Farewell
Emiliano Farinella

STRADA.

Il cartellone pubblicitario della Benetton, all’angolo fra la Staromestské nam e la Zelezna, mostrava una specie di laboratorio, una stanza quasi buia; i lettini che vi trovavano posto erano bianchi, illuminati solo dalla luce che filtrava da un piccola finestra in fondo; il pavimento, lucido, rifletteva a tal punto da sembrar brillare di luce propria: questa stranezza provocava strani giochi di ombre che l’algoritmo di guida faceva balenare con disgustosa efficienza sopra un moncherino di corpo a metà tra un bambino e un cyborg. Il display olografico inserito all’interno dell’immagine segnava una temperatura insopportabile e il tasso d’umidità contribuiva a rendere più nervosa la gente afflitta dall’aria irrespirabile in abiti appicicosi.

Era immerso nella folla da qualche tempo, ormai non stava più attento ai singoli visi, ai profumi che emanavano le prostitute che superava. Tutto era ormai confuso in un’unica immagine in movimento, sembrava quasi che la "folla" avesse un’esistenza, una forma in sé, indipendente dalle singole persone che la componevano.

A tutto questo si sovrapponeva un rumoreggiare di tamburi lontani, insistente, perpetuo, più forte e suggestivo ad ogni passo.

Dalla sua posizione, immaginando di alzarsi sopra la folla, poteva vedere il museo di storia nazionale ceca un paio di chilometri più avanti, in fondo al viale pedonale lungo la Legorova. La strada che percorreva solcava il vecchio centro di quella città, passava in mezzo ad un fittissima rete di vicoli e budelli tra bacheche dei più strani e interessanti tipi umani che si potevano trovare in quel posto. Passando accanto ad uno di questi fu scosso dai suoi pensieri da un urlo.

Si guardò intorno cercando di capire chi stesse urlando.

No, è solo una cantante. Poveraccia.

Una chitarra ed una bella voce in quella città non bastavano certo per campare. Si soffermò un po’, attratto da quella musica, roba vecchia, molto, forse si trattava addirittura di un pezzo dei Pink Floyd.

Aveva letto da qualche parte che nessuna opera resiste ad un libro.

Cazzate.

Ascoltare quella vecchia musica urlata da una ragazza così giovane, però, lo fece rabbrividire. Forse qualcuno aveva ancora memoria, si potranno dimenticare i libri, certo, ma alcune emozioni rimangono marchiate. La ragazza finì il pezzo e alcuni si avvicinarono per scaricarle qualche credito elettronico. Quelli che le si accostavano, nella loro normalità, sembravano ancora più strani di lei. Capelli veri o azzurri, collari, tute attillate, nodi di connessione mastoidali, movimenti da flippati: apparivano paradossali accanto a lei, i suoi lunghi capelli castani, la gonna nera, larga e leggera. Sarebbe stato bello osservarla al vento, tentare di tenerla giù. Ora si intravedeva il profilo delle gambe e la rotondità del seno attraverso il corpetto. Rimase estasiato a guardare le sue dita che danzavano sulle corde, si susseguirono la riesumazione di Doors, U2... Poi qualcuno che non riconobbe. Forse cantava in italiano ma non ne era sicuro. La canzone sembrava triste.

La sua voce era roca e sensuale, lui si allontanò a fatica da lei seguendo lo scorrere della folla lungo le budella di quella città.

Appena poco più avanti un negozio di souvenirs e paccottiglia attirò la sua attenzione, la vetrina era affollata da copertine di olo porno, ammucchiati accanto a braccialetti in rame o alluminio e teschi in silverplate per collane. Fu tratto alla realtà, lontano da quelle immagini, da un battito lontano di tamburi; questa volta pareva essere come il pulsare di un cuore umano, aveva quasi l’impressione che fosse coordinato col suo. Si toccò il polso e aspettò qualche secondo. Che idiota che sono... Aveva creduto sul serio che quelle percussioni potessero battere all’unisono col suo cuore: il suo cuore - ora - era molto più veloce e lo diventava sempre di più. Andò avanti non pensando più né al suo cuore, ormai in accelerazione, né al profondo rumoreggiare di quel lontano percussionista di strada.

Passò un arco, poi un altro.

Su un ponte incontrò dei punk. Andavano in giro con un cartello sulle spalle "Punk not Dead". Contenti loro. Presto, a vedere le loro facce pallide e i visi emaciati, sarebbero morti loro.

Sotto quel ponte un tempo scorreva dell’acqua ma da quando tutte le sorgenti erano state sequestrate e l’acqua razionata, dai ponti delle città più ricche si poteva vedere solo un ologramma, e di scarsa qualità. Però, sui ponti per turisti, come questo, il sistema funzionava discretamente e gli altoparlanti diffondevano in stereofonia lo scroscio dell’acqua che passava. Idioti. Nessuno di quelli che ora solcano questo ponte era presente quando qui sotto passava sul serio l’acqua, nessuno sa che d’estate l’acqua sotto i ponti non fa rumore.

In fondo al ponte intravide un gruppo di poliziotti. Quei vigliacchi camminavano sempre in pattuglie di un mezza dozzina di uomini e con gli storditori in pugno. Il ronzio di quegli apparecchi al minimo era peggio di una zanzara nelle orecchie. Invertì la rotta e percorse a ritroso il ponte. Sarebbe bello poter fare lo stesso col tempo e rimediare agli errori, alle ingiustizie, forse il mondo non sarebbe questo cesso.

Rientrò nella strada principale, lì il rumore dei tamburi era più forte. Si decise a seguirlo.

La strada si restringeva sempre più e adesso era possibile vedere cosa offrissero le botteghe su entrambi i lati della strada senza eccessive difficoltà. Lo spettacolo più bello erano forse i buttafuori dei Night che svolgevano un compito solitamente affidato a stupidi cyborg solo perché costavano meno. Cambiatori, spacciatori e crocchi di prostitute affollavano quelle strade: più loro che i possibili clienti.

Gli pungeva il naso. Che cazzo di profumo. La cosa più fastidiosa di quelle strade era l’odore che emanavano molte di quelle donne, un profumo dozzinale, fortissimo, pungente, usato a litri per coprire l’odore di dopobarba che rimaneva loro attaccato addosso.

Non gli prestò attenzione, l’unica cosa che lo guidava era quel suono incessante, sempre più forte. Dopo qualche centinaio di metri la strada si affacciò su una piccola piazza, l’ultima fermata che si dava il viale prima di procedere tutto d’un fiato fin al vecchio museo di storia ceca.

Il rumore qui era intensissimo e chiudendo gli occhi non era difficile immaginare l’aria vibrare in sincronia coi colpi. Girato l’angolo, sulla destra, un semicerchio umano si accalcava contro la parete, priva di fenditure, della "Chécova Banka". Con fatica guadagnò una delle prime file e il percussionista lo abbagliò con i suoi occhi. Da quei fori azzurri straripava tutto il carisma di un messia.

TAMBURO BATTENTE.

Gli anarchici che cercava li avrebbe trovati in mezzo a gente come quella, ma risolse subito che non erano lì. Sesto senso? Forse.

Il percussionista aveva di fronte un tamburo enorme, di produzione artigianale, era un tronco di cono, simile alla fusoliera di un vecchio aereoplano; doveva essere alto due metri e con un diametro di un metro nella sezione più larga. Il suonatore era come drogato dal suo strumento, dava l’impressione di essere lui suonato dal tamburo, asservito completamente al suono che fuoriusciva dalla pelle tesa su quella fusoliera.

I suoi occhi brillavano di una strana intelligenza. Era completamente glabro, la pelle lucida e unta baluginava degli stessi riflessi del gilet in pelle nera che indossava a torso nudo. Sembrava il grande capo di una tribù. Tre uomini suonavano dei bassi tamburi rivolti verso il braccio di folla in cui si trovava lui, parevano strappati a forza dalle foreste e catapultati in quel posto. Dal lato opposto un altro paio di percussionisti suonavano e ballavano in preda ad allucinazioni da acido, in fondo una figura che gli dava le spalle. Non sapeva cosa suonasse e nemmeno gli importava più di tanto. Quella testa danzante che intravedeva portava un copricapo da aviatore vecchissimo, risalente forse alle prime battaglie aeree. Dopo qualche oscillazione della sua testa vide una ciocca di capelli neri e lucidi sgusciar sotto dal copricapo. Solo in quel momento si rese conto che quelle finissime treccioline rosse, che fin dall’inizio facevano capolino da sotto il berretto, non erano altro che un’antiquata parrucca. Ad un certo punto lei si girò, svelandogli quale fosse il suo sesso.

In quel momento non pensò che fosse proprio una ragazza, lei era l’essere più strano e affascinante di tutto il gruppo: la carnagione chiarissima, i lineamenti delicati e quell’aria selvaggia, incontaminata... Non la vedeva molto chiaramente, intravedeva il profilo del viso e gli occhiali da sole. Poi delle strane unghia sintetiche si sollevarono al viso falciando via quel velo scuro e scoprendo qualcosa di molto più scuro, abbagliante nella sua profondità.

Tornando in albergo, attravero la Nàrodni, gli capitò di ripensarci più volte, eppure non ricordava una curva dei lineamenti di quella ragazza. Ripensando a quella tribù di danzatori non poteva fare a meno di far scorrere la memoria indietro fino a quei documentari che aveva visto da bambino: selvaggi, foreste, fiumi sinuosi, serpenti; la luce del Sole che si insinua tra il fitto fogliame verde; zanzare intorno a donne; seni caduti e flaccidi, gingilli alle labra, cesti di granaglie macinate in mano e stormi di bambini che pigolano intorno.

PRIMO CONTATTO.

Quella notte non riuscì a chiudere occhio, una ragazza senza volto lo inseguiva da un incubo all’altro.

Uscì dalla bettola in cui aveva trovato alloggio di mattina presto.

Le strade a quell’ora erano quasi vuote. Il Sole era sorto da meno di mezzora e per strada c’era solo qualche ubriaco in cerca di un posto dove posare le ossa rovinate. Degli operatori automatici erano entrati in azione e tentavano di ripulire la strada dai rifiuti più ingombranti, quantomeno nel viale principale. Lì l’illuminazione era migliore e tutto si vedeva meglio. Pure le immondizie.

Cercò un posto dove fare colazione, ma tutti i caffè erano ancora chiusi. Gli unici locali ancora aperti erano i night. Entrò in uno che prometteva cameriere in topless disponibili a lavorare sotto i tavoli, "dietro lauta mancia" aggiunse mentalmente. Davanti ad una scala in discesa si trovava un buttafuori rammollito e sgonfiato che gli fece cenno di scendere giù. Una serie di odori indistinguibili si affollarono al suo naso, i fumi che li portavano con sé divennero visibili arrivato in fondo alla scala quando una luce da dietro una biglietteria iniziò a falciare la stanza. Si trattava di una biglietteria automatica a segnali lampeggianti. Inserì il suo chip di credito in quella che al tatto sembrava una fessura tra calde cosce e al seguito di un gorgoglio di luci verdi si aprì uno spiraglio nella parete alle sue spalle.

Ebbe l’impressione di entrare in un locale completamente buio. Per un attimo fu accecato dal flash d’identificazione di un DB. Immaginò i suoi tratti somatici sovrapporsi a quelli delle migliaia di uomini contenuti nel DB e solo dopo un paio di secondi lo schermo d’energia si dischiuse lasciandolo entrare.

In fondo era visibile un bancone da bar, dietro un vecchio barista dall’aria annoiata, sulla destra un palchetto che si insinuava tra i tavolini e sulla sinistra una serie di nicchie ed ambienti separati che promettevano essere ricettacolo di sofisticate perversioni.

Si diresse proprio in quest’ultimi. Prese posto ad un tavolo e ordinò ai primi seni che gli capitarono dinanzi un intrattenitore ottico. La gamma di scelta era però alquanto ristretta e alla fine preferì ordinare una tazza di caffè con la compagnia di una ragazza in carne ed ossa, nella speranza che questa fosse meno disgustosa delle scene che si potevano visionare tramite quell’intrattenitore ottico.

La ragazza che arrivò sembrava carina, non che ne fosse sicuro, il buio era fitto e una densa nebbiolina, quasi più fastidiosa dei mugugni che provenivano dalle altre nicchie, infestava tutto il locale.

La ragazza riuscì a stare ben cinque minuti ad ascoltare il suo silenzio prima di sciogliersi in un frase.

-- Un uomo di poche parole a quanto sento.

Quel posto, quella situazione, non erano fatti per lui. Non sapeva cosa dire, non sapeva cosa fare. Doveva trovare i cripto e l’ambiente dove cercarli era questo.

-- Be’ amico, contento tu... -- continuò la ragazza con falsa calma, poi con voce quasi stridula: -- sei tu a pagare e per me lavorare o stare qui a...--

-- No -- la interruppe bruscamente lui. Non sapeva bene cos’altro dire ma non gli piaceva tacere e apparire debole.

Decise allora di parlare di tutto e di niente sperando che nel frattempo qualcosa accadesse.

La ragazza lo seguì abbastanza scocciata lungo il filo delle sue storie, storie di false amanti e amici fedeli mai incontrati; sogni e realtà, fino ad arrivare all’ultima storia, il motivo della sua presenza in quel posto. L’attenzione della ragazza sembrò risvegliarsi tutta ad un tratto e lo interruppe con voce sottile:

-- Amico, ti stai ficcando in un bel casino. Tempo fa una mia amica si è trovata sodomizzata da un palo in acciaio lungo due metri per aver detto di aver scopato con un criptoanarchico.-- Ci fu una breve pausa che lui sfruttò per assimilare la notizia, poi lei aggiunse con voce preoccupata: -- I criptoanarchici vogliono rimanere così, nascosti! E se ci tengono tanto avranno pure i loro cazzo di buoni motivi.--

Sapeva che non gli avrebbe fornito più alcuna informazione. Si fece dire il suo nome, sembrava francese, Yvonne; pagò alla cassa regalando al vecchio barista un sorriso compiaciuto e lasciò una grossa mancia a nome di Yvonne, due giorni di lavoro per lei.

Andò direttamente al più vicino nodo pubblico della rete e si collegò alla banca dati della stazione di polizia locale. Credeva che i casi di morte per impalamento non potessero essere troppi negli ultimi anni. Le sue ipotesi vennero confermate, nessuna donna era morta in quel modo nell’ultimo decennio, eccetto una. Estese il raggio della sua ricerca e seppe che fino a trenta anni prima nessuna altra donna era morta in questo modo, e che solo un uomo, pochi giorni prima di lei, aveva fatto più o meno la stessa fine, presumibilmente il tizio che se l’era scopata.

Chiese al computer di inviare al video l’intero record che gli interessava.

IDENTIFICAZIONE: _Christine Eveline_

ETA’ ANAGRAFICA:_24 anni_

ETA’ FISICA STIMATA:_processo di invecchiamento stabilizzato ad un’eta’ di 16 anni_

RAZZA:_bianca

ALTEZZA:_172 cm_ NAZIONALITA’:_slovacca_

CAUSE DECESSO:_arresto cardiaco - dovuto alla penetrazione per via rettale di corpo estraneo_

CLASSIFICAZIONE DELLA MORTE:_SCONOSCIUTO DA QUESTA UNITA’_

INDIZIATI:_SCONOSCIUTO DA QUESTA UNITA’_

RESPONSABILE INVESTIGATIVO:_SCONOSCIUTO DA QUESTA UNITA’_

Tentò di forzare le chiavi di riservatezza del record usando la password di identificazione fornitagli prima della partenza. Era una password di primo livello, avrebbe dovuto aprire le banche dati di qualunque sistema legale non mimetico... Non passò molto prima di accorgersi che ogni tentativo di accedere ai livelli riservati, anche quelli che dovevano essere accessibili ai semplici funzionari di polizia, era destinato a fallire. Immergendosi nella matrice, forse, avrebbe potuto fare qualcosa di più, ma non era necessario... lui non voleva informazioni, voleva semplicemente trovarli o farsi trovare.

Si assicurò che la cabina dove si trovava fosse ben chiusa ed oscurata, dopodiché ruppe il neon con un pugno e la luce verdognola del monitor rimase l’unica a rischiarare le unità di bio-memoria che uscivano fuori dal suo lobo parietale destro.

Infettò la banca dati con un sistema di sabotaggio ed uscì dalla cabina. I cripto avrebbero certamente notato il casino che aveva fatto e l’avrebbero cercato: qualunque record si richiamasse in tutta la banca dati era quello di Christine a venire visualizzato sui monitor.

Uscì in strada. Stavolta decise di cambiare strada, non voleva vedere più quegli squallidi night o altra roba, ormai gli dava fastidio l’odore di quei posti e di quelle donne.

RENDEZ VOUS

Una vecchia donna, con i capelli sporchi avvolti in un fazzoletto rosso a fiori larghi e gialli ed il volto emaciato per la fame e il freddo degli inverni, vendeva dei fiori sintetici assieme a delle bustine di essenze floreali davanti ad una vecchia chiesa sulla Masnà. Comprò con i pochi contanti che si trovava in tasca una rosa bianca, pareva quasi vera, ma non faceva alcun odore e la vecchia gli fornì una bustina con l’essenza corrispondente, poi si avvicinò al pub che cercava.

La procedura da seguire questa volta era davvero strana: subito dopo aver sistemato le cose affinché i cripto potessero rintracciarlo doveva venire in questo locale e aspettare che l’Aiuto mandato dai suoi superiori lo contattasse.

Il locale non sembrava affollato così entrò con piacere.

L’interno era molto buio, un sassofono risuonava languidamente attraverso le sottili pareti del locale. Era la colonna sonora di un vecchio film, forse era Vangelis.

Ordinò una birra, una Guinnes, nera, come il tavolo davanti al quale sedeva. Quando tornò la cameriera le diede la rosa bianca assieme al chip di credito per il pagamento. Il suo sorriso lo ripagò ampiamente e si dispiacque di aver tenuto per sé la bustina.

Bevve una birra, poi un’altra e un’altra ancora... Attraverso i fondi scuri dei bicchieri che si susseguivano immaginava di vedere ancora quella ragazza senza volto. La sua immagine lo perseguitava.

Si ridestò da questi pensieri al passaggio di un’ombra femminile.

La osservò sedersi al bancone, chiedere una birra analcolica, tastarla e posarla subito. La spiava con guizzi rapidi degli occhi mentre prendeva una Coca Cola e bevutane metà d’un sorso lasciava scuri cubetti di ghiaccio a galleggiare fra le bollicine. Lei si voltò a guardarlo, e i due rimasero a fissarsi per qualche secondo, poi lei gli voltò le spalle e disse qualcosa alla cameriera che l’aveva servita. Lui non poteva staccarle gli occhi di dosso, il suo sguardo tentava di insinuarsi tra i suoi lunghi capelli neri e correva lungo la schiena scoperta attravero il solco appena visibile della sua spina dorsale. Quando lei si voltò di nuovo iniziarono un duello di sguardi, armati di occhi sfuggenti come le pantere.

Lei afferrò il suo bicchiere di Coca Cola mezzo vuoto e si diresse a passi incerti verso il suo tavolo.

Lui si rintanò nella sua birra e si perse lo spettacolo del suo vestito bianco e nero svolazzante. Era bellissimo, stretto in vita e con un lunghissimo spacco che dall’anca le arrivava fino alla caviglia. Alzando gli occhi avrebbe visto la carne bianchissima di quella gamba fare capolino, tra i neri lembi del vestito, ad ogni passo.

Gli si sedette di fronte.

Lo sguardo di lui passò dalla sua Guinnes al tavolo in lucido marmo nero fino alla Coca Cola davanti agli occhi di lei.

Qualcosa scattò.

I lineamenti della ragazza si scomposero e ricomposero innumerevoli volte nella sua mente, come un computer che scandaglia le unità di memoria alla ricerca del dato cercato, fin quando le emozioni che lo sommersero lo avvertirono della enormità di quanto si trovava dinanzi.

La ragazza senza volto che lo assillava nei suoi sogni era lì, all’altro capo di quel piccolo tavolino.

La luce di quegli occhi era un marchio indelebile.

Tutto è nero in questo posto.

La birra, la Coca con le bollicine, il tavolo venato da sottili filamenti biancastri...

In quell’oscurità i suoi occhi brillavano come un buco nero nell’universo. Neri come lo spazio, di una profondità tale da dare le vertigini. Pensò ad un vecchio libro che aveva letto da bambino, i primi viaggi nello spazio, le vertigini di quegli uomini in una cabina a venti centimetri dal vuoto.

E’ Splendida.

La bocca di lei si mosse ma non capì cosa disse.

Parlava con una rara cadenza napoletana.

Dopo qualche minuto riuscì a sfuggire alla musica della sua voce e al fruscio delle sue gambe accavallate sotto il tavolo.

Lei stava parlando delle sue antipatie per le discese.

-- ...non sopporto quel vuoto allo stomaco. Forse la sensazione peggiore è negli ascensori. Un paio di anni fa entrai in panico quando l’ascensorista ci fece sistemare con i piedi agganciati sotto le maniglie per evitare di levitare per il cubicolo in discesa, scappai dall’ascensore gridando e impiegai mezz’ora a scendere con gli ascensori d’emergenza in compagnia di un medico...

Lui interruppe la sua confessione con una fragorosa risata.

-- Be’, lo ammetto, non sono poi una gran coraggiosa...

Continuarono a parlare per ore, la cameriera si avvicinò un paio di volte con aria delusa per portare altra birra e Coca Cola.

-- Questo è per lei -- le disse lui offrendole anche la bustina di plastica a scacchetti bianchi e verdi con l’essenza profumata -- ho trovato di meglio. --

Fiorentina non capì cosa volesse dire ma gli regalò lo stesso un ampio sorriso che gli mostrò la sua lucente protesi dentaria.

Era la prima volta che vedeva simili denti in bocca ad una ragazza, parevano essere lisci e morbidi come le sue mani. Le ragazze che aveva visto finora immaginava avessero tutte denti rovinati e ruvidi e certamente quando davano il culo non lo facevano per denti nuovi.

Lei ad un tratto si fece seria e parlò con voce più distaccata: -- La Sintec vuole che ti stia dietro e venga con te all’incontro con i cripto. --

-- Per un attimo avevo creduto che il mio "fascino" avesse fatto colpo...-

-- Stiamo parlando di lavoro...-- lo ammonì lei senza avere la forza di guardarlo negli occhi e giocherellando con dita nervose sul suo bicchiere.

-- Ok, allora rispettiamo la procedura...

-- Già, quasi dimenticavo... Tieni qua.-- Fiorentina si tolse gli occhiali da sole dai capelli e glieli porse.

Lui si portò una mano all’orecchio e con gesti sicuri sganciò il piccolo cristallo azzurro incastonato direttamente nel lobo. Tastò i naselli degli occhiali e inserì quel cristallo nell’apposito recettore situato in un nasello e indossò gli occhiali con gesti nervosi.

Le lenti degli occhiali si attivarono e le informazioni iniziarono ad essere proiettate nei suoi occhi a velocità subliminali.

Dall’esterno Fiorentina non poteva vedere nulla, aveva solo l’impressione che i suoi occhi si illuminassero di una strana iridescenza dietro le lenti scure.

I 4 mega di informazioni vennero assimilati da lui in pochi secondi, ma il processo lo lasciò un po’ stordito.

Fiorentina gli dette pochi secondi di pausa e poi chiese incalzante: -- Sai già dove avverrà l’incontro? --

-- No, finora mi sono limitato a fargli capire che li sto cercando. Ho fatto un giochetto con una banca dati...

-- Non mi interessa. -- Disse lei recuperando gli occhiali che lui aveva posato sul tavolo per stropicciarsi gli occhi. -- L’importante è che ti trovino. Ora usciamo e ti autorizzo a credere che il tuo fascino abbia fatto colpo sul serio -- concluse lei mostrando un sorriso che lui temeva essere artificioso.

Uscirono dal locale, in strada. Lei si calò gli occhiali da Sole sugli occhi, un’abitudine retaggio di posti dove splende ancora un Sole. Passarono per la piazzetta dove l’aveva vista per la prima volta.

Le chiese cosa suonasse quel giorno che l’aveva vista per la prima volta.

-- Cosa? Io non so suonare!

-- Non eri tu quella che danzava accanto al percussionista...?

-- Certo che no! -- lo zittì Fiorentina con voce quasi infastidita, ma lui non ebbe più dubbi quando rivide quelle strane unghie falciare via gli occhiali da sole e scoprire i suoi occhi, molto più scuri degli occhiali, abbaglianti nella loro profondità.

Non volle sapere perché mentiva, ognuno aveva diritto ai suoi segreti. Non importa pensò nella cabina in cui si erano rifugiati per sfuggire alla pioggia, mentre andavano al suo albergo.

L’acqua che le aveva bagnato i capelli puzzava dei fumi neri che ricoprivano la città, lo stesso odore dei suoi capelli neri e appiccicosi, sui quali ora lui appoggiava le labbra e il naso.

La camera era una ragnatela di fili e console, lei si liberò della giacca umida e lui si accorse del ragno che le decorava le spalle all’altezza della scapola destra: un piccolo ragno a dodici gambe rosa e nere, tre per ogni spigolo del suo corpo. Le accarezzò la spalla con una mano, ed ebbe l’impressione di sentirsi pungere quando le toccò la bioscultura sulla spalla.

-- Ti tratti bene con le apparecchiature...-- disse Fiorentina allontanandosi da lui e immergendosi in quella giungla di fili d’alimentazione.

-- E’ il vantaggio di lavorare per gente che ci tiene alla riservatezza.

Lei si avvicinò ad un sensore ottico con dei microled intorno all’obiettivo ed esclamò: -- Hai un navigatore che supporta ELITE!

-- Ah, ahh -- confermò lui.

Fiorentina gli diede l’impressione di cambiare argomento: -- Quando ero piccola mi piaceva costruire immagini di sintesi e castelli virtuali.

-- Forse si può trovare il software adatto nella matrice, fin quando i cripto non ci contattano siamo liberi, se ti va puoi provare a costruire qualcosa.

-- Sì! -- sussurrò lei felice come una bambina portandosi le mani strette a pugno alle labbra.

-- Potremmo anche fare uno scanning dei nostri corpi e inserirci nella matrice con le nostre vere sembianze.-- Aggiunse Fiorentina entusiasta di poter usare quella nuova tecnologia.

-- C’è un piccolo problema -- disse lui divincolandosi dalla sua stretta -- ho un solo set di sensori.

-- Forse trovi ancora aperto un megastore. Non è tardi.

Lui si tolse la T-shirt umida di pioggia e poi disse imbarazzato:

-- Scusa, non sono abituato ad avere compagnia...--

Lei lo guardò per un po’.

-- Sei strano. -- E dopo una lunghissima pausa aggiunse -- Mi piaci -- abbassando lo sguardo sulle piastrelle verdi e nere del pavimento.

Lei si sedette sul letto che cigolava, gli prese una mano e tentò di attrarlo a sé.

Lui non ebbe la forza di guardarla negli occhi ormai disponibili ad un incontro, si divincolò dalla sua presa leggera e uscì dalla camera con occhi bassi.

Passando attraverso la sudicia hall dell’albergo scaricò il chip della messaggeria nel suo decoder portatile e la voce femminile mal digitalizzata del suo apperecchio sillabò in un inglese arcaico:

T i aspetto. maséviçe 486/n a - z .Yvonne .

Erano loro! Salì di corsa le tre rampe di scale che lo separavano dalla sua camera ed irruppe nella stanza. Staccò i dermatrodi che trovò incollati sulla fronte di Fiorentina e in pochi minuti furono in strada.

I cripto erano più prudenti ed efficienti di quanto si aspettasse: lo avevano rintracciato in poche ore ed avevano lasciato un messaggio senza che la centralina per le comunicazioni potesse registrarne la provenienza.

Per un breve attimo sperò che il messaggio fosse sul serio di Yvonne, ma questo pensiero svanì molto in fretta.

CONTATTO.

Tra le nubi scure di gas filtravano deboli raggi del Sole ormai alto.

Le strade si stavano trasformando nel solito fiume di folla. Arrivarono in autotaxi all’indirizzo che aveva copiato su un pacchetto di fiammiferi plastificato a scacchi rossi e gialli. La paura di perdere le cose lo affliggeva paranoicamente.

La peggiore zona della città, un posto adatto a ragazze come Yvonne, che tristezza.

Fiorentina non disse nulla per tutto il viaggio, si limitò a stare col naso incollato al finestrino e le mani strette in petto.

Scesero dal veicolo e ritirò il chip di credito che lui aveva inserito alla partenza.

Attraversarono la porta che credevano fosse l’entrata dell’edificio da loro cercato.

Si ritrovarono in un una piccola anticamera malamente illuminata; lui afferrò una maniglia scura, umida al tatto, che si vedeva appena nel buio della stanza, e fece scorrere con uno sforzo la paratia di listelli di plastica bianca cui era ancorata e la oltrepassarono velocemente. Si affacciarono su un enorme atrio dalla pianta circolare e un alto tetto piramidale in plexigas; l’ambiente era ancora grezzo, la sua costruzione non era ancora ultimata.

Il pavimento era in terra battuta. Affondarono con un po’ di timore i primi passi nelle pozzanghere che infestavano la zona subito dietro l’entrata e si avviarono al centro del padiglione. Nessuno dei due fiatava.

L’illuminazione, garantita unicamente dal debole Sole mattutino, filtrato da spesse coltri e dai vetri fortemente scurati del tetto, risultava inadeguata per l’ampio ambiente.

Ormai erano quasi giunti al centro di quella sala quando sentirono dei passi alla loro sinistra sovrapporsi al ronzio di fondo dei ventilatori ancorati alle giunture delle sezioni di plexigas del tetto.

Dei proiettori a fasci di luce coerente si focalizzarono su di loro abbagliandoli e contemporaneamente si illuminò uno schermo, di fronte a loro, sul lato della sala opposto all’entrata, con l’immagine di Yvonne. Appena le pupille riuscirono a restringersi a sufficienza, sulla loro retina si focalizzò l’immagine di una stanza che assomigliava tragicamente al laboratorio ritratto nella pubblicità della Benetton. Al centro dello schermo, l’immagine di Yvonne: i vestiti strappati, le gambe nude, divaricate; una trave, a punta, rilucente della freddezza dell’acciaio, minacciava di trafiggerla. Lo schermo si spense e al suo posto rimase in funzione unicamente il sistema audio che diffuse un clangore metallico e subito dopo un urlo straziante.

Poi il silenzio.

Il silenzio di Fiorentina in quel momento gli pesò maggiormente.

Dopo un tempo che sembrò inarrivabile il ronzio delle saracinesche che scorrevano sotto il tetto in plexigas per oscurare il Sole lo riportò alla realtà.

I proiettori di luce coerente si spensero e vennero sostituiti da fioche luci a diffusione: in questo modo quell’ambiente non forniva alcuna indicazione spaziale per orientarsi.

-- Oh-Ohh In compagnia pure... potrebbe essere divertente. -- disse una voce ghignante.

Lui ebbe l’accortezza di non parlare per non dar loro il vantaggio di sapere che non sapeva come orientarsi in quel locale.

-- Sappiamo che eri interessato ad incontrarci -- disse una voce con fare più autoritario della precedente che lui non riuscì a collocare in una posizione precisa -- Abbiamo organizzato questo incontro per facilitarti il lavoro --

-- Dovremmo ringraziarvi forse...? -- sentì dire alla voce di Fiorentina proprio accanto a lui.

-- No, naturalmente no...-- rispose con voce soddisfatta quel cripto. -- Se c’è qualcuno da ringraziare è solo la memoria di quella là, Yvonne, mi pare... -- concluse soffermandosi perversamente sul nome di lei, e dandogli il tempo di ripensare alla sua atroce morte.

A queste parole lui ritrovò le forze per ribellarsi ma decise di usarle con parsimonia: -- Ho un messaggio da parte di Zimmermann-- si limitò a dire.

-- Come osi fare il nome del nostro profeta!-- Questa volta credette di udire la voce proveniente da un indecifrato posto alla sua destra.

-- Zimmermann -- insistette con divertito stupore -- mi ha consegnato questo messaggio steganografato -- disse mettendo ben in vista una busta di plastica trasparente contenente un’unità di memoria ottica e una foto -- con l’ordine di consegnarlo al capo del locale gruppo Cypherpunk --

-- Stronzate! --

-- Una IA non dice stronzate! -- li zittì.

Le luci si spensero per qualche minuto; rimase solo al centro della sala a piangere in silenzio per Yvonne e riflettendo. Zimmermann era un Dio per i cypherpunk, il creatore del PGP, colui che aveva dato vita al primo sistema di criptazione algoritmica assolutamente indecifrabile, e un martire per averlo diffuso in rete ed essere stato arrestato a vita e poi ucciso per questo. Alcuni fanatici conservavano ancora delle copie di backup delle sue principali facoltà mentali nella speranza che fosse possibile comporle in una IA che facesse da surrogato del loro Dio. Aveva giocato d’azzardo parlando di una IA, ancora non esisteva...

Le unità di bio-memoria che gli erano state emplantate nei lobi parietali avrebbero potuto riportare in vita la mente di Zimmermann semplicemente inserendovi i dati di backup gelosamente conservati da quel gruppo di criptoanarchici. Un’intelligenza senza un corpo che le permetta di confrontarsi ed interagire con il mondo esterno si arena irrimediabilmente su problemi quotidiani di incredibile semplicità.

Il suo ruolo era molto semplice, portare a spasso la mente di Zimmermann per farle recuperare le sue facoltà pschiche. Dopo un breve periodo di tutoring si sarebbbe potuto trasferire tutto su delle unità di memoria montate su un nuovo androide realizzato appositamente.

Non gli restava che vedere fino a quale punto la fede li rendesse remissivi e accondiscendenti.

Le luci si riaccesero aumentando d’intensità molto lentamente come se qualcuno stesse divertendosi con un reostato: erano dei faretti orientabili che garantivano un’omogenea illuminazione di tutto il locale senza provocare alcuno disorientamento spaziale.

Di fronte ai suoi occhi si materializzò un gruppo di uomini le cui fattezze si fecero sempre più nitide con l’aumentare delle luci.

Dopo qualche secondo si accorse di non avere più accanto Fiorentina, ora era distante un paio di metri da lui.

Gli uomini che vide erano tutti abbastanza giovani, ma più anziani di lui. Vestivano tutti grunge tranne uno che indossava un doppio petto grigio gessato. Proprio lui iniziò a parlare.

-- Perché Zimmermann vuole mettersi in contatto con noi?

Da dietro intervenne una voce con ironia: -- E’ ritornato per dirci "Cypherpunk di tutto il mondo unitevi"?

-- Bastardi -- trovò la forza di grugnire, e poi a voce più alta perché potessero sentirlo: -- E’ inutile che cerchiate di fottermi: io, Zimmermann e voi siamo degli sporchi individualisti. -- decise che era meglio lasciar credere che anche lui fosse un criptoanarchico, quindi continuò: -- Preferirei farmi strappare le palle a morsi che unirmi a voi. Ho un messaggio da consegnare ed è solo questo che voglio fare.--

-- Di cosa si tratta?

-- Dico, che cazzo ne so io? Se è criptato è criptato! La chiave di decifrazione l’avete voi. Il mio dovere l’ho fatto tenete qua e addio.-

-- Dai qua -- gli sussurrò sprezzante un uomo con in testa un enorme cappello di paglia rossa che gli si era avvicinato, mentre gli strappava di mano la busta di plastica trasparente.

Fiorentina si avviò a passi decisi verso quel gruppetto di criptoanarchici e con fare deciso disse: -- Prima di vedere quel messaggio è meglio che leggiate il contenuto di questo microfloppy. E’ in PGP. La chiave di decifrazione è qui. -- disse aprendo la mano sinistra e mostrando una cartuccia.

L’uomo con l’abito gessato le si fece incontro, prese il microfloppy e lo inserì nel computer che portava all’avambraccio attraverso una fessura nella giacca. Per inserire la cartuccia con la chiave le cose si fecero più complicate e dovette sbottonarsi il polsino.

Passarono brevi attimi, l’unico rumore della sala era il fruscio dei ventilatori e le gocce di un impianto deumidificante in cattivo stato che cadevano sulle pozzanghere del pavimento.

Dopo qualche minuto l’uomo con l’abito gessato staccò gli occhi da terra, la sua attenzione non era più rivolta al monitor oculare che indossava.

-- Andiamo -- disse rivolto ai suoi uomini -- e lei viene con noi.--

-- Cosa?!? -- urlò lui iniziando a muoversi verso Fiorentina.

Poi si fermò. -- Rimani dove sei -- disse lei -- gli ordini sono questi.-

Le luci si spensero. Il fruscio dei ventilatori si dipanò fino a sparire, poi un sibilo di aria compressa, un odore terribile e iniziò a perdere i sensi.

risveglio.

Il fumo rancido dei falò che bruciavano nel parco gli arbusti delle cime rosse lo risvegliò. Passato il disorientamento ricordò di Yvonne, dell’incontro e di tutto il resto. Rovistando tra questi pensieri delle strane immagini si affacciarono sulla sua mente. Iniziò a sentire delle voci, delle frasi che non avevano senso. Poi, poco alla volta, un ricordo non suo si compose nella sua mente in maniera sempre più nitida, pareva un ricordo visivo, alla fine apparve come un messaggio dei cripto: "EF94FF-And: LA TUA MISSIONE E’ COMPIUTA.".

Rimase per un paio di minuti immobile sulla panchina, come se stesse ancora dormendo. Annusò l’aria impregnata dell’odore rancido di quei falò: da quando era stata data libera licenza di coltivare l’erba questi arbusti leggeri erano diventati i preferiti per falò intorno ai quali "volare".

La sua mente non poteva fermarsi. Non capiva perché si fossero rivolti a lui con una sigla da androide. Tra l’altro non capiva perché loro si erano presi la briga di comunicargli l’avvenuta fine della missione. Il terribile sospetto che gli avessero manomesso la mente iniziò ad insinuarsi tra i suoi pensieri.

Doveva assolutamente saperne di più.

Decise di non tornare alla base per farsi accreditare la notifica di MISSIONE COMPIUTA sul suo referenziario e prendersi i soldi, prima doveva assolutamente scoprire cosa gli avevano fatto.

Si rimise a passeggiare tra la folla per il suo viale.

Per un attimo desiderò di poter trovare il conforto di qualcuno, di un amico, di una donna... Cacciò a forza quei pericolosi pensieri dalla sua mente e si diede da fare per dare un senso al messaggio dei cripto.

Doveva assolutamente ritrovare il suo aiuto, Fiorentina. La procedura era stata troppo strana per trattarsi di un semplice aiuto, tra l’altro sembrava solo d’impiccio in una missione di quel tipo. Lei sapeva sicuramente qualcosa che gli avevano nascosto. Voleva leggere il messaggio che lui aveva consegnato ai cripto e la loro risposta e solo Fiorentina lo poteva aiutare. Doveva assolutamente trovarla, poi avrebbe pensato al modo per convincerla.

Si diresse a passo spedito verso il pub dove aveva parlato con lei per la prima volta. Solcava quel fiume di folla in modo irruento, il pensiero che potessero aver manomesso la sua mente lo rodeva.

Passò di fronte la vecchia chiesa, ma non vide traccia della donna con i fiori, poi si infilò subito nel pub.

Un sax risuonava all’interno del locale, stavolta non sapeva di chi fosse il pezzo che suonava e in verità non avrebbe saputo dire se si trattava di un vero sax o di un sintetizzatore.

Si sedette al bancone ed ordinò una Coca Cola. Dopo qualche secondo gli si avvicinò una cameriera che gli porse una Guinnes.

-- Ve la offre la signorina lì in fondo -- accennando con la testa verso un tavolo in un angolo buio.

Lui si alzò speranzoso che fosse proprio lei e si diresse a passi decisi verso quel tavolo.

E’ lei!

-- Sapevo che ti avrei ritrovato qui.--

-- Ti ho cercata...

-- Lo so, vuoi saperne di più. Non ti convince quello che ti hanno detto.

-- E magari tu sei pure disposta ad aiutarmi, vero..?-- concluse lui sbuffando.

-- Certo.

Bevve un sorso della sua Coca poi lei continuò: -- io sono un esperto in tecnologie wetware, quelle piastre di biomemoria te le ho messe io là dentro. -- indicando la sua testa.

-- Dovrei ringraziarti?

-- Stronzo! Io sono l’unica che può aiutarti.

-- Che vuoi per farlo...

-- Le altre informazioni che hai in testa.

-- Che vai dicendo!?! -- poi con rassegnazione -- Credevo di non avere nulla ancora.

-- Cielo quanto sei ingenuo. In testa avevi montato una specie di DEMO per convincere i cripto ad accettare l’affare.

-- Cristo!

-- Questo è quello che mi hanno detto di inserirti alla Sintec, in più ho fatto un lavoretto che frutterà un po’ di soldi sia a te che a me...

-- Addirittura... mi hai pure fatto un favore. E quanto viene...?

-- Poi si vedrà. Il punto è che per nasconderlo ho dovuto creare una subdirectory invisibile, le informazioni le si possono tirare fuori solo se tu vuoi farlo.

-- Un piccolo genio, eh? Non sapendo che ci fosse questa directory non avrei mai potuto tirare fuori le informazioni.

-- Adesso mi serve la tua collaborazione, e non fare più lo stronzo.

-- Troia -- mugugnò e poi a voce più alta -- Prima di tutto voglio sapere come richiamare quest’informazioni e di cosa si tratta.

-- Oh certo, mi sembra il metodo più veloce per farmi fottere. Quando servirà saprai tutto.

-- Ok...-- disse lui guardandole gli occhi e riscoprendola come la prima volta che l’aveva vista. In quel momento si pentì d’averla trattata in quel modo, forse lei voleva aiutarlo sul serio. Forse...

-- Ora andiamo fuori. -- Disse lei dolcemente.

-- Una sola cosa: voglio sapere che messaggio ho portato e come hanno risposto i cripto.

-- Questo è un po’ difficile da sapere, il messaggio che hai portato non era di mia competenza, non era nelle piastre.

-- Tu sai come ottenerlo.

-- Ti posso dire come trovare il messaggio di risposta, e so anche come trovare la chiave di decifrazione.

La voce di Fiorentina riprese quel suono dolce che lui ricordava.

creazione.

Fiorentina aveva insistito per usare un elaboratore di paesaggi fantastici in 3D che sovrapponesse i suoi sogni al background di dati dove si trovavano le informazioni che lui cercava.

Lei era già collegata da qualche minuto quando lui la raggiunse.

Il silenzio della creazione di Fiorentina era irreale, quasi metafisico; i cloni dei loro corpi elaborati tramite ELITE volavano sopra una spiaggia di sabbia azzurra e il mare bianco come il latte lambiva le loro ombre proiettate sulla spiaggia. Il Sole che illuminava i loro corpi era caldo e luminoso, grande 5 volte il Sole che illuminava la Terra, quella luce sana, non malaticcia come il Sole di tutti i giorni, faceva brillare i capelli di Fiorentina di riflessi che mai avrebbe creduto di poter neppure immaginare.

La spiaggia si trasformò, poco per volta, in ciotoli, poi in roccia e questa prese presto le sembianze di un colle. La vegetazione era lussureggiante e allo stesso tempo contenuta.

Sorvolando questo piccolo colle potevano vedere i sentieri che si insinuavano tra la vegetazione, in cima un casolare, oltre una distesa enorme di fenicotteri rosa.

Scesero di quota e si fermarono davanti all’entrata del casolare. Era una vecchia costruzione, i muri in pietra e il tetto con tegole rosse inverdite dalla muffa. Entrarono dentro spingendo la vecchia porta di legno scardinata. L’interno era molto povero. Un vecchio letto disfatto in un angolo, un camino con dei tizzoni inceneriti, un tavolaccio al centro della stanza con un paio di sedie intorno e un tavolinetto da studio sotto una piccola finestra che guardava verso il lago dei fenicotteri.

Fiorentina si diresse proprio lì, studiò per qualche secondo quel tavolino, provò ad intingere un pennino in delle boccette in ceramica, ma erano vuote. Poi gli disse di avvicinarsi.

Lei prese un vecchio tomo poggiato sul tavolo da studio, era un trattato sui fiori, glielo porse.

-- Aprilo

Lui l’aprì alla pagina segnata sul segnalibro.

-- C’è una Ginestra vero?

-- Sì -- disse lui esitante.

-- Mi piacciono le ginestre... Guarda la quarta di copertina.

-- La pubblicità della Benetton?!? -- Disse lui stupito.

-- Il messaggio è lì.

-- Ma cosa ci fa qui, dietro un libro...

-- Non farti domande, vuoi sapere cosa hanno risposto i cripto?

-- Ok.

-- Siediti, c’è da perdere un po’ di tempo.

Ai margini del suo campo visivo comparve il menù. Fiorentina selezionò il comando "Apri file" e andò alla ricerca di STEGO. Trovato il programma reperì la chiave in un modo che a lui apparve oscuro.

Stego iniziò la decrittazione. L’immagine sulla copertina del libro iniziava a svanire. Uno ad uno i bit che fornivano le informazioni per i pixel venivano cancellati. L’immagine perse prima il colore, poi la luminosità, il tono... alla fine, rimasto solo l’ultimo bit non rimaneva più nulla dell’immagine originale, sulla copertina erano visibili solo dei caratteri incomprensibili. A quel punto STEGO iniziò la seconda fase del lavoro e attraverso l’algoritmo chiave che gli aveva fornito Fiorentina ricompose il messaggio. Sulla copertina del libro apparvero dei caratteri ASCII inintellegibili, poi in chiaro:

" La vostra proposta è stata da noi valutata in base a dati tecnici, etici e religiosi.

Di seguito le decisioni dei Cypherpunks in coordinazione fra i gruppi di tutta la Terra:

1. accettiamo la vostra offerta per riportarein attività la mente del porfeta Zimmermann

2. quando il profeta sarà in grado di intendere e volere come una intelligenza artificiale di primo livello verra dato seguito alle vostre richieste."

Questo non lo aiutava molto a capire perché l’avessero chiamato in quel modo. Uscì dal casolare su tutte le furie e Fiorentina lo seguì di corsa per andare ad abbracciarlo. Questa volta i suoi capelli non puzzavano, la magia della RV le donava anzi un odore irreale.

Si rimisero in volo, andarono verso il lago. I fenicotteri rosa ricoprivano completamente lo specchio d’acqua del lago, soltanto qualche riflesso del Sole che riusciva ad uscirne fuori avvisava dell’acqua su cui si trovavano quei volatili rosati.

Fiorentina era lì, accanto a lui, per qualche strana ragione credeva che le cose fra di loro fossero cambiate in quegli ultimi minuti. Avrebbe voluto dirle qualcosa, chiamarla per nome, stringerle una mano, ma un’ombra oscurò il Sole. Tutti i fenicotteri si erano alzati in volo oscurando ai loro occhi il Sole e accecandoli col suo riflesso sul lago. Subito dopo furono investiti da uno stormo di pipistrelli, mentre dei grifoni, splendenti di riflessi metallici, li assalirono e iniziarono a beccarli con l’acuminato becco d’acciaio. Fiorentina fece scivolare con snervante fluidità e lentezza la mano virtuale sull’angolo destro superiore del loro campo visivo. Apparve il menù e il suo dito indice si posò sul tasto di uscita.

Un messaggio apparve in sovraimpressione a chiedere conferma.

buio.

Fiorentina cercava un rifugio dalle paure che la tormentavano nell’angolo più riparato di quella cella oscura. Uno spiraglio di luce si aprì dinanzi a lei, l’abbagliò per un attimo ma riuscì a intravedere qualche particolare della scarna cella che la rinchiudeva.

La luce era lontana ed accecante, delle silhouettes si interponevano tra i suoi occhi e quel faro lontano dando l’effetto di una specie di luce stroboscopica.

L’ultimo flash, poi un tonfo e il buio.

Lui era di nuovo lì, vicino a lei. Fiorentina striscò fino a lui, senza sforzare le gambe martoriate, arpionandosi al pavimento con quanto le restava delle sue splendide unghie. Quando fu sufficientemente vicina potè sentire il suo corpo contorcersi nello sforzo di respirare. Si avvicinò ancora. Si mise a sedere con le gambe incrociate, soffocò un lamento che le stava salendo per la gola e prese la sua testa sulle gambe.

Poteva essere passato solo un quarto d’ora o un giorno intero quando lui le parlò per la prima volta.

-- Mi hanno imbottito di farmaci per dare via libera alla neurosonda. -- Una pausa per smaltire gli spasmi e poi: -- Vogliono informazioni.--

Il silenzio con cui lei gli rispose era particolare, pareva essere stato concesso per permettergli di parlare ancora, lentamente, quanto gli permettevano le sue stanche membra, provate dalle sollecitazioni chimiche.

-- Dovevo capire che era pericoloso passeggiare per il cyberspazio alla ricerca di informazioni. -- Gli spasmi, provocati con una saturazione automatica del suo sistema neurotrasmettitorio ad ogni contatto con una neurosonda, per evitare che potesse fornire informazioni, lo costrinsero ad un’altra pausa, poi riprese a fatica: -- Loro ci stavano dietro.--

In quel momento una leggera scossa lo percorse per tutto il corpo, sicuramente anche Fiorentina la avvertì e sciolse il nodo che le bloccava la gola per sussurrargli: -- Non ti preoccupare, ce la faremo.

Era rimasto ben poco di quella voce che avrebbe potuto sciogliere iceberg o muovere montagne. Anche il suo accento napoletano si era fatto più lieve, era quasi sparito, troppo delicato per resistere a certe sollecitazioni.

Fiorentina ora sembrava meno fragile di quanto non gli fosse apparsa in quel pub, così continuò a parlare sperando di scrollarsi di dosso un po’ del panico che lo attanagliava: -- Ci mancava poco che non mi spappolassi lì, davanti ai loro occhi, senza dare alcuna informazione, per gli spasmi. Mi hanno privato di quasi tutte le possibilità motorie con un neuroinibitore mirato. Mi vogliono tenere vivo a forza.

-- Sì, ti terranno in vita ad ogni costo -- Fiorentina dovette mantenere una voce fredda e distaccata per non scoppiare in lacrime, era meno forte di quel che voleva apparire -- Quel giorno al pub mi avevi colpita sul serio.--

-- Oh, sì -- bofonchiò lui ironico.

--E’ un vero peccato che a questo mondo non sia mai concessa un’altra occasione.-- La voce affranta con cui lo disse non sembrava artificiosa, d’altronde non c’era più ragione perché lo fosse.

Fiorentina gli passò una mano sulla fronte, lei tremava ma sembrava essere più forte di lui. Lo baciò sulla fronte da cui aveva spazzato via alcune gocce di gelido sudore e si coricò accanto a lui abbracciandolo più forte che poteva.

Lei si addormentò e a lui rimase soltanto il profumo dei suoi capelli a fargli da compagnia nella sua insonnia deliriosa e tormentata.

Riusciva a vedere la sua vita, i suoi ricordi con una sconcertante lucidità. Ogni scelta che aveva operato fino a quel momento gli apparve perfettamente chiara, dispiegata su uno schema logico binario. Solo risposte positive o negative. Acceso o spento. Lungo questo flusso di pensieri la sua vita si scompose in azioni e scene perfettamente distinte e perfettamente individuabili. Tutti i suoi ricordi sembravano straniarsi dal suo corpo e il suo corpo gli parve sempre meno suo.

Per degli atroci attimi gli parve di vedere una vita che non fosse la sua, ricordi non suoi ed emozioni mai provate si sovrapponevano e negavano quello che lui credeva essere la verità, la sua vita.

Dopo ore di agonia trovò qualche attimo di pace.

Quando riaprì gli occhi la prima cosa che intravide nella fitta penombra della stanza furono i caldi occhi di Fiorentina chinata su di lui.

Nessuno dei due ebbe bisogno di parlare.

Lui alzò una mano e si meravigliò osservandola asciugare alcune lacrime sulle guancie di Fiorentina. Si portò le dita umide alle labbra e si sentì scaldare dentro assaporando la salsedine di quelle gocce. Poi entrambi trovarono la forza e la voglia di parlare.

-- Mi eri piaciuto da quando ti avevo visto al pub... Sul serio.

-- Lo speravo davvero.

-- Ma -- continuò lei come se lui non avesse detto niente nel frattempo -- mi accorsi che eri speciale solo quando andammo nella tua camera. --

Lui si stupì ingenuamente.

Un sorriso le animò le labbra e al Sole avrebbe brillato di tutta la sua bellezza mentre diceva: -- Per questo...!

Forse lui sapeva quale era la verità, ma non ne era sicuro. Decise di non aggiungere nulla e di lasciarle credere che lui fosse così, ingenuo, come piaceva a lei.

Terrore.

La porta si aprì un’altra volta e un’altra volta assistettero allo spettacolo di luci stroboscopiche.

Questa volta portarono via Fiorentina e quando lui la ritrovò nella cella si accorse con terrore che del suo bel vestito bianco e nero rimaneva solo qualche brandello ancora umido di sangue. Le lacrime di lui le bagnarono il petto e la scossero dalla sonnolenza della neurosonda. Aprì gli occhi, parevano essersi svuotati e riempiti di paura.

Per la prima volta lui tentò di abbracciarla. Le mani gonfie gli si ingrovigliarono tra i suoi lunghi capelli neri ed appiccicosi ed ebbe bisogno di tutta la sua collaborazione per portare a termine quanto voleva fare. Alla fine fu lei a scaldare lui, come sempre.

Parlarono tutta la notte e tutto il giorno seguente. I loro carcerieri avevano acceso un display rosso all’interno della cella simile a quello della Benetton, volevano che fossero al corrente di quanto durava la loro paura.

Bruciarono in quelle ore tante emozioni empatiche che gente normale non avrebbe bruciato in un’intera vita.

-- Vorrei sentire ancora il sax del pub.

Questa frase gliene fece ritornare in mente un’altra che amava particolarmente, sembrava strano, ma lo aiutava a consolarlo, lo rassicurava di approssimarsi alla morte col cuore gonfio di emozioni. Rilassò i polmoni e fra le sue labbra sibilò come un sussurrò: -- "La candela che brucia da due parti si consuma in metà del tempo". Sai chi l’ha detto?

Ci furono dei brevi attimi di silenzio, poi immaginò le sue labbra distendersi in un sorriso...

-- "Io ne ho viste cose che voi umani non potreste nemmeno immaginarvi..." -- lo canzonò lei.

Poi riprese svelta a parlare: -- Nella tua mente avevo conservato delle informazioni preziose, i dati tecnici di un nuovo modello di androide.-

-- Sarebbero gli androidi che avrebbero dovuto supportare le piastre con la mente di Zimmermann?

-- Sì. Si tratta di un’invenzione eccezionale, un passo da gigante nell’ambito delle tecnologie wetware, la fusione quasi completa tra uomo e macchina. Questi androidi sarebbero stati quasi uomini, oltre alle somiglianze esterne dentro potevano supportare la personalità di un uomo vero... Androidi capaci di empatizzare e soffrire come uomini...

Lui era troppo stanco per parlare e si affannava a dare un ordine logico ai suoi pensieri e alle parole di Fiorentina. Poi le luci stroboscopiche si accesero per l’ultima volta per trasformarsi subito in fari accecanti. I suoi occhi ebbero un breve attimo di pausa quando due figure vagamente umane si chinarono a raccoglierlo da quella pozza di sudiciume dove aveva passato le ultime 36 ore, offrendogli per un breve attimo riparo da quel faro che lo abbagliava.

Fiorentina era già sparita dal suo campo visivo quando la sua retina fu capace di inviare messaggi intellegibili al cervello.

L’ultimo contatto che ebbe con lei fu un urlo strozzato che lo inseguì fin oltre la porta che scivolava sulla chiusura : -- EF94.04, SEI TU IL DEMO! TU SEI UN ANDROIDE, IL PRIMO...

Quando il pianto le ruppe la voce lui era ormai lontano, un paio di livelli più in basso, ancorato su una lettiga in un ascensore grigio senza specchi.

INFERNO.

Era perfettamente cosciente. Tutto intorno a lui pareva essere completamente buio, il buio più profondo che avesse mai visto.

Tutto pareva morto, forse era morto lui.

Un grido profondo squarciò quel silenzio, veniva da lontano, da troppo lontano per poterlo sentire. Lui ormai non poteva sentire più nulla, i criptoanarchici avevano staccato tutte le sue connessioni neurali sintetiche.

Quel grido che si autocompose nella sua mente non era altro che la ricostruzione inconscia degli ultimi attimi su questo mondo di Fiorentina... Riecheggiava nella sua mente come un laser riflesso in una camera di rifrattori ottici, intrappolato all’interno di quel grumulo di neuroni sconnessi da ogni possibilità di comunicazione esterna.

MORTE.

Il cartellone pubblicitario della Benetton, all’angolo fra la Staromestské nam e la Zelezna, mostrava ora l’immagine di una colonia su Marte. La temperatura che segnava il display rosso era notevolmente alta ma gli fece accaponare lo stesso la pelle.

Guardò i titoli di uno stampato del QUOTIFAX lasciato a rovinarsi sul bordo di un marciapiede. Un trafiletto in basso a destra lo rabbuiò in viso: "Nel giro di due giorni si segnala la scabrosa morte di due giovani donne, una prostituta locale ed una turista italiana. Le identiche modalità della morte lasciano presup..."

Ripensò al casino successo alla Sintec: tutti i laboratori andati in fiamme e i suoi simili, perfettamente funzionanti, andati distrutti per non lasciarli nelle mani delle squadre d’assalto dei cripto.

Un amaro sorriso gli animò le labbra ripensandoci: un vecchio antropologo aveva detto che i selvaggi non esistono. Aveva ragione... I cripto non erano dei selvaggi, sapevano anche essere sottilmente crudeli. Alla Sintec non avevano trovato né androidi né gli schemi tecnici dei suoi percorsi neurali. Quindi non potevano rimetterlo in funzione e per loro lui era completamente inutile. L’avrebbero potuto uccidere ma non lo fecero. Anzi lo rimisero a posto e lo lasciarono libero.

Lui era condannato a morte, come DEMO non doveva funzionare e appena avrebbe ricevuto l’input sbagliato...

Che cesso di mondo, tutti che pensano a fottere gli altri.

Aveva le mani sudate. Faceva caldo, troppo.

In quel momento sentì una goccia di sudore scivolargli lungo la schiena, lo gelò. Si stropicciò le mani sui jeans consunti per asciugarle, notò qualcosa nella tasca e la tirò fuori. Occhiali da sole, il modello ultraflessibile che usava Fiorentina; lui ne aveva acquistato un paio nel negozio di souvenirs e olo porno vicino alla cantante.

Li indossò e levò gli occhi al cielo alla ricerca del Sole.

FAREWELL.

Una parola si affacciò nella sua mente tormentata, irruenta ed imprevista come un temporale in quel periodo. "Addio". Finalmente ricordava quale fosse la musica ascoltata al pub.

Le sue labbra si mossero ripetendo i testi che l’accompagnavano nel film senza che un suono trapelasse tra i suoi denti.

"Bella esperienza vivere nel terrore. In questo consiste essere uno schiavo. Sempre che questo sia vivere..."

In quel momento ricordò di non aver mai detto Addio a Fiorentina. Era arrivato il momento di farlo...

Falciò via gli occhiali gettandoli a terra e preparandosi a gridare al cielo scuro il suo addio. Un lampo illuminò il cielo, l’ultima cosa che sentì fu il ruomore del vetro delle lenti che si frantumava sotto i piedi, poi la pioggia ricominciò a scrosciare.

 

C:\NOTES> type FIORENTINA.TXT

"When the doors of perception are cleansed, man will see things as they truly are, INFINITE."

PRAHA, august