura mainstream, o meglio, l'impalcatura
fantascientifica rimane unicamente tale, cioè non contiene alcun
fattore di novum, nessun accadimento straordinario. In effetti questo racconto
non è altro che uno sperticato elogio della bellezza della natura
del nostro pianeta.
Dicevo che ciò avrebbe
potuto essere espresso attraverso un'altra struttura narrativa, come, che
so, un monologo interiore di un personaggio inserito in una qualsivoglia
opera maeinstream, ma appare evidente che, inserito in questo contesto,
nell'immaginario del fruitore può più facilmente avere un
effetto di visione globale; un pò come vedere il nostro pianeta
da una stazione orbitante invece che dal balcone di casa nostra.
Il terzo, quello che porremo
all'estremità mainstream, è "Two
Delays on the Northern Line" ]"Due ritardi sulla linea nord",
pag. 47].
Qui nulla è minimamente
fantascientifico, nè la struttura esterna, l'ossatura, nè
il contenuto; è un racconto, suddiviso in due parti molto ben distinte,
che ha come tema la morte, in particolare gli effetti di essa sugli affetti
di che rimane, così come, d'altronde, anche un altro racconto contenuto
in questa antologia, "L'obolo", anche se la visitato in una chiave decisamente
più ortodossa, ovvero per mezzo di una struttura tipicamente horror.
La morte, come un qualche
cosa di terribile, con la sua ineluttabilità, la sua totale mancanza
di senso, diviene elemento che irrompe nella quotidianità, perturbandola.
Per concludere, dunque,
direi che all'estremità maeinstream si trovano dei racconti che,
avendo come fulcro un elemento perturbante, si pongono poco oltre il limite
del racconto horror, anche se non lo sono, in quanto sono privi delle strutture
che caratterizzano quel tipo di narrazione, e che, chiaramente, i restanti
racconti si possono tutti inserire fra i due estremi.
Altri
contributi critici:
-
"Libri", di Silvio Sosio, "La
spada spezzata" n. 12, pag. 36
-
recensione di Silvio Sosio,
"Ucronia" n. 1, pag. 106
-
"Un labirinto per ogni mostro"
(1° parte), di Nicoletta Vallorani, "Ucronia" n. 1, pag. 66, relativamente
al racconto "Mazes"
-
recensione di Vittorio Catani,
"THX 1138" n. 2, pag. 69
IL
GIORNO DEL PERDONO
Il Giorno del
perdono di Ursula K. Le Guin
traduzione di
Giancarlo Carlotti
"Il libro d'oro"
n.99, ed. Fanucci, ’97
Bellissimo romanzo/antologia,
questo, ultima delle opere della maggiore scrittrice americana, e non solo,
di Sf, una raccolta di quattro racconti lunghi/romanzi brevi, apparsi originariamente
sulla "Isaac Asimov's Sf Magazine", facenti parte di quel ciclo Hainita
che comprende le opere migliori di lei.
Quattro storie, quindi,
strettamente collegate fra di loro, per ambientazione, si, ma, soprattutto,
per il tema di cui trattano; la liberazione, dall'oppressione, sia dalla
tirannia sia dal Maschio Sciovinista, e, forse, unicamente da quest'ultimo;
vi si racconta, infatti, di schiavi e sfruttamento, di Padroni crudeli
e spietati che difendono il loro potere con ogni mezzo, lecito e non, ma,
alla fin fine, credo, il tema unico che li unisce, come, daltronde, unisce
tutta quanta la produzione della Le Guin, è quello dell'oppressione
dell'Uomo sulla Donna, lo sciovinismo, che, nonostante le conquiste indubbie
che il femminismo ha ottenuto, imperversa ancor oggi in gran parte del
cosidetto Occidente civilizzato.
La Le Guin, da quanto mi
è dato di capire dalla lettura delle sue opere, credo abbia subito
violenza sessuale; traspare, direi, piutosto evidente in molte sue opere,
ma, forse, in questa in particolare; ed il titolo originale penso non possa
che avvalorare ciò.
In tutti e quattro i racconti,
infatti, traspare la tipica mancanza di desiderio delle donne che abbiano
subito violenza sessuale, che, alla fine, viene superato, in, appunto,
quattro maniere diverse: "Non avevo desiderato nè uomo nè
donna sin dai tempi di Shomeke, questa è la verità. Avevo
voluto bene a delle persone, e le avevo toccate con amore, ma mai con desiderio.
Il mio cancello era rimasto chiuso.
Ora si era aperto. Ora mi
sentivo venir meno tanto da non poter quasi camminare al solo tocco della
sua mano. " (pag. 231-"Liberazione della donna").
Sempre in quest'ultimo racconto,
la Le Guin si sofferma ripetutamente su un aspetto direi piuttosto importante
della questione; non bisogna scordarsi, infatti, che ella è un'anarchica,
una così detta radicale, e, in questa sua analisi del rapporto oppressore/oppresso,
non poteva mancare questa considerazione: ". . . è attraverso la
nostra sessualità che siamo tutti, uomini e donne, più facilmente
resi schiavi. (. . . )Le politiche della carne sono le radici del potere.
" (pag. 179); e : "È nei nostri corpi che perdiamo o diamo inizio
alla libertà, nei nostri corpi che subiamo o poniamo fine ala schiavitù.
" (pag. 233).
La Palusci, nell'introduzione,
fà notare che ". . . ogni personaggio deve lasciarsi alle spalle
qualcosa di sè, dei proprio pregiudizi, per acquisire una consapevolezza
più vasta. " (pag. 9).
C'è, poi, come in
molte altre opere di lei, un richiamo molto forte al valore della Cultura
per ottenere la Libertà, come, direi, mezzo per affrancarsi dall'ignoranza
in cui il Potere relega e, appunto, giungere ad una consapevolezza più
allargata.
Sempre nell'ultimo dei racconti,
vi è una certa qual riverberanza del capolavoro di lei "I reietti
dell'altro pianeta" (The Dispossessed: An Ambiguous Utopia, '74); infatti
anche in esso vi sono due pianeti vicini, uno, per così dire, conservatore,
ed uno progressista, uno in cui vige ancora lo schiavismo e le donne non
hanno alcun diritto, e l'altro in cui una rivoluzione ha modificato questo
stato di cose.
Veramento molto bello, è
assolutamente indispensabile per chiuque voglia comprendere l'opera di
questa Grande della letteratura americana.
Dario
Ranocchiari, TRA
LO SPAZIO LONTANO E LE TERRE INTERIORI.
Viaggio
fantascientifico, viaggio fantastico (e viaggio antropologico). Ovvero:
perché andare da A ad A per la via più aspra e tortuosa
LA
FORTEZZA DELLA PERLA
LA FORTEZZA
DELLA PERLA (The Fortress of the Pearl, ’89), di Michael Moorcock
traduzione di
Gianluigi Zuddas
"Narrativa"
n. 106, ed. Nord, ’98
284 pagine,
24. 000 £
Con questo romanzo Moorcock
ripone mano al suo famosissimo ciclo di Elric, di cui l’ultimo romanzo
risale, addirittura, al ’77.
Un ciclo che si compone delle
seguenti opere:
-
Elric di Melniboné,
"Fantacollana" n. 25, ed. Nord, ’78, comprendente:
-
"Elric di Melniboné"
(Elric of Melniboné, ’72),
-
"Sui mari del fato" (The Sailor
of the White Wolf, ’76),
-
"Il fato del lupo bianco" (The
Weird of the White Wolf, ’76)
-
Elric il negromante,
"Fantacollana" n. 30, ed. Nord, ’79, comprendente:
-
"La torre che svaniva" (The
Vanishing Tower, ’71),
-
"La maledizione della spada
nera" (The Bane of the Black Sword, ’77),
-
"Tempestosa" (Stormbringer,
’77)
-
un racconto, che abbiamo a disposizione
in traduzione: Elric alla fine del tempo (Elrich at the End of Time,
’81), in "Fantasy", "Grandi opere" n. 11, ed. Nord, ’85
La fortezza della perla è
il più classico dei romanzi fantasy, incentrato, cioè, su
di una quest, ma, in un certo qual senso, direi, che quasi lo si potrebbe
definire un romanzo dell’inner space; infatti, la quest che vi si svolge
avviene in un luogo di cui, veramente, è poco chiara l’ontologia.
"Non so bene cosa fossero
i luoghi in cui abbiamo viaggiato, e le creature che vi abbiamo incontrato.
Non so quanta parte del Reame dei Sogni fosse creata da Varadia e quanta
da te. È stato come essere spettatore in un duello di cantastorie.
" (pag. 249-la sottolineatura è mia), fa dire, ad un certo punto,
Moorcock ad uno dei suoi personaggi; ed è, forse, qui, che si cela
il vero senso di questo racconto; davvero, si riesce a sognare dei
bei momenti di quiete, e non è poco.
Come in ogni ciclo che si
rispetti, poi, vi sono i soliti ripescaggi di personaggi dei precedenti
romanzi.
Già edito negli USA
il secondo, La vendetta della rosa, ’91, di prossima pubblicazione
sempre presso la Nord.
Fanno parte di questo ciclo
e rimangono tuttora inediti in Italia:
i romanzi:
The Sleeping Sorcerer
(NEL, ’71), che si situa, cronologicamente, fra "The Singing Citadel" e
"The Stealer of Souls";
The Jade Man’s Eyes
(Unicorn Bookshop, ’73)
e le antologie:
The Stealer of Souls
(Speraman, ’63), comprendente i racconti "The Dreaming City", "The Stealer
of Souls", "While the Gods Laugh", "Kings in Darkness" e "The Flame Bringers"
The Singing Citadel
(Mayflower, ’70), comprendente "The Singing Citadel", "Master of Chaos",
"The Greater Conqueror" e "To Rescue Tanelorn"
I
GUERRIERI D'ARGENTO
(The Phoenix
in Obsidian, ’70)
traduzione di
Sebastiano Fusco e Riccardo Valla
"Urania fantasy"
n. 31, ed.Mondadori, ’90
143 pagine,
6. 000 £-poi, col titolo di "The Silver
Warriors", '73
Questo "I guerrieri d'argento" è
il secondo volume della cosiddetta serie di "John Derek" e di "The Eternal
Champion", di cui il primo, proprio "Il campione eterno", è stato
pubblicato nel n.28 di "Urania fantasy", nel settembre '90.
Si tratta dell'ennesimo episodio di
quella che si può considerare l'unitaria produzione fantasy di Moorcock,
che vede un unico individuo sballottato da un universo all'altro, avanti
e indietro nel tempo, cambiando di volta in volta nome, ma restando un
Campione, un Eroe a cui varie popolazioni chiedono aiuto per affrontare
frangenti disperati.
In specifico, in questo episodio l'Erekose
che aveva combattuto in "Il campione eterno" viene sbalzato in una Terra
morente in cui il Sole è all'ultimo stadio e che si stà ricoprendo
di ghiacci, e deve combattere i guerrieri d'argento, abitanti della Luna
precipitata millenni prima sul nostro pianeta.
Ricompaiono oggetti e personaggi di
un'altra serie, quella di Elric di Melnibonè, e, per la precisione,
la Spada Nera e Jermays lo Storpio: "...ci siamo già incontrati
una volta o due.Esattemante come te, io non esisto nel tempo come lo intende
la maggioranza della gente...(...) In passato ti sono stato d'aiuto." (pag.80).
Da ricordare che entrambi questi volumi
erano già stati tradotti in "Fantascienza Book Club" n.2, ed.Sevagram,
sotto il titolo complessivo di "Il campione eteno", nell''84, e che il
terzo volume della serie, "The Dragon in the Sword" è stato recentemente
('99) edito dalla Fanucci, col titolo "La spada del guerriero".
da "Algenib
notizie" n.7-febbraio '91
LE
CRONACHE DI CORUM
traduzione
di Lidia Lax e Diana Georgacodis
"Oscar fantasy"
n.12, ed.Mondadori, ’90
513 pagine,
12. 000 £
Sicuramente molti di voi ricorderanno
la prima trilogia del ciclo di Corum, edita dalla Sugar tra il '73 e il
'74, ovvero "Il signore del caos" (The Knight of the Swords, '71), "La
regina delle spade" (The Queen of the Swords, '71) e "Gli Dei perduti"
(The King of the Swords, '71), rispettivamente nei numeri 2, 7 e 11 della
collana "Delta".
Questo "Le cronache di Corum" racchiude
i tre romanzi della seconda trilogia, finora inediti, "Il toro e la lancia"
(The Bull and the Spear, '73), "La quercia e l'ariete" (The Oak and the
Ram, '73) e "La spada e lo stallone" (The Sword and the Stallion, '74).
Si tratta, come tutti i romanzi dei
vari cicli fantasy di Moorcock, delle ennesime avventure di una della manifestazioni
del Campione Eterno, come abbiamo detto a proposito de "I cavalieri d'argento";
in questo caso l'eroe è il Principe Corum Jhaelen Irsei.
Nel primo romanzo Corum viene evocato
in un mondo futuro, rispetto a quello ove si trovava, da quei discendenti
dei Mabden, come sono chiamati gli Uomini del ciclo, della razza, cioè,
di sua moglie ormai morta, e per la quale ha combattuto nella prima trilogia.
Sono essi, infatti, in grave pericolo,
poiché i Fhoi Myore, "Sette giganti deformi, due dei quali femmine
(che) hanno strani poteri, controllano le forze della natura, le bestie
e forse addirittura i demoni" (pag.47) e che "Erano precipitati attraverso
una lacerazione del tessuto tra i piani.Ora tentavano di ricreare il Limbo
sulla Terra" (pag.147), li attaccano.
Il clou della storia è, tipicamente,
una quest, ovvero la ricerca della Landa Bryionak, che, sola, può
evocare il Nero Toro di Crinanass, che è letale agli odiati nemici.
Da notare che la Lancia Bryionak assume
una delle caratteristiche della Spada Nera, l'arma di Elric di Melnibonè:
"...la lancia lasciò il corpo dell'uomo e ritornò a posarsi
sul palmo aperto della mano d'argento che automaticamente si serrò
attorno all'asta." (pag.146).
Nel secondo i Mabden, stuzzicati dalla
visita di un re di un'altra nazione, decidono di unire tutte le popolazioni
rimaste e di attaccare i Fhoi Myore.
Ma scoprono che ciò non è
praticamente possibile senza il loro Arcidruido, il re dei vari re, tenuto
prigioniero dal nemico e sotto un potente incantesimo.
Tutta la vicenda, quindi, si incentra
sul tentativo di Corum di salvataggio dell'Arcidruido Armegin.
Due le cose da notare; innanzitutto
un accenno a Tanelorn, la mitica città eterna che starebbe al centro
del Multiverso, dei diversi piani, e che avrebbe svariate manifestazioni
in ogni livello: "Non sempre Tanelorn è una città.A volte
è una cosa, a volte è semplicemente un'idea.(...) C'è
chi afferma che questo tempio è una manifestazione dei vari piani
dell'esistenza." (pag.224-5).
E poi una notevole dissertazione sul
cattivo uso che spesso si fa di leggende e superstizioni: "...vi sono molti
che usano leggende e superstizioni per i propri fini.Costoro le coltivano
non per il loro intrinseco valore ma per i vantaggi che possono ricavarne.I
poveri e gli infelici che non possono amare la vita cercano qualche cosa
al di là di essa, qualche cosa a cui guardare come a una soluzione
migliore di questa vita.Essi...corrompono le conoscenze che gli capita
di scoprire...Ma la conoscenza che tu ci hai portato, Corum, è di
ben diversa qualità: essa dilata il nostro apprezzamento per la
vita." (pag.326-7).
In "La spada e lo stallone" si assiste
allo scontro finale tra i Mabden e i Fhoi Myore; vincono i primi, grazie
ad un aiuto magico che Corum è riuscito ad ottenere in una lunga
avventura.E i Fhoi Myore vengono rispediti per sempre nel Limbo da dove
erano venuti.
Da notare che in questo terzo romanzo
a Corum viene foggiata una spada, Traditrice, per molti versi sorella della
Spada Nera di Eric di Melnibonè: "Gli pareva di essere attirato
nella luna; vi scorgeva dei volti...vedeva una spada non dissimile da quella
che teneva in pugno, ma quella era nera mentre la sua era bianca" (pag.387);
"...ebbe visioni di spade...in particolare di un'altra, una lama nera che,
...sembrava avere una personalità complessa..." (pag.389).
E il finale non lascia dubbi sul fatto
che questa seconda trilogia sia anche l'ultima: "E Corum morì" (pag.513).
da "Algenib
notizie" n.8-marzo '91
CREPUSCOLO
SULLA CITTÀ
(Twilight of
the City, '77)
traduzione di
Vittorio Curtoni
"Urania" n.811,
ed.Mondadori, ’79
197 pagine,
900 £ (prezzo dei remainders: 8-15.000 £)
Charles Platt, inglese, direttore
di "New Worlds" nei nn.193-4 (agosto-settembre '69), e 197-200, (febbraio-aprile
'70), e collaboratore di molte altre.Verso la metà degli anni '70
parte per gli States ed esordisce, nel '66, sul n.167 di "New Worlds",
con la prima puntata di "Garbace World" (L'asteroide dei paria) ("Galassia"
n.161, "Bigalassia" n.37, ed.La tribuna, '72, '77), unica altra sua opera
tradotta qua da noi.
Nell'86 diventa direttore di una collana
di Sf per l'editore Franklin Watts.
Questo, revisione di "The City Dweller",
'70, è ambientato in un tipico scenario catastrofico, qui dovuto
ad un immane crack economico mondiale, e l'azione vi è suddivisa
fra un prima e un dopo decisamente stridenti; ricchezza e lusso, distruzione
e catastrofe.
Ha fare da asse portante, tanto per
cambiare, una storia d'amore, ma, qui, forse più significativa che
altrove; infatti, è fra il protagonista, un compositore di musica
all'ultimissima moda, molto in, fagocitato dall'establisment culturale,
e una ragazza dei quartieri poveri, una derelitta, una paria; e si svolge
in maniera tale da, appunto, evidenziare i contrasti sociali, lui così
distante dalla vita vera, lei così partecipene.
Poi, coll'aumentare del caos, la vicenda
precipita verso un finale cruento, in cui si propone un dilemma etico-morale
del tipo "il fine giustifica i mezzi?".
Scritto decisamente bene, frequentemente
porta il lettore il territori dell'animo in cui si riesce a respirare un'aria
davvero piacevole.
E c'è, anche, un po’ di sesso
(neanche poco).
Di Charles Platt, abbiamo a disposizione
anche "Intervista a Philip K.Dick", "Internation Science Fiction" n.5,
'86, pag.3, e il saggio "I segreti dell'heroic fantasy-rivelati!" (Secrets
of Heroic Fantasy-Revelealed!), da "Science Fiction Guide" n.11, marzo
'88, "The Dark Side" n.33, '90, pag.36, e "Intercom" n.138/139, '94, pag.78;
so di un suo racconto non tradotto, "Starhaven", in "The Magazine of Fantasy
and Science Fiction", gennaio 82, e di due libri di interviste "Dream Makers:The
Uncommon People Who Writes Sf" (Berkley, '80), col quale è giunto
in finale all'Hugo '84, e "Dream Makers Encyclopedia", (Berkley, '81).
Il volume comprende il racconto di
Ramsey Campbell "L'altra casa" (The Proxy, '79).
NEL
FANTASTICO MONDO DI OZ (Return to Oz, '85)
NEL
FANTASTICO MONDO DI OZ (Return to Oz, '85)
traduzione
di Bruno Oddera, "Grandi autori d'oggi" n.4,
ed.Mondadori,
'86, 178 pagine-9000 £-prezzo remainders: 20.000 £
Joan D.Vinge non è
certo nuova ad opere di carattere favolistico, come testimonia il ciclo
"della regina" ["La
regina delle nevi" (The Snow Queen,
'80), "Altri mondi" n.4, ed.Mondadori, '86; finalista Nebula
'80; "Summer Queen", 4° Locus
'92, finalista Hugo '92; "Winter's
Queen"], ma, qui, decisamente,
ciò arriva ben oltre.
È, infatti, questo,
un vero e proprio sequal al famosissimo "Il meraviglioso mondo di Oz" di
L.Frank Baum ("Bur ragazzi",
ed.Rizzoli, ed.C'era una volta; vedi; "Euforia, meraviglia e psicosi: che
trucchi il mago di Oz", di Sandro Modeo, "Il corriere della sera" del 21/6/'98);
le vicende che vi si narrano cominciano dalla Dorothy tornata alla sua
famiglia, nel Kansas, che non le credono, non le possono credere, e che,
per cui, la portano da un medico.
E, poi, si viene catapultati,
nuovamente, nel favoloso mondo di Oz, a vivere avventure splendide e mirabolanti.
La Vinge riesce a trattare
l'argomento, certamente non semplicissimo, davvero bene, rendendo un'atmosfera
bella di fiaba, sospesa nel sogno, in una trama avvincente e, come in ogni
fiaba che si rispetti, semplicissima.
Vi si ritrovano tutti i
principali personaggi del capolavoro originale, trattati, direi, amorosamente,
quasi fossero diventati qualcosa di talmente importante, nell'immaginario
collettivo, da richiedere, appunto, un trattamento particolare.
E, ad un certo punto, c'è
una considerazione sull'umanità delle persone di metallo, chi, qui,
non mi arrischierei a definire robot, che mi è sembrata di sapore
decisamente dickiano: "…se Tik-Tok non era vivo, mentre ricambiava il suo
sguardo con tanta lealtà e tanto affetto, in che cosa consisteva
allora la vita?" (pag.144).
La traduzione lascia, in
alcuni punti, un po’ a desiderare, con la resa di costruzioni un po’ complesse
in maniera decisamente approssimativa, ma, nel complesso, è abbastanza
buona.
Direi che la Vinge, di suo,
vi aggiunge un certo qual sentimento di avversione verso quell'atteggiamento,
purtroppo così comune, negli adulti (o presunti tali), di avversione
per ogni cosa che concerna l'immaginazione, che, poi, altro non è,
in realtà, che incapacità di comprensione, reale, del mondo
reale nel quale, appunto realmente, i bambini vivono.
Se lo riusciste a trovare,
cosa per nulla semplice, vi consiglierei senz'altro di acquistarlo; divertente
e rilassante, più che altro, penso, per chi avesse letto il libro
del Baum.
UNIVERSO
INCOSTANTE
Universo
Incostante (A Fire Upon the Deep, ’92) di Vernor Vinge
traduzione
di Gianluigi Zuddas
“Cosmo
Oro” n. 135, ed. NORD, ’93
545
pagine, 24.000 £
Romanzo vincitore del premio
Hugo
'93, racconta del tipico naufragio di un'astronave d'esplorazione umana
su di un pianeta alieno; qui, si tratta di un pianeta abitato da una razza
di canidi ad intelligenza gestalt, ovvero composta da individui formati
da più singoli dalla mente comune, con una società sviluppatasi
fino ad un livello medioevale.
All'attacco dei nativi,
allo sbarco, sopravvivono solo due membri dell'equipaggio non ibernati,
una ragazza ed un bambino, fratelli.
Tutta quanta la trama si
incentra proprio nelle mille ed una avventure che, su Artiglio, quel pianeta
alieno, ed altrove, si innestano per recuperarli.
La capacità di Vernon
Vinge di catturate l'attenzione del lettore per tutte le cinquecento e
passa pagine, è davvero ammirabile; a parte una trama solamente
in apparenza complessa, ma in realtà estremamente lineare, egli
costella la narrazione di trovate umoristiche che non possono che sollevare
il sorriso: "Io sono molto abile come bugiardo; potrei farvi credere che
sono vegetariano anche parlando con un pesce in bocca. " (pag. 487).
Decisamente, ciò
che, alla fin fine risulta, è il discorso sulla difficoltà
di convivenza fra esseri profondamente differenti, quali, appunto, gli
umani e gli aggruppi, quegli esseri gestalt: ". . . c'era qualcosa di perverso
in un animale singolo capace di pensare da solo. " (pag. 418).
Gli aggruppi hanno anche
una pecca: ". . . non potevano collaborare da vicino senza perdere le loro
capacità mentali. " (pag. 540).
Sull'argomento, non posso
non ricordare il bellissimo "Nascita del superuomo" (More Than Human, '53),
di Theodore Sturgeon ["Cosmo oro" n. 14, ed. Nord, '74].
Forse, una minore lunghezza,
però, avrebbe giovato alla sua fruibilità, scoraggiando forse
meno alla lettura, anche se, a dire il vero, davvero poco di non strettamente
funzionale all'economia della trama vi si trova.
NAUFRAGIO
SU GIRI
(The Witling,
’76)
traduzione di
Mara Arduini
"Urania" n.1144,
ed.Mondadori, ’91
159 pagine,
4.500 £-originariamente apparso in "Analog",
maggio-agosto '86
Questo romanzo è senz'altro
da inserire nelle opere di science-fiction classica, la Space Opera.
Siamo infatti nel tipico futuro lontanissimo
in cui l'umanità ha colonizzato migliaia di pianeti.
L'idea, poi, del naufragio
di esploratori su un pianeta di alieni non è certo nuova.
Ma l'idea portante è un'altra,
ovvero quella del teletrasporto, di cui sono dotati questi alieni umanoidi.
La storia che Vernon Vinge (marito
della forse più famosa Joan) ci costruisce su è piena di
cospirazioini, intrighi di Palazzo e simili, ma notevole è la puntigliosità
con cui tratta tutti gli aspetti del teletrasporto, fino a renderlo il
più scientifico possibile.
In appendice, fra le altre cose, un'intervista
all'autore fatta appositamente per questo volume, e, anche se non c'entra,
un'ottima presentazione di Renato Pestriniero fatta dalla brava Nicoletta
Vallorani, con un racconto inedito.
da "Alpha Aleph"
n.2-marzo '93
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