[Questo file viene riprodotto col permesso di Walt Willis, degli SF-Archives, Università di Glasgow. Viene fornito come parte di un servizio gratuito in collegamento con la distribuzione degli SF Archives. Può venire liberamente copiato o ridistribuito, nella sua totalità o in parte, a patto che la presente avvertenza rimanga intatta] 


IL DUPLICATORE INCANTATO
(THE ENCHANTED DUPLICATOR


Walt Willis & Bob Shaw 


Premessa all’edizione elettronica.

Questa edizione leggibile su computer di THE ENCHANTED DUPLICATOR è stata copiata dall’ottava edizione a stampa. Purtroppo i terminal ASCII non possono mostrare le eccellenti illustrazioni di Dan Steffan. Sono stati corretti alcuni rari errori di stampa; senza dubbio ne ho introdotti altri, miei. L’unica peculiarità tipografica presente è che le parole tra due asterischi, come *questa*, vanno considerate sottolineate.

Peter Trei

oc.trei@cu20b.arpa

1 April 1985

Premessa all’ottava edizione.

Questa è l’ottava edizione di Il duplicatore fatato. Walt Willis e George Charters pubblicarono la prima, con illustrazioni di Bob Shaw, nel 1954. Ted Johnstone e George Fields ne produssero un’edizione, con i disegni di Eddie Jones, nel 1962. Arnie Katz e Rich Brown pubblicarono la terza, illustrata da C. Rose Chamberlain, nel 1971. Nel 1972, Il duplicatore fatato uscì a puntate (come inserto di "The Clubhouse," di solito una rivista di recensioni) in AMAZING SCIENCE FICTION. Nel 1979 anche la British worldcon, SeaCon '79, ne fece uscire un’edizione. Nel 1980, questa allegoria del mondo dei fan fu pubblicata in WARHOON 28 (di 600 pagine), come parte dei Collected Works di Willis. E nel 1981 Gary Farber fece uscire una ristampa in 300 copie della terza edizione. Si tratta dunque di un’opera duratura. Alcune allusione de Il duplicatore fatato risulteranno più chiare per chi conosce un po’ di storia del fandom. È per esempio utile sapere che Mari Wolff, durante il suo periodo da recensore di fanzine nella prozine IMAGINATION, dava in elemosina incoraggiamenti con trascurato abbandono, o che molti fan usavano stampanti Swift nei primi anni Cinquanta. Nonostante ciò, lo spirito dell’opera è forte oggi come al momento in cui fu pubblicata per la prima volta, e l’impossibilità di comprendere qualche briciola casuale di nozioni esoteriche non diminuirà il vostro divertimento.

Jophan

Credits dell’ottava edizione:

L’edizione del 1983 di IL DUPLICATORE FATATO di Walt Willis e Bob Shaw, illustrata da Dan Steffan è prodotta in cooperazione tra Editions Dante e Constellation, la World Science Fiction Convention del 1983.

*Credits*: Disegni e layout: Dan Steffan; Stampa: Lynn Steffan; Mappa: C. Ross Chamberlain; Istigatore malvagio: Gary Farber; Donne del Boss: Avedon Carol e Peggy Rae Pavlat; Ispirazione: Lo Spirito del Fandom.

Questa edizione è dedicata alla memoria di BOB PAVLAT, un Verofan.


Capitolo 1.
Nel quale lo Spirito del Fandom appare a Jophan

Un tempo al villaggio di Prosaico, nel Territorio di Mondano, viveva un giovane di nome Jophan. Ebbene, questo giovane era infelice, perché in lungo e in largo per Mondano non c’era una sola persona con cui potesse parlare come desiderava, o che condividesse quelle strane aspirazioni che di tanto in tanto gli confondevano la mente e che nessun piacere offerto da Mondano poteva soddisfare completamente. Ogni giorno, avvicinandosi sempre più all’età adulta, sentiva con maggior forza che la vita doveva avere altro da offrire, rispetto a quanto si sognava a Mondano, e si era messo a leggere libri bizzarri che narravano di luoghi ed epoche lontane. Ma la gente di Prosaico lo canzonava, diceva che le cose descritte nei suoi libri non potevano accadere e che pensarci era stupido quanto aspirare a scalare le grandi montagne che circondavano il Territorio di Mondano.

Le poderose cime che attorniavano Mondano erano ben presenti nei pensieri di Jophan, che fin da bambino amava contemplarle e chiedersi cosa si trovasse dall’altra parte. A volte, sul finire dell’estate, gli era persino sembrato di vedere una curiosa luminescenza nel cielo oltre loro, e un giorno aveva persino immaginato di udire il suono di voci gioiose che cantavano, trasportate sulla lunga distanza nell’immobile aria estiva. Ma quando parlò di questo alla Gente di Prosaico, lo derisero e dissero che la sua fantasiosa immaginazione gli stava giocando un brutto scherzo. Ammesso che uno avesse mai potuto sorpassare quelle invalicabili montagne, sull’altro versante non avrebbe trovato altro che deserti ululanti in cui nessun uomo poteva vivere, eccetto forse pazzi e selvaggi.

Jophan dava loro retta, perché gli sembravano più vecchi e più saggi di lui, e si sforzava di tenere lontani quegli strani pensieri dalla mente. Ma continuava a leggere gli strani libri che narravano di luoghi ed epoche lontane, e nelle lunghe serate estive se ne andava da solo nei campi a leggere fino all’avvento dell’oscurità.

Un giorno, mentre era intento a leggere in un campo di cereali, l’ipnotico profumo del grano lo cullò. E dormendo sognò che gli appariva una fata, una fanciulla di mirabila bellezze e risplendente di una luce più chiara del sole nel pieno del giorno, tanto che Jophan indietreggiò e tenne gli occhi discosti. La fata gli si fece vicino e gli parlò:

"Non temere", disse. " Sono tua amica."

Allora Jophan alzò gli occhi, vide che in effetti la fata lo fissava con uno sguardo gentile e amorevole, e si rinfrancò.

"Chi sei, cosa sei?" domandò.

"Sono lo Spirito del Fandom". rispose dolcemente la fata.

"E cos’è il Fandom?" domandò Jophan, stupito.

La fata lo guardò, compatendolo. "Ma non è quello che cerchi da una vita?" gli chiese. "Guarda!" E così dicendo gli toccò la fronte con la sua bacchetta, chiamata Contatto, e immediatamente Jophan ebbe una visione che lo riempì di Gioia.

"Ma questo è proprio quello che cercavo senza saperlo", gridò. "Oh, Fata, dimmi come posso raggiungere il tuo regno, poiché desidero più di ogni altra cosa al mondo diventare un Fan."

"La Via è ardua", rispose la Fata, "perché si estende oltre i Monti dell’Inerzia, quelle che circondano Mondano."

"Ma sono invalicabili", protestò Jophan.

"Nulla è impossibile per un Vero Fan" replicò la Fata. Ma, aspetta. Ti ho mostrato solo gli aspetti superficiali del Fandom. Ora ti mostrerò un po’ della sua essenza più intima." A queste parole gli toccò la fronte con l’altra bacchetta, il cui nome era Fanac,e Jophan ebbe una seconda visione, così potente che la meraviglia stava quasi per aver la meglio su di lui.

Non appena ne fu capace gridò con forza: "Oh, Spirito del Fandom, dimmi come posso diventare un Vero Fan e pubblicare la Fanzine Perfetta, poiché ciò è quanto desidero più di ogni altra cosa al mondo."

"Vedo che ho scelto bene", disse la Fata in tono di approvazione, "ma la strada per giungere al desiderio del tuo cuore è lunga e difficile. Per arrivarci devi conquistare il Duplicatore Incantato, talora noto come il Mimeografo Magico. Si trova proprio nel cuore del Fandom, in cima all’Alta Torre del Verofandom, e il percorso per raggiungerlo è lungo e disseminato di molti pericoli."

"Non mi importa dei pericoli", disse risolutamente Jophan, "purché riesca a pubblicare la Fanzine Perfetta, poiché essa è ciò che voglio più di ogni altra cosa al mondo."

"Molto bene", disse la Fata. "Allora prendi questo Scudo, che si chiama Umor. Se ogni giorno lo pulirai e lo manterrai splendente ti proteggerà da molti pericoli."

"Ma come farò a trovare la strada?" gridò d’un fiato Jophan, poiché la Fata già iniziava a svanire.

"Se sei un Vero fan la troverai..." rispose lei in un bisbiglio, dato che era ormai quasi del tutto invisibile. Per un istante rimase nell’aria un tenue bagliore, da cui parve emanare un sussurro: "Buona Fortuna", poi la Fata scomparve.

Jophan si risvegliò dal suo sogno e si accorse che già stava calando la notte, dal momento che il sole stava tramontando oltre i Monti dell’Inerzia, le cui ombre avanzavano rapide lungo le pianure orizzontali di Mondano. Alle spalle di questi tremolava un mare di luce gloriosa, e Jophan fu preso da tristezza nel pensare che la sua visione era stata soltanto un sogno. Ma rimettendosi in piedi si avvide che per terra, vicino a lui, si trovava uno scudo di curiosa fattura. Incredulo, Jophan lo raccolse e quindi guardò nuovamente verso i monti, col volto trasfigurato da stupore e determinazione.

 
Capitolo 2
Nel quale Jophan intraprende il suo Viaggio

Quella sera Jophan informò i genitori della sua intenzione di scalare i Monti dell’Inerzia e di penetrare nel Regno di Fandom. Sua madre lo supplicò invano e suo padre in un impeto di rabbia diede fuoco a tutti quei libri che parlavano di luoghi ed epoche lontane, ma nulla poteva smuovere Jophan dal suo proposito. Sul far dell’alba si diresse verso le montagne, portando sulle spalle tutto quello che possedeva e facendosi sordo alle proteste dei suoi amici, che gli correvano dietro implorandolo di tornare.

In breve se li lasciò dietro, e verso mezzogiorno arrivò ai confini di Mundane. Si trovò di fronte alla grande strada principale che andava in direzione della capitale. Era disorientato dal traffico che rumoreggiava lungo la strada, e rimase in piedi ansiosamente, in attesa di un’opportunità per attraversare. Mentre aspettava si avvide di altri viaggiatori che, a bordo di lussuose carrozze, erano diretti verso favolose destinazioni come Ricchezza, Successo, Rispettabilità e altri luoghi, ma nessuno di loro sembrava andare in direzione di Fandom. In una pausa momentanea del traffico Jophan attraversò speditamente la strada. Quindi imboccò il tortuoso sentiero che attraversava la Foresta della Stupidità, foresta che si estende intorno al Territorio di Mondano e la protegge dai venti penetranti che soffiano da Fandom.

Il sentiero era fitto di vegetazione e in più punti Jophan dovette farsi strada tra le sterpaglie e gli arbusti, ma verso metà pomeriggio era finalmente giunto in prossimità di una bellissima radura, dove pensò di riposarsi prima di continuare il suo viaggio. Con gran sorpresa notò che la radura era spianata come una pista di atterraggio, e che una splendida, argentea macchina volante stava atterrando proprio in quell’istante. Mentre continuava a guardare, ne scesero il pilota e un passeggero. Quest’ultimo sembrò piombare a terra e rimanervi immobile, ma il pilota si diresse a passi decisi verso Jophan. Era grasso, dall’aspetto florido, e scrutò Jophan con cordialità calcolatrice.

"Buon pomeriggio, giovanotto", disse allegramente. "Mi chiamo Swift. Posso chiederti dove sei diretto?"

"Il mio nome è Jophan", rispose il ragazzo, "e sto attraversando i Monti dell’Inerzia per arrivare a Fandom e creare la Fanzine Perfetta, poiché questo è ciò che voglio più di ogni cosa al mondo."

"E sì che ce la farai!" disse Swift, adocchiando il fagotto di Jophan. "Ma, caro il mio giovanotto, non penserai certo di *scalare* quelle montagne? Perché la mia splendida macchina ti farà volare in un attimo sopra di loro, fino a Fandom. E per quanto riguarda la Fanzine Perfetta, te la creerà il mio aeroplanografo. Nessun problema. Devi soltanto darmi il tuo fagotto."

"La Fata ha detto che devo conquistare il Duplcatore Fatato", osservò Jophan, dubbioso.

"Quell’anticaglia?" lo canzonò Swift. "E che, oggigiorno nessuno si sta a scervellare con roba così fuori moda. Eccotene qualche prova."

Mentre si affrettò a correre oltre l’aeroplanografo, verso il suo ufficio, Jophan si accorse che il passeggero stava strisciando faticosamente sull’erba e lo stava chiamando con voce flebile. Jophan accorse verso di lui e trattenne a stento le lacrime nel constatare le condizioni pietose dello sconosciuto. Il poveraccio era pallido ed emaciato, con i vestiti a brandelli e i capelli precocemente imbiancati. Jophan si chinò per udire cosa stesse dicendo.

"Non fidarti di lui", sussurrò il passeggero tra le labbra piagate, "nè di lui né dei suoi fratelli, Foto e Lito. Ti faranno sì volare al di sopra dei monti dell’Inerzia, come dicono, ma non potrai atterrare da nessuna parte. Volerai in tondo per mesi e vedrai Fandom in basso, finché non avrai finito i soldi e morirai di fame come me. Sta’ attento, prima che sia troppo tardi. Non c’è nessuna scorciatoia..."

La sua voce divenne impercettibile e Jophan si avvide che era morto anima. Solennemente consegnò la sua anima al Cielo e pregò che il grande BNF lassù avesse pietà di lui. Quindi attraversò la pista di corsa e riprese il suo viaggio attraverso la foresta.

Dopo un po’ gli alberi iniziarono a diradarsi e il terreno a salire, e Jophan capì di essere arrivato ai piedi dei Monti dell’Inerzia. Si era appena fermato per assicurarsi il fagotto più stretto intorno a lui, quando udì con sua sorpresa un suono nelle vicinanze, che sembrava il fischio di un treno. Avanzò incuriosito e in breve si trovò davanti un enorme e imponente cartello. Diceva a lettere chiare e ben tornite: PER IL TUNNEL. FERROVIA LETTERPRESS. DA MONDANO ALLA TORRE DI VEROFANDOM DIRETTAMENTE VIA TUNNEL. Alle spalle del cartello Jophan vide un tunnel buio che si inoltrava nella montagna, e sulla soglia di esso una scintillante locomotiva con solo un piccolo vagone attaccato.

Non fosse stato per il suo incontro con il Passeggero, Jophan avrebbe acquistato un biglietto e sarebbe salito sul treno, invece rimase dove si trovava e guardò partire la locomotiva. Questa si allontanò sbuffando vapore con un fischio assordante e un impressionante stridore di ingranaggi, diretta verso l’oscurità d’inchiostro del tunnel, ma ne aveva appena raggiunto l’ingresso che si bloccò tremolante. Totalmente strabiliato, Jophan vide il conducente, il fuochista e i passeggeri che uscivano e correvano verso il retro del treno. Con immensa fatica staccarono l’ultima sezione dei binari e la trasportarono barcollando nel tunnel. Dopo alcuni minuti riapparvero e risalirono sul treno. Questo si mosse per qualche altro metro nel tunnel, quindi il procedimento fu ripetuto. Jophan li guardò finché non scomparvero definitivamente nel tunnel, meravigliato dalla loro pazienza e dalla loro ostinazione. Può anche trattarsi, pensò, di una ferrovia eccezionale, ma se devono sistemare tutti i binari a mano ci vorranno anni prima che giungano a Fandom, per non parlare di Verofandom.

Rimase per un po’ ad ascoltare i lamenti e gli suoni metallici che continuavano a provenire dal tunnel, poi puntò verso il ripido sentiero sulla montagna.

 
Capitolo 3
Nel quale Jophan indugia nel Circolo del Lassismo

La strada era scoscesa, e sul far della sera Jophan era prossimo allo sfinimento. Cosa ancora peggiore, si era inoltrato in una regione di dense nebbie, e non riusciva più a vedere il sentiero che gli stava davanti. Preoccupato di fare un passo falso e precipitare nella discesa a strapiombo si fermò, stremato, e decise di attendere che la nebbia si diradasse. Ma non appena il suono del suo si affievolì, udì delle voci sopra di lui. Centimetro per centimetro si guadagnò la strada lungo il sentiero, e d’improvviso si trovò all’entrata di una caverna circolare, vivamente illuminata. Era piena di persone di ogni età che parlavano, ridevano e giocavano. Non appena si accorsero della sua presenza lo invitarono amichevolmente, gli diedero da bere e poi ripresero a parlare e a giocare.

Dopo un po’ uno dei più giovani terminò il suo gioco e si diresse verso Jophan.

"Dove sei diretto?" domandò educatamente.

"Vado a Fandom a pubblicare la Fanzine Perfetta", rispose Jophan, "perché questo è ciò che voglio fare più di ogni altra cosa al mondo."

"Ma *questo* è Fandom!" esclamò con indignazione il giovane.

"Be’, non esattamente", disse un anziano che aveva udito, "ma a noi va bene così. In effetti questo è solo il Circolo del Lassismo. Abbiamo sentito parlare di Fandom, ma superare queste montagne vuol dire un mucchio di guai tale che noi non se sappiamo poi molto. Qui abbiamo tutto quello che vogliamo, vedi, per cui siamo proprio felici. Se vuoi saperne di più, però, ti presenterò a quei tre vecchi in un angolo. Molto tempo fa hanno vissuto a Fandom per un po’, finché non sono tornati a far visita alla capitale di Mondano. Non sono più stati capaci di persuadersi del tutto o di intraprendere un altro viaggio sulle montagne. È più facile tornare, sai? A ogni modo, il mio nome è Leth, Robert George Leth. Mi chiamano Leth R. G. [LethArGy], per abbreviare."

Il Circolo era così piacevole e ospitale che Jophan decise di passare la notte nella caverna. Ma lo riempirono così tanto di roba da bere che dormì quasi tutto il giorno seguente, finché non sembrò troppo tardi per rimettersi in marcia. Lo stesso accadde il giorno dopo, e quello ancora dopo, e per gradi Jophan cadde in un torpore nel quale dimenticò lo scopo della sua ricerca. A tratti sentiva vagamente di aver perso qualcosa di prezioso, ma quando provava a ricordare di cosa si trattasse qualcuno del Circolo gli infilava un drink in mano e distraeva la sua attenzione con i versi più recenti dei geni di Mondano.

Un giorno, mentre Jophan stava parlando con gli altri, si levò un forte vento da Fandom e un foglio di carta rotolò all’interno della caverna. Jophan lo raccolse e lo esaminò con curiosità. Il suo aspetto ridestò sepolte memorie della visione stupefacente che aveva avuto al tocco della bacchetta chiamata Fanac.

"E che...", annaspò, "è... è una Fanzine!"

"Proprio così", disse Leth R. G., in tono svogliato. "La mandano di tanto in tanto da Fandom. Non vi facciamo mai grande attenzione."

Senza aggiungere una parola Jophan si mise il fagotto sulle spalle e marciò al di fuori della caverna. Gli altri lo guardarono in silenzio, e dopo che se ne fu andato ci volle del tempo prima che qualcuno parlasse. Poi ripresero a chiacchierare e a giocare con intensità doppia rispetto a prima, come se stessero provando a convincersi di essere felici.

Capitolo 4
In cui Jophan incontra un Viaggiatore proveniente da Fandom.

Jophan era stato indebolito sia nell’animo che nel corpo dalle bevute che si era fatto nella caverna, e trovò il camminare assai arduo. Il sentiero si faceva sempre più scosceso, e una dopo l’altra Jophan dovette abbandonare tutte le sue cose. Ma anche così, a sera era così stanco che dovette riposarsi su un LEDGE per riprendere le forze. Sotto di lui poteva vedere il sentiero che si snodava nella Regione della Nebbia, ricoperto dei suoi possedimenti ben tenuti. Ancora più in basso si estendeva la Foresta della Stupidità, e oltre questa il pacifico paese di Mondano che si crogiolava nella luce del sole al tramonto. Tremante dal freddo com’era, poiché i Monti dell’Inerzia gli schermavano la luce del sole, Jophan trovò la prospettiva stuzzicante e gli venne in mente quanto facile sarebbe stato per lui rintracciare i suoi stessi passi lungo il sentiero, riprendere le sue cose e tornare alla placida esistenza a Mondano.

Mentre stava così riflettendo, udì un suono terrificante al di sopra della sua testa, e si rifugiò al sicuro sotto una sporgenza proprio in tempo per sfuggire a una mortale valanga di rocce e pietre sparse. Alle spalle di queste scivolava e inciampava il più grande cavallo che Jophan avesse mai visto, con in groppa un ometto arrabbiato, che tirava le briglie e imprecava di continuo. Ogni tanto il cavallo spostava una pietra, che produceva un altro acciottolio sul fianco della montagna, provocando una nuova frana.

"Mi scusi," disse Jophan, "ma dovrebbe stare più attento. Potrebbe ferire qualche altro pellegrino sul sentiero."

"Lo metterei a posto," brontolò l’ometto, senza smontare dal gran cavallo. "Il mio nome è Delusione, *la* Delusione, sai? E tu chi sei?"

"Il mio nome è Jophan," rispose Jophan," e sono diretto a Fandom, per pubblicare la Fanzine Perfetta, perché questo è ciò che voglio fare più di ogni altra cosa al mondo."

"Sei proprio scemo," lo schernì l’altro. "Solo uno stupido vorrebbe entrare in quel posto."

"Perché, cosa c’è che non va?" domandò Jophan.

"Cosa c’è che non va?" ripeté Delusione, incredulo. "Perché *tutto* non va! O sono stupidi o sono pazzi, tutti quanti. Non sono neanche venuti a salutarmi quando sono arrivato -*a me*, bada! Dapprima hanno fatto finta di non vedermi finché non sono sceso da cavallo, e quando ha iniziato a parlare non riuscivo a capire una parola di quel che dicevano. E le loro usanze! Mai visto nulla di simile!"

"Be’, dopo tutto," disse Jophan, "è un paese diverso. Forse se lei avesse cercato di imparare la lingua..."

"Sciocchezze!" lo interruppe sgarbatamente Delusione. "Cercavano di nascondermi delle cose e ridevano alle mie spalle. Ebbene, possono tenerseli i loro segreti. Non voglio aver nulla a che fare con loro. Erano tutti contro di me, te lo dico io. Immagina un po’, neanche ringraziarmi per essere entrato a Fandom dopo tutto quello che avevo provato a insegnargli."

Senza parola dall’indignazione, diede un colpo di sperone al cavallo e svanì lungo il sentiero. Jophan lo giudicò la persona più presuntuosa e piena di sé che avesse mai incontrato, ma quantomeno l’incontrò lo rinvigorì. Gli sembrava che il mancato apprezzamento da parte di quel tipo costituisse un’ottima raccomandazione per Fandom. Con tale vigore rinnovato si rimise in cammino e, al calare della notte, raggiunse un punto dal quale pensò che il giorno successivo sarebbe stato in grado di arrivare alla sommità. Reso felice dalla prospettiva di vedere ben presto Fandom, si acquattò in una piccola buca e si mise a dormire.

Capitolo 5
In cui Jophan entra a Fandom.

Il mattino successivo Jophan si alzò ai primi raggi del sole e di buon grado si mise in moto verso la sommità ora in vista. Era oltremodo felice nel vedere che non c’erano più persone cupe come Delusione in arrivo al galoppo. Sono molto rare a Fandom, rifletté, e questo pensiero lo mise a tal punto di buon umore che raddoppiò gli sforzi per raggiungere la cima.

Per gran parte del suo lungo viaggio Jophan era stato solo, ma adesso incominciava a sorpassare altri sulla sua stessa strada. Gli faceva piacere sentire i loro discorsi da fan, e al momento in cui raggiunse la vetta si era già fatto parecchi amici.. I più intimi, tra questi amici appena trovati, furono il signor Sgobbone e il signor Strambo.

Il primo era uno scalatore lento, che puntava diritto verso ogni ostacolo con seria determinazione, a volte perdeva terreno ma alla fin fine ce la faceva grazie all’enormità dei suoi sforzi. Non aveva lo Scudo dell’Humour, che molti altri viaggiatori possedevano, ma Jophan notò che la sua pelle era terribilmente coriacea, e pareva che persino i colpi più fieri non avrebbero altro che deviato da essa.

D’altra parte il signor Strambo disdegnava di sottomettersi alle grandi fatiche cui il signor Sgobbone si sottoponeva. Il suo metodo di avanzare consisteva nell’attendere un’opportunità per fare qualche balzo lungo e sorprendente , il che gli permetteva di fare in un secondo quello che all’altro aveva richiesto un intero minuto. A volte Jophan si sentiva assai impressionato da qualche mossa insolitamente intelligente del signor Strambo, ma si accorse che questi pareva possedere ben poca forza reale ed era costretto a riposarsi a lungo tra un salto e l’altro, cosicché Jophan se lo lasciò ben dietro alle spalle.

In breve Jophan raggiunse la vetta e si sentì ricompensato con gli interessi dell’ardua salita. Un lieve pendio verdeggiante scendeva a fondo valle verso il paese più bello che Jophan avesse mai visto -Fandom.

Era una terra di fiumiciattoli e prati e vallette, oltre e in mezzo alla quale scorrevano stradine tortuose, punteggiate qua e là da deliziosi cottage. Oltre a questi, nella foschia della distanza., vide un altro picco, troppo in là per poterlo scorgere nitidamente. Jophan, assai meravigliato, notò che una luminosità dorata sembrava stargli sulla sommità.

Con urla di gioia la banda di viaggiatori in mezzo alla quale si trovava Jophan si mise a correre lungo la discesa erbosa. Ogni Neofan sentiva in fondo al cuore che presto avrebbe raggiunto il nuovo picco, chiamato la Torre di Verofandom, perché lì non c’erano Monti dell’Inerzia da scalare, solo la splendida, invitante terra di Fandom da attraversare.

Dopo un’esitazione momentanea Jophan si mise a correre dietro di loro, e il sole splendeva così chiaramente su Fandom che lui e gli altri Neofan (come in effetti adesso erano) furono accecati dalla luce e non riuscirono a scorgere i trabocchetti, dei quali a Fandom è piena.

Mentre correva, Jophan fu stupefatto e terrorizzato nell’udire le grida gioiose di coloro che gli stavano davanti tramutarsi in grida di rabbia e costernazione. Coprendosi gli occhi dal sole vide che qualche metro più in là il verde terreno diventava molle e traditore sotto i piedi, come sabbie mobili. E a suo maggior dolore notò che molti disgraziati erano caduti in superficie e venivano trascinati giù, portando con loro gli altri che erano accorsi in aiuto.

Quando Jophan vide le orrende macchie color porpora che si spandevano da sotto per soffocare le bocche e le narici delle loro vittime, capì che erano finiti nella temuta Palude degli Hekto, e che nessuno poteva più aiutarli. Con un ultimo sguardo pietoso si spostò verso destra su un terreno che sulle prime gli era parso poco invitante, per il suo aspetto un po’ pietroso, ma che poteva sostenere il suo peso, a differenza della attraente dolcezza della Palude degli Hekto.

 
Capitolo 6
In cui Jophan si avventura nella Giungla dell’Inesperienza.

Jophan si avvide subito che la solidità del terreno era dovuta alla presenza di possenti alberi le cui radici si estendevano sul suolo, rendendolo una superficie sicura, per quanto disagevole, su cui camminare. Aveva saputo che quegli alberi crescevano a Fandom da tempo immemorabile, ed erano chiamati Abydix, Roneoaks ed Ellam. Ce n’era anche di un altro tipo, con un nome lungo che iniziava per ‘G’ e che Jophan non riusciva a rammentare.

Jophan aveva compiuto solo un breve cammino in questo sentiero arduo ma promettente quando, con sui grande allarme, si trovò di fronte una fitta giungla. Questa, detta Giungla dell’Inesperienza, non era visibile dalle montagne, ma si stendeva a bella vista tutt’intorno a Fandom, e non c’era altra alternativa che cercare di trovare una via per attraversarla. Jophan si lanciò con coraggio nel sottobosco, ma numerosissime fosse e piante rampicanti gli ostacolavano a tal punto l’avanzata che in seguito giunse a un punto morto.

Mentre rifiatava per recuperare le forze, sussultò nell’udire un urlo lacerante nelle vicinanze. Si fece largo tra la fitta boscaglia e si trovò sul bordo di un torrente impetuoso che scorreva ruggendo attraverso la giungla in direzione della Palude Hekto. Le acque che lambivano e ribollivano lungo il suo corso erano nere come inchiostro, e Jophan intuì che questo era il famoso Torrente del Troppo Inchiostro. Fu terrorizzato nel vedere che pochi metri più in basso un Neofan, senza dubbio la persona che aveva urlato, veniva trascinato via dalla corrente.

Le disgraziate grida d’aiuto del Neofan straziarono il cuore di Jophan, che si mise a correre più veloce che poteva lungo la sponda, nello sforzo di raggiungerlo. Era evidente, comunque, che le acque erano troppo mosse, e ben presto Jophan cadde. Tutte le calamità che Jophan aveva visto capitare ai suoi compagni incominciarono a incombere gravemente sul suo spirito.

Fu, perciò, piacevolmente sorpreso nel vedere, svoltata una curva, che sulla sponda si era radunato un buon numero di persone, le quali avevano appena avuto successo nel trarre in salvo il Neofan dalla stretta del torrente. Nell’avvicinarsi si avvide di un’imponente pila di fogli vicino alla sponda, che i salvatori avevano annodato insieme, passandoli quindi al Neofan che stava annegando.

Scoprì più tardi che i fogli che erano stati usati per salvare il Neofan dal Torrente del Troppo Inchiostro erano meglio noti come "i brogliacci".

Jophan si unì al gruppo e tutti insieme si sedettero lungo la sponda, avendo concordato che sarebbe stato meglio evitare il Torrente del Troppo Inchiostro piuttosto che dipendere dai brogliacci per essere salvati. Un po’ più avanti, però, esultarono alla scoperta di un ponte che attraversava il torrente. Ridendo dalla felicità vi passarono sopra: su di esso c’era un’iscrizione che lo identificava come il Ponte della Moderazione, quindi misero piede sull’altra parte, nella speranza fiduciosa che i loro guai fossero giunti alla fine.

Ma non sembravano essere fuori dalla giungla. In effetti, man mano che avanzavano, il sentiero si faceva sempre più difficile da seguire, snodandosi tra rampicanti penduli, tutti di un aspetto verdognolo e malaticcio che si specchiava nei volti pallidi dei viaggiatori. Questo pallore innaturale era dovuto al fatto che era assai raro che un lieto raggio di sole fosse mai penetrato nell’intricata vegetazione.

Fu in questi luoghi ben poco piacevoli che alla fine l’oscurità costrinse il gruppo di Neofan ad accamparsi per la notte.

 
Capitolo 7
In cui Jophan incontra gli Abitanti della Giungla.

Il giorno seguente Jophan fece la scoperta di un fenomeno che fino a quel momento gli era passato inosservato. Qua e là, nella giungla, c’erano ampi spazi di vegetazione spiaccicata, che davano l’impressione di essere stati fatti da enormi mostri che avessero sconquassato la giungla e avessero lasciato una scia di rami sradicati e alberi divelti. Allarmato da questa terrificante visione, ammonì i compagni di stare insieme e di procedere con cautela. Ma non ottenne nulla, perché più la giornata passava prima uno, poi un altro divenne impaziente e si mise a in moto per conto proprio. Altri, ancora, non riuscivano a tenere il passo con il resto del gruppo e si lasciavano cadere scoraggiati ed esausti su un lato del sentiero. Di tanto in tanto Jophan provava a incoraggiare questi animi fiaccati, ma fu colpito nel notare che non appena avevano iniziato a ripercorrere i propri passi sembravano sparire quasi istantaneamente dalla vista. Incominciò a pensare che se la via di ingresso a Fandom fosse stata semplice come quella di uscita, si sarebbe sentito ben più felice.

Capitò così che verso metà pomeriggio Jophan rimase solo sul sentiero. Ogni tanto si imbatteva in qualcuno di quelli che si era affrettato in avanti, ma sembravano tutti essere rimasti vittime di uno degli innumerevoli pericoli della giungla o aver collassato, in uno stato di totale sfinimento, a causa del loro imprudente spreco di energia. Molti li trovò battuti e sanguinanti in uno degli spiazzi che aveva visto in precedenza, e Jophan si domandò trepidante che razza di mostro potesse creare un tale sconquasso, semplicemente al suo passaggio. Tenni gli occhi ansiosamente fissi sul sentiero che gli si apriva davanti, ma era difficile vedere molto in là a causa dei vapori turbinosi che si innalzavano di continuo dalla vegetazione umida. Jophan si meravigliò di non aver notato alcun segno di quella tremenda giungla, la cui estensione pareva pressoché sconfinata, nella sua prima veloce occhiata a Fandom.

Tale stato d’animo pensieroso fu rudemente interrotto da un tremendo rombo, simile a quello di una mandria di centinaia di elefanti imbizzarriti, e gli alberi, più avanti, crollarono al suolo. Levando il suo Scudo dell’Humour con tutto il coraggio che gli riuscì, Jophan fissò attentamente la giungla piena di vapori.

Una gelida ombra di terrore gli piombò addosso, non riusciva a vedere il motivo del frastuono né del crollo degli alberi. La Cosa pareva invisibile. Il misterioso rumore di calpestio si faceva più vicino, impadronendosi del coraggio di Jophan. Ma poi, mentre guardò più intensamente davanti, di colpo percepì che non era un mostro enorme quello che stava avanzando verso di lui, ma un’orda di piccoli mostri. La sua difficoltà nel riconoscerli sulle prime era dovuta, si accorse, al fatto che le loro insegne i loro colori rassomigliavano a quelle di ciò che stava intorno a loro. Si trattava, come adesso riusciva a vedere, di creature orrende simili a maiali selvatici, ma più grosse, munite di punte terribili che fuoriuscivano dai loro corpi tarchiati.

Mentre si avvicinavano, lo sguardo di Jophan fu colpito da uno dei Neofan che in precedenza era corso avanti e adesso sostava su un lato del sentiero, a riprendere le forze. Jophan vide il Neofan che si alzò in piedi per riprendere il viaggio e, incapace di vedere i mostri, si avviò traballante lungo il sentiero senza guardare dove andava. Jophan urlò per avvisarlo, ma le creature avevano già visto la loro vittima. I loro occhietti rossi lampeggiarono crudelmente, mutarono direzione e puntarono impietosamente verso lo sfortunato Neofan, strappandogli lo Scudo dell’Humour e scaraventando a terra il suo corpo insanguinato.

Quando Jophan si accorse che lo Scudo dell’Humour non era di nessun aiuto contro i mostri, fu sopraffatto dal terrore e si sarebbe voltato per scappare, se non fosse capitato un evento favoloso. Da lontano udì il suono di trombe dorate, e al suo fianco la voce dello Spirito del Fandom.

"Resta, Jophan!" gli sussurrò. "Non scappare. Queste bestie che vedi si chiamano Typos, e la loro attenzione è attirata da qualunque movimento improvviso. Se avanzi pian piano e con cautela non ti disturberanno."

Nonostante tali assicurazioni Jophan era preoccupato per dover passare oltre i mostri, che si muovevano lentamente lungo la pista come se stessero aspettando qualche altro incauto Neofan. "Ma," protestò, "che succede se una delle loro punte mi colpisce per caso? La pista è proprio a ridosso di loro, ed è difficile individuarli nel sottobosco."

"Se procedi con sufficiente prudenza ciò non accadrà," disse fiduciosa la Fata. "Comunque, per tranquillizzarti, qui c’è una bottiglia di liquido magico chiamato Fluido per la Correzione. Una sorsata di questo curerà all’istante qualunque ferita provocata da un typo." A queste parole un bottiglino blu apparve in aria davanti a Jophan. Stringendolo in pugno, si mise a camminare lentamente oltre l’orda e riprese il viaggio.

 
Capitolo 8
Nel quale Jophan si imbatte in due Strani Neofan.

Nei giorni seguenti Jophan vide e udì molte orde di Typos camminare alla cieca nella giungla ma, grazie ai consigli della Fata, non ebbe guai. Ma un giorno si imbatté in un gruppetto di loro, sul sentiero davanti a lui, che si muovevano piano nella sua stessa direzione. Li sorpassò cautamente, desiderando passare inosservato, quando, con sommo orrore, notò che i mezzo a loro si trovava un Neofan. Era sul punto di lanciare un urlo d’avviso quando si avvide che il Neofan se ne stava seduto, apparentemente indisturbato, su una portantina grezza che in effetti veniva trasportata dai Typos. A tale vista Jophan urlò dallo stupore, al che il Neofan si voltò e lo salutò allegramente.

"Buongiorno, amico," disse. "Come ti chiami e ove sei diretto?"

"Il mio nome è Jophan," rispose Jophan," e sono diretto a Verofandom, per conquistare il Duplicatore Incantato e pubblicare la Fanzine Perfetta."

"Anch’io," disse il Neofan. "Mi chiamo Kerles. Ti andrebbe di viaggiare con me?"

"No, ti ringrazio," replicò senza esitare Jophan. "A dirti il vero avrei un po’ paura di quelle orrende creature."

"Orrende?" rise Kerles. "Mi parlano tutti di male di questi Typo, ma in effetti sono personcine davvero alla mano. Guarda, fanno persino dei giochetti, per me."

Così dicendo portò avanti il suo Scudo dell’Humour, che era grande e ben lucidato, e pronunciò una parola d’ordine. Di colpo molti Typo saltarono dritti sullo Scudo, mettendosi a eseguire salti mortali e tali e tante buffonate che Jophan scoppiò a ridere.

Jophan era assai impressionato, ma comprese che se con questo modo di viaggiare Kerles stava senz’altro risparmiando energie, altresì non procedeva molto velocemente. Per di più, di tanto in tanto i Typo si mettevano a vagare per la giungla, dalla quale li si poteva riportare indietro con tale difficoltà che Kerles sembrava costantemente sul punto di smarrire la strada. Jophan sentiva che era impossibile costringere quelle bestie al benché minimo servizio davvero utile e, piuttosto riluttante a rimanere al cospetto di creature tanto brutte, diede un addio amichevole a Kerles.

Non era andato molto in là quando notò un altro viaggiatore sul sentiero, e si affrettò per superarlo. Dalla velocità con cui lo stava raggiungendo ipotizzò che l’altro fosse fermo, ma quando lo agguantò scoprì che non era così. In effetti il Neofan stava andando avanti, ma con tale lentezza che passava una porzione di tempo considerevole tra un passo e un altro. Adesso il Neofan pareva perdere tempo a consultare vari libri da una pila che teneva sottobraccio, e nel togliere ogni minuscola fronda dai margini del sentiero prima di avventurarsi più in là. Sulla sua schiena c’era uno zaino voluminoso che dava l’idea di essere pieno di oggetti pesanti, e un mucchio di lame dalla forma inusuale, bastoni da passeggio e ombrelli. La curiosità di Jophan fu solleticata da questo straordinario ammasso di equipaggiamento, per cui si rivolse educatamente al Neofan.

"Buon pomeriggio, amico," disse. "Il mio nome è Jophan e sono sul punto di raggiungere il Mimeografo Magico e pubblicare la Fanzine Perfetta. Per cortesia, potresti dirmi cos’è che trasporti?"

"Buon pomeriggio," disse il Neofan. "Queste," dichiarò orgogliosamente, indicando i libri, "sono le mie guide. Queste lame e queste altre cose servono a tagliare, sfumare e brunire e così via. Gran parte d’esse sono assolutamente essenziali se uno intende trovare la propria strada in mezzo alla giungla. Per quanto," aggiunse tristemente, "non volessi passare di qua in alcun modo. Avrei preso la Ferrovia Letterpress, se mi fossero bastati i soldi. Mi chiamo Perfexione, e anch’io…"

A questo punto si udì un rumore crescente nel sottobosco e il Neofan, in preda al panico, buttò per terra tutti i suoi beni. Frugando nello zaino ne tirò fuori un oggetto dall’aspetto assai strano, in legno e vetro. Tenendolo davanti agli occhi, fissava intento verso la giungla.

Dopo un po’ parve soddisfatto, e rimise lo strumento nello zaino.

"Cos’era quella cosa attraverso la quale guardavi? domandò Jophan incuriosito.

"Era il mio ‘scopio," disse Perfexione. "Lo uso per rintracciare quegli… animali."

"Vuoi dire i Typo?" chiese Jophan.

Il Neofan parve terrorizzato al solo alludere al nome, e si mise a fissare impaurito in direzione della giungla.

"Sì," bisbigliò spaventato. "Quelle Cose Terribil. Ehm... non vorresti continuare il viaggio insieme a me? Saremmo entrambi più al sicuro se potessimo badare insieme a…Loro."

Jophan era colmo di pietà per il Neofan pauroso, ma capì che in sua compagnia avrebbe fatto ben poca strada.

"Ti ringrazio," rispose in tono gentile, "ma preferirei giocarmi le mie chance con i Typo da solo. Voglio andare avanti."

I due si strinsero le mani e Jophan continuò per la sua strada. Alla curva successiva si girò per mandargli un saluto amichevole, ma Perfexione era così indaffarato con il suo equipaggiamento che non se ne accorse.

Quella notte Jophan dormì profondamente, con la mente occupata dagli eventi del giorno, e prima dell’alba era già desto in piedi e in cammino. Era diventato così abile a fare i conti con la giungla, e così capace a evitare i Typo, che prima che il sole si alzasse sull’orizzonte aveva ricoperto una distanza considerevole. Quando lo fece Jophan vide, con gran piacere, che la giungla sembrava arrivata alla fine. Gli alberi erano più radi, il sottobosco meno fitto, e il sentiero si estendeva invitante davanti a lui, nitido e ben delineato. Jophan si mise a correre colmo d’allegria.

 
Capitolo 9
Nel quale Jophan incontra gli Hucksters.

In pochi minuti, senza fiato per l’emozione più che per lo sforzo, si trovò sul vero e proprio limitare della giungla. Scorse di fronte a lui una strada larga e ben battuta, che si estendeva dolcemente su una pianura fertile, nella quale lampeggiavano in lontananza le torri e le guglie di una splendida città. Poche miglia più in là rispetto al punto in cui si trovava Jophan, una miriade di piste come quella sulla quale aveva viaggiato convergeva insieme per tracciare la strada, come innumerevoli piccoli affluenti di un grande fiume. Lungo questi sentieri, notò Jophan, c’erano altri Neofan che arrivavano di corsa, gridando di gioia, per precipitarsi sulla strada, in direzione della città scintillante.

Memore dei pericoli nascosti di cui erano caduti vittima gli euforici Neofan nell’occasione precedente, Jphan decise di stare in guardia e si mise a seguire gli altri con cautela.

Fu subito ovvio che si stava avvicinando alla civiltà. Sebbene la città fosse ancora alquanto lontana c’erano grandi steccati nei campi, sui lati della strada, con insegne pubblicitarie dai colori sgargianti relative ai vari stabilimenti in città. Jophan le lesse tutte, suo malgrado impressionato dalle attrazioni che promettevano.

Mentre stava fissando uno steccato particolarmente grande e luminoso fu sorpreso nell’udire ciò che risuonò come una specie di grido di dolore dietro di essa. Saltando il basso steccato sul lato della strada, Jophan corse velocemente alle spalle della staccionata. Lì, che corricchiava in piccoli cerchi ed emetteva strazianti grida di angoscia, c’era uno dei Neofan che aveva visto quel mattino. Jophan inorridì nel vedere i mutamenti che gli erano capitati. Il suo volto un tempo rubicondo aveva assunto un orrido pallore, il suo corpo era emaciato, da non riconoscerlo. Prima che Jophan potesse raggiungerlo il Neofan crollò a terra e incominciò a lamentarsi in modo pietoso.

Jophan accorse e gli si inginocchiò su di un fianco. Il Neofan alzò gli occhi verso di lui, esangue.

"Troppo tardi... " mormorò, "... muoio... attento... non comprare... " Le sue labbra continuarono a muoversi ma non emisero suono.

"Non comprare cosa?" domandò Jophan, con ansia.

Il Neofan fece ricorso alle sue ultime riserve di forza. "… cimice-di-latta," bisbigliò. Poi i suoi occhi si chiusero e smise di respirare. Jophan capì che era morto e affidò la sua anima al Paradiso dei Fan. Quindi, con tenerezza, incominciò a disporgli il corpo in una posizione più appropriata.

Jophan non aveva ancora alzato le spalle del Neofan da terra che fece un balzo all’indietro, per l’orrore. Lì, sul retro del cadavere, stava aggrappata un’orrenda creatura simile a una mignatta, che sguazzava nel sangue della sua vittima. Atterrito, Jophan lasciò cadere il corpo e se ne tornò incespicando sulla strada.

Era così stravolto dall’orrore per quanto aveva visto che ci volle un po’ di tempo prima che si riprendesse di quel tanto da poter riprendere il cammino.

Oltretutto era anche preoccupato dal significato del monito del Neofan, perché lungo tutto il percorso non aveva visto alcun negozio dove si potesse comprare qualcosa.

Quest’ultimo problema fu risolto quando, dopo qualche minuto, Jophan oltrepassò una lieve curva. Era giunto a un incrocio in cui, tra una piccola foresta di steccati, si ammucchiava un gruppo di banchetti di venditori ambulanti. Erano stipati di oggetti dai colori vivaci e attraenti, e dietro ogni banchetto c’era un ambulante che magnificava i meriti della sua merce.

Mentre Jophan passava oltre, uno di loro gli si accostò per ingraziarselo.

"Salve, giovanotto," disse, fregandosi le mani. "Posso essere così sfacciato da domandarle nome e destinazione?"

"Il mio nome è Jophan," rispose Jophan guardingo," e sono diretto a Verofandom per conquistare il Mimeografo Magico e pubblicare la Fanzine Perfetta."

"Allora ho proprio quello che fa al caso tuo," esclamò l’ambulante. "Ti sei imbarcato in un viaggio lungo, e assai solitario. Perché non prendere uno di questi adorabili cuccioli per ingannare le ore più noiose?"

A tali parole tirò fuori una borsa trasparente in cui riposava una splendida creatura dall’aspetto di gioiello, che ricordava una coccinella dalle tinte vivaci, assai bella da guardarsi. Il suo aspetto affascinò Jophan a tal punto che portò involontariamente la mano verso la tasca. "Come si chiama?" chiese, in un ultimo impeto di cautela.

"È un coleo-cimice-di-latta," disse l’huckster, porgendo la mano a Jophan in attesa dei soldi.

Col significato del monito del Neofan ora reso orrendamente chiaro, Jophan indietreggiò dalla piccola creatura mortifera e dalle sue insidiose tentazioni. "No, grazie," disse. "Ho cambiato idea."

Inseguito dalle parolacce e dalle imprecazioni dei venditori arrabbiati, Jophan continuò speditamente la sua strada per Verofandom, fermandosi solo a uno dei negozi meno pretenziosi per rifornire le sue scorte.

 
Capitolo 10
Nel quale Jophan arriva nella Città.

A quel punto era ovvio che il quartiere degli ambulanti costituiva semplicemente la periferia della grande città. Adesso le torri e le guglie che Jophan aveva visto quel mattino gli si stagliavano direttamente davanti, e i campi verdeggianti erano completamente svaniti dietro un’enorme muraglia di steccati. Di lì a poco questi a loro volta fecero luogo a una zona di edifici dall’aspetto di baracche, ognuno connotato da distese di cemento e separati l’un l’altro da filo spinato.

Non appena Jophan entrò in quel quartiere un gran numero di persone uscì dagli edifici per dargli il benvenuto, mettendogli doni nelle mani, dandogli manate sulle spalle e offrendogli ospitalità. Nel frattempo altri gli mandavano saluti dalle finestre e lo inondavano di pezzi di carta in tale profusione che Jophan riusciva appena a vedere la strada davanti a lui. Prese uno di questi e vide che il messaggio che lo adornava era lo stesso che li veniva gridato dalla maggior parte delle persone che lo stavano circondando. "BENVENUTO A VEROFANDOM", proclamava. Jophan lo voltò e scoprì che l’altra parte riportava la pubblicità di un club di fan, cosa che evidentemente dovevano essere quegli edifici. Incuriosito, fece qualche passo verso il più vicino. D’improvviso un forte urlo di rabbia si levò dai rappresentanti degli altri club, che urlarono contro Jophan e lo afferrarono per i vestiti, nel tentativo di deviare i suoi passi. Ma subito arrivarono rinforzi dal club nella cui direzione stava procedendo, e lo trascinarono dentro.

Lì i suoi nuovi amici gli diedero il benvenuto tra mille effusioni, e gli domandarono come si chiamasse. "Il mio nome è Jophan," disse Jophan, "e sono diretto a Fandom per conquistare il Duplicatore Incantato e pubblicare la Fanzine Perfetta."

Tutti parvero inorridire. "Vuoi dire," chiese uno di loro, "che stai davvero tentando di fare quel viaggio *da* *solo*?"

"Sì," disse Jophan, diffidente.

"Ma povero amico mio," disse l’altro, "ciò è pressoché impossibile. Devi, devi assolutamente far parte di un club prima di poter addirittura pensare a una tale impresa. Qui ti alleneremo per il viaggio, ti muniremo di tutto l’equipaggiamento necessario e, col tempo, ti manderemo come membro di una spedizione organizzata con tutti i crismi. *Così* si fanno queste cose," aggiunse con orgoglio.

"Quanto ci vorrà?" domandò Jophan.

"In questo stesso momento ci si sta allenando nel cortile d’addestramento," disse l’altro molto compreso. "Ma prima lascia che ti mostri i benefici che il nostro club è in grado di offrirti."

Sorrise gentilmente a Jophan e quindi si voltò per palare con un altro membro del club. Jophan non riuscì a sentire cosa disse quest’ultimo, ma vide che scuoteva il capo e indicava un altro membro. Questi a sua volta ne indicò un altro, tra sussurri e bisbigli, e in breve tutti quanti si misero a litigare aspramente tra di loro. Di quando in quando uno si precipitava infuriato fuori dalla stanza, sbattendo la porta, ma c’era sempre un altro che sembrava prenderne il posto. Si andò avanti così a lungo, e tutti sembravano essersi scordati di Jophan. Allora lui si alzò dalla sua sedia, andò in punta di piedi tranquillamente dall'altra porta nella stanza e si ritrovò nel cortile d’addestramento.

Una schiera di decine di Neofan stava marciando su e giù per il cortile. sotto la supervisione di un istruttore. Quando arrivavano in prossimità del filo spinato su di un lato l’istruttore gridava "Dietrofront" e loro si giravano mettendosi a marciare verso l’altro lato del cortile, dove il procedimento si ripeteva. Jophan li guardò per una considerevole porzione di tempo, ma questa sembrava essere la loro unica attività. Dopo un bel po’ uno dei Neofan ruppe le righe e si mise stancamente a camminare, diretto verso Jophan.

"Ci si stufa un po’ di tutto ciò, a volte," gli disse piuttosto vergognoso.

"Penso che tu abbia ragione," rispose Jophan. "In tutta la mia vita non ho mai visto nulla di più inutile."

"Oh, non intendevo proprio questo," replicò il Neofan, sulle difensive. "Vedi, tra breve ci sarà un’elezione, e allora sarà toccherà a uno di *noi* dare ordini. E che potrebbe toccare a *me*," aggiunse felice.

"Ma tutto ciò di che aiuto vi sarà per arrivare a Verofandom?" domandò Jophan.

"Verofandom?" disse l’altro, allibito. "E che, *questa* è Verofandom!… No?"

"Non lo è," dichiarò deciso Jophan, e si mise a illustrare al Neofan un po’ della grandiosità della visione che aveva avuto al tocco della bacchetta chiamata Fanac.

Il Neofan si passò la mano sulla fronte, perplesso. "Sì..." balbettò, "ricordo qualcosa di simile. Ma sono qui da così tanto che me l’ero totalmente dimenticato."

"Lascia perdere tutto questo marciare su e giù," lo incalzò Jophan. "Non ti porterà da nessuna parte. Vieni con me a Verofandom."

"Non sono ancora sicuro di essere abbastanza forte per un viaggio di questo tipo," rispose esitante il Neofan. "Forse farei meglio a farmi aiutare dal club."

"No," disse Jophan. "Sono solo un Neofan, ma questo lo so: che il viaggio per Verofandom va compiuto dagli sforzi singoli di un Fan.

"Ma," lo supplicò il Neofan, "non potresti aspettare questa elezione… o magari quella dopo?"

"No," rispose deciso Jophan. "Devo mettermi in cammino." Attese un momento, per vedere se il Neofan cambiava idea, quindi sebbene riluttante lo abbandonò. Riparò nuovamente nell’edificio, oltrepassò la stanza in cui gli organizzatori stavano ancora litigando e quindi tornò in strada, sempre senza che nessuno si accorgesse di lui. Poi, scostando la folla di organizzatori benintenzionati e di ospiti con un saluto amichevole, ma deciso, continuò la sua strada verso il centro della città.

Adesso gli edifici iniziavano ad assumere un aspetto man mano sempre più elegante, ed erano sempre più alti e imponenti. Le strade si allargavano ed erano asfaltate con più eleganza. A ogni incrocio le prospettive erano sempre più meravigliose e ispiravano soggezione, finché da ultimo Jophan raggiunse il centro della città.

Capì che era il centro della città per la semplice ragione che il suo istinto gli diceva che non poteva esserci nulla di più bello in serbo. Si ritrovò in un’ampia e luminosa via di principale, splendidamente lastricata. Su ambo i lati di essa torreggiavano marmorei grattacieli luccicanti, i cui pinnacoli puntavano fin in cielo. Era tutto così meraviglioso che Jophan non poté fare altro che rimanere lì immobile, col fiato mozzato dall’ammirazione. Questa, pensò tra sé e sé, deve essere Verofandom. Era vero, non era come la Fata gli aveva prospettato, ma Jophan non riusciva a immaginare che esistesse qualcosa di più meraviglioso.

 
Capitolo 11
Nel quale Jophan viene a conoscenza della Verità riguardante la Città.

Mentre era fermo all’imbocco della via, sempre immobilizzato dalla soggezione, un azzimato giovanotto gli mosse incontro. Diede un’occhiata agli abiti malconci di Jophan un po’ dubbiosamente, ma gli rivolse la parola in modo sufficientemente civile.

"Buona giornata," disse. "Posso sapere il tuo nome?"

"Il mio nome è Jophan," disse umilmente Jophan," e sono diretto a Verofandom…"

"Non devi fare altra strada," disse il giovane. "Forse ti piacerebbe che ti portassi a fare un giro della città. Il mio nome è Dedwood," aggiunse con orgoglio, "e sono uno dei progettisti della città. Di mestiere sono un ingegnere di edilizia grandiosa."

Prendendo Jophan per un braccio, lo scortò lungo la strada, indicando un grattacielo dopo l’altro. Prima della fine della via Jophan era, se possibile, ancor più sopraffatto dall’ammirazione, ma iniziò a sentirsi fuori posto in mezzo a tutta questa eleganza, con i suoi vestiti sporchi e lo Scudo sporco. Mentre Dedwood gli indicava l’ennesimo, grandioso edificio, sfruttò l’occasione per dare di nascosto una sfregata col fazzoletto allo scudo.

"Questo," stava dicendo Dedwood, "è il Palazzo della Federazione…"

Si interruppe allarmato, poiché udì un urlo strozzato provenire dal suo ascoltatore. Sfregando lo Scudo, Jophan aveva colto sulla sua superficie un bagliore del riflesso del palazzo, e non aveva potuto evitare un grido di stupore. Riflesso nello Scudo non c’era l’imponente palazzo, ma una baracca malridotta, visibilmente sul punto di crollare sulla strada. Visto attraverso lo specchio dello Scudo, il palazzo non era neanche del tutto costruito, anzi sfigurato da buchi e manodopera incapace. Nonostante ciò, Jophan sarebbe stato per metà incline a lasciar perdere il riflesso come il risultato di una distorsione ottica sulla superficie dello Scudo, se non gli fosse venuto in mente che non una sola volta gli era stato permesso di vedere uno dei palazzi dall’interno.

Prima che Dedwood potesse fermarlo, Jophan si precipitò verso la porta del Palazzo della Federazione. Come a quel punto ormai sospettava, non si trattava affatto di un edificio, ma soltanto di una pura e semplice facciata. Per quanto si estendesse assai in altezza, era spessa solo pochi centimetri e, ovviamente, poco stabile. Persino mentre Jophan era lì a guardare una piccola bava di vento provocò numerosi buchi dall’aspetto pericoloso nella struttura traballante. Al rumore sbucarono due Neofan impegnati, spingendo davanti a loro un’alta impalcatura su ruote. Fermandosi in prossimità del muro, si arrampicarono e riempirono in fretta e furia i buchi di cemento. Quindi spinsero l’impalcatura verso il successivo punto pericolante, lavorando in modo sempre più febbrile poiché i buchi parevano crescere di numero più rapidamente di quanto fosse possibile ripararli.

Jophan allontanò gli occhi da una visione così deprimente e uscì di nuovo in strada. Dedwood era ancora ritto sul marciapiedi, ma adesso aveva in volto un’espressione un po’ colpevole.

Jophan lo squadrò in modo accusatorio. "Qual è lo scopo di tutto ciò?" domandò bruscamente, irritato per essere stato ingannato in modo così idiota.

"Be’, vedi," disse Dedwood, imbarazzato, "è per impressionare il Pubblico. Non sarebbero così colpiti da Verofandom, per cui alcuni di noi hanno pensato di erigere questa città di Grandioso Costruttivismo per dar loro un’idea più consona alla nostra importanza."

"Ma davvero il Pubblico non è mai venuto a Fandom?" protestò Jophan.

"Be’, no," ammise Dedwood, "ma a volte mandano un loro rappresentante, di solito il signor Stampa."

Sembrava a disagio nell’incrociare lo sguardo di Jophan, e il riflesso sullo Scudo dell’Humour pareva fargli male agli occhi, per cui mentre parlava lanciava occhiate in s e in giù lungo la strada.

Di colpo mandò un’esclamazione eccitata. "Wow, eccolo lì!" esclamò. "Questa è una gran giornata..."

Le restanti parole si persero, poiché si mise a correre a precipizio lungo la strada, fino al punto in cui era apparso come dal nulla un ometto con un taccuino, accompagnato da un altro ometto che teneva un cavalletto sotto braccio.

Jophan lo seguì più pacatamente e arrivò mentre Dedwood già stava parlando amabilmente con lo straniero, mentre l’altro, sistemato il cavalletto, incominciava a fare schizzi. A lungo Dedwood magnificò le glorie della Città, lo Splendido Lavoro che lì si faceva, la grandiosità dei palazzi, l’intelligenza e la previdenza dei suoi abitanti, la loro sobrietà di comportamento e l’importanza dei loro compiti nei riguardi dell’Umanità, le varie funzioni e le cariche importanti loro affidate, e il contributo che lui stesso aveva dato a tali poderose conquiste. Jophan si avvide, però, che l’ometto scriveva ben poco di tutto ciò sul suo taccuino, e mentre Dedwood giungeva verso il nocciolo della sua convincente concione si spostò dietro il signor Stampa e guardò oltre la spalla di questo. La pagina del taccuino era perfettamente bianca, a eccezione di una frase misteriosa che Jophan non riuscì a comprendere. Capì soltanto che non aveva il benché minimo rapporto con quello che stava dicendo Dedwood. Diceva, semplicemente, "Gosh-wow-boy-oh-boy!" Perplesso, Jophan si spostò dietro l’artista, che aveva già finito diversi schizzi. Jophan notò che erano tutte caricature evidenti di Dedwood, ma che per qualche ragione il pittore l’aveva ritratto in ognuno con indosso un copricapo di strana foggia, con un’elica sopra.

Del tutto sgomento per tali fenomeni abbastanza fuori dall’ordinario, Jophan si tirò indietro e attese tranquillamente che Dedwood finisse di parlare. Il signor Stampa e il suo assistente ringraziarono caldamente Dedwood, promisero di fornire al Pubblico ampio e accurato resoconto di quanto aveva detto loro, e salutarono. Nell’andarsene le loro spalle sobbalzavano, ma Dedwood non parve accorgersene. Tornando consapevole dell’esistenza di Jophan, si voltò verso di lui con un’espressione orgogliosa. "Ecco!" disse con orgoglio. "Scommetto che *questa* volta il Pubblico saprà la verità su di noi."

Sembrava così compiaciuto di sé che a Jophan mancava il cuore di dirgli cosa aveva effettivamente scritto il signor Stampa sul suo taccuino. Si limitò a ringraziarlo per la sua cortesia e lasciò il centro della città dando un ultimo sguardo di disprezzo e pietà per l’assurda costruzione.

 
Capitolo 12
Nel quale Jophan trova un amico.

Jophan impiegò assai meno tempo a uscire dalla Città del Grandioso Costruttivismo di quanto ce ne avesse messo per entrarvi, e ben presto si ritrovò nei sobborghi. Lì non c’erano steccati, insegne pubblicitarie, palazzi di club o settori di ambulanti. Il distretto pareva invece essere un’area residenziale assai esclusiva, interamente composta di enormi dimore in legno circondate da alte muraglie. Sembrava essercene un numero infinito e, poiché la notte stava per arrivare, Jophan iniziò a sentirsi alquanto stanco. Le muraglie erano troppo alte da scalare, e i cancelli tutti chiusi, per cui per quanto ci provasse non trovò modo di allontanarsi dalla strada al fine di accamparsi per la notte.

Da ultimo si accorse di non poter proseguire, e che avrebbe dovuto trascorrere la notte quanto meglio gli fosse riuscito su un lato della strada. Rannicchiandosi contro il muro accanto a uno dei cancelli di entrata, ripiegò i suoi abiti malconci intorno a sé e cercò di mettersi quanto più a suo agio, secondo quanto il duro selciato gli permetteva.

Qualche tempo dopo fu svegliato da un sonno profondo da un violento bagliore di luce sugli occhi. In tali condizioni impiegò qualche secondo prima di capire che stava fissando i fari di una grossa automobile che si stava avvicinando, proveniente da Verofandom, e al momento era ferma davanti alle porte di ingresso. Mentre Jophan guardava, l’autista uscì e aprì il cancello. Mentre questi tornava all’auto Jophan lo chiamò debolmente. L’autista si guardò intorno, stupito, e poi, mettendo a fuoco Jophan sdraiato accanto al muro, gli andò incontro.

"Salve, mio giovane amico," disse. "Chi sei, e cosa stai facendo qui?"

Jophan era così stremato dallo sforzo da riuscire appena a parlare.

"Jophan," mormorò, "Verofandom... Mimeografo Magico... Fanzine Perfetta."

"Ah, sì," disse lo sconosciuto mostrando di capire. "Hai fatto tanta strada e tant’altra devi farne. Starai meglio dopo un buon pasto e una notte di riposo."

Tirò su Jophan e portò il suo corpo verso la macchina. Quindi, fermandosi solo per richiudere il cancello alle sue spalle, guidò ad alta velocità per la lunga strada di ingresso.

Nell’oscurità Jophan non riuscì a vedere gran che della casa, ma la stanza da letto in cui fu portato era ampia e arredata lussuosamente, e il cibo che gli fu servito cucinato con gusto e servito sontuosamente. Sentendosi a suo agio e al sicuro per la prima volta dal momento in cui aveva intrapreso il suo viaggio, Jophan cadde in un sonno profondo.

Il mattino successivo si svegliò tardi e si mise a cercare la stanza della colazione. Il suo ospite aveva chiaramente già fatto colazione, e stava seduto davanti a un allegro camino con una macchina da scrivere sulle ginocchia. Quando Jophan entrò la posò per terra e si alzò a salutarlo.

"Buongiorno, Jophan," disse. "Lascia che mi presenti. Il mio nome è Profano... hai mai sentito parlare di me?"

"Sì, a dire il vero." rispose Jophan, in soggezione, poiché di fronte a lui si trovava l’autore di numerosi libri che narravano di luoghi lontani e tempi diversi, che aveva letto durante la sua vita a Mondano –una vita che già gli pareva irreale.

Jophan provò a esprimere la sua ammirazione e la sua gratitudine, ma Profano si limitò a fargli un cenno e lo spinse verso la tavola da colazione, stracolma.

Jophan, finita la colazione, si unì al suo ospite accanto al caminetto e tentò di nuovo di dar voce ai suoi ringraziamenti, ma l’altro non li udì. "Niente," disse. "Sono felice di poter aiutare i pellegrini lungo la loro strada per Verofandom. Almeno fino a quando," aggiunse vispamente, "non vengono in numero troppo alto."

Era il primo abitante di Fandom incontrato da Jophan che lo avesse incoraggiato davvero nella sua ricerca, e ciò lo mise di ottimo umore.

"Allora," domandò, "mi sto avvicinando a Verofandom?"

"Hai percorso più o meno metà della strada," disse Profano, "ma poiché sei andato così avanti non ho dubbi che ce la farai. Vorrei poterti portare là ma, come sai, ogni Neofan deve fare il viaggio esclusivamente con le proprie forze, senza aiuto."

"Ma allora lei conosce la strada, vero?" chiese Jophan, gioioso.

"Sì, certo" disse Profano. "Vado lì, in visita, almeno una volta all’anno. Questa, come capirai, è una colonia destinata a coloro che vogliono, e possono, andare di frequente sia a Verofandom che a Mondano, e che si sono stabiliti qui, a metà strada tra i due luoghi. Alcuni di noi, in effetti, sono giunti qui da Verofandom, poiché qualche volta capita che un Vero Fan abbandoni la nobile e faticosa vita di Verofandom per la nostra più concreta comunità. Fanno la loro scelta, per così dire, tra Sacro e Profano." Sorrise della sua battutina, e Jophan rise educatamente.

"Ti dirò ogni cosa riguardante il tuo cammino," continuò Profano, "ma per prima cosa devo avvisarti che qualunque consiglio ti dia non ti sarà d’alcun aiuto a meno che tu non continui ad allenare il coraggio e la saggezza che ti hanno portato così lontano, e se non manterrai il tuo Scudo splendido e luccicante. Perché dovrai fronteggiare ancora tanti momenti terribili."

"Me ne ricorderò," disse Jophan.

"Bene," concluse Profano, "il primo di tali perigli è il Deserto dell’Indifferenza, che inizia in prossimità dei confini della nostra comunità e si estende ininterrotto per una considerevole distanza, tranne rare oasi. Portare cibo e acqua sufficienti per attraversare questa vasta estensione va oltre alle forze di qualunque Neofan, per cui dovrai guadagnarti l’aiuto dei portatori nativi della strana tribù che vive ai margini del deserto. In fondo al deserto c’è un a vasta gola rocciosa, nota come il Canyon della Critica, nella quale si trova l’unico sentiero per l’altipiano al di sopra del quale si erge la Torre di Verofandom. Oltre questa non posso esserti d’aiuto, perché le tentazioni più subdole e i pericoli delle ultime fasi del viaggio assumono una forma diversa da Neofan a Neofan."

"È tutto?" domandò Jophan.

"Tutto?" esclamò Profano, divertito. "Ti ammiro per il tuo spirito. Ma, ahimè, non è così. Su ambo i lati del sentiero, lontane ma sempre accessibili, si trovano le verdi, attraenti regioni meglio note come le Paludi di Gafia. Sarai di continuo incalzato dall’insidiosa tentazione di girarti e metterti un po’ a riposare lì. Ma se così farai c’è il rischio che tu, poi, sia incapace di riprendere il cammino, o che, vagabondando dimentico per le invitanti paludi, ti ritrovi di nuovo a Mondano. È molto meglio procedere con moderazione , in modo da non venire sospinto verso le paludi per recuperare uno sforzo troppo consistente.

Profano continuò a dare altri preziosi consigli a Jophan, che li ascoltò rispettosamente. Quindi ringraziò nuovamente il suo ospite e si preparò a riprendere il viaggio. Profano lo scortò al cancello per augurargli buona fortuna, poi rimase lì a guardare Jophan che marciava deciso lungo la strada. Una volta Jophan si voltò per mandargli l’ultimo saluto. Gli sembrò di individuare nel volto dell’altro un’emozione che, se si fosse trattato di una persona in condizione meno privilegiate, avrebbe scambiato per invidia. Ma così non poteva essere, non più di quanto il sollevarsi della mano di Profano verso gli occhi non era destinato ad asciugare un’involontaria lacrima di rimpianto.

 
Capitolo 13
Nel quale Jophan assolda portatori nativi.

Assai rinvigorito dall’ospitalità di Profano, Jophan si mise in marcia baldanzosamente, e per mezzodì aveva lasciato ben dietro di sé la regione delle grandi dimore. Adesso si trovava nuovamente in aperta campagna, in una zona di macchie aride disseminate di nudi sentieri sabbiosi che, man mano che proseguiva, si facevano sempre più frequenti.

Mentre il paesaggio si faceva sempre più desolato, Jophan continuava ansiosamente a tenere gli occhi aperti per individuare gli uomini della tribù di cui gli aveva parlato Profano. Quindi, proprio quando stava per tornare indietro per guardare con maggiore attenzione, notò una lieve colonna di fumo che si alzava nell’aria immobile, a una certa distanza sulla sua sinistra. Facendosi largo attraverso la macchia in quella direzione, fu assai sollevato dall’incontrare un gruppo di tende che sapeva doveva essere un villaggio dei singolari nativi.

L’accampamento conteneva diverse dozzine di Subrs, come Profano aveva detto venivano chiamati, seduti tutti, totalmente immobili, sul terreno antistante le tende, con gli occhi fissi al vuoto. Sembravano una razza franca e onesta, ma dotata di un modo di comportarsi stranamente impassibile, e i loro volti non mostrarono segno di emozione quando Jophan fece la sua apparizione.

Comunque, avanzò nel centro del villaggio e li salutò festosamente, aspettandosi che si alzassero e lo circondassero. Invece essi continuarono a ignorare del tutto la sua presenza.

Sorpreso, Jophan alzò il tono di voce e li salutò nuovamente, annunciando il suo nome e lo scopo della sua visita. Ma, ancora, quella strana gente pareva non accorgersi della sua esistenza. e lui avrebbe pensato che fossero ciechi e sordi, se non avesse notato uno di loro sollevare impercettibilmente un sopracciglio quando finì di parlare. Irritato dalla loro apatia perse la pazienza e si arrabbiò, saltando su e giù e gesticolando per attirare la loro attenzione, quindi lanciandosi in un discorso lungo e appassionato, in cui descrisse in dettaglio l’importanza della sua visita e l’impossibilità di farcela senza il loro aiuto. A queste parole qualche Subr incuriosito girò gli occhi verso di lui, ma nessuno diede il benché minimo segno di risposta al suo appello.

Disperato, Jophan andò verso il nativo che per primo sembrava averlo notato e lo supplicò di spiegargli la riluttanza a cooperare da parte della tribù.

Il Subr lo guardò con indifferenza e quindi parlò.

"Vengono molti Neofan," borbottò. "Molti cercano aiuto. Nel deserto molti ci lasciano, sprecano il nostro aiuto. Tu devi mostrarti diverso."

Sulle prime Jophan non riuscì a capire cosa volesse dire, quindi intuì che lo stavano mettendo alla prova per vedere se possedeva la necessaria resistenza e forza di volontà per attraversare il deserto. Rassegnato, incominciò a correre qua e là per l’accampamento.

Il pomeriggio passava e Jophan continuava a correre, sorvegliato impassibilmente dai Subr. Ogni tanto si fermava e li pregava nuovamente, e ogni volta mostravano un po’ più di interesse.

Infine uno si alzò e fece un cenno a Jophan. Sempre senza parlare prese una borraccia in pelle, un pacco di cibo e si mise in attesa. Il suo esempio fu seguito da molti altri, fino a che un gruppetto non si raccolse accanto a Jophan. Questi li ringraziò alquanto grato, e la piccola spedizione si incamminò nel deserto.

 
Capitolo 14
Nel quale Jophan incomincia la traversata del Deserto dell’Indifferenza.

Mentre avanzavano in un territorio sempre più selvaggio, il sole rovente e la sabbia graffiante iniziavano ad avere la meglio sulle forze di Jophan, che comprese più pienamente la grandezza del compito che l’attendeva. Iniziò, anche, ad apprezzare le doti dei portatori nativi. Sebbene i Subr mantenessero il loro silenzio innaturale, non pronunciando una sola parola né di lode né di biasimo a proposito del comportamento di Jophan, comunque fosse facevano trasparire abbastanza chiaramente i loro sentimenti attraverso i loro gesti. Per due volte quando Jophan, innervosito dalla durezza del deserto, parlò loro mancando di tatto o fece errori di giudizio, alcuni di loro lasciarono la spedizione e non si fecero più vedere. Ma, d’altra parte, tutte le volte che esibì le sue qualità migliori apparivano rinforzi, come dal nulla. Per cui. studiando attentamente le loro reazioni, riuscì a incrementare la consistenza del suo plotone di un buon numero di elementi.

Sarebbe stato rovinato se non avesse fatto in tal modo, poiché giorno dopo giorno lo stress del viaggio incominciava a pesargli. Il calore del sole pareva asciugarlo fin in fondo alle ossa e il tramonto portava un sollievo solo momentaneo, poiché al calare della notte l’aria si faceva aspramente gelida, e Jophan trascorse più d’una notte insonne tremando sotto la scarna protezione della sua coperta. L’ausilio fedele dei bravi Subr gli era di gran conforto, ma piccoli com’erano potevano portare solo una piccola quantità dei loro cibi essiccati, e ciò sembrava apportare nocumento alla sua costituzione. Era di poco sapore e insipido, garantiva solo la semplice sussistenza ed era gravemente insufficiente quanto a qualità energetiche.

Jophan, per quanto non corresse il pericolo di morire di fame, iniziò a indebolirsi e mancare di risolutezza, e a volte i suoi occhi vagavano desiderosi di vedere in lontananza le verdi Paludi di Gafia.

E così fu finché, dopo molti giorni, il plotone si imbatté nei primi segni di altra vita nel deserto. Da lontano era sembrata una piccola capanna, ma avvicinandosi Jophan si accorse che in effetti si trattava di una specie di altare, davanti al quale stava accovacciato un Neofan pallido e malaticcio. Pareva intento a borbottare qualche preghiera o incantesimo, e Jophan attese pazientemente che finisse, prima di rivolgersi a lui.

"Buongiorno, amico," disse educatamente quando il Neofan parve aver terminato il suo rito misterioso. "Il mio nome è Jophan, e sono diretto a Verofandom, per conquistare il Mimeografo Magico, in modo da pubblicare la Fanzine Perfetta."

"Buongiorno, Neofan," disse l’altro, in tono vagamente di superiorità. "Il mio nome è Sycofan, e sono su un percorso simile al tuo. Confido che erigerai il tuo altare a una distanza ragionevole dal mio."

"Altare?" domandò Jophan, sorpreso. "E a che scopo?"

"Eh, per invocare gli spiriti BNFici," disse l’altro, con condiscendenza. "Certo non penserai di attraversare il deserto senza il oro aiuto?"

"Non sapevo che fosse possibile per un semplice Neofan avere il benché minimo rapporto con il BNF fino a che non ha raggiunto Verofandom," osservò Jophan, meravigliato.

"E che, certo che può," disse l’altro. "Devi-" A questo punto un bagliore di luce accecante apparve sopra l’altare, e Sycofan cadde in ginocchio e prese a dare colpi con la testa per terra.

Dopo qualche stante si sentì un forte rombo di tuono, e un piccolo oggetto solido cadde sull’altare e rotolò per terra. Jophan rimase diritto in piedi a fissare il fenomeno.

"Ecco!" disse orgoglioso Sycofan, afferrando l’oggetto e mostrandolo a Jophan. Pareva una specie di sottile frittella o focaccia, piegata come un rotolo di carta.

!"Che cos’è?" chiese Jophan.

"Si chiama scritto-manna," disse Sycofan, divorandola famelico.

Jophan lo guardò con un po’ di invidia, fino a che Sycofan non ingoiò l’ultimo succulento boccone.

"Suppongo che ora riprenderai il tuo viaggio," domandò.

Un’espressione di disagio attraverso il volto dell’altro. "Ehm... no," rispose, piuttosto vergognoso. "Penso di rimanere qui ad aspettare di riprendere le forze. Gli scritti-manna richiedono una grande quantità di preghiere e io non ne ho ancora abbastanza."

Jophan scrutò il volto indebolito di Sycofan e dentro di sé stabilì che era assai improbabile che completasse mai il viaggio per Verofandom. Ponderata la questione per qualche minuto pervenne a una conclusione.

"Mi hanno detto," esordì apertamente, "che il cammino per Verofandom è di quelli che si possono fare solo contando sulle proprie forze, credo che sia vero. Non riesco a credere che se gli spiriti BNFici danno aiuto a chi semplicemente lo chiede lo negherebbero a chi mostra di meritarlo. Ti consiglio caldamente di abbandonare il tuo altare e di venire con me."

"Eh, sei solo un Neofan," sbottò l’altro. "Perché dovrei mettermi in società con te, quando posso avere l’aiuto del BNF?"

"Anche loro, un tempo, erano Neofen come me," disse pacatamente Jophan. "Eppure sono saggi e non sprecano i loro doni. Potresti scoprire," ammonì Sycofan severamente, "che non intendono nutrirti all’infinito."."

Ma Sycofan non voleva abbandonare la sua esistenza parassitaria, e per tutta risposta si cacciò rapidamente in un’altra sessione di preghiera.

Scuotendo la testa con rimpianto, Jophan lo lasciò e riprese il cammino.

Non era andato molto in là che fu deliziato e confortato alla scoperta che la sua ipotesi era stata giusta. Accompagnato da uno sfolgorio di luce e da un rombo di tuono un grosso scritto-manna gli cadde vicino e la luce, prima di svanire, si spostò verso Verofandom quasi a incoraggiarlo.

Da quel momento gli SCRIPT manna caddero dal cielo con frequenza crescente nel corso del suo viaggio, per cui Jophan non ebbe più da preoccuparsi dello SCORE del cibo.

 
Capitolo 15
Nel quale Jophan entra nella Regione delle Oasi.

Ma le difficoltà di Jophan erano tutt’altro che finite. La tremenda calura di giorno e il freddo mordente di notte rendevano quasi impossibile il sonno, e più il tempo passava più lui era esausto. Ma continuava a barcollare senza posa, scrutando instancabile attraverso gli occhi arrossati in cerca di qualche segno della fine di quel tremendo deserto.

Un giorno, appena poco prima del calare della notte, giunsero a un’oasi. Jophan lasciò che le sue stanche membra lo trascinassero nell’ombra ben accetta degli alberi e si coricò per il resto della botte, mettendosi a osservare uno stormo di uccellini dalle piume vistose che si libravano da e verso gli alberi, accompagnati dal loro dolce canto. Sembrava dicessero "Bu! Bu!" Pigramente Jophando mandò a un Subr come si chiamassero quegli uccelli. "Uccelli-Bu," rispose laconicamente il Subr.

Sorridendo dentro di sé alla risposta geniale, Jophan andò a dormire.

Fosse la suadente melodia degli uccelli o il fatto che l’oasi tratteneva il calore più del deserto, Jophan dormì inusitatamente bene. Eppure, si accorse svegliandosi il mattino successivo, non era in condizioni di riprendere la marcia. Aveva i muscoli flaccidi e indeboliti, e poteva solo alzare il capo e guardarsi intorno. Sapeva che doveva rimanere ancora un po’ a riposarsi, nella speranza di riacquistare le forze.

Mentre stava per riaddormentarsi, però, notò, a qualche metro da lui, un bell’uovo lucido, che doveva essere stato deposto durante la notte da uno degli uccelli-bu. Gli venne in mente che questo avrebbe costituito un’aggiunta benvenuta alla sua dieta e, cercando di raggiungerlo tra fitte di dolore, vi praticò un buco alle estremità e se lo portò alla bocca.

Non appena la prima sorsata di liquido gli passò sulle labbra Jophan fu quasi sconvolto dallo stupore. Di certo non si trattava di un uovo comune. Il fluido che conteneva era freddo, rinfrescante e maledettamente delizioso al palato. A ogni goccia Jophan sentiva nuove energie che gli scorrevano in corpo. A uovo terminato balzò in piedi e si mise a correre felice in tondo per l’oasi cercandone altri, ed era così intento a cercare che a malapena si accorse della velocità con la quale la sua spossatezza era stata rimpiazzata da un’illimitata energia e da entusiasmo.

In breve aprì tutte le altre uova che trovò e ne versò il contenuto in una delle bottiglie d’acqua vuote. Quindi chiamo a sé il suo plotone e si incamminò fiducioso nel deserto, alla testa dei suoi.

Nei giorni seguenti scoprì che quando la sua energia incominciava a venir meno gli bastava un sorso del fluido dona-vita. Sull’istante il suo vigore e il suo entusiasmo erano ricostituiti. Per di più sembravano aver raggiunto una zona del deserto in cui si trovavano osasi in abbondanza, e ogni mattino Jophan raccoglieva una sufficiente quantità di "Uova di Bu", come ormai le chiamava con affetto, per sostenersi durante il percorso quotidiano. A quel punto era praticamente in grado di astenersi da cibo e acqua e in effetti avrebbe persino potuto fare a meno dell’aiuto dei Subr, se fosse stato necessario. Gli unici effetti negativi che notò fu che un eccessivo ricorso all’elisir tendeva a produrre una sorta di intossicazione e dei capogiri non dolorosi, ma fastidiosi. Si ripromise di guardarsi da ciò con la massima attenzione.

Adesso Jophan iniziava a fare sensibili progressi, e ogni giorno i mutamenti nelle caratteristiche del deserto si facevano sempre più evidenti. I giorni erano più freschi, le notti più miti, e le oasi sempre più numerose. Iniziarono ad apparire miraggi delle alte vette di Verofandom e, per quanto ogni volta Jophan fosse deluso nello scoprirli illusori, si consolava con il pensiero che essi indicavano quanto si stesse avvicinando alla meta.

Alla fine la sua pazienza fu premiata. Un mattino oltrepassò una catena lunga e bassa di dune sabbiose e si vide di fronte, troppo nitida per essere un miraggio, una stupenda catena montuosa che si estendeva per quanto gli occhi riuscivano a vedere. Oltre le montagne, intuì con un brivido di soggezione, doveva trovarsi la terra di Verofandom.

 
Capitolo 16
Nel quale Jophan entra nel Canyon della Critica.

A quel punto Jophan insisté con energia raddoppiata, e per sera riuscì a vedere chiaramente un dirupo roccioso che portava alle montagne. Doveva trattarsi, si disse, del Canyon della Critica, l’unica via per valicare le Montagne di Verofandom. Decise di rinforzarsi con una bella notte di sonno prima di affrontare quella nuova minaccia, e la trascorse in un’oasi.

Il mattino successivo, assunto sobriamente un po’ di uovo di Bu, in modo da non compromettere le sue capacità percettive, Jophan si accinse a entrare nel Canyon. Nell’avvicinarsi si avvide di altri Neofan che convergevano in quel punto da ogni direzione. Lo sorpassavano, con gli occhi accesi e felici, e si lanciavano nel Canyon. Ovviamente avevano assunto troppe uova di Bu poiché i loro occhi erano lucidi, i loro passi instabili, le teste ondeggiavano innaturalmente e i vestiti e gli Scudi trascurati e sporchi. Per quanto riluttante a farsi sorpassare da loro, ripensò alle sue precedenti esperienze e ai consigli che aveva ricevuto. Pulì scrupolosamente il suo Scudo dell’Humour, controllò le provviste e solo dopo aver fatto ciò diresse prudentemente i suoi passi all’interno del Canyon.

Il cammino si rivelò essere su un lato e non ai piedi del Canyon. Percorsa un po’ della distanza Jophan notò che mentre alla sua sinistra il terreno continuavano a strapiombo, il dirupo sulla sua destra gradualmente si tramutava in un pendio più morbido. Lungo questo il sentiero si divideva in numerosi sentieri più stretti, che si scavavano la via lungo il fianco della montagna.

Nello scegliere la strada oltre il terreno più aspro, udì un fragore di rocce che cadevano di fronte a lui, e guardò in su proprio in tempo per vedere numerosi sassi precipitare verso di lui da una pietraia incombente. In fretta tirò su lo Scudo e con esso si difese. La maggior parte delle pietre gli cadde sopra senza danno ma, con suo dispiacere, una di esse lo trapassò, come se fosse fatto di vapore, e gli procurò un duro colpo su una spalla. Soffocando un urlo di dolore, Jophan guardò attentamente lo Scudo. C’era, notò adesso, un riquadro sporco che era sfuggito alla pulizia mattutina. Ritirandosi rapidamente al sicuro, Jophan pulì lo Scudo e lo rese uniformemente brillante. Poi si avventurò nuovamente nella zona di pericolo, guardano avanti con curiosità per vedere come gli altri Neofan si stessero comportando.

Fu una terribile visione. A terra lungo il sentiero si trovavano i corpi spezzati e sanguinanti di numerosi Neofan che lo avevano sorpassato quella mattina. Tra questi molti altri barcollavano, in preda al panico, cercando di evitare l’impeto di pietre. Ma le loro menti erano così confuse, e le loro teste così vulnerabili al di sotto dei loro esili e sporchi Scudi, che gli sforzi di molti erano vani. Proprio mentre Jophan guardava, uno degli sfortunati fu spazzato dal sentiero da un sasso particolarmente pesante, e con un urlo straziante sparì dalla vista lungo il pendio roccioso.

Riemergendo dal riparo del grosso masso che gli aveva garantito un po’ di rifugio, Jophan si protesse gli occhi dal sole e guardò verso il pendio per cercare di scoprire perché la caduta di sassi fosse così frequente. Con suo sommo orrore vide, stagliato contro il cielo, una fila di cupi, deformi ometti tutti indaffarati nel cavare pietre e scagliarle contro gli indifesi Neofan di sotto. Li stette a guardare per un po’, ma essi non mostrarono alcun segno di mollare la loro attività. In effetti non sembravano neanche fermarsi per mangiare, poiché Jophan notò un nano che con una mano tirava pietre e con l’altra mangiava quello che gli sembrò un grappoletto di uva passa.

Quell’ultima vista spinse Jophan a decidere che era inutile esitare ulteriormente. Mentre stava per proseguire un urlo selvaggio si levò dal gruppo di nanetti, e il mangiatore di uva scelse una pietra particolarmente tagliente e gliela tirò contro a velocità tremenda. Senza piegarsi Jophan tenne saldamente lo Scudo sulla testa. La pietra rotolò senza danno dallo Scudo e tornò indietro con forza inalterata. Con soddisfazione Jophan la vide colpire il nano con risultato mortale, scalzandolo dal suo piedistallo cosicché cadde urlando lungo il pendio e svanì nell’abisso.

Assai compiaciuto della grandezza del suo Scudo, Jophan procedette lungo il sentiero. I nani parevano aver imparato la lezione, gustato un sorso della loro stessa medicina, e le pietre tirate nella sua direzione lo erano in un modo così incerto e scorato che quasi poteva permettersi di ignorarle. Iniziò a pensare che le minacce del Canyon fossero giunte alla fine.

Tale disposizione d’animo super-fiduciosa fu presto scossa violentemente. Svoltando nella curva successiva sul sentiero Jophan si trovò di colpo nella semi-oscurità.

Pensando che una nuvola avesse oscurato il sole, guardò in su. Quasi gli mancò il cuore nel vedere che l’ombra era proiettata da numerosi immensi, giganti bruni seduti sonnecchiosamente tra gli la moltitudine di nani sulla cresta del dirupo.

 
Capitolo 17
Nel quale Jophan continua il suo cammino nel Canyon.

Proprio mentre Jophan guardava, uno dei giganti si svegliò, grufolando rabbiosamente. Senza alcun motivo apparente, o la minima percezione di cosa stesse facendo, questi mandò fuori un gran urlo di furore, afferrò un masso largo come una casa e lo scaraventò lungo il pendio. L’enorme roccia si abbatté su una schiera di Neofan, sbattendone molti a terra a dispetto dei loro Scudi alzati, e proseguì il suo percorso lungo il fianco della montagna, rotolando di sentiero in sentiero, trascinando ogni tanto interi gruppi di fan.

Quando si spense l’ultimo grido di disperazione, Jophan si voltò a guardare sul pendio e vide che il gigante si era rimesso a dormire con un sorriso soddisfatto e imbecille in faccia. Tremante di disgusto e terrore, indietreggiò di qualche passo e si mise a sedere all’ingresso di una caverna per ripristinare il suo equilibrio nervoso.

Il suono del suo respiro si era appena quietato che Jophan fu di nuovo sorpreso da un rumore picchiettante alle sue spalle. Si voltò rapidamente e, quando i suoi occhi si furono abituati alla semi-oscurità, riuscì a vedere che il rumore proveniva da un Neofan che stava colpendo un pezzo di pietra piatta con una minuscola ascia. Era così intento al suo lavoro che non si avvide della presenza di Jophan finché questi no gli rivolse la parola.

"Chi sono questi esseri terribili?" domandò Jophan impaurito, per dar voce al primo pensiero che aveva in mente.

"Appartengono a una razza nota come i Magrevoo," rispose il Neofan affabilmente. "I nani sono chiamati Fanmagrevoo e i giganti Promagrevoo. In realtà molti di loro non sono malvagi, sono solo privi di cervello e stupidi. I giganti, per esempio, non hanno idea della loro forza e non comprendono neanche metà di quanto accade intorno a loro. In effetti ci ignorerebbero se non fosse per il fatto che sono di continuo scatenati in attività da una strana e potente tribù nota come i Mangiatori di Teste, che vivono sulle montagne." Mentre parlava, sollevò una pietra piatta, che adesso Jophan vide ricoperta di iscrizioni ben intagliate, e la portò all’imboccatura della caverna. Invitò Jophan di seguirlo.

"E in più," proseguì, "ci sono altri Magrevoo che fanno del loro meglio per riparare al danno provocato dai loro compari. Sono noti come i Buoni. Guarda!"

Jophan scrutò nuovamente la scena del massacro sul fianco della montagna. Vide che svariati gruppi di nanetti dai corpi armoniosi e dai volti gentili stavano passando tra le vittime ravvivandole con sorsate di uova di Bu, aiutandoli a rialzarsi e aiutandoli per un po’ lungo il loro cammino. C’era persino una bellissima gigantessa bionda che li assisteva nella loro opera di carità. Ma Jophan si avvide che, mentre molti nanetti selezionavano attentamente tra i sopravvissuti coloro che sembravano destinati a trarre i maggiori benefici dal loro aiuto, la gigantessa non metteva in pratica tale discriminazione. Soccorreva invece un gruppo di Neofan a caso, inclusi quelli in tutta evidenza già morti, li inondava di uovo di Bu preso da un grosso otre che portava sulle spalle e con pochi, poderosi passi li depositava lungo il sentiero. Jophan vide che molti di loro si limitava a starsene seduti inebetiti nel punto in cui li aveva deposti, quasi incapaci di trarre vantaggio dalla loro fortuna.

"E lei chi è?" chiese Jophan.

"Viene da una tribù quasi estinta, i Fillip," disse in tono assente il Neofan. Aveva fatto ondeggiare la pietra nella mano destra e adesso la scagliò con gran forza contro la linea di montagne. Insieme a Jophan la guardò ruotare sulle teste dei nanetti e sparire dalla vista.

"Mancati," disse Jophan.

"Non era un missile," spiegò pazientemente il Neofan, "ma una missiva. Un messaggio per i Mangiatori di Teste, che controllano i giganti. È importante propiziarseli, perché sono senza dubbio la più potente tribù di Fandom. In verità circola la leggenda che dalla loro esistenza dipenda l’esistenza della stessa Verofandom.

"Se è così," disse Jophan, impressionato, "il tuo lavoro è ovviamente della massima importanza, e mi piacerebbe aiutarti, se posso. Il mio nome è Jophan, e sono diretto, naturalmente, a Verofandom per trovare il Mimeografo Magico e pubblicare la Fanzine Perfetta."

"Il mio nome è Letterax," disse l’altro, cordialmente, "e sono felice di fare la tua conoscenza." A tali parole diede a Jophan una piccola ascia, simile alla sua, e insieme si misero a comporre svariati messaggi per i Mangiatori di Teste.

Sparito l’ultimo di questi oltre le montagne, Jophan parlò pensosamente a Letterax.

"Poiché queste montagne circondano Verofandom da ogni lato," precisò, "mi viene in mente che sarebbe altrettanto semplice mandare i messaggi da Verofandom. Perché non continuiamo il nostro viaggio?"

Letterax pareva dubbioso. "Fallo tu, se vuoi," disse, "ma io ho molti altri messaggi da scrivere. Ti seguirò più tardi."

Dentro di sé Jophan dubitò che il Neofan avrebbe mai rinunciato alla sua pacifica esistenza nella caverna, ma gli espresse la speranza di rivederlo nuovamente a Verofandom e gli augurò un cordiale arrivederci. Poi, rifornita generosamente l’esile scorta di uova di Bu di Letterax, iniziò l’ultima fase del suo viaggio verso Verofandom.

 
Capitolo 18
Nel quale Jophan raggiunge la Fine del Viaggio.

Usando attenzione e discrezione Jophan riuscì a evitare la cieca rabbia dei giganti e trovò nel suo Scudo una protezione infallibile contro le malizie dei nani. Uscì così, illeso, dalla zona pericolosa e in breve raggiunse la sommità del Canyon. Lì si trovò su un grazioso sentiero, ornato di fiori, che saliva dolcemente verso un passo tra le montagne. In quella direzione il cielo era tinto di un caldo bagliore dorato e a tale vista Jophan sveltì i suoi passi, poiché sapeva che quel bagliore poteva provenire solo da Verofandom.

Il passo comunque era più lungo di quanto non gli fosse sembrato, e il sole calò prima che Jophan raggiungesse la sommità. Con un po’ di rimpianto decise che avrebbe fatto meglio a trascorrere la notte nel punto in cui si trovava. L’erba ai fianchi del sentiero era morbida e la notte calda e mite, ma Jophan ebbe parecchie difficoltà nell’addormentarsi. Trasportato dalla brezza leggera udì il flebile suono di voci gioiose che venivano da Verofandom, che lo riempivano dell’impazienza di completare il suo viaggio.

Il mattino dopo al primo cenno di luce Jophan era in cammino, e quando spuntò l’alba aveva quasi raggiunto la cima del passo. Ansimando, fece di corsa le ultime centinaia di metri e si gettò per terra, a godersi la bellezza della scena che gli stava di fronte.

Immersa nella misteriosa luce dorata del primo albeggiare si stagliava la bella terra di Verofandom. Solo le sue colline e le sue guglie erano toccate da calmi raggi di sole, poiché il paese era un altopiano solatio cintato su ogni lato da montagne, in modo da formare un mondo a parte. Jophan non avrebbe potuto immaginarne uno più meraviglioso. Ma per quanto fosse bello, gli occhi di Jophan furono attratti e imprigionati dalla cosa più incredibile di tutte. Si trattava di una torre alta e bianca che si ergeva dal terrenoe puntava al cielo. Sulla cima qualcosa brillava, come un sole in miniatura.

Quella, intuì, doveva essere la Torre di Verofandom –e in cima il Duplicatore Incantato!

Tutto felicità, iniziò a scendere dal pendio erboso. Aveva appena fatto qualche passo, prudentemente, che gli venne in mente che lì il suo Scudo dell’Humour potesse avere altro uso che non quello di strumento di difesa. Sorridendo di felicità, posò lo Scudo a terra e lo usò come un toboga.

Così Jophan navigò lietamente fino a Verofandom.

Ai piedi della discesa riprese lo Scudo, che adesso luccicava più brillante che mai, e si incamminò per i viottoli pieni di foglie, in direzione della Torre. Ai suoi lati c’erano numerosi parchi e giardini, sia grandi che piccoli, e di vari gradi di bellezza, nei quali camminavano splendide figure semi-divine che Jophan riconobbe come Verifan. Di tanto in tanto uno di loro si accorgeva di Jophan, e andava a salutarlo e a fargli gli auguri, e a ogni incontro aumentava la sua gioia nel raggiungere la Torre e diventare uno di loro.

Fu quindi sul tardo pomeriggio che Jophan finalmente arrivò alla Torre. Al suo interno c’era una scala a chiocciola, e senza esitare Jophan iniziò a salire. Andò su e su, in tondo e in tondo, sempre più in alto e sempre più in alto, per molto tempo dopo il momento in cui pensava di aver raggiunto la sommità. Ma la Torre era più alta di quanto pensasse, e Jophan era stremato e corto di fiato quando finalmente raggiunse il limite delle scale. Sopra di lui, a quel punto, c’era solo una scaletta verso una botola.

Jophan si sedette sulle scale per un po’, fino a che non gli fosse passata la stanchezza, e riprese fiato. Poi salì sulla scaletta e spinse la botola. Si aprì facilmente, grazie a un meccanismo nascosto. Su Jophan, adesso, c’era solo cielo.

Per quanto avesse fatto tanta strada e sopportato eroicamente così tanti pericoli fino a quel momento, quasi gli mancò il cuore, adesso che la meta era a portata di mano. Ma alla fin fine, facendosi forza, salì velocemente su un’altra scaletta, fino al tetto.

Era in cima alla Torre. Ben al di sotto di lui si estendeva l’intera Terra di Verofandom, fino alle lontane montagne. La sommità della Torre era una lamiera di oro brunito, con al centro un cubo di oro massiccio. Su questo, il mimeografo.

A tale vista Jophan sentì un nodo allo stomaco, e quasi le gambe gli vennero meno. Sbiancato in volto, se ne stava a fissare il mimeografo. Si era aspettato un macchinario scintillante, incastonato di gioielli. E invece vedeva un a carcassa arrugginita e malridotta. Il telaio era sporco di inchiostro, e c’era qualcosa che evidentemente non andava con l’alimentazione. Spiaccicato sullo scintillante cubo d’oro, un occhio in qualche modo osceno.

Jophan cercò di riprendersi, dicendosi che doveva trattarsi di un errore. Ma sul tetto non c’era nient’altro, solo la botola attraverso la quale era arrivato, il cubo d’oro e il vecchio mimeografo. Allibito dallo choc e dalla delusione, si mise a vagare senza meta sulla cima della Torre.

Così facendo scontrò con una mano la manopola del mimeografo e una specie di scossa elettrica lo percorse lungo tutto il corpo. Strabiliato, impugnò la maniglia saldamente. Una corrente di forza straordinaria sembrava intercorrere tra lui e la macchina, passando da uno all’altra, fino a che Jophan sentì che ogni particella del suo essere veniva soffusa da una vitalità singolare, inedita. Anche il mimeografo era mutato. Non c’era alcuna differenza nel suo aspetto esteriore, ma Jophan sapeva che la straordinaria forza aveva preso possesso anche del mimeografo. Era mutato lievemente, come se prima fosse stato morto e adesso nuovamente vivo. Nella sua mano la manopola sembrava tremare. Ancora confuso, Jophan si guardò il corpo. La sua pelle risplendeva di un bagliore identico a quello che aveva notato sui corpi dei Verifan. Le sue membra erano investiti da un’analoga forza semi-divina.

Non appena la rivelazione arrivò, si udì il suono di trombe dorate, e Jophan sentì nuovamente la voce dello Spirito del Fandom.

"Sì, Jophan," diceva, "adesso sei un Verofan; e sei stato tu stesso a renderti tale, come dev’essere. E ora puoi comprendere la seconda, grande verità –e cioè che questo è davvero il Mimeografo Magico, e creerà la Fanzine Perfetta. Perché –e in quel momento il suono delle trombe riempì l’aria circostante. risuonando attraverso Verofandom fino alle lontane montagne- "PERCHE’ IL MIMOGRAFO MAGICO E’ QUELLO CON UN VEROFAN ALLA handle."

E Jophan scoprì che era davvero così...

  

FINE
tit. orig. THE ENCHANTED DUPLICATOR
trad. ital. Andrea Marti