GLI ELICOIDI,
OVVERO: INVASIONE C.-R.  

Vittorio Catani 

Trepuzzi (Lecce)
contrada Trapasso.
Zona semidepressa,
tasso di crescita industriale: zero,
quoziente natalità: zero,
ore: 00:00:00.

Buio pesto e silenzio desolato quella notte, nella campagna-sterpeto, anzi no: un rumore in verità c’era. Per questo motivo Titina Varracchio (nata Ficocelli, contadina, 81 anni) non riusciva a prender sonno. Colpa di suo marito Rosario, che russava come un mantice. Poi c’era il ronzio petulante delle zanzare; e la puzza.

"La smetti?" inveì Titina in dialetto. "Anche quando dormi devi avere l’ultima parola?" Accese la luce del comodino.

Vide che Rosario non russava. Il vecchio, rugoso e allampanato, si agitò con un lungo lamento:

"Ahhh…, Titì, la pancia. E’ lì il rumore. Da tre giorni sto sempre peggio, ma che è!"

Mugugnò dal dolore e annaspò tra le lenzuola. "Gesù", disse con l’affanno, "ieri sera ho assaggiato appena la zuppa di cipollacci, mi aiutano a orinare…" Scivolò fuori dal letto e andò barcollando in bagno.

Titina represse il disgusto. Da un paio di giorni Rosario diffondeva un fetore tremendo, crescente, e si era fatto pallido, anzi grigio. Lui, sempre così abbronzato dall’aria. In bagno lo udì pestare con rabbia alla parete e urlare, poi le arrivò un botto sordo ma violento. Tremarono pareti e vetri. La povera donna si precipitò, incespicando. Aprì.

Madonna del Pozzo e dello Sterpeto, dov’era Rosariuccio, dov’era? Cos’era quella immondizia che scolava alle pareti, sparsa ovunque, quei brandelli scuri e le chiazze di sangue fino al soffitto? Lo stomaco le si rivoltò. Si afferrò allo stipite ma non riuscì a mantenersi. Scivolò a terra facendosi un male d’inferno al ginocchio.

° ° °

(Alcuni giorni dopo)
Agro Lamastrozza,
in provincia di Bari;
ore 01:10:01
(nell’insieme mica tanto meglio, nonostante il look ‘binario’).

A ridosso dei paesi Binetto-Bitetto-Bitritto la notte non significava buio, quella notte. Tra gli alberi contorti si muovevano ombre incerte, una luminosità sanguigna disegnava volti scarni, scavati; volti stravolti. Lunghe vesti nere s’intuivano da riflessi rossastri.

WAAAAURGH!! Un ululato, da uno di quegli esseri misteriosi. Chi, perché!

Per scoprirlo, immaginate di essere una videocamera che s’intrufoli nel folto degli olivi. Ruvidi, come ben sa l’unica ombra chiara del contesto, incatenata a uno dei tronchi. Una povera creatura indifesa, denudata, bianca, appetitosa: Mariolita.

WAAAURGH! Cerchio di fiaccole fumose. Mariolita singhiozza affranta. Una figura mostruosa, puzzolente oltre ogni immaginazione (ma questo una videocamera non può rilevarlo) si avvicina alla donna in cerchi concentrici. Dagli alberi arriva un continuo incitamento, come una litania:

"Dai, muoviti, imbecille. Prendila, è tua! Che ti piglia?"

Il mostro spiraleggia, traballa, poi si blocca davanti alla ragazza che si tura il naso inorridita. Il mostro allunga una mano…

S-PPPP-AAAKK!!!

Momenti d’autentico orrore! Mariolita è già stralunata e non capisce, il regista Sergio Prokolos tenta di togliersi di dosso quello schifo e balbetta stravolto:

"Ahh, ma questo non è nel copione, è… esploso!!" Ha un riflesso condizionato e strilla: "Riprendete, riprendete tutto!"

Voi però (telecamera) non potete: anche l’obiettivo scola schifo, sangue, budella.

° ° °

Appena giunse in ufficio sculettando (forse solo per giustificare il suo nomignolo, ‘Sculli’), Loredana Pasculli fece scivolare incurante il quotidiano aperto sulle offerte di lavoro, una delle quali cerchiata con penna rossa. Piergiorgio Fosco Moldèr, seduto alla propria scrivania, si protese leggermente e lesse: CERCASI MODELLE PER BIANCHERIA INTIMA. Le disse:

"Ancora con le tue idee balorde? Eppoi guarda, pure gli errori. Si scrive cercansi."

"Io" disse Sculli fermamente "non ammuffirò qui dentro, lo ripeto. Nucleo XL! Siamo relegati nella provincia barese, un buco dove non succede mai niente. Questi tempi morti posso sfruttarli per, diciamo, una piccola attività in nero… E lo saprò solo io, chiaro?" Si voltò camminando lentamente e sculettando in modo ostentato, da indossatrice di provincia.

"Ingrata", ribatté lui. "Chi ha detto che non succede nulla? Niente finora, ma il domani chissà che ci porta. E smettila di agitarti così, credi di provocarmi?"

Loro due in realtà erano e volevano restare solo leali colleghi di lavoro, ma sapevano anche scherzare. E inoltre secondo Moldèr la Sculli era un tantino tracagnotta; e ci aveva già il ganzo, o ‘gaggio’ come dicevano da quelle parti: uno zingaro congestionato come un toro da monta, tale Ciardo Romualdo (se non era zingaro perché si faceva chiamare Rom? E Ciardo non veniva da czarda?)

"Almeno" continuò Moldèr "hai letto la cronaca? Hai ascoltato il tg del mattino, hai visto il televideo, ti sei collegata in Internet? Sei andata all’inferno?"

"Non ancora, caro. Prima il piacere, poi il dovere. Vado a farmi un caffè ristretto." Uscì dall’ufficio.

L’ufficio del favoloso Nucleo XL, confidenzialmente Extralarge, o Quaranta (in numeri romani), o Mistero (X) più Libidine (L), era davvero un buco. Lei ispettrice di Polizia, lui brigadiere dei Carabinieri, si erano clamorosamente mimetizzati in Torre a Mare (Bari), ex Torre Pelosa. Sì, proprio ‘Pelosa’, dal greco Apelusion. Maliziosetta l’associazione d’idee, ora… Insomma Dana non era poi da, ehm, buttar via. Contegno ragazzo, pensò lui. Afferrò il quotidiano aprendolo alla cronaca regionale… E trasecolò!

Nel giro di pochi giorni, ben due casi inspiegabili, fortemente sospetti! Scattò in piedi e corse al bar in cerca di Sculli.

° ° °

Avevano deciso di non usare la BMW 2000 di Moldèr non perché cimelio (meglio rottame) anni ’60, ma convinti che per inoltrarsi in stradine di campagna strettissime, spesso delimitate da muretti, l’ideale fosse mezzo più piccolo disponibile. Avevano quindi optato per la microvettura urbana di Sculli, una Suzuki ‘Pet’ nuovissima, che sopportava sì e no due occupanti ("Due cuori e una capote", diceva lei). E avevano preferito Trepuzzi, perché di notte cercare un olivo dove si era tentato di girare un film dell’orrore sarebbe stato impensabile. Piccolo inconveniente: erano partiti da più di 4 ore a tarda sera, viaggiando alla media di 45 orari.

Dopo giravolte e dietrofront, involontarie sortite in pollai, discariche abusive e depositi di letame fresco, l’intrepida ‘Due cuori etc.’ si arrestò con un sibilo nel buio pesto, davanti a un’antica casupola grigia. Moldèr estrasse una mappa e i suoi appunti.

"E’ senz’altro questa. Ora dobbiamo sbrigarci, mi seccherebbe dare spiegazioni alla vigilanza campestre. Mi hanno assicurato che la costruzione è disabitata, perché la signora Titina è ancora in stato di shock, a casa della figlia. Muoviamoci!"

Spensero le luci della Suzuki e accesero una torcia regolandola al minimo. Non fu difficile aprirsi un varco da una delle sgangherate porte di legno.

"Acc…, che fetore. Metti anche tu mascherina e guanti. Dunque: è successo in bagno…"

C’era un modestissimo mobilio contadino. Ai muri oggetti rustici, cretaglie, ferri battuti neri, e ghirlande di cipolle peperoncino e aglio. Eppure vi si respirava un’aria di altri tempi, ancorché puzzolente; l’aria col retrogusto del nerofumo di camino, della faticosa e leale vita di campagna.

"Ma guarda!" disse Sculli contrariata: nel minuscolo bagno qualcuno aveva eseguito una sommaria ripulitura. Tuttavia le tracce che cercavano loro due erano ancora evidenti. "Che facciamo, grattiamo qualche campione d’intonaco?"

L’opera si rivelò laboriosa e rumorosa, perché le mura erano ripassate in cemento. Moldèr ebbe un’illuminazione:

"Portiamoci via questo!" esclamò.

"Il water? Sei pazzo. Dove lo mettiamo?"

"E’ l’unica, ti dico. Lì dentro c’è ancora l’umido, che favorisce il mantenimento della vita microscopica. Dai!" Cominciò a scalpellare alla base.

"Sei completamente fuso" commentò Sculli, ma dieci minuti dopo avevano terminato. Portarono il trofeo all’aperto e richiusero il passaggio.

"E adesso, come cavolo lo mimetizziamo?" Cercarono giornali in giro, ma forse i signori Varracchio e Ficocelli non leggevano.

"Al diavolo" esclamò Moldèr, e si sfilò la camicia fiorata. "Su, issa!"

"Buondio, il cesso traspare e noi lo portiamo in trionfo sulla mia auto", insisté Sculli.

"Stupida borghesuccia! Pensa che da questo cesso potrebbe dipendere la salvezza del genere umano. Finora nessun professore intervistato ha saputo dirci niente, e tu sai già che ci ritroviamo in un tipico caso da Nucleo XL, vero, Dana?"

Sculli lo fissò irosa, ma non seppe controbattere. Manovrò imboccando il sentiero pietroso. "Mi raschierà l’auto", si lamentò. "Mannaggia, una Suzuki fiammante ammaccata da un water merdoso… E infetto!"

° ° °

Allorché Sculli parcheggiò davanti al loro ufficio, l’ora era le 5:48, loro erano a pezzi. "Presto" disse Moldèr, "smontiamo l’aggeggio prima che qualcuno ci veda."

Naturalmente li avevano già visti: colsero occhi sgranati e visi stupiti dietro tendine e imposte socchiuse. "Stramerda!" esclamò Moldèr. "La mia camicia firmata!" Se n’era volata via, e l’oggetto misterioso troneggiava superbo sul tettuccio, nello splendore del primo sole mattutino.

Lo nascosero dentro e si disinfettarono fino ad avvelenarsi. Poi sedettero alle rispettive scrivanie.

"Ormai" disse Sculli con gli occhi cerchiati, "la giornata è finita prima di cominciare. Ho un sonno da letargo invernale."

"Non possiamo" contestò duro Moldèr. "Dobbiamo informarci sulle ultime notizie e far analizzare subito il reperto."

"Dove", disse lei ironica. "Lo porti alla Asl?"

"Comincio io qui, col nostro microscopio. Mi faccio un’idea."

Prelevò un campione di incrostazione dalla base, all’interno del water, e l’esaminò nel piccolo laboratorio del retroufficio. Da lì esclamò:

"Che ti dicevo? C’è vita, qui. Noto forme strane… Mai viste."

"Capirai, parla Pasteur. Spero che non ci becchiamo una nuova forma di peste, capisci che incoscienza la nostra?"

"La peste la riconosco, al vetrino. No, cara, qui c’è sotto qualcosa di grosso. Chissà cosa nascondeva nella pancia quel povero disgraziato del Varracchio… Ehi, guarda!"

Sculli corse a scrutare: da una macchia brulicante si staccavano piccoli organismi più grossi, rotanti come eliche. Che roba poteva mai essere? La ragazza commentò cupa: "Non mi piace. Temo proprio che qui abbiamo un’unica alternativa. Pensi anche tu ciò che penso io?"

"Già: Tanino, detto ’u Scocchiato. Ma chi di noi due glielo va a proporre?"

Sculli aprì un cassetto della sua scrivania. "Eccola", disse. "La monetina dei casi difficili o sgradevoli."

° ° °

Gaetano (‘Tanino’) detto ’u Scocchiato in realtà si chiamava ZdenÆ k Kone¹ ny, ed era originario di Praga. Ma secondo altri autenticissimi documenti era Zolt« n Szeksz« rd, di Békéscsaba (Ungheria); per altri ancora era Fritz Ignaz von Schreker di Vattelapesca. Eccetera. In realtà parlava benissimo l’italiano, seppure con pesante accento di Gravina di Puglia, ma che vuol dire? Lui si esprimeva anche in polacco con evidente inflessione di Zelazowa Wola. Ma almeno era terrestre, o umano? Molti credevano di sì; spesso Moldèr e Sculli pensavano di no.

"Egregio don Tanino!" esordì Moldèr con una manata sulla spalla: per l’approccio, la monetina aveva scelto lui. "Ho qui un regalo per voi, o meglio un reperto. Molto, molto interessante."

Si trovavano praticamente in piena campagna, in una casupola alla periferia di Ceglie del Campo (Bari), sulla piccola provinciale per Adelfia Canneto, tra rampicanti selvatici, polvere di tufo e rottami vari. Sembrava di essere fuori dell’universo, un’altra zona ricca di zeri. Don Tanino, basso come un nano (o forse alto quanto un nano) si tolse gli occhiali viola a specchio, e per prima cosa mollò una pacca a Moldèr, al basso ventre. L’uhu-uurgh! che seguì valeva una bestemmia: comunque ormai il pegno l’ho pagato, pensò Moldèr.

"Non vale!" strillò Sculli: perché lo faceva pagare anche a lei? La solita manomorta al fondoschiena, il luridone. Don Tanino scoppiò in una risata simile al gorgoglio di una latrina e blaterò:

"Ah-eh-arggl! Fate i sostenuti voi due, ma sempre da me avite a vvenì! Avanti, che volete stavolta." Li fissò in piedi, calvo panciuto e lercio.

A questo punto chiunque avrebbe capito perché lo chiamavano ’u Scocchiato. ‘Scoppiato’, nel senso di disaccoppiato, lui era in tutto: un occhio verde e uno rosa, strabismo divergente, due piedi sinistri e due mani destre, fegato al posto del cuore e cuore forse niente.

"Don Tanì" fece Moldèr, "al dunque: vi consegno questo." Estrasse dalla sua BMW 2000 il water imbozzolato e sigillato, e glielo depositò quasi sui due piedi sinistri. Poi gli riassunse il tutto, dall’esplosione dei due malcapitati fino ai microinsetti elicoidali. "Che ne pensate?"

"Comincerò a pensare dopo il mio anticipo, uh-ah-grgl!"

Sculli e Moldèr sganciarono 200.000 pro capite, senza ricevuta. Poi ai due che attendevano impalati don Tanino disse furioso:

"E che ffacite? Sciatavinne, andate, con voi non è possibile ‘pensare’, siete l’antitesi del pensiero, ah-eh-urghl!" Li liquidò con un’ulteriore pacca a Sculli.

"Porco!" gli urlò lei allontanandosi, ma furono entrambi sopraffatti dalla risata-sciacquone.

° ° °

Per Sculli e Moldèr, e per il mondo intero, i giorni seguenti furono un bollettino di guerra. Allibita, l’umanità assisteva impotente al nascere e all’espandersi di focolai d’una nuova mostruosa epidemia. Le persone cominciarono a scoppiare qua e là, come palloncini colorati – in realtà molto meno poeticamente. Come frutti marci, come piccole mongolfiere di putredine, vesciche di gas mefitici. E non si poteva neanche fare l’autopsia, a corpi semi-vaporizzati! Quanto ai corpi smembrati e derelitti sui quali fu possibile agire, i risultati mostrarono gravissime alterazioni chimiche e metaboliche, ma – inesplicabilmente – non risultava nessun germe o virus cui potesse addebitarsi l’orripilante fenomeno.

Le più brillanti menti lavoravano febbrili, tuttavia i risultati tardavano. A Napoli una donna che contrabbandava sigarette e smerciava droga a Posillipo esplose in faccia ai carabinieri arrivati per arrestarla. Ad Atene un doganiere scoppiò addosso a un turista turco appena sceso dall’aereo, provocando un incidente diplomatico. In Medioriente alcuni quasi-putrefatti palestinesi furono sfollati a spappolarsi in territorio israeliano, a Gerusalemme. In Italia nessuno che fosse ai limiti della pazienza gridava più: "Scoppio!", o "Mi scoppiano!" Tutti tremavano angosciati al primo timido accenno di maldipancia, temendo di poter deflagrare da un giorno all’altro in ufficio, in autobus o al Rotary.

Tutti, tranne uno: l’imperturbabile don Tanino, che ‘Scoppiato’ era già, per definizione.

° ° °

"Pronto?" disse Moldèr. "Don Tanì, alla segreteria ho trovato un, ehm, gorgoglio… eravate per caso voi a…"

"Aaarghl, sì ero io! Sto pensando e qualcosa ho trovato, amico mio, riferisci pure ai tuoi capi. Un piccolo organismo a forma di elica assolutamente ignoto, questo lo sai anche tu… Ma io ti confermo che effettivamente è diverso da tutto quanto ho mai visto, e sai che d’esperienza io ne ho."

"So, so", disse Moldèr. Si sussurrava che ’u Scocchiato avesse lavorato alle armi batteriologiche, in segreti laboratori sotterranei dell’ex Urss. "E allora?"

"Secondo me non può essere terrestre! Non fate assolutamente trapelare la notizia. Occorre un sopralluogo per verificare la mia intuizione. Dovrete accompagnarmi alla casa dove avete prelevato il water. Al più presto."

"Vi ci porto oggi stesso, don Tanì. Andiamo voi e io, in gran segreto."

"E Dana, aarghl…!"

"Uh, oggi proprio lei non può assolutamente, ha un impegno per la Polizia" mentì Moldèr in fretta.

"Alle 15 a casa mia" rispose secco don Tanino, e riattaccò.

° ° °

La mattina dopo Sculli e Moldèr si ritrovarono nel loro ufficio.

"Capisci, Dana?" disse lui. "Un’intera colonia di quelle bestioline, cresciute e praticamente visibili a occhio nudo, pullulava nell’acqua del sifone a livello del pavimento, in casa dei Varracchio. Invece niente nelle ‘incrostazioni’ lasciate sui muri da… insomma, sai cosa intendo…"

"Di che ti stupisci?" rispose Sculli depressa. L’argomento la sconcertava. "E’ chiaro che quel poveraccio del signor Rosario, prima di esplodere li aveva già tutti espulsi. Per via rettale."

"Mi chiedo da dove saltino fuori. Un mutazione genetica? O ha ragione don Tanino?"

"Forse ha ragione quel lumacone sbavante. Non sono terrestri, se non somigliano a nient’altro che esista."

"Li ha battezzati ‘Elicoidi’. Credo che bisognerebbe espandere l’indagine agli altri casi, ormai ce ne sono migliaia in tutto il mondo. E invece lui, don Tanino, non vuole. Pretende di venirne a capo da sé, restandosene dove sta. Assurdo!"

"Sai che dico? Io intanto per precauzione una mia piccola indagine la farò. Esaminerò al microscopio un campione d’acqua dal sifone del mio water, sarebbe quanto meno una prova indiretta che, tanto per incominciare, non sono infettata io!" Rabbrividì e si massaggiò automaticamente il ventre.

"Giusto, perché non ci ho pensato anch’io? Perché non ci ha pensato neanche don Tanino? Ehi, Dana, come mai hai cambiato faccia?"

"Pensa se fosse positivo, per uno di noi due. Io non saprei a che santo votarmi, che fare."

Se non aspettare di imputridire, e poi schiattare nel giro di un paio di giorni, pensò Moldèr. Ma tacque, limitandosi ad aggiungere: "D’accordo allora, muoviamoci. A domattina, se non ci sono altri problemi." Incrociò le dita.

° ° °

Invece ci furono subito problemi, e grossi. All’ora di pranzo Moldèr ricevette una telefonata.

"L’esame è positivo!" disse nell’auricolare Sculli con toni tra il funereo e l’isterico. "E a te?"

"Negativo… almeno per ora. Ma lasciamo le mie cose. Siamo a un’urgenza, dobbiamo muoverci immediatamente."

"Per che fare? Fosco, sono terrorizzata!" Raramente lo chiamava per nome. "Morire in quel modo è una prospettiva che rischia di stroncarmi d’infarto ancora prima. Ho ascoltato al tg interviste a medici e biologi di tutto il mondo, navigano nel buio più completo. Che devo fare, Fosco? Aiutami!"

"Be’…" disse lui, scosso. "So che l’idea non ti entusiasma ma dobbiamo anzitutto avvisare don Tanino. In fondo è l’unico referente che abbiamo, e a parte certi dettagli non è mica fesso."

"Magari consultare lui fosse il prezzo da pagare per sopravvivere…!"

"Aspetta, lo chiamo." Mise Sculli in attesa. Poco dopo si ricollegò con lei, e in linea c’era anche la voce dell’altro.

"Aaarghl! Signorina," disse don Tanino "devi fare subito una cosa: un esame con una sonda intestinale. Dobbiamo vedere cosa hai nel pancino. Eventualmente estrarli se ci sono, cercare di ucciderli tutti. Ma non so se sarà possibile", aggiunse freddamente.

"Come? Che vuol dire?" La ragazza era definitivamente confusa. "Fa male?"

"Aaargh! Per piccola Sculli, piccola sonda nel colon-retto e oltre. E’ bene che ti affidi ad amici competenti: clinica privata Madonna della Madia, a Capurso, pochi chilometri da qui. Massimo riserbo. Lo farai ambulatoriamente oggi stesso, in serata sapremo il risultato e cosa fare per salvare te e la terra intera, magari."

Sculli tacque un po’, infine non seppe trattenersi: "Accidenti, don Tanì, da quando ci siete voi di mezzo…" Urlò: "Insomma non ce la faccio più. Le mie terga non ce la fanno più!"

° ° °

Ore 20:30, clinica Madonna delle Madia, Stanza 16.

Tripudio, esultanza, champagne! Degente Loredana Pasculli: esito della retto-coloscopia, negativo. Esame biologico, negativo. Finalmente – pensò Moldèr -- in questa storia qualcosa di positivo!

Nella stanzetta (più che altro una fetta di corridoio riattata) oltre Moldèr e la degente, si stipavano attorno al letto candido don Tanino, un paio di medici, il primario dott. Chelino Pipitone, e la faccia di zingaro assatanato di Romualdo ‘Rom’ Ciardo ‘czarda’. Evviva, viva Sculli e le sue sane budella!

"La santa Madonnina della Madia mi ha fatto la grazia", esalò cerea Sculli. "E io terrò fede al mio fioretto, tre volte alla settimana."

"Eh!? Quale!" insorse con voce strozzata Rom czarda.

"Non preoccuparti, amo’. Ehm… cioè… Non mangerò il dolce…" Tacque, improvvisamente color lava incandescente.

Intanto tutti mostravano letizia, tranne una persona col volto rabbuiato: don Tanino, proprio lui. Disse:

"Ovviamente gioisco per te, carissima, benché il risultato ingarbugli le mie ipotesi sul comportamento degli Elicoidi."

Ci stava pensando anche Moldèr. Com’erano arrivati nel sifone di Sculli se non provenivano dal suo intestino? C’era da temere anche per le condutture potabili? Come si trasmetteva l’infezione? La faccenda sembrava rivelarsi ancora più drammatica, al punto che entro pochi giorni poteva scoppiare l’umanità intera! E difatti, nel mondo la gente continuava imperterrita a scoppiare e morire (o morire e scoppiare), e l’epidemia si allargava in tutte le zone tranne – paradossalmente! – proprio le più arretrate. Forse questo morbo orrendo era un altro portato della tecnologia, com’era stato ad esempio per la Legionella?

"Tutta questa storia" gracchiò iroso don Tanino "mi sembra assurda, waargh! Una cosa contro natura."

"Ih!", saltò Sculli sul letto incrociando lo sguardo di Rom. Stavolta, notò Moldèr, diventarono color cremisi all’unisono.

Maialoni, pensò . Ecco, in casi come questo lui si sentiva impotente in senso lato.

° ° °

Ma la mattina seguente Moldèr ebbe una Visione e una Intuizione.

La Visione gli apparve alle 6:54, appena sveglio. Senza saper perché, si figurò con angoscia la povera Sculli assisa sul suo water già infetto: con le soffici rotondità bianche, che si protendevano verso il piccolo specchio d’acqua sottostante, e in esso si riflettevano vanitose… In quell’acqua, microscopici esserini elicoidali guardavano in su… Poi, come per una sorta di ineludibile Richiamo dall’Alto, ecco che le elichette giravano, giravano, sempre più vorticose, e le creaturine s’involavano dalla superficie liquida verso quel pianetone, un habitat che li avrebbe accolti e fatti moltiplicare…

Moldèr saltò su come fulminato da 10.000 volt: questa era l’Intuizione! Immediatamente telefonò a don Tanino:

"Capite? Semplice: non da Dana ma a Dana, dannata!" Per un attimo gli si attorcigliò la lingua. "Chiaro?"

"Bravo, carissimo. Ci lavoro su e ti so dire al più presto."

Pensò che sarebbero occorsi giorni, ma la mente di don Tanino era strepitosa. Dopo due ore quello lo chiamò:

"Convocate i vostri capoccioni, aarghl! E le tv. Tutto è risolto, e ci ho anche il Rimedio sovrano. Ahò, mi senti? Muoviti!"

La conferenza stampa fu fissata per le ore 16 nel loro piccolo ma glorioso ufficio, alla presenza di poche e però massimissime autorità locali.

° ° °

Dopo le presentazioni di rito parlarono i nostri eroi, che riassunsero gli eventi. Ultimo venne il corvo: don Tanino.

"Io… wa-au-arghl!, credo che gli Elicoidi vengano dalle comete. Da frammenti caduti di recente sulla Terra. Forse la vita stessa venne da lì: contengono acqua, minerali. Credo che gli Elicoidi fossero una forma vivente ibernata, magari da miliardi di anni, e che sul nostro pianeta ha trovato adesso un ambiente favorevole. Si cibano di residui organici, ecco perché privilegiano le acque fognanti. Perciò non dovrebbero introdursi nelle acque potabili, il che è una vera salvezza. Gli Elicoidi sono anfibi, anzi di più: vivono in acqua, terra e anche aria… e corpi. Si avvitano nell’acqua, e così risalgono dalle condutture fognanti ai water. Poi dal water si avvitano nell’aria, e così volano i pochi centimetri fino a…" Ebbe un ghigno osceno. "Ma sì, chiamiamo le cose per nome. Dai water ai nostri culi, signori.

"Questi alieni, vedete, volevano alla lettera… [censura] a noi, ma grazie al Nucleo XL e ai suoi valorosi membri accadrà, ehm, che saremo invece noi a… Be’, insomma accadrà esattamente il contrario, aarghll!!!"

Bon, pensò Moldèr con padana reminiscenza: ecco spiegato perché nel water di Sculli c’erano alieni ma lei non era ancora infetta: questione di ore, di minuti o forse secondi: alla sua prossima seduta…

"Attestatisi nell’intestino umano", riprese don Tanino "gli Elicoidi si riproducono a miliardi e in questa frenetica attività liberano gas e tossine micidiali, tali da gonfiare l’intero organismo fino a farlo esplodere imputridito. Prima però, signori, essi abbandonano in massa le budella, rituffandosi nel water alla prima occasione. Tornano nella fogna, azione essenziale per la loro sopravvivenza! Chiaro?!"

Ecco perché nei resti degli ‘esplosi’ non se n’è trovata traccia, arguì Moldèr. Si guardò intorno, e notò visi dalle espressioni completamente frastornate. L’altro continuò nell’esposizione:

"Scorgo facce inebetite. Meglio, così non avrete la forza di fare domande da ebeti. Comunque si dà il caso che io, signori, abbia anche il Rimedio: economico, razionale e ecologico. La Terra sarà salva! Basterà semplicemente… questo."

Dal pavimento don Tanino sollevò uno scatolone, lo aprì nella fremente curiosità dei presenti e ne estrasse un oggetto inequivocabile, che scaraventò rumorosamente sul tavolo:

"Al mio paesello lo chiamano ancora ’u zipeppe. Sì, il pitale. O pissi-pissi. Logico, neh? Finché siederete qui ogni mattina, nessun Elicoide potrà più, ehm… far nulla. E se lo farete nei campi sarà anche meglio! Nelle zone più arretrate del mondo non si è ancora infettato nessuno, no? Io aggio finito."

Seguì un silenzio glaciale. Dopo vari imbarazzanti secondi, solo il signor Sindaco azzardò una domanda, apparentemente incongrua:

"Signor Moldèr, noto sulla sua scrivania il frontespizio del dossier riguardante il caso in questione, e leggo: ‘Invasione C.-R.’ Può svelarci anche quest’ultimo segreto?"

Il silenzio crebbe ancora. Adesso il pianeta intero avrebbe saputo proprio tutto di questa storia, e del loro incondizionato impegno. Moldèr s’impettì:

"Semplice, signore: significa ‘Invasione Cosmico-Rettale’."

E così dopo il D Day, dopo gli Happy Days, fu l’avvento degli Orinaletto Days.