Il loto nero
(the black lotus)
Simon Ings
 

 

Abbiamo seppellito Rudy stamattina. Piovigginava: il cielo era d'un color piombo uniforme.

Quando il vicario ha invitato la madre di Rudy a guardare i fiori, Tina Strossner s'è sporta sul bordo della tomba e ha scrutato in modo miope i narcisi che qualche bambino aveva gettato sulla bara. Poi con la coda dell'occhio ha notato le corone pronte per essere posate sulla tomba e ha realizzato che erano quelli i fiori che ci si aspettava che ammirasse.

S'è incamminata in quella direzione e il piede le è scivolato sull'orlo della tomba. Della terra è caduta con un suono sordo sopra la bara.

Non si può fare a meno di ricordare momenti come questi. Molto dopo che è sfumato l'elogio, non rimangono che gli infiniti incidenti banali. Li scopriamo di nuovo quasi per caso e con una fitta di imbarazzo, come si potrebbe rimuovere un papavero di carta spiegazzato da un cappotto invernale.

Dopo il servizio Tina mi si è avvicinata per ringraziarmi d'essere qui.

"Mi spiace che sono in ritardo," dissi. "Il treno è stato cancellato."

"Come fai a tornare?"

"Ho un biglietto di ritorno."

"Torna con me in macchina."

L'osservai. Non riuscivo a capire la sua espressione.

"Penso che il tempo si schiarisca," fece, stava cercando di incoraggiarmi.

"Penso di sì," risposi. Non mi andava di camminare. Mi sentivo vuota, confusa. Le fughe erano ricominciate.

"Per favore." Mi prese le mani. "Sarebbe bello avere compagnia."

La sorella di Tina aveva provveduto per noi un pasto semplice. Mangiammo fuori, nel giardino di dietro. Sopra di noi le nuvole si aprirono e si dissolsero. Io e lei sedevamo accanto alla piscina. Era coperta da una rete di plastica verde di quella che si usa per le fragole, "per impedire che affoghino i ricci." Il prato era sottile e bruno. La sorella di Tina aveva usato un tipo di seme ricercato, ma si era dimostrato troppo delicato e non adatto al suolo sabbioso. Era soffocato nel muschio, anch'esso scuro e morto. Diventava polvere a toccarlo con le dita.

Tina mi prese per il braccio mentre soprappensiero affossavo un mucchietto di muschio. "Maureen?"

Le sorrisi. "Va tutto bene," dissi. "Sono sveglia."

Tina mi ritornò il sorriso, imbarazzata. "Scusa,"

Si preoccupava per me. Condivideva la mia condizione medica e sapeva da cosa ci si accorge dell'inizio di una fuga.


Circa un anno fa, era la settimana prima che Tina doveva andare all'ospedale d'igiene mentale Maudsley a Camberwell, andai a farle visita a Kingston-upon-Thames. Sentii l'odore del falò molto prima di raggiungere la casa: sopra di essa era appeso un fungo di fumo nero, immobile contro le nubi grigio scuro.

Io e Tina prendemmo il tè in giardino. I vicini si avvicinarono per lamentarsi del falò: "Ad ogni ora del giorno e della notte!" Urlò attraverso la siepe il signor Campbell. "Ad ogni ora del giorno e della notte! Chiamo il comune. Certo! Devo telefonare in comune!"

"Perché ripetete tutto due volte?" Gli replicò Tina, poggiandosi sul bracciolo della sua sedia a sdraio in modo da farla dondolare pericolosamente. "Perché tutto viene ripetuto due volte da voi? Come quella stramaledetta Gertrude Stein?"

"Per l'amor di dio, Tina," mormorai.

"Vieni," disse Tina; si era alzata e si dirigeva a passo di marcia verso la porta della cucina. "Dammi una mano con queste scatole."

"Quelle orchidee nere... Rudy ritiene che il loro polline sia pericoloso," le spiegai, mentre preparavamo un falò. "Agisce sul sistema limbico."

Non mostrò nessun interesse.

Quando il falò fu pronto mi sollevai osservandolo: raccoglitori pieni di vecchie carte, mobili rotti, cuscini spaccati, centrini, scatole di stringhe, programmi musicali sciupati. Tutti questi rifiuti facevano parte così tanto della vita della casa di Tina che non riuscivo a capacitarmi che ben presto se ne sarebbero andati.

Tina danzava attorno al falò versando dello spirito bianco da una bottiglia di plastica chiara.

"Tina," le dissi alla fine, esasperata, "brucerà comunque. Non sono altro che vestiti e carta." Mentre parlavo, non credevo ancora a ciò che stava accadendo. "Guarda, sei proprio sicura della cosa?"

"Non ti immischiare."

La fissai. "Mi hai chiesto di aiutarti."

"Non ti immischiare." Tina cercò nella tasca del grembiule la scatola di fiammiferi. Il fuoco prese in modo abbastanza veloce. Perché tutto brucia così velocemente? Perché tutto evapora in modo così affrettato?

Sapevo che poi sarebbe toccato a me.


Ti svegli ed è tardi: hai dieci minuti per vestirti e per uscire dalla porta di casa per essere in orario al lavoro. Sei ancora mezza addormentata. Riesci ad arrivare alla fermata dell'autobus, risvegliata dall'odore degli impermeabili bagnati, forse, o da una madre che sta ripetendo al figlio, "Non te lo ripeto più. Non te lo ripeto più," e ancora non sei proprio sveglia, e per un secondo sei disperata, perché pensi che sta parlando con te.

Come hai fatto ad uscire da casa, addormentata come sei? Non hai memoria delle tue azioni. Com'è che sei arrivata qua?

C'è una parte del cervello chiamata circonvoluzione dell'ippocampo. Controlla le azione stereotipate. Alcune azioni stereotipate sono innate: sorridere, piangere, accigliarsi. Altre si imparano. Allacciarsi le scarpe. Lavarsi. Aprire e chiudere una porta. Semplici routine domestiche. Rudy, il figlio di Tina, mi spiegò tutto questo in quel primo pomeriggio al Centro Culturale.

Incontrai Rudy all'inizio del 1988, per caso. Stava uscendo dal McDonald's sullo Strand mentre io starnutivo, la scala mi scivolò e lasciai cadere un cesto sulla sua testa. Mi sembrò brutto, quando si riebbe, non accettare la sua offerta di andare a bere qualcosa.

Rudy era un biochimico. Gli era stato appena assegnato un dottorato per la sua tesi per i processi biochimici delle allergie da polline. Lo divertì che la mia leggera febbre da fieno fosse responsabile del suo incidente.

Stava cercando finanziamenti per la ricerca sul comportamento incontrollato.

"Si fanno piccole azioni in modo più o meno inconscio," mi spiegò. "Ma a volte il programma si blocca. Non smetti di ripetere una semplice azione, di continuo. Pensa a Lady Macbeth."

"Vuoi dire il suo lavarsi continuamente?"

"Neanche mia nonna riusciva a smettere di lavarsi," disse orgogliosamente. "Questo avveniva negli anni cinquanta: allora nessuno capiva la condizione, mancava un'etichetta che definisse la cosa. I trattamenti erano molto primitivi."

"Non riusciva a smettere di lavarsi?"

Rudi si strinse nelle spalle. "E' una delle varianti più comuni."

"Che le è successo?"

"E' morta nel 1967. Vuoi bere ancora?"

"Perché ci stai lavorando?" Gli chiesi, cercando di fare un minimo di conversazione col materiale che mi aveva fornito. "Voglio dire, tu sei un biochimico. A me sembra più un problema psicologico piuttosto che biochimico. Dopotutto Lady Macbeth si lava ripetutamente le mani a causa del suo rimorso, non a causa delle sue ghiandole... o non è bello da parte mia usarti la citazione?"

Rudy rise. "No, hai ragione. Di solito ci sono delle buone ragioni esterne per far sì che la gente sviluppi questo tipo di anormalità. Ma per sviluppare un qualsiasi trattamento farmaceutico ci occorre capire quali cambiamenti avvengono nel cervello."

Sorrisi in modo patetico. "Curate di nuovo i sintomi, dottore?"

"Professore," sorrise, poi mi guardò stranamente. "Spero che non siate uno di quei tipi olistici."


Dirigo una ditta di progettazione del verde per interni. Quando incontrai Rudy erano circa sei mesi che mi ero messa in proprio, appendendo cesti nei fast food. Gli anni successivi mi andarono bene e grazie alla Thatcher e al boom della fine degli anni ottanta io e i miei impiegati curiamo i bonsai per tutto lo Square Five Mile.

Avevo iniziato a lavorare a Kingston. Alcune delle vie principali qui sono pedonalizzate. Questo per noi tutti non è un bene. Provate a consegnare a un reparto di imballaggio senza dare almeno un avviso di una settimana. Il peggio, secondo Tracy che guida il furgone, è rappresentato dall'Associazione Portieri... "vecchi bislacchi coi galloni d'oro" rifiutati dall'esercito. Tracy aveva litigato con uno di loro e mi trovavo in ufficio a scrivere una lettera di scuse all'Associazione Portieri quando entrò Rudy, aveva un vaso, e all'interno del vaso galleggiava un loto nero.

"Nelimbo nucifera nigra," annunciò voluttuosamente. Posò con attenzione il vaso sulla mia scrivania. L'odore mi fece starnutire. Era dolce e invitante, forte ma senza quel retrogusto dal vago sapore di cavolo che appesta la maggior parte degli odori rigogliosi. Mi asciugai il naso e mi abbassai per osservare le foglie scure e variegate di viola, i petali carnosi completamente neri. "E' vero?"

"Non è che ho giocherellato di nuovo coi coloranti alimentari, vero?" Rudy mi prese in giro. "No, è abbastanza vero. E' un'esca, vedi: vorrei che cenassi con me stasera."

Rudy aveva qualcosa da festeggiare e nessun altro abbastanza importante con cui festeggiare. Il giorno prima se n'era andato barcollando dal Centro Culturale, oppresso da un mal di testa da un misto di sidro-e-cesto-da-appendere, per trovare sulla sua scrivania una lettera.

Era da una compagnia farmaceutica che gli offriva i fondi necessari per iniziare a lavorare sui disordini del comportamento incontrollato


Mi portò in un ristorante economico Tailandese a Piccadilly e ordinò per tutti e due. Io bevvi birra Tiger e lui parlò del suo lavoro e dato che era così apertamente eccitato, feci del mio meglio per non fargli vedere la mia ignoranza o, più tardi, la mia noia.

La salsa di noccioline sulle mie verdure in pastella era troppo liquida e sabbiosa. C'era una specie di budino capovolto di carne, immerso nel pepe rosso, ma per allora avevo scoperto che Rudy praticava la vivisezione e ciò mi aveva bloccato l'appetito.

"Presumo che tutto ha a che fare con le micelle."

"Cosa hai detto?"

"Le micelle. Scusa. Piccoli globuli di sapone. Presumo che il sapone nella circonvoluzione paraippocampale possa causare disordini al comportamento incontrollato."

I miei ricordi da questo momento in poi sono tutti confusi. Ricordo dei vermicelli gommosi e un piatto di jaca impantanati nello sciroppo di zucchero.

Grazie agli avvenimenti successivi mi ricordo delle spiegazioni di Rudy del MIF, l'ingrediente principale negli esperimenti che stava programmando. "E' una molecola a catena lunga che ionizza in una soluzione neutra per formare le micelle. Il suo compito è di 'far presa' sui macrofagi sul bordo di un'infezione." Dato che Rudy soffriva molto leggermente di febbre da fieno, si pungeva la pelle con un ago intinto nel polline e poi estraeva il fluido dai bordi della reazione con un ago ipodermico. Somministrando direttamente questo fluido nei diencefali dei suoi soggetti nel laboratorio, Rudy riusciva ad alzare i loro livelli di micella. "Vedi," mi spiegava, "il gonfiore attorno ai bordi dell'infezione è causato da un ormone a catena lunga chiamato MIF..."

"Vedo."

"... e il MIF ionizza in una soluzione neutra per formare micelle!"

"Grandissimo."

Lasciammo il ristorante e iniziai a salutare, ma lui mi azzittì. Aveva qualcosa da dire.

Erano delle scuse: scuse proprio sincere e rammaricate.

"Me lo ricordavo meglio," disse, intendendo il ristorante. "Perdonami. E sono stato un porco, ho parlato del lavoro per tutta la notte. E' stata una serata schifosa."

Mi sembrò brutto, dopo tutto quanto, non permettergli di darmi il bacio della buonanotte. Quando mi lasciò andare inciampai. Avevo bevuto troppa birra e non riuscivo a capire come. Non sapevo neppure se essere arrabbiata con Rudy per avermi fatto ubriacare o scusarmi per essere stata tanto rompipalle a sue spese.

Viveva lì vicino, naturalmente (dovevo essere preparata a questa cosa), in un appartamento appena dopo Malet Street. Non è che mi andava un caffè? Non riuscivo a capire quanto fosse falso Rudy. L'unico modo per soddisfare la mia curiosità era di andare con lui e scoprirlo.

L'entrata davanti dell'appartamento di Rudy dava su un lungo corridoio stretto. Oltre, sopra e dietro ai negozi che fronteggiavano la strada, c'era un vasto complesso di corridoi e rampe di scale vertiginose.

Rudy mi condusse a una scala a chiocciola. I gradini di legno scricchiolarono. Lo scorrimano tremò. Era verniciato male. Ci feci scorrere la mano e mi presi il palmo su un chiodo.

Rudy aprì la porta dell'appartamento. C'era una scala che bloccava l'ingresso così mi dovetti schiacciare contro di lui. L'ingresso era pannellato di legno, molto scuro e sporco. Andai a sbattere contro di lui. Se ne stava là, senza muoversi né guardarmi, in attesa... non so di che. Dopo un minuto o due di immobilità disse, "Dove vorresti andare?"

Risi. Ero già nervosa. Dissi, "Be', là che c'è?"

Dopo un attimo rispose, "C'è la mia camera da letto," e mi prese la mano e la strinse, forte.


Gli esperimenti di Rudy andavano bene. Come si approssimò l'inverno finì col fare affidamento sulla madre per il rifornimento del polline. Gli dette dei loti neri che aveva lei, perché il loto produce polline per tutto l'anno.

Tina mi piaceva. Era pazza. Il suo soggiorno era gremito fino a scoppiare con la minutaglia più strana: una botte di brandy ornamentale in ceramica col rubinetto in ottone, una lampada da tavola infiocchettata col piedistallo in bachelite, una zampa d'elefante, una pompa arrugginita, un'infinità di bricchi senza alcun particolare interesse o valore, un casco da subacqueo in rame con finestrelle con la grata, un semaforo con tutte le luci accese (il rosso aveva la scritta STOP fatta con la vernice nera), un aereo a mano, cesti di vimini, una lanterna di carta pitturata a mano, alcune decorazioni natalizie di carta crespa, una volpe impagliata in una bacheca di vetro, due lampade da operaio, un cappello di paglia, una maschera da drago cinese, alcuni strumenti musicali africani, un paio di corna di bue levigate, un modello di carta di un albatross, un elmetto da poliziotto (la bis bis nonna di Tina era stata una suffragette particolarmente combattiva e questo era un suo trofeo), e avvitata alla porta una placca con su scritto "The English and Foreign Governesses Institute".

La carta da parati era intonacata da cartelloni teatrali, soprattutto recensioni e commedie recitate da una compagnia filodrammatica locale a cui un tempo aveva appartenuto Tina (The Unvarnished Truth di Royce Ryton, Pass the Butler, Daisy Pulls it Off, Pack of Lies, And a Nightingale Sang, Close of Play) la collezione ondeggiava in modo ubriaco di muro in muro e scompariva nell'ingresso per diffondersi per metastasi in ogni stanza della casa.

"Mia madre," mi spiegò Rudy senza che ce ne fosse bisogno, "è una collezionista incontrollata."

Facevamo visita a Tina ogni settimana. Era un contentino per me, in quanto sapeva quanto mi piacessero le piante. Ma era anche un modo per farmelo sopportare, e un modo per enfatizzare la permanenza della nostra relazione.

Mentre Rudy sedeva a piluccare il cibo e a mormorare del suo lavoro, Tina ed io ignoravamo del tutto il cibo e ci strizzavamo l'occhio l'una con l'altra al di sopra della pianta esotica che quella sera aveva messo al centro della tavola.

Sapeva che non amavo suo figlio, che ero una specie di impostore, ma il mio amore per le piante insolite me la rendeva cara. Ogni pasto aveva un centro tavola diverso e sempre più esotico: Calathea makoyana con le foglie come code di gallo sollevate, Orchis glauca con petali come acciaio brunito, Platycerium alipes, le foglie asimmetriche come penne arruffate, la Calathea lucifuga notoriamente delicata, i germogli neri e appiccicosi come liquirizia.

Rudy mi disse che suo nonno aveva portato il primo loto nero dalla Palestina dopo la seconda guerra mondiale. Ma non sono mai riuscita a scoprire le circostanze precise dietro a questa importazione inusuale e, per quanto ne posso sapere, unica.

Nel parlare della pianta del tesoro del padre, Tina adottava la dizione e i modi dei libri di giardinaggio astrologico ed erboristi. Le fai una domanda diretta e lei ti risponde con qualcosa tipo "Oggi sui canali del Delta il loto blu sboccia come ai tempi in cui veniva posto il bocciolo accanto al morto." La prima volta che le chiesi da dove veniva il loto nero aveva scosso la testa e aveva detto, "Il neckheb, il vero e sacro loto, è scomparso dall'Egitto."


Per i primissimi mesi la mia relazione con Rudy andò bene. Era un amante premuroso, anche se maldestro. Ma alla fine il suo essere maldestro divenne duro da sopportare. Ora, quando Rudy faceva l'amore con me, mi sentivo come se fossi stesa su una tavola e vivisezionata dalla sua "tecnica" precisa, imbarazzante e disperatamente inibita.

Perché, allora, non lo lasciavo? La noia e l'abitudine, temo, sono le mie uniche scuse. Comunque, qualsiasi insoddisfazione avessi provato nei suoi confronti, era più che compensata dalle soddisfazione della mia vita lavorativa.

Nuovi sviluppi lavorativi nei Dockland stimolò un mercato nuovo e vivace per l'"architettura d'interni". Era un momento che non aspettai di sfruttare a fondo. Il successo della mia ditta verso la metà degli anni novanta attrasse l'attenzione dei più comuni giornalisti d'affari e mi si ritrova, più o meno imbarazzata da tutta l'attenzione che mi veniva dedicata, nel numero di Natale del 1987 della maggior parte delle riviste di giardinaggio.

La ricerca di Rudy, nel frattempo, portò a qualche risultato promettente. Venne nel mio nuovo ufficio a Bow un pomeriggio per dirmi che aveva indotto la masturbazione incontrollata in una scimmia cappuccina.

"E' acquisito," annunciò lasciando cadere pesantemente una bottiglia di Lanson Brut sulla mia scrivania. "Benjamin ieri ci ha dato sotto per diciotto ore e stamattina s'era rimesso al lavoro."

"Forse è annoiato." Suggerii.

Rudy sorrise appena e iniziò a staccare la stagnola dalla bottiglia. "I risultati sono ancora contraddittori," continuò a dire, "ma questo è un passo significativo..."

Si azzittì. Attesi che continuasse. Se ne stava seduto all'angolo della mia scrivania, a staccare la stagnola. Quando la stagnola fu tutta staccata iniziò a staccare le gocce di colla attaccare sul collo della bottiglia.

"Riuscirai ad aprirla?" gli chiesi. Guardò la bottiglia. Sorrise e si scosse. "Scusa." Smise di staccare e girò il ferretto per liberare la gabbietta. Andai a prendere alcuni bicchieri nell'armadietto vicino alla porta.

"E allora," dissi, (stava ancora svitando il ferro) "che farai poi? Dove puoi arrivare?"

"Per prima cosa, sarebbe interessante vedere se posso indurre alte concentrazioni di micella senza dover prima scoperchiare la testa dei miei soggetti."

Trasalii.

Rudy, incurante, proseguì, "In teoria, non dovrebbe essere difficile. Il MIF passa prontamente dal sangue al fluido cerebrospinale."

Rudy aveva talmente attorcigliato il ferretto dall'altra parte, che alla fine scattò rompendosi. Rudy sobbalzò e guardò al collo della bottiglia. Spostò il viso proprio nel momento opportuno. Il tappo schizzò via e la schiuma dello champagne si sparse su tutta la mia scrivania.

"Oh merda," borbottò Rudy, e mi aiutò ad asciugare col suo fazzoletto.

Mentre bevevo ripensai a ciò che aveva detto. "Stai dicendo, allora, che il comportamento incontrollato può essere indotto come parte di una reazione allergica?"

"Non nel mondo reale. Tutto ciò che posso dire con una certa sicurezza è che l'alta concentrazione di micella induce un comportamento incontrollato."

Si stava trastullando di nuovo col collo della bottiglia di champagne. Lo osservai in silenzio per alcuni momenti. Vide la mia espressione, guardò in basso e con uno scrollone nervoso mise la bottiglia fuori portata alla fine della scrivania. "Scusa."

Versai lo champagne e lui parlò del suo lavoro e alla fine decise che era ora di andarsene. "Maureen?" chiese una volta sulla porta, "ti andrebbe di uscire a cena stasera?"

Sorrisi nel modo più caloroso che potevo, "Mi spiace," dissi. "Ho già qualcosa di deciso."

"E domani?"

"Ti telefono."

"Ah. Bene." Rimase là presso la porta, in attesa che dicessi qualcosa e poiché io non lo feci sospirò e se ne andò, chiudendo silenziosamente la porta dietro di se.


Continuammo a far visita a Tina Strossner.

Il cibo che ci preparava non variava mai: formaggio al cavolfiore con tocchetti di pancetta aggiunti alla salsa, servito con spaghetti, scaldato nella stufa su un piatto unto d'olio all'aglio. Il dessert consisteva nello 'speciale' sformato di riso di Tina in crosta con noce moscata e uva sultanina. L'intero pasto era disgustoso.

Tina e le sue piante erano un incentivo sufficiente. Poiché tutto quello che chiedono i miei clienti sono delle dimostrazioni di ostentazione, è raro che la mia ditta tratti qualcosa di più esotico della hoya o del fico pendulo. Le piante di Tina erano una delizia continua per me.

Una notte dopo mangiato lasciammo Rudy a casa che sorrideva in modo vacuo a Newnight e Tina mi portò nella serra. Una Aechea caudata era nel posto d'onore sul tavolo accanto alla porta. Lo stampo delle foglie più vecchie aveva lasciato delle linee scure nel boccio blu pallido delle crescite più giovani. Stelle sovrapposte di petali serrati in modo stretto difendevano stami color magnolia.

Il sudore mi gocciolò lungo il collo. Mi slacciai la camicia. Il luogo odorava in modo inebriante e delizioso, l'aria era satura del profumo inconfondibile dei loti neri.

Tina mi condusse verso due taniche basse. In tutto c'era otto loti neri, discendenti della pianta originale di suo padre. Tina disse, "Secondo Iamblicus il loto è un simbolo di perfezione. Descrive la figura di un cerchio, vedi... foglie, fiori e frutto, un cerchio perfetto. Come i raggi del sole."

Abbassai per bermi l'odore dolce che stimolava la salivazione.

"Il loto rappresenta il passato, il presente e il futuro."

"Uh?"

"Porta allo stesso tempo boccioli, fiori e semi."

Sorrisi, "Naturalmente."

Si allungò di fronte a me fino alla tanica e staccò un loto e lo spaccò.

Rimasi senza fiato, non capendo cosa stesse facendo.

Mi offrì un petalo carnoso. "Mangialo."

Non so perché mi sentissi tanto a disagio.

"Non ci sono problemi," sussurrò, offrendolo alla mia bocca. "E' abbastanza commestibile. Si può insaporire il riso coi fiori di loto. I cinesi per il Capodanno fanno i suoi semi canditi."

In seguito, quando lasciammo la serra, mi prese per un braccio e disse, "Mi piacciono le tue visite. Se lo desideri, puoi venire..."

"Sì," la interruppi.

Sorrise in modo nervoso. "Senza Rudy."


La prima volta che feci visita a Tina da sola, si stava infervorando per un altro assalto allo stanzino. "Ho tutte quelle buste di plastica da scegliere," spiegò, "e decidere quali mantenere, quali buttare via, e ce l'avevo in mente da mesi e devo trovare alcune cose. Per mercoledì..." si sfregò le mani con esultanza, "... dovremmo avere tutto ciò che serve per una confragazione bella e grossa!"

Gli "sgomberi" incontrollati di Tina Strossner si focalizzavano sugli armadi dello stanzino. Era pieno fino a scoppiare di rimasugli acquistati dalla zia di Tina, che era stata sfollata durante la guerra. Ogni volta che Tina affrontava lo stanzino trovava le cianfrusaglie più strane. "Non buttavano mai via niente!" Divenne una specie di litania. Mi resi subito conto che questa raccolta di effetti personali si trovava nello stesso caos di quando l'aveva acquistata lei. Il suo desiderio di pulire o di ordinare queste cose, capii subito, era solo un altro aspetto di una personalità profondamente incontrollata.

A volte rimanevo con lei la notte. Ricordo una notte che si alzò presto "per fare delle pulizie". Trovò un faldone che conteneva gli estratti conto di un suo prozio dal 1932. "Maureen," urlò. Si precipitò in camera. "Guarda questi! Ora, che senso c'è in questo?" Mi mise davanti gli estratti come se fossi in qualche modo responsabile per essi.

Scoppiai a ridere.

Il giorno dopo Tina mi mandò un loto.

Era bianco immacolato.

C'era assieme una lettera. "Ti porto il fiore che era all'Inizio," scriveva, "il glorioso giglio della Grande Acqua."

Non penso che Rudy sospettasse niente.


Arrivò primavera. I risultati di Rudy impazzirono. Mi telefonò a notte fonda per dirmelo. Una volta, poco dopo mezzanotte, suonò il telefono e Tina, mezza addormentata e con la testa un po' svagata, si sporse dal mio letto e prese su la cornetta, mi allungai in tempo per togliere la linea. Da quella volta presi l'abitudine di mettergli giù il telefono; non ebbi più problemi con telefonate notturne.

Pensare a Rudy era diventato deprimente. Erano alcuni mesi che non dormivo con lui, ma lui non avrebbe lasciato cadere la cosa. Era come se, privato del mio amore, si sentisse di avere il diritto alla mia pietà. All'inizio ero spiaciuta per lui. Ora iniziavo ad indignarmi con lui, con la sua familiarità affettata, lo sguardo da cane bastonato che mi faceva ogni volta che rifiutavo un appuntamento.

Stava diventando sempre più difficile ricordarlo con affetto. Ritornarono le cose più disgustose: quella scatola di fazzoletti che teneva accanto al letto, per esempio. Come si asciugava non appena aveva eiaculato, e come si girava dall'altra parte nel farlo come se si vergognasse, e credo si vergognasse veramente. Mi ricordavo anche come non si concedesse mai in un bacio. Era come se temesse che avesse un sapore cattivo. Non mi avrebbe mai succhiato il seno, prendeva invece i capezzoli tra i denti e li mangiucchiava. Quando alla fine lo persuadevo ad andare più a fondo mi leccava in modo fastidioso, come un gatto, che prova qualche specialità allo yogurt sconosciuta.

Forse questo ripetersi indesiderato di ricordi influiva su di me, dato che sembrava che non riuscissi ad aggrapparmi all'affetto di Tina.

Non mi dava più da mangiare il loto. "Hai avuto una settimana felice, cara?" mi chiedeva, rintanandosi sempre più nei recessi dell'armadio a muro dell'ingresso e in modo compiacente, "Oggi ho tirato fuori ogni sorta di cose!"

La voce si faceva più distante mentre serpeggiava qualche altro centimetro dentro a quell'oscurità stigiana.

Osservavo i piedi di Tina; rimanevano solo loro nel regno superiore: piedi rosa con le ciabatte, arricciava le dita e li batteva.

Cosa mai pensava di trovare la dentro?

Un colpo, un rumore di cocci, un urlo isterico.

"Tina?" Mi affettavo per aiutarla.

"Lasciami da sola! Oh! Guarda che mi hai fatto fare!" Tina strisciava sulle mani e sulle ginocchia nei confini stretti dell'armadio e spingeva fuori la testa, le linee del suo viso grigie per la polvere la invecchiavano.

Sapevo che tutto ciò che avevamo condiviso era finito, non perché Tina avesse scelto così, ma semplicemente perché se n'era dimenticata; ora era completamente ossessionata dalle sue pulizie infinite e disperate.


Una lettera da parte di Rudy, inattesa, distante, con un tono d'urgenza, mi attendeva a casa. Parlava, come al solito, dell'impiego e la maggior parte di quello che scriveva era oscuro, ma afferrai quello che bastava per capire che avrei dovuto vederlo almeno un'altra volta.

Prendemmo il caffè nel suo soggiorno. C'erano riviste dappertutto. Un posacenere all'angolo del sofà aveva preso un calcio e le cicche spente di Gauloise s'erano sparpagliate per il tappeto macchiato.

Rudy portava una T shirt arancione e vecchi blue jeans neri, bucati al ginocchio destro. Puzzava di fumo stantio. Aveva messo su peso. Il viso era pesante, con le mascelle pronunciate. La cute sopra l'orecchio destro era pelata, graffiata e gocciolante, laddove s'era grattato in continuazione.

Gli risultava difficile esprimere le cose chiaramente. Girava senza meta e non faceva altro che ripetersi. A volte trovava difficile ricordare che non eravamo più fidanzati. In altri momenti riusciva a malapena a riconoscermi.

Buttò giù il caffè nel momento stesso in cui l'aveva versato nella tazza poi andò alla finestra e fece scorrere la tenda. "E' estate," disse di punto in bianco.

"Sì," risposi.

"Un sacco di polline. Un sacco di febbre da fieno." Si volse verso di me. "Soffri di febbre da fieno?"

"Sì."

"Anch'io." Richiuse la tenda. "Il MIF. Non è poi che ne sapessi tanto quanto credevo. Non sa quasi niente nessuno. E' scappato fuori che ce ne sono tipi diversi."

"Rudy, me lo hai detto."

"Te l'ho detto?"

"Ma non capisco cosa possa significare."

"Significa che mi sono sbagliato," disse, in modo distratto. Iniziò a grattarsi la testa.

"Rudy, fermati."

Non mi sentì.

Mi alzai e andai da lui e gli tirai il braccio, ma lui continuò a grattarsi.

Per qualche motivo scoppiai a piangere. "Cristo! Rudy!"

"Ci sono quattro tipi diversi di MIF."

"Cristo."

Mi allontanai da lui, andai verso la finestra. Fuori era molto luminoso. Mi asciugai le lacrime sperando che lui non mi vedesse.

"Pollini diversi fanno scattare il rilascio di tipi diversi di MIF. Le orchidee nere fanno scattare il Tipo C. Naturalmente è una mia nomenclatura, non ha significato fino a che non viene pubblicata la relazione."

"Rudy, non so di cosa stai parlando."

Alla fine tolse la mano dalla testa. Si era staccato tutte le croste. "Significa che io mi sbagliavo e che tu avevi ragione: la disfunzione al comportamento incontrollato può essere indotta da una risposta allergica. Il MIF di Tipo C alza i livelli di micella nel diencefalo di quattrocento volte." Fece per grattarsi di nuovo la testa, poi riabbassò la mano. "E' per questo che i miei risultati sono impazziti quest'estate. Ho smesso di usare il polline del loto nero e ho scoperto che non potevo più indurre disordini nel comportamento incontrollato nei miei animali. E' solo il Tipo C del MIF che li induce. Il Tipo C viene rilasciato solo quando il corpo è esposto al polline del loto nero. E' l'unica pianta che ho scoperto che riesca a generarlo. E' per questo che mia nonna è diventata pazza, e mia madre..."

Lasciò la frase sospesa.

Sapeva quello che gli era accaduto.

Mi alzai e dissi che dovevo andare.

Il corridoio ondeggiava attorno a me come un fiume fangoso. Rudy non voleva che andassi, naturalmente.

"Perché non rimani?"

Raggiunsi la porta dell'appartamento e mi ci appoggiai, riprendendo fiato.

"Rimani."

Passare attraverso la porta... mi sentivo come una pupa che forzava per trovare una strada d'uscita dal bozzolo. L'armatura della tromba delle scale che dovevo scendere attirava i miei occhi. Mi affrettai lungo gli scalini, e loro si misero a vorticare attorno a me.

"Rimani."

Sentii delle cose striscianti sulla mia schiena e sapevo che lui stava sulla porta a guardarmi. Mi dissi che non dovevo voltarmi... se mi fossi girata avrei visto la sua testa grassa e sanguinante che si sporgeva nella spazio tra la porta e lo stipite... la testa di una bambola incorniciata nell'oscurità come una cosa incorporea, una massa di carne in attesa di marcire. Volevo vomitare.


La scoperta di Rudy è arrivata troppo tardi per noi.

Tina ha lasciato il Maudslay due mesi fa. Le sue condizioni hanno fatto registrare un qualche miglioramento da allora. A parte le fughe, è abbastanza lucida. Aveva una buona comprensione da profana del lavoro di Rudy, e questo l'ha aiutata. Sapere che il suo problema era organico, una conseguenza della biochimica e non della psicologia, le ha permesso di arrivare a patti con le sue condizioni. Ancora non c'è una cura. La morte di Rudy servirà solo a procrastinarne lo sviluppo finale. Nel frattempo possiamo solo ricevere quei trattamenti che ci sono per il rallentamento e sperare di non deteriorare al livello di Rudy.

Dopo l'esplosione, naturalmente, s'è parlato di suicidio. Alla fine, comunque, è stato emesso un verdetto di morte accidentale. Non posso togliermi questa visione terribile: ricordo quella bottiglia di champagne, e il suo pollice che striscia e striscia sulla stagnola, e penso a lui, nel suo piccolo e squallido letto, all'ora di mangiare. Sono le sette. Il sole tramonta. E' stato un giorno caldo. Ha aperto la finestra della cucina per far entrare la piccola brezza serale. Gira la manopola del gas, lo accende, poi va ad accendere la luce della cucina. Allunga la mano verso l'interruttore, ma questa non gli obbedisce e si dimentica cosa deve fare con quella sua mano. Così rimane là, a grattarsi la testa, per dieci minuti, venti, forse un'ora. La brezza serale si fa più forte. Spegne la fiamma del gas. Per quante altre ore Rudy rimane là, a grattarsi via la cute con le unghie rotte? Cinque ore, sei. Non è una cosa eccezionale. E' impossibile dire cosa infine abbia fatto scattare l'esplosione. Forse Rudy s'è risvegliato al buio e disorientato e intontito dal dolore bruciante della cute sanguinante ha acceso la luce. Una scintilla è sufficiente.


Rudy è stato seppellito ormai da tre ore. Tina guida attraverso la campagna sciupata del Surrey, attraverso villaggi con nomi tipo Hurtmore e Noning.

Noto che lo specchietto laterale è rotto. Tina deve aver battuto di nuovo. Non è mai stata una guidatrice attenta e le sue condizioni non migliorano la sua tecnica. Non che io possa dire qualcosa: i medici hanno cercato di spiegarmelo un mese fa. Sembra che ogni volta che Tina risponde alla cura, io ho una ricaduta. E viceversa, naturalmente. Una porta, che si apre e che si chiude, ripetutamente...

Tina aveva ragione: s'è schiarito. Davanti a noi un jet corpulento è colpito dal sole, una goccia di magnesio fiammeggiante contro il blu uniforme del cielo.

Si sta facendo caldo e apro il finestrino. Mi allungo per aggiustare lo specchietto rotto. Mi vedo di sfuggita nello specchio spaccato. La cute sopra l'orecchio sinistro è tutta pulita, laddove mi sono grattata la testa. Ritiro la mano dallo specchietto e la premo sul grembo, ce la tengo con l'altra mano.

Tina mi lancia uno sguardo preoccupato. "Ti va di bere qualcosa?"

"Cristo."

Il villaggio successivo attraverso cui sferragliamo ha un Beefeater. Tina volta incurante il furgone sulla corsia scoscesa e nel parcheggio di ghiaia. Entriamo e mi parcheggia ad un tavolo d'angolo.

Venire qui è stata una cattiva idea. Non riesco a provare dolore, lo shock della morte di Rudy è troppo recente, tutto ciò che mi porta il bere è questo circolo vizioso di ricordi che preferirei non possedere.

Ricordi malati e impietosi.

Non devo pensare a questo oggi, oggi è il giorno di Rudy, ma guardando indietro alla nostra relazione breve e abortita, posso ora vedere che non abbiamo fatto altro che degradarci l'un l'altro.


Posso identificare con precisione il momento in cui ho realizzato di avere una disfunzione al comportamento incontrollato. Era novembre dell'anno scorso. Avevo lavorato duro per tutta la settimana e il venerdì pomeriggio ero andata allo zoo di Londra per tirarmi un po' su.

Quando fu l'ora di uscire non riuscivo a lasciare lo zoo. Iniziai semplicemente a girare e rigirare in tondo, un lungo percorso senza senso, ripetuto in continuazione. Capivo cosa stavo facendo, ma non potevo far altro che continuare. Era come se fossi rimasta tutto d'un tratto intrappolata dietro le lenti verdi dei miei occhi, mi sentiti totalmente tagliata fuori da tutto ciò che era reale o solido.

E ricordo che camminando passavo e ripassavo davanti ad una gabbia di scimmie verdi, cappuccine, il tipo che Rudy usava per i suoi esperimenti.

Capivano che il mio comportamento era isterico. Quando apparivo schiamazzavano nei miei confronti e indicavano verso direzioni differenti.


La pinta è fatta fuori e devo andare al bagno. Mi guardo allo specchio. La cute è tutta sanguinante: devo essermi di nuovo grattata. La lavo meglio che posso...

Mi risveglio forse un minuto dopo per scoprire che mi sono grattata di nuovo e tutte le croste sono aperte e gocciolano.

Ho ancora bisogno di fare la piscia. Entro in uno scompartimento e chiudo la porta. Tiro giù le mutande da sotto la gonna e chiudo la porta. Inizia a fare la piscia e chiudo la porta...

Quello che so poi, è che sto di nuovo in macchina. Tina inizia a lanciarmi occhiate ansiose ma fa in modo di non incontrare il mio sguardo. Le mie gambe sono bagnate. Guardo giù. Ci sono macchie scure giù nelle mie calze dove mi sono fatta addosso la piscia.

Gesù Cristo.

Tina deve essere andata a prendermi nei gabinetti.

Guardo l'orologio. Quanto tempo ho perduto?

Mentre guidavamo il cielo s'è schiarito. Un jet corpulento è colpito dal sole, una goccia di magnesio fiammeggiante contro il blu uniforme del cielo.

Si sta facendo caldo e apro il finestrino. Mi allungo per aggiustare lo specchietto rotto. Mi vedo di sfuggita nello specchio spaccato. La cute sopra l'orecchio sinistro è tutta pulita, laddove mi sono grattata la testa. Ritiro la mano dallo specchietto e la premo sul grembo, ce la tengo con l'altra mano.

Tina mi lancia uno sguardo preoccupato. "Ti va di bere qualcosa?"

Il villaggio successivo attraverso cui sferragliamo ha un Beefeater. Tina volta incurante il furgone sulla corsia scoscesa e nel parcheggio di ghiaia.

Tutte le bevande sollevano in me questo circolo vizioso dei ricordi che preferirei non avere. Ricordi malati e impietosi, riguardo a Rudy che, suppongo, era il mio amante. Non devo pensare a questo oggi, oggi è il giorno di Rudy. Ma le cose più disgustose iniziano a tornare...

Asciugo la mia pinta e quello che mi ricordo poi è di essere nell'auto. Quanto tempo ho perso?

Davanti a noi un jet corpulento è colpito dal sole, una goccia di magnesio fiammeggiante.

Tina mi lancia uno sguardo preoccupato. "Ti va di bere qualcosa?"

"Cristo."

Alla fine, mentre la mia mente preoccupata scivola avanti nella trance allergica, tutti i contatti col reale svaniscono. Forse Tina ed io andremo a fare una passeggiata nel suo giardino e mi mostrerà la sua serra. Il sudore mi colerà lungo il collo. Mi slaccerò la camicetta. Mi darà da mangiare un petalo del loto nero.

Alla fine la fuga terminerà. Guideremo attraverso villaggi coi nomi tipo Hurtmore e Noning e Tina dirà, "ti va di bere qualcosa?" e io mi sveglierò di colpo.

Forse a quel punto saremo a casa. Forse Tina mi porterà a casa sua e mi metterà a letto.

Ma se lo facesse non significherebbe nulla. Tina ora per me non è altro che un'amica premurosa. Non penso che saremo più vicine come un tempo. La morte di Rudy ha distrutto tutte le possibilità che potesse continuare. Vorrei non odiare tanto Rudy, ma che posso farci? Sono arrabbiata per la sua morte ma, quello che è peggio, e che sono arrabbiata per la sua vita. La notte che Tina mi dette da mangiare il suo loto, m'innamorai di lei. Col semplice fatto di vivere, Rudy ha fatto appassire quell'amore: ogni volta che pensavo a lui, quello che facevamo io e lei appariva in qualche modo mostruoso.

Oggi non devo pensarci. Oggi è il giorno di Rudy.

Il loto è il passato, il presente e il futuro. La porta si aprirà e si richiuderà e tornerà ad aprirsi. Oggi il bacio di Tina può aspettare. Oggi non arriverà il loto di Tina. Questo è il giorno di Rudy...


"Dove vorresti andare?" chiede.

Rido... sono già nervosa. "Be'," dico, desiderandolo, " là che c'è?"


Tit. orig. The Black Lotus
© Simon Ings 1993, 1998
pubblicato nel 1993 in:
Ellen Datlow (a cura di), Omni Best Science Fiction 3
pubblicato on line in infinity plus
tr. ital. Danilo Santoni