Raphael A. Lafferty


È nato il 7 novembre '14 nello Iowa (U.S.A.), da famiglia di orgine irlandese, nella cittadina di Dubuque, sulle rive del Missisipi.
A quattro anni si trasferì, con la famiglia, a Tulsa, nell'Oklahoma, e da allora vive quasi ininterrottamente lì.
Ha combattuto nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale.
Ha sempre svolto l'attività di ingegnere elettronico, fino agli inizi degli anni settanta, quando andò in pensione.
Ha incominciato a scrivere verso gli inizi degli anni sessanta.
Il suo primo romanzo, "Space Chantry", è del '68.
Grande vecchio della Sf, è una delle voci più originali che abbia prodotto.


Bibliografia essenziale

romanzi


"Cantata spaziale" (Space Chantey, 68),

"Galassia" n. 216, ed. La tribuna, 76 ,traduzione di Gianni Montanari,© 68,by Ace Books,Inc.,138 pagine;in cui Lafferty tenta un'operazione letteraria piuttosto complessa,ovvero la trasposizione dell'"Odissea" di Omero in chiave fantascientifica.A proposito di fantascienza e mitologia vi consiglierei di andarvi a leggere il bellissimo saggio di Giuseppe Caimmi "Mitologia e dintorni" ("Robot" n.32,ed.Armenia,'78,pag.163), oltre che quello di Alessandro Paronuzzi "Il pensiero orientale" (idem,pag.176).Comunque,detta così,la cosa sembra leggermente strana,un pochettino esagerata,magari affiora anche un po' di ibris...ma come,il classico dei classici ridotto a favoletta,a romanzetto di fantascienza?
Scandalo!
Ed è proprio qui che Aloysius punta,a divertire,a scandalizzare,anche,a raccontare enormi fandonie.Si tratta di vari episodi a sè stanti,legati fra di loro da un tenue filo conduttore,appunto,del mito.
Io,sinceramente,mi sono fatto delle grosse e grasse risate,nel leggerlo,ma questo non vuol dire certo che sia un puro e semplice divertisment,anche se,fondamentalmente,lo è.Che Lafferty si diverta a prendere in giro (per usare un bell'eufemismo) il suo pubblico,è un sospetto che non può che sorgere,e che è stato anche esposto da più parti.
Dovremmo forse inalberarci?Credo che leggendo questo libro si inalberino i così detti conservatori,i bigotti,quelli,insomma...credo che mi capiate;e allora?Lafferty era mica un reazionario?
Mah?
La trama,l'ordito è intriso di continui rimandi,di riferimenti ammiccanti che arrivano diretti al lettore dalla mentalità aperta,e che,credo,feriscano il pedante.Dunque Lafferty lo si può definire un antiscientifico o no?O semplicemente un vecchietto con una gran voglia di vivere?Io,sinceramente,propendo per la seconda interpretazione.E la morale,qual'è la morale del romanzo?Non c'è morale,e basta;o forse ognuno vi trova la morale che ci vuole trovare,quella che gli fa più comodo,quella che sente come sua...se proprio vuole trovarvi una morale.
(da "R.A.Lafferty o della fantasy moderna",2° parte di "La lunga notte di Lafferty",di Marcello Bonati,"The Dark Side" n.4,82,pag.51)
"Le scogliere della Terra" (The Reefs of Earth, 68),
"Galassia" n. 222, ed. La tribuna, 76 ,traduzione di Roberta Rambelli,© 68,by R.A.Lafferty,125 pagine;in cui si narra dell'intrusione di una famiglia Puca in un mondo tranquillo,quello dell'America conosciuta da Raphael.
Montanari,nell'introduzione,fa notare come il motivo per cui "in alcuni circoli di S.f. degli Stati Uniti "The reef of earth" è considerato il romanzo meno riuscito di Lafferty,sia unicamente l'eccessiva facilità con cui il lettore americano trova sterotipi a lui vicini,vedendo affondare le lame del sarcasmo lafferiano fin dentro alle radici dell'intero popolo americano".
Ciò mi pare verosimile,ma a me,a noi lettori italiani,il romanzo appare sotto tutt'altra luce;principalmente come un romanzo di "fantasy moderna",come la definirei io,in cui certo non si rispettano le ferree leggi della razionalità dominante,ma in cui è appunto il diverso,l'alieno che giunge a scardinare il quotidiano.
Anche qui,come in tutti gli altri romanzi del nostro,eccezion fatta per "Cantata spaziale",troviamo quei titoli dei vari capitoletti così accattivanti,racchiudenti,in un certo senso,tutta l'atmosfera che si respira della narrazione:"Vuotar la terra ed ammazzar la gente";"Bruciare il mondo levando un gran miasma",eccetera,tra l'epico-poesistico e l'ironico,tra il simbolico e la rappresentazione netta della violenza fisica.Dicevo "Fantasy moderna",e in questo senso;l'importante non è,come in ogni buon romanzo di S.f. pura che si rispetti,afferrare cosa stia succedendo nelle pagine,ma bensì,preso per buono il fondale fornito dall'autore,far scorrazzare la fantasia nei luoghi mentali preferiti...e questa è fantasy,tanto più che il fondale,come dicevamo,non rispetta per niente i canoni della così detta realtà.
(da "R.A.Lafferty o della fantasy moderna",2° parte di "La lunga notte di Lafferty",di Marcello Bonati,"The Dark Side" n.4,82,pag.52)


"Maestro del passato" (Past Master, 68),

"Cosmo argento" n. 18, ed. Nord, 72 ,traduzione di Gianpaolo Cossato,© 68,by R.A.Lafferty,174 pagine,finalista Hugo 69,finalista Nebula 68;di difficile definizione,come per tutta l'opera del nostro,vedi l'elenco di "quello che potrebbe essere" redatto da Riccardo Valla nella gustosissima introduzione;il tema centrale,indubbiamente,è quello dell'utopia,anche se il Thomas More del romanzo non è il Thomas More storico,per lo meno non del tutto,come giustamente fa notare lo stesso Valla.Ancora una volta,quindi,la Sf contemporeanea,quella più avanzata tocca il tasto dolente del migliore dei mondi possibili,e delle ambiguità che esso comporta;la conclusione è pur sempre ancora quella:non è possibile tale mondo,non esisterà mai,non è plausibile,nel senso che non fa parte della struttura mentale dell'uomo,del suo essere come è.A questo proposito mi viene in mente il "Triton" di Delany e il "I reietti dell'altro pianeta" della Le Guin;il primo era una distopia,mentre il secondo un'utopia ambigua.
E questo "Maestro del passato",cos'è?
Forse è la caduta dell'utopia,o meglio l'ironia dell'utopia e sull'utopia,la sua presa in giro,la sua satira piena di humor nero,fino all'ultravioletto,come dice Delany,una commedia nera.
Il marchio che caratterizza questo fritto misto è il colore e lo velocità,l'invenzione mai esaurita,il divertimento del narrare che a volte sembra quasi irridersi del lettore,delle sue possibilità interpretative,dei suoi presunti sforzi in tale senso.
E si finisce,ancora una volta,per rinunciare a ogni velleità di inglobamento a livello teorico-cattedratico di tale componimento,per lasciare del tutto aperte le strade della mente alla scorribanda impetuosa della fantasia di questo vecchietto pestifero della S.f..
(da "R.A.Lafferty o della fantasy moderna",2° parte di "La lunga notte di Lafferty",di Marcello Bonati,"The Dark Side" n.4,82,pag.53)


"Quarta fase" (Fourth Mansions, 70),

"Sf narrativa d'anticipazione" n. 2. ed. Nord, 74 ,traduzione di Gianpaolo Cossato,242 pagine,finalista Nebula 70,finalista (5°),Locus 71;complesso,profondo,polisenso.
Molto interessante la presentazione di Prinzhofer,che tenta di inquadrare l'opera in un contesto culturale molto ampio,andando a scovare due generi quali il masque cinquecentesco e la quest arturiana,che secondo lui,farebbero parte del background in cui si muove l'opera.
Per quanto riguarda la quest mi trova pienamente d'accordo,tanto che tale ripescaggio viene a confermare quanto sostengo io sulla possibilità di inquadrare l'opera del nostro come "fantasy moderna":"L'indagine giornalistica perseguita cocciutamente dal protagonista Freddy Foley a dispetto dei savi consigli e delle peggiori minacce,è una quest in piena regola,raccontata,anzichè coi modi del romanzo (o poema) cavalleresco,con i sistemi del masque."
È evidente che di simboli e,conseguentemente,di araldica,il romanzo è infarcito,ma mi sembrano un po' eccessivi i riferimenti colti che Prinzhofer attua;forse è più lecito andare a guardare alla produzione più vicina a noi,al simbolismo della fantasy moderna,ed in questo contesto vengono perfettamente inquadrati anche quegli elementi impoetici che al compianto Renato non dovevano quadrare eccessivamente;a me,ad esempio,viene in mente Dick,col suo romanzo "Ubik mio signore",che trovo decisamente più vicino questo "Quarta fase" che i masque di Robert Lee Frost citati nell'introduzione.
Molto interessante il lavoro di Prinzhofer per quanto riguarda la posizione che Lafferty stesso si assegna all'interno della sua opera.
Prima cita Alexei Panshin che scrisse:"Raphael Aloysious Lafferty è un portentoso bugiardo e Quarta fase rappresenta la bugia migliore e più lunga."
Poi interviene lui stesso:"Bugia,ovviamente,sta per favola,in quanto ogni vero narratore racconta bugie più o meno lunghe,ma meravigliosamente convincenti."(vedi a questo proposito il saggio di G.Placereani "Novecento nonnine",vedi "Saggistica")
E poi prosegue:"Qui (nella trama) abbiamo un bugiardo matricolato grande come una montagna...a guardia di una fonte...questo guardiano appartiene ai tassi,,,fra i tassi,amici dell'uomo...ci sono anche gli aloisii,e l'autore si chiama anche Aloysius;sappiamo dunque quale parte egli assegni a se stesso:nel masque e fuori di esso."
Tra parentesi,vorrei far notare una curiosità:il Nostro si pone spesso come personaggio dei suoi racconti e romanzi;basti pensare a "Aloys" (Aloys) e a una frase di "Cantata spaziale",in cui uno dei marinai spaziali agli ordini di Roadstrom,l'Ulisse del futuro,si chiama appunto,Aloys;compare solo lì,poi non si sentirà mai più parlare di lui.
Abbiamo nominato i tassi;questi non sono altro che una delle categorie in cui sono suddivisi i protagonisti della storia;ci sono i pitoni,"quelli che si uniscono per diventare superuomini",ci sono i rospi, i redivivi,ci sono i falchi,"l'autorità di pugno saldo,ma ottusa...il fascismo",e quindi i tassi,coloro che "amano realmente gli uomini.".
In conclusione mi sembra che la posizione dell'autore in questo romanzo sia senza dubbio una posizione molto morale,una posizione cristiana,e questo ci viene da lui stesso confermato in un'intervista(P.Walker,op.cit.,pag. 143).
Permettetemi a questo punto una piccola digressione personale,una divagazione sul tema:avrei gradito maggiormente il romanzo se Lafferty avesse fatto vincere i pitoni con la loro trama cerebrale,e se la quinta fase ci fosse stata,senza quei dubbi che egli espone nel finale;avrebbe potuto essere il superamento del nichilismo e della decadenza,la morte dell'ultimo uomo e l'avvento dell'uomo nuovo;Nietzsche,tanto per intenderci.
(da "R.A.Lafferty o della fantasy moderna",2° parte di "La lunga notte di Lafferty",di Marcello Bonati,"The Dark Side" n.4,82,pag.53)


"Il diavolo è morto" (The Devil is Dead, 71),

"S. f. b. c. " n. 45, ed. La tribuna, 74 ,traduzione di Gianni Montanari,© 71,by R.A.Lafferty,246 pagine;decisamente molto originale,ha come caratteristica saliente quella di avere una trama della quale si può tranquillamente fare a meno,anzi,che risulta,dopo un po',assolutamente insignificante,rispetto ai singoli episodi.Il gioco dell'autore,principalmente,come abbiamo già visto,consiste nel raccontare bugie,meccanismo basilare della sua produzione,nel costruire ipotesi che verranno poi regolarmente distrutte;basti per tutte questo esempio:"Fate attenzione,ora.Ecco l'informazione esatta!Scrivetela,è la posizione del Paradiso Terrestre.Poi sistemate i vostri affari e andateci.Partite stanotte.Nessuno ha mai dato la posizione accurata del Pradiso.Il paradiso è a sessantuno gradi,quarantaquattro primi e quarantadue secondi di latitudine ovest.E si trova esattamente a sedici gradi di latitudine nord.Questo è il Paradiso terrestre."(pag.206)
Quello che succede,in definitiva,è che Lafferty porta progressivamente il lettore in una sfera di coscienza sognante,in un ambito di non interpretazione,in cui è possibile ed auspicabile una certa qual sospensione del giudizio,un abbandono temporaneo dell'atteggiamento razionalistico.
Questo,come avete avuto modo di constatare,è stato anche fatto notare dal mio collega Maleti,sebbene là in una luce molto negativa,che,ribadisco,non condivido assolutamente.
Interessante,poi,una stoccata molto penetrante verso la fantascienza così detta avventurosa,quella di alieni ed astronavi,tanto per intenderci:"Le Martin (uno dei personaggi,che sono innumerevoli) era là vicino a lui,intento a leggere una rivista...zeppa di storie di mostruose creature straniere provenienti dalle stelle,scritte da Van Vogt e Leinster e gente simile.
-Le Martin,tu leggi di stranieri invasori che vengono dalle stelle-disse Finnegan-Lo sapevi che esistono mostri e stranieri molto più vicini?-
-Lo so,Mostro,e lo sai anche tu-disse Le Martin,-ma non vogliamo farlo sapere a tutti-"(pag.187).
In conclusione,quindi,una gran bella possibilità di spiccare un volo di fantasia,ma molto in alto.Una volta capito il gioco,una volta che le nostre connaturate difese razionalistiche e ideologiche hanno ceduto,una volta,in sintesi,che il nostro amatissimo ego ha abdicato a favore della fantasia,ecco che ci troviamo,leggendo queste pagine,a navigare (in ogni senso,visto che gran parte della storia si svolge su di una nave e nei porti che esso tocca) in un mare imprevedibile, nel quale possiamo trovare e ritrovare di tutto;ricordi,sensazioni,idee,ipotesi,sogni,speranze;per me è stata un'esperienza grandiosa,e spero che lo sia anche per tutti voi!
(da "R.A.Lafferty o della fantasy moderna",2° parte di "La lunga notte di Lafferty",di Marcello Bonati,"The Dark Side" n.4,82,pag.56)


"L'equazione del giorno del giudizio" (Annals of Klepsis, 83),

"Urania" n. 983, ed. Mondadori, 84 ,traduzione di Vittorio Curtoni,© 83,by R.A.Lafferty,155 pagine;Vi si nota una maggiore complessità contenutistica rispetto al precedente "Il diavolo è morto".
Due le problematiche sollevate;quella piuttosto scottante della soggettività/oggettività del reale,quella dell'origine dell'universo,da un punto di vista religioso-mitico,entrambe,comunque,sviluppate in un contesto divertente,intriso di battute,trovate ed artifici letterari piacevoli.La trama in se non è molto importante;non che non ci sia,c'è,ed è densissima,travolgente;quello che risulta è il modo in cui Lafferty svolge il suo lavoro,una sorta di work in progress,di accenni ammiccanti al lettore,ovvero vere e proprie comunicazioni dirette tra scrittore e lettore;si dice,all'inizio:"...Non c'è storia su Klepsis..." e il protagonista,Long John Tong Tyrone ribatte:"Allora la troverò...oppure la farò."
Egli giunge su Klepsis alla ricerca della storia,la storia di Klepsis,e la trama è appunto costruita su questo tenue filo,che,se inizialmente è tenue,va via via ingrossandosi,come un fiume ed i suoi affluenti,per il sopravvenire di nuove ed abbondanti acque.
Si dice che Klepsis non ha storia,che deve ancora iniziare,che vive nel mondo della protostoria,che la sua storia ha ancora da cominciare,ma la morte di Chiodo di ferro di cavallo,soprannome di Quasimodo,personaggio scarsamente presente ma,in ogni senso,essenziale all'economia della trama,provocherebbe la scomparsa degli uomini dai diciassette pianeti orbitanti attorno ai quattro soli che costituiscono l'ideale sfondo di questa storia che,comunque,si svolge interamente su Klepsis.
Il tema oggettività/soggettività del reale si sviluppa attorno a questa figura;un tempo schiavo,viene comprato da "Christopher Brannegan,...il Fondatore,Scopritore e Inventore di Klepsis."
"...al mercato degli schiavi,duecento anni addietro.Poi Brannegan aveva scoperto che il nano deforme possedeva un cervello gigante,la mente più spaziosa che avesse mai incontrato."
All'inizio era proprio Brannegan a costituire il terzo fuoco,ma in seguito a questa scoperta,ne diviene possessore Quasimodo;che,se da un lato mi ricorda,per le sue fattezze.il Mule della trilogia galattica di Asimov,dall'altro non può che far venire alla mente uno dei nostri più grandi poeti ermetici,quel Quasimodo che ci ha donato quel capolavoro assoluto che è "Ed è subito sera" in cui,con altri termini,si esprime pur sempre un sentimento in qualche modo assimilabile all'angoscia esistenziale,e quindi anche a questa,come ho già detto,scottante problematica.
Costituire il terzo fuoco significa contenere nel proprio cervello tutti gli esseri viventi,e,di conseguenza,non poter morire se non a scapito della morte di tutti.
La soggettività portata al suo estremo patologico.
Ma è proprio nel far ciò che Lafferty mette in moto la problematica,dando però,a chi nel leggere si addentrasse in tali questioni,appunto il caso estremo,direi il caso limite...non si tratta,in fondo,di un'equazione?
Anche altri personaggi,come il cantastorie che il protagonista e Thrralla,la sposa sposata senza sapere di farlo,incontrano nello stomaco di una balena mentre all'esterno infuria una battaglia di palazzo fra opposte fazioni,affrontano tale problematica,ed è questo,forse,il miglior esempio di come divertimento e cultura con la C maiuscola si amalghimino a creare un insieme godibile.
Anche il fattore religioso non viene ad appesantire la faccenda,anche se,in ultima analisi,ne è la componente portante.
Quasimodo,secondo serissimi calcoli scientifici,morirà al terzo rintocco della campana chiamata "En-Arche";l'ha chiamata En-Arche,in pricipio,dalle prime due parole della Bibbia...
Il Principe Franco,fratello gemello di Henry il pirata,detentore del potere poi spodestato dalla moglie,si fa uccidere da quest'ultima che voleva uccidere il marito deposto,senza dire nulla:"Tu non sei il Principe Franco!Perchè,perchè hai preso il suo posto?Perchè,perchè sei morto per LUI?"
In cui,larvatamente,ma nemmeno troppo,si avverte l'influsso biblioco,o meglio evangelico,della passione e morte di Cristo.
Comunque,ad alleggerire il tutto concorrono svariati fattori,fra cui,non ricordato prima,quello del gratuito e palesemente volontario inserimento di contraddizioni palesi che,appunto,fanno momentaneamente allontanare il pensiero da percorsi difficoltosi ed ardui per indurre,se non alla risata,per lo meno al sorriso interiore.
Tra gli altri espedienti letterari di alleggerimento troviamo battute e giochi di parole,tra cui una delle più riuscite e che,personalmente mi ha colpito maggiormente,è la presenza su quel bizzarro pianeta,d'una specie di uva chiamata:"Mic Dio,che uva":"Il nome ufficiale e botanico di questo grappoli d'uva è "Mio Dio,che uva""detto poco dopo che un personaggio aveva usato quella stessa esclamazione spontaneamente.
Altro espediente,che ho trovato particolarmente gradevole,è la ripetizione a distanza più o meno ravvicinata della stessa frase,uguale o con qualche leggerissima variazione,come in questo caso:"...un uomo dall'aspetto irresistibile e dal particolarissimo tono d'autorità nella voce"(pag.10);"...il nostro principe pirata,l'uomo dall'aspetto irresistibile e dal particolarissimo tono d'autorità."(pag.18) a far riemergere percorsi mentali precedentemente percorsi,magari,come nel caso riportato,dopo che ciò di cui si trattava è stato meglio chiarito.
In ultimo una curiosità,anzi,due;vengono nominati i due pianeti,Mondo Abbondante e Camoroi,che possiamo trovare in precedenti opere del Nostro,ovvero,rispettivamente,il racconto omonimo compreso nell'antologia "Strani fatti" e "Leggi e usanze del Camoroi",ne "Come si chiamava quella città?".
Per finire,ancora una volta (vedi "La lunga notte di Lafferty;2° parte"),Lafferty da il suo secondo nome ad uno dei personaggi,che solo nel finale acquista una qualche importanza. (Recensione di Marcello Bonati,"The Dark Side" n.3,85,pag.9)
 
Il 13° Viaggio di Sindbag (Sindban, the 13° Voyage, 89)
"Urania" n. 1166, ed. Mondadori, 91, traduzione di Marco Pinna. Come tutti i romanzi di Lafferty, anche questo è, più che un romanzo di Sf, un lungo scherzo letterario, fatto, prevalentemente, di continui ammiccamenti al lettore, di esagerazioni eclatanti, in una parola, un divertissment, ma colto, sempre molto colto; qui l'autore ha preso dalla leggenda delle "Mille e una notte", e vi ha costruito sopra un congegno narrativo davvero notevole, mischiando, di volta in volta, elementi effettivamente presenti in quella narrazione mitologica, con altri, sempre divertenti, di sua invenzione.
Credo che, però,se uno non conoscesse quella leggenda, lo troverebbe meno divertente, cosa che, forse, è un pò il suo limite.
Lo stile è quello suo solito, molto pieno, colto, come abbiamo detto; a volte riesce a costruire dei periodi davvero complicatissimi, ma ciò nonostante mai strabordanti nell'illeggibilità.
Di Lafferty rimangono intradotti ben 13 romanzi e sei antologie, e sarebbe davvero una gran bella cosa se qualche casa editrice, specializzata o no, si decidesse a farlo.

Altri contributi critici:
recensione di Mirko Tavosanis, in "Recensioni e massacri", allegato a "Algenib notizie" n.29, '92, pag.VII°
 


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